domenica 30 giugno 2024

OGGI INSORGEVA GENOVA: NON DIMENTICARE MAI

 

OGGI INSORGEVA GENOVA: NON DIMENTICARE MAI di Franco Astengo



Il 30 Giugno 1960 Genova scendeva in piazza e in piazza della Vittoria "u brichettu" Sandro Pertini spiegò che era necessario respingere il tentativo fascista di svolgere il proprio congresso nella città medaglia d’oro della Resistenza: seguirono giorni di grande tensione e mobilitazione popolare in tutto il Paese, con una forte repressione poliziesca: vi furono 5 morti a Reggio Emilia, a Roma i carabinieri a cavallo caricarono i partecipanti a una manifestazione antifascista a Porta San Paolo ferendo deputati comunisti e socialisti, vi furono altri morti a Palermo e a Catania.

 

Alla fine di quei giorni convulsi la democrazia vinse e il governo Tambroni fondato sull’alleanza tra democristiani e fascisti fu costretto alle dimissioni e si aprì, per il nostro Paese, una pagina nuova.

Oggi nel momento in cui all'interno del partito di maggioranza relativa come ha lucidamente denunciato Liliana Segre si elevano inni al fascismo e si fa professione di antisemitismo non dobbiamo dimenticare quegli episodi .

Siamo davanti al frutto di vent’anni di sistemi elettorali fondati sul “maggioritario”, della distruzione dei partiti politici e dei corpi intermedi, dello svilimento di ruolo del Parlamento, di una feroce gestione del ciclo da parte del neo-capitalismo globalizzato in un vero e proprio delirio di finanziarizzazione, in conclusione del quale le condizioni materiali di vita dei ceti popolari, il complesso dei diritti sociali, il mondo del lavoro hanno subito colpi durissimi.

Mentre ormai la politica è fatta di costruzione del consenso in precedenza all’espressione di contenuti, al punto da assomigliare molto a come si muoveva la macchina della propaganda del ventennio e si pensa di costruire il “Partito Unico della Nazione” si sta realizzando, attraverso le riforme costituzionali una vera e propria svolta.

A partire dalla raccolta di firme per il referendum sull'autonomia differenziata serve subito la messa in campo di una forte opposizione sociale e politica, non può – sotto questo aspetto – essere perso altro tempo: la sinistra di alternativa e di opposizione deve ritrovare subito una propria identità e una propria autonoma capacità d’iniziativa: l’esempio del Luglio ’60 allora non dovrà essere, in questa occasione, un semplice richiamo al passato ma un modello cui richiamarsi.

Occorre creare le condizioni per una forte tensione sociale cui collegare una altrettanto decisa prospettiva politica.

Occorre un’opposizione consapevole del fatto che, anche adesso, prima di tutto è in gioco la democrazia.


venerdì 28 giugno 2024

TIM NEL GIORNO DELL'ADDIO DELLA RETE: POLITICA INDUSTRIALE E INNOVAZIOEN TECNOLOGICA

 

TIM NEL GIORNO DELL'ADDIO ALLA RETE : POLITICA INDUSTRIALE E INNOVAZIONE TECNOLOGICA di Franco Astengo


Nell'indifferenza generale ieri il "Corriere" ha titolato : Tim il giorno dell'addio alla rete.

Siamo così arrivati al momento decisivo quello del conferimento (dal 1° luglio) della rete primaria (oggi un ramo d'azienda) a FiberCop che diventerà così proprietaria dell'intera infrastruttura di trasmissione telefonica dell'ex-monopolista.

L'atto sarà propedeutico al passaggio successivo: la vendita della società alla holding costituita da KKR, Abu Dhabi Investiment Authority, Canada Pension Plan Investiment Board, Ministero dell'Economia e F2i (una composizione evidentemente speculativa, come dimostra la presenza del fondo pensioni canadese).

Ventimila lavoratori passeranno così ad altro datore di lavoro : la TIM rimarrà con circa 16.700 dipendenti e il 70% dell'attività in Brasile e concentrata nei servizi alle imprese: i cavi sottomarini Sparkle saranno ceduti al governo come il 3% delle torri Inwit.

Un vero e proprio mutamento di paradigma.


Siamo di fronte all'ennesimo passaggio che segnala l' assenza dell'Italia da una qualche idea di piano di strategia industriale.

L'operazione TIM/KKR è un "unicum" in Europa: separazione della rete dai servizi e privatizzazione.

Inutile enfatizzare il ruolo dello Stato, come ha cercato di fare il governo: il fondo americano KKR diventerà proprietario al 65% di un asset strategico del nostro Paese e non ci sono stati forniti elementi per capire quali garanzie siano realmente previste per le scelte strategiche, l'occupazione, gli investimenti e la tutela dei dati.

Ne avevamo già accennato: in piena contraddizione "sovranista" così si dimostra tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologiche ( intendiamoci bene: dal tempo dei dalemiani "capitani coraggiosi" discendendo per le rami dal prodiano scioglimento dell'IRI).

Da allora si è creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell'intervento pubblico in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l'Europa).

L'opposizione e il sindacato non possono rimanere ingabbiati in questa dimensione strategicamente inesistente , tutta rivolta all’autoconservazione del politico, schiacciata dall’emergenza dell’immediato.

Serve un colpo d’ala nella progettualità e nell’intervento del pubblico sui nodi strategici, serve affermare la forza del movimento dei lavoratori da proiettare in avanti, non basta evocare un indefinito “green” e un imperscrutabile “digitale” in un Paese al centro della contesa europea e che accusa da tempo limiti enormi dal punto di vista della strategia industriale.


mercoledì 26 giugno 2024

LA LOGICA DEL POTERE

 

LA LOGICA DEL POTERE

La sparata del Presidente del Senato circa l'abolizione del doppio turno nelle elezioni comunali, consentendo così di eleggere il Sindaco con il 40% dei voti validi (in pratica con il 20% degli aventi diritto) pare avere un seguito negli intendimenti del centro destra che intenderebbe procedere rapidamente in questa direzione per via legislativa.

Questo elemento si inserisce in una strategia complessiva che, in una fase di forte riflusso nella partecipazione politica e nella strutturazione dei partiti segnalata non soltanto dalla presenza elettorale ormai stabilmente assestata attorno o appena al di sotto del 50%, punta decisamente ad un accentramento del potere politico - amministrativo ben oltre al primato della governabilità, trappola nella quale era caduta anche la sinistra al tempo dello "sblocco del sistema politico": slogan poi portato avanti sia dalla Bicamerale 1997-98, sia dalla proposta di modifica costituzionale poi sfociata nel referendum del 2016.

Premierato, abolizione del doppio turno nelle elezioni locali, soffocamento del decentramento amministrativo sostituito dall'autonomia differenziata (attuata in tempi di elezione diretta dei Presidenti di Regione: altro punto da porre in discussione), deperimento di ruolo dei consessi elettivi e non soltanto del Parlamento, amministrazioni provinciali elette in secondo grado, leggi elettorali ispirate proprio dalla logica del superamento della rappresentanza politica: tutti fattori che attaccano direttamente la Costituzione Repubblicana nei sui capisaldi attuativi dei principi democratici di piena partecipazione, rappresentanza, solidarietà sociale.

Intanto crescono tutti gli indicatori delle disuguaglianze economiche e sociali, si intensifica (se ancora può essere considerato possibile) lo sfruttamento delle persone, del territorio, dell'ambiente e il quadro internazionale (ben oltre i giochetti brussellesi sulle nomine) ci porta direttamente davanti allo spettro della guerra.

A questo punto andrebbe aperta una riflessione ben più profonda di quella che si sta svolgendo attualmente tra le forze democratiche e progressiste : una discussione da finalizzare anche con urgenti azioni sul piano della prospettiva politica.

Grazie per l'attenzione

Franco Astengo

lunedì 24 giugno 2024

BALLOTTAGGI 2024: VITTORIE IN DISCESA

 

BALLOTTAGGI 2024: VITTORIE IN DISCESA di Franco Astengo


Sia consentito un breve commento a caldo circa i risultati del turno di ballottaggio del 23 e 24 giugno 2024 relativo ai 14 comuni capoluoghi di provincia (tra i quali 5 capoluogo di Regione).

C'era molta attesa per la partecipazione al voto che ancora una volta si è dimostrata in flessione: il dato complessivo di questi 14 comuni è di una espressione di 535.239 voti validi (47,74%) sul totale degli aventi diritto rispetto ai 688.721 voti espressi per i candidati sindaci nel primo turno (61,43%) con una flessione del 13,69%.

Il dato più interessante però riguarda le "vittorie in discesa".

Si registrano infatti casi di candidati che diminuiscono tra un turno e l'altro i voti ricevuti.

