domenica 27 febbraio 2022

L'ARS CONTRO GUERRE, DISPOTISMI E INCUBI DI UN ALTRO SECOLO

 

L’Associazione per il rinnovamento della sinistra contro guerre, dispotismi e incubi di un altro secolo

L’Associazione per il rinnovamento della sinistra partecipa alle manifestazioni per la pace di questi giorni. Ci auguriamo che presto si riesca a costruire una grande e partecipata iniziativa nazionale. Quali che possano essere i motivi invocati dal governo russo, l’aggressione armata della Russia contro l’Ucraina costituisce una palese violazione del diritto internazionale e apre la strada ad un’escalation bellica dagli esiti potenzialmente catastrofici. Il dottor Stranamore non è solo un film e gli incubi del Novecento hanno repliche inquietanti nel nuovo Millennio. Ci uniamo alle grida di pace che stanno venendo da diverse parti della società civile in Italia, in Ucraina e nella stessa Russia. Ci sembra particolarmente importante, poi, la forte invocazione del Papa di Roma Bergoglio. La storia del Novecento ci ammonisce, però, sulla necessità di mettere in relazione ciò che accade ora alla fine dell’equilibrio del vecchio mondo bipolare interrotto dalla crisi dei paesi del socialismo di stato dell’ex blocco sovietico. Cadde il muro di Berlino e fu il sintomo della fine di un’epoca gravida di problemi e di tragedie. Il modello capitalistico si impose, per di più connotato da pesanti modelli patriarcali, pure in un mosaico di sistemi statali. I vincitori della guerra fredda , a partire dagli Stati Uniti, anziché puntare ad una condivisione nella visione degli assetti del mondo, scelsero la via di una direzione unipolare, senza che l’Europa riuscisse ad assumere un ruolo autonomo e significativo. La disgregazione del Patto di Varsavia ha portato paesi come la Polonia, la Slovacchia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria e i paesi baltici ad entrare in modo subalterno nella Nato, portandovi di sovente un surplus di nazionalismo sovranista e di affidamento cieco alla dittatura del mercato. Era prevedibile la rinascita nel nazionalismo russo, ulteriormente esaltato dal golpe attraverso il quale il governo dell’Ucraina rovesciava la sua politica di alleanze internazionali. Due dei maggiori dirigenti della socialdemocrazia europea come il tedesco Schmidt e l’ex primo ministro francese Rocard bollarono non a caso come assurda e pericolosa la volontà di portare l’Ucraina nel blocco occidentale. La pur modesta ripresa della potenza russa segnata dal dispotismo di Putin e degli oligarchi milionari che lo circondano vedeva l’inizio di un nuovo scontro con la volontà egemonica americana nel suo ritorno al consolidamento dell’atlantismo, dopo la sconfitta degli impulsi autoritari del trumpismo simpatizzante con la macchina autocratica russa.

Quanto avviene oggi è l’effetto drammatico e perverso di un filo nero che congiunge sequenze e periodi diversi. Non ci sono buoni e cattivi: tutte le potenze sono fautrici di guerra. Si ricordino l’aggressione all’Iraq, la guerra alla Serbia per strapparle il Kossovo e farne una base americana, la vicenda decennale dell’Afghanistan, i casi della Libia e della Siria. Nel frattempo, divisioni sociali e povertà sono aumentate vorticosamente. Le guerre, magari parziali e spesso dimenticate, sono il volto cinico ed aggressivo di un capitalismo segnato dalle tecniche sofisticate e dalla sorveglianza di massa. Tecnocrazie e populismi sono facce della stessa medaglia. Il ricorso alla violenza e alla guerra sembra ormai fisiologico, nell’aggiornata sintassi dei poteri. Non possiamo, però, rassegnarci. La lotta per la pace non è una scelta solamente umanitaria. Si tratta di un atto carico di soggettività, indispensabile per immaginare un’alternativa. Per l’ARS si tratta di riprendere un cammino mai abbandonato e da rilanciare con modalità e linguaggi rinnovati. Per dare un senso alla parola, altrimenti vuota.

GLI SCIOPERI DEL 1 MARZO 1944

 GLI SCIOPERI DEL 1 MARZO 1944 

Per non dimenticare mai di Franco Astengo

Nel turbinoso spirare dei venti di guerra di questi giorni è ancora di più il caso di ricordare, se mai fosse possibile dimenticarli, gli scioperi contro i nazi-fascisti ma soprattutto contro la guerra condotti dagli operai delle grandi fabbriche del Nord del 1 marzo 1944.Quegli scioperi furono prima di tutto un atto di “fierezza operaia” anche se furono soprattutto il frutto di una meticolosa organizzazione politica. Quella giornata va tenuta ancora come esempio di sacrificio e di dedizione alla causa comune della pace e della dignità umana ricordando il sacrificio dei martiri che in quei giorni subirono la deportazione nei campi di sterminio. Entrarono in sciopero, nelle diverse fasi della lotta, circa mezzo milione di operai nelle grandi fabbriche del Nord. Tra marzo e giugno, furono deportati a Mauthausen circa 3.000 lavoratori scelti tra gli organizzatori degli scioperi e tra i più attivi quadri politici presenti nelle fabbriche. Lo sciopero generale politico rivendicativo dell’1-8 Marzo 1944 assunse un’importanza e un significato nazionale e internazionale di gran lunga superiori agli obiettivi immediati che esso si poneva; indica la strada da seguire nel prossimo avvenire in cui si annunciano grandi e decisive battaglie, in Italia e nel mondo, per l’annientamento del nazifascismo e la liberazione dei popoli

venerdì 25 febbraio 2022

DEMOCRAZIA/GUERRA

 

DEMOCRAZIA /GUERRA di Franco Astengo


Norma Rangeri firma un editoriale (”Il Manifesto” 25 febbraio) dove affronta il tema della crisi della democrazia intesa quale fattore determinante per la ripresa e l’esplosione del confronto bellico.

L’articolo si conclude esprimendo l’opinione, in riferimento all’impotenza dell’Europa, : “..opinioni pubbliche se saranno in grado di suscitare un’onda pacifista contro una guerra capace di nutrire se stessa”.

Se la nostra interpretazione è corretta, il tema sollevato è quello dell’assenza di un movimento pacifista all’altezza della gravità della fase storica : aggiungeremmo anche dal nostro punto di vista la questione dell’assenza di rappresentatività politica, di incapacità di espressione dei soggetti di intermediazione sociale e di insufficiente analisi della difficoltà che emerge nel funzionamento dei meccanismi classici della democrazia liberale.

Qualche tempo fa in un’intervista rilasciata proprio da Putin al “Financial Times” l’ex-agente del KGB, dichiarava la fine della democrazia liberale ponendosi a favore delle cosiddette (semplifichiamo per economia del discorso) “democrazie illiberali” del tipo di quella praticata in Ungheria e ipotizzata in Italia, attraverso l’assunzione di un ruolo centrale all’interno del sistema politico da parte della Lega e di Fratelli d’Italia(al netto delle pruriginose dichiarazioni rilasciate in queste ore da esponenti dei due partiti).

Appare evidente davanti a noi come i richiami all’illiberalità facciano parte del meccanismo che ha portato direttamente al drammatico stato di cose in atto in un coacervo (è bene ricordarlo) di complicità a tutti i livelli.

Esporre le cose in questo modo però finirebbe con il rischiare un eccesso di semplificazione.

Allora si rende necessario andare meglio nel merito rispetto a ciò che è accaduto nel determinare questa vera e propria crisi della democrazia occidentale.

Siamo entrati, infatti, in una terza fase della democrazia: la prima fase era quella della democrazia dei partiti, capaci di ottenere un consenso di massa intorno alla propria ideologia; la seconda fase è stata quella della “democrazia del pubblico” con i leader prevalenti sui partiti e il rapporto di fiducia personale tra il Capo e il pubblico della TV generalista capace di scalzare le ideologie. La terza fase è quella “ibrida” realizzata attraverso l’ingresso sulla scena di Internet che ha finito con il miscelare democrazia diretta e democrazia rappresentativa.

In base all’analisi di questi cambiamenti si è prefigurata una deformazione della democrazia, pur conservando intatte le forme della democrazia novecentesca configuratesi attraverso il rito elettorale.

Rito elettorale che si è sempre più identificato con espressioni di tipo plebiscitario.

Il risultato è quello di uno svuotamento di senso progressivo e di depotenziamento dell'opinione pubblica e del confronto tra le idee in un quadro di allargamento delle disuguaglianze economiche e culturali e di crescita del corporativismo e dell'aggressività sociale.

Si sono aperti varchi per avventure autoritarie e per lo strapotere delle lobbie in quadro di tecnocrazia dominante retta attraverso l’idea (fagocitante) dell’uomo solo al comando.

Si sono affermate, in sostanza tre negative condizioni: quella tecnocratica, quella populista, quella plebiscitaria, riducendo la cittadinanza ad audience passiva del capo carismatico.

Si così ottenuto il risultato di una sorta di riunificazione tra rappresentanza e governabilità in una sorta di “simbiosi” del potere con l’estinzione dei corpi intermedi tra la società e la politica e riducendo le opposizioni a pura marginalità.

