venerdì 31 gennaio 2025

DEMOCRAZIA DEL PUBBLICO E DEMOCRAZIA RECITATIVA

DEMOCRAZIA DEL PUBBLICO E DEMOCRAZIA RECITATIVA di Franco Astengo Premesso che occorre sempre ricordare che Fratelli d'Italia rappresenta un partito che non è stato votato da circa 43 milioni di italiane e di italiani . Il il grado di rappresentatività degli esponenti di FdI compresa la presidente del consiglio è molto basso nei voti reali ( i sondaggi segnalano soltanto le percentuali, sde hanno risposto in 8 e 4 ti hanno indicato hai il 50%). E' ancora necessario considerare che l'innesto dello scontro oggi in atto con la magistratura appartiene per intero alle categorie della "democrazia del pubblico" e della "democrazia recitativa", come del resto era riconducibile alle stesse categorie dell'analisi politica il tipo di scontro svoltosi tra gli anni '90 del XX secolo fino all'inizio degli ani'20 del XXI. Nell'avviarsi cioè della fase del sorgere di accentuati punti di crisi della capacità democratica di espressione della rappresentanza. Intanto va detto che da tempo si sta procedendo ad una forma di comunicazione politica che affonda le sue radici nella strategia del marketing, attraverso rappresentazioni iconiche, slogan immediatamente assimilabili, che per la loro banalità non richiedono sforzi ermeneutici per essere decodificati e impressi nella memoria, dando vita ad una “politica indiziale” che anticipa i nostri desideri con un'arte manipolatoria che suscita transfert di realtà. In questo solco si colloca anche l'utilizzo dell'intreccio tra media e sondaggi, considerato “principio di legittimazione politica e istituzionale sempre più importante, perché agisce in tempo reale, trasformando la democrazia in semplice momento di raccolta del consenso”. Bernard Manin, filosofo politico francese, dedica alla democrazia del pubblico molto spazio all'interno del suo testo dedicato ai “Principi del governo rappresentativo”. La formula della democrazia del pubblico descrive, per Manin, un'epoca in cui i partiti cedono spazio alle persone, intese come moltitudine, l'organizzazione alla comunicazione, mentre le identità collettive si indeboliscono, svuotandosi e facendosi attrarre dalla fiducia personale diretta: lo spazio della rappresentanza coincide con lo scambio tra leader e “opinione pubblica”, attraverso i media, nei termini sopra indicati, e ovviamente a senso unico, cioè asimmetricamente (c'è molta filosofia negriana della rivoluzione). In Italia -nella rincorsa della democrazia del pubblico- è stato persino scippato il concetto di opinione pubblica intesa come corpo di garanzia e dibattito sulle pubbliche scelte. Lo schema di "democrazia recitativa" è stato già utilizzato in precedenza nel caso del tema delle liste d'attesa in sanità e del trasferimento di migranti in Albania e nella costante capacità di rinvenire un "nemico" attorno alle cui presunte condizioni di conflitto ottundere la realtà. Diverso invece lo schema utilizzato per il tema "sicurezza" per il quale si sta intrecciando l'alimentazione di paure (anche con sapore razzistico) e populismo. Rimane in comune tra "Democrazia del Pubblico" e "Democrazia Recitativa" il fenomeno della personalizzazione della politica di cui dobbiamo ricordare le origini del pieno sdoganamento all'epoca della discesa in campo di Silvio Berlusconi (anche se il "fattore personalizzazione" circolava già da tempo nel sistema politico italiano). Nel caso della Democrazia Recitativa il fenomeno si colloca a livello di governo  dove gli attori principali diventano il capo e la folla che lo ha eletto, l’uno sempre più dotato di libertà di movimento e di potere, l’altra ridotta a semplice “moltitudine votante”, plaudente ed acclamante, ma completamente priva di influenza sul potere ("se mi si indaga si danneggia la Nazione"). La Democrazia Recitativa è simile a quelle forme di governo democratico che già gli antichi greci conoscevano e criticavano, stiamo parlando di raffinate forme di demagogia, che inducono, tramite a far apparire il rapporto tra il leader e la folla dei votanti un esempio di funzionamento democratico della Società. Il meccanismo è tanto semplice quanto subdolo ed inarrestabile: io ti prometto, tu mi voti, io non mantengo e segue - appunto - la logica demagogica dell'annuncio utile a spostare i problemi in un orizzonte indefinito. La campagna elettorale viene convertita nell’allegoria di una lotta in cui si decide sempre e comunque il futuro del popolo e il destino della nazione attraverso il plebiscito sul "si" o il "no" riguardante una persona, che rimane l'obiettivo della Presidente del Consiglio sicuramente appassionata, per i suoi riferimenti ideologici e storici, proprio all'arma plebiscitari. In sostanza possiamo affermare che l'utilizzo della "Democrazia del Pubblico" appare ideale dall'opposizione perché utilizzabile meglio da un apparente deficit di potere mentre la "Democrazia Recitativa" funziona meglio se diffusa dai canali di Palazzo Chigi proprio quale espressione di un esercizio della potestà di governo conferita direttamente dal "popolo".

SAVONA: INCONTRO CON IL VESCOVO TRA CULTURA E RICERCA DI RICONOSCIMENTO RECIPROCO

SAVONA: INCONTRO CON IL VESCOVO TRA CULTURA E RICERCA DI RICONOSCIMENTO RECIPROCO di Franco Astengo Nel corso dell'incontro (30 gennaio) che il vescovo Marino ha voluto organizzare per confrontarsi con una categoria indefinita come quella degli operatori culturali attivi in una piccola realtà provinciale come quella di Savona è stato sollevato un punto fondamentale riguardante lo spinosa questione del "tempo presente". Il punto, cioè, della difficoltà di riconnettere la pratica di forme di cultura "alta" (è emerso anche, da nostro punto di vista, un elemento di dissenso con quanto esposto dal vescovo Marino nerlla sua introduzione : mai come in questa fase storica c'è stridore tra quella che era a suo tempo considerata cultura umanistica - ovviamente non semplicemente il latinorum - e la cosiddetta cultura scientifica che sta ormai assumendo i caratteri della tecnocrazia) con le forme di cultura per così dire "antropologica" riducibile alla fine al senso comune di una società che si vede come "disgregata". Una difficoltà di connessione (una difficoltà che emerge paradossalmente proprio in questi tempi di "iperconnessione") che, escludendo il linguaggio ecclesiale, andrebbe affrontata - come giustamente è stato richiamato - attraverso una contaminazione di linguaggi e di segni che stanno attraversando diverse categorie generazionali e sociali a partire da quello dei rapper o della digitalizzazione, tanto per fare gli esempi più facili di una condizione di solitudine vissuta (digitalizzazione) o descritta ( i rapper, veri cantori solitari della disperazione). E' difficile ritrovare un punto di vista espresso da chi cerca di produrre in vari settori valorizzazione culturale e ha difficoltà ad uscire dal recinto del raccontare sé stesso e questo elemento rende problematico affrontare la richiesta di contaminazione. Forse è indispensabile, ancora una volta, ricorrere alla storia. Nel nostro caso rivolgendosi alla storia del nostro territorio non si può che far riferimento ai decenni centrali del '900 quando Savona aveva forgiato una sua identità, quella contrassegnata dalla presenza "forte" (senza voler usare la categoria gramsciana dell'egemonia) dell'etica operaia, rivolta al lavoro, allo stile di vita sobrio ed essenziale, allo studio come fattore di elevazione sociale e anche morale, all'impegno civile inteso quale presupposto indispensabile per l'esercizio dell'impegno politico. L'affermarsi dell'etica operaia ha consentito nel tempo non solo i passaggi della ricostruzione materiale ma soprattutto di vivere momenti di forte innovazione anche sul piano stesso della produzione culturale e dell'agire politico: agire politico cui forse varrebbe la pena di dedicare una riflessione particolare e compiuta. Il richiamo al tema del lavoro si situa oggettivamente nel mutamento vorticoso in atto e nel presentarsi di passaggi difficili e complicati. Il confronto con il procedere della Storia allora potrebbe toccare anche alla Chiesa attaccata dalla secolarizzazione. Tra la Chiesa e la Storia dovrebbe situarsi una complessa visione di reciprocità con il procedere di una ricerca culturale rivolta all'essenza del genere umano. Un'essenza dell'umano (un nuovo umanesimo) posto sul terreno di una globalità ricondotta alla realtà di tutti i giorni.

giovedì 30 gennaio 2025

L'ASSOCIAZIONE "IL ROSSO NON E' IL NERO": UN IMPEGNO PER 5 SI' NEI REFERENDUM SUL LAVORO E LA CITTADINANZA

L'ASSOCIAZIONE "IL ROSSO NON E' IL NERO" : UN IMPEGNO PER 5 SI' NEI REFERENDUM SUL LAVORO E LA CITTADINANZA Nella primavera prossima si svolgeranno i referendum sulla legislazione del lavoro e sui tempi di concessione della cittadinanza italiana per i quali CGIL e altre organizzazioni hanno raccolto milioni di firme a dimostrazione di una crescente sensibilità sociale su questi delicati temi. L'Associazione "Il Rosso non è il Nero" dichiara da subito la propria disponibilità a sostenere iniziative che puntino a raccogliere sui diversi quesiti il più largo consenso. Al riguardo dei referendum sui temi del lavoro si è riflettuto sulla connessione diretta, da presentare anche in campagna elettorale, tra i temi generali e la situazione locale. Una situazione locale che presenta aspetti di grande difficoltà proprio sulle prospettive di sviluppo del territorio dopo un lungo periodo di arretramento nella presenza della struttura industriale. La struttura industriale, particolarmente nel comprensorio savonese e in Val Bormida, ha accusato perdite di grandi dimensioni riducendo la quota di occupati nell'industria a circa un terzo rispetto agli occupati nel terziario. Settore terziario dove occorre ricordare si colloca un vero e proprio fenomeno di "lavoro povero" con la gran parte dei nuovi assunti a part-time e 15.000 lavoratrici e lavoratori con un salario disponibile al di sotto dei 10.000 euro annui lordi, oltre ad ampi fenomeni di lavoro nero ed evasione contributiva. Su questo insieme di ragioni si svilupperà il nostro impegno referendario per la pronuncia di 5 sì . Il nostro proposito sarà quello di tenere assieme quegli elementi della normativa generale in materia di lavoro che debbono essere immediatamente modificati e la necessaria capacità di proposta da portare avanti nella realtà locale. L'Associazione attribuisce grande importanza alla riduzione dei tempi di attesa nella concessione della cittadinanza (che rappresenta il tema del quinto quesito che andrà in votazione) verso soggetti in gran parte lavorativamente e culturalmente inseriti a pieno titolo nella Comunità e che stanno fornendo un grande contributo al suo sviluppo in una fase di vera e propria "desertificazione demografica" che dura ormai da tantissimo tempo. Il nostro lavoro cercherà anche di misurarsi anche le problematiche di tipo organizzativo auspicando la formazione di un soggetto di riferimento nella campagna elettorale provviste di forti capacità d'intervento in una espressione piena di pluralità politica, culturale, organizzativa.