Cremona rappresenta un caso dove entrambi i contendenti al ballottaggio flettono: il candidato del centro destra scende da 13.886 voti a 12.821, quello del centro sinistra da 13.484 a 13.013 affermandosi come Sindaco partendo da una posizione di svantaggio.

A Firenze il candidato del centro destra Schimdt perde quasi 3.000 voti rispetto al primo turno (la candidata del centro sinistra per contro sale di circa 4.000 unità).

A Potenza i dati hanno del clamoroso si impone un candidato civico con tendenza centro sinistra partito in svantaggio con 12.319 voti rispetto ai 15.416 voti del candidato di centro destra. Alla fine situazione ribaltata con 19.733 (7.500 voti guadagnati) e 10.565 (5.000 voti persi).

Flessione per entrambe le candidate a Perugia: contenuta per la candidata di centro sinistra eletta Sindaco (-200 voti) e circa 3.000 voti perduti tra un turno e l'altro dalla candidata di centro destra.

Ribaltamento della situazione anche a Campobasso; al primo turno candidatura di centro destra in vantaggio di 4.200 voti, alla fine vittoria della candidatura di centro - sinistra 10.510 contro 10.111.

Arretrano entrambi i candidati a Bari: ma se la flessione di Leccese (centro sinistra) è di soli 600 voti il crollo di Romito centro destra è clamoroso, quasi 14.000 voti in meno.

Testa a testa a Lecce risolto a favore di Adriana Poli Bortone che però tra un turno e l'altro ha ceduto circa 3.300 voti.

Ci sarà tempo per approfondire ma queste anomalie forse andavano segnalate subito.


venerdì 21 giugno 2024

IL "ROSSO NON E' IL NERO" . SUBITO LA RACCOLTA DI FIRME PER IL REFERENDUM SULL'AUTONOMIA DIFFERENZIATA

 

"IL ROSSO NON E' IL NERO": SUBITO LA RACCOLTA DI FIRME PER IL REFERENDUM SULL'AUTONOMIA DIFFERENZIATA


L'Associazione "Il Rosso non è il Nero" di Savona lancia un appello perché si dia immediatamente corso alla raccolta di firme per l'abolizione della legge sull'autonomia differenziata appena approvata dal Parlamento.

Il soggetto associativo "La Via Maestra" raccolto dalla CGIL aggregando diversi settori dell'impegno sociale, culturale e politico può essere considerato il punto di riferimento per questa fondamentale iniziativa politica anche dal punto di vista organizzativo.

Appare comunque necessario l'impegno in prima persona delle forze politiche dell'opposizione.

La nostra Associazione non intende sfuggire alla necessario analisi critica circa le scelte compiute sul delicato terreno del rapporto Stato - Regioni - Autonomie Locali in tema di autonomia, di potestà legislativa, di disponibilità finanziarie così come questo si è evoluto negli ultimi decenni.

Purtuttavia l'urgenza del momento, anche in considerazione del quadro politico complessivo e dell'incombenza di altre scelte drammaticamente negative sul piano costituzionale (vedi premierato) ci induce a richiedere con forza un'accelerazione dei tempi.

Il pieno successo della raccolta di firme rappresenterà, ancor più che in passato, un fattore fondamentale all'interno di un dibattito che si annuncia come molto complesso e richiederà il massimo possibile di mobilitazione.


p. ASSOCIAZIONE " IL ROSSO NON E' IL NERO" SAVONA

Franco Astengo

giovedì 20 giugno 2024

NELL'ADDIO ALLA COSTITUZIONE IL RICORDO DELLA REPUBBLICA DEI PARTITI

 

NELL'ADDIO ALLA COSTITUZIONE IL RICORDO DELLA REPUBBLICA DEI PARTITI di Franco Astengo


La votazione svoltasi ieri in Parlamento sull'autonomia differenziata ha rappresentato un ulteriore passo d'addio alla Costituzione Repubblicana, già mutilata in passato per ragioni di mera convenienza tattica da parte delle forze politiche (titolo V, riduzione del numero dei parlamentari).

Per una mera casualità questo atto proditorio verso la democrazia è stato compiuto in coincidenza con l'anniversario delle elezioni del 20 giugno 1976, quarantotto anni fa.

In quel giorno si sublimava la "Repubblica dei partiti" (cfr. Pietro Scoppola) e di conseguenza quella centralità del parlamento che si sta cercando di affossare definitivamente.

In quel 20 giugno 1976:

Gli aventi diritto al voto iscritti nelle liste elettorali assommavano a 40.426.658 unità (non esisteva ancora la possibilità del voto all'estero).

I partecipanti che si recarono ai seggi furono: 37.755.090 pari al 93,39% (la percentuale dei votanti si manteneva costante al di sopra del 90% a partire dalla elezioni per la prima legislatura il 18 aprile del 1948).

I voti ritenuti validi assommarono a : 36.707.578, con 596.541 schede bianche e 1.047.512 schede nulle.

I due più grandi partiti di massa, la DC e il PCI ottennero rispettivamente 14.209.519 voti lo scudo crociato e 12.614.650 voti i comunisti per un totale di 26.824.169 voti pari al 73,08% sul totale dei voti validi e al 66,35% sul totale degli aventi diritto.

Se alla DC e al PCI aggiungiamo i 3.540.309 voti totalizzati dal PSI (risultato giudicato molto deludente che determinò un vero e proprio cataclisma all'interno del partito con l'avvento di Craxi alla segreteria) registriamo che i 3 grandi partiti di massa disponevano di 30.364. 478 voti pari all'82,71% dei voti validi e al 75,11% del totale degli iscritti.

Per arrivare a quel risultato le due formazioni maggiori si erano trovate in situazioni completamente difformi.

Il PCI aveva conseguito un eccezionale risultato nelle amministrative del 15 giugno 1975 ,grazie al quale aveva esteso la propria capacità di governo locale in situazioni nelle quali tradizionalmente si era sempre trovato in minoranza.

Un risultato quello del 20 giugno 1976 per il PCI frutto di un'ondata "lunga" di forte pressione sociale per un rinnovamento del Paese che aveva avuto al suo centro le lotte sindacali dell'autunno caldo del 1969, il progredire dell'estensione dei diritti dei lavoratori(fino al punto unico di scala mobile) e di quelli sociali, la grande vittoria nel referendum sul divorzio che aveva segnato il momento fondamentale nella modernizzazione anche culturale del Paese, il procedere di una forma di distensione nella logica dei blocchi a livello internazionale, la sconfitta degli USA in Vietnam, la fine delle dittature fasciste nella penisola iberica, la decolonizzazione in Africa segnata in particolare dalla liberazione dell'Algeria.

Vietnam e Algeria: fatti che avevano fatto segnare, nelle nuove generazioni, una crescita importante di un sentimento internazionalista.

Il PCI era stato in grado, considerato il suo radicamento nelle fabbriche e nei territori, di capitalizzare questo forte movimento progressista senza assumerne l'avanguardia e riuscendo anche a marginalizzare, almeno sul piano elettorale, il complesso dei gruppi formatisi alla sua sinistra che, in quel 20 giugno, avevano formato il cartello elettorale di Democrazia Proletaria arrestatosi ai 555.890 voti pari all'1,5%.

Una situazione che in condizioni estreme avrebbe poi avuto conseguenze non secondarie nella stagione del terrorismo sia al riguardo della "zona grigia" presente nell'intellettualità e nelle fabbriche, sia dal punto di vista della "prima linea" militante (e ancora sugli orientamenti mobilitanti di quello che poi sarebbe stato definito "movimento del '77").

La DC aveva invece attraversato l'inizio degli anni'70 in una fase di declino: aggredita a destra dal MSI (rivolta di Reggio Calabria), assunta una funzione da "legge e ordine" dopo l'attentato di Piazza Fontana, scivolata nel primo governo Andreotti appoggiato dal PLI, verificato l'esaurimento della prima formula di centro sinistra (alle elezioni del 1976 si andò sulla base di un articolo apparso sull'Avanti e firmato dal segretario socialista De Martino nel quale si affermava come il PSI non avrebbe più partecipato a governi senza i comunisti) la DC aveva subito una dura sconfitta nel referendum sul divorzio nel quale si era allineata con la parte cattolica più retriva e con i neo-fascisti. Sostituito Fanfani con Zaccagnini alla segreteria e Moro alla presidenza, nell'occasione delle elezioni del 20 giugno la DC aveva usufruito di importanti appoggi da destra (Montanelli "turatevi il naso e votate DC", la "maggioranza silenziosa" di Degli Occhi e Rossi di Montelera, Comunione e Liberazione che nel 1976 elesse il suo primo deputato Mazzarino De Petro in Liguria) recuperando il tonfo delle amministrative soltanto attraverso il prosciugamento degli alleati centristi e in particolare del PLI, rientrato in parlamento per un soffio (quorum per 400 voti a Torino).

