venerdì 26 marzo 2021

SANITA': LO SPEZZATINO CLIENTELAR - CORPORATIVO

 

SANITA': LO SPEZZATINO CLIENTELAR - CORPORATIVO di Franco Astengo

In tempi di totale emergenza che dura da più di un anno è emersa la pessima gestione della Sanità da parte delle Regioni.

Una pessima gestione che richiama la necessità di sollevare questioni di carattere costituzionale di grande importanza.

In un Paese come l'Italia, nella storia del quale corporativismo e clientelismo fanno parte appieno dell' "autobiografia della nazione", da molto tempo appare violato il dettato costituzionale che considera il diritto alla salute come elemento qualificante (ne parla oggi ,26 marzo, Enzo Cheli dalle colonne del "Corriere della Sera).

Inoltre la Costituzione affida la profilassi internazionale in via esclusiva allo Stato (articolo 117).

Nell'occasione di queste settimane è invece saltato definitivamente il principio ispiratore del Servizio Sanitario Nazionale, la cui origine risale oltre che dalla nostra Costituzione (art.32) anche dalla fondamentale dichiarazione di Alma Ata sull'assistenza sanitaria primaria. Dichiarazione che venne adottata alla conferenza internazionale sull'assistenza sanitaria primaria organizzata dall'OMS e tenuta il 6-12 settembre 1978 .

Al Servizio Sanitario Nazionale (approvato nel dicembre 1978) si sono nel frattempo opposti :

1) l'introduzione del meccanismo di privatizzazione (esemplare il "modello lombardo") infiltratosi attraverso le maglie dei compiti affidati alle Regioni nell'incauta elaborazione della modifica del titolo V della Costituzione;

2) la crescita della sensibilità del ceto politico regionale alle pressioni clientelar - corporative cresciute nel corso degli anni in una fase di accentuazione del disfacimento sociale, di crisi dei corpi intermedi (non solo dei partiti), di esaltazione del personalismo in politica. Personalismo in politica esaltato dalla disgraziata elezione diretta dei Presidenti di Regione (servilmente definiti "Governatori" da una informazione culturalmente di mediocre profilo). L'elezione diretta dei Presidenti di Regione ha spostato l'asse di riferimento dell'Ente verso la costruzione di una macchina burocratica esclusivamente dedicata alla spesa e alla nomina, anche attraverso la costruzione di famigerate "agenzie" le cui attività sono state finalizzate alla rielezione di qualcuno e/o della sua parte politica. Esemplare in questo senso il comportamento del Presidente della Regione Liguria che, dalla sua rielezione avvenuta a Settembre 2020 trattiene a sé le deleghe dell'assessorato competente. La sanità rappresenta infatti il boccone più ghiotto di questa macchina burocratica divoratrice di danaro e potere.

Adesso ci si chiede se il ritorno alla centralità dello Stato in materia non rappresenti altro che un "arretramento al medioevo".

In tutto questo, tra l'altro, è assolutamente trascurato il dato della sovranazionalità delle questioni come ben è dimostrato in questi giorni e, di conseguenza, della necessità di interlocuzione adeguata (e costituzionale) a quel livello.

Sarà su questo terreno, vitale per il futuro, che si misurerà un'idea di ricostruzione dello Stato e di coerente aderenza costituzionale.

Siamo di fronte, quindi, a un ulteriore elemento di riflessione sulla strada che sarà necessario percorrere di vero e proprio "ritorno allo Statuto" da parte degli attori del nostro sistema politico e del rapporto fra questo e la società in un quadro di capacità di affrontare la nuova qualità delle contraddizioni di fronte alle quali, in questo momento, appare impotente la capacità del "pubblico" ed egemone la ferocia prevaricatrice del "privato".





mercoledì 24 marzo 2021

AMAZON

 

AMAZON di Franco Astengo


Lo sciopero in Amazon ha suscitato un forte livello di discussione.

Un dibattito che non potrà essere tralasciato o ridotto come episodico.

Serve un confronto intellettuale e politico continuo attorno ad alcuni temi decisivi come quello dell’estendersi dei termini di sfruttamento sulle nuove contraddizioni sociali.

Le nuove contraddizioni sociali portate avanti da un combinato disposto come quello formato dall’innovazione tecnologica e dalle nuove forme di disponibilità lavorative determinate dall’arretramento nelle condizioni materiali di cittadinanza.

Si è formata una inedita articolazione sociale che un tempo avremmo potuto considerare come “esercito di riserva”.

Nella giornata di ieri, 23 marzo, mi è capitato di sperimentare un livello possibile di questo dibattito: dopo aver scritto una brevissima nota nel merito ho ricevuto una mail da parte del compagno Michele Mezza e sulla base di quel confronto si è offerta l'occasione per proseguire.

Al proposito dell’alimentarsi del dibattito mi permetto così di mettere a confronto due posizioni come quella personalmente espressa e che facilmente può essere interpretata come una visione di tipo “classico” riconducibile comunque alla lotta di classe e quella espressa appunto dal compagno Michele Mezza nella quale si pone l’accento sul modificarsi degli strumenti analitici in materia puntando sul tema della “riunificazione proprietaria” che Amazon esprime attraverso l’innovazione tecnologica su “calcolanti” e “calcolati”.

Si tratterebbe, cioè, di una sorta di “assemblaggio di bisogni” che finisce con il riunificare, in una sorta di blocco storico alla rovescia, operatori e utenti all’interno di una comune logica di subalternità al dominio.

Il punto, quindi (se ho capito bene) sarebbe quello del proporre una “sottrazione sociale” a questo forma di dominio introducendo – appunto – il tema di una nuova capacità di distinzione tra operatori e utenti oggi accomunati dalla sudditanza all’algoritmo che induce bisogni e loro soddisfazione.

Debbo confermare che si tratta proprio di quel terreno di rilettura della "teoria delle fratture" che è indispensabile riprendere al più presto.

Ne scrive, (mi auguro di averlo interpretato correttamente) anche Vincenzo Vita sul “Manifesto” di oggi allorquando, in chiusura del suo intervento, propone il boicottaggio di Amazon almeno fino a quando non interverranno elementi di sufficiente regolamentazione del servizio.

Il tema sembra essere quello della regolazione di un modello indotto di “individualismo del consumo” da affrontare attraverso una “visione socialmente regolata” nell’uso delle nuove tecnologie (in particolare nel rapporto con i progressi dell’intelligenza artificiale) posta versus l’idea di un recupero di forme nuove della concezione di classe.

Una concezione di classe attraverso la quale far leva per la costruzione di un adeguato blocco di riferimento capace di riprendere antiche istanze di lotta (insomma una ripresa di temi da “rivoluzione industriale”).

Francamente non credo che questa contrapposizione esista.

Infatti non si ravvede, nel concreto, una contrapposizione tra un'idea di sfruttamento del lavoro distinto dallo sfruttamento del consumo.

E’ necessario invece cercare di produrre un discorso di visione e di proposta per un orizzonte sociale alternativo nel quale si principi una forma di “regolazione del consumo” e di ripresa della richiesta di diritti.

Regolazione del consumo e diritti sociali come endiadi all’interno di una proposta di battaglia ideale e propriamente politica di trasformazione sociale.

Le forme di sfruttamento innestate dalla modernità potranno essere contenute e limitate (come si vede una sorta di “programma minimo”) se si riuscirà ad impostare, sul piano più specificatamente politico, un’idea di “società sobria”, di “senso del limite”, di quello che, da qualche tempo, mi sono permesso di definire “socialismo della finitudine”.

Forse sarebbe il caso di discuterne quando si parla di una nuova soggettività politica della sinistra che – appunto – per costruirsi ha sicuramente bisogno di rianalizzare il quadro delle fratture sociali e delle contraddizioni che esse stanno producendo.

Scusandomi delle ingenuità sicuramente contenute in questo testo, unisco di seguito i contenuti delle due note di riferimento dai cui testi sono partito per cercare di sviluppare (per quanto possibile) un ragionamento.



1) LA NOTA OGGI PUBBLICATA DAL MANIFESTO

“Lo sciopero (riuscito) dei supersfruttati di Amazon porta due punti alla nostra riflessione:

1) lo sciopero è stato mondiale: lo sfruttamento porta naturalmente all'idea dell'internazionalismo;

2) si discute molto della "diversità" nell'evidenziarsi delle "fratture" chiedendo un aggiornamento della teoria che le ha, a suo tempo, individuate (Rokkan). Ma anche in questo caso il substrato teorico rimane quello - appunto - dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, elemento base per qualsivoglia ragionamento teorico.

