domenica 30 agosto 2020

SONDAGGI, REFERENDUM, SINISTRA COSTITUZIONALE

SONDAGGI , REFERENDUM, SINISTRA COSTITUZIONALE di Franco Astengo
Non sembra poter lasciare spazio a particolari commenti il sondaggio di Demos sul referendum, pubblicato oggi da Repubblica: 82 a 18 secco, le stesse identiche proporzioni che uscirono dalle urne il 18 aprile 1993 a favore del referendum Segni pro-maggioritario.
Una vittoria schiacciante quella di allora, per una delle più grandi mistificazioni mai viste nella storia della Repubblica.
Una mistificazione il cui esito abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni con l’evidenza del disastro di un progressivo impoverimento politico – culturale in un Paese dove si sono accentuati i connotati storici da “autobiografia della nazione” come Gobetti appellò l’avvento del fascismo .
Oggi l’autobiografia della nazione comprende una buona quota di razzismo più o meno latente, dentro a un quadro complessivo di individualismo, corporazioni e lobbie, richieste di assistenza: il Paese dei bonus sorge così a chiedere il taglio di una “casta” della quale fa oggettivamente parte.
Forza della propaganda facile.
Qualcuno obietterà: così tu dividi tra una minoranza “parte sana” e una maggioranza della “centralità della movida” e ti arroghi la solita rivendicazione della “diversità” altera e minoritaria.
Mi piacerebbe rifugiarmi nella “diversità” orientandomi anche su qualche citazione storicamente ardita, ma invece evito questo terreno scosceso per cercare di sviluppare una breve analisi con qualche pretesa più propriamente “politica”.
Innanzi tutto la possibile veridicità del sondaggio sarà sottoposta al vaglio della partecipazione al voto : partecipazione al voto sicuramente condizionata, in questa occasione, da alcune specifiche modalità
Una seria valutazione sull’esito del referendum potrà essere compiuta, infatti, soltanto scorporando i dati tra i tre livelli di competizione elettorale che, in alcune parti del Paese, si svolgeranno il 20 e 21 settembre prossimi: a) dove l’elettrice e l’elettore avranno a disposizione una sola scheda, quella referendaria, appunto; dove l’elettrice e l’elettore avranno a disposizione due schede, quella referendaria e quella regionale (oppure quella referendaria e quella comunale); dove l’elettrice e l’elettore avranno a disposizione tre schede( quella referendaria, quella regionale e quella comunale).
Dall’intreccio tra i numeri della partecipazione al voto complessivi e quelli scomposti tra le varie situazioni si determinerà l’incidenza dello squilibrio provocato dall’ “election day” sull’esito del voto.
E’ possibile che così emerga materia sulla quale potrà esercitarsi Felice Besostri chiamando in causa i tribunali.
Il combinato disposto tra le dichiarazioni di voto fin qui raccolte tra alcuni dei principali protagonisti della vita politica e culturale e le indicazioni dei sondaggi permette comunque di sviluppare alcune osservazioni di merito sulle quali sarebbe forse il caso di riflettere:
1) Se l’82% di Sì può essere considerato plausibile come dato indicatorio ,la prima osservazione da sviluppare sarebbe quella che questo referendum è proprio una questione di “casta” (come avevano individuato Rizzo e Stella nel loro fortunatissimo “pamphlet”).
Quella dimensione di “casta” portata avanti dai 5 stelle prima maniera, in precedenza al trasformarsi essi stessi in un “establishment” forte, stabile e assolutamente concentrato (sul potere).
Si sono espressi chiaramente per il “NO” una parte consistente degli esponenti politici, oltre ad autorevolissimi intellettuali e opinionisti, tutti influentissimi nei primi decenni del secolo dimostrando così tutto il loro distacco dal populismo imperante.
Ciò può significare il continuum di un esercizio dell’autonomia del politico che nelle forme in cui è progressivamente degenerato nell’immaginario collettivo. Ha rappresentato una delle cause dell’attuale situazione.
E’ stato attraverso l’autonomia del politico ben esercitata nei governi di centrosinistra (1996 – 2001; 2006 – 2008) che si è steso un un tappeto rosso alla resistibile ascesa di una sciagura come quella rappresentata dal nuovo “ceto politico” a marca 5 stelle .
“Ceto politico” di nuovo conio cui una parte del PD vorrebbe offrire addirittura il destro per una “alleanza strutturale” stipulata però alle condizioni dell’antipolitica, come dimostra proprio la vicenda di cui ci stiamo occupando.
2) Una fase politica come quella avviata negli anni’90 sulla base dello sconquasso provocato da Tangentopoli, con l’azione politica dei grandi partiti di massa sciolta come neve al sole e sostituita prima dalla supplenza della Magistratura e successivamente dall’occupazione degli spazi del “ventre molle” da parte di Berlusconi.
Una fase nel corso della quale ci si trova di fronte gli accidenti dell’euro e dei migranti (dagli albanesi in avanti) senza che mai le forze di sinistra tentassero di ricostruire un minimo di fronte di pedagogia politica.
Anzi, le forze di sinistra hanno fatto di tutto per adattarsi alle spire dell’avversario (vedi inseguimento alla Lega su devolution e quant’altro).
In questo modo non si poteva far altro che cedere al passo, oltre ai già citati 5 stelle, ad una emersione para – fascista capace di recuperare nazionalismo e razzismo, male piante mai estirpate del tutto.
3) Soprattutto è mancata a sinistra la possibilità di portare il tema costituzionale a rappresentare base per una soggettività politica. Anche su questo punto è necessaria il massimo della chiarezza possibile: la Costituzione come sfondo del sistema poteva andar bene fino a quando erano presenti i grandi partiti della Costituente e il PCI poteva bilanciare la “conventio ad excludendum” con “l’arco costituzionale”. A partire dal referendum Renzi (anzi già da quello precedente sulle trivelle) in un momento di totale disfacimento a sinistra si è sicuramente espressa, in mezzo a un incrocio di motivazioni strumentali, una sinistra diffusa le cui espressioni politiche erano fondate sul riconoscimento costituzionale e sulla richiesta di una forma di democrazia rappresentativa che si riorganizzasse per contrastare il populismo, le piattaforme, l’uno vale uno.
Invece di compiere un’operazione coraggiosa di apertura in questa direzione i gruppi dirigenti delle residue forze che fanno riferimento alla storia della sinistra si sono trincerate chi nel governo, chi in una opposizione di movimento.
Non è stato compreso che era necessario cercare di mettere in atto un progetto politico di ricostruzione (abbiamo tentato di invertire la rotta con il “Dialogo Gramsci – Matteotti” ma finora gli esiti sono stati parziali e incompleti) nel quale il tema costituzionale poteva rappresentare punto determinante di identità e di aggregazione.
Domani comunque vada, nel “NO” che uscirà dalle urne il 20 settembre ci sarà sicuramente una quota di elettrici ed elettori che avrà votato per muoversi nella direzione che ho cercato di indicare.
L’occasione fu perduta dopo l’esito vittorioso del 4 dicembre 2016; sarebbe mortale perderla anche nell’occasione della possibile sconfitta del 20 settembre 2020.
Nel porci al di fuori da inutili scoramenti preventivi sarebbe il caso di attrezzarci adeguatamente.
La storia più recente al riguardo della complessità di contraddizioni che attraversano l’intera società ci dice che è assente una forma politica di sinistra non semplicemente unitaria ma in grado di offrire una diretta dimensione costituzionale di fronteggiamento della difficile situazione in atto: semplicemente una sinistra costituzionale.