Insomma: per essere precisi nella ricostruzione, alla vigilia del 20 giugno nella DC non appariva delineata quella linea di "terza fase" in seguito attribuita a Moro quasi come marcia d'avvicinamento verso il PCI.

Anzi, al 20 giugno la DC era arrivata con professioni di moderatismo e parole d'ordine anticomuniste.

Il risultato del 20 giugno aveva così segnato quella situazione di "bipartitismo imperfetto" coniata da Giorgio Galli: una DC di centro - destra e un PCI egemone a sinistra, con "l'imperfetto" a significare l'impossibilità di una alternanza. Impossibilità dovuta a un cumulo di ragioni tra le quali non esaustiva quella riferita alla situazione internazionale e alla logica dei blocchi perché presente anche una motivazione di assenza di progetto d'alternativa da parte del PCI. Il PCI era fermo alla logica dell'arco costituzionale espressione diretta della linea del "compromesso storico" elaborato dal segretario Berlinguer nella convinzione dell'impossibilità (e del rischio democratico) di un governo delle sinistre al 51%; linea del resto condivisa anche all'interno del PSI anche se non completamente e contestata all'interno del PCI soltanto da Longo e Terracini e a sinistra dal Pdup-Manifesto.

Si determinò così una situazione di sostanziale immobilismo, con la DC che mantenne un ruolo pivotale pur non disponendo più di una maggioranza centrista.

Una DC collocata al centro di un sistema che non avrebbe saputo alla fine produrre altro che un monocolore del partito di maggioranza relativa sostenuto dall'astensione della gran parte del Parlamento (Andreotti ter, alla Camera 258 favorevoli, 44 contrari dei quali 33 fascisti come scrisse il Manifesto, 303 astenuti).

Il PCI non mosse nulla sul piano della mobilitazione popolare, anzi la forza sindacale in quel momento che era ancora di fortissima capacità di mobilitazione sociale si rivolse alla fine contro la soluzione di governo.

Ben prima della tragica fase contrassegnata dal rapimento e dall'uccisione di Aldo Moro si può ben affermare che si fosse già avviato un principio di distacco del quadro politico da parti del Paese (in particolare del mondo del lavoro) che avevano fornito un formidabile apporto al consolidarsi di un sistema fondato sui partiti di massa .

La classe operaia pensava, nella sua grande maggioranza, che il sistema dei partiti avrebbe favorito quella profonda modificazione dello stato di cose in atto che stava nelle aspirazioni più alte di grandi masse di donne e uomini.

La "politica" aveva toccato proprio il 20 giugno 1976 il punto più alto nella sua credibilità, autorevolezza, consenso diffuso: dall'esito di quelle elezioni iniziò invece un declino del sistema nel suo complesso che trovò poi il suo primo punto di caduta, nel post - rapimento Moro, con l'esito del referendum dell'11 giugno 1978 su"legge Reale" e legge sul finanziamento pubblico ai partiti: esito in cui si ravvisò una forte disaffezione dell'elettorato rispetto alle indicazioni di voto fornite dalle formazioni maggiori (in particolare sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti).

Alle elezioni anticipate del 1979 l'afflusso al voto registrò un calo del 3% conservando a stento una quota superiore al 90%: la somma dei due maggiori partiti assommò a 25.700.000 voti, con un calo del PCI di quasi un milione e mezzo di voti (1.475.419) e un balzo dei radicali, in quel momento caratterizzati come partito anti- sistema, di 800.000 voti.

L'esito di quel lontano 20 giugno 1976 può oggi essere sintetizzato come quello di un avvio di un declino del sistema fondato sui partiti di massa .

Un declino che si sarebbe rivelato nella sostanza irreversibile fino all'esplosione definitiva avvenuta all'inizio del anni'90 a causa dei fenomeni concomitanti e convergenti di Tangentopoli, della caduta del Muro di Berlino, della firma del trattato di Maastricht.

Un declino, in quel momento, non avvertito a livello sistemico.

I grandi partiti ignorarono che si stava affermando una "logica della governabilità" e si stava profondamente modificando il quadro delle relazioni sociali ed emergevano nuovi fenomeni di costume.

Così si manifestavano tendenze individualistiche e di ripresa di fattori provocanti la crescita delle disuguaglianze, in controtendenza con quanto era avvenuto negli anni '60 - '70.

Ci si avviava così alla drammatica "festa" degli anni'80: quelli dei cancelli della Fiat e della "Milano da bere".


martedì 18 giugno 2024

SAVONA, EUROPA

 

SAVONA, EUROPA di Franco Astengo

Questo testo contiene un tentativo di analisi del voto europeo riferito al Comune di Savona:

l'obiettivo è stato quello di verificare empiracamente e con il solo intento di indicare una linea di tendenza il mantenimento o l'accrescimento del consenso intorno all'amministrazione eletta nell'ottobre del 2021 e quindi il riferimento di comparazione è quello di quell'elezione sviluppatsi nei due turni tenuti il 3 e il 10 ottobre del 2021.

Ovviamente nello sviluppare una valutazione di tipo politico c'è da tener conto dell'assoluta diversità nel tipo di elezione: l'una destinata ad una elezione di tipo monocratico (quindi con il fattore "candidatura") e l'altra di concorrenza tra liste su base proporzionale.

Partiamo dal dato della partecipazione al voto:

nel 2021 si ebbero 25.049 voti validi al primo turno (50,44% su 49.658 aventi diritto) e 22.302 al secondo turno ( 44,91%). Europee 2024 23.624 voti validi su 48.286 aventi diritto (48,83%). Tenendo sempre presente l'avvertenza che c'è diversità tra elezioni dirette a carica monocratica ed elezione su liste su base proporzionale.

Queste le percentuali di voti validi espressi nei quartieri nel 2024

Zinola 55,91; Villetta Valloria 52,82%; Santa Rita 52,51%; Legino 51,23%, Fornaci 51,03%; Centro 48,36%, Oltreletimbro 48,22%, Piazzale Moroni 45,50%, Villapiana 44,36%, Lavagnola - Santuario 42,89.

Percentuali dei voti validi espressi nel 2021 (ballottaggio) nei quartieri: Legino 49,21%, Santa Rita 48,87%,Zinola 47,84%, Centro Città 47.46%, Oltreletimbro 45,76%, Villetta Valloria 44,35%, Piazzale Moroni 42,94%, Villapiana 42,01%, Lavagnola 41,83%, Fornaci 37,96%


ANALISI DEL VOTO

Dal punto di vista dell'analisi nel rapporto di voto è stata tenuta ferma la composizione delle coalizioni al 2021: da una parte la coalizione che ha sostenuto Marco Russo con PD, Centristi, Sinistra (compresa la lista Pace Terra Dignità) e il Patto che ovviamente non aveva rappresentanza alle Europee; dall'altra il centro destra classico (Lega, FI, FdI) anche in questo caso depurato da liste civiche ( in realtà la lista di Toti è nel frattempo confluita nei Moderati a loro volta presentatisi sotto il simbolo di Forza Italia) M5S fuori dalle coalzioni.

Nel 2021 i principali candidati sindaci ottennero questi risultati: al primo turno Russo 11.971 e Schirru 9.346; al secondo turno Russo 13.883, Schirru 8.419.

Coalizioni : nel 2021 (ovviamente primo turno) coalizione Russo 11.323 (PD 4764, Patto 2794, Sinistra 1.571, Riformisti 2.194) coalizione Schirru 9.881 (Lega 2444, Fdi 1634, Forza Italia 409, Civica Schirru 1410, Toti 3.113). M5S 2.160

2024: Coalizione Russo 12.075 ( PD 7275 primo partito - confluenza Patto somma 2021- 7558; Verdi Sinistra 2224 Pace Terra e Dignità 848; Stati Uniti d'Europa 953, Azione 775-somma riformisti 1728: si nota (e si conferma anche rispetto alle politiche 2022) una confluenza tra PD - Patto e raddoppio a sinistra con 2 liste Verdi Sinistra più 653 rispetto a Sinistra Per Savona più 848 voti alla lista di Pace, Terra, Dignità appoggiata da Rifondazione Comunista che nel 2021 era presente nella lista Sinistra Per Savona).

Centro destra : 8640 ( Fratelli d'Italia 5253 Lega 1751 Forza Italia e Moderati 1636)

Movimento 5 stelle : 2598 (2021 candidato sindaco 2448 liste 2160) risultato in controtendenza rispetto al dato nazionale.