Franco Astengo"

2)LA MAIL INVIATA IERI DA MICHELE MEZZA

“Lo sciopero di ieri,che anch’io ho celebrato e declamato,segna l’ennesima evidenza di una radicale inadeguatezza degli strumenti analitici e delle categorie sociali con cui continuiamo a pensare di immettere il dentifricio in un tubetto da cui è clamorosamente è irrimediabilmente fuoriuscito…

...Tu parli dello sfruttamento ,che è una costante del lavoro salariato, ma il nodo del conflitto in Amazon riguarda più che la gestione la programmazione e la pianificazione del processo produttivo . Ossia la fase in cui dalla riproduzione in vitro del flusso produttivo ,determinato dalla domanda di tipologia di prodotti che Amazon condiziona abbondantemente rendendo largamente prevedibile cosa vendere e cosa dovrà consegnare ,si passa all’esecuzione nei capannoni e sui camioncini del ciclo di produzione. In questo passaggio il comando di Amazon si realizza mediante l’estrazione di dati psicomotricità dagli acquirenti e dai lavoratori .Ad ognuno per l’obbiettivo che si pone Amazon : automatizzare sia le motivazione d’acquisto che le mansioni del ciclo logistico. È questo il momento in cui si afferma e si riproduce il potere di Amazon : pianificare il passaggio da lavoro vivo a lavoro morto ,e potremmo dire da consumo vivo a consumo morto . Questo è lo stadio del capitalismo della sorveglianza ,come scrive Shoshanna Zuboff ,dove la proprietà esclusiva di dati e algoritmo determina il dominio dei calcolanti sui calcolati,di cui ,fra i molti indotti ,per altro momentaneo in attesa di una prossima robotizzazione ,c’è anche l’effetto Tempi Moderni di Charlot .Ora ,a mio parere,diventa essenziale piuttosto che cercare di riprodurre le vecchie partite sul cottimo di capire come afferrare e ribaltare questo modello di convergenza fra lavoro e su ciò che Amazon governa attraverso la sua proprietà degli algoritmi e la sua capacità di ricavare dall’altra delle sue attività ,che non dimentichino è la principale fonte di profitto, ossia il monopolio dei servizi di memoria e cloud ,la materia prima per prefabbricare desideri e lavoro.

Michele Mezza”

martedì 23 marzo 2021

LO SCIOPERO DI AMAZON

 Lo sciopero (riuscito) dei supersfruttati di Amazon porta due punti alla nostra riflessione:

1) lo sciopero è stato mondiale: lo sfruttamento porta naturalmente all'idea dell'internazionalismo;
2) si discute molto della "diversità" nell'evidenziarsi delle "fratture" chiedendo un aggiornamento della teoria che le ha, a suo tempo, individuate (Rokkan). Ma anche in questo caso il substrato teorico rimane quello - appunto - dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, elemento base per qualsivoglia ragionamento teorico.
Grazie Franco Astengo

lunedì 22 marzo 2021

SEMINARIO MAGRI

 

Care Compagne cari compagni


Scusandomi per il disturbo mi permetto rivolgermi ad alcune compagne e compagni che ritengo interlocutrici/interlocutori di un dibattito che è già in corso da parte di diversi soggetti di vari natura nel merito di una riflessione sulla possibilità di ricostruzione di una adeguata soggettività di sinistra.

Venerdì scorso, 19 marzo, è stato presentato (online) da parte dell’associazione “Esse” il libro di Simone Oggionni su “Lucio Magri, non post-comunista ma neo-comunista”.

All’incontro hanno partecipato come relatori o come invitati diverse compagne e compagni che nel corso della loro storia politica hanno attraversato le complesse vicende del PdUP, sia provenendo dall’esperienza del Manifesto, sia attraverso alle altre esperienza in particolare riferite alla nuova sinistra degli anno’60 – 70.

A loro mi rivolgo in modo particolare, così come ai componenti della presidenza dell’ARS di cui faccio parte: organismo particolarmente impegnato in quella ricerca di ricostruzione di soggettività cui facevo cenno all’inizio.

Infatti nel corso dell’analisi sviluppata dai relatori dell’incontro di venerdì scorso ci si è addentrati nella “visione” che si presentava dai testi elaborati a suo tempo da Magri in momenti “topici” della vicenda politica di quegli anni: una “visione” dalla quale discendeva una capacità d’individuazione della realtà della fase sulla quale era sempre possibile poggiare un’adeguata iniziativa politica.

Qualche anno fa mi capitò di definire quella capacità d’analisi come il “metodo Magri”.

La capacità, cioè, di sviluppare prima di tutto l’analisi della situazione politica prima di annunciare e compiere le scelte che via via dovevano sempre essere conseguenti e coerenti all’analisi stessa: era un metodo usuale nella sinistra italiana di quell’epoca, un metodo che Lucio seguiva con grande rigore e che ha permesso a Massimo D’Alema ricordandolo alla Camera di definirlo come “un interprete della migliore tradizione togliattiana”.

Nulla era lasciato all’emozione del momento, alla volontà di apparire e meno che mai all’idea di compiere delle scelte e avanzare delle proposte politiche sulla base dei sondaggi e degli umori correnti: il legame vero delle proposte con la realtà del radicamento sociale doveva verificarsi per il tramite del soggetto politico, del partito, attraverso il quale era necessario compiere una duplice operazione, da un lato di ricezione della realtà sociale e dei bisogni, dall’altra di formazione nel senso di esercizio di una vera e propria “pedagogia delle masse”.


Era questa la lezione impartita dall’assunzione piena del cosiddetto “genoma Gramsci” che proprio Lucio ha ricordato con grande chiarezza ed espressione di spessore culturale nel suo “sarto di Ulm”.


Certo: non tutto era perfetto, furono commessi grandi errori, si peccò di un sovraccarico di politicismo in certe fasi (sto pensando al collettivo nella vita del Manifesto, poi del PdUP e infine dell’area che si oppose alla svolta di Occhetto) e non si riuscì ad evitare la deriva verso cui si era incamminata la sinistra comunista in Italia fino ad auto-annientarsi e a scomparire.


L’idea di un “metodo” però rimane ed è da quella che forse potrà essere possibile ripartire.


Nel corso del dibattito sviluppato attorno al bel libro di Simone Oggionni questi elementi che ho appena richiamato sono stati sviluppati e, nelle conclusioni dell’incontro del 19 marzo, l’autore vi ha fatto esplicito riferimento proprio in relazione ad un discorso aperto sulla ricostituzione di una presenza politica di sinistra.

L’attualità del metodo dell’analisi e della relativa qualità di intuizione al riguardo della fase politica rimangono elementi fondamentali da portare avanti cercando di legare assieme teoria e prassi nell’azione politica.

La sinistra ha molti nodi da sciogliere per poter riprendere il proprio cammino nel senso di riuscire a presentare un progetto d’alternativa: non entro nel merito dei singoli punti da approfondire, penso piuttosto alla possibilità di esercizio di una autonoma forma di imprenditorialità politica legata appunto a una giusta analisi di fase.

Sotto questo aspetto è necessario un forte confronto tra noi: l’occasione della presentazione di questo libro è stata sicuramente utile ma è necessario procedere rapidamente.

L’ARS sta preparando un seminario su questi temi e sicuramente avremo passaggi precedenti al suo svolgimento.

E’ necessario mettere in atto strumenti di iniziativa ad ampio raggio ma definiti con precisione attorno all’obiettivo del recupero di soggettività partendo da una approfondita analisi di fase.

Chiedo anche ad Esse di costituirsi come soggetto promotore del prosieguo di questa necessaria discussione, assieme ad altri (sia di forma – partito; sia di forma associativa) per arrivare ad un appuntamento nel corso del quale fuori da ogni infingimento tattico si possa discutere “apertis verbis” su 2 punti:

1) la fase politica;

2) la soggettività necessaria per affrontarla.

Ricordando che ogni dispersione nei modi e nei tempi risulterebbe con ogni probabilità esiziale.

Grazie per la vostra attenzione

Franco Astengo




sabato 20 marzo 2021

ATLANTICO/EUROPA

 

ATLANTICO / EUROPA di Franco Astengo

La situazione internazionale deve essere oggetto di un’analisi diversa da quella che è stata portata avanti anche a sinistra nel corso degli ultimi anni.

La frattura non è quella Europa/antiEuropa come banalmente interpretato in questo periodo, ma quella della collocazione dell’Europa dentro il nuovo “ciclo atlantico”.

“Ciclo atlantico” aperto con grande chiarezza dal presidente USA in un quadro di rinnovata tensione bipolare (e la questione vaccini non è secondaria come oggetto del contendere).

Nel modificarsi del quadro internazionale e nell’idea della presidenza USA di riapertura appunto di una riedizione del “ciclo atlantico” , che dovrebbe presentarsi dopo la conclusione della fase post-caduta del Muro e del “gendarme del mondo”, la coppia “atlantismo/europeismo” è ormai inscindibile come hanno affermato sia Draghi sia Letta nei loro discorsi di insediamento da Presidente del Consiglio e da Segretario del PD e come ha confermato Di Maio contrapponendosi ai fuoriusciti dal M5S accusati di nostalgia per l’Italexit (non conosciamo, nel dettaglio, il pensiero della Lega che, ricordiamo, è “senior partner” di questo governo)?

Per una sinistra da costruire si tratta di questione essenziale, direi quasi (se il termine non fosse facilmente fraintendibile) identitaria.