mercoledì 29 gennaio 2025

DISSENSO E GIUSTIZIALISMO

DISSENSO E GIUSTIZIALISMO di Franco Astengo L'attualità della vicenda legata alla "Liberazione con aereo di Stato" del libico Almansri suggerisce due considerazioni diverse tra loro ma egualmente coerenti: 1) "L'atto dovuto" di trasmissione al Tribunale dei Ministri della denuncia avanzata dall'avv. Li Gotti nel merito della vicenda riguardante la già citata fuoriuscita dall'Italia del libico Almansri (firmato con ottocenteschi "ossequi" dal Procuratore di Roma) ha consentito alla presidente del Consiglio di alzare ancora una volta il tiro al riguardo della presunzione di "passività complottistica" che anima le sue giornate. Sarà uno schema abusato ma deve essere ricordato ancora una volta che lo scontro Magistratura - Governo ( o ceto politico) può anche risultare utile allo scopo di ottundere e coprire la realtà di un modo di governare allineato alle peggiori destre mondiali, supino di fronte alla nuova frontiera del dominio tecnocratico, incapace di fronteggiare le tante questioni critiche che via via si sollevano nella vita quotidiana del Paese (sanità, lavoro, ecc.). Attenzione a non lasciare la percezione pubblica dell'azione del dissenso posta al di fuori dell'azione del Parlamento, dei Partiti, dei corpi sociali e considerato soltanto alla stregua di uno scontro istituzionale posto al di fuori della condizione materiale delle classi. Chi intende cercare di costruire un'alternativa cerchi di non rifugiarsi negli anfratti della contesa tra il corpus dei giudici e inquirenti e questo Governo: non proviamo a cercare sostitutivi che già in passato hanno fornito esiti negativi alimentando tifoserie dell'anti politica che poi hanno abbandonato il campo alle prime difficoltà lasciandoci scoperti con un 50% di astenuti e gli esiti di incerti di governi giallo - qualcosa. 2) Le origini politico - culturali di questo avv. Li Gotti che ha presentato la denuncia oggi oggetto del contendere dello scontro in atto consentono una considerazione che riguarda anche la storia della parte predominante nel governo, cioè Fratelli d'Italia. L'avv. Li Gotti ha militato nel MSI all'epoca in cui questo partito (nelle cui fila muoveva i primi passi l'attuale presidente del Consiglio) aveva costruito sul giustizialismo la propria presenza in particolare nella fase di "Tangentopoli". Successivamente lo stesso avv. Li Gotti è passato all'Italia dei Valori: anticamera del M5S e di quell'anti politica già richiamata poco sopra. Ricordo due episodi: se può risultare incerta e comunque frammista la partecipazione di militanti missini al famoso "lancio delle monetine" rivolto a Craxi all'uscita dell'Hotel Raphael (punto di massima drammatizzazione politica della vicenda "Mani Pulite") è sicuramente attribuibile al MSI (organizzatore Teodoro Buontempo) e al Fronte della Gioventù la manifestazione del 2 aprile 1993 davanti a Montecitorio e ricordata per lo slogan "Siete circondati" rivolto verso i parlamentari. Ci troviamo quindi nel pieno del filone giustizialista (ed anche forcaiolo) che ha caratterizzato in quel periodo il MSI che ne trasse grandi benefici politici al punto da essere sdoganato da Berlusconi e incluso (con l'etichetta di AN, usata pre-Fiuggi) nella doppia alleanza (Lega al Nord, MSI al Sud) che portò al primo governo di destra nel 1994. Dobbiamo quindi ricordare che Fratelli d'Italia conserva la fiamma del MSI nel suo simbolo a testimonianza di un arretramento storico rispetto alla stessa Alleanza Nazionale attraverso cui il ceto dirigente missino pensava di evolvere la propria storia. Fratelli d'Italia invece è nata come richiamo diretto alla realtà del MSI che, anche questo punto è bene ricordarlo, nacque come progenie immediata del Partito Fascista Repubblicano complice dell'invasione nazista dopo l'8 settembre con il corollario di morti, deportazioni, violenze che hanno segnato in modo indelebile la storia d'Italia. Il punto vero di questa situazione è che si rende necessario il recupero della politica in funzione di "visione della società" e di "pedagogia etica" : l'agire politico appare avvolto in una nebbia di vero e proprio smarrimento di senso e di restringimento d'ottica in un eterno presente simboleggiato dalle destre al potere in molte parti del mondo che stanno applicando con forza lo schema della riduzione nel rapporto "politica e società" unito all'idea della decisionalità personalistica in funzione di una "democrazia del pubblico" che si sta trasformando nella piattaforma per l'espansione del modello autocratico a Est come a Ovest.

lunedì 27 gennaio 2025

FORMULA ELETTORALE, RAPPRESENTANZA, GOVERNABILITÀ' di Franco Astengo Partiamo dal basso della "macelleria politica": la proposta di Franceschini del "marciare divisi per colpire uniti" (Von Moltke) ha riavviato, sia pure flebilmente, il dibattito sulla formula elettorale in Italia, tema abbandonato da tempo in favore di soluzioni come quella del premierato (del resto ormai in declino). Bisognerebbe comunque affrontare l'intero tema elettorale non soltanto quello della formula che traduce voti in seggi: una scelta di riflessione di fondo andrebbe imposta tenendo conto dalla larghezza della disaffezione al voto che ormai mette in discussione la legittimità dell'esito delle urne. I primi due partiti usciti dalla tornata europea Fdi e PD rappresentano sommati circa il 24% dell'intero corpo elettorale e questo fatto rappresenta un problema democratico. Per di più la sciagurata riduzione del numero dei parlamentari ha agito - assieme - sia sulla rappresentanza politica sia su quella territoriale, funzionando da ulteriore punto di lacerazione tra l'elettorato e le forze politiche. Purtuttavia anche la cosiddetta "proposta Franceschini" si preoccupa soltanto del lato "governabilità" del problema trascurando totalmente come avviene da tanto tempo la parte "rappresentanza". In realtà il tema del governo andrebbe affrontato per scavare a fondo il significato vero del termine, chiamando in causa i “fondamentali” della filosofia politica. Con l’avvento della concezione della divisione dei poteri per culminare, nell’età classica della dottrina, nella pratica dello Stato di diritto, il “governo” è stato progressivamente ricondotto al profilo del semplice potere esecutivo, quale esecutore della volontà popolare sovrana rappresentata dal potere legislativo. Nasce qui la distinzione tra legge e decreto (come fa notare Kant, nella “Metafisica dei Costumi”), tra norma generale e norma particolare, e sarà su questo punto che partirà un processo di delimitazione e ridefinizione dell’ambito dell’attività di governo rispetto alla funzione legislativa che, nella nostra Costituzione, assume la denominazione (non effimera) di “Repubblica Parlamentare” e si stabilisce la “Centralità del Parlamento” (Il “Parlamento come specchio del Paese” nella visione togliattiana). La Costituzione disegna con grande chiarezza lo scenario della centralità del Parlamento e della presenza nelle istituzioni di un largo spettro di rappresentatività, sia sotto l’aspetto delle idealità che delle capacità progettuali. In quale punto allora si è innestato il meccanismo di una vera e propria “inversione di tendenza” rispetto al dettato costituzionale? Attorno agli anni’70-’80 del secolo scorso era partito il dibattito sul cosiddetto “eccesso di domanda”: dalla società saliva ormai verso la politica la richiesta di un consolidamento e di un allargamento dei meccanismi universalistici del welfare e salivano di tono le rivendicazioni operaie in tema di salario e garanzie del lavoro; richieste ormai non più riservate a determinate e precise aree dell’Occidente capitalistico. La risposta è stata duplice: da un lato la spinta a recuperare il ruolo prioritario degli “spiriti animali” del capitalismo attraverso il lancio di una forte controffensiva portata avanti su entrambe le rive dell’Atlantico attraverso le opzioni di un “liberismo selvaggio”; dall’altro lato la spinta a ridurre il rapporto tra politica e società attraverso il taglio del cosiddetto “eccesso di domanda”. Nasce da questo punto il dibattito sulla “governabilità” e la ricerca di nuove forme – autoritative – di governo e sorge anche una distinzione tra “governance”, espressione di un potere articolato sul territorio per rispondere, spezzettando le diverse problematiche, in maniera sostanzialmente neo-corporativa ai bisogni espressi dai ceti sociali più forti e “governament” utilizzato per normalizzare le dinamiche sociali più fortemente conflittuali, attraverso l’espressione di un potere centrale fortemente concentrato e posto, attraverso opportuni tecnicismi che dovrebbero includere anche la legge elettorale, al riparo da dibattiti giudicati inopportuni. Nessuna risposta, insomma, in termini di allargamento democratico, di ruolo delle istituzioni rappresentative, di presenza dei soggetti intermedi (partiti, sindacati), la cui funzione nel frattempo è stata ridotta al solo rango di selezionatori del personale di governo, provvisti di denaro ed elargitori di “incentivi selettivi” e non certo di soggetti propositori della rappresentanza politica e sociale. Si sono così smarrite le coordinate di fondo dell’appartenenza sociale e del legame diretto tra questa e l’appartenenza politica, si è perso il ruolo di sede di confronto dialettico da parte del Parlamento e l’idea di “governo” come esecutivo è via, via evaporata fino a ricomparire il fantasma della stabilità: una sorta di “Pax romana” della politica e si sta insistendo su questa strada sulla quale non si potrà che incontrare ulteriori danni inflitti alla democrazia. Diventa così decisivo affrontare il tema della rappresentanza, ponendosi una domanda: attorno a quale contraddizione si può collocare il confronto a questo livello, come si regola oggi la relazione tra struttura e sovrastruttura e la relativa ricaduta sulla presenza istituzionale e la forma di governo (quest’ultima appare, infatti, decisamente incamminata sul terreno dell’autocrazia tecnocratica)?. Tutto questo in tempi di vero e proprio disfacimento dell’azione politica. Il salto nella capacità di delineare una prospettiva si gioca, almeno a mio giudizio, nel passaggio da un generico riferimento alla necessità di soggettività ad una proposta di modello di organizzazione della rappresentanza nelle condizioni economiche, culturali, sociali (di mutamento antropologico, come è stato fatto notare) date e futuribili, almeno nel medio periodo (constata anche la velocità assunta dal procedere dei cicli storici così come è imposta dal vorticare dell’innovazione). Vanno in discussione i diversi livelli di organizzazione e aggregazione nel rapporto tra società, corpi intermedi, sedi di decisionalità politica: quel circuito che era stato garantito per un lungo periodo dal sistema dei partiti. Si tratta di reperire un modello di espressione del consenso sviluppato in sedi adeguate (forse non sarà più sufficiente la sola sede parlamentare e lo stesso corollario delle istituzioni locali) per arrivare ad affrontare in maniera sufficientemente equilibrata la normativa necessaria per regolare (e contenere) l'uso (e lo sviluppo) dell'intelligenza artificiale rispetto al modificarsi della molteplicità delle attività umane che dovranno relazionarsi in quella direzione. L'impressione su ciò che si sta verificando è quella di un'arretratezza "strutturale" della nostra discussione, qui alla periferia dell'Impero. Non basta discutere su di una governabilità appesa tra formula elettorale proporzionale o maggioritaria . Così restiamo destinati, alla fine, ad esprimere una rappresentanza mediocremente corporativa fondata su interessi immediati e non mediati da un'idea (necessaria da ricostruire) di una prospettiva futura.