Il dato del M5S sembrerebbe (salvo analisi più accurate) escludere un passaggio di voti dal Movimento alle forze della coalizione raccolta attorno alla candidatura Russo nel 2021; si constata invece un interscambio (in uscita) per la coalizione di centro - destra.

Suddivisione del voto sul territorio di totale egemonia della (ipotetica/possibile) conferma della coalizione di Marco Russo.

Media cittadina: coalizione Russo 51,1% (sul totale dei voti validi) centro destra 36,57% M5S 10,99%. Altri 1,34.

Le percentuali sul totale degli aventi diritto: astensione 51,17%, coalizione Russo 25,00, centro destra 17,89, M5S 5,38, altri 0,06.

Va analizzato con grande attenzione il voto nelle elezioni europee per le forze che hanno fatto parte nel 2021 della coalizione a sostegno della candidatura di Marco Russo: il 25% sul totale degli aventi diritto rappresenta una percentuale di grande rilievo, quasi un "unicum" sul piano nazionale (si ricorda che al riguardo dello stesso parametro Fdi e PD si aggirano rispettivamente tra il 13% e l'11%). La tenuta della coalizione e l'applicazione progettuale dovrebbero rappresentare per l'amministrazione e per le forze politiche una priorità assoluta: su questa basi, a distanza di oltre due anni dall'elezione comunale, si evidenziano le basi possibili non soltanto per una conferma ma per l'apertura di un vero e proprio ciclo politico- amministrativo che potrebbe rappresentare (al di là delle chiacchiere sul "modello Savona) un punto di riferimento ben oltre la nostra cinta cittadina: a partire dalle prossime elezioni sia del consiglio provinciale (secondo grado) sia del presidente e del consiglio regionale (prescindendo dalle attuali vicende giudiziarie). Un punto sul quale riflettere e aprire un confronto anche con le forze politiche componenti della coalizione stessa tenendo ben conto del valore dei soggetti "non partitici" ( Patto per Savona e "Rosso non è il nero").


IL VOTO NEI QUARTIERI

Tenuto conto delle indicazioni già fornite questo il voto nei diversi quartieri cittadini a livello di coalizioni (percentuali sul totale di voti validi):

Centro Città Coalizione Russo 49,63% centro destra 40,98 M5S 9,37%

Villetta Valloria : Coalizione Russo 52,97 centro destra 34,90% M5S 10,09%

Villapiana: Coalizione Russo 47,98% centro destra 33,72% M5S 12,20%

Lavagnola: Coalizione Russo 56,92% centro destra 33,59% M5S 12,57%

Oltreletimbro: Coalizione Russo 50,00% centro destra 36,35% M5S11,45%

Santa Rita: Coalizione Russo 51,65% centro destra 37,38% M5S 9,81%

Fornaci: Coalizione Russo 51,73% centro destra 34,77% M5S 9,90%

Legino: Coalizione Russo 47,79% centro destra 39,00 M5S 11,94%

Piazzale Moroni : Coalizione Russo 50,71 centro destra 34,70 M5S 13,54

Zinola: Coalizione Russo 57,48%, centro destra 20,69% M5S 8,99%


A puro titolo indicativo si riportano di seguito i dati del voto ottenuto dai candidati arrivati al ballottaggio (Russo e Schirru) nel primo turno del 3 ottobre 2021.2021

Centro Città: Russo 47,55 Schirru 42,06

Villetta Valloria Russo 49,08 Schirru 37,28

Villapiana Russo 47,96 Schirru 37,00

Lavagnola Russo 50,65 Schirru 32,89

Oltreletimbro Russo 47,72 Schirru 36,74

Santa Rita Russo 48,56 Schirru 37,89

Fornaci Russo 46,75 Schirru 38,29

Legino Russo 47,95 Schirru 37,00

Piazzale Moroni Russo 45,03 Schirru 37,58

Zinola Russo 51,29% Schirru 35,51






mercoledì 12 giugno 2024

SAVONA: RICORDO DI ENRICO BERLINGUER

 

SAVONA: RICORDO DI ENRICO BERLINGUER di Franco Astengo

Il ricordo di Enrico Berlinguer, impeccabilmente organizzato dalla Fondazione Centofiori di Savona nella sede dei giardini a lui intitolatie svoltosi l'11 giugno in occasione dei quarant'anni dalla scomparsa del segretario del PCI merita un cenno di approfondimento.

E' stata ,infatti, colta l'occasione per proporre una riflessione non banale, non ripetitiva, non semplicisticamente "santificante" come invece molto spesso si è letto o sentito in questi giorni in diverse occasioni.

Si è registrata un'ampia partecipazione percorsa dalla percezione di una emotività positiva da parte dei presenti, con una platea composta solo in parte da protagonisti della vita politica e sociale della nostra Città in quell'epoca : abbiamo visto giovani che di quella stagione hanno soltanto letto o sentito raccontare (negli ultimi tempi si è infittita la memorialistica anche cinematografica) ma che hanno dimostrato una sicura volontà di approfondimento, merce non usuale di questi tempi.

Gli interventi di apertura sviluppati dall'assessore comunale Gabriella Branca e dal segretario della Camera del Lavoro Andrea Pasa si sono incentrati su due temi di non facile lettura: da un lato il Berlinguer della "questione morale" e della critica al sistema dei partiti nella famosa intervista a Eugenio Scalfari del 1981, e dall'altra parte la complessità dei rapporti tra il partito e il sindacato, nel momento del superamento del concetto di "cinghia di trasmissione" e del proporsi dell'ondata liberista significativamente rilevata in Italia dalla vicenda dei 35 giorni della Fiat nel 1980 e dal decreto di San Valentino sulla scala mobile del febbraio 1984, pochi mesi prima della scomparsa di Berlinguer il cui lascito rimane, proprio in memoria di quella vicenda, inserito nella priorità delle lotte in difesa dei lavoratori, dei loro diritti, della loro condizione sociale.

E' toccato, però, all'intervento del già sindaco di Savona Sergio Tortarolo puntualizzare e riflettere sui molteplici aspetti dell'itinerario politico di Berlinguer.

Tortarolo ha tenacemente ribadito la necessità di non fare della memoria di Berlinguer "un santino" e ha illustrato con efficacia le difficoltà che via via il,segretario del PCI si è trovato davanti, anche nel suo stesso partito, per affermare le proprie convinzioni e le proprie proposte: spesso "in solitaria" il segretario comunista aveva portato avanti il percorso di confronto con la realtà del "socialismo reale" (fino alla celebre affermazione sull' "ombrello della NATO"), la volontà di affermazione del "compromesso storico", la capacità di leggere le grandi novità che si avanzavano nella società italiana attorno al tema dei diritti collettivi e individuali (con specifico riferimento a divorzio e aborto), al rapporto con i nuovi movimenti, quello femminista e quello pacifista appoggiando la lotta contro l'installazione dei missili USA a Comiso non certo in nome del filosovietismo anzi affermando una necessità di superamento dei blocchi militari allo scopo di sventare la minaccia atomica, fino alla concezione (tragicamente rimasta incompiuta) dell'alternativa democratica: un punto quello della necessità di sventare la minaccia atomica che, non va dimenticato, fu ripreso da Nilde Iotti, nella commemorazione tenuta ai funerali svoltosi in Piazza San Giovanni di fronte a oltre un milione di persone.

Tortarolo ha illustrato anche un aspetto molto particolare della capacità di lettura politica di Berlinguer: quello della preveggenza, di saper leggere il futuro, di esercizio del "pensiero lungo".

Singolarmente (e senza alcuna premeditazione) questo tema è stato ripreso il 12 giugno da Vincenzo Vita sulle colonne del "Manifesto" ricordando l'intervista rilasciata da Berlinguer per l'Unità del 18 dicembre 1983 (autore Ferdinando Adornato) sul testo di George Orwell "1984".

In quell'occasione Berlinguer si allontana dalla lettura comune di Orwell semplice critico dell'esperienza sovietica (come era stato nella "Fattoria degli animali") e si addentra in una lettura straordinariamente moderna (ed attuale) delle nuove tecnologie, intese non come rischio ma come opportunità di arricchimento.

Una coincidenza particolare quella tra l'intervento di Tortarolo e l'articolo di Vita che consente un'affermazione forse un poco arrischiata: quella dell'accostamento tra Gramsci e Berlinguer accomunati da una lettura del marxismo non ortodossa rispetto ai canoni vigenti nelle loro rispettive epoche e capaci - proprio per via dell'aver saputo togliersi gli occhiali del conformismo - di traguardare una visione del futuro (tra i due nell'elaborazione del PCI non può essere dimenticata la dimensione togliattiana che ha interpretato Gramsci e insegnato a Berlinguer : due fasi connesse all'interno dell'imprescindibile coincidenza tra analisi politica ed elaborazione culturale).