Alla fine degli anni’40, in condizioni politiche, economiche, sociali frutto di un’emergenza affatto diversa dall’attuale gli USA costruirono l’idea dell’Europa Occidentale quale avamposto nella “guerra fredda”: quella che nacque allora sotto l’ombrello della NATO, con CECA, Euratom, fallimento della CED, Trattati di Roma non era certo l’Europa del “Manifesto di Ventotene” come invece arditamente sostenuto in tempi successivi.

Oggi può essere possibile una sorta di replica di quel copione in un’Europa a 27 (molti interpretano la Brexit come un passaggio di ritorno ad uno schieramento da rinnovata logica dei blocchi) attraversata ancora da una faglia est/ovest che si pone proprio sul tema della concezione della democrazia, oltre ovviamente a quelli delle grandi questioni economiche, ambientali, di vera e propria idea del possibile modello di sviluppo?

Lo scenario futuribile di uno scontro bellico pronosticato da alcune parti si è di molto spostato sulla carta geografica.

Dopo le guerre per “interposta persona” che hanno infiammato il Medio Oriente e sviluppate attorno al nodo energetico adesso lo scenario di una contesa bipolare della quale sarà protagonista, ovviamente, la Cina trova nelle risorse minerarie ad altissimo valore aggiunto dell’Africa un proprio sbocco ma anche in quella sede il confronto bellico si sta avvalendo di intermediari, come accade in Libia.

Esperti hanno individuato lo scenario possibile dove potrà accendersi la miccia nel Mar Cinese Meridionale.

L’Europa quindi potrà essere intesa come base logistica, quasi come una grande portaerei oppure un’estesa base missilistica.

Non credo che, affermando queste cose siamo di fronte a scenari fantascientifici.

Le ipotesi sono concrete soprattutto se analizziamo bene la fase di arresto della globalizzazione, del ritorno alla geopolitica e alle esigenze che ne derivano in tema di costruzione di alleanze strategiche.

Allora occorre stare in Europa ripensandone le coordinate di fondo circa la collocazione sullo scacchiere mondiale e rivedendo anche le formule della pratica politica che si esercita nel "Vecchio Continente".

E’ evidente che qualsiasi “dimensione nazionale” apparirebbe riduttiva, così come risulterebbe limitata una semplicistica riedizione di una sorta di “internazionalismo del populismo di sinistra”.

Per questo motivi ogni iniziativa che si intenda compiere sul piano di una rinnovata presenza della sinistra dovrà avere proprio la dimensione europea come elemento portante, cercando di introdurre nella struttura politica continentale, come elemento prioritario di una azione sovranazionale,la contraddizione avverso l’inscindibilità della coppia Europa/Atlantico.

L’obiettivo dell’autonomia politica dell’Europa dovrà rappresentare elemento costitutivo di una nuova dimensione della presenza di una sinistra portatrice di una visione di pace e cooperazione multilaterale.

mercoledì 17 marzo 2021

QUARANT'ANNI FA: SCOPERTI GLI ELENCHI DELLA P2

QUARANT’ANNI FA: SCOPERTI GLI ELENCHI DELLA P2 di Franco Astengo

La lista degli appartenenti alla P2 fu scoperta il 17 marzo 1981, nella fabbrica “La Giole”, di proprietà di Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi presso Arezzo, durante una perquisizione ordinata dai magistrati Colombo e Turone, durante le indagini sul presunto rapimento di Michele Sindona.

Il “Piano di rinascita democratica” della loggia massonica Propaganda 2 (P2), scritto probabilmente nel 1976 dal maestro venerabile Licio Gelli insieme ad alcuni “consulenti” esterni ha rappresentato il vero punto “politico” al riguardo degli obiettivi della Loggia.

Il testo del piano fu sequestrato nel 1982 all’aeroporto di Fiumicino nel doppiofondo della valigia di Maria Grazia Gelli, la figlia, che rientrava in Italia da Nizza.

Qual’era in definitiva l’obiettivo della P2: scomporre e ricomporre in una sintesi più avanzata, di vera e propria “rottura” nel rapporto tra società e politica per ricomporlo in una sintesi autoritaria; questo era il senso del Documento sulla “Rinascita Nazionale”.

La difficoltà più grande che si è incontrata nel cercare di produrre un progetto politico di alternativa all’interno della vicenda politica italiana, nel corso dei decenni che ci troviamo immediatamente alle spalle a partire almeno dagli anni’70 del XX secolo, ha riguardato l’impossibilità di riconoscere quella che era la “contraddizione di fondo”: il cosiddetto “oggetto del contendere”.

Si trattava e si tratta della “questione democratica”, o meglio ancora della “questione della qualità della democrazia”, posta attorno al nodo dell’attuazione o dell’arretramento dei principi contenuti nel nesso implicito che lega la prima e la seconda parte della Costituzione repubblicana.

Sull’ “arretramento” puntava il documento di Gelli e molti passaggi, in verità, sono stati attuati nel corso degli anni.

All’epoca il tema “dell’attuazione” fu, invece, affrontato principalmente dal Centro di Riforma dello Stato, presieduto da Pietro Ingrao.

Furono prodotti materiali di riflessione molto importanti, fino a elaborare un progetto sufficientemente compiuto di riforma dell’architettura dello Stato che non divenne però mai oggetto di confronto politico concreto, restando il PCI fermo a una rigida suddivisione nel rapporto tra struttura e sovrastruttura e delegando l’agire sul terreno della politica sempre e comunque, all’impronta della “doppiezza” togliattiana (almeno sino all’intervista di Berlinguer sulla “questione morale”, del resto poi rimasta inascoltata e disattesa o al più intesa con criteri moralistici, si era rimasti fermi all’autonomia del politico e alla tattica).

Per questo filone derivò poi la linea dettata, a suo tempo, da Massimo D’Alema “del paese normale”, ennesimo tentativo di legittimazione “nazionale” del partito nato nel 1921 che, pure, aveva cambiato nome, simbolo, pelle.

Un’analisi sviluppata in ritardo, quella del “paese normale”, perché nel frattempo, ed è questo il punto che intendevo toccare, era sorta un’altra opzione – ben più importante e pericolosa di quella dell’interclassismo nazional-popolare della DC (nella quale albergavano, comunque, spunti autoritari da Tambroni al “gaullismo” di Fanfani).

Era sorta,infatti, un’opzione dichiaratamente di destra, insieme destrutturante e autoritaria, che prendeva le mosse sul piano teorico dal dispositivo destrutturante al riguardo della consistenza giuridica dello Stato di origine nietzschiana incrociato con l’ipotesi assolutistica di Carl Schimtt.

Raccogliendo quegli spunti teorici cui ho fatto appena cenno l'obiettivo era appunto quello già richiamato: scomporre e ricomporre in una sintesi più avanzata, di vera e propria “rottura” nel rapporto tra società e politica: questo il senso del Documento sulla “Rinascita Nazionale”.

Quel documento, sulla “Rinascita Nazionale” apparentemente ricolmo d’indicazioni pragmatiche (molte delle quali, via, via, attuatesi con grande precisione) rimane, a mio giudizio, la pietra miliare al riguardo del progettarsi e dell’attuarsi dell’avventura di destra in Italia.

Un’avventura in corso da molti anni ( pensiamo ai meccanismi dell’informazione o a quelli del rapporto tra Governo e Parlamento) portato avanti con grande determinazione e intuito dalla particolare destra populista uscita dalla crisi del sistema dei partiti degli anni’90 e raccoltasi attorno alla figura di Silvio Berlusconi, interprete della indispensabile maschera dell’esasperazione del personalismo: personalismo giunto al punto in cui, in ogni elezione svolta tra il 1994 e il 2008 la posta in palio è sempre stata rappresentata dal giudizio sulla “persona” , causando così guasti gravissimi proprio sul piano della configurazione stessa degli attori politici.

Da lì si è poi discesi da un lato all’interpretazione dell’antipolitica e dall’altro al sorgere del populismo sovranista.

Il PCI aveva, inizialmente, intuito la portata del pericolo che veniva dal raccogliersi attorno alle istanze della P2 dell’insieme della destra e del “perbenismo italiota”: il convegno di Arezzo, organizzato appunto dal CRS, nel 1982 con le relazioni di Stefano Rodotà e Giuseppe D’Alema (padre) riuscirono a porre la questione in termini dai quali si sarebbe potuti partire per porre il tema dell’alternativa sul giusto terreno della “qualità della democrazia”.

La scelta finale, però, fu diversa: quell’idea proprio del “paese normale”, della necessità di superare la doppiezza e di porsi nell’ottica di una “fertile accettazione” dell’egemonia capitalistica ("lo sblocco del sistema politico"): non vi fu contrasto, a questo proposito, non emersero proposte alternative e Rifondazione Comunista provò due volte a porsi sul terreno del governo, nella prima occasione in maggioranza e la seconda direttamente al Ministero, non avendo altra arma in mano che un curioso intreccio tra massimalismo psiuppino e movimentismo lottacontinuista.