venerdì 24 gennaio 2025

OLOCAUSTO E FIAMMA

OLOCAUSTO E FIAMMA di Franco Astengo Fratelli d'Italia partito di maggioranza relativa (con la modesta somma di voti di circa 6 milioni alle europee 2024) che esprime la presidenza del consiglio mantiene la "fiamma" nel proprio simbolo considerato elemento di continuità con il MSI trasformato nel 1995 in AN per suggellare l'ingresso nell'area di governo con l'alleanza di centro - destra organizzata da Silvio Berlusconi e (con una intuizione davvero notevole) suddivisa in una duplice alleanza nell'occasione delle elezioni del 1994: al Nord connubio tra Forza Italia e la Lega allora Nord (secessionista con venature razziste all'epoca antimeridionali: Forza Vesuvio e Forza Etna tanto per intenderci) e al Sud tra Forza Italia e il MSI presentato come Alleanza Nazionale per via dell'ingresso di qualche residuo democristiano (Publio Fiori e Gustavo Selva detto "Belva" tra gli altri). E' bene che la Fiamma rimanga, non siamo certo qui a chiedere di rimuoverla tanto più che la fiamma del MSI richiama direttamente la Repubblica Sociale dell'ultima tragica fase del fascismo a fianco dell'invasore nazista. In questi giorni di ricordo della "Memoria" dell'olocausto e di forte ripresa della presenza di simboli che si richiamano a quella tragedia, con esponenti di Fratelli d'Italia ripresi con addosso le divise delle SS è bene allora ricordare il ruolo vero che gli esponenti repubblichini ebbero in quella fase: esponenti repubblichini, primo fra tutti Giorgio Almirante che poi - nel dopoguerra - contribuirono a fondare il già richiamato MSI diretto progenitore (e rivendicato) dell'attuale Fratelli d'Italia. Ne scrive lo storico Carlo Saletti in un suo articolo : "Gli uomini di Eichmann in Italia. Così la Shoah arrivò nel nostro Paese". Riprendiamo allora un punto centrale del testo di Saletti: "Il Partito Fascista Repubblicano tracciando le linee programmatiche del nuovo regime offriva di fatto un solido appoggio alla svolta impressa alla "questione ebraica" nelle settimane precedenti. A metà ottobre (1943 n.d.r.) a conclusione del congresso di Verona aveva dichiarato gli ebrei "stranieri" e in tempo di guerra "appartenenti a nazionalità nemica" introducendo lo spirito delle leggi di Norimberga sul territorio della RSI. Il 30 novembre il ministro dell'Interno Buffarini Guidi trasmetteva ai capi delle province (prefetti) l'ordine di arresto degli elementi considerati di razza ebraica, anche se discriminati, del loro internamento in appositi campi provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati e di confisca dei loro beni. Tali decisioni convinsero l'alleato tedesco che le condizioni erano mature per un cambio di strategia nella caccia nella caccia agli ebrei nella penisola...Alle forze di polizia italiane sarebbe spettato di identificare e fermare tutti gli ebrei per concentrarli poi nelle apposite strutture, agli specialisti del RSHA (tedeschi sotto il comando diretto di Eichmann) di organizzare i trasporti , per quello che il gergo nazista definiva come il reinsediamento ebraico. Il prezzo di una tale collaborazione implicava la perdita delle autorità italiane degli arrestati e la subordinazione alla giurisdizione tedesca (un bell'esempio di sovranismo al contrario, n.d.r.). Vale allora la pena in questi giorni del ricordo rammentare questo fondamentale passaggio, aggiungendo la trilogia Partito Fascista Repubblicano, Movimento Sociale Italiano, Fratelli d'Italia : se qualcuno vuol pensare a un collegamento diretto di discendenza tra questi soggetti riteniamo sia libero di farlo.

martedì 21 gennaio 2025

REFERENDUM/PARLAMENTO

REFERENDUM/PARLAMENTO di Franco Astengo Le decisioni della Corte Costituzionale assunte ieri in materia referendaria aprono una stagione di grande complessità nella prospettiva del piano politico. Da un lato la possibile riapertura del confronto in Parlamento sul tema dell'autonomia differenziata e dall'altro la preparazione allo scontro elettorale su questioni relative alla giurisdizione del lavoro e della cittadinanza (entrambe prefiguranti un vero e proprio quadro di "civiltà giuridica") finiranno con una richiesta di intreccio tra lavoro parlamentare e operatività elettorale. Un intreccio tra lavoro parlamentare e prospettiva referendaria tale da richiedere comunque un salto di qualità nel rapporto tra le forze politiche dell'opposizione, il sindacato, i soggetti culturali che fin qui si sono occupati della difesa del dettato costituzionale. E' necessario stabilire una linea comune: sul lavoro parlamentare rispetto alle modifiche sull'autonomia differenziata deve valere il dato di abbandono della filosofia che a suo tempo ispirò negativamente la riforma del titolo V e che può essere riassunta come l'idea di inseguimento della Lega sul suo terreno al fine di accattivarsene la benevolenza. Si trattò di una linea politica sbagliata adesso improponibile in un quadro totalmente cambiato. E' necessario intervenire con una grande chiarezza di proposta che ponga il tema dell'autonomia locale nella situazione di un'attualità permeata da una idea diffusa di concezione del potere e non di una concezione di governo mentre le richieste già avanzate dalla regioni del Nord - Est fanno riaffiorare vecchi stilemi secessionisti (in questo quadro ci sta anche la questione del terzo mandato, nell'idea di ulteriore esasperazione del concetto di personalizzazione della politica). Nello stesso tempo sarà necessario lavorare in funzione dei referendum ammessi che riguardano punti delicati del rapporto di lavoro così come questo era stato modificato dal job act e la cittadinanza: punti divisivi nella storia del centro - sinistra e del quadro attuale dei soggetti all'opposizione. Difatti sono già stati annunciati distinguo collocati, anche in questo caso, dentro a vecchi filoni di pensiero politico: elaborati in un quadro completamente diverso dall'attuale. Su entrambi i punti, quello del lavoro e quello della cittadinanza, va ovviamente affiancata la capacità di mobilitazione organizzativa della CGIL che a mio giudizio dovrebbe funzionare da punto di riferimento complessivo: nello stesso tempo da parte delle forze politiche e dei soggetti di cultura politica dovrebbe partire una riflessione relativa al contesto complessivo all'interno del quale si svolgerà la contesa referendaria. Si tratta di un contesto non favorevole ad intese più o meno blandamente "riformistiche" ( con molte virgolette) ma di scontro politico e sociale molto duro attorno a contraddizioni ben definite ed evocate anche a livello internazionale nel connubio tra politica, economia, tecnica al punto da indicare una "narrazione" completamente diversa dal passato. Intendiamoci bene su questo punto: non siamo all'interno di un sistema di "bipolarismo temperato" come hanno cercato di far intendere i due convegni dei cattolici democratici e dei liberal riformisti svoltisi nella scorsa settimana: ci troviamo in uno scontro i cui termini sono stati ben delineati nel discorso di insediamento del nuovo presidente USA e applaudito con grande calore dalla presidente del consiglio italiana. Torniamo però specificatamente al tema dei referendum: i punti sui quali soffermarci sono almeno due: 1) il valore mobilitante dei quesiti di per sé che deve essere fortemente valorizzato indicandone la validità complessiva nel definire una proposta politica alternativa alla destra; 2) la capacità di realizzare nell'occasione referendaria una visione unitaria dell'opposizione alla destra. Opposizione dalla quale dovrebbero scaturire elementi comuni di soggettività consapevole al fine di favorire l'elaborazione di una necessaria progettualità alternativa (esattamente quello non seppero fare i soggetti posti a difesa della Costituzione in una visione progressista che si misurarono positivamente con il referendum del dicembre 2016). Su questi elementi andrà aperto immediatamente un confronto tra i soggetti interessati: il possibile asse PD-CGIL potrebbe rappresentare la spina dorsale di questa fondamentale operazione politica (senza rievocare ovviamente spettri del passato) ma la complessità di espressione dell'intera sinistra costituzionale avrà un ruolo molto importante sul versante politico, culturale, sociale; è necessaria una nuova connessione non dettata soltanto dal pericolo della destra che pure c'è ed è incombente; una connessione imposta essenzialmente dall'esigenza di fornire una prospettiva al futuro.

