Si è riaperta la “querelle” relativa alla necessaria
modifica del sistema elettorale e la vicenda sta subendo una modificazione non
da poco dal punto di vista dei contraenti il patto necessario per attuarla: dal
connubio PD-Forza Italia si sta passando a una “entente” PD-M5S, dimodoché
questo PD inaugurerebbe (o forse ha già inaugurato) una politica “dei due forni”
di andreottiana memoria.
Non è questo però il punto da affrontare adesso perché questo
PD composto da un gruppo di veri e propri “assettati del potere” non si
accontenta del poter esercitare un ruolo “pivotale” rispetto al sistema, grazie
anche alle molteplici ascese sul “carro del vincitore”: questo PD vuole la
maggioranza assoluta della Camera per poter solidificare l’ormai già avvenuto
passaggio a un regime autoritario che dispregia la dimenticata Costituzione
Repubblicana.
La chiave di volta per ottenere questo risultato, che Renzi
e i suoi perseguono nella convinzione di vivere una stagione di assoluta
sublimazione dell’autonomia del politico non messa in discussione da
qualsivoglia livello di contestazione sociale, è la legge elettorale
considerata soprattutto sotto l’aspetto dell’assegnazione del premio di
maggioranza e di un meccanismo che riduca il più possibile il sistema a un
bipartitismo che qualcuno ha già definito come “monopartitismo imperfetto”.
Sorge così l’ipotesi di assegnazione di un premio di
maggioranza del 15% (soglia al 40% e 55% dei seggi assegnati), oppure, in
assenza del 40%, attraverso un ballottaggio tra i primi due partiti.
Perché, s’insiste dal PD, di partiti (o liste) deve
trattarsi e non di coalizioni.
Vale la pena di ricordare che l’entità del premio è pressoché
identica a quella che prevedeva la famosa “legge truffa” del 1953, con due
differenze importanti: i partiti “apparentati” (quindi una coalizione)
avrebbero dovuto raggiungere il 50% più un voto per avere diritto al 65% dei
seggi. Il primo punto di differenza riguarda quindi, in allora, la necessità di
una coalizione; il secondo è che, allora, si trattava di un vero “premio di
maggioranza” (occorreva cioè superare il 50% dei voti validi) e non di un “premio
di minoranza” com’è stato nel caso della legge 270/2005 smantellata dalla
Consulta e come continuerebbe a essere con l’Italikum.
Svolti questi necessari punti di analisi è il caso però di
riprendere l’interrogativo di fondo: i soggetti politici attualmente presenti
nel sistema politico italiano dispongono di un dato di rappresentatività
politico – elettorale tale da giustificare l’assegnazione di un premio di
maggioranza di tale portata?
I dati ci dicono che questa rappresentatività non c’è e che
un sistema molto fragile come quello attuale potrebbe implodere per una seconda
volta dopo quella del ’94 e aprire la strada a soluzioni, anche sotto l’aspetto
formale, molto drastiche con il superamento della forma parlamentare della
Repubblica.
E’ forse questo il vero punto d’arrivo cui tendono
Napolitano e Renzi?
Ricostruendo i dati elettorali dal dopoguerra in avanti
rileviamo che fino al 1983 la percentuale dei due maggiori partiti (o lista) ha
sempre superato il 50% degli aventi diritto al voto.
Nel 1948 la DC e il Fronte Popolare assommarono addirittura
il 71,09% (ma il Fronte Popolare comprendeva assieme PCI e PSI), nel 1953 DC e
PCI arrivarono al 56,10%, nel 1968 la somma dei due maggiori partiti rilevò,
rispetto al totale degli iscritti nelle liste, una percentuale del 59,01%
salita al 66,35% nel 1976.
Il calo iniziò fin dal 1983: in quell’occasione DC e PCI
toccarono assieme il 52,07%
Lla crisi del sistema, alimentata dall’avvio di Tangentopoli
fece rapidamente discendere questa percentuale fino al 37,85% del 1992 (somma
tra DC e PDS).
Ancora in calo la rappresentatività elettorale dei primi due
partiti anche nella prima occasione di voto con il sistema misto proporzionale
(25%) e maggioritario (75%): 1994 33,27%.
L’adozione di un profilo bipolare più marcato consentì, all’inizio
del nuovo secolo di risalire la china: alle elezioni del 2001 la somma
percentuale sul totale degli elettori tra Casa della Libertà e Ulivo toccò il
66,72%, una percentuale che fornì l’impressione di una possibilità di
consolidamento del sistema.
Un’operazione di consolidamento messa a rischio dalla
modifica della legge elettorale nel 2005 e dalla formazione del PD veltroniano “a
vocazione maggioritario”.
Nell’occasione delle elezioni del 2008 la somma tra PDL e PD
toccò infatti il 55,42%: 11 punti in meno rispetto al 2001, segnale tangibile
della frantumazione in atto del concetto bipolare.
Alle elezioni del 2013 si presentò, infatti, attraverso il
M5S il fenomeno di una “tripolarizzazione” del sistema, con il risultato dell’abbassamento
del grado di rappresentatività dei due maggiori partiti, in questo caso proprio
il M5S e il PD, al 36,96%.
Un dato ancora abbassatosi in occasione delle elezioni
europee 2014, quelle del tanto vantato 41% del PD. Cosa vale, per davvero,
quella percentuale sommata a quella del M5S secondo arrivato rispetto alla
totalità dell’elettorato ?: il 34,44% (il 41% del PD si contrae in questo caso
al 22,68%).
Insomma, per concludere (e non avendo analizzato l’effetto
delle soglie di sbarramento sulla rappresentatività reale delle Camere rispetto
alla realtà del Paese) l’interrogativo pare legittimo: come può essere
possibile affidare un premio di maggioranza così grande a partiti così poco
rappresentativi della realtà sociale?
Forse sarebbe il caso di introdurre una clausola di
salvaguardia: nel caso in cui i primi due partiti non superano la soglia del
50% rispetto al totale degli aventi diritto non si assegna premio di
maggioranza, né si svolge l’eventuale ballottaggio ma i seggi dell’unica
residua Camera elettiva dovrebbero essere distribuiti con il sistema
proporzionale.
L’ansia della governabilità e dell’esercizio indiscriminato
del potere ha fatto smarrire il dato che maggiormente stava a cuore ai Padri
Costituenti: quello della rappresentanza politica e sociale.
Quella rappresentanza che Togliatti aveva riassunto nella
formula: “Il Parlamento come specchio del Paese”.
1 commento:
In effetti dobbiamo introdurre come in Francia dei quorum di partecipazione rispetto al totale degli aventi diritto per ammettere al ballottaggio e per assegnare premi di maggioranza.
Felice C. Besostri
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