venerdì 28 agosto 2020

RICONOSCIMENTO POLITICO E ALTERNATIVA

RICONOSCIMENTO POLITICO E ALTERNATIVA di Franco Astengo
Con questo intervento si intende sollevare un punto di discussione riguardante la sinistra di allora (e di conseguenza la sinistra di oggi, o quel che ne rimane) sul tema del riconoscimento politico delle BR durante i 55 giorni del rapimento Moro.
Il tema è stato recentemente sollevato per il tramite della pubblicazione da parte del “Corriere della Sera” (7/8 agosto) di alcuni documenti tratti dall’archivio privato di Francesco Cossiga che l’ex-Capo dello Stato aveva donato alla Biblioteca della Camera dei Deputati.
Dalla lettura di questi documenti è emersa la conferma dei contatti, epistolari e di persona, mantenuti una volta cessato dal suo ufficio di Presidente della Repubblica proprio da Francesco Cossiga con i principali esponenti delle BR.
Sull’argomento è poi intervenuto l’ex-magistrato Gian Carlo Caselli, ospitato dallo stesso Corriere della Sera con un articolo titolato “Le lettere di Cossiga ai terroristi? Il riconoscimento che loro volevano”.
Caselli sostiene – appunto – che l’atteggiamento di Cossiga nell’interlocuzione ex-post tenuta con Curcio, Gallinari e altri abbia corrisposto a quel “riconoscimento politico” su cui le BR avevano sempre puntato e che finalmente si sarebbe realizzato nell'occasione, come del resto evidenziato da un testo di Curcio a Cossiga nel quale si accenna ad “una visione più chiara dei sentieri percorsi”.
Inoltre Cossiga, sempre rivolto a Curcio, precisava che l’ipotesi di eterodirezione delle BR da parte di CIA e/o P2 avrebbe costituito “una vergogna, una falsità, una viltà, un’espressione di malafede”.
Di conseguenza sarebbero stati questi i punti “dei sentieri percorsi” e della “autonomia di direzione politica” sui quali sarebbe avvenuto, secondo Caselli, il riconoscimento politico delle BR.
Sicuramente a impedire questo riconoscimento non furono sufficienti le sentenze della Magistratura.
Di conseguenza vanno ricordate alcune questioni.
L’impostazione di partenza delle BR era già propriamente politica e non di mero esercizio terroristico e quindi provvista oggettivamente di una visione strategica.
A parte ciò bisogna affermare con chiarezza che il riconoscimento del ruolo politico delle Brigate Rosse era già avvenuto molto tempo prima.
Il riconoscimento politico delle BR si era verificato proprio durante i 55 giorni del rapimento Moro.
In quel momento le BR realizzarono, infatti, un intervento fondamentale nel provocare una deviazione di diversi equilibri all'interno del sistema politico.
Il “caso Moro” rappresentò l’unico episodio di terrorismo/lotta armata che abbia direttamente inciso sul quadro politico. Non entro qui nel merito della diatriba riguardante l’eventuale etero direzione del gruppo terroristico. Aggiungo invece che la faglia “fermezza/ trattativa” apertasi in quel momento proprio sulla base della qualità di intervento esercitata dalle BR è risultata frattura di fondo nel sistema politico italiano.
Una frattura di dimensioni quasi al livello di quella “intervento/non intervento” nella prima guerra mondiale.
L’obiettivo di chi riuscì ad imporre, sulla base dell'iniziativa terroristica, quella divisione come centrale nel convulso dibattito di quei giorni non era tanto quella di arrestare la “terza fase” morotea, quanto di impedire il consolidarsi del sistema a “bipartitismo imperfetto” uscito dalle elezioni del 1976.
Il consolidamento della "solidarietà nazionale" era possibile per l'assenza di una proposta alternativa avendo il PCI deciso di congelare la propria forza (oltre 12 milioni di voti il 20 giugno del 1976) dentro il recinto della "conventio ad excludendum" della "rappresentanza nazionale della classe operaia" e del rapporto con i ceti medi interno al solco togliattiano.
I dirigenti del PCI consideravano infatti l'espressione dell'arco costituzionale la sola alternativa possibile all'isolamento all'opposizione (come dall'elaborazione berlingueriana emersa dopo i fatti cileni): fermo restando, in ogni caso, che la DC avrebbe conservato comunque il suo ruolo "pivotale" (Andreotti avrebbe parlato di "teoria dei due forni").
Sicuramente pesavano gli elementi di “guerra fredda” in quel momento ancora cogenti.
Per chi intendeva impedire il solidificarsi del “bipartitismo imperfetto” in "solidarietà nazionale", la sola possibilità , per introdurre in campo una “strategia dell’alternanza”, era allora rappresentata dalla necessità di “rompere” il quadro determinatosi con l'esito delle elezioni del 1976.
L’affaire Moro offrì così l’opportunità di aprire una dinamica diversa nel sistema politico.
Una dinamica diversa realizzata, sulla base delle richiesta delle BR, con l’assunzione da parte del PSI di una posizione di distacco dal quadro della solidarietà nazionale in una ricerca (teoricamente giusta) di un proprio spazio di autonomia e di riequilibrio elettorale.
Proprio sul punto della capacità di porre il dilemma “fermezza/trattativa” come frattura sistemica centrale il PSI realizzò un recupero di insediamento identitario e si verificò allora l’intrinseco riconoscimento politico delle BR, molto meglio che condonare qualche anno di carcere alla Besuschio.
Tutto questo come fatto politico oggettivo e senza tema di individuazione di un meccanismo di collegamento.
Deve essere riconosciuto: le BR, infatti, furono evidentemente presenti nel sistema politico come componente autonomamente attiva e provvista di un proprio disegno strategico, in una forma posta al di fuori da altre ipotesi e/o sospetto di complotto o trama.
Un riconoscimento politico quello ottenuto dal principale soggetto del terrorismo italiano arrivato non certo per uno scambio di lettere o attraverso visite in carcere.
Su “fermezza” e “trattativa” si realizzò una rottura di fondo provocata dalle BR, che non fu più saldata, non essendo disponibile nel sistema un corrispettivo di alternativa sul piano politico e di governo.
Il punto di frattura fu quello dell'assenza d'alternativa e non certo quello dell'uscita del PCI dalla maggioranza avvenuta a gennaio 1979 ("casus belli" lo SME) fornendo così al PSI l'opportunità di ricostituire il centro sinistra subito dopo le elezioni anticipate.
Fu la divisione "sistemica" su "fermezza" e "trattativa" avvenuta in assenza di possibilità di produrre un diverso equilibrio nel sistema che determinò quella divisione a sinistra portata in fondo fino all’estinzione della “Repubblica dei Partiti” , mentre non era riuscito il cosiddetto “riequilibrio a sinistra” perseguito dal PSI.
Risultò decisiva, in quel frangente storico, l'assenza di una possibilità d'alternativa in un sistema bloccato nel "bipartitismo imperfetto" e senza indicazione di alcuna "terza via".
L’interscambio possibile tra i due partiti di sinistra si rivelò nei fatti molto limitato e le perdite del PCI si diressero prevalentemente in 3 direzioni: l’astensione, i radicali e successivamente le liste verdi.
I partiti, tra il 1979 e il 1992 non risultarono in grado di ritrovare una propria capacità di coesione istituzionale allorquando Tangentopoli, Trattato di Maastricht, Caduta del Muro di Berlino si succedettero ,in un periodo breve e convulso, come fatti che avrebbero imposto un complessivo smarrimento d’identità.
Si produsse così una sindrome da sconfitta epocale cui i grandi partiti di massa si arresero senza condizioni.
Questa analisi è stata esposta non solo per il gusto di un dibattito rivolto al passato ma soprattutto perché si ritorni ,almeno sul piano analitico, intorno al fatto che all’epoca era assente un disegno di alternativa e/o alternanza inteso come soluzione immediata al “blocco” del sistema politico italiano.

Su questo punto si dovrebbe, ancor oggi, riflettere anche circa la mancata capacità di presenza da parte di alcune correnti eterodosse della sinistra italiana, pur presenti dagli anni’60 in una vivacità di dibattito ideologico e politico cui non seguì però una conseguenza di scelte politiche.

Nell’attualità andrebbe impostato un ragionamento sul permanere dell’assenza di una prospettiva alternativa.
Una prospettiva di alternativa che avrebbero il dovere di elaborare i diversi soggetti, organizzati o meno, ancora presenti nella sinistra senza arrendersi al mediocre politicismo imperante.









mercoledì 26 agosto 2020

PENSIERO CRITICO E TEORIA DEL CAMBIAMENTO

PENSIERO CRITICO E TEORIA DEL CAMBIAMENTO di Franco Astengo
Carlo Galli, in conclusione del suo intervento apparso su Repubblica (25 agosto 2020) in ricordo del 250° anniversario della nascita di Hegel traccia i termini di una riflessione che vale la pena riprendere per intero: “Hegel, con la sua dialettica, è da tempo inattuale; benché abbia visto e pensato i grandi problemi della filosofia e della storia, la soluzione che avanza sembra oggi impraticabile: il mondo non sta tutto dentro alla filosofia. E’ questo il contrappasso di chi, come lui, non ha voluto essere migliore del proprio tempo ma ha insegnato a stare nel proprio tempo nel modo migliore".
Eppure, dalla sua inattualità ci viene ancora un messaggio: di non credere né all’illusoria autosufficienza di ciò che è particolare né alla forza bruta dell’universale ragione strumentale che dileggia la dialettica per meglio dominare il mondo e gli uomini; e di opporre a entrambe la forza mobilitante se non dello Spirito almeno del pensiero critico”.
In questo modo l’autore pone (finalmente?) un interrogativo di fondo: quello del come ricostruire una possibilità di concreto esercizio del pensiero critico.
Quel pensiero critico ormai da tempo cancellato con la sparizione della dialettica.
Il primo atto da compiere sarà quello di rompere la gabbia della subalternità del pensiero verso la tecnica ormai giudicata "neutrale".
In secondo luogo si tratterà di tornare all’articolazione che la storia ha sempre offerto al pensiero umano.
Negli ultimi tempi sembra entrato in crisi l’individualismo esasperato che ha caratterizzato fin dagli anni’90 una “svolta” nell’elaborazione del pensiero umano.
Del resto è stato del tutto insufficiente occuparci di alcuni temi politici che pure sono emersi all’interno di questa crisi dell’essere.
Ritorna un punto nevralgico a partire dal giudizio da esprimere sul valore complessivo del “pubblico” rispetto al “privato”.
Ci sarà da riflettere sull’acquisizione di una nuova nozione di “senso del limite”.
L’idea del “senso del limite” ci arriva direttamente dallo stare vivendo “questa” tragedia epocale,
ma non basterà neppure aprire questo livello di riflessione per giungere a un piano di elaborazione sulla quale poggiare una prospettiva di “pensiero lungo”.
Servirà una ripresa di costruzione dell’ideale.
Un ideale che rompa l’idea dell’ineluttabile soggezione all’esistente proponendo anche di riappropriarci del senso del limite, senza che ciò significhi ritorno all’indietro.
Si rovescia l’impostazione hegeliana come tradotta da Galli: sarà necessario essere migliori del proprio tempo.
Sarà banale affermarlo ma l'ottimismo della volontà dovrà tornare a prevalere sul pessimismo dell'intelligenza.
Il rapporto tra cultura e politica accusa ormai da molti anni un ritardo particolarmente vistoso rispetto alle necessità dei tempi.
Un rapporto quello tra cultura e politica ormai uscito dalla richiesta di "organicità totalizzante" ma che, in compenso, è stato ridotto all’assemblaggio di un insieme di tecnicismi.
Ciò è avvenuto in diversi campi da quello accademico, per arrivare a quello istituzionale, economico e soprattutto della comunicazione laddove la politica appare ormai confusa con l’economicismo e il giurisdizionalismo astratto.
Si tratta invece di ripartire per una ricognizione di fondo, prescindendo dal proposito di sviluppare una “ricerca di parte”.
L’ambizione di questa ripresa di ricerca dovrebbe essere quella – prima di tutto – di intrecciare i diversi insegnamenti che ci vengono dalla storia della “filosofia politica”.
Il risultato dovrebbe essere quello di provocare una riflessione complessiva con il superamento delle settorializzazioni e degli schematismi oggi imperanti.
Schematismi imposti dall’egemonia della “sociologia dei numeri” realizzata attraverso l’utilizzo degli algoritmi.
Schematismi che, alla fine, hanno danneggiato non soltanto la qualità degli studi e delle ricerche, ma soprattutto la qualità dell’“agire politico” privandolo della possibilità di costruzione /ricostruzione del “pensiero critico” e della dialettica di parte che ne è sempre stata la diretta conseguenza.
Nel compiere l’operazione intellettuale di ritorno alla dialettica il primo traguardo da indicare dovrà essere quello di ricostruire una sorta di percorso nella storia del pensiero politico, cercando di riassumerne le fasi più importanti, individuare i passaggi al fine di orientare l’idea di una dialettica possibile.
L’esigenza di ricercare questo equilibrio tra “storia del pensiero politico” e realtà “dell’agire politico”, deve nascere dal ritorno alla convinzione che il pensiero politico sia un “pensiero concreto”.
Un pensiero politico coinvolto attivamente nel mondo, sia come critica dell’esistente, cioè come de-costruzione, sia come costruzione, cioè come progetto di edificare un ordine migliore, ovvero rispondente a criteri di legittimità diversi da quelli dell’ordine presente.
Servirà legarsi a un filo conduttore, coscienti del fatto che il pensiero politico non si sia rivolto sempre ai medesimi problemi attraverso le medesime categorie.
Insomma, è necessario mettere in rilievo che la concretezza del pensiero politico consiste proprio nel fatto che esso aderisce alle drammatiche discontinuità dell’esperienza storica, e anzi le riconosce, le interpreta, le mette in forma.
Sarà importante anche sottolineare la coesistenza della storia del pensiero con la geografia del pensiero, rivolgendosi quindi all’illustrazione tanto dell’evolversi delle tradizioni intellettuali che innervano la riflessione politica quanto alle specificità, rilevanti e riconoscibili, con cui ciascuna delle grandi aree geografiche le ha sviluppate e interpretate.
Occorre mostrare, come, di volta, in volta nel corso della storia si sia strutturato quello spazio nel quale si sono attuate le relazioni tra i sistemi politici; la globalità nelle scelte, il rapporto tra la politica e la guerra (o la pace), la relazione fra l’ordine interno e l’ordine (o disordine) esterno.
Si deve avere fiducia nell’importanza e nell’efficacia formativa della storia del pensiero politico, nel suo senso più vasto, lavorando per costruire strumenti che ci mettano in grado di decifrare i momenti di crescita e di crisi, di dramma e di trionfo, di chiusura localistica e di apertura universale della nostra civiltà intellettuale e politica.
Sarà necessario accingersi ad affrontare la complessità assolvendo a un compito di vero e proprio recupero di cognitività rispetto al quale, dal mio modestissimo punto di vista, ben pochi altri possono essere giudicati più importanti e affascinanti .
Un lavoro da cui deve sortire la riattualizzazione nella capacità di individuazione della qualità delle contraddizioni sociali favorendo così l’elaborazione di una teoria del cambiamento all’altezza del presente e del futuro.
Una teoria del cambiamento appare indispensabile per affrontare ancora il senso dei nostri inalterabili richiami storici alla relazione tra democrazia e uguaglianza e dell’evocazione di un adeguato concetto di progresso morale, sociale, economico evitando le trappole di cui appare disseminato il futuro.
Ricostruire l’idea di progresso: questa la sola sintesi possibile per indicare la necessità e l’urgenza di aprire un discorso molto difficile in questo momento di apparente invisibilità dell’orizzonte.