lunedì 20 gennaio 2025

RICCHEZZA E POVERTA' TRA SAVONA E ITALIA

RICCHEZZA E POVERTÀ' TRA SAVONA E ITALIA di Franco Astengo Il grido d'allarme lanciato dal segretario della Camera del Lavoro di Savona Andrea Pasa è' stato ampiamente confermato dalle analisi poste su di un piano più generale "“Precarietà e bassi salari sono gli unici dati che continuano ad aumentare in Provincia di Savona. Imprenditori e politica locale vogliono prendere coscienza della qualità dell’occupazione in provincia di Savona? Una qualità che continua a peggiorare, come evidenziano i dati INPS nel terzo trimestre 2024. Si perdono oltre 3 mila occupati dipendenti rispetto allo stesso periodo del 2023, oltre il 90% dei nuovi contratti è precario, e quasi la metà (46%) è a tempo parziale. Ciliegina sulla torta: nel 2024, meno 23% di passaggi a tempo indeterminato”. Dati confermati dall'osservatorio di Oxfam che saranno presentati alla "sagra del capitalismo" in programma come ogni anno a Davos, esclusiva località sciistica svizzera. Nel periodo post-pandemico, l’occupazione in Italia è migliorata, con un tasso di occupazione al 62,4% (grazie soprattutto all’occupazione over-50) e una disoccupazione al 5,7% (in parte dovuta alla crescita degli inattivi).,. Tuttavia, persistono problemi strutturali, come forti squilibri territoriali e ritardi occupazionali rispetto all’Unione Europea, con giovani e donne che soffrono di sotto-occupazione e bassa qualità del lavoro. A fronte dei miglioramenti occupazionali, i salari rimangono stagnanti: il salario medio annuale reale è invariato negli ultimi 30 anni. Tra il 2019 e il 2023, le retribuzioni lorde sono aumentate del 6-7%, ma l’inflazione del 17-18% ha ridotto il salario lordo reale di oltre 10 punti percentuali. In poderosa crescita da oltre un decennio, nel 2023, la povertà assoluta è rimasta stabile, coinvolgendo oltre 2,2 milioni di famiglie (5,7 milioni di persone) che non avevano risorse sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali. L’incidenza della povertà familiare è leggermente aumentata dall’8,3% all’8,4%, mentre quella individuale è rimasta al 9,7%. Il Governo appare poco preoccupato dal fatto che i contribuenti italiani più ricchi versino al fisco, in proporzione al proprio reddito, meno imposte dirette, indirette e contributi, rispetto ai cittadini con redditi più bassi e che l’85% degli italiani, trasversalmente a tutti i partiti, ritenga il nostro sistema fiscale profondamente iniquo. Il sistema fiscale italiano è frammentato in regimi favorevoli per alcune categorie, garantendo migliori condizioni fiscali a chi ha più potere o appartiene a specifici elettorati. Ciò prefigura  un tradimento del contratto sociale, con le stesse categorie che continuano a finanziare beni e servizi pubblici, come sanità e istruzione, sotto finanziati e permanentemente a rischio di ulteriori tagli. Preservare la frantumazione del sistema fiscale italiano in molteplici regimi preferenziali e scendere, in nome della lotta all’evasione, a patti iniqui con i contribuenti ritenuti meno fedeli al fisco è indicativo della poca attenzione dell’esecutivo per il basso grado di equità del nostro sistema fiscale e la tenuta sociale. La legge sull’autonomia differenziata ha rappresentano nel 2024 un ulteriore elemento di forte preoccupazione e sconcerto, ponendosi in netta antitesi ad un’azione di contrasto alle disuguaglianze. Il regionalismo competitivo cui è improntata la legge Calderoli, invalidato alla radice dalla Corte Costituzionale, ha messo ulteriormente a repentaglio l’uguaglianza dei cittadini che già oggi scontano gravi divari nella disponibilità e nella fruizione di servizi pubblici, marcatamente differenziati a seconda del territorio di residenza. In contrasto con l’idea di un regionalismo solidale, le scelte del Governo rischiano di trasferire, senza valide motivazioni, alle Regioni a statuto ordinario molteplici competenze esclusive su temi fondamentali delle politiche pubbliche e prefigurano un passaggio dal bilancio dello Stato a quello delle Regioni di una porzione consistente della spesa pubblica con un incentivo all’utilizzo poco efficiente e trasparente delle risorse. E' necessario ripensare profondamente le misure di contrasto a povertà ed esclusione lavorativa garantendo la possibilità di accedere a uno schema di reddito minimo a chiunque si trovi in difficoltà. Disincentivare l’utilizzo dei contratti non standard. • Definire i contratti collettivi principali. • Introdurre un salario minimo legale. • Perseguire politiche industriali che favoriscano la buona occupazione. • Introdurre condizionalità alle imprese per l’accesso agli incentivi pubblici La legge sull'autonomia differenziata va abrogata in toto attraverso il referendum sul cui esito positivo va posto il massimo impegno da parte delle forze politiche, del sindacato, delle associazione , dei soggetti sociali. Per chiudere con un ulteriore accenno alla realtà savonese occorre tornare al punto delle politiche industriali: il "cuore" di una possibile ipotesi di nuovo sviluppo per Savona e il suo hinterland dovrà essere formato da una triade di possibilità: 1) quella tecnologica, 2) quella infrastrutturale, 3) quella del ritorno ad una vera e propria "vocazione territoriale" per lo sviluppo,costruendo progettualità e andando ben oltre a confini limitati nello spazio a singole realtà territoriali. Sul discorso infrastrutturale va tenuto aperto un ulteriore capitolo :la risorsa principale di cui è necessario disporre è quella della realizzazione di infrastrutture in grado di far uscire dall'isolamento la nostra area e velocizzare al massimo la movimentazione

venerdì 17 gennaio 2025

AI, EUROPA, UMANESIMO

AI, Europa, umanesimo di Franco Astengo Confartigianato Savona ha organizzato nel pomeriggio del 17 gennaio un importante convegno sul tema del rapporto cruciale tra l'intelligenza artificiale e la creatività del lavoro: un tema sul quale l'Associazione sta lavorando per favorire lo sviluppo delle aziende e la crescita di qualità del prodotto, Nel corso dei lavori è risultato di sicura importanza l'intervento del professor Lorenzo Cuocolo che, ben lontano dall'alimentare paure anti-scientiste che pure albergano nell'opinione pubblica ha fissato alcuni punti sui quali vale la pena riflettere: 1) La necessità di una regolazione nella direzione d'uso di questo strumento tecnologico (perchè di questo in fin dei conti si tratta) che non può essere abbandonato al liberismo di marca USA che finirebbe con l'affidare elementi di grande importanza come la privacy dei soggetti o la strumentazione tecnica in possesso delle aziende a privati rinchiusi nell'empireo della loro ricerca di accumulazione di potere e ricchezza. Nella sua relazione il professor Cuocolo ha indicato il "modello europeo" inteso come "terza via" (si è accennato anche al modello cinese di assoluta assoggettazione alle finalità dello Stato) : è già iniziata una procedura di regolamentazione che andrà affinata e soprattutto resa praticabile nelle legislazioni nazionali. Una "terza via" che stabilirebbe un principio di autonomia dell'Europa, un tema di grandissima attualità proprio nel momento in cui si stanno modificando equilibri a livello planetario e stanno insorgendo elementi di grande pericolosità per la pace e la convivenza civile; 2) sul piano interno l'indicazione del professor Cuocolo è stata particolarmente chiara e posta sul terreno dei diritti costituzionali inalienabili per il singolo, per le organizzazioni sociali, per la collettività. Nell'esposizione della realtà dei diritti esigibili è così risaltata ancora una volta l'attualità del dettato della nostra Costituzione Repubblicana che si rivela in occasioni di estrema delicatezza poste proprio sul piano del rapporto tra la tecnica e la legislazione strumento fondamentale di interpretazione del progresso; 3) Proprio sul piano della relazione tra tecnica e convivenza civile posta nel senso di una società aperta è stata invocata la costruzione di un "nuovo umanesimo" inteso come fattore di una creatività umana condotta nel senso di un progresso nel quale la tecnologia non si trasforma in feticcio ma si trova adattata alle esigenze umane dall'intelligenza e dal lavoro. Un'occasione quindi colta appieno per avviare anche nella nostra realtà locale una riflessione indispensabile e urgente da portare avanti.

PROPOSTE A SINISTRA

Proposte a Sinistra Uno schematico contributo al vostro dibattito congressuale. 1) Avvio di una riflessione posta sul piano dell'analisi circa la prospettiva di delineare una vera e propria "alternativa di società" capace di delineare un quadro opposto alla prospettiva oligarchico/tecnocratica che sta assumendo tratti addirittura egemonici (AI, satelliti, armamenti). Su questo punto mi permetto riassumere quell'idea di "socialismo della finitudine" che conseguirebbe alla necessità di rovesciare il paradigma "sviluppo/limite". “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo,di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma così teoricamente impostato dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico” e rivolta alle grandi transizioni in atto: comunicativa, digitale, ecologica. 2) Il tema della pace può essere declinato soltanto intervenendo attivamente sulla politica estera compiendo scelte di programma anche difficili e rovesciando anche alcune impostazioni "storiche" nella sinistra italiana . La presidenza Trump sposterà diversi punti di riferimento mandando in crisi il sistema di relazioni sovranazionali NATO inclusa per sostituirla con un meccanismo di relazioni bilaterali cui la destra italiana si è prontamente acconciata. Questa operazione lascerà scoperto un campo d'intervento decisivo: quello europeo. E' necessario riflettere appunto sullo spazio politico europeo. Senza farla lunga limitiamoci all’analisi del concetto teorico di “neutralità” che potrebbe essere collegato alla definizione di uno spazio politico europeo e alla presenza di una sinistra sovranazionale. In senso stretto neutralità è la situazione giuridica regolata dal diritto internazionale di estraneità e di equidistanza di uno Stato in presenza di un conflitto armato, tra gli stati. L’istituto ha una lunga storia di convenzioni e norme. Il concetto, invece, pone una serie di problemi, provocati dalla pluralità dei significati di neutralità e dei termini giuridici e politici da esso derivanti (neutralizzazione, neutralismo) ma soprattutto dalla relazione di neutralità con concetti come guerra, terzo, amicizia. Oggi l’idea di “neutralità” potrebbe essere collegata a una ripresa del discorso su di una “terza via” riferita non semplicemente alla ricerca di un equilibrio tra sistemi politici ma all’elaborazione di una strategia globale posta sul piano delle relazioni internazionali riportando al centro l’idea fondamentale del rapporto Nord/Sud in un quadro di recupero degli organismi sovranazionali nel senso di un re-orientamento nell'utilizzo delle risorse e di complessiva smilitarizzazione. Potrebbe essere possibile allora avanzare una proposta di struttura politica europea fondata sulla ripresa di alcune concezioni di carattere costituzionale e di ruolo degli organismi elettivi in un disegno di raccordo tra il lavoro dei Parlamenti Nazionali e di quello Europeo. La sinistra potrebbe tentare di muoversi per costituzionalizzare la neutralità in parallelo con la nascita di uno spazio politico europeo nel quale agire in una dimensione di potestà sovranazionale. Una sovranazionalità che ritorni ad individuare un nesso con il concetto di neutralità codificato in passato, tra gli altri, da Grozio, Wolff, Vattel e poi ripreso da più parti nel cuore della “guerra fredda” (smilitarizzazione e neutralità: pensiamo al Piano Rapacki). Una sinistra sovranazionale che recuperi la centralità del diritto pubblico europeo come proprio fondamento nel determinare l’indirizzo della propria politica e ritrovi autonomia nella contesa internazionale. 3) La sollecitazione di una forte ripresa di conflitto sociale deve far parte integrante di questa proposta: in una direzione, quella dell'appoggio ai sindacati nel reclamare un recupero di presenza del mondo del lavoro sul piano politico che passa attraverso la valorizzazione del lavoro dipendente attraverso alcuni pilastri imprescindibili come quello della rappresentanza e della contrattualizzazione nazionale. Il tema del lavoro e del ritorno ad un ruolo conflittuale della sua diretta rappresentanza ci porta direttamente al tema dei referendum (compreso quello sull'autonomia differenziata se sarà ammesso). In un momento di grandissima sfiducia collettiva e di crescita dell'astensione elettorale sarà soltanto aprendo una fase di mobilitazione conflittuale che si potranno trovare le risorse umane sufficienti per superare e vincere la prova referendaria che, considerato attentamente il quadro politico italiano appare come il solo punto di passaggio utile per invertire la tendenza negativa. Grazie per l'attenzione Franco Astengo