Il ricordo di Berlinguer si è concluso con la lettura da parte di Jacopo Marchisio dell'ultima parte dell'intervento svolto a Padova quando sopraggiunse il malore fatale: una lettura che ha confermato proprio il passaggio che si è inteso sottolineare quello con forza relativo alla visione del futuro da intrecciare sempre con la passione e l'impegno politico da svolgere là dove le contraddizioni operano nel vivo del corpo sociale.

E' rimasto sullo sfondo il rapporto tra Berlinguer e Savona che pure non fu banale.

Ricordo due passaggi: quello di un'assemblea (di quelle che si chiamavano "attivo") alla Società Generale nell'autunno del 1960 per discutere dei fatti del luglio e la fase che si era aperta con la caduta del governo Tambroni e il tormentato avvio dell'appoggio del PSI all'area governativa; quello del comizio in Piazza Sisto IV in occasione della campagna elettorale amministrativa del 1975, in quell'occasione si trattò di un omaggio alla Città che grazie ad una imponente mobilitazione popolare durata mesi aveva sconfitto il terrorismo fascista.

lunedì 10 giugno 2024

NUMERI DALL'ITALIA

 

NUMERI DALL'ITALIA di Franco Astengo


Una parziale ricostruzione statistica del voto europeo dedicata all'Italia, in un quadro complessivo di forte movimentazione del voto in ispecie in Francia e in Germania con un rilevante spostamento a destra dovuto soprattutto al tema della guerra europea.

In Italia invece il voto ha sicuramente assunto una dimensione periferica arrestando il trend della forte volatilità elettorale che aveva visto alternarsi, tra elezioni politiche ed europee, tra il 2014 il PD, la Lega, il M5S e FdI nel ruolo di partito di maggioranza relativa diminuendo progressivamente la quota di suffragi raggiunti con spostamenti di milioni di voti tra i contendenti e in uscita verso l'astensione.

Se la volatilità elettorale sembra aver assestato in una qualche misura il suo trend tra le elezioni politiche del 2022 e quelle europee del 2024 confermando Fratelli d'Italia e PD ai primi due posti della graduatoria non sembra invece essersi arrestato il flusso di voti in uscita verso l'astensione che, anzi, nel turno dell'8/9 giugno 2024 ha ricevuto un forte incremento.

Nella lettura dei dati che saranno riportati ci sarà da tener conto di alcuni avvertimenti: prima di tutte le percentuali non saranno riferite al totale dei voti validi ma a quello dell'intero corpo elettorale (in tempi di astensione al 50% questo accorgimento è necessario per evitare pericolose illusioni ottiche come quella riguardante il PD renziano nel 2014 che vantò un fantomatico 40% che invece consisteva più modestamente nel 22% sul totale degli aventi diritto), in secondo luogo va considerata la differenza nella determinazione del corpo elettorale in quanto nell'occasione delle elezioni politiche le liste sono depurate dai votanti all'estero (questo rende ancora più giusta la percentualizzazione sul totale degli aventi diritto), infine i dati sono riferiti al solo territorio nazionale.

RISULTATI COMPLESSIVI ( percentuali sul totale degli aventi diritto, riferimento al solo territorio nazionale).

Schematici punti di lettura di questo lavoro:

1) Ancora una volta le elezioni europee sono state considerate test di midterm a livello nazionale e questo spirito che ha accomunato le forze politiche è stato rispettato in questa sede;

2) Si è arrestato il fenomeno della volatilità elettorale tra le forze politiche che tra il 2014 e il 2022 ha fornito l'occasione per un vorticoso mulinarsi nel cambio del partito di maggioranza relativa con lo scambio di milioni di voti nelle diverse occasioni elettorali succedutesi nel tempo;

3) Il fenomeno della volatilità elettorale è rimasto vivo soltanto in "uscita" per la crescita costante dell'astensionismo. Rispettando rigidamente il criterio di comparazione tra elezioni omologhe (anche per via del numero aventi diritto) tra il 2019 e il 2024 i voti validi sono diminuiti da 26.662.962 a 23.274.504 ( meno 3.388.458) dal 54,48% sul totale degli aventi diritto al 46,96%;

4) Così l'aumento percentuale di Fratelli d'Italia sul totale dei voti validi è da ritenere del tutto illusorio. Fratelli d'Italia è passato da 7.301.303 voti (15,86% sul totale degli aventi diritto) a 6.704.423 voti (13,52% degli aventi diritto). Una sottrazione di 596.880 suffragi ( meno 2,34%)

5) IL PD dopo il secco calo fatto registrare tra il 2019 e il 2022 è apparso in leggera risalita guadagnando 255.670 voti (calando però in percentuale sul totale degli aventi diritto da 11,62 a 11,30%).

6) Il calo di M5S e Lega che si troverà analizzato circoscrizione per circoscrizione ha rafforzato un bipartitismo "debole". Infatti sul totale di 23.274.504 voti validi Fdi e PD (che hanno impostato una campagna elettorale reciprocamente sul confronto tra le due leader dei partiti) hanno assommato 12.308.769 voti pari al 52,88% del totale dei voti validi. Il punto di debolezza del sistema è ravvisabile proprio nella scarsa rappresentatività dei due partiti maggiori che sul totale degli aventi diritto assommano al 24,82% con le espressioni di non voto al 53,04%;

7) L'unica lista che è riuscita a crescere rispetto al 2022 sia in cifra assoluta sia in percentuale sul totale dei voti validi è stata quella dell'Alleanza Verdi Sinistra che ha impostato la campagna elettorale sul tema dei diritti candidando Ilaria Salis. La crescita numerica è stata di oltre 500.000 voti, quella in percentuale dal 2, 22 al 6,37% (più 4,15%)

8) Ancora una volta si è dimostrata la debolezza dell'ipotesi centrista, sia pure in questo caso legata all'idea del rafforzamento della visione europea: così sia la lista Stati Uniti d'Europa (più Europa e Italia Viva) sia Azione sono rimaste al di sotto della soglia del 4%. Sul terreno della capacità rappresentativa rispetto all'intero corpo elettorale le due formazioni sono relegate a percentuali del tutto marginali rispettivamente 1,76% e 1,57%.

9) Proviamo allora a definire la consistenza delle coalizioni seguendo lo schema di presentazione alle politiche del 2022 e utilizzando le percentuali relative al totale degli aventi diritto: Centro destra 2022 25,97% 2024 22,25 (meno 3,72); centro sinistra (compresa più Europa con IV nel 2024) 2022 15,56, 2024 19,43 ( più 3,87); centro (2024 solo Azione) 2022 4,75 2024 1,57 (meno 3,18%) M5S 2022 9,42 2024 4,69% (meno 4,73) sinistra 2022 0,87 2024 1,03 (più 0,16%)


Passiamo all'analisi delle 5 circoscrizioni comprendente anche i dati delle formazioni non citate in precedenza:

NORD OVEST

Il totale dei voti validi è stato di 6.742.392 pari al 52,34% del totale aventi diritto, in calo del 10,07% rispetto alle europee 2019 e del 13,25% rispetto alle politiche 2022.

Fratelli d'Italia dopo aver guadagnato il 14,15% tra le europee 2019 e le politiche 2022 (da 443.136 voti a 2.136.299) ha fatto registrare un calo nelle europee 2024 ottenendo 2.083.380 voti (52.919 voti in meno) corrispondente in percentuale a un meno 1,45 %. In percentuale sul totale degli aventi diritto le altre forze del centro-destra hanno fatto registrare : Forza Italia e moderati un meno 0.89, Lega meno 1,99%. In sostanza la coalizione di governo ha registrato, tra le politiche 2022 e le europee 2024 un calo complessivo del 4,33%. Da ricordare la parabola complessiva della Lega, esempio plastico della fase di intensa volatilità elettorale cui si faceva cenno: da 3.190.306 voti (25,00%) nelle europee 2019 a 995.732 (8,21%) nelle politiche 2022 fino agli odierni 802.029 suffragi (6,22%) riducendosi a un quarto dei voti ottenuti 5 anni prima.

Sulla sponda dell'opposizione il PD tra le politiche 2022 e le europee 2024 appare sostanzialmente stabile dopo essere calato dello 0,60% tra europee 2019 e politiche 2022 ( politiche 2022 1.552.555 voti; europee 2024 1.553.821 voti) calando in percentuale per via della crescita dell'astensione (da 12,80% a 12,06%, flessione dello 0,74%).