Da dove partire, allora, per modificare questa realtà proprio nel momento in cui il ritorno della guerra in Europa ne dimostra tutta la pericolosità?

Prima di tutto sarà necessario stabilire i punti sui quali attestare una vera e propria “resistenza”partendo dalla diffusione del dibattito culturale sul tema della democrazia.

I soggetti politici residui devono attrezzarsi per riprendere quella funzione pedagogica abbandonata il tempo della trasformazione del partito di  massa.

Agire in questo modo all’interno della società attuale potrebbe apparire uno sforzo inutile, circondati come siamo da un dominante “pensiero unico”.

Ma è questo il punto di resistenza e di esigenza di espressione di un pensiero alternativo: debbono risaltare gli elementi fondativi per un recupero di soggettività che esprimendo la complessità del rinnovamento di un pensiero democratico contenga già in sé la capacità di rappresentare un’alternativa misurata sulla complessità delle contraddizioni di cui - nello specifico – l’istanza pacifista rappresenti elemento di pensiero fondativo.


martedì 22 febbraio 2022

EUROPA/PACE

 

EUROPA/PACE

1) Premesso che è indispensabile tornare a considerare la politica estera come prioritariamente misurata sul piano delle questioni strategiche politico/militari e non su quello delle “contraddizioni globali” ;

2) Quelle contraddizioni globali che,introiettata l’idea della “fine della storia”, apparivano fino a qualche tempo fa come centrali nella costruzione delle grandi transizioni dell’innovazione tecnologica e dell’ecologia;

3) Appare necessaria la ricostruzione di identità di una sinistra europea che riparta dall’opzione pacifista in collegamento con un movimento transnazionale eticamente motivato;

4) Una sinistra capace di considerare – appunto – l’Europa come spazio politico elaborando una proposta in quella dimensione, partendo dal mettere in campo un opzione di distinguo tra la Nato e l’Unione Europea;

5) In conseguenza la sinistra deve pensare ad una Europa che come Unione è chiamata a svincolarsi dalla sua origine di avamposto dell’atlantismo: concetto sulla base del quale si è poi verificato l’allargamento verso Est e verso Sud realizzato anche attraverso la partecipazione attiva alle guerre balcaniche;

6)L’ipotesi da portare avanti dovrebbe essere quella di un’Europa con al centro un vasto campo demilitarizzato, una sorta di “zona cuscinetto” per garantire l’opzione di pace nel cuore del continente nella considerazione di un apparentemente inevitabile ridefinirsi di una sorta di “logica dei blocchi” strutturata però ben diversamente da quella del passato perché di ben altra dimensione e natura sono rispetto al passato le interconnessioni economiche e produttive in particolare nei campi dell’energia e dell’approvvigionamento alimentare.

Sul piano dell’analisi i grandi sconfitti sono i sostenitori della già ricordata fine della storia e quelli della “globalizzazione”.

Franco Astengo

lunedì 21 febbraio 2022

L'ANTICIPO (MANCATO) DI TANGENTOPOLI

 

L’ANTICIPO (MANCATO) DI TANGENTOPOLI di Franco Astengo


In questi giorni si sta ricordando la ricorrenza dei 30 anni dall’esplosione del primo caso riconosciuto di “Tangentopoli” verificatosi il 17 febbraio 1992 con l’arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano (la celebre “Baggina”) Mario Chiesa.


Con questo intervento non si intende entrare nel merito di quella vicenda e dei suoi successivi sviluppi (dirompenti sull’intero sistema politico italiano) ma si cerca di rivolgere la riflessione su di un fatto precedente di nove anni, riguardante l’arresto di Alberto Teardo e di un “clan” di amministratori e politici liguri per vicende che, agli atti, risultarono analoghe a quelle successive che sono state appena ricordate.


Una riflessione, è doveroso precisare, che riprende i termini di un’analisi (trascurata perché considerata minoritaria) già sviluppata ai tempi in cui si consumarono i fatti.


In allora si cercò inutilmente di far comprendere come, sul piano più propriamente politico, fosse già in atto un sistema che non era semplicemente basato sulle “tangenti” ma che rendeva, per sue caratteristiche di gestione del potere, la “questione morale” appunto una effettiva “questione politica”.


Per diverse ragioni il sistema non seppe riconoscere questa specifica connotazione dei fatti così come non riconobbe la qualità di quanto era accaduto nello stesso periodo a Torino con il caso “Biffi Gentili – Zampini”: un caso sì ben compreso dal sindaco Diego Novelli ma sostanzialmente derubricato dalle altre forze politiche compreso il PCI.


Andiamo comunque per ordine ricostruendo il caso ligure nella convinzione che una maggiore capacità d’analisi, indipendentemente dalle vicende giudiziarie, avrebbe potuto consentire di rendersi conto in anticipo della qualità della “questione morale” e di conseguenza della bufera che stava addensandosi sul sistema politico italiano.



Il 14 giugno 1983, quasi trentanove anni fa, i carabinieri, su mandato dei giudici Francantonio Granero e Michele Del Gaudio, arrestarono nella sua casa di Albisola Superiore Alberto Teardo, esponente della P2 e del PSI assieme ad altri suoi compagni di partito, tra i quali il sindaco di Albissola Marina, Borghi. Nei giorni seguenti si verificarono altri arresti di esponenti dello stesso PSI e della DC: alla fine del processo quasi tutti gli imputati furono condannati per corruzione e associazione a delinquere semplice (non fu riconosciuto lo “stampo mafioso”): risultarono assolti l’ex-deputato socialista Paolo Caviglia e il sindaco di Borghetto Santo Spirito, l’architetto Bovio, iscritto al PCI.


Al momento dell’arresto Teardo si trovava al centro di una campagna elettorale che, con ogni probabilità, lo avrebbe portato in Parlamento, dopo l’esperienza di assessore e di presidente della Regione Liguria.

Il suo arresto (e la successiva condanna) rappresentarono una vera e propria deflagrazione sull’intero sistema politico savonese e ligure, squassandolo violentemente.


Eppure quasi nessuno volle riconoscere l’effettiva natura e dimensione di quell’episodio che risultava, invece, essere assolutamente anticipatore di “Tangentopoli”.


Teardo era già al centro da qualche tempo, anche grazie alle denunce avanzate dall’ avv. Trivelloni consigliere comunale della Sinistra Indipendente, di un forte iniziativa legata alla “questione morale”: polemica politica rafforzata, nel 1981, allorquando il magistrato Gherardo Colombo aveva sequestrato, a Castiglion Fibocchi in provincia di Arezzo, le liste degli appartenenti alla loggia massonica segreta P2 guidata da Licio Gelli. In quegli elenchi assieme a quelli di Silvio Berlusconi, Fabrizio Cicchitto, di generali, uomini politici, uomini d’affari, giornalisti, personaggi dello spettacolo figurava anche il nome di Alberto Teardo.


La configurazione di quei fatti e il tipo di problemi che, in allora, si posero alle forze politiche, avrebbero dovuto promuovere un ragionamento in profondità, da svilupparsi proprio mentre si stavano scoprendo i diversi tasselli istituzionali.


Com’era allora configurabile il fenomeno concreto con il quale ci si trovò a dover fare i conti?


La “questione morale savonese” presentava, rispetto ad altri fenomeni apparentemente analoghi elementi di assoluta originalità.


Non si trattava soltanto di una “centrale” collettrice di tangenti, ma di un fenomeno di contropotere organizzato in cui erano poteri extra-legali (appunto le logge massoniche “coperte”) a determinare gli assetti politici e gli atti concreti della Pubblica Amministrazione al di fuori da qualsiasi possibilità di controllo democratico.


Lo stesso rapporto con la società che era stato instaurato da questo potere extra-legale non risultava essere di natura classicamente clientelare (per cui si sarebbe potuto parlare semplicemente di reciproco favoritismo tra società civile e ceto politico) ma riguardava invece, un fenomeno di vera e propria “progettualità criminale” che puntava a contaminare (realizzando l’obiettivo) i diversi settori della politica, delle professioni, dello stesso mondo del lavoro.


Era quello il punto, che riconosciuto adeguatamente, avrebbe dovuto portare da subito a considerare Savona un “caso nazionale”.


Quali erano i terreni di coltura del progetto criminale?


La prima condizione era stata costituita dal progressivo decadimento dell’economia e della struttura produttiva del savonese.


Su questo punto dovrebbero, ancor oggi e sulla base di esperienze successive analizzate le responsabilità di quanti promossero un vero e proprio feroce processo di deindustrializzazione.


Va affermato ancora oggi con chiarezza: la sinistra (al governo in Regione e in diversi Enti Locali di primaria importanza come Genova, Savona, La Spezia) non fu in grado riconoscere e di conseguenza a trasmettere alla dimensione nazionale l’entità profondamente politica di ciò che stava accadendo.