mercoledì 15 gennaio 2025

UN PAESE STANCO

UN PAESE STANCO di Franco Astengo Un'Italia stanca in un'Europa stanca, dove non si ravvede più la competizione (anche aspra) tra classi e gruppi sociali. Sembrano tutti adagiati sullo "status quo" e sulla voglia di "legge e ordine". Un'Italia ancor più che un'Europa nella quale non si riesce più a seguire il flusso ascensionale dei diversi settori sociali posti in rapporto diretto con l'esercizio della politica: con la "politica" intesa come politics che diventerebbe inutile quale attività intellettuale. Basterà il "problem solving" quotidiano limitato a soddisfare l'egoismo di ciascuno. addirittura in una visione ridotta del "corporativo". Ne deriva un esercizio dell'azione politica ormai quasi definitivamente ridotta a lotta per il potere. Abbiamo trascorso stagioni nel corso delle quali l'azione politica si era allineata al concetto di "fine della storia" limitando la propria esistenza all'idea di "sbloccare il sistema" e in seguito di torcere la formula elettorale in direzione plebiscitaria eliminando la possibilità di scegliere la rappresentanza e imponendo il personalismo ormai ridotto all'apparire mediatico. Una riduzione di senso dei valori fondativi anche della stessa democrazia liberale portata ad un appuntamento con una trasformazione in "democratura" dove alla fine dovrebbero sempre vincere i fautori della conservazione delle vecchie leggi del "Dio , Patria e Famiglia" . In sostanza emergerebbero ancora le vecchie leggi del "familismo amorale" che propugnano un rovesciamento culturale proponendo una nuova "egemonia. Una presunta egemonia che alla fine non rappresenterebbe altro che l'antico rovesciamento delle classi in favore di una borghesia rinchiusa nei propri fortini della ricchezza materiale. Proprio la ricchezza come accumulazione del potere intesa quale unico fattore di valutazione sociale e di accesso nella formazione dei gruppi dirigenti in economia, in politica, nelle cultura. Un'Italia ancor più che un'Europa che segue il flusso che viene dall'alto capace di proporre tecnologie socialmente anestetizzanti e fautrici di un individualismo ormai più che "proprietario" addirittura "feroce": un individualismo "feroce" su cui si base l'ottimismo dell'apparenza che la destra propaga quale fallace narrazione di un eterno presente. Un'Italia nella quale non si riesce più a trasformare battaglie che dovrebbero essere di grande spessore collettivo in fattori mobilitanti di proposta dell'agenda politica: ad esempio mi riferisco alla vicenda di Ramy, a quella delle pacifiste portate in questura a Brescia, allo sciopero dei metalmeccanici per il contratto nazionale ormai ridotto a episodio quasi di "nicchia" come del resto lotte sindacali come quella della GKN o al disinteresse generale che circonda l' ulteriore privatizzazione del settore siderurgico di cui i media si occupano soltanto stando dalla parte del "padrone" e ancora allo scivolamento verso una sorta di egemonia del militare nella produzione industriale oltre alla costante ricerca della sottomissione della magistratura nelle sue diversa articolazioni. Penso al tentativo chiaramente in atto di introdurre elementi anti-costituzionali da stato di polizia, in un quadro di dispregio non solo della legalità ma anche delle basi di convivenza civile (pensiamo al ddl sicurezza): non è la prima volta che questo accade nella storia del dopoguerra. Ci provò già la Democrazia Cristiana negli anni '40- '50 propugnando un "mondo libero" versus "l'impero del male" e avendo come bersaglio la classe operaia, i contadini e il Partito Comunista ma la reazione fu ben più ampia rispetto ai soggetti colpiti e fu sostenuta dagli intellettuali più moderni, da uno spostamento del ceto medio dall'ancora delle posizioni reazionarie, da fermenti ecclesiali fino al Concilio giovanneo: fu la reazione di un'intera generazione successiva a quella che aveva fatto la Resistenza mettendo in campo (luglio '60) i ragazzi con le "magliette a strisce". Il cammino verso il centro-sinistra fu poi costellato di insidie e dal "tintinnar di sciabole" facendo capire a Pietro Nenni che forse "non era arrivato il momento di una maggiore libertà" . Il Berlinguer del compromesso storico e il Moro della "terza fase" si videro di fronte il rapimento e l'uccisione del politico democristiano in un momento in cui proprio quell'episodio evidenziò una faglia nel sistema dei partiti che ne avrebbe concorso alla fine con la trasformazione del sistema all'insegna dell'idea luhmanniana del "taglio del rapporto tra politica e società", una frattura di cui questa destra rappresenta l'esemplificazione ben oltre i suoi nostalgici. e rivendicati pregressi. Non è sufficiente il costante richiamo esercitato dalla massima magistratura della Repubblica. La CGIL ha recentemente invocato una "rivolta sociale" spiegandone coerentemente i termini di riferimento ma l'impressione (anzi più di una impressione) è che l'appello sia rimasto sostanzialmente isolato perché è diversa ormai la concezione del rapporto tra agire politico e agire sociale anche nelle stesse forze che si definiscono ancora come progressiste e costituzionali. L'Italia è stanca perché l'azione politica pare impossibile, riservata esclusivamente al gioco del potere e la percezione della disuguaglianza e dell'ingiustizia sembra dar luogo soltanto alle due estremità della protesta o della ricerca delle ragioni di accomodamento personale (di cui si colgono segnali nell'intellettualità e nel mondo dei "media"): di mezzo a questi due poli non ci stanno più l'organizzazione, la militanza, e quella che un tempo si chiamava "vigilanza democratica". Soprattutto non esiste più la capacità di mediazione e di strutturazione dell'opinione pubblica in consenso progettuale un tempo esercitata dal complesso dei corpi intermedi (che - appunto - su quella base fornivano il personale della classe dirigente complessivamente intesa). Mi sia consentita un'annotazione finale riferita al piano politico immediato: se davvero la Corte Costituzionale darà via libera ai referendum sull'autonomia differenziata e sul lavoro forse sarà l'ultima occasione per dare forma politica a una visione di disagio sociale con una proposta di alternativa posta sul piano istituzionale. Sarebbe bene che le forze politiche curassero di non sprecarla.

lunedì 13 gennaio 2025

TRA ARENDT E LUXEMBURG: L'OTTIMISMO DELLA SPONTANEITA'

