sabato 30 aprile 2022

PRIMO MAGGIO, PER LA PACE CONTRO IL LAVORO

 

PRIMO MAGGIO PER LA PACE, CONTRO IL LAVORO di Franco Astengo

In tempo di guerra appare naturale che il Primo Maggio sia dedicato alla Pace ma non può essere dimenticata la natura del lavoro nella società capitalistica e la torsione nel senso della intensificazione dello sfruttamento che l'esercizio "indiscriminato" della modernità ha imposto in quadro di inaccettabili disuguaglianze.

Il richiamo allora è ancora rivolto ad una delle pagine più importanti che il "Manifesto" ha pubblicato all'inizio dell'avventura del quotidiano: il 1 maggio 1971 infatti l'articolo di fondo (non firmato) titolava "Contro il Lavoro".

Secondo un'acuta osservazione di Fulvio De Lucis quella pagina deve essere considerata oggi ancora “troppo marxiana in tempi di dimenticanza del modo di produzione capitalistico dove è una “festa” avere un lavoro completamente subalterno al comando del profitto”.

Parto proprio da questa affermazione di De Lucis per sviluppare alcune considerazioni sui dati di “continuità storica”ben presenti in alcuni dei passaggi dell’articolo.

Un articolo, è bene ricordarlo, che fu scritto in momento particolarmente “alto” di lotte operaie e di serrata contrapposizione politica sulla cui analisi sarebbe troppo complesso soffermarci in questa sede.

Un punto del testo pubblicato il 1° maggio di cinquant’anni fa però può essere utilmente preso in esame: “Nessuno più di Marx ha fatto del lavoro il centro della storia. L’uomo stesso è il prodotto del suo lavoro” e più avanti “Da un lato il lavoro diventa, come lavoro salariato, fino in fondo e per tutti una realtà esterna, senza senso e senza contenuti, un’alienazione insopportabile..”.

Ecco questo è il punto su cui soffermarci, quello del lavoro come alienazione.

La domanda allora diventa: qual’è il punto di alienazione raggiunto oggi? Si pone ancora la prospettiva che dalla presa di coscienza dell’alienazione si possa arrivare alla presa di coscienza della necessità del superamento del lavoro salariato?

Occorre analizzare un punto di diversità fondamentale prendendo in considerazione un dato di fondo, rispetto al tempo di "Germinale" o della grande fabbrica fordista : l’uomo (e la donna, ancora sottoposta alla doppia sudditanza, una sudditanza forse mai esasperata come nell'attualità) non sono più il prodotto del loro lavoro, come si pensava cinquant'anni fa, e neppure la dimensione umana si trova ancora al centro della subalternità al comando del profitto.

Oggi la gran parte del genere umano, anche nelle parti del mondo che possiamo considerare sbrigativamente come di sottosviluppo, non è null'altro che l’espressione del suo consumo, della sua capacità di corrispondere in ogni momento della sua vita e non soltanto in fabbrica all’egemonia del comando del profitto.

Dentro lo stridore sociale dominante è il comando del profitto che ormai si è esteso sull’insieme di contraddizioni che la modernità presenta, assumendo il comando di tutte le innovazioni che via via si stanno presentando sulla scena.

Ogni nostro atto, ogni nostra possibilità di visione, è compiuto in funzione dell’apparire quasi sempre pubblicitario del combinato disposto tra reale e virtuale sul quale la logica del profitto si espande e si afferma.

L’intreccio tra reale e virtuale che si accompagna ormai in tutti gli aspetti della nostra vita non produce altro che la virtuosità del profitto in tutti i campi: ce ne siamo accorti analizzando l’andamento tragico dell’emergenza sanitaria e ancor più siamo chiamati a prenderne atto nel momento in cui la virtualità della propaganda ci propone una vera e propria obliterazione di analisi dei termini concreti di una tragedia come quella della guerra.

L'incombenza imposta a tutti è quella di mantenere integro il ciclo del consumo.

Così si è arrivati più ancora che alla negazione al considerare superfluo il conflitto, sia nel sociale sia nel politico.

Il conflitto è considerato ormai marginale, momento di turbamento dell’ordine costituito.

Si cerca di spingere fuori dal quadro le potenziali note stonate riducendone i portatori a testimoni innocui.

Sono del tutto remote le potenzialità di considerare “lotta” e non “festa” una giornata del lavoro nel significato profondo, originario, del Primo Maggio.

Così l’articolo del "Manifesto" di quel lontano 1° maggio di cinquant’anni fa può essere considerato lontano nel tempo, reperto di vera antichità nella storia delle relazioni umane, sociali, politiche.

Come dimostrano i fatti di questi giorni l’orizzonte è rimasto ristretto alla sola possibilità della migliore remunerazione del lavoro umano per fa sì che ci sia consentito di continuare ad esercitare questa funzione di mera riproduzione del consumo come fattore di consenso e di nuova dimensione dell’umanità.

Ricordarsi le condizioni di intreccio tra sfruttamento e alienazione ponendo assieme il tema di rivedere la visione del lavoro potrebbe rappresentare la possibilità di compiere dopo tanto tempo un primo passo in avanti.

Tutto questo si potrebbe fare magari recuperando un vecchio testo di giornale, rimasto lì e non utilizzato per incartare le patate.

giovedì 28 aprile 2022

RIVOLUZIONE DEMOCRATICA DELLE MENTI E NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

 





RIVOLUZIONE DEMOCRATICA DELLE MENTI E NUOVO MODELLO DI SVILUPPO di Franco Astengo


Roberta De Monticelli in un suo articolo (”Domani” 28 aprile: “Noi contro loro? Serve un pensiero di libertà per confrontarci con Putin) ricostruisce parte del percorso della “glasnost” e della “perestrojka” gorbacioviane rimarcando come quell’occasione storica può ancora oggi essere valutata come tanto fondamentale, articolata e concreta da meritare di essere definita una “immensa chance” negli anni drammatici precedenti alla sconfitta del 1991.

Nell’articolo si attribuisce (giustamente) la caotica dissoluzione dell’URSS come derivante dalla spinta violenta dei nazionalismi, in primo luogo quello della Russia di El’cin e ci si propone di ritornare sul pensiero limpidamente esposto nella biografia di Gorbacev e in particolare sul passaggio riguardante la “rivoluzione democratica delle menti”.

Quella “rivoluzione democratica delle menti” che va ricordata proprio come rappresentasse il punto di riferimento su cui all’epoca si realizzò ,insieme a una fioritura di vita culturale e civile mai veduta in Russia dopo gli anni venti, nel 1990 lo svolgimento della prima elezione veramente democratica: un afflato soffocato dalle cannonate contro il Parlamento del 1993 che provocarono un numero di vittime ancora imprecisato.

Nel testo in questione si sottolinea come il cosiddetto Occidente non capì lo stato delle cose e sostenne El’cin: non capì perché ciò che stava avvenendo era sbagliato e perché i fatti si stavano muovendo al contrario della necessità di stabilire un nesso essenziale fra democratizzazione interna e vera realizzazione dell’ordine internazionale nuovo.

Riprendo testualmente “Il pensiero nuovo della libertà è stato lì per diventare l’anima d’acciaio delle istituzioni del cosiddetto Occidente. Un ordine democratico compiutamente sovranazionale nella regolazione della convivenza fra le nazioni”.

L’incomprensione di questo passaggio coinvolse e travolse anche il PCI che, invece senza voler fare la storia con i “se” e con i “ma”, avrebbe potuto rappresentare uno dei pilastri di questa prospettiva.

Il limite che incontrò il PCI in quel frangente decisivo derivò dall’eccessivo ritardo con il quale si era aperto il dibattito interno ormai ingessato da troppo tempo da un correntismo nascosto.

Non si tratta di scrivere della sagra delle occasioni perdute ma qualche considerazione a questo proposito può essere svolta anche adesso.