Era in atto , all’epoca, un processo di fuoriuscita dall’industria di stato (e di abbandono concetto di “programmazione economica” per dar via alle privatizzazioni, al “made in Italy”, alla fabbrichetta del “sciur Brambilla”, all’esplosione dell’evasione fiscale e all’innalzamento stratosferico del debito pubblico) che riguardava prioritariamente il fondamentale settore della siderurgia nella sua parte legata al sistema delle PPSS: l’IRI guidata da Romano Prodi portò a compimento quel processo fino allo scioglimento dell’Istituto.


La mancata conversione del processo produttivo condusse al mancato aggancio all’ innovazione tecnologica e rappresentò il punto vero di copertura dell’intreccio politica – affari.


Come puntualmente fu verificato negli anni successivi il processo di deindustrializzazione aveva come finalità ultima quella di un tragico scambio: liberazione delle aree/ speculazione edilizia.


A questa prima condizione se ne collegò un’altra che riguardava il tema delle basi strutturali sulle quali si erano realizzate, negli Enti Locali, le alleanze politiche.


La strategia delle cosiddette “giunte bilanciate”, attuata in Liguria ma anche in altre parti del territorio nazionale, da DC e PSI assunse un aspetto del tutto particolare come sanzione (direi quasi come terminale) dell’aspetto più pericoloso di tutta questa storia.


Un aspetto che va ancora indicato adesso e che va ribadito, dopo essere stato già segnalato poco sopra: quello delle assunzioni delle decisioni politiche in sedi extra-legali come le logge massoniche segrete e al di fuori da ogni possibilità di controllo democratico.


Il PCI reagì in maniera valutabile ancora adesso come inadeguata alla vastità e alla profondità del fenomeno: “Rinascita” si limitò a scrivere di una “macchia nera su di un vestito bianco” e nulla di più e furono trascurate considerazioni esterne che invece come si dimostrò in seguito avevano colto i nessi fondamentali della vicenda nell’intreccio politica/affari/modello di sviluppo.


Miopia? Complicità oggettiva, a scopo di mantenimento comunque di ampie fette del potere locale? Il quesito va risollevato comunque, anche a distanza di tanti anni, soprattutto in considerazione di ciò che accadde in seguito proprio sul terreno del rapporto tra “questione politica” e “questione morale” risultata alla base dell’implosione dell’intero sistema dei partiti verificatasi dieci anni dopo i fatti che si rammentano in questa occasione.


Quel che è certo, e che deve essere ribadito nell’occasione, fu l’aprirsi di un vero e proprio “varco”, di una codifica della separatezza tra la gestione della cosa pubblica a livello locale e gli interessi e i bisogni della popolazione.


Le maggiori forze politiche, adagiate sul terreno della governabilità intesa quale fattore esaustivo dell’agire politico, finirono con il favorire un processo di spostamento riguardante il “privato” al centro di tutto e la “questione morale” resa quasi funzionale a una falsa idea dello sviluppo.


Nel caso savonese d’inizio anni’80 questi elementi c’erano già tutti, a volerli vedere e analizzare.


A Savona dopo la bufera degli arresti la formazione di una giunta monocolore comunista rappresentò sicuramente una svolta positiva sul piano della tenuta democratica, ma il successivo ritorno (peraltro dopo un brillantissimo risultato elettorale che aveva premiato proprio la formula del monocolore PCI, confermando il risultato delle politiche 1983) ad un ormai antistorico sistema di alleanze aprì comunque la strada a ciò che accadde all’inizio del XXI secolo quando lo scambio industria/territorio assunse una dimensione tale da far smarrire senza ritorno l’identità della Città causandone provincializzazione e impoverimento.


Nel frattempo però la “questione morale” assieme ad altri fattori pur essi fondamentali ( la conclusione della stagione dei “blocchi” e l’avvento dell’egemonia delle logiche monetarie nella costruzione dell’UE) avevano letteralmente capovolto il sistema politico italiano uscito dal quadro costituzionale del riferimento alla rappresentatività in una fase di ibrida transizione (non ancora conclusa) all’insegna del primato di una “governabilità senza governo”.



Oggi non possiamo limitarci a ricordare una vicenda come quella savonese e ligure come una storia di periferia.


Rammentare quella vicenda anche nei suoi risvolti politici più complessivi collegandola agli eventi successivi di Tangentopoli può far risaltare il ritardo di analisi sulla questione morale e far riflettere sulla debolezza delle contromisure che furono assunte in allora, lasciando che la Magistratura svolgesse, come in tante altre occasioni nella storia d’Italia, un funzione di supplenza rispetto ad un agire politico e amministrativo costantemente in ritardo.


Un ritardo che ha pesato e pesa ancora sull’insieme del nostro sistema quale componente ben presente nella determinazione di una ormai atavica fragilità.


venerdì 18 febbraio 2022

REFERENDUM: NO ALL'ACCORPAMENTO CON LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

 

REFERENDUM: NO ALL’ACCORPAMENTO CON LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE di Franco Astengo


La scusa del risparmio emerge ogni qual volta si verifica una possibile coincidenza tra scadenza referendaria e scadenza elettorale amministrativa: una scusa “a fisarmonica” usata, nel caso di referendum abrogativi, dai proponenti che temono per il raggiungimento del “quorum” del 50% più uno degli aventi diritto al voto.

In questa occasione è la Lega che cerca di usare lo stratagemma del voto accorpato per difendere dalla possibile nullità i “suoi” referendum sulla “giustizia” ( giustizia nel caso trattata molto tra virgolette).

Da parte di coloro che hanno a cuore la democrazia è necessario sia pronunciato un secco “NO” all’idea dell’accorpamento di data : un “NO” che deve oltrepassare gli schieramenti che andranno a formarsi attorno all’una o all’altra opzione di assenso o di diniego.

Le ragioni di questa necessaria ferma presa di posizione sono diverse:

a) la partecipazione al voto risulterebbe del tutto falsata rispetto all’effettivo oggetto del contendere referendario. Una partecipazione che assumerebbe forme impropriamente “aggiuntive”;

b) la campagna elettorale attorno a una materia così delicata e complessa come quella tirata in ballo dai quesiti referendari resterebbe in secondo piano in buona parte del paese : si voterà, infatti, in 753 comuni appartenenti a regioni a statuto ordinario e 221 in comuni di regioni a statuto speciale (che però potrebbero decidere di scegliere una data diversa) con 25 capoluoghi di provincia.

Inutile tentare comparazioni con il 2020 quando furono accorpate le elezioni regionali con lo sciagurato referendum sulla diminuzione del numero dei parlamentari: in quel caso, infatti, trattandosi di referendum confermativo non serviva superare alcuna soglia.

Ciò nonostante anche quella fu una occasione disgraziata con seri impedimenti a sviluppare un confronto che entrasse davvero nel merito della materia in questione: quello dell’accorpamento fu nel caso la conferma di un esempio di populismo di bassa lega (che stava nell’imprinting dei proponenti ai quali ci fu un accodamento meramente opportunistico) che non è il caso di ripetere, pur nella evidente disparità dei casi.


giovedì 17 febbraio 2022

SAVONA, PORTO, PNRR

 SAVONA, PORTO, PNRR di Franco Astengo


Non tira una buona aria nei porti italiani, i peggiori in Europa per le emissioni delle navi in ormeggio. Uno studio di "Transport & Enviroment" network di ONG per i trasporti sostenibili, ha quantificato per la prima volta le emissioni di CO2 delle navi che stazionano nei porti italiani ed europei per le operazioni di carico, scarico e rifornimenti e i risultati conferiscono all'Italia un triste primato.

Il calcolo si basa sulle verifiche obbligatorie (Monitoring, Reporting and Verification) per le grandi navi dal 2018 nell'UE dalle quali si ricavano i consumi di carburante, compresi quelli dei motori ausiliari incrociandoli con i dati di stazionamento.

Nei porti italiani oggetto dello studio le maggiori imputate sono le navi passeggeri che comprendono sia le navi da crociera sia la flotta dei traghetti: insieme sono responsabili del 30% delle emissioni di CO2 agli ormeggi, seguite dalle portacontainer (28%) e dalle petroliere (14%).

Appare quindi fin troppo evidente come il porto di Savona - Vado si trovi assolutamente al centro di questo tipo di complessa problematica.

La soluzione possibile è quella del cold ironing: la cosiddetta elettrificazione delle banchine, già reclamata da diversi soggetti associativi e in grave ritardo di realizzazione: l'UE aveva chiesto fin dal 2006 che ci si muovesse in questa direzione con la raccomandazione 2006/339/EC poi recepita dal decreto legislativo n.257 del 2016 che indica come termine il 2025 (praticamente domani).

Il 6 agosto 2020 è stato presentato un progetto " per l’elettrificazione delle banchine del terminal Crociere e Traghetti a Genova e di quello Crociere a Savona e il completamento dell’infrastruttura ferroviaria di La Spezia Marittima interna al porto mercantile, per un totale di circa 41 milioni di euro", ma a tutt'oggi non risulta essere ancora stato messo a bando.

L'elettrificazione dei porti compare anche nel PNRR (Missione 3 C2) e ad essa è dedicata la Riforma 1.3 " procedure semplificate per la realizzazione di infrastrutture finalizzate alla fornitura di energia elettrica da terra alle navi durate la fase di ormeggio" finanziati con altre misure con 630 milioni di euro.