TRA ARENDT E LUXEMBURG : L'OTTIMISMO DELLA SPONTANEITÀ' di Franco Astengo Simona Forti e Gabriele Parrino hanno curato per Raffaello Cortina editore : "La rivoluzione ungherese e l'imperialismo totalitario": tre articoli sulla rivoluzione ungherese del '56 che, come fa notare il curatore americano del volume, Arendt avrebbe voluto dedicare a Rosa Luxemburg, una dedica che fu cancellata da Hans Rossner curatore della prima edizione in tedesco. Arendt difesa la sua scelta ritenendo che Rosa Luxemburg non fosse stata nè socialista, nè comunista ma soltanto una persona che difese la giustizia, la libertà e la rivoluzione in quanto uniche possibilità per una nuova forma di società e di Stato. Gli articoli raccolti appunto in volume arrivano adesso in Italia e la conclusione del primo saggio (pubblicato in Germania nel 1958) giustifica ampiamente l'interesse che oggi può suscitare questo avvenimento editoriale: "..La rivoluzione ha colto tutti di sorpresa; nemmeno gli eventi in Polonia l'avevano preparata. E' avvenuta senza alcuna preparazione , nessuno l'aveva prevista, nè chi ha combattuto e sofferto, nè chi guardava svolgersi gli avvenimenti dall'esterno con furiosa impotenza, né chi è arrivato con la forza armata per sopprimerla. In quelle circostanze è accaduto qualcosa su cui nessuno credeva più , ammesso che qualcuno ci avesse mai creduto. Certamente non ci credevano i comunisti, gli anticomunisti a ancor meno tutti coloro che si riempivano la bocca di cliché altisonanti sui doveri del popolo di ribellarsi contro il terrore totalitario senza sapere o preoccuparsi del prezzo che altre persone avrebbero dovuto pagare per le loro frasi vuote. Se è mai esistita qualcosa come la "rivoluzione spontanea" di Rosa Luxemburg abbiamo avuto il privilegio di esserne testimoni: un'improvvisa insurrezione di un intero popolo con nessun altro obiettivo se non il bene della libertà, senza il caos demoralizzante di una sconfitta militare che la precedesse, senza tecniche da colpo di Stato , senza un apparato di cospiratori e di rivoluzionari di professione e addirittura senza guida di un partito..." Arendt contrasta così radicalmente la tesi di Boris Nicolaievsky che concludendo sei articoli pubblicati dal settimanale newyorkese "The New Leader" tra il 29 luglio e il 2 settembre 1957 sosteneva che "..il rapporto delle Nazioni Unite sulla rivoluzione ungherese ha stabilito che lo scoppio della violenza a Budapest è stato il risultato di una deliberata provocazione". Il nostro interesse , seguendo la tesi di Arendt, si può cogliere in un punto del dibattito che si sollevò in quel frangente nella sinistra italiana e la maturazione in essa, in particolare nel PCI, di un avvio di consolidamento della linea della "via italiana al socialismo" mentre il PSI prendeva la mosse per una direzione (quella del governo) che appariva già matura nelle modificazioni profonde avvenute nella società italiana sulla via della ricostruzione post-bellica e dalla esigenze di cambiamento nella strategia internazionale dettate- comunque - dall'insorgere del post - stalinismo. Se è vera la tesi della "spontaneità luxemburghiana" sostenuta da Arendt allora la risposta della "via italiana al socialismo" andrebbe rivisitata e rivalutata perché sicuramente rappresentò un punto in avanti nonostante gli sconquassi del momento: in questo caso però prende ancora più quota l'ipotesi che la vera occasione perduta non fu Budapest '56 (come ci si affrettò a proclamare all'inizio degli anni'90) ma fu Praga '68 , tragedia capitata in un contesto politico radicalmente diverso di evoluzione e proposta da parte del PCC e quindi "politicamente preparata": in quell'occasione, invece, la sinistra italiana e segnatamente il PCI si divise su questioni prevalentemente interne invece di comprendere appieno il valore dell'opportunità che si stava presentando sul terreno della costruzione di una alternativa di sistema attraverso una precisa dichiarazione di "irriformabilità" del sistema. Oggi a molti sembrerà inutile recuperare questa discussione ma la lettura del testo in questione rimane di grande interesse proprio nel momento in cui sorgono i grandi interrogativi di uno spostamento radicale di equilibri in favore di un nuovo paradigma rappresentato dalla connessione tra conservazione, populismo, tecnocrazia che potrebbe avere come sbocco un rinnovo del totalitarismo al riguardo del quale non potrebbe essere sufficiente una risposta spontaneista anche se il dato di una sollevazione etica prima ancora che politica non dovrebbe essere sottovalutato. Il tema quindi non è quello di un impossibile raccordo storico ma quello del come può essere ritrovata una strada, come fu allora a sinistra in Italia, per recuperare la via di una politica capace di comprendere i mutamenti e raccogliere la spontaneità di una opposizione che sorga - come Arendt definisce l'identità di Luxemburg - nella difesa della giustizia e della libertà intesa come espressioni rivoluzionarie: e non si tratta di semplici reminiscenze novecentesche.

domenica 12 gennaio 2025

SIDERURGIA: NO AI FONDI E ALLO SPACCHETTAMENTO

SIDERURGIA: NO A FONDI E ALLO SPACCHETTAMENTO di Franco Astengo E' il caso di soffermarsi con attenzione sulla prospettiva di vendita del gruppo "Acciaierie d'Italia": premessa la strategicità della produzione siderurgica in una situazione italiana di deficit sul piano della programmazione industriale; considerata la necessità di un riferimento europeo; ricordato il passaggio di privatizzazione del settore avvenuto negli anni'90 e i fallimenti di Riva e di Arcelor Mittal tanto per citare due esempi e il ritorno al pubblico degli stabilimenti di Taranto, Cornigliano e Novi Ligure con la formula - appunto - di Acciaierie d'Italia. La situazione in itinere vede tre società straniere in lizza per l'acquisizione dell'intero complesso: l'azera Baku Steel Company; gli indiani di Jindal, e il fondo statunitense Bedrock che punta su metalli ed estrazione. Sono state inoltre avanzate proposte di acquisto per assett parziali da diversi gruppi tra i quali Marcegaglia, Eusider e Sideralba. Al di là del facile ottimismo ministeriale e delle riflessioni aperte nel Sindacato vanno poste immediatamente in essere alcune proposizioni di principio: a) no a fondi d'investimento che naturalmente lavorano in funzione dei sottoscrittori e non della produzione nella sua dimensione d'interesse nazionale e sovranazionale; b) no a spacchettamenti molto pericolosi che frazionerebbe l'indispensabile unità del ciclo produttivo: unica garanzia questa per la conservazione (e sviluppo ) della presenza del settore. Il tutto si colloca in un quadro complessivo già ricordato ma che vale la pena di ribadire: Il tessuto produttivo nazionale attraversa, da anni, una crisi strutturale che condiziona l'economia del Paese e non si riesce a varare un’efficace programmazione economica. Una programmazione che funzioni da vettore per selezionare poche ed efficaci misure, in grado di incrociare la domanda di beni e servizi e promuovere una produzione di medio e lungo periodo. Appaiono in forte difficoltà anche gli strumenti di rapporto tra uso del territorio e struttura produttiva, ideati allo scopo di favorire crescita e sviluppo: il caso dei distretti industriali, appare il più evidente a questo proposito. Da più parti si sottolinea, giustamente, il deficit di innovazione e di ricerca. Ebbene, è proprio su questo punto che appare necessario rivedere il concetto di programmazione e di intervento pubblico in economia: un concetto che, forse, richiama tempi andati, di gestioni disastrose e di operazioni “madri di tutte le tangenti”. Emerge, infatti, la consapevolezza di dover finanziare l'innovazione produttiva. Mentre il mercato internazionale si specializzava nei beni di investimento e intermedi, con alti tassi di crescita, l'Italia si specializzava nei beni di consumo, con bassi tassi di crescita. Nel 1990 (queste le responsabilità politiche vere del pentapartito che si riflettono ancora adesso sulla realtà attuale, assieme al peso dell’aver sottoscritto trattati europei pesantemente vincolanti in assenza di una qualsiasi prospettiva plausibile di tipo politico) i paesi europei erano tutti in condizione di debolezza e tutti, tranne Portogallo, Grecia, e Italia, avevano saputo modificare le proprie capacità tecnico – scientifiche diffuse, al fine di agganciare il mercato internazionale poi posto in crisi dal 2007 in avanti e ancora dalla crescita cinese e adesso nella prospettiva dell'isolamento di marca trumpiana e dall'aggressività di Musk e dagli altri padroni delle "over the top". In allora i Paesi europei seppero costruire una ripresa industriale portata avanti anche grazie al supporto e all'intervento diretto del settore pubblico, mentre l'Italia ha dovuto importare l'innovazione da altri rinunciando anche allo sviluppo di segmenti alti del mercato del lavoro, dall'informatica, all'elettronica, alla chimica, addirittura all'agroalimentare. Adesso di fronte alle difficoltà è il momento di rilanciare proprio nella dimensione europea ponendo a quel livello Il nodo della programmazione, dell'innovazione tecnologica ( si pensi ad esempio rispetto al tema dei satelliti il lavoro di Sitael), dell'intervento pubblico potrebbe rappresentare la base di un programma di alternativa rispetto a quello di un governo in apparenza. sovranista ma che sta cedendo a privati stranieri i punti definitori una possibile identità nella comunicazione, nella tecnologia, nella produzione industriale.