Intanto il progetto della destra andava avanti e scavava nel profondo, destrutturando – appunto – il sistema politico, quello informativo e riducendo ai propri disegni la stessa struttura industriale del Paese ed egemonizzando quella finanziaria, ridotta a scorribande per “raider” come troppi episodi ci hanno dimostrato.

Si è inquadrata in questo tentativo di destrutturazione complessiva la riforma della Costituzione portata avanti dal PD a segreteria Renzi: tentativo sconfitto dal voto referendario in circostanze sulle quali dovremmo comunque interrogarci, a distanza di cinque anni, sulla differente confluenza del voto “contro” e del voto “per” (intendendo come “per” ancora una volta una proposta di attuazione costituzionale che sicuramente in quel voto risultò minoritaria ma che comunque non fu raccolta e considerata).

Il fatto è che, nel frattempo, PDS, DS, PD,sono rimasti fermi all’idea della “governabilità”, di un acritico scimmiottamento pedissequo della “spettacolarizzazione” di una politica sempre più priva di contenuti, fino a concedere spazio ad altri soggetti che, come nel caso del Movimento 5 Stelle, arrivati ad accumulare consenso esasperando e sfruttando il concetto di “democrazia diretta” e comunque organici al disegno di "arretramento e destrutturazione costituzionale".

Si sono così commessi errori che , in apparenza, abbiamo giudicato clamorosi, come quelli riguardanti la mancata legge sul conflitto d’interessi o il varo della Bicamerale ma, soprattutto, l’idea del “bipolarismo temperato”, e in questo, della vocazione maggioritaria: errori che non erano tali, se inquadriamo bene il tema, ma frutto di un effettivo fondamento teorico al quale il PD oggi appare ancora abbarbicato.

Oggi il quadro è ancora cambiato :ci troviamo di fronte all’emergere di una logica deterministica applicata alla politica e sviluppata in forma “imprenditoriale”.

Ciò sta avvenendo per quale scopo? Forse la soddisfazione per un intreccio di lobbies (inclusa quella ambientalista) oppure per partecipare al governo delle strutture della tecnologia avanzata che pretendono di assumere l'egemonia culturale nella modifica delle condizioni di vita delle persone o ancora per realizzare una sorta di "ibernazione" di un ceto politico che ha assolutamente bisogno di essere "coperto" mediaticamente al fine di mantenersi competitivo nella somma delle proprie diverse articolazioni di potere.

Tra soggetti, movimenti, lobbies più o meno mascherati lo scopo rimane quello di affermare una propria concezione del potere come sovrapposizione di semplice comando su di una società sfibrata dall'egemonia dell'individualismo competitivo (situazione resa ancora più complicata dall'emergenza sanitaria)

Il potere è ormai inteso come partecipazione alla governabilità quale fattore esaustivo dell'agire politico, escludendo così retroterra ideale, partecipazione, rappresentanza politica (e articolazione della rappresentanza).

Il M5S ha rappresentato l'interpretazione più autentica di questa idea "esclusiva e insieme sostituiva" del potere in perfetta linea con il progetto di "scomposizione" piduista e il PD si è affrettato a tentare di adeguarsi.

E' evidente come questo stato di cose abbia aperto un varco a destra di rilevanti dimensioni. Varco che abbiamo definito "populismo" adesso provvisoriamente coperto dal governo Draghi . Un'operazione di temporanea copertura che non potrà sventare i pericoli insiti nella stessa natura della destra italiana.

In sostanza cosa sta avvenendo:

1) affermazione dell' autonomia dell'imprenditorialità politica in funzione lobbistica nell'esercizio del potere;

2) sviluppo della forma di "recitazione della democrazia".

3) Pericolo vero: affermazione di un populismo capace di incrociare una dimensione di insorgenze sociali al riguardo delle quali è finora mancato uno sviluppo di analisi seria e concreta.



Per la sinistra si tratta finalmente di affrontare questi livelli della questione.

Un tema riguardante la profonda crisi democratica che sta attraversando il sistema politico italiano e che non sarà risolta dal ritorno dell’alternanza, del “bipolarismo temperato”, del sistema elettorale maggioritario .

Bisognerà prenderne atto cercando finalmente di comprendere che ci troviamo in una situazione specifica rispetto alle difficoltà emergenti nelle diverse sfumature del modello di “democrazia liberale”.

E’ di piena attualità il punto di attacco insito nel documento di Gelli: attuazione o arretramento del dettato costituzionale?



lunedì 15 marzo 2021

FRATTURE VECCHIE E NUOVE

FRATTURE VECCHIE E NUOVE di Franco Astengo

Nel seguire vecchi schemi Ezio Mauro (”Il campo del Papa straniero” - Repubblica del 15 marzo) individua quattro “angoli” che, dall’esaltata segreteria Letta in avanti, dovrebbero confrontarsi nel disastrato sistema politico italiano all’interno di un “campo progressista” destinata a contendere il Paese alla destra: una cultura democratica figlia della tradizione del centrosinistra ( o ancor meglio dell’Ulivo tanto evocato in questi giorni), un populismo moderato in via di definizione, un ambientalismo nascente in cerca di affermazione, un laburismo residuale con venature d’opposizione.

Tra questi soggetti , secondo l'analisi di Mauro, dovrebbe sorgere una contesa democratica per disputarsi il capitale culturale, sociale e simbolico di questo ipotetico “campo progressista” (dietro l’angolo si intravedono il sistema elettorale maggioritario e la riedizione del tentativo del “bipolarismo temperato”).

Questa analisi finisce con il tralasciare almeno due questioni di fondo: a) la radicalità delle “fratture” emergenti che appare tale da richiedere una contrapposizione ben più netta di quella possibile riesumando antiche culture di semplice “protezione degli esclusi dalla globalizzazione” (tanto più in tempi di ridisegno sociale complessivo a causa dell’emergenza sanitaria) b) la necessità di modellare l’agire politico rispetto al tipo di competizione che si aprirà con il modello che sarà proposto dall’evoluzione tecnologica.

La domanda, in sostanza, è questa: come si sarà capaci di affrontare la fase di emersione dell’intelligenza artificiale in sostituzione dell’intelligenza sociale ?

Stanno per saltare gli “angoli” descritti da Mauro: non esiste più una “utopia verde” sulla quale basare l’affermazione dell’ambientalismo (al di là di possibili effimeri mini-successi elettorali) dal momento in cui il capitale ha scelto la “transizione ecologica”; allarga il suo campo il laburismo che è chiamato a verificare la nuova complessità delle contraddizioni e assieme a proporre una nuova visione non relegabile nella marginalità di un’opposizione politicista; appare del tutto insufficiente una cultura democratica imperniata su modificazioni apparentemente razionalizzatrici dell’impianto istituzionale in Italia, come in Europa.

Così vanno rimescolandosi le carte con il nostro sistema politico in ritardo.

Un sistema inadeguato rispetto alle esigenze che si stanno imponendo, prima di tutto, ad una “Italia fuori d’Italia” rispetto all’Europa e al nuovo livello di scontro che sarà determinato dal riprofilarsi delle grandi potenze (Cina/USA; nuovo ciclo atlantico; penetrazione russa, turca, cinese nel cuore del Mediterraneo soltanto per fare degli esempi) in lotta essenzialmente per il primato nelle fonti di accesso alla trasformazione tecnologica.

Si è già ricordata la radicalità dei cambiamenti in atto: una radicalità che reclama, recupera, promuove identità nel confronto tra destra e sinistra.

La contesa sull’egemonia al riguardo dell’indirizzo che sarà assunto dall’evoluzione tecnologica costituirà il vero punto di rottura del futuro.

Cosa proporrà la destra? Ciò che sta accadendo: l’isolamento progressivo, il termitaio globale, l’incattivimento degli hater, il condizionamento mentale delle masse (Giuseppe Genna “Grillo va preso sul serio” L’Espresso 14 marzo 2021).

Non basta anche la contrapposizione proposta da “Laudato sì”: anche in quel caso è insita l’idea della riduzione nella portata delle “fratture” in atto.

Nella piena consapevolezza della totale insufficienza e genericità di questo tentativo di riflessione mi permetto allora di richiamare due questioni:

1) quello dell’esigenza di una presenza politica della sinistra capace di recuperare in profondità i due concetti base di uguaglianza e solidarietà non limitandosi alla semplice “protezione sociale”;

2) Una sinistra capace di ampliare il proprio bagaglio di riferimento fino a comprendere la gran parte dello spazio dei già ricordati “angoli”.

E’ questo il senso del riproporre l’idea del “socialismo della finitudine”.


Scrive Olga Tokarczuck, premio Nobel per la letteratura: “ La paura di fronte al virus ha richiamato le condizioni ataviche più banali, che i colpevoli sono altri e loro, sempre da un altrove, portano il pericolo” e ancora “Davanti ai nostri occhi si dissolve come nebbia al sole il paradigma della civiltà: che siamo i signori del Creato, possiamo tutto e il mondo ci appartiene” (Il Corriere della Sera 3 aprile 2020).