Ad esempio il progetto di elettrificazione del porto di Amburgo è stato realizzato con la previsione che nel 2025 saranno predisposte per l'allaccio a terra l'80% delle portacontanier che attraccano ai suoi moli, l'82% da crociera da oltre 2.500 passeggeri, il 27% di quelle tra 1.000 e 2.500 passeggeri e il 51% di quelle che imbarcano meno di 1.000 passeggeri.

Appare evidente come sia necessario il massimo impegno delle istituzioni rivolto in questa direzione: più che mai risaltano esigenze di natura politica, prima fra tutte quella dell'applicazione del principio di comprensorialità e di ruolo della Provincia, così come si evidenzia ancora una volta la difficoltà introdotta dalla legge Del Rio con l'accorpamento delle Autorità Portuali.

In primo piano, per quel che riguarda il Comune di Savona risalta la necessità di un rinnovamento nella propria rappresentanza a livello dell'Autorità Portuale della Liguria occidentale : serve un livello di rappresentanza che metta al centro del proprio operato sia i temi che si è cercato di evidenziare con questo intervento, sia la grande questione dell'autonomia del porto di Savona - Vado e delle esigenze di connessione stradale e ferroviaria necessaria per uscire dall'isolamento.

La coalizione democratico - progressista che dal mese di Ottobre scorso governa Savona è chiamata a porsi con urgenza questo tema della rappresentanza del nostro Porto.

Non si affronta in questa sede per ragioni di economia del discorso il tema, peraltro urgente, dei nuovi tipi di carburante : idrogeno, ammoniaca, GN. L'Italia è ancora in assoluto ritardo da questo punto di vista proprio dal punto di vista della capacità produttiva, mentre in altre parti d'Europa sono già operanti soluzioni molto avanzate: se si pensa che il traghetto Kiel - Oslo è alimentato ad ammoniaca.

Il settore marittimo, senza imposizione di obblighi da parte dell'UE, potrebbe continuare così fino al 2040 : poi però per raggiungere la "neutralità climatica" nel 2050 sarebbe necessario, nel decennio, un taglio dell'87%.

Sarà il caso allora di aprire su questi temi un ampio dibattito che appare del tutto fondamentale nel momento in cui si stanno elaborando le risposte ai bandi per il tanto invocato PNRR.

mercoledì 16 febbraio 2022

ASSOCIAZIONE 15 FEBBRAIO 2022

 


L'esito dell'assemblea (molto partecipata con lo sviluppo di numerosi interventi) dell'associazione "Il Rosso non è il Nero" svoltasi il 15 febbraio 2022 presso la società mutuo soccorso Generale di via San Lorenzo ha consentito di definire concluso l'iter di passaggio dal "gruppo spontaneo" all'associazione.

Nel corso del dibattito è stata rimarcata questa necessità di maggiore strutturazione dell'impegno politico in un momento di grande difficoltà sul piano generale a causa degli incombenti pericoli di guerra, l'intreccio tra emergenza sanitaria e crisi economica, il progressivo deteriorarsi dei principi costituzionali della democrazia repubblicana.

Sul piano locale è stato ribadito l'impegno per costruire sedi di fattiva dialettica con le istituzioni locali anche a proseguimento dell'iniziativa assunta nella recente campagna elettorale che aveva portato il gruppo "Il Rosso non è il Nero" a rappresentare una delle componenti più importanti, sul piano progettuale e dell'immagine complessiva, della lista "Sinistra per Savona" e della coalizione che ha portato all'elezione di Marco Russo a Sindaco della Città.

Si è particolarmente sottolineata l'esigenza di una accelerazione nel costruire la possibilità di accesso ai fondi del PNRR in virtù di una forte capacità progettuale che dovrà essere espressa da un insieme di soggetti con capofila proprio l'Amministrazione Comunale di Savona nella realizzazione di quel principio di comprensorialità che ha rappresentato uno dei punti distintivi della visione che è stata portata avanti nel corso di questi anni proprio dal nostro gruppo.

Infine sono stati eletti i componenti del comitato di coordinamento e del collegio di garanzia nelle persone di : Sergio Acquilino, Donatella Ramello, Livio Di Tullio, Danilo Bruno, Jacopo Marchisio.


L'Assemblea ha approvato un ordine del giorno sul tema dei pericoli di guerra che sarà inoltrato all'Amministrazione Comunale per un successivo inoltro alle sedi più opportune e reso noto alla cittadinanza.


Questo il testo approvato:


" L'Assemblea dell'Associazione "Il Rosso non è il Nero", riunitasi presso la S.M.S Generale il 15/2/2022, ha esaminato la drammatica situazione internazionale nel momento in cui stanno emergendo gravi pericoli di confronto bellico nel cuore dell'Europa.

Nell'auspicio di una risoluzione dei conflitti per via diplomatica è necessario sottolineare come la scelta che abbiamo davanti non deve essere quella tra la guerra e la pace.

La sola opzione possibile, infatti, è quella della pace nell'idea costituente dell'Italia "che ripudia la guerra".

Serve una visione della pace intesa come fattore fondamentale e insuperabile della convivenza civile e come ispirazione prioritaria per le istituzioni della Repubblica e per l'insieme della nostra vigta democratica.

Si chiede all'amministrazione comunale di Savona di farsi interprete nelle sedi più opportune di queste riflessioni e di questi sentimenti profondamente radicati nella nostra realtà sociale, con un pensiero di vicinanza alle difficoltà morali e materiali che stanno incontrando le comunità ucraina e russa fattivamente operanti anche nella nostra Città"

lunedì 14 febbraio 2022

PACE E GUERRA

  La descrizione da parte dei media mainstream dello stato di cose in atto sul piano internazionale pare escludere una possibilità di scelta tra la pace e la guerra.

Anzi, per quel che riguarda la pace oggi si evoca addirittura Monaco'38, senza tener conto della radicale diversità di situazione storica e del significato vero di una guerra nel cuore del nostro continente.

Sembra del tutto assente la capacità di replica di una sinistra fondata su di un movimento per la pace che consideri l'Europa come proprio spazio politico e indichi soluzioni concrete (neutralità, spazi demilitarizzati, ecc) per evitare lo scontro bellico.

In Italia come al solito l'aggancio NATO consente di superare l'articolo 11 della Costituzione: è capitato così tante volte che ormai sembra che ci abbiamo fatto l'abitudine e il tutto si accetti con una scrollata di spalle e una debolissima capacità di mobilitazione.

Grazie per l'attenzione

Franco Astengo

sabato 12 febbraio 2022

TRA DEMOS E KRATOS

 

TRA DEMOS E KRATOS di Franco Astengo

"Nel grande gioco globale si impone un nuovo ordine. La democrazia si compie nella fase repubblicana che supera le appartenenze".

Nè destra, nè sinistra, né centro, l'istituzione sprigiona l'energia con cui ha a che fare la politica oggi, soprattutto in Italia.

Un "caso italiano " di nuovo conio, quale indice di sublimazione della crisi della democrazia rappresentativa?

In questo quadro la “capacità di custodia delle porte del sistema politico” (il gate-keeping nella terminologia politologica) dei partiti e delle élite politiche appare strutturalmente indebolita.

Si sono così fatti strada fenomeni di verticalizzazione delle istituzioni di governo e di maggiore visibilità degli attori – chiave dei processi decisionali.

E’ emerso il “fattore leaderizzazione”, ovvero la tesi che lega la stabilità politica di un sistema alla capacità di comunicazione mediatica e al gradimento di un leader costantemente alle prese con le valutazioni del pubblico in quella che molti studiosi hanno identificato come “campagna elettorale permanente”.

Tale fenomeno viene anche definito come “presidenzializzazione della democrazia” quando l’oggetto di questa particolare attenzione del pubblico si restringe ai capi degli esecutivi nazionali.

Se allora vogliamo limitare l’analisi al tipo di proposta di elezione diretta del Presidente della Repubblica così come questa è stata avanzata nel quadro specifico del sistema politico italiano si tratta, prima di tutto, di valutare quanto l’enfasi sulla figura e sul valore aggiunto garantito da un dato leader debba necessariamente rappresentare una componente decisiva del rapporto tra pubblico e politica anche oltre il momento elettorale.

Deve essere chiaro che per superare questo elemento della “campagna elettorale permanente” l’idea presidenzialista contempla oggettivamente proprio l’idea di abbandonare la “palude parlamentare” con un conseguente stravolgimento dell’impianto costituzionale e uno spostamento secco del ruolo delle istituzioni verso forme dirette (appunto non parlamentari) di “decisionalità” (bonapartismo, cesarismo?).

Dalla fine della guerra fredda in avanti abbiamo registrato , nel sistema politico italiano, il tramonto dell’ipotesi bipolare e, successivamente, anche quella di un ritorno alla “teoria dei due forni” rielaborata attraverso la formazione di due governi avvenuta nel corso della XVIII legislatura avendo assunto il M5S , in maniera del tutto inadeguata, il ruolo di “partito pivotale”: il risultato è stato quello di un’assunzione di “primato esecutivo” della tecnica con la conseguente emersione di una larga sfiducia verso la delega partitica.