Per una combinazione fortuita proprio in questo 28 aprile l’inserto “L’extraterrestre” contenuto nel “Manifesto” ripubblica l’intervento di Enrico Berlinguer sull’austerità pronunciato nel convegno degli intellettuali all’Eliseo di Roma nel gennaio 1977.

Riporto qui soltanto due passaggi: “Per noi austerità è il mezzo per porre le basi del superamento di un sistema in crisi strutturale”. “I caratteri distintivi del capitalismo sono spreco, sperpero, esaltazione dell’individualismo e consumismo sfrenato”.

Il tema sollevato da Berlinguer in realtà era già stato avanzato al momento della crisi petrolifera del 73-74 in un documento redatto da Lucio Magri e pubblicato in due parti dal “Manifesto” nel gennaio del 1974 (nel pieno dell’austerity proclamata proprio per fronteggiare quella crisi) : in quel documento si scriveva di rendere esplicita l’alternativa tra “modello alternativo di sviluppo” e “modello alternativo di stagnazione” chiarendo come “il nostro atteggiamento rispetto alla crisi non è quello di un neomalthusianesimo romantico né di puro affidamento alla rivolta; ma è rifiuto di identificare lo sviluppo con l’estensione della sua base materiale e di concepire dunque questa base materiale come il primum movens cui tutto subordinare”.

Naturalmente altre grandi questioni erano sul tappeto, quella giovanile (con la svolta individualista del ‘77), quella femminista e dei diritti civili, la nuova qualità del lavoro in relazione allo sviluppo tecnologico ma i due grandi temi, quello della “rivoluzione democratica delle menti” e quella del “modello alternativo di sviluppo” furono sostanzialmente aggirati nel dibattito interno al più grande partito comunista d’occidente (da ricordare come in quel momento ci fossero intensi contatti con la socialdemocrazia europea: da Palme, a Glotz, ai laburisti pacifisti inglesi, a Rocard,contatti rimasti irrisolti per la situazione dei rapporti interni tra PSI e PCI sul piano della “questione morale” mentre era stata praticamente abbandonata l’idea dell’eurocomunismo).

Due passaggi tra democrazia e modello di sviluppo di assoluta attualità in questi tempi difficili.

Torniamo alla storia:

Era possibile per il PCI rinnovare la propria identità senza dismettere frettolosamente il proprio impianto organizzativo, come avvenne invece in nome di un non meglio precisato “sblocco del sistema politico”?

L’esito dell’operazione avviata alla Bolognina da Occhetto avrebbe poi avuto come protagonista una “Cosa” indefinita ,cui sarebbero seguite altre operazioni di mera natura politicista fino all’”amalgama non riuscita” di un PD ridotto ormai alla logica del governo come solo elemento costituivo.

Un’idea di “sblocco del sistema politico”, quella generata dalla proposta di liquidazione del Partito Comunista in Italia.

Un’idea da qualche parte forse ingenuamente ricercata ma da altre parti cinicamente perseguita per togliere di mezzo memoria e identità di una riflessione complessiva riguardante l’articolazione storica della presenza del movimento operaio in Italia.

Per alcuni potrà apparire paradossale ma chi comprese meglio ciò che stava accadendo in quella fase a partire dalla proposta gorbacioviana fu almeno un parte di coloro che nel PCI si opposero alla “svolta”.

Beninteso: soltanto una parte dell’area del “NO” perché in quel settore emerse anche una forte espressione “conservativa” che poi avrebbe segnato almeno la prima parte del cammino di Rifondazione Comunista fino al passaggio, in quella formazione, di una prevalenza “governista/movimentista” .

Prevalenza “governista/movimentista” poi accompagnata da un processo interno di personalizzazione e di adeguamento alla logica maggioritaria che avrebbe avuto come esito l’emarginazione complessiva della presenza della sinistra d’alternativa in Italia.

Recentemente sono stati pubblicati gli atti del seminario di Arco che si svolse all’inizio dell’autunno del 1990 con l’intervento degli esponenti dell’opposizione alla liquidazione del Partito : in quelle pagine forse si potrebbero ritrovare elementi concreti utili ancora oggi per comprendere meglio l’entità politico – culturale di quella vicenda che rimane esiziale per le sorti future della sinistra italiana e che incidentalmente sono state rievocate, quasi come ferita quasi aperta, dai due articoli da cui ha preso spunto questo intervento.


mercoledì 27 aprile 2022

"IL ROSSO NON E' IL NERO" Assemblea del 26 aprile

 

“IL ROSSO NON E’ IL NERO”: Assemblea del 26 aprile (sintesi di Franco Astengo)

Gli interventi pronunciati nel corso della discussione dell’assemblea svolta il 26 aprile dall’Associazione “Il Rosso non è il Nero” hanno affrontato alcuni dei nodi fondamentali rispetto a come, in un città di provincia qual’è Savona, potrà essere possibile fronteggiare l’impoverimento costante del dibattito politico – culturale.

La discussione pubblica va posta con chiarezza in diretta relazione all’articolarsi di una società complessa e di una situazione generale contrassegnata da un inedito susseguirsi di emergenze, da quella sanitaria all’inasprirsi del confronto bellico all’interno dell’Europa.

Nel corso della discussione ci si è soffermati in particolare sulla costruzione di un rapporto possibile tra l’individuazione di senso dei principi generali contenuti nella carta dei valori dell’Associazione e precisati proprio nei termini della cittadinanza costituzionale e della ricerca dell’uguaglianza sociale e politica con l’espressione della progettualità necessaria per l’innovazione nella capacità di governo dell' amministrazione pubblica.

Il tema dell’innovazione nella capacità amministrativa appare quanto mai complesso e urgente da affrontare in particolare nella nostra Città dopo l’esito della consultazione elettorale dell’ottobre 2021 quando si è affermata una vera e propria “svolta” politica con la sconfitta della destra, svolta costruita anche con l’apporto del nostro soggetto associativo.

Così la discussione su temi specifici come quelli riguardanti il trasferimento della Biblioteca a Palazzo Della Rovere/Santa Chiara e l’utilizzo dei contenitori storici (ipotesi affrontata attraverso un’analisi di ampio respiro riguardante l’insieme del territorio cittadino) o altri (ad esempio la questione sanitaria) si è intrecciata con questa ricerca di promozione assieme di capacità di innovazione, estensione del diritto di fruizione sociale, centralità della regia pubblica, creazione di occasioni di crescita economica.

E’ così emersa l’esigenza di collocare l’Associazione al centro di una idea di soggetto posto nella condizione di “riannodare” i fili delle tante iniziative che animano la società savonese e di una ipotesi di “sprovincializzazione” del confronto.

Per far questo i confini dell’appartenenza associativa dovranno essere spostati nel senso di un allargamento nella sua forza di inclusione e di relazione esterna.

Un allargamento che non potrà essere semplicemente una nostra prerogativa ma dovrà rappresentare il punto di riferimento dell’impegno da profondere per aprire un dialogo con l’insieme dei soggetti posti, come già si accennava, nel campo culturale e sociale della “Cittadinanza Costituzionale” evitando così il pericolo di assumere, anche da parte nostra, riflessi meramente conservativi.

Sarà questo il terreno dei prossimi impegni dell’Associazione.

Impegni che saranno assunti aprendo da subito un confronto a tutto campo con quanti, nella nostra realtà, potranno pensare di poter condividere un progetto di questo tipo.

martedì 26 aprile 2022

LANDINI - PD (Curzio Maltese "Domani")

 

Permettemi di interloquire con l'idea (profondamente sbagliata) esposta da Curzio Maltese ("Domani" 26 aprile) circa "l'innesto" nel PD di una figura come quella di Maurizio Landini al fine di recuperare al Partito Democratico quella fetta di elettorato di operai emigrato (da molto tempo) nella Lega e di disagio sociale che (allettato dalla promessa del reddito di cittadinanza) nel 2013 e nel 2018 ha premiato i disastrosi 5 stelle.