lunedì 24 agosto 2020

REGIONI

REGIONI di Franco Astengo
Non sembra aver stimolato alcun dibattito di fondo l’emergere di un dato di forte difficoltà nell’insieme delle relazioni istituzionali tra lo Stato e le Regioni e la contemporaneità di svolgimento della campagna elettorale per l’elezione di 6 presidenti e relativi consigli regionali (la Val D’Aosta, saggiamente, elegge il presidente in sede di Consiglio).
Il tono complessivo del dibattito elettorale appare, infatti, al più circoscritto nella cosiddetta “propaganda spicciola”.
Eppure il materiale di discussione ci sarebbe tutto: in queste ore è in atto una forte crisi tra il Governo e la Regione Sicilia sul tema scottante dei migranti mentre appare davanti agli occhi di tutti il bilancio della fase acuta dell’emergenza sanitaria.
La fase di fuoriuscita dal lockdown è stata infatti caratterizzata proprio dall’apertura di conflitto tra Centro e Periferia, tra chiusure e aperture, sicuramente non solo non ancora risolto ma neppure affrontato.
Eppure è dalla seconda metà degli anni’80 che la frattura Centro/Periferia è tornata ad incidere fortemente sull’insieme delle contraddizioni moderne: almeno da quando era emerso con grande forza il tema della cessione di sovranità dello “Stato – Nazione”.
Un tema quello della cessione di sovranità postosi, nella fattispecie, in rapporto con la costruzione dell’Unione Europea e - più in generale – dall’avanzare a tempi rapidi di quello che in allora fu definito processo di globalizzazione.
In realtà i temi che, all’epoca, furono comunque puntualmente posti all’attenzione generale risultarono alla fine affrontati dall’intero sistema, ma in particolare dalla sinistra, soltanto su di un versante meramente politicista.
Politicismo legato alla ricerca di formule di occasionale governabilità riguardarono sia il tema della struttura federalista dello Stato, sia quello dei diversi livelli di governance tra Stato, sistema delle autonomie, sovranazionalità.
Nacquero così scelte improvvisate, dettate dalla fretta di adeguarsi banalmente ai concetti correnti di “fine della storia”.
Così accadde al riguardo dell’adesione al trattato di Maastricht, sia rispetto alla scelta della formula elettorale parzialmente maggioritaria, sino alla modifica del titolo V della Costituzione attuata dal governo di centro – sinistra in chiusura della legislatura 1996 – 2001 (XIII).
Oggi, proprio dentro a questa difficile campagna elettorale che inopinatamente si accompagna con quella per il referendum sulla riduzione della democrazia voluta dal M5S (dal cui esito dipenderà molto circa la qualità del nostro sistema nel futuro), invece di affrontare la profondità di questioni di carattere istituzionale e costituzionale di ampio respiro si preferisce, nella maggior parte dei casi, accapigliarsi sulla modestia dell’immediatezza delle formule politiche, tra accordi, mancati accordi, disaccordi tutti a livello delle superficie spartitoria connaturata al mediocre esercizio dell’autonomia del politico vigente nel paese di Guicciardini.
Eppure sono in gioco alcuni elementi di grande portata.
In particolare ci troviamo nella necessità di analizzare seriamente la concreta dimensione della crisi dell’unità nazionale, il rallentamento nel processo di cessione di sovranità in sede sovranazionale, l’incapacità di rappresentanza delle forze politiche.
Le forze politiche italiane, nel loro complesso, appaiono infatti sempre più strette nella ridotta populista, corporativa, assistenzialista con risultati disastrosi sul piano della tenuta democratica delle istituzioni.
Riassumo allora in 3 punti gli elementi che mi pare necessario affrontare al fine di sviluppare un dibattito serio intorno al tema del rapporto Stato /Regioni e più in generale del sistema autonomistico :
1) La necessità di revisione dell’articolo 117 della Costituzione, prendendo atto prima di tutto del fallimento al riguardo dell’assegnazione alle Regioni della titolarità della funzione legislativa e amministrativa in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera e della responsabilità della programmazione sanitaria;
2) Un’analisi dell’antistoricità del permanere della presenza nel nostro ordinamento di Regioni a Statuto Speciale (fatti salvi naturalmente gli obblighi derivanti da trattati internazionali);
3) La necessità e urgenza di revisione dell’articolo 122 della Costituzione circa l’elezione diretta del Presidente della Regione e della facoltà di ciascuna Regione di usare una propria formula elettorale.
L’elezione diretta del Presidente della Regione ha determinato un vero e proprio “spostamento d’asse” nella capacità legislativa dell’Ente Regione trasformato sempre più in una macchina di spesa e di nomina (torna a questo punto in evidenza il tema della sanità).
Una macchina da spesa e da nomina programmata esclusivamente in funzione della rielezione del Presidente uscente e del mantenimento della maggioranza da parte della sua alleanza politica di sostegno.
La politica regionale nel suo complesso appare così orientata al di fuori da qualsiasi visione di carattere generale che dovrebbe essere posta in relazione alla capacità di rappresentanza in sede locale degli interessi nazionali.
Una difficoltà questa, nella capacità di esercitare un ruolo di rappresentanza degli interessi generali, che unita alla debolezza specifica delle forze politiche, ha finito con l’allineare il ruolo delle Regioni alla dimensione localistica e corporativa.
Quella dimensione localistica e corporativa che appare come uno degli elementi più deleteri nella complessa crisi del nostro sistema politico.