Gli elettori “telespettatori” guardano alle persone piuttosto che ai partiti come organizzazioni e hanno imparato ad utilizzare gli strumenti di comunicazione politica, trasformando le modalità di partecipazione ed esponendosi nella campagna elettorale permanente con fette dell’opinione pubblica che subisce influssi emotivi post-razionali come si è dimostrato nel corso dell’emergenza sanitaria.

Si tratta di elementi di allineamento con i trend conosciuti su scala globale: ma non si debbono dimenticare le caratteristiche originarie del sistema italiano e la complessità dell’attuale competizione politica.

Il sistema politico italiano presenta, infatti, una propria specifica articolazione che ha comunque pesato anche nella fase di trasformazione della “democrazia del pubblico”.

Le difficoltà che si incontrano nella messa a punto anche degli strumenti più semplici di regolazione dei rapporti tra economia, media e politica ben rappresentano l’evidenza più nitida della specificità del “caso italiano”.

L’opposizione al progetto di istituzionalizzare il fenomeno della leaderizzazione attraverso l’avvento della formula di elezione diretta del Presidente della Repubblica deve allora tener conto di questi elementi di complessità.

Non è sufficiente agire all’insegna dello slogan “Difendere la Costituzione”, che pure deve essere mantenuto con chiarezza.

Occorre tenere salda un’idea di sistema politico che affermi l’istituto parlamentare come centrale degli equilibri decisionali ( voto di fiducia all’esecutivo, elezione parlamentare del Presidente della Repubblica, limitazione dell’intervento legislativo su iniziativa del Governo, statuti dell’opposizione, sistema elettorale proporzionale).

Per muoversi nella direzione di un efficace contrasto verso l'ipotesi presidenzialista sarà però necessario rilanciare e ridefinire il ruolo dei partiti, che rimangono il soggetto decisivo per mantenere la centralità del Parlamento.

E’ ormai superata la fase che aveva mostrato partiti impegnati per lo più nella difesa statica della propria identità ideologica, ma non necessariamente decisivi nello svolgimento delle politiche pubbliche.

Veri e propri “sconvolgimenti di sistema” (cessione di sovranità dello “Stato – Nazione”, mutamenti profondi nell’identità sociale, utilizzo delle nuove tecnologie) hanno causato una caduta di riconoscibilità con una conseguente perdita di capacità di rappresentanza.

Oggi per contrastare ed evitare una torsione autoritaria serve far ritornare il soggetto collettivo organizzato ad una funzione di dinamico innovatore di policy.

Occorre che i partiti sappiano ritrovare la capacità di un “esercizio della critica” rispetto alle difficoltà delle nuove tematiche tecnologiche, ai temi eticamente sensibili, all’impatto dell’interdipendenza economica.

Le organizzazioni politiche debbono tornare a fornire di nuovo le “armi della critica” rispetto all’attenzione crescente verso i media e nei confronti dell’attuazione e della valutazione dei processi decisionali.

Il punto di riaffermazione del sistema parlamentare passa attraverso una sconfitta dell’idea presidenzialista ponendo in discussione una visione “complessa” dell’azione politica da esercitarsi attraverso forme non collaudate di interazione sociale.

I partiti debbono saper intendersi quali espressioni di nuova capacità di funzionare come soggetti di integrazione di massa e di pedagogia politica, ricostruendo così senso di appartenenza e identità.

venerdì 11 febbraio 2022

VITA, GIANNI, BESOSTRI Elezioni

 

Ai compagni Vincenzo Vita, Alfonso Gianni, Felice Besostri


Cari compagni, alcune osservazioni emerse nel corso della riunione di presidenza dell’ARS di questa mattina mi hanno spinto a qualche considerazione sull’attualità politica.

Perdonate la rozzezza e il disturbo che di arreco (tenevo soprattutto rispetto a Vincenzo a precisare sul M5S, poi mi sono un po’ portato fuori tema)

Il successo elettorale del Movimento 5 stelle si è verificato, prima di tutto, in un quadro di fortissima volatilità elettorale e di vuoto politico, difatti ha seguito un andamento altalenante dagli oltre 8 milioni e mezzo di voti del 2013 scesi a poco più di 5 milioni alle europee 2014 (dato questo poco ricordato) fino ai 10.700.000 del 2018, poi ridimensionati ai 4 milioni e mezzo delle europee 2019. Attualmente, almeno a mio giudizio i sondaggi sopravvalutano il movimento: nell’insieme delle elezioni regionali e amministrative svolte tra il 2019 e il 2021 nel corso delle quali si sono espressi oltre 15 milioni di voti validi (potremmo considerarlo un test riguardante la metà dell’elettorato con al voto grandi Regioni e grandi Città) il M5S ha ottenuto circa un milione e quattrocentomila voti pari al 9,23%.

Ascese e discese elettorali del Movimento hanno coinciso con la presenza o meno nell’arena politica di soggetti capaci di imporsi mediaticamente attraverso “incitamenti populisti” : la presenza di Renzi nel 2014 drenò voti già 5 stelle verso il PD, Salvini nel 2019 drenò voti 5 stelle verso la Lega.

Il successo del 2018 è stato dovuto a due fattori concomitanti: quello definibile sbrigativamente “dell’antipolitica” e quello dello “scambio politico” efficace, in particolare al Sud, attorno alla questione del reddito di cittadinanza.

Incassati i quasi 11 milioni di voti e arrivati al governo non c’è stata una minima capacità di costruire radicamento territoriale e (sempre mia impressione) addirittura molto labili i rapporti clientelari realizzati attorno alla figura dei singoli parlamentari: tanto è vero che si è mantenuto il gap tra voto nazionale e voto per le ragioni e le amministrazioni locali (in questo ha mostrato anche la corda la democrazia diretta e la “politica” esercitata attraverso il web).

Le dinamiche sistemiche in atto hanno evidentemente tolto al Movimento 5 stelle il proscenio dell’antipolitica e l’impoverimento complessivo generato dalla situazione economica&sanitaria renderà molto meno efficace il tema del reddito di cittadinanza.

Se riflettiamo sul dato dell’assenza di capacità di costruire dimensione territoriale è facile pensare ad un’ulteriore frana elettorale rivolta ,sicuramente, in parte verso l’astensione.

L’inasprirsi della situazione economica e il tema del “perimetro Draghi” che si vorrebbe indicare in precedenza alle elezioni come elemento fondativo di una forma di governo diversa da quella costituzionale assieme allo sfibramento sociale in atto (al di là degli esiti dell’emergenza sanitaria) porteranno con ogni probabilità a un secco spostamento verso la destra di opposizione.

Nell’ipotesi di adozione di un sistema elettorale proporzionale FdI potrebbe disporre della “chance” di rappresentare il partito di maggioranza relativa e cercare così di ricostituire il centro destra sotto la propria tutela.

Sono queste le prospettive che abbiamo di fronte nel dover scegliere quale atteggiamento assumere in occasione delle elezioni 2023 che si avvicinano a grandi passi.

Riassumendo:

1) ”Perimetro Draghi”: dentro a questo possibile assetto di impostazione della campagna elettorale ci sta la prospettiva del mutamento della forma di governo (presidenzialismo/semi presidenzialismo/cancellierato);

2) Nel caso del proporzionale l’acquisizione della maggioranza elettorale da parte di FdI porterebbe, con qualche probabilità, alla formazione di un governo di destra/destra.

A sinistra, ovviamente, si tratterà di scegliere tra lo stare dentro il “perimetro Draghi” accettandone il risvolto cui ho cercato di accennare per contrastare l’ascesa di destra o la ricerca di una rappresentanza parlamentare “autonoma” da quello schema.

Aggiungo : proprio in ragione di molte delle motivazioni ascoltate nel caso di una scelta per una via a sinistra svincolata dal “perimetro Draghi” (che naturalmente non coinciderà con una sola lista ma che vedrà comunque il PD capofila) si profila, da un lato la visione del assembramento populista (Bevilacqua/De Magistris), dall’altra l’alleanza rosso – verde (Sinistra Italiana /Europa Verde) che così congegnata rischia di essere schiacciata sulla “transizione ecologica” ( e oggettivamente attirata nell’agenda Draghi). Senza contare che ci sarà la falce e martello di un’alleanza Rif. Com e PC (Rizzo) che pare sia in fase di preparazione (vedi convegno sull’Unità dei Comunisti).

Mi auguro che di questa partita (delicata e fondamentale, perché continuo forse ingenuamente a ritenere la presenza parlamentare decisiva per poter continuare un certo tipo di discorso( anche se so benissimo che non potrà nascere da lì l’auspicata soggettività politica) si possa discuterne produttivamente e in serenità.

Un caro saluto

Franco Astengo

mercoledì 9 febbraio 2022

SUPPLENZA

 

Una botta a Conte, una botta a Renzi la magistratura prosegue nel suo ruolo di "supplenza" nella latitanza dell'agire politico da parte dei soggetti che dovrebbero esservi designati così come previsto dalla Costituzione Repubblicana.