In questo quadro emergono due punti di analisi che vanno considerati:

1) E' fortemente negativo l'esaltare un meccanismo di personalizzazione della politica che è quello che, prima di ogni altro elemento, ha contribuito a portare dentro a una crisi profonda l'intero sistema politico italiano esaltando un populismo di basso profilo originato naturalmente dalla modifica della legge elettorale nel 1993 e da una ben identificata "discesa in campo";

2) la natura del PD dovrà essere valutata come modificabile rispetto all'impostazione di partenza data nel 2007 (quando la sinistra fu rifiutata in nome di una assurda "vocazione maggioritaria). Una natura del PD, in allora come adesso, fondata su presupposti ben diversi da quelli di una centralità di riferimento del mondo del lavoro. Fu quella dell'abbandono del mondo del lavoro l'origine della fase sfociata poi nel tragico referendum del 2016 e fu quello il punto di scaturigine del divario di un possibile intendimenti di fondo con l'idea di un partito laburista di massa (che già aveva ricevuto un duro colpo con la vicenda legata alle sorti personali di Cofferati: altro caso molto negativo di caduta nel personalismo). Un divario che non è certo stato colmato con la scissione di Italia Viva e l'attuale riempimento del vuoto creato dalla precedente uscita di Articolo 1 (il cui recente congresso è stato certamente venato da una impronta di politicismo conservativo della presenza parlamentare). Il tutto, si intende l'accordo Landini - Letta,sarebbe naturalmente raccolto dentro il perimetro del governo Draghi e in alleanza con il M5S (almeno con una sua parte): altro punto sul quale andrebbe aperta una discussione non riducibile alla presenza o meno di questo o quel personaggio in una lista elettorale tanto più che la questione vera della prossima tornata elettorale legislativa sarà quello della crescita dell'astensionismo.

Grazie per l'attenzione

Franco Astengo

lunedì 25 aprile 2022

SECONDO TURNO DALLA FRANCIA

 

SECONDO TURNO DALLA FRANCIA di Franco Astengo

L'esito del secondo turno delle elezioni presidenziali francesi che hanno segnato la riconferma di Macron merita alcune, sia pure parziali e provvisorie, considerazioni aggiuntive.

Nel complesso si può fornire una indicazione di carattere generale che appare evidente: rispetto al 2017 la candidatura Le Pen è avanzata e quella Macron diminuita in termini di numero assoluto di suffragi raccolti e non soltanto in percentuale.

Andiamo per ordine partendo dalla partecipazione al voto.

In partenza si registrava una crescita negli aventi diritto al voto: al ballottaggio 2017 erano 47.568.693, domenica scorsa 48.752.500.

Si è rilevato un notevole incremento di schede bianche che hanno implementato la non espressione di voto (in questo caso elemento di valutazione diverso da quello della diserzione dalle urne), fenomeno che aveva già interessato il turno di ballottaggio del 2017: in quell'occasione infatti al primo turno le schede bianche erano state 659.997 salite a 3.021.499 nel secondo; nel 2022 al primo turno 543.609 in crescita a 2.228.044. Nel complesso quindi da registrare un calo di schede bianche tra il primo e il secondo turno tra il 2017 e il 2022.

Nel complesso l'espressione di voto, compresa quella del voto bianco e nullo, fa registrare un calo contenuto: nel 2017 al primo turno si registrarono 37.003.728 votanti calati al secondo a 35.467.327, con una differenza di 1.536.401 in meno; nel 2022 al primo turno 35.923.707, al secondo 35.096.391, una differenza in calo di 827.316 espressioni di voto.

Da considerare allora con attenzione il numero di voti a disposizione espressi per altri candidati al primo turno: nel 2017 assommavano a 12.659.606 , il 26,61% dell'intero corpo elettorale. 2022: i voti degli esclusi salivano a 17.261.061 (indice di crescita della dispersione) pari al 35,31% dell'intero corpo elettorale (astenuti, schede bianche e nulle inclusi).

Alla luce di questi dati consideriamo allora l'esito delle due diverse candidature riprodottesi tra il 2017 e il 2022.

2017

Candidatura Macron salita da 8.656.346 voti al primo turno ( 18,19% sull'intero corpo elettorale) a 20.743.128 nel secondo ( 43,60% sull'intero corpo elettorale). Una crescita di 12.086.782, frutto dello "spirito repubblicano", si direbbe quasi il pieno dei voti disponibili lasciati dai candidati esclusi.

Candidatura Le Pen salita da 7.678.491 voti al primo turno ( 15,74% sull'intero corpo elettorale) saliti a 10.638.475 suffragi al secondo turno ( 22,36% sull'intero corpo elettorale) con un incremento di 2.959.984 tra un turno e l'altro. Alla fine il distacco percentuale tra le due candidature calcolato sull'intero corpo elettorale è stato del 21,24%)

2022:

Candidatura Macron salita da 9.783.058 al primo turno (20,06% sull'intero corpo elettorale) a 18.779. 641 al secondo ( 38,52% sull'intero corpo elettorale) Lo "spirito repubblicano" in 5 anni ha perso, in sostanza, il 5,08%. La crescita in cifra assoluta della candidatura Macron è stata di 8.995.583, con una ridotta capacità di incidenza sul complesso dei voti lasciati dai candidati esclusi, ricordando i 7.712.520 voti raccolti dalla candidatura Melenchon, quella di Anne Hidalgo che con 604.203; il comunista Roussel con 799.352 voti; i Verdi con Jadot 1.587.541 e le due candidature trotzkiste complessivamente 461.720 voti. Nell'insieme a sinistra un totale di 11.165. 336 voti che lo "spirito repubblicano" ha recuperato solo parzialmente. Oltre 11 milioni di voti che ci dicono come la sparpagliata sinistra francese non sia comunque scomparsa e che potrebbe avere un peso nelle prossime elezioni legislative.

Candidatura Le Pen salita da 8.133.828 al primo turno ( 16,68% sull'intero corpo elettorale) a 13.297.760 voti al secondo turno ( 27,27 sull'intero corpo elettorale). Naturalmente nell'incremento avuto dalla candidatura Le Pen ( 5.163.392 voti) hanno giocato i suffragi lasciati al primo turno dalla candidatura Zemmour (2.485.526): in ogni caso è rimasto per la candidatura Le Pen un ulteriore recupero di 2.677.866 voti che probabilmente inglobano gran parte dell'elettorato gollista (al primo turno, la candidatura Pécresse ferma a 1.679.001)ma non si escludono voti provenienti da altra direzione.

In sostanza si può affermare:

1) Una crescita quasi fisiologica dell'astensione tra il primo e il secondo turno;

2) Un'avanzata concreta e non fittizia della candidatura Le Pen che ha spostato ulteriormente verso l'estrema la destra francese, come si era già intuito al primo turno;

3) Un arretramento della candidatura Macron che ha corrisposto a una perdita dello "spirito repubblicano" tradizionale a sinistra nei casi in cui ci si fosse trovati senza candidatura al ballottaggio (accade con Chirac e con lo stesso Macron nel 2017, adesso ha funzionato molto meno).

Tutto questo porta a una situazione complessa verso le legislative, mai apparse così incerte e importanti rispetto al passato: Macron e Melechon non dispongono di partiti strutturati avendo puntato tutto sulla personalizzazione.

Come funzionerà la faccenda a sinistra, dove Melenchon sta tentando un recupero unitario, e tra il centro e la sinistra nel secondo turno appaiono le due principali incognite da valutare, considerato che l'estrema destra appare più strutturata.

venerdì 22 aprile 2022

1962: SESSANT'ANNI FA UN PUNTO DI SVOLTA PER LA CLASSE OPERAIA

 

1962: SESSANT'ANNI FA UN PUNTO DI SVOLTA PER LA CLASSE OPERAIA di Franco Astengo


La dolorosa scomparsa di Piergiorgio Bellocchio ha fatto riscoprire la storia di “Quaderni Piacentini”.