Indiscusso notevole successo per la lista Verdi-Sinistra che presentava Ilaria Salis per una battaglia di libertà e diritti: le due liste presentatesi separate alle Europee 2019 raccogliendo complessivamente il 2,39 nelle politiche 2022 con lista unica erano salite a 315.384 voti pari al 2,60 sull'intero corpo elettorale: quota ancora in progresso nelle europee 2024 fino a toccare i 479.274 suffragi (più 163 890) e 3,72%.

Fallimentare anche al Nord Ovest il connubio tra più Europa e Italia Viva: la lista patrocinata da Emma Bonino aveva raccolto da sola 305.512 voti (2,08%) nelle politiche 2022 scendendo a 254.069 nelle europee 2024 in alleanza con il partito di Matteo Renzi con una percentuale dell'1,97% (calo dello 0,11%). La percentuale dell'1,97% è stata raggiunta con 254.579 voti anche da Azione. Da ricordare che Azione e Italia Viva presentatesi assieme nelle politiche 2022 avevano raccolto 348.748 voti pari al 6,17% del totale degli aventi diritto.

Tra le europee 2019 e quelle 2024, con il passaggio delle politiche 2022 si è registrato un brutto calo del M5S: 2019 871.370 voti pari al 4,82%, 2022 681.674 voti pari al 5,62% fino al 4,91% pari a 632.693 voti nelle europee 2024.

Insufficiente per arrivare al seggio l'incremento fatto registrare dalla lista Pace, Terra, Dignità rispetto a quella di Unità Popolare presentata nel 2022: UP ebbe nel Nord Ovest 95.328 voti pari allo 0,79% mentre PTD ha avuto, nel 2024, 139.973 voti con l'1,08% (un incremento dello 0,30%).

NORD EST

Tra il 2019 e il 2024 analogo turno di europee che si è registrato, proprio in questa Circoscrizione, il calo più vistoso da parte della Lega che 5 anni fa aveva raccolto 2.337.933 voti pari al 25,05% degli aventi diritto. La flessione era già apparsa vistosissima con le politiche 2022 con il consenso per la Lega disceso a 652.642 suffragi (7,41%) per assestarsi nel 2024 (europee) a 502.123 (oltre 1.800.000 voti perduti in cinque anni) con il 2,95% (quasi il 25% scomparso).

In questa circoscrizione appare più evidente che altrove l'interscambio diretto tra Lega e Fratelli d'Italia: nel 2019 (europee) gli eredi del MSI avevano ottenuto 332.848 voti (3,56%) salendo a 1.680.521 (19,08%) nel 2022 per poi assestarsi (in calo) sui 1.573,500 voti (16,48%) nel 2024, turno delle Europee.

In ogni caso il centro-destra nel Nord Est arretra tra il 2019 e il 2024 dal 33,16% al 24, 68% complessivamente.

Il PD dopo essere calato tra il 2019 e il 2022 da 1,379.551 voti (14, 78%) a 1.240.684 (14,09) è risalito nel 2024 di circa 30.000 voti passando a 1.270.863, percentuale del 13,31% , un più 0,78%

Chiaro incremento per Alleanza Verdi Sinistra: politiche 2022 243.196 voti pari al 2,76%, europee 2024 332.358 pari al 3,48%.

Anche a Nord Est secco calo del M5S più che dimezzato tra il 2019 e il 2024: da 597.144 voti a 281.765 mentre più Europa, nonostante l'alleanza con Italia Viva è calata da 192.179 voti (2022) a 150.450 (2024), flessione non recuperata da Azione ferma a 187.038 (1,95%).

Buon incremento di Pace, Terra, Dignità su Unità Popolare (2022) da 67.064 voti (0,36%) a 110.740 (1,16% nel 2024).

Complessivamente a nord est i voti validi hanno raggiunto la percentuale del 51,06% sul totale del corpo elettorale con una flessione di 11 punti rispetto al 2019 e di 16 punti rispetto al 2022.

CENTRO

Anche al Centro è stato netto il calo nella partecipazione sotto l'aspetto della quantità dei voti validi: nel 2019 furono il 57,59% degli aventi diritto, nel 2022 risalita fino al 65,07% e nel 2024 caduta al 49,76%, quindi al di sotto della soglia del 50%.

Rispetto al 2022 Fratelli d'Italia ha perso sia in cifra assoluta sia in percentuale: meno 207.861 voti tra il 2022 e il 2024, in percentuale 3,39%.

Il PD nel 2019 aveva raggiunto il 1.479.470 voti per 15,44% poi calato al 1.228.298 (13,60) nel 2022, risalita a 1.272.440 nel 2024 ma la crescita dell'astensione ha penalizzato la percentuale (sempre riferita al totale degli aventi diritto) ridotta al 13,23%.

Anche al Centro sicura l'ascesa di Verdi Sinistra: dai 234.566 voti (2,60%) del 2022 ai 358.772 voti (3,73%) del 2024.

Rispetto al 2019 dimezzato invece il M5S: aveva ottenuto 880.168 voti (9,18%) ridotti a 773.269 (8,60%) nel 2022, quota precipitata a 453.103 suffragi nel 2024 (4,71%)

Ancora più precipitosa la discesa della Lega: Nel 2019 1.845.135 voti (19,26%) ridotti a 381.265 (4,24%) nel 2022 ulteriormente contratti a 321.350 nel 2024 con il 3,34%. In percentuale sul totale dei voti validi la Lega, tra il 2019 e il 2024, ha lasciato sul terreno quasi 16 punti percentuali (in questo caso la crescita di Fdi tra il 2019 e 2024 è stata di quasi 14 punti a ulteriore testimonianza dell'interscambio avvenuto tra le due formazioni).

Nel periodo in esame in calo Forza Italia e assoluto fallimento dell'alleanza più Europa-Italia Viva: nel 2022 la formazione diretta da Emma Bonino aveva raccolto 173. 793 voti (1,93) nel 2022; voti saliti a 190.515 nel 2024 (incremento dell'alleanza con Renzi nel 2024 : 16.722 voti per lo 0,05%).

In crescita, rispetto a Unione Popolare, la lista Pace, Terra, Dignità: da 94.837 voti a 128.117 (da 1,04% a 1,33%).

SUD

La perdita di voti validi al Sud è stata dell'2,14% tra il 2022 e il 2024 e del 5,07% tra il 2019 e il 2024.

Un dato di forte discesa ha caratterizzato l'esito del voto in questa circoscrizione:

il M5S è calato dal 1.709.466 voti nel 2022 (in recupero rispetto al 2109) a 814.218 nel 2024: a livello di percentuale dal 15,62% al 5,73%, all'incirca del 10%;

la Lega, invece, dopo aver ceduto quasi completamente un patrimonio di 1.285.329 voti acquisito con le Europee del 2019, riducendosi a 300.379 voti nelle politiche del 2022(quasi un milione di voti in meno) è lievamente risalita a 331.108 voti pari al 2,77%.

Anche in questo caso il bottino leghista del 2019 è stato acquisito in larga parte da FDI partito da 414.133 voti (3,45%) nel 2019 e risalito a 1.223.493 voti nel 2022 (11,18%) con una leggera flessione nel 2024 (1.139.933 voti pari all'8,02%).

Calo netto anche per Forza Italia che tra il 2019 e il 2022 era risalita dal 5,61% al 7,08% per poi scendere nel 2024 al 4,36% (520.049 voti).

Più netta che altrove la risalita del PD al Sud: 2019 977.974 voti (8,15%), 2022 calo fino a 832.855 voti (7,61%) e infine sfondato il muro del milione di voti nel 2024 con 1.175.191 pari al 9,86% .

Anche al Sud l'Alleanza Verdi sinistra ha fatto registrare un risultato positivo tra il 2022 e il 2024: dall'1,35% al 2,29%. Debole per contro il risultato di Pace, Terra, Dignità: Santoro (2024) ha perso il confronto con De Magistris (2022) con 93.404 voti alla lista che fu guidata dall'ex sindaco di Napoli e89.818 voti conseguiti nel 2024 dalla lista del giornalista televisivo.

ISOLE

Nelle Isole si registra, rispetto alle politiche 2022, un calo particolarmente vistoso nell'espressione di voti validi: dal 51,75% sul totale degli aventi diritto al 35,43%.

Questo dati influisce ovviamente sull'esito del voto e tutti i partiti, tranne l'Alleanza Verdi Sinistra , Forza Italia e Pace, Terra, Dignità, fanno registrare un calo di consensi in cifra assoluta.

Verdi Sinistra invece salgono da 70.371 voti (politiche 2022) a 121.498 (europee 2024) con un riscontro percentuale da 1,33 a 2,17%.