domenica 23 agosto 2020

RAPPRESENTANZA E BIPOLARISMO

RAPPRESENTANZA E BIPOLARISMO di Franco Astengo
Dalle colonne del “Corriere della Sera” ( 23 agosto 2020) Walter Veltroni rilancia il suo antico progetto del “bipolarismo temperato”, giustificandone la ripresa nel solco degli interrogativi lanciati da Mario Draghi qualche giorno fa al Meeting di CL : “Può vivere un Paese in tempi così carichi di minacce, senza grandi progetti, senza una visione che accenda i cuori,che restituisca fiducia?”.
Veltroni, messo in campo il classico esempio della democrazia USA, si sofferma sulla differenza tra destra e sinistra e si richiama a un Paese in cui due grandi poli si confrontano alle elezioni.
Uno vince e governa attuando (?) il programma presentato agli elettori e l’altro fa opposizione e attua il programma presentato agli elettori e si prepara alla nuova sfida.
Si tratta di un vecchio slogan, alimentato da una piccola bugia (quella dell’instabilità) già provato nel sistema politico italiano con un “bipolarismo dell’alternanza” rivelatosi non funzionante proprio nel momento in cui creato il PD con segretario Veltroni e affermata la “vocazione maggioritaria”, il centro sinistra fu condotto alla più rovinosa sconfitta (2008) dopo quella del 18 aprile (1948).
Sconfitta dalla quale nacque un drastico ridimensionamento nella sua capacità di espressione del complesso insieme di soggetti che avrebbero dovuto farne parte con l’avvio della crisi più profonda del nostro sistema politico.
Una crisi del nostro sistema politico dalla quale come risultato complessivo si è avuto il rilancio della destra più estrema e di un soggetto confusamente populista come quello del M5S, che oggi mette a repentaglio i pilastri fondativi della Costituzione attraverso la proposta di taglio lineare della rappresentanza democratica.
E’ questo, espresso con il massimo della chiarezza possibile, il bilancio del culto della governabilità portato avanti nel corso degli anni a cavallo tra i ‘90 del XX secolo e i ‘10 del XXI.
Nel frattempo sono falliti ben tre disegni di riforma costituzionale: il primo quello elaborato nel 1997 dalla bicamerale presieduta da Massimo D’Alema (nella quale si ci esprimeva a favore del semipresidenzialismo) il secondo, respinto nel 2006 dal voto popolare, messo su dal centro destra che prevedeva il premierato, il terzo, anch’esso rifiutato dal corpo elettorale nel 2016, portato avanti dal PD con segretario Matteo Renzi.
Progetti falliti attraverso i quali si è per l’appunto aperta la strada all’attacco diretto al Parlamento.
Un attacco adesso violentemente in atto e che sarà necessario sia respinto, ancora una volta dall’elettorato attraverso l’espressione di un “NO” nell’occasione del referendum del prossimo 20 – 21 settembre.
Però vanno ancora specificati alcuni punti rispetto alla “querelle” bipolarismo – maggioritario versus parlamentarismo- proporzionale
Va chiarito, prima di tutto, che la forma parlamentare di governo è rimasta inalterata nel tempo, nonostante che giornalisticamente si sia abusato nel numerare presunte Prima, Seconda e perfino Terza repubblica.
Nel frattempo si è verificato un fenomeno di vera e propria “dispersione” nel rapporto tra eletti ed elettori con lo svilimento del potere di scelta e di decisione da parte di cittadine e cittadini derivante dalla previsione del voto senza possibilità di espressione di preferenze, essendo previste liste bloccate di candidati indicati secondo un ordine di lista stabilito dai vertici dei partiti politici.
Liste bloccate presenti anche nell’attuale formula elettorale nonostante che nel frattempo la Corte Costituzionale avesse bocciato ben due leggi elettorali votate dal Parlamento (la prima con la quale si è votato nel 2006, 2008, 2013; la seconda mai sperimentata sul campo).
Il problema che si pone, tuttavia, è quello di comprendere se e in che modo possa essere possibile recuperare, anche attraverso un ripensamento della forma partito nel frattempo degenerata nel partito personale o indiscriminatamente “catch all party”, un ruolo centrale degli organi di rappresentanza politica oppure se risultino ineluttabili le tendenze verso il superamento dei modelli attuali di democrazia rappresentativa e la loro sostituzione con sistemi di presunta “democrazia plebiscitaria”.
Sono stati alimentati movimenti politici di matrice populista che si ispirano al popolo come entità unica e omogenea posta in contrapposizione con altre entità diversamente articolate.
Ne è così discesa una critica alla stessa nozione di rappresentanza politica e al parlamentarismo, ritenuti in questa fase storica un male necessario, da superare attraverso “l’affermazione di una compiuta democrazia elettronica” maldestramente confusa con forme di democrazia diretta, l’unica ritenuta idonea ad affermare il principio “uno vale uno” e il pieno coinvolgimento del popolo nei meccanismi decisionali.
Come rispondere allora a questa deriva e quanto vale la riaffermazione della centralità del parlamento nello svolgimento dei processi legislativi e di quelli politici?
Nel dibattito alla Costituente le decisioni da prendere in tema di elezione e di composizione della Camera e del Senato (oltre che ,naturalmente, sul tema delle loro funzioni) costituirono il completamento della discussione che era avvenuto sull’articolo 48, dedicato al diritto di voto e sull’articolo 49 dedicato ai partiti politici.
Fu subito dopo l’inizio della discussione sull’articolo 52 del progetto che conteneva, nel primo comma, la sintesi della scelta bicamerale che il dibattito affrontò il tema generale della rappresentanza politica in relazione alla dizione dell’art.5 del progetto che prevedeva che la Camera fosse eletta a suffragio universale e diretto in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o frazione superiore a quarantamila.
Diventa allora interessante far notare che la composizione della Camera e del Senato assunse da subito un grande rilievo, apparendo chiaro ai Costituenti che la maggiore o minore numerosità della Camera dei Deputati (la cui prevalenza numerica era comunque scontata) sarebbe stata ieri, come nel dibattito odierno, uno degli elementi fondamentali che avrebbero determinato non solo il peso ma anche il carattere politico del ruolo del Parlamento.
La riduzione del numero dei parlamentari oggi in discussione è stata voluta essenzialmente dal M5S e subita dagli altri partiti accondiscendenti a una visione meramente populistica dell’uso delle Istituzioni.
E’ molto interessante, a questo proposito, riflettere sui due motivi che Togliatti volle porre alla base della scelta adottata dal gruppo comunista a favore di un rapporto tra eletti/abitanti numericamente più basso.
Anzitutto perché la scelta di un numero più alto avrebbe distaccato troppo l’eletto dall’elettore e in secondo luogo, distaccandosi troppo l’elettore dall’eletto quest’ultimo avrebbe acquistato di più la figura di un rappresentante di partito e non più di rappresentante di una porzione di popolo che egli, in qualche modo, avrebbe dovuto conoscere mantenendo anche rapporti personali e diretti.
Figuriamoci adesso in una situazione nella quale l’eletto risulta essere semplicemente un nominato e non deve corrispondere a esigenze di rappresentanza politica bensì soltanto ad istanze di governabilità, com’è accaduto nella legislatura presente nel corso della quale si è verificato il caso di trasformismo più clamoroso nella storia parlamentare d’Italia, impersonificato addirittura in un Presidente del Consiglio non eletto capace di portare avanti un governo di destra e uno composto da forze politiche completamente ostili al primo e per di più di far largo uso del potere personale, ai limiti della costituzionalità, in una situazione di eccezionalità come quella registrata nel corso dell’emergenza sanitaria.
Il Paese ha bisogno di recuperare al più presto il concetto – base della rappresentanza politica democratica e non certo di elevare la governabilità a feticcio.
Un feticcio dietro al quale potrebbero nascondersi malcelate tentazioni autoritarie al riguardo delle quali un Parlamento numericamente ridotto nel quale risulterebbe più facile la formazione di una maggioranza assoluta, potrebbe rappresentare addirittura un possibile “Cavallo di Troia”.


sabato 22 agosto 2020

PER UN RAFFORZAMENTO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL "NO"

PER UN RAFFORZAMENTO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL “NO” di Franco Astengo
L’avvio della campagna elettorale per il “NO” nel referendum ex-articolo 138 si sta sviluppando in un contesto molto complesso dal quale possono scaturire esiti non facilmente prevedibili.
Non entro nel merito dei diversi punti che meriterebbero di essere analizzati a partire dall’impossibilità di prevedere quanto la situazione in atto di emergenza sanitaria potrà incidere, prima di tutto sulla partecipazione al voto, tenuto conto che si voterà su livelli difformi di possibilità: in certe situazioni avremo tre schede, in altre due, in altre ancora una soltanto quella del referendum.
Come giocherà l’effetto “trascinamento” che potrà verificarsi in presenza delle altre consultazioni (regionali e amministrative) sull’esito di quella referendaria rimane l’incognita principale di questa vicenda.
Così come non siamo in grado di stabilire alcuna plausibile prospettiva d'intervento nell’eventualità di un rincrudimento dell’epidemia con conseguenti decisioni di blocco, anche parziale, nella mobilità delle persone.
Un dato appare però ormai consolidato: ed è quello della rottura di quell’isolamento minoritario nel quale i promotori della legge di riduzione della democrazia pensavano di relegare i sostenitori del “NO”.
In questo momento non possiamo dichiarare in quale dimensione l’esito del referendum possa risultare contendibile ma sicuramente è stato fallito l’obiettivo dello stabilire a priori una posizione fortemente minoritaria per l’espressione del NO.
Questo elemento carica di ulteriore responsabilità i comitati che sono chiamati a rafforzarsi e a sviluppare in maniera più ancor più determinato iniziative rivolte al territorio con particolare attenzione ai punti strategicamente nevralgici del territorio nazionale.
Deve risultare chiaro che in gioco non sono soltanto i numeri del parlamento ma la stessa forma di governo e l’impianto complessivo della democrazia repubblicana.
Al fine di realizzare l’obiettivo di una maggiore visibilità complessiva (elemento indispensabile da realizzare fin da questa fase di avvio di campagna) mi permetto allora di avanzare una proposta di rafforzamento delle forme di coordinamento tra i diversi comitati, da realizzarsi almeno a livello regionale per arrivare a formare veri e propri comitati regionali unitari per far sì che- almeno nelle grandi città – si possano svolgere iniziative unitarie con al centro manifestazioni pubbliche di vasta portata razionalizzando la partecipazione di tutte le presenze di carattere politico, scientifico, culturale, sociale che si sono fin qui pronunciate per un “NO” che rimane determinante per difendere la democrazia repubblicana.

venerdì 21 agosto 2020

TRASFORMISMO E POLITICA CORSARA

TRASFORMISMO E POLITICA CORSARA di Franco Astengo
“Il Corriere della Sera” del 20 agosto ha ospitato assieme due interventi che sono apparsi scritti quasi in complementarietà da Ernesto Galli della Loggia e Stefano Passigli.
Galli della Loggia ha analizzato il tentativo di alleanza “strutturale” tra PD e M5S assegnandolo alla categoria del “trasformismo” .
Un “trasformismo” collegato ad uno smarrimento d’identità per entrambe le formazioni.
Uno smarrimento d’identità (Cassese, in un editoriale pubblicato il 21 agosto) ha scritto di “politica corsara”) che nel caso del PD, abbandonata la “vocazione maggioritaria”, appare ormai come elemento costituivo dell’essere stesso del partito.
Un partito il PD sempre meno propenso all’elaborazione di una piattaforma propria e sempre più disponibile ad assorbire i punti programmatici altrui.
Passigli, dal canto suo, ha spezzato una lancia in favore della formula elettorale proporzionale partendo dalla considerazione che il maggioritario si adatta principalmente a Paesi che conoscono una profonda unità interna.
Inoltre lo stesso Passigli ha ricordato come il proporzionale sia storicamente collegato con la forma di governo parlamentare, così come prevede la nostra Carta Costituzionale.
Dove sta quindi la complementarietà (involontaria, credo) tra i due articoli scritti, tra l’altro, in un momento nel quale sembrano salire le quotazioni del “NO” nel referendum del 20 settembre ?
I due autori, ciascheduno per proprio conto, sembrano infatti rivolgere alle forze politiche una richiesta di rinnovo di espressione d’identità.
Nell’evidente crisi della struttura del sistema politico italiano ha pesato fortemente l’impatto del “né di destra”, “ né di sinistra”.
Ci troviamo al tramonto di quella stagione.
Siamo di fronte, infatti, all’emergere a livello sistemico di un nuovo livello di “dialettica principale”.
I nuovi termini della dialettica di sistema nel “caso italiano” si rilevano, infatti, nel modificarsi dell’area di interesse nella relazione tra complessità sociale e autonomia dell’agire politico.
Si sta imponendo, infatti, l’evidenza di una necessità di confronto tra il possibile permanere di un’etica politica che definiremmo legata a una ricerca di identità e l’avanzare di una ricerca di potere esclusivamente misurata sul valore dell’estetica.
Valore dell'estetica collocata dentro a quella categoria del "trasformismo" che Galli della Loggia eleva a concetto politico e che Cassese ha - appunto - definito come "politica corsara".
Il ritardo della sinistra risiede nella difficoltà di opporre l'etica dell'identità all'estetica del trasformismo.
Una sinistra immersa nell'incapacità di far sintesi in un dibattito ancora fermo all'individuazione della complessità delle contraddizioni sociali operanti ed emergenti nella modernità.
Sicuramente la destra si trova di più a proprio agio esternando rozzi slogan semplificatori tali da "grattare la pancia" all'individualismo competitivo attraverso l'esposizione del classico "legge e ordine".
Dobbiamo quindi porci un interrogativo: si è forse concluso il ciclo aperto negli anni ‘90 con l’assunzione definitiva del concetto di governabilità come ragione ultima ed esaustiva dell’agire politico legittimando così la semplificazione del trasformismo e della politica corsara.
Potrà essere possibile, in assenza di una adeguata soggettività politica, misurarsi su di un inedito livello di dialettica tra etica dell'identità ed estetica del trasformismo?
Nel caso di definitivo successo dell’estetica del trasformismo verrebbe a mancare, almeno a mio modesto giudizio, l’involucro politico per l’espressione delle contraddizioni sociali e la politica si ridurrebbe a sede di una semplice tecnocrazia decisionista .
La logica conseguenza di tutto ciò diventerebbe quella della costruzione di un regime fondato su di un capo plebiscitato dalla folla : si raggiungerebbe così lo scopo perseguito dai propugnatori dell’antipolitica, almeno dal 1994 in avanti ( o forse fin dall’appena precedente stagione referendaria).
L’esito del referendum del 20 settembre non risulterà indifferente a tutto questo.