Il primo numero dei “Quaderni piacentini” uscì appunto a marzo del 1962, ciclostilato in proprio; come pure il secondo, apparso il mese successivo. A fondare la rivista furono due giovani intellettuali appartenenti alla borghesia piacentina, Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi (entrata ufficialmente nella direzione con il n. 16), che tra il 1958 e il ’60, insieme ad Augusto Vegezzi e ad un gruppo di giovani studenti (composto da ex comunisti, radicali, socialisti delusi, anarchici, ecc.), nella loro sonnolenta città avevano dato vita al circolo culturale “Incontri di cultura”. Quella esperienza ebbe una particolare importanza per la loro formazione e la loro maturazione culturale e politica, in quanto ebbero l’opportunità di conoscere e di frequentare scrittori e studiosi del calibro di Vittorini, De Martino, Paci, Dolci e Fortini.

Per l’orientamento teorico e politico dei direttori dei “Quaderni piacentini” una considerevole importanza ebbe anche l’incontro con Raniero Panzieri, caldeggiato dallo stesso Fortini e avvenuto dopo i fatti di Piazza Statuto, e la conoscenza di Danilo Montaldi, che però non ha mai collaborato direttamente all’attività della rivista. Oltre alla durissima critica della società neocapitalistica, del centrosinistra, del regime sovietico e della strategia della “coesistenza pacifica”, allora in voga, ciò che accomunava personalità così diverse era l’adesione alle aspirazioni e alle istanze autonome e libertarie delle classi subalterne, alle esperienze del comunismo di sinistra e consiliare, basate sulla democrazia di base e sulla partecipazione diretta delle masse, in netta contrapposizione all’assetto burocratico dei gruppi dirigenti della sinistra ufficiale.


I fatti di Piazza Statuto a Torino costituirono un punto di svolta nella storia del movimento operaio e della lotta di classe in Italia: la piazza fu sede di uno dei primi grandi scioperi operai del dopoguerra. Durante la stagione dei contratti dell'industria metalmeccanica, decine di migliaia di dimostranti provenienti dalla Fiat e dalla Lancia, a ondate successive, si riversarono in Piazza Statuto fra il 6 e il 10 luglio 1962, per protestare contro il sindacato della UIL, che qui aveva sede e che aveva firmato un accordo separato con la Fiat. Seguirono gravi e prolungati scontri con la polizia e centinaia di fermi e arresti tra i manifestanti.


Erano gli anni del miracolo economico, dei primi governi di centro-sinistra, dell’ondata di migranti, soprattutto giovani, che abbandonavano le campagne e le periferie meridionali per cercar fortuna nel “triangolo industriale” Torino-Milano-Genova.

Erano anche gli anni di una forte invadenza politica delle destre, che, quando la Dc di Tambroni osò pensare a un governo che includesse il MSI nell'area di governo, provocarono nel luglio del ‘60 una grande sollevazione operaia e giovanile.

Ci fu chi la chiamò la rivolta delle “magliette a strisce”, per via della povera moda che univa, quasi una divisa comune e non programmata, una generazione di giovani proletari e studenti. Gli scioperi nei molti stabilimenti Fiat di Torino, i primi dopo anni e anni di silenzio, erano stati preparati da quelli di molte piccole fabbriche e in particolare da quelli della Lancia, e furono esplosivi, entusiasmanti.

In occasione degli avvenimenti di Piazza Statuto, «Quaderni piacentini» pubblica una cronaca dei fatti attraverso la stampa 3 , criticando le posizioni dei giornali, dei partiti di cui sono espressione, dei singoli esponenti degli stessi e di tutti i sindacati, salutando con favore l’ intervento di quei gruppi di operai, in maggioranza immigrati, che sono i protagonisti di questi avvenimenti e che non sono facilmente inquadrati. Sarà proprio da questo momento che la rivista dedicherà uno spazio sempre maggiore alla posizione dei giovani operai immigrati considerati come una forza innovativa capace di modificare il sistema in quanto non fortemente integrata in esso. Si affronta inoltre il tema del legame tra le lotte operaie e quelle studentesche, sostenendo che tale legame, vada sostenuto ma non affrettato, soprattutto viene segnalata la necessità di un’ attenta analisi e considerazione delle diversità dei due gruppi, per fare in modo che questa unione risulti forte e sostanzialmente duratura.

Allo stesso tempo viene rilevato il carattere di fondamentale innovazione del movimento studentesco, argomento a cui «Quaderni piacentini» dedica molto spazio intravedendone le possibilità fin dalle prime mobilitazioni. La società italiana e soprattutto, all’ interno di essa, il perpetuarsi di una struttura classista, viene vista come il frutto di tutta una serie di avvenimenti storici che partono dall'avvento del fascismo. Per trarre insegnamento da quelle esperienze era necessario comprenderle a fondo, demitizzarle, ma soprattutto riattualizzarle.

«Quaderni piacentini», che rappresenta il parere più autorevole della Nuova Sinistra italiana di quel momento, cioè di quella cultura politica che si andava formando intorno agli anni ’ 60, totalmente ostile alle scelte «revisioniste e riformiste dei partiti operai ufficiali» , è invece favorevole alla stretta collaborazione con le forze giovanili e studentesche per la protesta e la progettazione rivoluzionaria.

Il collettivo di lavoro riunito attorno a questa rivista si caratterizza anche per la sensibilità e l'analisi critica rivolte ai temi di politica internazionale, e soprattutto ai metodi di interpretazione, ritenuti incompleti e inadeguati, portati avanti dalla sinistra ufficiale intorno a questi temi. Viene messa in luce l'indifferenza delle coscienze di fronte alle violenze e ai massacri perpetrati nelle lotte di liberazione nel Terzo Mondo, indifferenza prodotta dall’ abitudine e dal senso di impotenza di fronte ad essi. Ed è proprio in questo senso di impotenza, di fronte a violenze che appaiono troppo lontane e incomprensibili, che le coscienze vengono fatte vittime, secondo la rivista, di una diversa ma non meno profonda forma di violenza.

Fu esplicitata una forte critica alla posizione del PCI, del PSI, della CGIL che videro in quei fatti e in quelle posizioni elementi di provocazione, senza riuscire a leggere il nuovo disagio sociale che derivava dalla modernizzazione capitalistica e dalla conseguente ristrutturazione nei rapporti di classe e nella metodologia della vita quotidiana ormai impostata su di un processo di gigantesca "rivoluzione passiva" fondata sul consumismo non si realizzò un incontro "politico" con le altre posizioni di critica radicale a sinistra di ciò che stava accadendo.

Emerse in quel periodo anche la critica portata avanti dall’operaismo di Panzieri ,che pure su Piazza Statuto aveva assunto posizioni lontane da quelle di "Quaderni Piacentini" . Panzieri era promotore di una riscoperta della democrazia consiliare e del primato del “soggetto classe” sul predicato partito, critico tanto dell’ideologia della stagnazione quanto dell’ideologia tecnocratica della programmazione, che riduceva la questione sociale a un problema tecnico e identificava il capitalismo con la società industriale e l’illimitato sviluppo della produttività.

Panzieri era anche fortemente critico con l’impostazione togliattiana della celebrazione del nazional-popolare, del recupero storico-culturale della tradizione democratica e soprattutto dello “scarto evidente, nei partiti storici della sinistra, fra il primato esteriore dell’ideologia e la pratica quotidiana di pura amministrazione” ( così si identifica, rispetto alla scontro interno al PCI, la posizione di Amendola).

La scomparsa prematura di Panzieri, il disinteresse del PSI ormai impegnato nell’operazione centrosinistra (la “politique d’abord di Nenni) la debolezza teorica e politica dello PSIUP non consentirono a questi importanti spunti di analisi di rappresentare la base per una soggettività politica rappresentativa di un vero e proprio contraltare teorico allo storicismo togliattiano, che del resto non fu mai contestato fino in fondo.