Un tema fondamentale assolutamente trascurata nella trasformazione del sistema dei partiti, dall'integrazione di massa al "catch all party" dal partito "azienda" e "personale" fino alle attuali forme di "democrazia recitativa".

In questo quadro si aprono varchi fino al determinarsi dell' "istituzione come politica" e del ridefinirsi di compiti e ruoli tra esecutivo e legislativo, sempre nel senso della riduzione dei margini della rappresentanza politica.

Franco Astengo

lunedì 7 febbraio 2022

30 ANNI MAASTRICHT

 

30 ANNI MAASTRICHT di Franco Astengo


Sono passati trent’anni dalla firma del Trattato di Maastricht, il 7 febbraio 1992. Di fatto l’ultima grande tappa istituzionale dell’Unione Europea, elaborata allora nel quadro di una congiuntura politica favorevole. Dopo la caduta del Muro, la storia economica e politica dell’Europa si è fondata totalmente su quell’intesa.


Dalla crisi ucraina ai temi economici, dalle migrazioni all’emergenza sanitaria sulla “questione europea”oggi è necessario aprire in profondità un confronto politico.

Un confronto che deve estendersi al tema della democrazia politica nell’Unione e al ruolo del Parlamento Europeo rispetto a Consiglio e Commissione.


Il rifiuto del sovranismo deve essere condotto al punto da riaprire questo tipo di discorso abbandonato da tempo e non sostituibile da semplici azioni rivendicative legate a “single issue” che rischiano di restare relegate nel corporativismo (anche quando apparentemente riguardano temi universali).


Non dimenticando che ci troviamo di fronte, nella sostanza, ad una riedizione neo-atlantica (fu sulla base dell’atlantismo e del riarmo della Germania che nacquero i primi strumenti sovranazionali in Europa, compresa la CED clamorosamente bocciata dalla Francia).

Qualsiasi discorso di ricostruzione nella sinistra a livello nazionale deve misurarsi proprio sulla dimensione europea costruendo a quel livello una visione.

Una visione che dovrebbe avere al centro la questione della pace elaborando una proposta politica a dimensione sovranazionale: senza risalire a Zimmerwald e Kienthal ricordiamo l’idea neutralista dei socialisti negli anni’50, l’ipotesi di una zona smilitarizzata al centro del Vecchio Continente, la complessa storia dell’opposizione all’installazione dei missili USA all’inizio degli anni’80, la presenza – in allora – di un articolato movimento pacifista di cui oggi non si hanno notizie.

Naturalmente da queste note non possono venire proposte adeguate salvo ricordare come Maastricht abbia rappresentato il punto di svolta fondamentale anche per la politica interna di un paese come l'Italia.

Forse vale la pena soltanto di sottolineare la necessità di una adeguata attenzione per una riflessione accurata da verificarsi all'interno del nuovo quadro geo politico globale che si sta affrontando semplicisticamente attraverso il filtro di schemi forse già superati.

venerdì 4 febbraio 2022

PROVINCIA DI SAVONA: LA DISTRIBUZIONE DEL DIVIDENDO SOCIALE

 

PROVINCIA DI SAVONA: LA DISTRIBUZIONE DEL DIVIDENDO SOCIALE di Franco Astengo


Alcune annotazioni contenute nell’ultimo rapporto CENSIS sembrano sposarsi perfettamente con la fotografia della situazione economico – sociale della Liguria e, in essa, della Provincia di Savona (lo ha fatto notare anche Aldo Lampani in un suo articolo apparso il 1 febbraio sulle colonne delle pagine genovesi di Repubblica; pagine che conservano ancora la sotto testata del glorioso “Lavoro” che fu anche di Sandro Pertini).

Andando per ordine: nella situazione della Liguria (e della Provincia di Savona) si notano fenomeni di un “costante allontanamento dal mondo produttivo” e “ritmi più lenti adatti all’età media della propria popolazione” perciò “persistono trascinamenti inerziali da maneggiare con cura: il rimpicciolimento demografico, la povertà del capitale umano immigrato, la polarizzazione dell’occupazione che penalizza l’ex-ceto medio” e ancora “non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore”, infine “ la paura del declassamento sociale”.

In altre pagine dello stesso quotidiano Maurizio Maresca traccia alcune linee di intervento riguardanti l’area metropolitana genovese individuando come punti d’attacco la transizione energetica (attraverso il ruolo dell’IREN), l’utilizzo delle aree ex-ILVA, l’Expò, il tunnel sotto il porto e i treni veloci definendo il tutto come “le cinque sfide – chiave di Genova”.

Si impone allora una domanda: come si colloca in questo contesto la provincia di Savona, tenendo ben conto del ruolo di Genova “Città – Regione” ?

Nel quadro di una possibile risposta sintetica a questo quesito non si può non partire da un giudizio riguardante l’evidente difficoltà dimostrata dall’Amministrazione Provinciale soprattutto sul piano programmazione: sul terreno più propriamente politico dovrebbe essere impostata allora una rivendicazione (ovviamente di dimensione nazionale) circa la restituzione del pieno ruolo costituzionale delle Province, con il ritorno del voto a suffragio universale. ANCI , la ricostituita sotto l’insegna “ALI” Lega delle Autonomie Locali, una rinnovata UPI potrebbero intestarsi una vera e propria battaglia politica in questo senso.

Qualche anno fa il CNEL aveva definito la provincia di Savona come divisa in tre parti: oggi invece si può dire che due parti, quella del savonese costiero e della Val Bormida debbano trovare nuovi criteri di armonizzazione economica e territoriale.

La costa Savonese e la Val Bormida presentano,infatti, caratteristiche socio - economiche complessivamente affatto diverse da quelle del Ponente (fatta salva la presenza industriale della Piaggio a Villanova d'Albenga).

Non si può negare che, a differenza del Ponente e non soltanto per ragioni meramente geografiche, il Savonese e la Val Bormida facciano parte di un' "area centrale ligure" le cui caratteristiche di "allontanamento dal mondo produttivo" finiscono con assimilarne le questioni di fondo ai temi dominanti nella grande Genova.

Questo dato richiede quindi una capacità di elaborazione riguardante specificatamente l'area costiera e quella della Val Bormida.

Occorre prendere atto allora della suddivisione economico - sociale delle diverse parti della nostra Provincia e progettare un adeguato quadro istituzionale che potrebbe realizzarsi attraverso tre soggetti di diversa comprensorialità tra gli enti locali: Savonese e Val Bormida; Ponente; entroterra di Ponente.

In questo quadro di riequilibrio istituzionale e di rinnovata capacità di confronto con la Regione troverebbe spazio una possibilità di equilibrio del "dividendo sociale" attraverso un recupero di progettualità per un armonico modello di sviluppo basato prioritariamente sulle infrastrutture ferroviarie.

L'adeguamento delle infrastrutture ferroviarie dovrebbe trovarsi al primo posto nelle proposte da avanzarsi nel quadro dell'attuazione del PNRR: il raddoppio Finale - Andora non dovrebbe così essere posto in competizione con il raddoppio della Savona - Torino e il potenziamento della Savona - Alessandria.

E' obbligatorio, infatti, che le potenziali linee di sviluppo riguardino sia la linea verso la Francia, sia il riferimento di Torino di cui il porto di Savona rimane lo sbocco naturale, sia il passaggio verso Milano che rappresenta l'inaggirabile porta d'accesso al cuore dell'Europa.

E' necessario un cambiamento di fondo nell'impostazione concettuale della prospettiva riguardante le diverse aree.

Soltanto il superamento del gap infrastrutturale potrò consentirci di affrontare le due grandi transizioni, ecologica e digitale, per le quali dalle nostre parti appare del tutto carente una adeguata progettualità.

Ad esempio nell' ipotesi dell'area industriale di crisi complessa (operante dal 2016 senza il raggiungimento di risultati tangibili) è stata assente la comprensione dello strumento economico complessivo di riconversione del modello di sviluppo territoriale.

Al posto dell’area industriale di crisi complessa va costruito un soggetto nel quale la Provincia assuma un ruolo di coordinamento e veda protagoniste le amministrazioni comunali prima fra tutte quella di Savona (che non fa parte della già citata area industriale di crisi complessa). Emergono inoltre alcune questioni assolutamente dirimenti poste sul piano della sinergia politica industriale -ambientale (tema particolarmente delicato nel frangente) , della politica economica complessiva del territorio e degli strumenti finanziari disponibili (macro e microcredito).

In assenza di uno strumento posto in grado di aprire un dialogo concreto con Governo e Regione si corre il rischio che è già stato segnalato da situazioni analoghe è di legarsi ad accordi di governance dove alla fine non si governa. Magari si partecipa come oggetto dell’intervento di crisi e sulla ricerca di fondi e politiche d’immediata emergenza. Ma si finisce con il soccombere dove, alla lunga, i soggetti forti sono altri, come la sinergia Regione -Invitalia, e dove la destinazione dei fondi reali, PNRR e non solo, appare vincolata da scelte di esclusiva natura di convenienza geo-politica.