Flessione particolarmente evidente per Fratelli d'Italia che risalita, tra il 2019 e il 2022, da 147.812 voti a 529.085 ha perso con le europee 2024 più di 100.000 voti fermandosi a 420.537 voti (10,05% a 7,53%).

Nel raffronto 2022 - 2024 il PD scende da 377.739 voti (7,17%) a 330.439 (5,92%); il M5S da 705.465 a 321.415 (13,40% a 5,75%).

Ancora la Lega, partita nel 2019 con 454.935 voti (8,06%) e transitata nel 2022 a 150.498 (2,85) e atterrata nel 2024 a 138.384 (4,43%).


In conclusione:

Media Nazionale dei voti validi 46,96

Media Nazionale delle liste rispetto al totale dei voti validi

PD 11,30%; Verdi Sinistra 6,37%; Stati Uniti d' Europa 1,76%, M5S 4,69%, Fratelli d'Italia 13,52%, Lega 4,22%, Forza Italia e Moderati4,51%, Azione 1,57%, Pace, terra, Dignità 1,03%, SVP 0,24%, Libertà 0,57%


Suddivisione nelle circoscrizioni:

Voti validi: Nord Ovest 52,34%, Nord Est 51,06%, Centro 49,76%, Sud 40,64%, Isole 35,43%

PD: Nord Ovest 12,06%, Nord Est 13,31%, Centro 13,23%, Sud 9,86%, Isole 5,92%

Verdi Sinistra. Nord Ovest 3,72%, Nord Est 3,48%, Centro 3,73%, Sud 2,29%, Isole 2,17%

Stati Uniti d'Europa: Nord Ovest 1,97%, Nord Est 1,57%, Centro 1,98%, Sud 1,99%, Isole 1,37%

M5S: Nord Ovest 2,73%, Nord Est2,95, Centro 4,71%, Sud 5,93%, Isole 5,75%

Fratelli d'Italia: Nord Ovest 16,17%, Nord Est 16,48%, Centro 15,45%, Sud 8,02%

Lega: Nord Ovest 6,22%, Nord Est 5,25%, Centro 3,34%, Isole 4,43%

Forza Italia e Moderati: Nord Ovest 4,91%, Nord Est 2,95% Centro 3,49%, Sud 4,36%, Isole 7,20%

Azione: Nord Ovest 1,97, Nord Est 1,95,Centro 1,53%, Sud 1,34%, Isole 0,52%

Pace Terra Dignità: Nord Ovest 1,08, Nord Est 1,16, Centro 1,33%, Sud 0,75%, Isole 0,79%

SVP; Nord Est 2,43%

Libertà Isole 2,11%







sabato 8 giugno 2024

PER LA RICOSTRUZIONE DELLA SINISTRA ITALIANA (in memoria di Felice Besostri)

 

In occasione dell'anniversario dell'assassinio di Giacomo Matteotti e in memoria di Felice Besostri mi permetto di riprendere il documento che, nel 2019, elaborammo sul tema del "Dialogo Gramsci - Matteotti" inteso come indicazione:

PER LA RICOSTRUZIONE DELLA SINISTRA ITALIANA:

LINEE DI SUCCESSIONE



di Franco Astengo e Felice Besostri





Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria ricostruzione.

Alcuni punti fermi di una tale rifondazione sono a nostro avviso ben individuabili e costituiscono i presupposti fondamentali della possibile ripartenza:

  1. L’inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al fallimento;

  2. la necessità di richiamarsi ad un patrimonio storico e culturale valido sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti antiche divisioni. Di qui l’impegno ad evitare d’ora in avanti ogni ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc., ecc.;

  3. è ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi) l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e “fratture” fondamentali, incrociandole però con le nuove contraddizioni imposte dal presente. Se da una parte infatti non basta più da sola l’antica “contraddizione principale” fra capitale e lavoro, certo non si può neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro strettamente legata al modo di produzione, o una strategia dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani: materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e diritto. Le faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare dentro una strategia complessiva di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo, occorre cambiarlo”;

  4. Strettamente connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica, finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi dall’aprire ad un’epoca di “noia democratica”, ad un mondo pacificato all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra infinita” ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o “democrazia recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare messo pericolosamente in discussione. Per questo la sua rifondazione è oggi più che mai una priorità per una nuova sinistra che voglia essere all’altezza delle sfide del tempo nuovo;

  5. della crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche alcune pulsioni che pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche, a quelle imperialiste, al ritorno di fantasmi quali il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo ovviamente deve essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta infatti elementi di emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione, così come si era presentato alla fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del 2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane quello di un rilancio concreto dell’internazionalismo e della prefigurazione di un modello economico e sociale alternativo a quello neoliberista;

  6. in questo quadro un “dialogo Gramsci - Matteotti”, che parta dalla loro analisi dell’avvento del fascismo dopo la fine della Grande Guerra, può essere propedeutico ad un rinnovato discorso culturale e politico di sinistra all’indomani della fine della Guerra Fredda (e in presenza dei ricordati fenomeni di crisi della democrazia e di fascismo di ritorno). Non ci interessa costruire una sorta di Pantheon comune fra compagne e compagni che hanno vissuto passate divisioni e che invece oggi sono unicamente impegnati ad affrontarne sfide nuove ed inedite; molto più interessante semmai una ricerca in mare aperto su quelle che definiamo “linee di successione” rispetto ai grandi del pensiero e dell’azione politica di sinistra del ‘900.

Ritornare a Gramsci e Matteotti dunque. E non solo in ragione del grande valore morale e politico rappresentato dalla loro comunanza di martirio, ma soprattutto per alcuni tratti comuni della loro analisi. Che ci paiono tanto proficue a tanta distanza di tempo ed entro tutt’altra temperie politica e sociale.

Come preziosa ci appare la coerenza e l’intransigenza, scevra di settarismo, che sempre sottese la loro vita.

Sicuramente qualcuno potrà trovare fra i due autori testi o passaggi contradditori tra loro: condanne reciproche, interventi svolti sull’onda del contingente, che in apparenza parrebbero smentire la praticabilità di una ricerca attorno appunto a comuni “linee di successione”, ma si tratterebbe di letture superficiali e strumentali. Non ci si rapporta così ai classici. E Gramsci e Matteotti sono certamente dei classici della nostra modernità politica.

Di certo a noi non interessa indulgere in polemiche di corto respiro.

Molto più utile fissare alcune “linee” di lavoro:



  1. intanto l’impegno a sviluppare una adeguata “profondità di pensiero politico”. Potrebbe essere utile in questo senso riscoprire la categoria di “pensiero lungo”, a indicare uno sforzo di analisi e proposta che abbia respiro e profondità; premessa indispensabile tanto alla ricerca delle origini classiche di una teoria critica dell’esistente, quanto alla immaginazione e realizzazione di scenari futuri all’insegna della qualità e della civiltà;

  2. recuperare poi la capacità di riflessione e intervento sul presente che fu innanzitutto propria di Gramsci e Matteotti. Se il primo infatti è stato tanto l’organizzatore degli operai di Torino, quanto l’acuto interprete dei termini essenziali della “questione meridionale” (all’epoca coincidente in larga parte con la “questione contadina”), Matteotti è stato il riferimento dei braccianti di una delle zone più povere e d’intenso sfruttamento, quella del Delta del Po, ma anche chi indagò e denunciò le trame spesso oscure che intrecciavano già allora finanza e sfruttamento delle fonti energetiche;

  3. ma decisiva è anche la questione morale. In Gramsci essa costituiva una sorta di stile di pensiero e di vita, strettamente connessa alla fatica del pensiero, al rigore degli studi e delle analisi indispensabili all’azione politica di una classe operaia che doveva essere classe dirigente nazionale. Ebbene era la stessa serietà e intransigenza che animava Matteotti, quella che sempre ne sostenne l’azione politica e parlamentare; si pensi solo alla capacità d’inchiesta, alla fermezza con cui agitò proprio la “questione morale” in faccia al fascismo rampante, quella stessa che costituì la vera ragione della sua condanna a morte;

  4. ora fu proprio una radicale e coerente capacità di analisi a consentire sia a Gramsci sia a Matteotti di antivedere le dinamiche sociali e politiche che avrebbero portato al regime fascista. La cosa è tanto più significativa perché le loro intuizioni si sviluppavano in un clima nel quale, anche in ambiente antifascista, inizialmente ci si illuse che il movimento mussoliniano potesse essere solo un fenomeno passeggero, una “parentesi”, magari addirittura utile per riportare all’ordine liberale, dopo i drammi della guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra. Del resto allora addirittura a sinistra vi fu chi non riuscì a cogliere la pericolosità del fenomeno, considerandolo mero elemento degenerativo del capitalismo, cui ovviare attraverso il mero rilancio della dinamica della lotta di classe.