Nella Nuova Sinistra in formazione, infatti, si affermò che era necessario andare "oltre Togliatti" e non "contro Togliatti".

Nel PCI, dopo che nel 1962 al convegno dell'Istituto Gramsci sulle "Tendenze del capitalismo italiano" Trentin e Magri avevano aperto il fronte nei riguardi, proprio delle posizioni amendoliane in nome di una lettura avanzata del processo di ristrutturazione capitalistica in Italia, una volta morto Togliatti e poi spenti i fuochi dell’XI congresso e radiato il gruppo del “manifesto”non risultò possibile di aprire un confronto di fondo portando avanti il dibattito aperto ad iniziativa di quella che poi sarebbe stata definita “sinistra comunista”: iniziativa avviata essenzialmente grazie ad una riflessione di Rossana Rossanda e Lucio Magri .

I due fondatori del “Manifesto”rimproveravano, sostanzialmente, allo storicismo di aver oscurato il nocciolo teorico di Labriola e Gramsci (Magri riprende il tema nel “Sarto di Ulm”, testo fondamentale da confrontare soprattutto nella definizione del “genoma” Gramsci e per affrontare seriamente quello che può essere ancora definito come “lascito inevaso”) .

Secondo Magri e Rossanda nel post – togliattismo il marxismo era stato annacquato nel quadro di una tradizione dai contorni imprecisi . Il PCI nella fase turbinosa degli anni’60 aveva così stabilito un primato del politico sull’economico smarrendo il nesso tra teoria e prassi, tra scienza e storia, oscillando così tra il riferimento di una realtà di pura empiria ( ancora attribuita all’ala amendoliana del partito) e di un semplice finalismo volontaristico e non riuscendo ad individuare così lo svilupparsi di nuovi livelli di espressione della contraddizione di classe e di profonda modificazione nel rapporto tra struttura e sovrastruttura.

Entrambi i due punti di osservazione critica fin qui citati , quello dei “Quaderni Rossi” e quello del “Manifesto” affrontarono anche il nodo di fondo del rapporto tra il partito e la classe, mettendo in discussione la forma sostanziale del “centralismo democratico” e inerpicandosi per diversi sentieri nella ricerca della “via consiliare”.Non si riuscì però a realizzare un sufficientemente incisivo dato di contrasto e, alla fine, si scoprì che all’interno del PCI proprio il modello del “centralismo democratico” aveva scavato un vuoto di dibattito che risultò esiziale, nella contrapposizione delle mozioni, al momento di affrontare le proposta di scioglimento.

Dai "Quaderni Piacentini" ai “Quaderni Rossi”al “Manifesto” restarono così punti irrisolti di dibattito che forse avrebbero dovuto essere sviluppati con una capacità critica portata molto più a fondo di quanto non fu possibile concretamente realizzare in quel tempo.

Quegli spunti di dibattito appena citati incontrarono, del resto, limiti forti di vero e proprio politicismo allorquando nel PCI emerse la linea del “compromesso storico”, elaborata attraverso una ipotesi di non semplice intento di determinare equilibri tattici dettati dal momento storico (golpe cileno) ma come frutto di una lettura che arrivava direttamente dall'antico fronte antifascista ma ormai insufficiente e fortemente ritardata del rapporto che si era modificato tra sistema politico e società italiana nella fase più acuta di passaggio dalla ruralità all'industrializzazione e di modernizzazione del capitalismo.

Modernizzazione del capitalismo che avrebbe dovuto prima di tutto essere considerata nella nuova logica della globalizzazione e della scarsità di risorse (ritardo di analisi che poi emerse in tutta la sua crudezza al momento della crisi energetica del '74, cui Berlinguer rispose tardi invocando una ipotesi di "austerità" interamente sovrastrutturale).

Il PCI (e non solo) ripiegò allora, dopo le elezioni del '76 sulla traduzione al ribasso della solidarietà nazionale portando avanti un politicismo esercitato al punto che sviluppato una sorta di mal interpretato “primato della politica” condusse al collasso della teoria: ciò avvenne ben in precedenza alla stagione degli anni’80 nel corso dei quasi per via obbligata si arrivò alla liquidazione del partito segnandosi un sorta di destino ineluttabile nel collegamento con il fallimento dei fraintendimenti marxiano-leninisti dell'inveramento statuale.

Intanto i gruppi post-'68 avevano intanto percorso tutt'altra strada. Una divaricazione perniciosa e per certi tratti pericolosa (nella quale era emerso anche un terrorismo frutto di una torsione idealistica e radicale della soggettività).

Una divaricazione che forse era già stata tracciata in quell'analisi divergente sui fatti del 1962, sessant'anni fa e al riguardo della quale erano risultate impotenti "minoranze illuminate", incapaci anch'esse di cogliere il senso pieno della contraddizione di massa.


SAVONA: NON RISCHIARE UN ULTERIORE ACCANTONAMENTO

 

SAVONA: NON RISCHIARE UN ULTERIORE ACCANTONAMENTO di Franco Astengo


La notizia può essere così sintetizzata: ieri, 21 aprile, ad Alessandria nella sede dell’Università del Piemonte Orientale è stato presentato il progetto della Fondazione Slala che punta sulla creazione di aree retroportuali nel Basso Piemonte, rilevando come ogni anno 900.000 container diretti nella Pianura Padana scelgono gli scali del Nord Europa, Anversa, Rotterdam, Amburgo.

I relatori presentando il progetto hanno spiegato che,se il valore (medio-basso) della merce contenuta in un container da 20 piedi è di 30 mila euro, si calcola una perdita media di 7 mila euro di gettito IVA per l’Italia, cioè mezzo miliardo di IVA regalato a Olanda, Belgio, Germania.

Il progetto punta a trasformare le banchine portuali in piattaforme per l’inoltro e il ricevimento della merce, trasformando le aree del Basso Piemonte in un “dry port”, un “porto secco” altamente informatizzato e quelle lombarde in una grande area logistica di manipolazione e distribuzione dei prodotti.

Da qui l’esigenza di creare aree di sfogo per la movimentazione della merce, all’interno di “zone logistiche semplificate”.

La soluzione indicata è quindi quella della creazione di una grande area retroportuale nel Basso Piemonte, che possa decongestionare i porti liguri e i sistemi autostradale e ferroviario.

Nel concreto si dovrebbe agire facendo perno sullo scalo smistamento ferroviario di Alessandria.

A questo punto appare evidente come per Savona si impongano, al fine di produrre l’uscita dall’isolamento, l’allaccio ferroviario della piattaforma Maersk, l’attrezzatura del porto di Savona alla nuova dimensione di commercializzazione, il raddoppio della linea ferroviaria per Alessandria (oltre a quella per Torino) come ipotesi prevalente rispetto al contestato raddoppio della linea di Ponente (senza alcuna volontà di produrre inutili frizioni localistiche).

Il potenziamento ferroviario collegato alle strutture portuali è questione essenziale per uscire dall’attuale marginalità.

Il tema delle infrastrutture non è stato ancora affrontato negli intendimenti dell’amministrazione comunale di Savona (come è stato precisato dal Sindaco nell’ultima seduta di Consiglio) per via dell’assenza di bandi relativi nel progetto di PNRR , mentre per Genova sono disponibili 20 milioni di euro derivanti dal relativo “Decreto Genova”.

E’ necessario attrezzarci immediatamente, assumendo anche una dimensione comprensoriale istituzionalizzata che includa il Vadese e la Valbormida, perché questa opportunità si realizzi. Nel contempo è necessario riflettere su di una adeguata rappresentanza in sede di Autorità Portuale.

Si tratta di temi fondamentali per lo sviluppo del nostro territorio sui quali puntare il massimo dell’attenzione e della capacità progettuale e attuativa.