giovedì 20 agosto 2020

CONDIVISIONE DILVO

Se condiviso con preghiera di diffusione
“La candidatura di Dilvo Vannoni, fondatore del gruppo “Il Rosso non è il Nero”, nella lista “Linea Condivisa – Sinistra per Sansa” in appoggio alla candidatura di Ferruccio Sansa a presidente della Regione Liguria, può e deve assumere la funzione di richiamo collettivo all’impegno politico per tutta la sinistra savonese.
Ci rivolgiamo allora a tutta la sinistra savonese in una dimensione unitaria, perché si operi assieme con la massima determinazione possibile al fine di ottenere un risultato elettorale il cui significato assumerebbe un evidente valore politico per il futuro e le prossime difficili scadenze che ci attendono.
Valore politico perché i valori che questa candidatura contiene sono prima di tutto quelli della democrazia antifascista e dell’etica dell’impegno sociale e per il lavoro.
La questione del lavoro è quella fondamentale per l’area geografica del comprensorio savonese e della Valbormida.
Comprensorio savonese e Valbormida debbono essere tenute assieme ad un livello di forte progettualità sui temi delle infrastrutture, dell’industria, dell’innovazione tecnologica.
Risultano prioritarie: la ricerca di un equilibrio nell’insieme della politica regionale di sviluppo; l’affrontamento delle carenze infrastrutturali con il privilegio del trasporto su ferro; la necessità di procedere alla bonifica delle aree industriali dismesse nel vadese e in Val Bormida; la risoluzione dei temi di piano industriale e di innovazione tecnologica che riguardano le aziende più importanti della nostra Provincia, da Bombardier a Piaggio; il riequilibrio tra costa e entroterra; il risanamento del territorio colpito in passato da un eccesso di cementificazione;la questione della sanità rifiutando il processo di privatizzazione in atto, valorizzando il ruolo dell’Ospedale San Paolo, tornando a insistere sui punti della territorialità e della prevenzione.
Si tratta soltanto di alcuni elementi sommariamente esposti per i quali va richiamato l’impegno per una concreta elaborazione collettiva e una possibilità di forte riferimento istituzionale che la candidatura di un compagno con l’esperienza accumulata da Dilvo Vannoni può efficacemente rappresentare.”
per il Gruppo "Il rosso non è il nero"

Bruno Marengo, Sergio Tortarolo, Sergio Acquilino, Maria Teresa Carbone, Franca Ferrando, Dario Zucchelli, Antonio Vallarino, Maria Rita Zanella, Franco Astengo

mercoledì 19 agosto 2020

REFERENDUM DEMOCRAZIA

REFERENDUM DEMOCRAZIA di Franco Astengo



“Il Parlamento non ha più l’esclusività del potere normativo. Con la riduzione di deputati e senatori ci saranno solo vantaggi, una maggiore razionalizzazione e un sistema più funzionale”. Stefano Ceccanti, deputato del Partito democratico, è tra i sostenitori del Sì al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari fortemente voluto dai 5 Stelle, che si terrà il prossimo 20-21 settembre. Se vincessero i Sì, i deputati passerebbero da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.”

Questa dichiarazione di Ceccanti, noto sostenitore del maggioritario e della “democrazia governante” coglie in pieno un punto fondamentale e può essere giudicata molto pericolosa per la struttura democratica del Paese, ancora fondata piaccia o no sull’impianto della Costituzione del ‘48.

Deve essere chiaro che il nostro livello di replica ad affermazioni di questo genere deve essere quello del richiamo costituzionale nel suo complesso.
E’ necessario imporre al giudizio dell’elettorato un quadro di vera e propria ispirazione ai principi non negoziabili che storicamente si sono espressi nella nostra (pur martoriata) democrazia repubblicana.


L’esclusività o la pluralità di sedi di esercizio del potere normativo non è, come fraintende volutamente Ceccanti, la questione che è in gioco rispetto al referendum ex-articolo 138 che, abbinato alle elezioni regionali e amministrative, si dovrebbe tenere il prossimo 20 settembre.

Il confronto politico che dovrà svolgersi nel corso della campagna elettorale invece riguarda prioritariamente i temi della rappresentanza politica.
Un confronto che dovrà essere portato avanti aprendo anche una riflessione più ampia su altre questioni:

a) E’ emersa, in questi mesi, la tentazione di rendere accettabile il disarmo della pluralità delle presenze politiche con il relativo affidamento di poteri “border line” rispetto alla Costituzione ad una élite ristretta, bypassando il Parlamento attraverso l’utilizzo dei dpcm , della comunicazione svolta “in solitaire”, della formazione di “task force”;
b) appare evidente l'intento di puntare su di una subalternità della politica verso un ruolo della “tecnica” libera di agire in nome di un non meglio identificato “bene superiore”. Ceccanti quando parla di superamento nella "esclusività del potere normativo" evoca, inconsapevolmente, questo rischio molto grave per la democrazia. E' lo stesso quadro di riferimento usato dal presidente del Consiglio Conte nel corso dell'emergenza sanitaria. Una involuzione tecnocratica che deve essere sconfitta;
c) A proposito di sedi diverse di espressione del "potere normativo" va considerata, infine, la grande difficoltà emersa nel rapporto tra potere centrale e potere locale. Vengono a galla tutte le storture derivanti dagli errori commessi nelle modifiche costituzionali a suo tempo attuate come modificazione soprattutto nel ruolo delle Regioni al riguardo di delicatissime materie prima fra le quali la sanità.
In questo quadro il "NO" alla riduzione del numero dei parlamentari assume così un significato ben preciso di contrasto a un tentativo di stravolgimento dei principi fondamentali della democrazia repubblicana e di relativo salto nel buio verso una deriva di tipo presidenzialistico - tecnocratico.






martedì 18 agosto 2020

CANDIDATURA VANNONI

Care compagne e cari compagni,
si è avviata la campagna elettorale per le Regionali e mi pare necessario cercare di fornire il massimo appoggio alla candidatura di Dilvo Vannoni nella lista “Linea Condivisa – Sinistra per Sansa”.
Una candidatura espressione del nostro gruppo da caratterizzare fortemente sui temi più importanti riferiti al comprensorio savonese e al suo hinterland soprattutto in una visione di progettualità propositiva: la capacità di impostare un discorso “in avanti” sul piano progettuale mi sembra il limite più evidente che la coalizione di sostegno alla candidatura Sansa sta incontrando, oltre al tenere abbastanza in secondo piano proprio le questioni savonesi.
Allo scopo di avviare un discorso di appoggio alla candidatura di Dilvo e di definizione progettuale mi permetto di proporvi la sottoscrizione di un documento, firmato personalmente, da diffondere a breve attraverso i mezzi di comunicazione di massa e i social disponibili.

La bozza di testo è questa (ovviamente sottoponibile a tutte le modificazioni del caso). Grazie per la vostra attenzione. Franco Astengo

“La candidatura di Dilvo Vannoni, fondatore del gruppo “Il Rosso non è il Nero”, nella lista “Linea Condivisa – Sinistra per Sansa” in appoggio alla candidatura di Ferruccio Sansa a presidente della Regione Liguria, può e deve assumere la funzione di richiamo collettivo all’impegno politico per tutta la sinistra savonese.
Ci rivolgiamo allora a tutta la sinistra savonese in una dimensione unitaria, perché si operi assieme con la massima determinazione possibile al fine di ottenere un risultato elettorale il cui significato assumerebbe un evidente valore politico per il futuro e le prossime difficili scadenze che ci attendono.
Valore politico perché i valori che questa candidatura contiene sono prima di tutto quelli della democrazia antifascista e dell’etica dell’impegno sociale e per il lavoro.
La questione del lavoro è quella fondamentale per l’area geografica del comprensorio savonese e della Valbormida.
Comprensorio savonese e Valbormida debbono essere tenute assieme ad un livello di forte progettualità sui temi delle infrastrutture, dell’industria, dell’innovazione tecnologica.
Risultano prioritarie: la ricerca di un equilibrio nell’insieme della politica regionale di sviluppo; l’affrontamento delle carenze infrastrutturali con il privilegio del trasporto su ferro; la necessità di procedere alla bonifica delle aree industriali dismesse nel vadese e in Val Bormida; la risoluzione dei temi di piano industriale e di innovazione tecnologica che riguardano le aziende più importanti della nostra Provincia, da Bombardier a Piaggio; il riequilibrio tra costa e entroterra; il risanamento del territorio colpito in passato da un eccesso di cementificazione;la questione della sanità rifiutando il processo di privatizzazione in atto, valorizzando il ruolo dell’Ospedale San Paolo, tornando a insistere sui punti della territorialità e della prevenzione.
Si tratta soltanto di alcuni elementi sommariamente esposti per i quali va richiamato l’impegno per una concreta elaborazione collettiva e una possibilità di forte riferimento istituzionale che la candidatura di un compagno con l’esperienza accumulata da Dilvo Vannoni può efficacemente rappresentare.”