venerdì 10 gennaio 2025

SCIOPERO DEI METALMECCANICI E INDUSTRIA SAVONESE

SCIOPERO DEI METALMECCANICI E INDUSTRIA SAVONESE di Franco Astengo "Associazione il Rosso non è il Nero" Nell'esprimere la piena solidarietà della nostra Associazione verso lo sciopero dei metalmeccanici indetto in funzione del rinnovo contrattuale e previsto per il prossimo 14 gennaio è anche necessario esprimere un punto di analisi al riguardo della situazione industriale della nostra Provincia. Alcuni recenti avvenimenti hanno posto il tema all'attenzione del contesto economico e politico: la cassa integrazione alla Bitron e il prosieguo per la SANAC, il piano di sviluppo per lo stabilimento Alston (ex-Bombardier ed ex-gloriosa Brown Boveri) di Vado Ligure e l'acquisizione della Piaggio (Sestri Ponente e Villanova) da parte dei turchi della Baykar fabbricanti di droni d'attacco militare e di aerei da caccia senza pilota. Scelta che pone la Piaggio in prima linea sul fronte dell'industria militare tanto è vero che dal governo vengono voci di joint-venture con Leonardo, il cui quartier generale risiede a Sestri Ponente. Se pensiamo al complesso dell'industria militare a La Spezia abbiamo un quadro complessivo di tessuto industriale in Liguria votato verso il complicato contesto bellico verso il quale - comunque - l'industria italiana sta subendo una torsione nella considerazione (ovvia) dell'andamento del quadro internazionale. Ricordato doverosamente che la Turchia è un paese a "democratura molto limitata" impegnata su due delicatissimi fronti di guerra come Siria e Libia, membro della NATO nel cui ambito dispone del secondo esercito come potenza complessiva dopo quello USA e fornitrice di tecnologia per entrambe le contendenti della guerra russo-ucraina (sempre ricordando che il conflitto è stato provocato dall'invasione russa nel 2023 quale strascico drammatico della guerra a bassa intensità in corso dal 2014 nel Donbass).torniamo alla situazione italiana, ligure, savonese. Lo sbilanciamento dell'industria militare italiana si sta verificando in un Paese privo di progetto industriale che la privatizzazione dell'IRI ha lasciato scoperto in settori strategici, con una ridotta capacità manifatturiera e di autonomia tecnologica, dipendente comunque sul terreno della comunicazione al di là degli eventuali accordi con Starlink, ovviamente dipendente nel campo dell'utilizzo dell'AI, ai margini del quadro europeo e sottoposto ad una duplice incognita: quella della privatizzazione del settore (a partire dal settore della comunicazione) e quella del ruolo degli Stati e -ancora-della combinazione tra Privato e Governi come ben si evidenzia nel caso Trump-Musk di grandissima attualità. Nella provincia di Savona registriamo da molti mesi una grandissima attenzione da parte dell'opinione pubblica sul tema della nave-rigassificatore che non si vorrebbe spostata da Piombino a Vado Ligure: attenzione giusta (tra l'altro il tema riguarda l'altro punto nodale della prospettiva di sviluppo: dal militare all'energetico e relative dipendenze) ma che dovrebbe essere accompagnata da eguale impegno e attenzione al riguardo delle prospettive dell'industria. Un'industria soggetta nel tempo ad un processo di arretramento strutturale che ha lasciato anche profonde ferite non solo sul piano economico ma anche dell'uso del territorio come nel caso della Val Bormida, al riguardo della quale non può non essere rimarcato ancora una volta l'esito deficitario del decreto di crisi industriale complessa emanato ormai quasi dieci anni fa (2016) senza che si sia registrato quello che avrebbe dovuto rappresentare un progresso sostanziale: quella della messa a disposizione di aree utilizzabili per un progetto vero di ripresa industriale (pensiamo a Ferrania e ad ACNA). Un discorso, quello della caduta dell'industria e della identità produttiva, che viene da lontano anche in precedenza degli anni'60 del XX secolo quando si è avviato un processo di dismissione dovuto anche a cause di natura geopolitica soprattutto al riguardo della siderurgia. La struttura industriale savonese aveva rappresentato punti di eccellenza sviluppatisi proprio nella connessione tra progresso scientifico, applicazioni tecnologiche, capacità produttive se pensiamo come esempi alla Scarpa e Magnano, al Tecnomasio, alla Ferrania La sottrazione di capacità tecnologiche e di tecnica operativa fu alla causa di una fase, protrattasi ben oltre gli anni'90, che può essere definita come di "arretramento dalla modernità". Si è così accumulato un ritardo che ha provocato quella vera e propria caduta di identità cui tante volte ci siamo richiamati. Oggi si tratta di pensare ad una inversione di tendenza verificando la disponibilità dei territori, la capacità di promozione per progetti ad alto livello tecnologico, di uscita dall'isolamento dal punto di vista infrastrutturale. Il ruolo dell'Università e delle aziende ancora presenti sul territorio dovrà essere compreso in questo disegno per il quale occorre tutto l'impegno delle istituzioni e della società civile. Potrà essere possibile richiamare presenze sul territorio anche attraverso le nuove forme di lavoro cosiddetto "agile" per il quale la nostra realtà presenta condizioni molto favorevoli: ma il "cuore" di una possibile ipotesi di nuovo sviluppo dovrà essere formato da una triade di possibilità: 1) quella tecnologica, 2) quella infrastrutturale, 3) quella del ritorno ad una vera e propria "vocazione territoriale" per lo sviluppo,costruendo progettualità e andando ben oltre a confini limitati nello spazio a singole realtà territoriali. Sul discorso infrastrutturale va tenuto aperto un ulteriore capitolo :la risorsa principale di cui è necessario disporre è quella della realizzazione di infrastrutture in grado di far uscire dall'isolamento la nostra area e velocizzare al massimo la movimentazione. I collegamenti necessari sono di quattro ordini: ferroviario con il potenziamento sia verso il Nord sia verso Ponente, stradale, aeroportuale , marittimo con la creazione di "autostrade del mare" verso Marsiglia. Sotto questo aspetto viviamo una condizione di minorità che deve essere prioritariamente affrontata attraverso una sinergia da realizzare tra diversi soggetti con una forte capacità di pressione verso la Regione Liguria alla quale richiedere una capacità di programmazione che tenga conto della complessità di esigenze che arrivano dall'insieme della Liguria non esaurendosi nelle grandi opere del nodo genovese. Una capacità di programmazione da realizzarsi attraverso un adeguato equilibrio progettuale, cominciando con il non lasciare soli i lavoratori e il sindacato nelle loro lotte quotidiane.

mercoledì 8 gennaio 2025

SINTESI ALL'8 GENNAIO 2025

Lo scopo di queste poche righe è quello di rilanciare il dibattito sui temi generali con l'invito a tutte/i di portarlo all'esterno per quanto possibile. Anche lo stesso pericolo di guerra globale tanto paventato andrebbe analizzato alla luce di una realtà che sta cambiando rapidamente. Emblematica la vicenda Starlink dell'alleanza tra ricchezza tecnocratica e potere politico plebiscitario (democrazia intesa come atto di determinazione esclusiva del potere nel nome della riduzione del rapporto complessità sociale/politica). Il tutto finalizzato a una potenza bellica incontrollata in un mondo separato da barriere. La contraddizione principale risiede quindi in questa determinazione di potere tendente all'assoluto e posto in grado di schiacciare chi si oppone. Su questi elementi che ho cercato di riassumere in modo totalmente insufficiente vanno elaborate risposte adeguate partendo dall'individuazione dei nodi di fondo, dei riferimenti geopolitici, di un'idea di contrasto che deve contenere un'ipotesi di "fronteggiamento limitativo" costruendo una diversa teoria dello sviluppo (mi sono permesso toccando tasti che non dovrebbero competermi di definirla "socialismo della finitudine"). L'Europa come spazio politico di riferimento per una sinistra capace di uscire dalla dimensione meramente politicista con la quale si sta muovendo su di uno scacchiere troppo ridotto per poter essere quello valido per giocare la partita del futuro. Grazie per la vostra attenzione, scusandomi per l'eccessiva invadenza Franco Astengo (non scrivo delle forze politiche della sinistra e centro - sinistra in Italia del tutto ripiegate sul proprio modesto modo d'essere e incapaci di aprire uno scontro politico al livello adeguato). Scusatemi ancora.

martedì 7 gennaio 2025

TOGLIATTI ARCHITETTO DEL COMUNISMO ITALIANO

TOGLIATTI ARCHITETTO DEL COMUNISMO ITALIANO di Franco Astengo Mi auguro sarà perdonata questa mia intrusione nel campo dell'applicazione della teoria politica. Chi scrive,infatti, non possiede alcun titolo per occuparsi di un tema così importante, specifico e delicato e questo testo potrà giustamente essere etichettato come una "indebita ingerenza". La motivazione per questo intervento mi è arrivata dal tentativo di lettura che ho svolto di un testo curato da La Porta e Liguori: "I marxismi del PCI" (Bordeaux 2024). Un insieme di testi redatti da diversi autori anche sulla scorta degli interventi svolti nel convegno promosso dall'Associazione "Futura Umanità" e svolto presso la Sapienza di Roma il 26 gennaio 2024. Nel volume sono esaminate le diverse "versioni" del marxismo presenti nella storia del Partito Comunista Italiano (che va ricordato come soggetto espressione - appunto - del "comunismo italiano" nelle sue peculiarità e anche contraddizioni) ed ogni capitolo è dedicato ad un autore; Gramsci, Togliatti, Della Volpe (e accoliti), Colletti, Luporini, Gerratana, Manacorda, Banfi, Badaloni, Geymonat, De Giovanni, Cassano e Vacca tutti uomini, tanto per significare dove si collocava all'epoca il filone di studi anche dal punto di vista del genere: anche nell'indice dei nomi la versione femminile è limitata a 7o 8 citazioni fra le quali spiccano quelli di Francesca Izzo e Rossana Rossanda oltre alla pedagogista Dina Bertoni Jovine. Non era però questo (pur importante sul piano della riflessione) il punto del mio inopinato intervento. Si tratta di questo : in almeno due interventi, quello di Liguori e Morgia su "Togliatti traduttore e interprete di Marx" e quello di Giorgio Mele "Luporini tra crisi dello storicismo e questione del soggetto" mi parso risaltare un dato, quello di Togliatti vero architetto nella costruzione dell'identità del comunismo italiano anche sul piano del richiamo teorico e non soltanto delle scelte politiche legate alla duplice "svolta di Salerno" ( governo e partito) e della polemica relativa al ruolo della dirigenza dell'URSS (e dalla sue convenienze in piena guerra mondiale) in quella vicenda. Sono due i passaggi che possono essere citati: 1) nell'articolo di Liguori e Morgia si fa presente come ancora nel 1957 Togliatti tornasse sul Marx degli anni torinesi e sul celebre articolo gramsciano intitolato "Il nostro Marx", ricordando lo sforzo compiuto a fine anni'10 per farne rinascere il pensiero "dalle ceneri delle banalità positivistiche" e rivendicando l'unitarietà della lettura gramsciana di Marx dal 1918 ai Quaderni del carcere salvo poi esprimere, in un articolo successivo, la capacità di individuare contraddizioni (positiviste e naturalistiche) anche nello stesso testo gramsciano. Rimane però il fatto che l'impostazione di unitarietà critica del pensiero gramsciano intorno a Marx avesse preso le mosse, secondo l'interpretazione togliattiana, ben prima della stesura dei Quaderni. Sempre nello stesso articolo si ritrova un passaggio elaborato da Togliatti nel pieno della temperie legata al III congresso del Partito, quello di Lione e della polemica anti- bordighista. In questa occasione lo si riporta di seguito per intero: " Al marxismo si può giungere per diverse vie. Noi vi giungemmo per la via seguita da Carlo Marx, cioè partendo dalla filosofia idealistica tedesca, da Hegel. Attendiamo ci si dimostri che questa origine è meno legittima di una eventuale origine da altri punti di partenza: dalle scienze matematiche, ad esempio, o dal naturalismo o dalla filosofia positiva o dall'umanitarismo e dalla bella letteratura o (o perché no) da una fede religiosa. Per conto nostro la via che abbiamo seguito è, rispetto a qualsiasi altra, la via mestra, e ha tutti i vantaggi dell'essere tale" (Palmiro Togliatti: "La nostra ideologia", l'Unità 23 settembre 1925). Una vera e propria dichiarazione di identità e di autonomia teorica; 2) Nel saggio di Giorgio Mele dedicato a Luporini si ritrova invece una motivazione di fondo che il filosofo fiorentino rende rispetto alla confluenza nel Partito Comunista Italiano di diversi e articolati filoni di ricerca portati avanti da vari punti di vista da una pluralità di studiosi. Cito Mele che scrive di Luporini: "In questo quadro egli accettò di condurre le sue ricerche nell'ambito del quadro culturale del partito e cioè quello del materialismo dialettico e dello storicismo che gli apparivano in quel momento l'unica interpretazione del marxismo perfettamente adeguata e corrispondente alla politica del partito e alla sua linea strategica. Alla linea cioè dell'unità antifascista, della svolta di Salerno e della Costituente". Cesare Luporini "Dialettica e Materialismo", Roma Editori Riuniti 1974, In sostanza: in questo testo si ravvede la capacità di egemonia culturale esercitata dal PCI con la svolta di Salerno intesa come momento di proposta di lavoro, insieme plurale e collettivo, portata avanti verso il nucleo d'avanguardia dell'intellettualità italiana e i risultati che ne conseguirono rispetto alla funzione del Partito soprattutto in chiave di pedagogia politica. C'è materiale su cui riflettere al pensiero di quanto è stato perduto dal tormentato processo di liquidazione del Partito e dei suoi punti di riflessione e di studio intendendo il materialismo dialettico l'elemento teorico fondativo della lotta di classe e la successiva incapacità di comprenderne la centralità attuale nell'intreccio tra nuove e diverse contraddizioni (le grandi transizioni ecologica e digitale, la già ricordata differenza di genere, il nuovo quadro geopolitico) che hanno mutato il sistema di relazioni tra struttura e sovrastruttura: aver abbandonato l'ispirazione di fondo del partito togliattiano in favore di una indistinta accezione della "governabilità" nell'eterno presente è stata responsabilità storica del gruppo dirigente che promosse e/o accettò quella soluzione in nome di una lettura sbagliata offerta dal concetto di "fine della storia" e ben oltre la necessità dell'immediatezza del compromesso politico.