Savona non deve rischiare un’ulteriore accantonamento.


mercoledì 20 aprile 2022

SAVONA/PNRR

 

SAVONA/PNRR di Franco Astengo


Giovedì 21 aprile all’insolito orario delle 14 su iniziativa del Sindaco è stato convocato in via straordinaria il Consiglio Comunale di Savona per discutere di questo ordine del giorno:

“Progettualità in atto relativa al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), per la redazione dei sistemi di gestione e controllo da parte delle Amministrazioni titolari di interventi del PNRR, sulla base del Programma Next Generation EU (NGEU)”


E’ necessario far rilevare come , dopo moltissimi anni, il Consiglio Comunale torni a discutere utilizzando per l’avvio del proprio dibattito il termine ormai desueto di “Progettualità”.

“Progettualità”, “Pianificazione” termini la cui declinazione ci riporta a un lontano passato quando la struttura istituzionale era molto diversa dall’attuale e ,nella nostra Città come altrove, il Consiglio Comunale risultava soggetto centrale del dibattito pubblico.

Era nella sede del Consiglio Comunale infatti che si elaborava una visione del futuro e non si trattava soltanto dell’ordinaria amministrazione.

A Savona questa capacità di visione del futuro accadde, tanto per richiamarci all’esempio più importante della storia recente, nell’occasione del Piano Regolatore Intercomunale (PRIS).

Il PRIS fu avviato negli anni’60 come elemento regolatore dell’uso del territorio in un momento nel quale era già cominciata la fase “difensiva” dell’industria.

La dismissione di quel tipo di pianificazione avvenuta trent’anni dopo aprì la strada ad una deregulation speculativa i cui esiti pesano ancora adesso sulle prospettive economiche e sociali dell’intero comprensorio.

Da allora il livello decisionale si è spostato di sede e le assemblee elettive sono risultate marginali rispetto all’elaborazione di una prospettiva di ampio respiro.

In questa fase la ripresa di una discussione di quel livello dovrà verificarsi, limitandoci ad analizzare l’oggetto del PNRR, avendo presente due dati essenziali:

1) Nella drammatica situazione internazionale che stiamo vivendo gli intendimenti espressi in partenza con l’elaborazione del PNRR si troveranno sicuramente modificati rispetto al punto di partenza che aveva come riferimento l’emergenza sanitaria:siamo di fronte ad uno scostamento al ribasso sulle prospettive di crescita; ci sarà un dirottamento di risorse verso il settore militare (ipotesi deprecabile, da osteggiare: ma realistica);

2) La necessità che la discussione affronti i termini concreti delle priorità che si sono determinate nella nostra situazione locale poste in rapporto con il quadro complessivo a livello regionale e nazionale. Priorità da misurare sia in relazione a elementi di visione di carattere generale come quelli della comprensorialità e del decentramento; sia al riguardo di questioni specifiche di assoluta rilevanza come quelle relative alle infrastrutture, al rovesciamento territoriale delle strutture sanitarie, al recupero dei contenitori storici, alla digitalizzazione, allo sviluppo culturale, tanto per sviluppare degli esempi parziali su temi che hanno occupato la campagna elettorale.

E’ il caso comunque di valorizzare questo passaggio istituzionale che avverrà appunto il prossimo 21 aprile pur avendo piena consapevolezza delle difficoltà emergenti e della necessità di una adeguata maturazione temporale dei progetti che potranno essere discussi ed elaborati .

L’auspicio è quello che l’occasione di questo dibattito possa rappresentare un punto dal quale far rimarcare, prima di tutto, una fase di avvio per un recupero di ruolo e di status per un organismo elettivo le cui funzioni nel tempo si sono ridotte soprattutto per il modificarsi delle condizioni generali di rapporto istituzionale tra Sindaco, Esecutivo, Consiglio .

Nello stesso tempo è urgente che si verifichi una crescita nella qualità politico/progettuale di un dibattito pubblico capace di attraversare tutta la Città dimostrandosi fattore indispensabile di vita democratica.

martedì 19 aprile 2022

ANPI

 

ANPI di Franco Astengo

Nel servizio dedicato all’ANPI e apparso su “Domani” del 19 aprile si è posto l’accento su questioni reali, esistenti sia all’interno dell’Associazione sia nell’insieme delle relazioni esterne nel complesso del sistema politico – culturale.

Per ragioni di economia del discorso tralascio un’analisi più dettagliata e rivolta all’indietro nel tempo che pure sarebbe necessaria e mi limito ad alcuni punti di osservazione:

1) L’Anpi entra nel mirino del dibattito politico nel 2016 con il referendum confermativo sulla riforme costituzionali promosse dal governo Renzi. In quel frangente l’ANPI si assunse il ruolo (scomodo) della difesa “sine qua non” del modello repubblicano – costituzionale dettato dalla Carta Fondamentale del ‘48 . Lo stesso atteggiamento era stato preso, ma in tutt’altro contesto, nelle analoghe proposte avanzate dal centro – destra nel 2006, proposte respinte dal voto popolare nel relativo referendum confermativo;

2) Egualmente l’ANPI ha preso posizione nel referendum confermativo sul taglio dei parlamentari proposto dal M5S e svoltosi nell’autunno 2020 in concomitanza con alcune elezioni regionali. Attenzione! : a quel punto ci siamo trovati al secondo “strappo” verso l’establishment dominante. Da ricordare come nel referendum sul taglio dei parlamentari (biecamente populista ma sostenuto da tutto l’impianto mainstream)la posizione dell’ANPI e del Comitato per la Difesa Costituzionale (CDC) risultò minoritaria ma raccogliendo comunque oltre 6 milioni di voti rimasti almeno per ora politicamente inutilizzati.

3) Sono stati questi appena elencati i punti di una cesura politica che ha fatto scoprire come nell’ANPI “non ci siano più i partigiani”, fatto si direbbe lapalassiano per ragioni di carattere anagrafico: da questa osservazione della “mancanza di partigiani” risulterebbe decaduta quella “autorità morale” invece esercitata nel passato. Formulando questo giudizio si evita però di osservare come gli iscritti e i dirigenti dell’ANPI abbiano svolto, nel corso degli anni, un’attività di conservazione della memoria e di trasformazione della stessa che, rispetto alle vicende della Liberazione, molti avrebbero voluto si fosse conservata “di parte” (come era stato negli anni della guerra fredda) e che invece l’ANPI ha sicuramente contribuito a far diventare , com’era giusto, di “tutti”. Una Resistenza di “tutti” ponendo particolarmente l’accento nel ricordo di quegli avvenimenti sulle altre forme di Resistenza che vanno giustamente esaltate accanto alla memoria dei Partigiani Combattenti;

4) E’ indubbio che risulti da approfondire la riflessione sulla guerra in corso così come questa è stata portata avanti nel recente congresso nazionale. Deve essere meglio considerato il rapido mutamento di contesto verificatosi rispetto a qualche mese or sono. Ma egualmente va approfondito il ruolo dell’ANPI rispetto al quadro di vero e proprio “deperimento costituzionale” che il nostro sistema politico sta subendo ormai da molti anni;

5) Il punto vero della situazione che si è creata non risiede quindi tanto nelle dichiarazioni personali del Presidente dell’ANPI o nell’insieme delle posizioni sostenute dall’insieme dell’Associazione ma essenzialmente sul tema del tutto dirimente della “questione costituzionale”(vedi polemiche sulla lettura parziale dell’articolo 11). Deve essere chiaro che nel corso di questi anni l’ANPI ha sostenuto nella necessità di affermazione dei valori e dei principi della Costituzione Repubblicana un ruolo in buona parte di supplenza rispetto a forze politiche e culturali cui anche questo compito sarebbe spettato e che, invece, hanno largamente disatteso;

6)Nel passaggio dettato dal succedersi delle generazioni l’ANPI è chiamata ad assumersi per intero questo compito di vera e propria “affermazione costituzionale”. Un compito inteso assieme come fatto culturale e politico. Una responsabilità che l’ANPI è chiamata ad assolvere grazie ad un principio di “moralità storica” che deriva all’Associazione dallo stare portando avanti, ben oltre il fattore anagrafico dei suoi componenti, il compito istituzionale di mantenimento di una memoria che alla Costituzione antifascista è direttamente e indissolubilmente legata.

lunedì 18 aprile 2022

L'ALTRO 18 APRILE (1993)

 

L'ALTRO 18 APRILE (1993)

La bocciatura in due occasioni consecutive (2014 e 2017) da parte della Corte Costituzionale della formula elettorale scelta dal Parlamento Italiano per essere adottata in occasione delle elezioni politiche generali, l'adozione di una formula mista maggioritaria e proporzionale a separazione completa, altre modifiche del sistema come quelle riguardanti il voto all'estero hanno contribuito nel corso di questi ultimi anni a portare il sistema politico italiano in un quadro di crisi verticale. Una crisi sistemica derivante essenzialmente dall'esasperazione del personalismo, dalla caduta di ruolo dei partiti, dallo spostarsi del termini concreti dell'agire politico verso la governabilità in luogo della rappresentanza con conseguente riduzione di funzioni, ruolo, status dei consessi elettivi, in primis di quelli legislativi centrali.