CONTRADDIZIONI

Care compagne e cari compagni ,
terrei a porre all’ordine del giorno della vostra sensibilità intellettuale l’approssimarsi di un nuovo pericolo di fraintendimento teorico: quello di una affermazione della contraddizione definita “ecologica” prevalente su quella storicamente affermata come “contraddizione principale” o “contraddizione di classe”.
E’ evidente che se ci riducessimo a questo livello di dialettica ci troveremmo di fronte a una deviazione di pensiero dovuta all’incapacità di realizzare un’analisi destinata alla definizione dell’allargamento delle contraddizioni “classiche” in una dimensione di intreccio con le fratture definite post – materialiste.
Analisi indispensabile per costruirvi sopra una identità di nuova struttura politica.
In realtà, a mio modesto giudizio, siamo di fronte all’emergere di un altro livello di “dialettica principale” i cui termini derivano dal modificarsi dell’area di interesse nella relazione tra complessità sociale e autonomia dell’agire politico.
L’emergenza sanitaria ha imposto l’evidenza di un confronto tra il possibile permanere di un’etica politica e l’avanzare di una ricerca di potere esclusivamente misurata sul valore dell’estetica.
Si conclude in questo modo il ciclo aperto negli anni ‘90 con l’assunzione del concetto di governabilità come ragione ultima ed esaustiva dell’agire politico.
Finalmente ci sono tutti i margini per aprire una riflessione di fondo svincolata dal peso dei tentativi di inveramento del potere verificatisi nel “secolo breve” e non possiamo perdere l’occasione perdendoci in diatribe politiciste


Franco Astengo

lunedì 17 agosto 2020

IL NO COSTITUZIONALE

IL “NO” COSTITUZIONALE di Franco Astengo
L’avvio della campagna elettorale per le regionali e il referendum non pare aver suscitato nei candidati e nelle forze politiche una particolare attenzione al riguardo del riflesso che la specificità del momento, caratterizzata dall’emergenza sanitaria, avrà sull’andamento del voto e soprattutto sulla partecipazione al voto stesso.
L’uscita dalla prima fase del lockdown non ha provocato nella società italiana un particolare impulso verso un cambiamento strategico: si era molto parlato del “nulla sarà come prima” e della necessità di impostare un discorso basato su priorità sociali ed economiche diverse dal passato.
Nulla di tutto questo è fin qui avvenuto: la linea seguita dal governo di corrispondere alle difficoltà economiche nel frattempo insorte è stata quella di corrispondere, attraverso i bonus (anche quelli più strampalati) alle esigenze del consumismo individualistico e le questioni prioritarie sono apparse subito essere quelle dei ristoranti, del turismo, della movida, delle discoteche.
Un paese dal modello di sviluppo sbagliato non potrà dimostrare altro che essere percorso da una società individualistica, corporativa, tendente ad essere assistita gratis, sfuggente rispetto ai grandi temi delle contraddizioni sociali della modernità.
Con ancor maggior forza di prima è emersa la vacuità complessiva di espressione sociale di vuoto culturale e di incapacità di elaborazione di un pensiero di programmazione strategica : una debolezza di fondo che la retorica dominante nella narrazione mediatica non riesce assolutamente a comprendere.
Un vuoto di progetto che si evidenzierà con grande rilievo nel momento in cui ci si troverà a fare i conti con il flusso di denaro in arriva dall’Europa.
Un vuoto culturale ben evidenziato, ad esempio, dal surreale dibattito tra “tunnel” e “ponte” al riguardo dello stretto di Messina, un dibattito tutto sviluppato attorno a progetti elaborati decenni or sono oppure all’enfasi posta nella ricostruzione di un chilometro di ponte a Genova, operazione presa a modello quasi si fosse trattato della ricostruzione dei 670 chilometri dell’autostrada del Sole.
In questo contesto le forze politiche continuano imperterrite a muoversi nella loro bolla mediatica, come se nulla fosse accaduto giocando con l’autoreferenzialità delle alleanze, le rivalità personalistiche, il solito quadro di eteree rivendicazioni al riguardo di ciò che sarebbe stato fatto e di mirabolanti promesse per ciò che si vorrebbe fare: ormai tutte dentro la nuvola della loro estraneità dalla realtà quotidiana.
Bolla nella quale si stanno trovando a loro perfetto agio anche quelli che si erano avventurati per il sentiero dell’antipolitica, sentimento perdurante nella società italiana fin dai tempi dell’Unità e in passato mai così sfacciatamente utilizzato per procurarsi le chiavi delle stanze della comodità del potere.
Tutto questo per ricordare che nessuno pare prestare attenzione a quello che potrebbe rappresentare il punto vero della prossima tornata elettorale.
Scadenza elettorale tra l’altro artatamente riunificata nella data di svolgimento tra due competizioni l’uno assolutamente estranea all’altra, tra amministrative (con elezione diretta di Presidenti di Regione e di Sindaci) e rango costituzionale.
Il punto vero cui rivolgerci è rappresentato dal tipo di attenzione che queste elezioni susciteranno per davvero nell’opinione pubblica e, di conseguenza, a quale livello si collocherà la partecipazione al voto.
Le elezioni regionali non hanno mai significato un grande momento di attrazione per la partecipazione elettorale: per esempio in Liguria il totale dei votanti nel 2015 fu del 50,68% mentre alle politiche 2018 parteciparono esprimendo il loro suffragio il 71,99% delle elettrici e degli elettori aventi diritto.
Il referendum ex-articolo 138 non prevede quorum di partecipazione e quindi non presenta nessun stimolo particolare a promuovere l’accesso alle urne: tanto più che questo sarà reso ancora più difficoltoso dalle regole vigenti nell’emergenza sanitaria, con il rischio di code rese lunghe non tanto dal numero dei presenti quanto dalla necessità del distanziamento fisico e dalla lunghezza delle singole operazioni di voto con lavaggio delle mani, sanificazione, ecc.
Tutto questo per affermare molto semplicemente l’alta probabilità che le elezioni siano decise “in discesa” ovverosia attraverso la capacità di candidati e forze politiche di portare alle urne, prima di tutto, i propri tradizionali elettori .
Una raccolta di forze da realizzarsi attraverso una espressione di spiccata identità.
Identità da raccogliersi in programmi adeguati e ben definiti nell’orientamento del target sociale.
Tutto questo vale a maggior ragione per il referendum: l’evidenziazione dei valori costituzionali insita nell’espressione del “NO” alla riduzione del Parlamento dovrà avere valore caratterizzante di tutta la campagna elettorale.
Il “NO” costituzionale deve trasformarsi in una vera e propria bandiera attorno alla quale raccogliere, come fin qui non è stato fatto, i milioni di elettrici e di elettori che nel 2016 si opposero alla deformazione costituzionale non solo e non tanto per ragioni strumentali di manovra politica ma per motivi di sicura lealtà costituzionale.
Nella disattenzione generale che accompagnerà il turno elettorale del prossimo 20 settembre, disattenzione che i media cercheranno di obliare con il loro chiasso consueto, il fatto che il “NO” corrisponda all’affermare e al difendere la Costituzione Repubblicana senza “se” e senza “ma” dovrà rappresentare un priorità assoluta e su questo assioma dovrà essere svolta, senza timori, la campagna elettorale a tutti i livelli.

domenica 16 agosto 2020

INTERROGATIVI A SINISTRA

INTERROGATIVI A SINISTRA di Franco Astengo


Care compagne e cari compagni , attraverso la costruzione di riferimento di dibattito politico come quello che abbiamo denominato “Dialogo Gramsci – Matteotti” stiamo cercando da diverso tempo di porre all’ordine del giorno la questione di una “ricostruzione” a sinistra.
Una ricostruzione a sinistra utile per superare divisioni “storiche”, affrontare l’attuale frantumazione non giustificata da alcuna divisione presente sul piano ideologico, porre in campo nel sistema politico italiano una identità organizzativa all’altezza dei temi politico – istituzionali che si sono posti in questa situazione di grande difficoltà.
Situazione nelle quale ormai da tempo ritroviamo una presenza di sinistra che può tranquillamente essere giudicata insufficiente.
Procedo per punti perché si tratta di interrogativi al riguardo dei quali mi piacerebbe contribuire ad aprire un dialogo ad ampio raggio con l’ambizione di trovare sedi “fisiche” di discussione avendo appunto l’obiettivo di ricostruzione di una adeguata soggettività politica.
I temi sollevati riguardano il sistema politico italiano: rimangono sullo sfondo le grandi questioni internazionali, prima fra tutte quello dell’aprirsi di una prospettiva bipolare USA – Cina/Russia e in secondo luogo i temi dell’Unione Europea, affrontabili a mio giudizio attraverso una politica che punti ad un ulteriore passaggio di democratizzazione attraverso il Parlamento e la ripresa del progetto di Costituzione.
Andando per ordine:
1) Appare in atto un tentativo di saldatura PD – M5S posto nell’ottica di individuare un terreno di consolidamento dell’alleanza di governo. A questo proposito sarà necessario, da parte nostra rispondere subito a tre interrogativi: questo tipo di ricerca può essere destinata ad un risultato di costruzione per un asse duraturo, quindi con una strutturazione con la quale sarà necessario fare i conti almeno fino alla fine della legislatura? Su quale asse di contenuti potrà essere realizzato questo progetto? Esistono possibilità da sinistra per “agganciarci” a questa ipotesi?
2) L’andamento complessivo della vicenda riguardante il referendum sul taglio dei parlamentari ha confermato, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno,la necessità di una formazione di “sinistra costituzionale”. Una sinistra costituzionale organizzata in una coerente formazione politica da orientare molto fermamente sui punti della centralità del parlamento, della forma di governo, della capacità di affrontare il tema della crisi della rappresentanza politica e della revisione del sistema delle autonomie a partire dalle Regioni;
3) Nell’incontro tra una formazione confusa tra decrescita felice e assistenzialismo e un’altra esclusivamente versata su di una definizione dell’autonomia del politico nel senso dell’esaustività del “governo”, resta fuori, nel sistema politico italiano, una vera e propria voragine. Gli spazi politici fondamentali che dovrebbero essere presidiati sono :da un lato il tema dell’equilibrio dello sviluppo, della programmazione, dell’intervento pubblico in economia e dall’altro della rappresentanza politica del mondo del lavoro e dell’espressione delle grandi contraddizioni sociali che ne derivano (ho riassunto all’osso ma, in questo contesto, mi auguro di essere stato abbastanza chiaro).


4) Questi mi sembrano dunque i punti riassuntivi di una discussione da avviare avendo l’obiettivo di ricostruzione di un soggetto di sinistra rivolto sì a un progetto futuro ma in grado di riconoscere le proprie radici nel passato comune delle grandi formazioni del movimento operaio: a) analisi dello spazio politico alla luce delle dinamiche in atto nel sistema politico italiano da qui alla fine della legislatura; b) identità di una “sinistra costituzionale” c) rappresentanza politica per il mondo del lavoro ,elaborazione di un progetto di sviluppo sulla base di una programmazione complessiva e nello specifico dell’intervento pubblico in economia (indispensabile soprattutto per impostare un progetto di pianificazione territoriale), piano industriale, welfare.
Grazie in anticipo a chi vorrà fornire un cenno di interlocuzione a questi pochi e modesti punti per un ragionamento appena abbozzato.

venerdì 14 agosto 2020

A SINISTRA

A SINISTRA di Franco Astengo (Grazie per la vostra attenzione)
Domani ricorre il 128° anniversario della fondazione, avvenuta a Genova, del Partito dei Lavoratori Italiani (poi diventato Partito Socialista e scissosi nel ‘21 a Livorno dal Partito Comunista).