Ci sono poi altre questioni di fondo che non possono essere trascurate. Questioni che non ci risultano finora essere state discusse, in modo approfondito, in sede istituzionale:

  1. Si tratta di far uscire la struttura istituzionale da un ruolo di subordinazione.

  2. E' necessaria l'individuazione di politiche che possano produrre saldi occupazionali positivi, di lungo periodo ed economicamente significativi.

  3. Come in sede locale possa ricavarsi un incisivo spazio di governance multilivello fatto concretamente di collaborazioni, sinergie, istituzioni che cercano e indirizzano fondi bypassando lo spazio nazionale. E sterilizzando il primato dell’impresa così come è previsto dal diritto comunitario.

  4. . Per quel che riguarda la transizione digitale è necessaria l'elaborazione di una piano strategico destinato ad affrontare sia il tema dell adeguamento all'incalzante sviluppo tecnologico, sia la differente capacità d'intervento della pubblica amministrazione, sia il "digital divide" a livello sociale;

  5. Occorre una capacità programmatoria anche rispetto alla partecipazione della nostra provincia alla transizione ecologica, con il tema energetico al primo posto; va quindi pensato quale modello complessivo di territorio emerga anche sull'uscita dalle situazioni di nocività ambientali , di presenza di fonti energetiche alternative, di capacità di affrontamento dei termini di innovazione tecnologica e digitale. Una colmatura di differenza che costituisce la vera frontiera possibile per una riunificazione del territorio rispetto alle divisioni correnti, superando chiusure e corporativismi settoriali.

  6. Vanno così individuate alcune priorità, poste sul terreno della sanità, dell’uscita dall’isolamento, dal rilancio delle attività produttive :

a) il rovesciamento territoriale dell’intervento sanitario e il mantenimento del ruolo pubblico degli attuali presidi;

b) il completamento delle infrastrutture ferroviarie dalla Maersk verso Savona e il raddoppio ferroviario sia sulla direttrice per Torino sia su quella per Alessandria. Operazione da condurre assieme ad una riflessione sul tracciato del raddoppio della linea Finale – Andora che pure andrà realizzato e all’antico progetto del tratto autostradale Albenga – Predosa;

c) la bonifica delle aree industriali dismesse sulla costa e in Val Bormida e l'individuazione di concrete alternative di utilizzo.












giovedì 3 febbraio 2022

ALIENAZIONE

 

ALIENAZIONE di Franco Astengo

L'intervento di Luciana Castellina a ricordo di Monica Vitti apparso sul Manifesto del 3 febbraio contiene un passaggio che merita di essere rilevato e magari anche discusso.

Luciana scrive riferendosi alla "trilogia dell'incomunicabilità" di Antonioni "i suoi film mi avevano insegnato ad essere comunista in modo diverso e migliore, meno rozzo, più attento a una dimensione della persona senza la quale non si capisce nemmeno come è fatta davvero l'umanità, cioè il mondo che si vuole cambiare. Furono chiamate quelle narrazioni cinematografiche, anche i film "dell'alienazione" e forse questa definizione spiega meglio come e perché avevano potuto colpire a fondo me, e tanti altri un po' schematici militanti".

Marx parla di alienazione come di estraneità dell'essere umano rispetto a ciò che fa fino al punto di non riconoscere sé stesso .

Arrivare alla consapevolezza di quell' estraneità (così come è descritto nell'intervento di Castellina) intendendola quale elemento del "partire da sé" per arrivare a concepire la trasformazione sociale in un quadro di libertà interiore contribuiva ad allargare oggettivamente il concetto di classe e definiva un presupposto possibile per l'esercizio di un'egemonia culturale e sociale senza timore di fermarsi a "tabù" preconcetti.

Nell'insieme delle espressioni culturali dell'Italia inquieta degli anni'60 essersi misurati con questi elementi di riflessione non limitandosi alla piattezza dell'economicismo è stato forse il punto più alto raggiunto dalla sinistra italiana nella pieno della sua forza di espressione intellettuale.

mercoledì 2 febbraio 2022

PREAMBOLO E STATUTO IL ROSSO NON E' IL NERO

 

Ci rivolgiamo a quante/i hanno già aderito all'associazione e a coloro che hanno partecipato al lavoro del gruppo spontaneo nel corso di questi 2 anni unendo di seguito il testo del preambolo e quello dello Statuto approvati dall'assemblea dello scorso 26 gennaio.

Nei prossimi giorni sarà convocata una nuova assemblea con all'ordine del giorno la raccolta di nuove adesioni, la stesura di un programma di lavoro e l'elezione dei componenti degli organismi previsti dallo Statuto.

Grazie per la vostra attenzione, a presto.


Associazione "Il Rosso non è il Nero” - Preambolo di valori ed intenti e statuto


Il gruppo de “Il Rosso non è il nero” propone alla Savona democratica e progressista la

costituzione di una Associazione ad adesione individuale, senza vincoli di appartenenza politica

ma chiaramente collocata nel campo dell’antifascismo e di una sinistra plurale.

Attraverso la formula del “Gruppo Spontaneo” abbiamo svolto due anni di iniziativa sul

territorio, intrecciandoci così con una molteplicità di soggetti associativi, culturali e politici

presenti in Città e fuori e nelle elezioni amministrative dell’Ottobre 2021 abbiamo contribuito, in

maniera decisiva, alla sconfitta della destra. Da qui la necessità di non disperdere i risultati

raggiunti e rafforzare la proposta di riaggregazione culturale e politica, mediante la costituzione

di una Associazione dotata di una struttura democratica.

Grazie al contributo di tutte le interessate/i si tratterà di delineare un impegno rivolto a due

fronti: sul piano amministrativo attivare una forma di interlocuzione criticamente propositiva

verso le Istituzioni e sul piano politico sviluppare un lavoro che riguardi le radici della sinistra

ricercando il miglior approccio analitico verso le grandi novità che stanno avanzando sul terreno

della tecnologia, delle dinamiche del lavoro, della comunicazione.

Si deve pensare alla nostra terra, a Savona e al suo circondario, come parte integrante di un

contesto geografico, sociale, culturale ampio, aperto alle nuove forme di progresso scientifico,

tecnologico, del pensiero umano per far in modo che le sue abitanti e i suoi abitanti sviluppino

forme di “saper vivere” attraverso cui mostrare la forza morale di farci sentire cittadini.

Un termine, quello di “Cittadini”, di cui cercheremo di far intendere il pieno valore nel senso

più concreto ed attuale di quella definizione che ci accompagna fin dai tempi dell’emergere di

fondamentali correnti di pensiero riferite al rifiuto dell’idea di intendere l’attuale situazione

dell’umanità come una catastrofe immutabile.

Per queste motivazioni di fondo riteniamo necessario proseguire un impegno posto sul piano

della militanza culturale, dell’aggregazione sociale, della partecipazione politica intesa quale

rappresentanza dei ceti sociali più deboli e nobile arte della ricerca di un equilibrio collettivo e

sostenibile tra le esigenze dello sviluppo e la soddisfazione dei bisogni di tutti.

Ci sembra importante continuare l’opera di confronto con le forze politiche vicine ai nostri

obiettivi, favorendo la discussione con loro e la ricerca di intese.

Sceglieremo assieme la miglior strada da seguire sulla base dei valori espressi in questo

documento e proponendoci di contribuire alla crescita di una nuova presenza collettiva nella quale

i giovani siano protagonisti.

Vogliamo contribuire ad affrontare le grandi contraddizioni che emergono in una situazione

inedita come quella che stiamo attraversando: una società sfibrata che è chiama a percorrere un

cammino tormentato dall'emergenza sanitaria, dalle difficoltà economiche, dalla crescita delle

disuguaglianze, dalla crisi dello stato sociale, dall'allentarsi della credibilità dei corpi intermedi,

delle istituzioni, dei partiti politici.


L’obiettivo di fondo è quello di impegnarsi alla costruzione di una società del domani nel solco

delle grandi tradizioni di uguaglianza, giustizia, solidarietà, convivenza civile, che hanno

contraddistinto, nei secoli, le lotte dei movimenti popolari e hanno contribuito a scrivere la parte

migliore della storia, trovando una insuperabile sintesi nella nostra Costituzione Repubblicana.

Una società che, privata delle ingiustizie e delle sopraffazioni, sia finalmente una associazione

di individui dove il libero sviluppo di ciascuno sia condizione del libero sviluppo di tutti.

Sulla base di queste premesse viene quindi costituita l’associazione “Il Rosso non è il nero” che

sarà regolata dal seguente Statuto

STATUTO

ART. 1

Costituzione e sede

E' costituita l’Associazione politico culturale denominata "Il Rosso non è il nero".

La sede sociale sarà individuata dall’assemblea dei soci su proposta del Consiglio di

coordinamento.

L'Associazione è disciplinata dal presente Statuto e dagli eventuali regolamenti che saranno

adottati dagli organi sociali.

ART. 2

Principi ispiratori – Scopo – Attività

L'Associazione ha carattere volontario e non ha scopo di lucro.

Le finalità sono ispirate al perseguimento dei valori della pace, dell’uguaglianza, della democrazia,

della giustizia sociale, della partecipazione, della tutela del bene comune, della solidarietà e della

non violenza e si richiamano ai principi della Costituzione della Repubblica Italiana.