Ebbene le analisi ben altrimenti approfondite di Gramsci e Matteotti, un certo stile intellettuale e morale, tornarono utili non solo dopo il 1945 per la ricostruzione dei grandi partiti della sinistra dell’Italia repubblicana, ma mantengono un’intatta utilità ancora oggi, in un paese in cui la sinistra è letteralmente scomparsa e ci troviamo di fronte a problemi immani ed inediti di rifondazione e ricostruzione.

Per questo ci sembra indispensabile avviare un processo di “confronto costituente”. Gramsci e Matteotti possono contribuire a trovare la giusta direzione di marcia.

Resta per altro per noi chiaro che quella che ci attende non è una operazione di mero valore scientifico, individuare infatti le linee “di frattura” e “di successione” deve servire a meglio preparare il terreno per lo sviluppo del più alto livello possibile di progettualità sistemica.

Se ancora a cavallo tra il XIX il XX secolo definire cosa fosse il socialismo era abbastanza semplice e la divisione era su come raggiungere l’obiettivo di una società senza classi e con i mezzi di produzione in proprietà collettiva, oggi non solo in quel che resta della sinistra ci sono profonde differenze programmatiche, ma proprio il punto del socialismo è tutt’altro che condiviso. Si tratta dell’ennesima riprova della profondità di una crisi che è politica, teorica, morale, di classi dirigenti.

Di qui l’esigenza, che avvertiamo impellente, di un ripensamento dei fondamenti di una teoria e pratica politica che possano dirsi di sinistra, socialiste, riformiste, radicali, intransigenti.

Partire da Gramsci e Matteotti dunque come modo migliore per riprendere il cammino. Per dare sostanza ad un progetto politico ambizioso: che mira a ridare a poveri e sfruttati il loro partito e alla democrazia italiana una soggettività politica indispensabile. Necessaria alla sua qualità, alla sua rappresentatività, alla sua stessa sopravvivenza.

giovedì 6 giugno 2024

CAMPAGNA ELETTORALE: TRA PALAZZO CHIGI E LEGA, DEMOCRAZIA RECITATIVA E DEMOCRAZIA DEL PUBBLICO

 

CAMPAGNA ELETTORALE: TRA PALAZZO CHIGI E LEGA, DEMOCRAZIA RECITATIVA E DEMOCRAZIA DEL PUBBLICO di Franco Astengo

In questa campagna elettorale in vista delle Europee 2024 è apparso interessante il confronto tra Palazzo Chigi e la Lega.

I due soggetti in gara fra loro sono stati costretti a dismettere il punto in comune su cui avevano sviluppato la loro alleanza negli anni scorsi e che aveva costituito la base solida del centro destra: beninteso attraversando fasi diverse tra il 2019 e il 2022 con una partenza di assoluta egemonia elettorale da parte della Lega poi rovesciata da Fratelli d'Italia.

Fratelli d'Italia ha utilizzato la volatilità elettorale inserita nell'agone dall' ascesa e declino del M5S e la conseguente crescita dell'astensione.

Così il sorpasso di Fratelli d'Italia è avvenuta "in discesa": alle Europee 2019 il partito di maggioranza relativa (Lega) si era assestato attorno ai 9 milioni di voti; nelle politiche 2022 la quota della maggioranza relativa, questa volta toccata a FdI, si è fermata a soli 7 milioni di suffragi.

Torniamo all'elemento comune tra i due soggetti in competizione con freccia a destra..

Il tema in questione è quello della cosiddetta “democrazia del pubblico: elemento utilizzato dalla Lega indipendentemente dallo stare o meno al governo.

Nel caso si ricorda che la Lega stessa si collocò all'opposizione del governo Monti ma non a quello Draghi che ebbe, invece, l'opposizione di FdI.

Intanto va detto che da tempo si è proceduto ad una forma di comunicazione politica che affonda le sue radici nella strategia del marketing, attraverso rappresentazioni iconiche, slogan immediatamente assimilabili, che per la loro banalità non richiedono sforzi ermeneutici per essere decodificati e impressi nella memoria, dando vita ad una “politica indiziale” che anticipa i nostri desideri con un'arte manipolatoria che suscita transfert di realtà.

In questo solco si colloca anche l'utilizzo dell'intreccio tra media e sondaggi, considerato “principio di legittimazione politica e istituzionale sempre più importante, perché agisce in tempo reale, trasformando la democrazia in semplice momento di raccolta del consenso”.

Bernard Manin, filosofo politico francese, dedica alla democrazia del pubblico molto spazio all'interno del suo testo dedicato ai “Principi del governo rappresentativo”.

La formula della democrazia del pubblico descrive, per Manin, un'epoca in cui i partiti cedono spazio alle persone, intese come moltitudine, l'organizzazione alla comunicazione, mentre le identità collettive si indeboliscono, svuotandosi e facendosi attrarre dalla fiducia personale diretta: lo spazio della rappresentanza coincide con lo scambio tra leader e “opinione pubblica”, attraverso i media, nei termini sopra indicati, e ovviamente a senso unico, cioè asimmetricamente

In Italia -nella rincorsa della democrazia del pubblico- viene persino scippato il concetto di opinione pubblica intesa come corpo di garanzia e dibattito sulle pubbliche scelte.

Entrambi i soggetti in questione Lega e FdI avevano utilizzato sia pure con alterne questo schema nelle precedenti campagne elettorali (tra l'altro provenendo entrambi da tradizioni di formazioni politiche fortemente strutturate come MSI e Lega Nord).

In questa campagna elettorale la Lega ha continuato a usare lo schema della "democrazia del pubblico" per esercitare la funzione "dentro/fuori" nella dinamica istituzionale di governo dentro la quale avrebbe dovuto essere costretta: esempio, in finale di campagna, la critica sostanziale al sostegno all'Ucraina e la polemica sulla sovranità europea con il Presidente della Repubblica (in entrambi i casi lo scopo quello di attirare le cosiddette "estreme del rifiuto").

Ovviamente FdI assurta a Palazzo Chigi ha dovuto cambiare modulo e, in questi giorni, la signora Presidente del Consiglio accortasi dell'inefficacia di un semplice "aplomb" istituzionale di copertura è ricorsa allo schema della "democrazia recitativa".

Schema di "democrazia recitativa" utilizzato sicuramente nel caso del tema delle liste d'attesa in sanità e del trasferimento di migranti in Albania (soluzione che ha trovato grande interesse in altri Paesi Europei).

Rimane in comune tra "Democrazia del Pubblico" e "Democrazia Recitativa" il fenomeno della personalizzazione della politica di cui dobbiamo ricordare le origini del pieno sdoganamento all'epoca della discesa in campo di Silvio Berlusconi (anche se il "fattore personalizzazione" circolava già da tempo nel sistema politico italiano).

Nel caso della Democrazia Recitativa il fenomeno si colloca a livello di governo  dove gli attori principali diventano il capo e la folla che lo ha eletto, l’uno sempre più dotato di libertà di movimento e di potere, l’altra ridotta a semplice “moltitudine votante”, plaudente ed acclamante, ma completamente priva di influenza sul potere.

La Democrazia Recitativa è simile a quelle forme di governo democratico che già gli antichi greci conoscevano e criticavano, stiamo parlando di raffinate forme di demagogia, che inducono, tramite a far apparire il rapporto tra il leader e la folla dei votanti un esempio di funzionamento democratico della Società.

Il meccanismo è tanto semplice quanto subdolo ed inarrestabile: io ti prometto, tu mi voti, io non mantengo.

La campagna elettorale viene convertita nell’allegoria di una lotta in cui si decide sempre e comunque il futuro del popolo e il destino della nazione attraverso il plebiscito sul "si" o il "no" riguardante una persona, che rimane l'obiettivo della Presidente del Consiglio sicuramente appassionata, per i suoi riferimenti ideologici e storici, all'arma del plebiscito.

In sostanza possiamo affermare che l'utilizzo della "Democrazia del Pubblico" appare ideale dall'opposizione (nel caso, attraverso un acrobatico esercizio di "doppiezza", la direzione della Lega ignora la propria presenza al governo sia in sede nazionale che locale; anzi facendo proprio di questo schema della "democrazia del pubblico" un'arma di lotta politica interna) perché utilizzabile meglio da un apparente deficit di potere mentre la "Democrazia Recitativa" funziona meglio se diffusa dai canali di Palazzo Chigi proprio quale espressione di un esercizio della potestà di governo conferita direttamente dal "popolo".

Domenica sera vedremo quale schema avrà funzionato meglio con l'augurio che entrambe le interpretazioni del populismo abbiano fallito.