Un fenomeno questo riguardante il Parlamento nei suoi due rami che ha raggiunto l'apice della distruzione di senso con la riduzione del numero dei deputati e dei senatori da eleggere portando al lumicino la possibilità di rappresentanza territoriale e politica.

Per questa vera e propria "difficoltà sistemica", collocata al centro di fenomeni epocali di trasformazione economica, sociale, tecnologica, si può individuare una data d'inizio indicandola nel 18 aprile 1993, ventinove anni anni fa.

Nella storia d’Italia la data del 18 aprile ha rappresentato per ben due volte l’occasione per segnare una svolta epocale: nella prima occasione, quella del 1948 quando si svolsero le elezioni per la Prima Legislatura Repubblicana con il successo della Democrazia Cristiana e la sconfitta del Fronte Popolare.

In un’occasione successiva, quella del 1993, le urne furono aperte per un referendum che (tra altri convocati in quell’occasione) interessava la legge elettorale del Senato.

La riforma elettorale era considerata allora, semplicisticamente, la chiave di volta per modificare l’intero assetto del sistema politico.

C’era chi, come il movimento capeggiato da Mario Segni oppure parte del PDS proclamava che l’adozione di un sistema elettorale maggioritario avrebbe semplificato il sistema, resa stabile la governabilità, fatta giustizia della corruzione, reso trasparente il rapporto tra eletti ed elettori.

Mai promesse da marinaio come quelle enunciate all’epoca hanno causato una vera e propria distorsione nella capacità pubblica di disporre di una corretta visione politica.

L’esito referendario del 18 aprile 1993 significò un punto di vera e propria battuta d’arresto per lo sviluppo democratico del nostro Paese, considerato che dalle elezioni del 1994 in avanti il corpo elettorale non ha mai avuto la possibilità concreta di scegliere i propri rappresentanti.

Si è passati da un sistema misto di collegi uninominali e liste proporzionali bloccate a un sistema proporzionale interamente formato da liste e ,dopo aver tentato addirittura di proporre un sistema che avrebbe fornito la maggioranza assoluta con liste bloccate senza alcuna soglia da raggiungere sul modello della legge fascista Acerbo del 1924, ad un altro sistema misto con collegi uninominali e liste ancora bloccate.

L’esito referendario del 18 aprile 1993 significò un punto di vera e propria battuta d’arresto per lo sviluppo democratico del nostro Paese, considerato che dalle elezioni del 1994 in avanti il corpo elettorale non ha mai avuto la possibilità concreta di scegliere i propri rappresentanti arrendendosi all'idea del prevalere di una logica di "voto di scambio" di massa elargito sulla spinta di una crescente sfiducia nelle istituzioni repubblicane.

Franco Astengo





venerdì 15 aprile 2022

UN CONTRIBUTO DELL'ASSOCIAZIONE "iL ROSSO NON E' IL NERO" PER IL 25 APRILE

 

UN CONTRIBUTO DELL'ASSOCIAZIONE "IL ROSSO NON E' IL NERO" PER IL 25 APRILE

E’ un 25 Aprile triste quello che ci prepariamo a onorare .

Tante volte, da quel glorioso giorno, ci siamo ritrovati a viverlo con guerre aperte in tutto il mondo, mentre il nostro desiderio, anche in ricordo di quei caduti, è di partecipare a questa celebrazione riaffermando quei valori di Libertà e l’obiettivo della Pace e dell’armonia tra i Popoli.

Davvero, la speranza che la fine della seconda guerra mondiale rappresentasse anche il momento nel quale il genere umano, rinunciava alla guerra è stata, tante volte, vanificata.

Oggi ci ritroviamo coinvolti direttamente in una guerra determinata dall’aggressione della Russia all’Ucraina e che trova le sue origini nel nazionalismo bellicoso che, dopo essere stato all’origine del primo e secondo conflitto mondiale, non è scomparso.

L' Occidente appare incapace di esprimere i suoi valori fondativi come occasione di collaborazione tra i Popoli e non come esportazione armata di quei valori, per la quale chi è diverso da noi è un nemico, è un Impero del male oppure uno Stato canaglia.  

Ancora più grave appare, in risposta alla follia della guerra scatenata dalla Russia, un riarmo generalizzato europeo con uno sconsiderato aumento delle spese militari che finirebbe con il ridurre le spese sociali, quelle per la sanità, per la scuola, per il sostegno alla disoccupazione e per i finanziamenti alle imprese e al lavoro, del quale il nostro Paese e gli altri Paesi europei hanno  bisogno.

Stiamo correndo il rischio di un riarmo generalizzato da parte dei singoli Stati aderenti alla UE senza concreti passi nel processo politico dell’unificazione europea, unica vera garanzia di libertà, di Democrazia e di pace nella sicurezza di noi cittadini europei. Alle volte sembra di essere tornati al 1914 . Nessuna vera sicurezza può essere basata sulle armi, così come è un insulto all’intelligenza di noi tutti volerci far credere che il riarmo europeo sia difensivo.

Ricordare oggi la memoria del 25 aprile davanti a questi inenarrabili fatti di violenza e di distruzione deve rappresentare per noi una sorta di compimento di una missione.

Una missione concretamente ideale tesa continuamente alla difesa dei valori di una memoria attiva per la Pace, la democrazia, la solidarietà tra i popoli, l’uguaglianza di fronte alla storia e di fronte alle leggi, scritte e non scritte, della convivenza civile.

Per gli antifascisti si tratta, ancora una volta, di assumersi il compito di trasferire l’eredità di coloro che combatterono, in molti casi sacrificando la vita per la libertà, contro la violenta oppressione che si stava vivendo durante il terrore nazista.

La nostra bussola rimane la Costituzione Repubblicana nella sua interezza, nello spirito con il quale fu scritta dai Padri Costituenti: non si tratta di interpretarne un articolo piuttosto che un altro ma di vivere l’aspirazione profonda che ha ispirato i nostri Padri Costituenti nell'elaborare una Carta Fondamentale che ha sempre rappresentato nell’illuminare i pensieri più giusti e fecondi dell’animo umano.

E' necessario cercare le vie giuste per realizzare una Pace che non infligga ai popoli maggiori sofferenze di quelle che a loro hanno già inflitto quegli sciagurati governanti che cercano il potere per il potere ed esibiscono quasi fosse un trofeo un falso orgoglio nazionalista

Nel giorno della Liberazione provocare divisioni proprio attorno a questi fondamentali principi e separarsi sull’idea della pace intesa come elemento non negoziabile nel pensiero e nell’azione significherebbe disconoscere colpevolmente la necessaria espressione di volontà comune di portare avanti un’azione che deve essere assieme sociale, politica, etica.