L’Associazione persegue i propri fini attraverso l’organizzazione di iniziative politiche e culturali,

la gestione di profili sui social network e di siti internet, nonché con ogni altro legittimo mezzo

ritenuto utile allo scopo.

L'Associazione esplica la sua attività basandosi sul volontariato di tutti i soci e potrà promuovere a

scopo di autofinanziamento tutte le attività ed iniziative consentite dalla vigente legislazione.

L’Associazione potrà concludere accordi con altre associazioni e terzi in genere ed aderire ad

associazioni di carattere nazionale o internazionale.

ART. 3

Durata

L’Associazione non ha limiti di tempo.


L’eventuale scioglimento è deliberato dall’Assemblea degli associati con le modalità indicate nel

successivo articolo 8.

ART. 4

Soci

Può diventare socio chiunque abbia compiuto il diciottesimo anno di età, si riconosca nei principi

ispiratori dell’art. 2 e del Preambolo e si impegni a perseguirli, accetti il presente statuto e versi la

quota sociale annuale.

Gli aspiranti soci devono richiedere l’adesione al comitato di coordinamento, indicando il proprio

nome, cognome, indirizzo, luogo e data di nascita unitamente all'attestazione di accettare i

principi ispiratori del Preambolo e di attenersi allo statuto, al regolamento interno e alle

deliberazioni degli organi sociali.

I soci possono rassegnare le dimissioni in qualsiasi momento con effetto immediato ma non

possono ritirare le quote versate e non hanno alcun diritto sul patrimonio dell’associazione.

ART. 5

Diritti e doveri dei soci

I soci hanno diritto a concorrere alle attività sociali, a promuoverle ed partecipare a tutte le

iniziative e alle manifestazioni organizzate dalla stessa, a riunirsi in assemblea per discutere e

votare sulle questioni riguardanti l'Associazione, a discutere ed approvare i rendiconti, ad eleggere

ed essere eletti membri dell’organismo di coordinamento e di garanzia.

Hanno diritto di voto in assemblea i soci che abbiano provveduto al versamento della quota

sociale.

Il socio è tenuto a rispettare lo statuto, il regolamento interno e le delibere degli organi sociali,

nonché a mantenere un’irreprensibile condotta civile e morale nella partecipazione alle attività

dell'Associazione.

Il socio deve versare alle scadenze stabilite le quote sociali decise dall’assemblea e rimettere la

risoluzione di eventuali controversie interne al giudizio dell’organismo di garanzia

dell’associazione.

La qualifica di socio si perde per:

1. scioglimento dell'Associazione;

2. mancato pagamento della quota sociale entro la scadenza stabilita;

3. dimissioni, che devono essere presentate per iscritto al consiglio di coordinamento;

4. espulsione

L’espulsione è deliberata dal comitato di coordinamento in caso di gravi violazioni dello statuto e

dei regolamenti, condotta contraria ai principi dell’associazione o alla civile convivenza,

comportamento irriguardoso nei confronti degli altri soci, ed in ogni altro caso in cui la

permanenza del socio possa apportare nocumento al buon andamento dell’Associazione.

Il socio entro 30 giorni dalla comunicazione dell’espulsione può ricorrere al collegio di garanzia.

ART. 6

Patrimonio sociale e mezzi finanziari

L’Associazione trae i mezzi per finanziare le proprie attività:

a) dalle quote associative versate annualmente dai soci;

b) da elargizioni, donazioni o lasciti e contributi di persone, società, enti;

c) da contributi derivanti da iniziative e da attività marginali promosse dall’Associazione

esclusivamente per scopo di autofinanziamento nel rispetto della legislazione vigente;

d) dai beni acquisiti dall’Associazione

Per il miglior raggiungimento degli scopi sociali, l’Associazione potrà possedere strutture adibite

ad attività di solidarietà e formazione civile nonché concludere contratti e accordi con altre

associazioni o terzi in generale.

In caso di scioglimento dell’Associazione il patrimonio sociale dovrà essere devoluto ad una

associazione, ente o istituzione non lucrativa con finalità analoghe a quelle stabilite dall’art. 2, o

per fini di pubblica utilità, sentito il collegio dei probiviri, salvo diversa destinazione imposta dalla

legge.

ART. 7

Gli Organi dell'Associazione

Sono organi dell'Associazione:

a) l'assemblea dei soci;

b) il comitato di coordinamento;

c) il collegio di garanzia

Tutte le cariche sociali sono gratuite, salvo il rimborso di eventuali spese anticipate nell’interesse

dell’Associazione.

ART. 8

L'Assemblea dei Soci

L’assemblea dei soci è sovrana, si riunisce su convocazione del comitato di coordinamento ed è

costituita da tutti i soci in regola con il pagamento della quota sociale.

L’assemblea è convocata almeno una volta all’anno e delibera su:


a) l’approvazione del programma delle iniziative sociali, del bilancio consuntivo e la

determinazione delle quote sociali;

b) la nomina dei componenti il comitato di coordinamento;

c) la nomina dei membri del collegio i garanzia;

d) l’approvazione di eventuali regolamenti interni;

e) la trattazione di tutti gli altri oggetti attinenti la gestione sociale riservati alla sua competenza

dallo Statuto, dalla legge o sottoposti al suo esame dal comitato di coordinamento;

f) l’approvazione delle modifiche dello statuto dell’Associazione;

g) lo scioglimento dell'Associazione stessa e la devoluzione del patrimonio

L’assemblea è convocata dal comitato di coordinamento mediante avviso da inviare ai soci tramite

posta ordinaria, fax, posta elettronica, sms o qualsiasi altro mezzo che sia utile al raggiungimento

dello scopo.

L’assemblea deve essere convocata entro 30 giorni quando lo richieda un numero di soci non

inferiore al 10% degli iscritti.

Fatto salvo per le decisioni di cui ai precedenti punti f) e g) per la validità dell’assemblea non è

generalmente richiesto un numero minimo di soci.

Le decisioni di cui ai punti f) e g) sono valide solo se partecipa all’assemblea la maggioranza dei

soci.

Nell’ipotesi che ciò non accada il comitato di coordinamento convoca una nuova assemblea non

prima di 20 giorni e non dopo due mesi dalla precedente ed in questo caso le decisioni su tali punti

possono essere assunte con qualsiasi numero di presenti.

Ogni deliberazione dell’assemblea è presa a maggioranza dei presenti fatto salvo per quanto

diversamente individuato da regolamenti interni all’Associazione; in caso di parità la proposta si

intende respinta.

L’Assemblea è presieduta da un socio proposto dal comitato di coordinamento.

ART. 9

Il comitato di coordinamento

Il comitato di coordinamento è eletto dall'Assemblea dei Soci ed è composto da un numero di soci

stabilito dall’assemblea non inferiore a 3 e non superiore a 7.

Nella sua prima adunanza il comitato di coordinamento nomina al suo interno il tesoriere e, se lo

ritiene, un coordinatore.

Tutti i componenti del comitato di coordinamento durano in carica due anni. Nel caso in cui, per

qualsiasi motivo il numero dei componenti si riduca prima della scadenza del mandato, il

comitato di coordinamento provvederà alla sostituzione procedendo alla nomina di coloro che

risultino i primi fra i non eletti. In caso di impossibilità di applicazione della suddetta regola si

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dovrà convocare l’Assemblea dei soci e procedere alla nomina. I componenti così eletti rimangono

in carica sino alla scadenza del mandato del comitato stesso. Tutti i singoli componenti

collaborano con gli altri membri del comitato per il proseguimento delle finalità dell'Associazione.

Il comitato di coordinamento può di volta invitare alle sue riunioni altri soci dell’associazione in

ragione degli argomenti da trattare.

Il comitato di coordinamento svolge tutti i compiti necessari al buon andamento dell’Associazione

che non siano demandati all’assemblea dei soci od al collegio di garanzia.

ART.10

Il coordinatore

Il comitato di coordinamento può nominare al suo interno un coordinatore che ha il compito di

convocare le riunioni e di svolgere le funzioni di rappresentante legale dell’Associazione.

In caso di mancata nomina del coordinatore le funzioni di rappresentanza legale dell’associazione

sono svolte dal componente più anziano di età del comitato di coordinamento.

ART. 11

Il collegio di garanzia

Il collegio di garanzia è composto da 3 membri eletti dall’Assemblea dei soci che durano in carica

due anni.

Il collegio di garanzia nomina al suo interno un presidente che ha il compito di convocare e

presiedere le riunioni.

Il collegio di garanzia esprime il proprio parere sul rendiconto e decide in via definitiva sui ricorsi

avverso le espulsioni dei soci.

ART.13

Esercizio sociale

L'esercizio sociale termina il 31 dicembre di ogni anno. Il comitato di coordinamento deve

presentare all’assemblea dei soci per l’approvazione il bilancio consuntivo entro tre mesi dalla

chiusura dell’esercizio sociale.

ART. 14

Scioglimento

Lo scioglimento dell’Associazione è deliberato dall’assemblea, la quale se necessario provvederà

alla nomina di uno o più liquidatori e delibererà in ordine alla devoluzione del patrimonio.