domenica 5 gennaio 2025

LO SPAZIO POLITICO EUROPEO

LO SPAZIO POLITICO EUROPEO di Franco Astengo Preso in contropiede da quello che con linguaggio giornalisticamente inappropriato potremmo definire "caso Sala" il governo italiano, nella persona della sua presidente del consiglio, sta tentando una mossa di accreditamento presso la nuova Presidenza USA ,non ancora ufficialmente entrata in carica, ma ben presente sulla scena internazionale anche grazie a una stretta alleanza - per ora in piedi - tra populismo nazionalista e tecnocrazia: un'alleanza che ,per quanto potrà durare, segnerà comunque un momento di frattura nel quadro delle relazioni globali. Sicuramente il colloquio di Mar - a - Lago ha traguardato il quadro d'insieme che si sta presentando a livello globale affrontando il nodo della posizione (almeno in apparenza) piattamente atlantista assunta dall'esecutivo italiano rispetto all'invasione russa dell'Ucraina. Un'iniziativa assunta in solitario fuori dal coinvolgimento europeo probabilmente in funzione di sventolare un eventuale risultato positivo quale drappo nazionalista. Al di là dell'esito immediato dell'operazione il punto da valutare riguardo lo scenario che si sta aprendo: in questo modo, in un momento di forte difficoltà dell'asse franco - tedesco e in una fase di crisi europea di natura militare, industriale, energetica. Uno scenario che in una maniera soltanto apparentemente paradossale, può verificare l'apertura di uno spazio reale per una iniziativa che consideri l'Europa davvero "spazio politico" su cui collocare un discorso di democrazia, autonomia, progetto di alternativa nel segno di una ritrovata capacità di governo delle grandi transizioni della modernità. A questo fine risulterà determinante l'esito delle elezioni tedesche prima di tutto verificando se si sarà riusciti a fermare l'ondata dell'AFD, analizzando l'esito elettorale dell'SPD e quello della BSW verso la quale non va concesso credito verso le posizioni di "sinistra conservatrice". Nello stesso tempo servirebbe una evoluzione del NFP in Francia e l'avvio di una riflessione in Italia capace di avviare un discorso tra sinistra e forze democratiche che tenga il quadro della democrazia europea al primo posto. Si dirà (giustamente): troppi "se" in un quadro complessivo che appare segnato dal ritardo delle forze politiche e da un eccesso del considerarsi l'ombelico di sé stessi. Si tratta di valutare se davvero può essere messo al primo posto lo spazio politico europeo in una espressione di autonomia e di allineamento non scontato alla logica dei blocchi. Quella "logica dei blocchi" giocata sul filo di un nuovo equilibrio del terrore e della ridefinizione di spazi di esclusività nel dominio che sembra rappresentare un obiettivo delle grandi potenze una volta ridefinito il ruolo degli USA tra "America first" e "gendarme del mondo" riaprendo la storia dopo che qualcuno nel dopo '89 ne aveva decretato la chiusura.

venerdì 3 gennaio 2025

RICORDO DI FELICE BESOSTRI PROTAGONISTA DELLA DEMOCRAZIA E DEL SOCIALISMO

RICORDO DI FELICE BESOSTRI PROTAGONISTA DELLA DEMOCRAZIA E DEL SOCIALISMO di Franco Astengo Il centenario del discorso con cui, alla Camera dei Deputati, Benito Mussolini rivendicava l'assassinio Matteotti e apriva la strada al completamento della dittatura coincide (ci sono due giorni di differenza) con il primo anniversario della scomparsa di Felice Besostri, fiero antifascista e protagonista del socialismo e della democrazia per un lungo intenso periodo nella storia della sinistra italiana. Il ricordo del compagno Felice deve quindi corrispondere alla necessità di opporsi alla condizione politica attuale che, per una sorta di "ironia della storia", vede al potere proprio gli eredi diretti dell'era fascista. Besostri era stato l'autore di due capolavori giuridici inchiodando alla Consulta prima la legge elettorale del 2005, il famigerato "Porcellum", e successivamente il tentativo di modifica avviato nel 2015 (e approvato con il voto di fiducia al governo Renzi) denominato "Italikum" e mai entrato in vigore. Felice aveva lavorato fino all'ultimo istante per contrastare anche l'attuale, chiaramente incostituzionale, formula elettorale promuovendo ancora i ricorsi, animando il Comitato per la Democrazia Costituzionale e tante altre iniziative. Assieme al faro rappresentato dalla Costituzione e dall'obiettivo della piena applicazione del dettato proposto dalla nostra Carta Fondamentale, Felice ha vissuto fino in fondo l'ideale socialista nella sua più pura essenza dell'uguaglianza e della democrazia: non elenco qui incarichi e attività come quelle portate avanti nel Gruppo di Volpedo e nell'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, ricordando soltanto l'idea del Dialogo "Gramsci - Matteotti" attraverso il quale si intendeva coltivare l'idea dell'unità di una sinistra capace di valorizzare la propria identità storica e assieme segnalare (richiamandoci ai martiri dell'antifascismo) il pericolo di una destra autoritaria , "cattiva", antidemocratica- Un compagno probabilmente non valutato appieno dai vertici della sinistra italiana nel corso della sua indefessa attività (avvocato, insegnante, senatore) di cui abbiamo bisogno di perpetuare il ricordo per non smarrire il senso della nostra lotta.

giovedì 2 gennaio 2025

FUGGIRE DALL'ETERNO PRESENTE

Ho provato a sintetizzare la proposta di "socialismo della finitudine" in un quadro complessivo di riferimento al fine di realizzare un confronto sui temi dello sviluppo progettuale e della concreta finalizzazione della soggettività politica. Grazie in anticipo a quante/i vorranno misurarsi su questi temi magari contribuendo ad aprire una discussione di merito. Mi scuso in anticipo per sinteticità e improvvisazione nella struttura analitica del testo. FUGGIRE DALL'ETERNO PRESENTE di Franco Astengo Sembrano tutti ( o quasi) convinti che il tempo scorra in un eterno presente dove si cerca di festeggiare per allontanare l'angoscia: quella che stiamo vivendo però è una crisi diversa dove la connessione tecnocrazia/guerra appare davvero come l'iceberg su cui l'umanità balla la sua fine. E' svanito il rimando escatologico, la previsione del futuro e il richiamo al passato che potrebbe ancora formare un ponte. La politica sembra ridotta al "problem solving" e l'improvvisazione si camuffa da pragmatismo. La sinistra ha bisogno di acquisire coscienza di questo stato di cose e di imporsi fuori dalla pigrizia per cambiare paradigma. E' richiesto un tale sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata, a partire dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei partiti di massa. E’ questo , della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo della finitudine”. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo,di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma così teoricamente impostato dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Oggi il ritorno della guerra come prospettiva globale, il riferimento a innovazioni tecnologiche in grado di mutare il quadro di riferimento sociale, l'emergere di tensioni "dittatoriali" sconvolgono l’assetto consolidato in un momento in cui si stava attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come “globalizzazione”. Si è verificato l’ingresso nel novero delle grandi potenze di nuovi attori politici portatori di diversi sistemi di governo della politica e dell’economia, a partire dalla Cina e guardando anche alla spuria aggregazione dei BRICS in tempi in cui nel post-globalizzazione paiono emergere prospettive di consolidamento in blocchi dell'equilibrio mondiale. La coscienza della propria appartenenza e la volontà politica di determinare il cambiamento rimangono fattori insuperabili e necessari come motore di qualsivoglia iniziativa della trasformazione dello stato presente delle cose. Attenzione però lo stato presente delle cose va cambiato sia nel senso della condizione oggettiva della nostra esistenza sia in quello dell'assunzione di una consapevolezza soggettiva del vivere con gli altri. Da questa consapevolezza tra individuale e collettivo "si realizza la vita d'insieme che è solo la forza sociale, si crea il "blocco storico"" (Gramsci Quaderno 11). Come auspicava Luckas "la coscienza di classe trova il suo superamento nell'universale riconoscimento della propria appartenenza al genere umano". La coscienza della propria appartenenza deve così sfociare nella convinzione di un'umanità che richiede l'uguaglianza. La volontà politica del"soggetto" va allora impegnata nella ricerca di un socialismo possibile nella forma di un nuovo umanesimo. Un umanesimo socialista posto "contro" il modello di quello realizzato e fallito ma anche oltre forme di socialdemocrazia incapaci di porsi anche soltanto nella semplice prospettiva del riformismo. Punto di partenza dell'umanesimo socialista: rimanere fedeli ad un'etica della trasformazione in quanto opposizione allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo , dell'uomo sulla donna, di un genere umano che ritiene senza limiti l'antropizzazione della natura. Va disegnato l' orizzonte di un “Socialismo della finitudine” inteso come valore universale esprimendo l’intenzione di ripartire dall’idea del dover ripensare la teoria della linea dello sviluppo infinito inteso quale motore di una storia inesorabilmente lanciata verso “le magnifiche sorti e progressive”. Socialismo della finitudine” come idea che, nella sua dimensione teorica, riesca a comprendere quanto di “senso del limite” sia necessario acquisire proprio al fine di realizzare quel mutamento sociale posto nel senso del passaggio dall’individualismo competitivo fin qui egemone nella post - modernità verso nuove forme di soggettività collettiva ponendosi l'obiettivo di riuscire a proporre un mutamento di quell'offerta politica che oggi appare così debole e confusa.