I risultati delle regionali del 20 settembre prossimo ci forniranno una prima impronta circa l’andamento possibile dell’evoluzione del M5S verso una strategia delle alleanze .
Così come, a quel punto, disporremo di alcuni elementi concreti per valutare il vagheggiamento del PD verso la formazione di una “entente” con il MoVimento destinata a diventare strategica, per dirigersi verso l’elezione del Presidente della Repubblica e successivamente verso le elezioni legislative generali previste per il 2023.
Nel frattempo però si apre spazio a sinistra per avviare un ragionamento di più ampio respiro.
Il muoversi del M5S in direzione di un processo di cosiddetta “evoluzione” corrisponde infatti,almeno in parte, a una necessità del sistema di veder riempito un vuoto che il “né di destra, né di sinistra” aveva lasciato.
Oltre la destra e oltre la sinistra, infatti, c’è soltanto il centro che molti stanno cercando di occupare: da Renzi a Calenda a settori “moderati” (chissà su cosa si ritengono “moderati”?) della stessa Forza Italia.
Si tratta di tentativi autodefiniti “trasversali” che in alcuni casi sfiorano la cosiddetta “antipolitica”.
Questi tentativi “trasversali” non hanno però alcuna possibilità di riuscita perché sprovvisti della necessaria “massa critica”.
Per occupare il vuoto lasciato al centro serve, infatti, una consistenza numerica e una presenza territoriale sufficientemente omogenee nel Paese: caratteristiche che, pur nel contrarsi delle abnormi dimensioni raggiunte con le elezioni del 2018, sono ancora in possesso del M5S anche se nel frattempo questo ha accentuato caratteristiche da partito del Sud obbligato allo “scambio politico” e alla soddisfazione immediata dell’ emergenza.
Un’emergenza dettata da quegli elementi di individualismo assistenzialista e di corporativismo, ben presenti nella società italiana soprattutto dalla parte di imprenditori privati che nel pianto delle “Partite IVA” e di una peculiare precarietà innestata nel mondo del lavoro e pur nella necessaria articolazione che pure va tenuta in conto nei riferimenti economici e sociologici, appaiono ben provvisti sul terreno dell’evasione fiscale e del riciclaggio.
Sicuramente non siamo più nei tempi di “Ceti Medi e Emilia Rossa” di togliattiana memoria (anche rispetto al movimento cooperativo).
Così come individualismo assistenzialista e corporativismo trovano, nel campo del lavoro autonomo, il loro corrispondente nella caduta di ruolo delle grandi associazioni datoriali investite dalla sindrome di distruzione dei corpi intermedi che si è accompagnata a quella del populismo “antipolitico” da destra (berlusconismo “docet”) e da presunta sinistra.
Torniamo per alla stretta attualità riflettendo sullo schema di “occupazione degli spazi” equivalante a quello di “occupazione del potere” che mosse in origine il MoVImento.
Operazione di occupazione del potere riuscita, da parte del Movimento 5 stelle, sulla base di una capacità di spargere a piene mani quel qualunquismo che rimane anch’esso parte integrante del tessuto sociale e politico della nazione.
Non approfondisco oltre: mi fermo qui per affermare che l’occupazione del centro come punto di possibile saldatura dell’alleanza PD – M5S potrebbe avvenire (a prescindere dalle indicazioni che saranno offerte dal sismografo elettorale) sulla base di un intreccio tra individualismo competitivo, corporativismo, qualunquismo “storico”.
Beninteso il PD sfugge a ogni tipo di valutazione organica per via delle sue caratteristiche non solo interclassiste ma di mero “partito – taxi” del tutto autoreferenziale nelle presenze istituzionali e privo, fin già dallo scioglimento del PCI e dall’ingresso della sinistra democristiana, di una qualche definizione plausibile di confini politici.
Il PD si direbbe un partito non solo “post – ideologico” ma “post – politico” che ha costruito la sua precaria identità nella strumentalizzazione del frazionamento del potere.
Ciò nonostante con questo quadro è necessario convivere anche per via della necessità di fronteggiamento di una aggressiva espansione della destra estrema.
Per noi che ci ostiniamo a non voler considerare la sinistra una pura categoria dello spirito si pongono comunque enormi problemi.
Infatti nel frattempo sono rimasti politicamente abbandonati amplissimi livelli di potenziale rappresentanza:
1) primo fra tutti il lavoro dipendente appare abbandonato dalla rappresentanza politica. Lavoro dipendente, che pure si trova in difficoltà anche rispetto alla propria rappresentanza sociale. La rappresentanza sociale del lavoro dipendente, il sindacato, non riesce ad oltrepassare quell’assenza di capacità progettuale che lo ha caratterizzato al ribasso nel corso degli ultimi decenni, almeno dall’accettazione della manovra del ‘92 e della “concertazione”, con una risposta soltanto episodica al tentativo (riuscito) di disintermediazione attuata con l’abolizione dell’articolo 18. Il lavoro dipendente si trova in una dimensione di allargamento nelle condizioni di sfruttamento non ancora individuata sul piano di una definizione di progettualità strategica ma messa ben in luce,ad esempio,dalla questione dei migranti posti nella condizione di funzionare da mero “esercito di riserva”(situazione sulla quale si sta ragionando molto poco);
2) in secondo luogo non è possibile pensare a una rappresentanza politica separata per l’emergere delle contraddizioni un tempo definite post – materialiste per le quali si sviluppavano come prioritari i classici esempi dell’ambiente e del genere, ma l’approfondimento del discorso potrebbe portarci ad un ben più articolata e meno schematica individuazione dei cleavages della modernità;
3) Serve una organicità di progetto politico di risposta alla necessità di uscire dalla subalternità al pensiero unico sul terreno cognitivo (compreso l’approccio alle nuove tecnologie di comunicazione);
4) altra questione è rappresentata dalla fievolezza (termine usato per carità di patria) dell’approccio internazionalista, come dimostrato dalla pochezza di capacità d’intervento sui temi europei;
5) infine, come si diceva un tempo “ma non ultimo” il terreno costituzionale, della centralità parlamentare e delle altre assemblee elettive, del rifiuto della forma di governo presidenzialista, del valore dell’organizzazione politica.
La strategia PD – M5S lascia liberi questi spazi non tanto e non solo di riflessione ma più propriamente politici.
Spazi che vanno occupati da una proposta autonoma, unitaria, provvista di una fortissima dimensione progettuale e nello stesso tempo impegnata nella difesa costituzionale a partire dal “NO” nel referendum e proseguendo nel rifiuto del revisionismo e nell’affermazione del valore dell’antifascismo.
Domani ricorre il 128° anniversario della fondazione, avvenuta a Genova, del Partito dei Lavoratori Italiani (poi diventato Partito Socialista e scissosi nel ‘21 a Livorno dal Partito Comunista).
L’occasione potrebbe essere buona per avviare una riflessione di fondo su di un progetto di ricostruzione come stiamo reclamando da tempo attraverso l’attività del “Dialogo Gramsci – Matteotti”.
Oso rivolgermi ai dirigenti di Sinistra Italiana, di Rifondazione Comunista, di Potere al Popolo e degli altri soggetti operanti a sinistra, al quotidiano “Il Manifesto”, ai tanti dirigenti politici e intellettuali privi da tempo di una definita collocazione.
E’ necessaria una ricostruzione “politica”, non meramente movimentista e neppure rinserrata nella ricerca comunque della dimensione istituzionale (che pure rimane necessaria, a tutti i livelli).
A qualcuno di questi potenziali interlocutori verso i quali chiedo scusa per la reiterata insistenza mi permetto di chiedere di estendere la conoscenza di questo appello: ho tirato giù questo testo che comprendo possa essere giudicato come estremamente schematico e me ne dispiace.
La schematicità è stata però voluta proprio per ricevere forti critiche utili per avviare finalmente una discussione di merito sul tema della ricostruzione.