L'obiettivo di questo documento è quello di rivendicare, tutti assieme, nei confronti del nostro Governo e dell’Europa , una iniziativa diplomatica , almeno parallela se non alternativa come sarebbe giusto, al sostegno militare all’Ucraina . Iniziativa diplomatica europea, autonoma, determinata a raggiungere intanto un cessate il fuoco e poi una soluzione equa tra le parti in conflitto con l'obiettivo finale di riaprire una collaborazione tra Europa e Russia e non un nuovo muro tra nemici, del quale , ricordando tutti assieme il 25 Aprile, non abbiamo affatto bisogno.

Bisogna dare una possibilità alla Pace.



Il Comitato di Coordinamento dell'Associazione "Il Rosso non è il Nero" SAVONA




giovedì 14 aprile 2022

PER LA SINISTRA: RIPARTIRE DA UNA ZIMMERWALD DEL XXI SECOLO

 

PER LA SINISTRA: RIPARTIRE DA UNA ZIMMERWALD DEL XXI SECOLO di Franco Astengo


Un tentativo di riattualizzazione di analisi del quadro politico ci impone di sviluppare due considerazioni preliminari:

1) Al di là di qualsiasi possibile esito sul campo rispetto all’invasione russa dell’Ucraina il tema dei nuovi equilibri internazionali rimarrà dominante per qualsiasi scelta politica nel periodo;

2) Pur nella piena consapevolezza delle difficoltà del momento la sinistra dovrà cercare di sviluppare ogni azione possibile per realizzare e mantenere una presenza istituzionale: in questo senso ormai imminente prospettiva delle elezioni legislative generali in Italia dovrà essere esaminata con grandissima attenzione e impegno a tutti i livelli.

Ciò premesso nel tentativo di aprire una discussione di merito tra i diversi soggetti non soltanto partitici che fanno parte della mappa dell’esistente a sinistra sarebbe importante tracciare alcune coordinate di fondo:

a) il punto di ripartenza potrebbe essere costituito da un’opposizione alla logica della guerra il cui senso potrebbe essere riassunto nell’indicazione di una “Zimmerwald del XXI secolo”. Un incontro tra forze diverse nel corso del quale porre due questioni fondamentali: quella della neutralità e quella della sovranità europea. Quella della neutralità rappresenterebbe una controindicazione fortissima rispetto alla corsa all’allineamento con la NATO che si sta verificando nella logica di acconsentimento alla ri- costruzione di una logica dei blocchi; la proposta di acquisizione della sovranità europea dovrebbe essere portata avanti in complementarietà con l’idea neutralista ( con smilitarizzazione dell’area centrale europea);

b) l’idea della neutralità europea dovrebbe accompagnarsi con la prospettiva ecologista. I concetti di pace e ambiente dovrebbero essere declinati in una forma di vera e propria proposizione di “pedagogia politica. Una forma pedagogica di iniziativa politica da raccogliere attorno ad un progetto evitando approcci meramente populisti che pure da più parti si sarà tentati di portare avanti anche in forza di un processo di imitazione derivante dall’esito delle elezioni francesi;

c) l’asse pacifismo/ecologismo non risulterà però sufficiente per stabilire una piattaforma adatta per lo scontro elettorale che si sta prefigurando in Italia. Emergono, infatti, anche questioni fondamentali rispetto all’assetto economico, sociale,tecnologico, istituzionale. Occorre riflettere sulla nuova qualità delle contraddizioni emergenti nella forza di incidere sul corpo vivo di una società squilibrata e sfibrata che sembra – in maggioranza – in attesa di un regime posto al di fuori dalle coordinate di democrazia repubblicana poste dalla Costituzione.

Rimanendo, per un’ultima considerazione, all’interno del quadro prospettico riguardante le elezioni politiche italiane previste per il 2023 ci sarà da considerare il peso che avrà la formula elettorale sulle scelte che saremo chiamati a compiere: nel caso in cui rimanga in vigore la formula attuale è evidente che dovrà essere valutata ogni possibilità per riuscire a realizzare (tenuto conto della riduzione del numero dei parlamentari) il risultato della presenza istituzionale: si pone così il tema molto delicato della forma di presenza nella parte riservata ai collegi uninominali nella quale il sistema di alleanze avrà un peso preponderante.

mercoledì 13 aprile 2022

ALPINI: LA MEMORIA DIVENTA REVISIONISMO STORICO

 

ALPINI: LA MEMORIA DIVENTA REVISIONISMO STORICO di Franco Astengo

Il nostro calendario civile si riempie di celebrazioni talvolta vuote, talvolta manovrate, il più delle volte celanti vere e proprie operazioni di "revisionismo storico".

Così tra le altre si è aggiunta un’altra giornata: la “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”.

La proposta di legge è stata approvata dal Senato nel corso della seduta di martedì 5 aprile 2022, praticamente alla unanimità: un solo astenuto e nessun contrario. La Camera aveva approvato in prima lettura la proposta nella seduta di lunedì 25 giugno 2019.

Composta da 5 articoli, la proposta di legge A.C. 622 prevede l’istituzione della "Giornata nazionale della memoria e del sacrificio alpino" individuandola nella data del 26 gennaio di ciascun anno. Scopo del provvedimento è quello di tenere vivo il ricordo della battaglia di Nikolajewka, combattuta dagli alpini il 26 gennaio del 1943 e di promuovere «i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale nonché dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato, che gli alpini incarnano» (articolo 1).

Allora è necessario precisare qualche punto e motivare perché questa scelta ci lascia almeno perplessi.

La battaglia di Nikolajewka è stata combattuta il 26 gennaio 1943 fra le truppe sovietiche, che difendevano la loro patria, e le forze residue dell’Asse l’avevano invasa, determinando un punto cruciale della ritirata e la decimazione dell’ARMIR (corpo di spedizione italiano).

Prendere come simbolo Nikolajewka, uno scontro disperato che permise ad alcune – poche – truppe di sfuggire all’accerchiamento sovietico, come simbolo, sembra un tentativo di far passare gli alpini quali vittime. E’ vero che i soldati italiani vennero decimati (morti nella neve, dispersi, presi prigionieri) ma furono vittime di chi?

Gli Alpini furono le vittime del regime fascista che per pure ragioni di presunto prestigio e ben sapendo della totale impreparazione del nostro esercito li aveva lanciati a fianco dei nazisti in una guerra d'invasione.

E' il caso di chiederci allora perché lo Stato repubblicano, nato dalle ceneri della dittatura e retto da una Costituzione antifascista, ha sentito il bisogno di ripescare un evento che si colloca pienamente e compiutamente all’interno di una guerra voluta dalla dittatura fascista.

Quella guerra fascista che si rivelò un disastro militare e che costò all’Italia la morte di oltre 80.000 uomini.

Inoltre per la celebrazione è stata scelta la data del il 26 gennaio, tentando anche un goffo collegamento con la Giornata della Memoria (27 gennaio).

E' bene allora ricordare che l’Italia fascista, allora il principale alleato europeo della Germania, partecipò alla campagna in qualità di aggressore , senza dimenticare che il fronte orientale fu anche il luogo dove ebbe inizio lo sterminio degli ebrei, luogo dove venne avviata la “soluzione finale”, poi compiutasi soprattutto all’interno della Polonia occupata.

Viene da chiedere perché, fra le tante occasioni in cui gli alpini compirono atti di coraggio – ad esempio durante la Prima guerra mondiale – e importanti interventi di soccorso civile (come nel caso del disastro del Vajont del 1963 o del terremoto del Friuli del 1976, soltanto per fare due esempi) sia stata scelta proprio la data del 26 gennaio.

Se si è trattato di una casualità, ciò dimostrerebbe un vero e proprio vuoto culturale da parte di chi ha proposto questa scelta che, invece, sembra proprio legata al ritorno ad una sorta di afflato nazionalistico.

L’Italia prosegue sul cammino della negazione della storia (come era già avvenuto con il "Giorno del Ricordo”) sull’onda di un in una inaccettabile distorsione della nostra memoria collettiva.