Così si pone un interrogativo: è davvero finita l’era delle “magnifiche sorti e progressive” e ci troviamo nella condizione dell’essere finito, limitato, imperfetto ?

Oppure è il caso di rassegnarci al dominio della tecnologia e di porre il genere umano al servizio dell'intelligenza artificiale?

Chi intende continuare a pensare alla giustizia sociale dell’uguaglianza pare proprio trovarsi davanti a un bivio.

Il "limite" può rappresentare la sola opposizione ad uno scenario futuribile che non può non essere immaginato come dominato da una sorta di "potere estraneo".

Preso atto della necessità di comprendere questa necessità della condizione di “limite” come definire, allora, un nuovo obiettivo di sviluppo.

Si era discusso, tempo addietro, sulla possibilità di elaborazione di un progetto di “società sobria” come “terza via”: forse quell’eventualità potrebbe essere già superata e un nuovo modello di vita ci sarà imposto dai fatti e dal governo assoluto della tecnica.

Si pone così davvero il tema di un mutamento come indica la Tokarczuck.

Se vogliamo contrastare l’affermarsi definitivo dell’egemonia della forza basata sull’esclusività del dominio della tecnologia e della conseguente concentrazione di potere, bisognerà disegnare quello che mi permetto di definire come un “socialismo della finitudine”.

Non servono voci figlie della catastrofe.

Si pensava di “cercare ancora” per trovare vie di nuovo sviluppo e modificare le grandi storture della modernità.

Adesso siamo davanti alla necessità di un ripensamento generale ad un livello che non avremmo mai immaginato e che potrebbe essere indicato come “di civiltà”.

Dobbiamo provare a muoverci pensando a quella dimensione propria di un orizzonte del “limitato” che richieda l’affermazione di una ricerca sull’uguaglianza non solo economica e sociale.

Si tratta di rifletterci e di trovare la strada per adeguare la nostra pratica politica,anche se abbiamo disperato bisogno di ritrovare tutto il pragmatismo necessario che serve per affrontare le lotte del giorno per giorno che, beninteso, continuano.


sabato 13 marzo 2021

IL ROSSO NON E' IL NERO: UN COORDINAMENTO PER UNA CONVERGENZA POLITICO-SOCIALE IN APPOGGIO AL "PATTO PER SAVONA" PROPOSTO DA MARCO RUSSO

" IL ROSSO NON E' IL NERO": UN COORDINAMENTO PER UNA "CONVERGENZA POLITICO-SOCIALE" IN APPOGGIO AL "PATTO PER SAVONA" PROPOSTO DA MARCO RUSSO.


Il rinvio delle elezioni amministrative all’autunno e le difficoltà provocate dall’emergenza sanitaria non possono arrestare il processo democratico che deve andare avanti nello sviluppo del confronto politico , garantendo lo svolgimento della tornata elettorale nel massimo della sicurezza possibile.

Savona deve prepararsi in serenità al rinnovo del Sindaco e del Consiglio Comunale e, in questo senso, i prossimi mesi debbono essere adoperati per far progredire al meglio la partecipazione politica e civile in tutta la cittadinanza.

Si sta preparando una larga convergenza politico - sociale in adesione alla proposta di “Patto per Savona” presentato da Marco Russo e dal suo “Laboratorio di idee”.

Sono già presenti, oltre appunto al “Patto”, il partito Democratico, forze di sinistra, ambientaliste, altri soggetti di diversa provenienza politico – ideale con l’obiettivo di allargare ulteriormente il campo verso movimenti che già in passato si erano misurati con le istituzioni comunali e movimenti più propriamente politici come nel caso del M5S, Azione, Italia viva.

Lo spirito di questa convergenza deve risultare prevalentemente civico, inclusivo, di raccordo concreto tra diverse soggettività politiche, movimenti, espressioni sociali.

Debbono essere compiuti tutti i passaggi necessario al fine di poter disporre di un impianto progettuale ampiamente condiviso e raccolto attorno ai grandi nodi del futuro della nostra Città.

Nei prossimi mesi si dovrà verificare un lavoro di rafforzamento della coesione ideale, programmatica, operativa di questa "convergenza".

A questo proposito risulterebbe necessario che i soggetti già partecipanti in diverse forme al “Patto” si dotassero, fin da adesso, di un organismo di coordinamento in modo da sviluppare unitariamente la riflessione progettuale e le necessarie iniziative da portare avanti sul piano del dibattito rivolto all’insieme della Città.

Occorre un coordinamento operativo che affianchi il candidato Sindaco per fare in modo di essere pronti a recepire , anche sul piano organizzativo, le auspicabili e da noi fortemente sollecitate successive adesioni ritrovando la capacità di una collaborazione coerente in modo da costruire uno schieramento fortemente competitivo in grado di proporre alla Città quella svolta economica, sociale, culturale, quantomai indispensabile e urgente.

IL COORDINAMENTO DEL GRUPPO "QDR-IL ROSSO NON E' IL NERO"

(Sergio Acquilino, Franco Astengo, Gabriella Branca, Donatella Ramello, Sergio Tortarolo, Dilvo Vannoni)



venerdì 12 marzo 2021

AUTONOMIA DELL'IMPRENDITORIALITA' POLITICA

AUTONOMIA DELL' IMPRENDITORIALITÀ' POLITICA di Franco Astengo

In pochi giorni si sono verificati alcuni fatti politici di notevole importanza destinati a modificare un "trend" in apparenza al momento 'prevalente nel sistema politico italiano: due ex-presidenti del Consiglio, Conte e Letta, arrivano da "papi stranieri" ad assumere il comando delle operazioni nei due soggetti politici (M5S e PD) chiamati, una volta esaurita questa fase, a costituire (almeno nelle intenzioni di alcuni) l'asse per una nuova alleanza di governo.

Il Sindaco di Milano, Sala, con un altro atto di determinazione che un tempo avremmo definito come volontaristica, si sta assumendo il compito di trapiantare in Italia (fatto mai riuscito in passato) una dimensione politica ecologista posta al di fuori delle logiche di spartizione minoritaria che fin qui avevano accompagnato l'avventura dei Verdi nostrani.

L'idea espressa dal Sindaco di Milano sembra quasi essere quella di una "terza forza", nel ruolo che un tempo avevano avuto (almeno come intenzione) i laici e i radicali.

Si tratta di tre iniziative che determinano un passaggio molto significativo nella stessa struttura del sistema.

Nel procedere delle trasformazioni intervenute a partire dalla modifica del sistema elettorale del 1993 e dello scioglimento della " Repubblica dei partiti", avevamo analizzato due fenomeni che si erano progressivamente imposti: quello della "personalizzazione della politica" e dell'affermarsi di una modificazione profonda nel ruolo dei partiti e dei movimenti con il passaggio dalla democrazia parlamentare a quella "del pubblico" (con il tentativo svolto dal M5S dell'uno vale uno e della partecipazione esclusiva attraverso il web) cui aveva corrisposto un'accentuazione nei meccanismi di quella che avevamo definito, forse impropriamente, "autonomia del politico".

Oggi proprio questi tre fatti cui si faceva cenno, ci fanno pensare ad un vero e proprio salto in avanti nel processo di distacco dell'agire politico dalla complessità della tensione sociale.

Una "tensione sociale" che si è arricchita, con l'emergenza sanitaria, di nuove motivazioni e di diverse espressioni di bisogno. Emergenza sanitaria che sta assumendo dimensioni infinite, sia sul piano dello spazio occupato nella realtà (e nell'immaginario) della vita delle persone e nella scansione temporale.

Non si sono però verificati fenomeni di reale incidenza da parte dei movimenti via via sorti dalle diverse insorgenze sociali verificatesi nel frattempo : anzi la capacità di intervento di corpi intermedi associativi (a partire dai sindacati) o frutto di aggregazioni da "single issue"(come quelle referendarie) ha assunto piuttosto funzioni lobbistiche che non di vero movimento sociale oppure, come si era preteso un tempo dal sindacato, di "soggetto politico".

Si sta affermando, infatti, una forma di autonomia dell'imprenditorialità politica: gruppetti e personaggi, posti proprio in una logica imprenditoriale, "affittano" loghi e marchi di soggetti esistenti per affermare una propria identità e una propria presenza nel sistema politico, distaccata dal contesto e dal possibile retroterra ideale e culturale.

Ci troviamo di fronte all'emergere di una logica deterministica applicata alla politica e sviluppata in forma "imprenditoriale".

Ciò sta avvenendo per quale scopo? Forse la soddisfazione per un intreccio di lobbies (inclusa quella ambientalista) oppure per partecipare al governo delle strutture della tecnologia avanzata che pretendono di assumere l'egemonia culturale nella modifica delle condizioni di vita delle persone o ancora per realizzare una sorta di "ibernazione" di un ceto politico che ha assolutamente bisogno di essere "coperto" mediaticamente al fine di mantenersi competitivo nella somma delle proprie diverse articolazioni di potere.

Tra soggetti, movimenti, lobbies più o meno mascherati lo scopo rimane quello di affermare una propria concezione del potere come sovrapposizione di semplice comando su di una società sfibrata dall'egemonia dell'individualismo competitivo.

Il potere è ormai inteso come partecipazione alla governabilità quale fattore esaustivo dell'agire politico, escludendo così retroterra ideale, partecipazione, rappresentanza politica (e articolazione della rappresentanza).

Il M5S ha rappresentato l'interpretazione più autentica di questa idea "esclusiva e insieme sostituiva" del potere e il PD si è affrettato a tentare di adeguarsi.

E' evidente come questo stato di cose abbia aperto un varco a destra di rilevanti dimensioni. Varco che abbiamo definito "populismo" adesso provvisoriamente coperto dal governo Draghi . Un'operazione di provvisoria copertura che non potrà sventare i pericoli insiti nella stessa natura della destra italiana.

In sostanza cosa sta avvenendo:

1) affermazione dell' autonomia dell'imprenditorialità politica in funzione lobbistica nell'esercizio del potere;

2) sviluppo della forma di "recitazione della democrazia".

3) Pericolo vero: affermazione di un populismo capace di incrociare una dimensione di insorgenze sociali al riguardo delle quali è finora mancato uno sviluppo di analisi seria e concreta.

C' è materia su cui riflettere attentamente, in ispecie se si intende ancora provare a ri/costruire una sinistra politica.

mercoledì 10 marzo 2021

IL ROSSO NON E' IL NERO RESOCONTO INCONTRO PD 9 MARZO 2021

Care compagne e cari compagni,

in via del tutto riservata, mi permetto di formulare una breve nota di sintesi circa l’andamento dell’incontro avuto ieri sera, 9 marzo, con la dirigenza cittadina del PD.

Erano presenti il presidente dell’assemblea cittadina Chiarenza, la capogruppo in consiglio Di Padova e, collegato via skype, il segretario cittadino Martini.

Il nostro gruppo era rappresentato da Sergio Tortarolo, Sergio Acquilino, Gabriella Branca, Dilvo Vannoni e dallo scrivente.

A questo proposito un primo livello di valutazione deve riguardare il confronto sulle questioni di carattere programmatico: illustrato l’orientamento di fondo del nostro lavoro, posto sul piano di “progetto” e di “visione”, abbiamo verificato su temi fondamentali come quelli della comprensorialità, del decentramento, dell’innalzamento di qualità nelle diverse forme di vivibilità cittadina e su altri punti una convergenza che, considerati i punti di partenza dimostrati dal PD savonese in altre occasioni (incontri diretti o partecipazione a nostre iniziative), si potrebbe definire come frutto di una sorta di esercizio di “mimetismo”.

E’ questo un punto che si propone alla nostra riflessione: perché una coincidenza progettuale a questo livello può essere frutto di un incontro tra esigenze e progetti maturati separatamente partendo però da un’analisi comune oppure dall’acquisizione, in un sostanziale vuoto di riferimento, di un’elaborazione altrui destinata a colmare un vuoto.

Lascio alle compagne e ai compagni l’analisi di questo elemento, considerata l’origine e lo sviluppo della nostra riflessione (presentata nella sede dell’incontro soltanto per punti): da tener conto, ovviamente, di quanto questo tipo di situazione potrà pesare rispetto all’impostazione complessiva che la coalizione sarà chiamata a presentare al giudizio elettorale (in particolare se si pensa anche all’andamento del seminario che abbiamo svolto con Marco Russo e alcuni esponenti del suo Patto).

Vi sono punti di carattere complessivo che andranno attentamente approfonditi al fine non siano generati fraintendimenti: il carattere della comprensorialità che dovrà dotarsi di una strumentazione concreta che abbiamo definito come “patto territoriale”; il tema della “regia pubblica”; la strutturazione del decentramento. In sostanza la questione del passaggio da alcune condivisibili enunciazioni di principio a uno sviluppo di dimensione istituzionale che non può essere lasciato a mezz’aria.

A questo punto assume una valenza di fondo un elemento di natura strettamente politica che abbiamo posto nel corso della riunione, sul quale ci è stata fornita una risposta favorevole, risposta che però dovrà essere posta materialmente in atto in tempi molto brevi.

Si tratta della formazione di un ristretto gruppo di coordinamento della coalizione che affianchi il candidato Sindaco allo scopo di organizzare le iniziative da portare avanti e rappresenti anche la sede di sintesi per l’evidenziazione di elementi di progettualità programmatica sui quali dovrà essere prioritariamente condotta la battaglia politico – elettorale.

La formazione di un ristretto gruppo di coordinamento della coalizione si presenta anche in un’altra dimensione: quella di definire la “governance” della campagna elettorale e, in futuro, la stessa regia istituzionale (sia in caso di successo, sia nell’eventualità di una sconfitta) proprio in quella definizione del “pubblico” che abbiamo sottolineato sia nel seminario con il Patto, sia nell’incontro con il PD.

E’ necessario che il punto distintivo del “pubblico” arrivi al cuore della possibile rappresentanza istituzionale (ed eventualmente di governo) della coalizione.

Aggiungo, infine, un ulteriore elemento: pur mantenendo le caratteristiche del gruppo spontaneo (soprattutto sul piano dell’assenza di un quadro burocratico – gerarchico) da parte nostra si stanno accentuando caratteristiche di identità sul piano della soggettività politica: è questo un elemento che dovrà, almeno a mio giudizio, essere attentamente riflettuto rispetto alla prospettiva di eventuale partecipazione alla competizione elettorale, sia come presenza nella costruenda lista di sinistra sia più in generale nella coalizione e nel sostegno al candidato Sindaco.

A questo proposito assumono importanza due questioni, sulla prima delle quali sarebbe necessaria una presa di posizione del gruppo (naturalmente se condivisa): rendere pubblica in anticipo la proposta di coordinamento della coalizione alla quale si potrebbe affiancare la proposta di un seminario comune tra tutti i soggetti che la compongono; preparare attentamente la presentazione del nostro progetto (presentazione che non posticiperei più di tanto) con il coinvolgimento di personalità collocate in maniera articolata rispetto al complesso del perimetro della coalizione stessa, rappresentative di realtà diverse sul piano culturale, della professionalità, della loro storia personale.

Grazie a tutte/i per l’impegno e l’attenzione.

A presto

Franco Astengo

ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DELLA PRESIDENZA DELL'ARS 18 MARZO 2021

Alle compagne e ai compagni della Presidenza dell’ARS


Scusandomi per il disturbo provo a schematizzare alcune idee in previsione della presidenza del prossimo 18 marzo.

Un appuntamento che, considerata la situazione politica in atto, assume importanza se intendiamo collegarlo ad una ipotesi di recupero/ricostruzione di soggettività della sinistra italiana.

Ritengo (forse in maniera del tutto arbitraria) che la discussione dovrebbe essenzialmente incentrarsi su alcuni punti. Si tratta,infatti, di analizzare:

  1. L'assetto costruito dal Governo Draghi si trasforma in stabile. Larga convergenza al centro delle principali forze politiche; taglio delle "ali" a destra come a sinistra che possono anche crescere elettoralmente ma sono fuori dal gioco del governo non disponendo di un sistema di alleanza (in questo caso si va al 2023 mentre rimane l'incognita della legge elettorale). Fondamento di questo assetto l' intreccio autonomia tecnocratica e autonomia politica con evidente egemonia della "tecnocrazia" (linea di fondo quel "determinismo scientifico" di cui scrive oggi Vincenzo Vita sul "Manifesto") sotto l'ombrello di un'Europa che si approccia, tramite l'emergenza sanitaria, a una fase di elargizione di spesa in un quadro di(come è stato definito) "neo- keynesismo liberale" e degli USA che puntano a riprendere un "ciclo atlantico" dopo che superata la fase del "gendarme del mondo" si sta riaffacciando, sia pure in termini nuovi, un bipolarismo globale;

  2. All'interno dell'attuale quadro di governo maturano, invece, le condizioni per riproporre un sistema di coalizioni che si fronteggiano nell'idea dell'alternanza (con le elezioni fissate subito dopo l'elezione del Presidente della Repubblica) modificando la legge elettorale in senso maggioritario. Il cappello "tecnocratico/europeista/atlantico" rimarrà comunque come egida per qualsiasi formula politica perché si tratta della sola condizione per accedere al meccanismo dell'alternanza. In questa seconda ipotesi si pone il tema dell organicità dell' alleanza PD - 5 stelle e del ruolo della sinistra. Tanto più che il PD sembrerebbe in caduta, ma in questi casi ormai tutto sembra dipendere dalla determinazione di leadership.

Mi pare questo il possibile ordine del giorno della riunione e la definizione del nostro ruolo. La presenza di personalità direttamente impegnate sul campo come Cuperlo e Fratoianni (limiterei così le presenze esterne) non può che assumere così un significato di informazione, confronto, conoscenza anche rispetto alla stessa stringente attualità di fase e non certo di delimitazione di un campo preciso di riferimento.

Si tratterebbe di presenze sicuramente utili per un dibattito che però deve svilupparsi prima di tutto nella logica politico – culturale portata avanti dall’associazione.

Scusatemi ancora se mi sono permesso.

Un caro saluto a tutte/i,buon lavoro, a presto

Franco Astengo

lunedì 8 marzo 2021

IL ROSSO NON E' IL NERO: SAVONA CAPOLUOGO, COMPRENSORIALITA', PATTI TERRITORIALI, FONDI EUROPEI PER INFRASTRUTTURE, SANITA', TRASPORTI, SCUOLA

IL ROSSO NON E’ IL NERO: SAVONA CAPOLUOGO, COMPRENSORIALITA’, PATTI TERRITORIALI, FONDI EUROPEI PER INFRASTRUTTURE, SANITÀ’, TRASPORTI, SCUOLA

L’assemblea del gruppo “Il Rosso non è il Nero” ha analizzato la situazione politica savonese in considerazione del rinvio delle elezioni comunali, già previste per la primavera 2021 e spostate per decreto governativo all’autunno in una data compresa tra il 15 settembre e il 15 ottobre, probabilmente 10-11 ottobre.

Dal confronto, molto partecipato con numerosi interventi, è scaturita la decisione di intensificare la fase preparatoria pre- elettorale programmando una serie di incontri nei diversi quartieri, con i soggetti associativi e le forze politiche, al fine di irrobustire ancora il piano progettuale già elaborato dal gruppo.

Si tratta di elaborare una compiuta visione della Città nel futuro: una visione che si intende proporre alla coalizione democratico – progressista che si sta formando attorno alla proposta del Patto per Savona con candidato sindaco Marco Russo.

Particolare attenzione è stata dedicata ad alcuni temi specifici imperniati sui concetti di comprensorialità e decentramento.

E’ stata ribadita la necessità di intervenire sulla destinazione dei fondi previsti dal “Recovery Plan” in direzione, prima di tutto, di far uscire Savona e il suo comprensorio dall’isolamento operando sulle infrastrutture (in particolare quelle ferroviarie) e, nello stesso tempo, di affrontare temi di grande interesse collettivo come la sanità, la scuola, la mobilità di merci e cittadini.

La proposta di stipulare un patto territoriale comprensoriale che il gruppo “Il Rosso non è il nero” avanza come elemento distintivo progettuale dovrà essere accompagnata anche da una battaglia politica destinata a chiedere il ritorno alla pienezza delle funzioni costituzionali dell’Amministrazione Provinciale, eliminando l’elemento di asimmetria istituzionale dovuto al meccanismo dell’elezione indiretta.

Nello stesso tempo l’assemblea ha deciso di aprire una ampia riflessione sui temi di carattere politico generale, la crisi del sistema e dei partiti , l’analisi dell’operato del nuovo governo, intervenendo anche sulle questioni aperte nella sinistra.

Gli obiettivi fissati riguardano sia un incontro sulle questioni politiche, sia una iniziativa di presentazione del “Progetto e Visione per Savona” nella quale coinvolgere associazioni e personalità esterne ai partiti, rappresentative di realtà sociali e culturali, al fine di imprimere alla coalizione democratico – progressista una identità di “sinistra civica” posta in una posizione di ascolto delle esigenze della cittadinanza cui rispondere con un alto livello di concreta progettualità.


LA CONSULENZA MCKINSEY

LA CONSULENZA MCKINSEY

In poche battute: la vicenda della consulenza commissionato a McKinsey dal governo italiano per la stesura del “Recovery Plan” appare indicativa non tanto e non solo in quanto tale (precedenti nel passato ne abbiamo avuto, eccome) ma per le modalità, insieme, di segretezza (la gran parte dei componenti del Governo ne era all’oscuro) e di rivelazione (che dimostra l’esistenza di qualche smagliatura nel processo di omologazione generale).

Così, in estrema sintesi, abbiamo davanti all’opinione pubblica e alla riflessione politica un dato: quello del passaggio dalla “democrazia recitativa” alla “recitazione della democrazia”.

Molto semplicemente: una recitazione di contenuti elaborati altrove dove è ben salda e orientata la determinazione degli interessi in gioco.

Sorgono due questioni: come riprendere (se ancora esiste) una possibilità di determinazione per una democrazia costituzionale e come riaggregare un insieme di interessi politici e di rappresentanza sociale posto al di fuori dal quadro delineato (al di là beninteso dallo stare o meno in contingenti maggioranze di governo).

Franco Astengo

sabato 6 marzo 2021

SOMMARIO DELLA CRISI

SOMMARIO DELLA CRISI di Franco Astengo

1) La formazione del governo Draghi ha posto allo scoperto, ancor di più di quanto non si fosse già verificato negli anni scorsi, la crisi complessiva del sistema politico italiano. Le forze politiche che appoggiano l’esecutivo e hanno accettato di farlo una posizione subalterna si segnalano ormai da troppo tempo come deficitarie sul piano della rappresentanza. Un deficit che corrisponde ad un profondo limite di progettazione politica;

2) In particolare l’alleanza Pd-5 stelle -Leu nel tentativo di uscire dall’occasionalità rischia di andare in pezzi perché, sfuggito il governo a guida 5 stelle è venuto meno l’unico collante possibile essendo l’alleanza stessa priva sia di visione strategica ( sì o no a un nuovo bipolarismo? ) sia di risposta nel medio periodo a due interrogativi cruciali :quali riferimenti sociali comuni e quale visione del rapporto economia/tecnologia/politica? Un'alleanza mai decollata che non si salverà attraverso il recupero di un rigurgito di populismo;

3) Sul piano internazionale è ormai chiara l’apertura di un conflitto aperto tra USA e Cina. Un conflitto aperto (da più parti si sussurra di possibili “incidenti” a sfondo bellico, teatro il Mar Cinese Meridionale) che sostituisce l’antico ruolo di “gendarme del mondo” mantenuto dalla superpotenza americana dalla caduta del Muro in avanti. Mentre gli USA stanno cercando di recuperare le basi un neo-atlantismo puntando alla formazione di un’alleanza che passi dal Giappone all’Europa occidentale (si richiama un antico schema che ci trova totalmente impreparati sia dalla parte dell’approvazione sia dalla parte di un eventuale diniego). E’ proprio il quadro internazionale che ci indica l’immaturità del sistema italiano a sostenere un modello bipolare di confronto politico e geopolitico;

4) Proprio il governo Draghi sta affermando una nuova forma di governo fondata su di una inedita divisione di responsabilità e di competenze. Il già richiamato rapporto tra economia/tecnologia/politica è affrontato dal nuovo Governo attraverso una sorta di delega “tecnocratica” con una separatezza nei compiti tra una nuova élite e il quadro dei disastrati partiti italiani. Inoltre il nuovo governo sta affrontando ( anche sull’onda dell’emergenza sanitaria) il tema cruciale del rapporto centro/periferia, ridimensionando l’ampiezza di cessione di sovranità verso le Regioni verificatosi negli anni scorsi ed evidenziando così il fallimento del modello regionale;

5) A questo punto viene messo in discussione definitivamente il ruolo del Parlamento, ridotto a sede di ratifica e di nomina ed escluso dalla funzione di produzione legislativa. Si punta anche ad annullare il bipolarismo nell’espressione del voto di fiducia in un quadro di riforme istituzionali assai vicino a quello delineato nel progetto del PD(R) sconfitto nel referendum del 2016. Inoltre pare in via di rilancio l’ipotesi “maggioritaria” per la legge elettorale.

6) Ce n’è abbastanza per cercare di delineare i tratti di una soggettività alternativa partendo da una necessità di recuperare centralità alla rappresentanza sociale e politica dei ceti sempre più subalterni; da un’idea del sistema di relazioni europee fondato sulla rappresentanza di un progetto di democratizzazione delle istituzioni e da una ricerca di “spazio” dentro al pericolo di una nuova logica dei blocchi; dal richiamo alla necessità di una presenza istituzionale saldamente ancorata alla linea della democrazia costituzionale repubblicana. La democrazia costituzionale repubblicana necessita di essere presentata come elemento fondativo di una dialettica politica da parte di una soggettività di sinistra adeguatamente attrezzata nell’autonomia ideale, progettuale, politica. Occorre compiere in fretta una scelta compiutamente misurata sulle necessità che si stanno presentando con grande urgenza, avendo piena consapevolezza dell’assoluta insufficienza di una delega rilasciata ad una ripresa della conflittualità sociale alimentata semplicisticamente da visioni demagogiche di basso profilo.


venerdì 5 marzo 2021

UNA MOSSA POPULISTA

UNA MOSSA POPULISTA (2) di Franco Astengo

Mi permetto di disturbare le mie (eventuali) interlocutrici e interlocutori tornando sull’argomento delle dimissioni di Zingaretti per cercare di argomentare meglio alcune ragioni che, dopo una prima affrettata valutazione, ritengo proprio di dover confermare.

Sì: al di là dell’esito concreto (rientro, nomina di un altro/a segretario/a, indizione di un congresso, ecc) la mossa del segretario PD è stata una mossa di stampo prettamente populistico interna al quadro dominante del richiamo di quella cosiddetta “antipolitica”.

Non ci troviamo, come recitano le litanie di molti organi di informazione mainstream, dentro alla solita dannazione della sinistra divisa tra correnti e scissioni.

Da questo punto di vista è sufficiente ricordare il mezzo usato per annunciare le dimissioni: la solita Facebook ormai vera e propria agorà dello scontro politico; “terza camera” che ha sostituito le trasmissioni di Bruno Vespa.

Da leggere il testo del post di Zingaretti, in particolare in due passaggi : “ Mi vergogno del partito di cui sono segretario”; “si parla di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid”.

Il primo passaggio sembrerebbe in perfetta linea con l’eventuale organicità di un’alleanza con il M5S: ma non l’attuale M5S “ministeriabile”, ma quello antico, originario del Vaffa day. Un Vaffa lanciato verso l’interno per una squalifica complessiva.

Una vergogna che si lega al secondo passaggio che davvero appare la quintessenza di una copertura populista: “mentre sta esplodendo la terza ondata del Covid” la responsabilità della crisi è di chi parla di poltrone (la sua) e di primarie. Quindi :conservazione del potere (non mettete in discussione la mia carica) e negazione della forma di democrazia (quasi diretta) che ha fin qui ispirato il meccanismo fondativo dello stesso PD (assieme alla dimenticata “vocazione maggioritaria”) e cioè le primarie.

Oltre, naturalmente, a cercare di sollecitare l’espressione pubblica ad una certa “pietas”.

Siccome è difficile credere ad un atto di puro nervosismo e si deve pensare a un testo studiato e meditato si può ben affermare che siamo di fronte a un vero e proprio ulteriore “scivolamento” nel passaggio dalla “democrazia dell’apparire” all’ “apparire della democrazia” o meglio dalla “democrazia recitativa” alla “recitazione della democrazia”.

Nel frattempo l’operazione del governo Draghi ha realizzato, dal punto di vista politico, un pieno rilancio della centralità del centro destra e, in particolare, della Lega con uno spostamento d’asse molto rilevante in termini di riferimenti economici, geopolitici, sociali e culturali.

Le “dimissioni” (tra molte virgolette) di Zingaretti dalla segreteria del PD contengono così chiaro il significato di una mossa populista destinata a cercare, prima di tutto, di coprire le contraddizioni che attraversano quel partito dopo che è stata compiuta l’ennesima operazione trasformistica per rimanere agganciato al governo.

Il governo (più ancora che i residenti in ZTL) rappresenta ormai, da molto tempo, la sola ragione sociale del PD dopo il fallimento della vocazione maggioritaria (del resto il PCI fu sciolto all’insegna dello “sblocco del sistema politico” quale unica ragione costitutiva di quella scelta).

La mossa compiuta con queste dimissioni non riesce però a cogliere il punto della debolezza complessiva del sistema politico italiano ormai costretto, nel suo insieme, al trasferimento della governabilità al di fuori dal proprio perimetro in una “zona grigia” retta dalla tecnocrazia considerata il solo strumento valido per rivolgersi a una società del tutto sfrangiata, priva di riferimenti plausibili di identità sociale.

Sono saltati troppi parametri e non basterà certa un’operazione anche spregiudicata di tentativo di “sparare sul quartier generale” standoci dentro.

E’ mutata radicalmente la forma di governo costituzionale eppure non pare ci sia la volontà di analizzare la condizione della democrazia italiana, proprio in questo momento di assoluta emergenza.


giovedì 4 marzo 2021

SFRUTTAMENTO E LOTTA DI CLASSE

SFRUTTAMENTO E CLASSE di Franco Astengo

Pubblicato a Lipsia nell’estate del 1845 ritorna in libreria (edizioni Feltrinelli), nella storica traduzione di Raniero Panzieri “La situazione delle classe operaia in Inghilterra” di Friederich Engels.

Sfruttamento e Classe: ci troviamo così nell’occasione di una rilettura di questi due termini fondamentali per la storia (e l’avvenire?) di quello che un tempo avevamo definito movimento operaio.

Un’occasione di riflessione che si presenta in un momento di grande difficoltà per le espressioni politiche, di sfrangiamento sociale, di mutazione pressoché antropologica imposta da circostanze ed eventi da molti non previsti e ignoti nella loro destinazione storica.

Nella recensione del testo, curata per il “Manifesto” da Donatella Santarone, si fa cenno a quanto scrivono i due curatori della riedizione, Donaggio e Kammerer, indicando come uno dei temi centrali del libro di Engels appaia essere quello “dell’odio di chi lavora verso i padroni del lavoro”.

Sale subito alla mente il Sanguineti “dell’odio di classe” e ci si interroga su quanto vale oggi quell’affermazione in tempi di indefinitezza delle contraddizioni e di società non più liquida ma “gassosa”,almeno in quelli che qualche anno fa avremmo definito “ i punti alti dello sviluppo”.

L’interrogativo che principalmente dovrebbe interessarci adesso potrebbe essere così riassunto: Il mutamento che si è registrato nella condizione materiale di vita e di lavoro dal tempo in cui Engels scrisse quel testo ad oggi, è stato dovuto dall’impeto della lotta di classe o alla crescita infinita dello sviluppo produttivo oppure, ancora, quanto dal combinato disposto tra questi due fattori?

La lotta di classe vive se ci sono condizioni per un governo della politica verso lo sviluppo e non esiste quando questa capacità di governo viene meno e la politica resta ancillare rispetto alla tecniche, trasformandosi appunto in “tecnocrazia”?

Come si capirà bene l’attualità di questo secondo interrogativo appare quanto mai stringente.

Engels non aveva dubbi: lotta di classe e sviluppo (tecnologico, scientifico, industriale) dovevano camminare a fianco a fianco e da lì sarebbe nata la scintilla della trasformazione, che poi avrebbe assunto diverse forme fino al fallimento del più “forte” tentativo di inveramento statuale che ha attraversato il ‘900.

Così dalla lotta di classe portata dentro lo sviluppo tecnologico nacquero i grandi partiti di massa nell’Europa Occidentale fino al leniniano “Soviet più elettrificazione uguale socialismo” e all’interventismo statale della pianificazione e/o della programmazione (più o meno democratica).

Oggi l’evoluzione scientifica e la raffinatezza del comando mediatico hanno portato ad “smarrimento” determinato dall’individualismo (anche quello dei “diritti”) che agisce ormai indisturbato in un quadro di diseguaglianze complesse.

L’asimmetricità delle condizioni materiali di vita (e di sfruttamento) tra le varie parti del mondo appare come questione dominante tale da impedire, forse, di vedere oggi una dimensione compiuta e organica della lotta di classe facendo smarrire anche l’idea dello sviluppo.

Intendo affermare, con questo, che non possiamo più considerare lo scontro sociale patrimonio dell’avanzato mondo occidentale e che non basta il residuo di un “terzomondismo” condito da una sorta di esigenzialismo ambientalista per fornire alle contraddizioni una nuova miscela di lotta.

E’ rimasta tutta intera la questione irrisolta del XX secolo e che Engels non proponeva nel suo testo del 1845 (tre anni prima della pubblicazione con Marx del “Manifesto): la questione del potere e dello stato.

La traduzione di Panzieri fu pubblicata per la prima volta nel 1955 dalle edizioni Rinascita.

Panzieri in quel momento era impegnato nell’analisi con la quale elaborò i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”.

Panzieri indicava la strada dell’alternativa in lotte di fabbrica che presentassero la richiesta di un controllo operaio sulla produzione (come produrre, per chi produrre).

L’avanzamento di questa domanda “tutta politica”, di presa di potere “nella e sulla fabbrica”, fu disconosciuta dalle organizzazioni ufficiali del movimento operaio, tutte intente – in quella

fase – a muoversi sulla linea delle politiche keynesiane indirizzate alla sfera dei bisogni e dei consumi (era il momento del cosiddetto “miracolo italiano”).

Le lotte di fabbrica di quel periodo spiazzarono, però, l’analisi marxista ufficiale incentrata sulla arretratezza del capitalismo italiano, sulla necessità della ricostruzione nazionale e sull’esaltazione della capacità produttiva del lavoro.

L’ analisi di Panzieri incontrò il limite del non incrociarsi con la possibilità di realizzare, in quella fase, una adeguata rappresentanza politica.

Rimase tutta interamente inevasa, anche allora, l’esigenza di incarnare l’analisi in una strutturazione politica.

Rileggere oggi Engels con la mente rivolta al suo traduttore può rappresentare un momento di riflessione non tanto e non solo sulle occasioni mancate e sull’impossibilità di ripetere schemi ormai desueti nella modernità ma per comprendere meglio la nuova qualità delle fratture sociali in una fase nella quale il tema del rapporto tra Potere/Stato/modello di sviluppo rimane ancora tutto da costruire, tanto più in assenza di soggettività definite e di egemonia di forti “contraddizioni in seno al popolo”, come si diceva una volta.