giovedì 13 agosto 2020

REFERENDUM DEMOCRAZIA

Referendum, Democrazia di Franco Astengo


E’ proprio il caso di cercare di approfondire i temi della profonda crisi del sistema politico italiano proprio nel momento in cui la banalità del quotidiano sembra dare ancora fiato al qualunquismo di ritorno.
Il referendum rappresenterà una prova ardua per la tenuta della democrazia italiana.
Non possiamo limitarci a replicare alle labili argomentazioni dei sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari.
Va colta l’occasione per una discussione nel merito della crisi della democrazia liberale e del sistema politico italiano.
La democrazia liberale appare messa in forte discussione prima di tutto dalla crescita, a livello internazionale, di situazioni nelle quali paiono prevalere sistemi assolutamente contrari ai suoi principi fondamentali.
Approfondiamo allora alcuni dei termini della questione partendo da un’analisi dello stato delle cose in atto nel sistema politico italiano.
Sono evidenti i punti di fallimento fatti registrare dall’intera classe politica negli ultimi 30 anni, dal momento cioè della liquefazione della “repubblica dei partiti” dovuta al combinato disposto fra trattato di Maastricht, Tangentopoli, caduta del muro di Berlino.
Proviamo a redigere un elenco sommario: sono falliti i tentativi d’imposizione del modello di “democrazia dissociativa” (bipolarismo se non bipartitismo, sistema elettorale maggioritario, partito personale), sta mostrando la corda il sistema dell’Unione Europea; si è rivelato assolutamente negativo il tentativo di risolvere attraverso il regionalismo il nodo della cessione di sovranità dello “Stato – Nazione”.
Proprio Il nodo dell’unità nazionale rimane del resto assai complesso nella fase di accelerazione del processo di cessione di sovranità da parte dello “Stato – Nazione”.
Nel corso del tempo in occasione della modifica del titolo V della Costituzione si è verificato un cedimento alle sirene della “devolution” (2001, quando si affermava che la Lega era una “costola della sinistra”) e adesso non si è ancora presa coscienza della mancata democratizzazione di una Unione Europea priva di Costituzione e di Parlamento legislativo e divisa sulla base di schemi di diversa appartenenza, un’evidente questione di rapporto nord – su, addirittura con la presenza all’interno di regimi para-illiberali.
Attraverso la modifica del titolo V della Costituzione si sono evidenziati punti estrema negatività sia dal punto di vista della promozione di una voracissima e del tutto impreparata classe politica e dell’estensione senza limiti del deficit pubblico.
In più, attraverso l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti di Provincia e di Regione (legge 81/93 e legge costituzionale 1/2000) si è verificato il fenomeno di una esaltazione incongrua dal basso della personalizzazione della politica.
Una personalizzazione della politica mortificante il ruolo dei consessi elettivi periferici che hanno così perduto ruolo e qualità d’intervento, causando un pauroso abbassamento nell’insieme dei rapporti sociali delle istituzioni.
Per economia del discorso, in questa occasione, rimangono fuori dall’analisi i guasti gravissimi provocati dal sistema dei “media”, in particolare dal settore televisivo, utilizzato da tutte le leve del potere in forma del tutto strumentale.
Inoltre la diffusione di massa delle nuove tecnologie informatiche con l’avvento dei social network non è servita a produrre nuova pedagogia bensì ha contribuito soltanto a costruire un gigantesco veicolo di mistificazione del messaggio .
In questo caso la responsabilità diretta è di questa classe politica sorta proprio a seguito della dissoluzione del sistema dei partiti .
Sistema dei partiti del quale, al di fuori dell’evidenziarsi di contraddizioni “storiche”, deve essere rimarcato il possesso di due elementi fondativi trasversalmente espressi a suo tempo, nel periodo della ricostruzione del dopoguerra : quello della funzione pedagogica di massa e quello della capacità di selezione dei quadri.
L’attuale classe politica ,in buona parte, ha cercato soltanto di coartare e mistificare la propria comunicazione come sta ben dimostrando la “fiera delle vanità” messa in mostra dal presidente del consiglio nelle sue solitarie dirette facebook nel corso delle quali si è evidenziato un vero e proprio “spreco” nell’utilizzo del termine “storico”.
Nell’espressione di cultura politica del paese sembrano inoltre venuti a mancare i termini concreti di un’analisi seria del sistema democratico.
Diventa allora il caso di riprendere la riflessione sul complesso della qualità della nostra democrazia.
Proviamo così a ripassare alcuni passaggi principiando dall’analisi dei diversi tipi di democrazia, individuandone i due modelli principali:
1) modello maggioritario dissociativo (o modello Westminster): Il governo detiene una solida maggioranza; sistema bipartitico; governo centralizzato e unitario; costituzione flessibile; bicameralismo asimmetrico.
2) modello consensuale: governo di coalizione, equilibrio tra potere legislativo ed esecutivo, sistema multi partitico, assetto istituzionale decentrato, Costituzione scritta, bicameralismo simmetrico.
Ricordati questi punti, è il caso allora di analizzare nel dettaglio le caratteristiche necessarie al funzionamento di un sistema politico in generale e di quelle peculiari al sistema politico italiano.
Caratteristiche peculiari del sistema politico italiano confermatesi evidentemente irriducibili, anche verso un presunto itinerario di “occidentalizzazione” così come alcuni politologi lo avevano individuato negli anni’90 (con relativa stagione referendaria) attraverso l’adozione della formula maggioritaria.
Adozione della formula maggioritaria (ci si assestò poi su di un “misto” al 75%) accompagnata dal calo della partecipazione elettorale, dovuto alla frantumazione del sistema dei partiti di massa ma considerato beneficamente fisiologico.
Il sistema alla fine si è trovato con una partecipazione ridotta anche nell’espressione di voto e con milioni e milioni di elettrici ed elettori privi di rappresentanza politica.
Ed è questo della riduzione complessiva della partecipazione politica che, volenti o nolenti, deve essere considerato il vero punto di crisi sistemica.
Una crisi sistematica affermatasi in una fase di vero e proprio “ sfrangiamento sociale”.
Un punto di crisi sistemica in cui si sono aperti i varchi per quelle pericolose forme politiche qualunquistiche ben presenti e rappresentate che avevano al centro del loro progetto proprio quel tipo di riduzione della democrazia rappresentativa che sarà sottoposto alla prova referendaria:
1) E’ mancata nel corso di questi anni un progetto di organizzazione e di rappresentanza delle contraddizioni sociali. L’idea di ridurre tutto al melting – pot tra un centrodestra e un centrosinistra omologati e privi di una identità che non fosse quella del partito personale (sulla base del quale “chiamare alle armi” il proprio elettorato ogni volta su elezioni intese come referendum riguardante una persona) è stato un fatto micidiale, che qualcuno vorrebbe addirittura riproporre all’insegna del disgraziato slogan “un minuto dopo la chiusura delle urne si saprà che governa”;
2) L’ assenza di credibili soggetti di riferimento ha determinato una incapacità di realizzare livelli di governo, al centro come in periferia, formati attraverso un articolato sistema di alleanze politico – sociali. In periferia sono così sorte confuse aggregazioni all’insegna di un indistinto “civismo” fornendo così spazio all’avvento di soggetti espressione di un adattamento verso il basso del livello culturale e di preparazione specifica rispetto all’iniziativa politico - amministrativa.
3) Al centro del sistema, inoltre, è mancata completamente la possibilità di scelta da parte delle elettrici e degli elettori. Le liste bloccate, sia pure più volte stigmatizzate dalla Corte Costituzionale ma ostinatamente perseguite da soggetti politici ormai formati soltanto da “cordate” e “gigli magici”, hanno rappresentato il vero punto di saldatura su cui si è realizzato un vero e proprio “fallimento sistemico”.
Si è così creato un vuoto che potrebbe essere riempito attraverso la soddisfazione di pulsioni autoritarie sempre presenti nella cultura di un paese che ha storicamente trovato difficoltà a ritrovare un proprio baricentro di riconoscibilità.
Appare allora indispensabile riprendere il discorso sulla “democrazia consensuale” costruita in una forma centripeta sulla base di una chiara distinzione e confronto tra le forze politiche.
Un recupero di identità da parte delle diverse forze appare come il fattore fondamentale utile per fronteggiare il quadro di difficoltà fin qui sommariamente descritto.
Non fu per caso come l’Assemblea Costituente avesse indicato la centralità dei consessi elettivi all’interno della complicata costruzione della democrazia in Italia.
La centralità dei consessi elettivi che, come nel caso dei due rami del Parlamento, deve significare ancora soprattutto centralità della loro capacità di incarnare la “significanza politica” (un tema del tutto dimenticato in funzione della decretazione e addirittura dei famigerati dpcm).
Sorge a questo punto il tema della formula elettorale.
E’ evidente che, l’unica via percorribile in materia di formula elettorale è quella proporzionale.
Una formula elettorale proporzionale da intendersi come strumento d’appoggio per recuperare un grado sufficiente di credibilità e di visione consensuale in un sistema democratico fondato su di una seria articolazione delle soggettività politiche.
Soggettività politiche richiamate, come si diceva all’inizio, a rappresentare le contraddizioni sociali e non le ambizioni particolari di singoli o di gruppi di cordate formatesi attraverso il localismo e il familismo.
Le attuali forze politiche agiscono, infatti, in prevalenza in una pericolosa commistione di ambizioni personali, tentazioni plebiscitarie, imposizioni verticistiche destinate inevitabilmente a cozzare contro una società ormai organizzata orizzontalmente.
L’organizzazione sociale ormai si realizza attraverso da una parte l’espressione di lobbie e neo – corporazioni e dall’altra da ampie frange indistinte sul piano della coscienza politica e sociale eternamente in attesa di accedere a uno “scambio politico” di tipo assistenzialista.
Per stare dentro a questo tipo di scontro che ha ormai assunto aspetti quasi completamente “impolitici” la sola prospettiva adatta per gli imprenditori del consenso sembra essere diventata quella della teatralità della scena.
Si è valorizzato l’agire dell’immediatezza comunicativa in luogo della determinazione strategica .
L’esprimersi effimero di una comunicazione esclusivamente propagandistica rappresenta così il solo vero, possibile, punto di contatto con la dimensione “orizzontale” della società, nell’omissione totale di un rapporto tra cultura e informazione.
Anche la più stridente contraddizione sociale viene demandata alla “sovrastruttura” e il pubblico considerato oggetto soltanto di un processo di una gigantesca “rivoluzione passiva”.
Una “rivoluzione passiva” che avanza nel quadro dell’esercizio di una presunta “democrazia del pubblico” .
Una “democrazia del pubblico” (da qualcuno mistificata come democrazia diretta) che viene esercitata in gran parte in agorà virtuali nelle quali si sta proprio imponendo una “egemonia della sovrastruttura” definendo di conseguenza il prevalere dell’estetica e l’estinzione della legge morale.
E’ stato anche detto:un’estetica utilizzata da una politica il cui obiettivo è soltanto quello dell’ anestetizzazione del “dolore sociale”(vedi reddito di cittadinanza, bonus, incentivi).
Lenire e sopire il “dolore sociale” è così diventato l’imperativo categorico dell’agire politico così da rendere le masse docili e lontane.
Il dolore sociale avrebbe invece necessità di essere rielaborato partendo da quella che storicamente abbiamo definito come “contraddizione principale”.
La “contraddizione principale” va di nuovo individuata e portata alla ribalta del conflitto intrecciandola con altri due elementi:quello del limite che incontra il dominio umano sulla natura e quello del nuovo tipo di esercizio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, comprensivo anche dell’ulteriore livello dello sfruttamento di genere.
In questa fase lo sfruttamento è comunque esercitato socialmente in una dimensione ben più vasta di quello agita a suo tempo poggiando sul “lavoro vivo”.
La domanda finale è questa: quello dell’egemonia della sovrastruttura appare ormai il solo orizzonte possibile? Quindi siamo alla fine della capacità di disporre di una “legge morale” che ci consente di distinguere i diversi piani dello sfruttamento in modo da poter proporre la riunificazione di una proposta di alternativa?
Ormai la forma esclusiva dell’azione politica si colloca all’interno di una logica dominata dalla ricerca di un definitivo “potere sull’estetica”?
Sarebbe necessario essere capaci di esprimere con semplicità un secco “NO” ma la replica appare invece quanto mai difficile e complicata.
Per esempio: sembra incontrovertibile il dominio della “tecnica della casualità” intesa come esclusivo strumento di accesso al nodo vitale dell’informazione.
Invece, avremmo bisogno di recuperare antiche categorie e inventarne di nuove.
Nel frattempo risulterebbe fortemente negativo abdicare da una difesa di ruolo delle istituzioni rappresentative a partire dalla loro capacità di espressione politica e territoriale.
Il prossimo 20 settembre non sarà sufficiente l’espressione di un “NO” nel referendum.
Bisognerà accompagnare la proposta del “NO” con quella di una riaggregazione politica capace di porre un’alternativa sul piano costituzionale recuperando insieme l’idea di una espressione di legge morale attraverso i cui canoni tornare a essere capaci di distinguere.
Vale la pena in conclusione di ricordare Gramsci e lo “spirito di scissione”: Cosa si può contrapporre, da parte di una classe innovatrice al complesso formidabile di trincee e fortificazioni della classe dominante? Lo spirito di scissione, cioè il progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica.