SONDAGGI , REFERENDUM, SINISTRA COSTITUZIONALE di Franco Astengo
Non sembra poter lasciare spazio a particolari
commenti il sondaggio di Demos sul referendum, pubblicato oggi da
Repubblica: 82 a 18 secco, le stesse identiche proporzioni che
uscirono dalle urne il 18 aprile 1993 a favore del referendum Segni
pro-maggioritario.
Una vittoria schiacciante quella di allora, per
una delle più grandi mistificazioni mai viste nella storia della
Repubblica.
Una mistificazione il cui esito abbiamo sotto gli
occhi tutti i giorni con l’evidenza del disastro di un progressivo
impoverimento politico – culturale in un Paese dove si sono
accentuati i connotati storici da “autobiografia della nazione”
come Gobetti appellò l’avvento del fascismo .
Oggi l’autobiografia della nazione comprende una
buona quota di razzismo più o meno latente, dentro a un quadro
complessivo di individualismo, corporazioni e lobbie, richieste di
assistenza: il Paese dei bonus sorge così a chiedere il taglio di
una “casta” della quale fa oggettivamente parte.
Forza della propaganda facile.
Qualcuno obietterà: così tu dividi tra una
minoranza “parte sana” e una maggioranza della “centralità
della movida” e ti arroghi la solita rivendicazione della
“diversità” altera e minoritaria.
Mi piacerebbe rifugiarmi nella “diversità”
orientandomi anche su qualche citazione storicamente ardita, ma
invece evito questo terreno scosceso per cercare di sviluppare una
breve analisi con qualche pretesa più propriamente “politica”.
Innanzi tutto la possibile veridicità del
sondaggio sarà sottoposta al vaglio della partecipazione al voto :
partecipazione al voto sicuramente condizionata, in questa occasione,
da alcune specifiche modalità
Una seria valutazione sull’esito del referendum
potrà essere compiuta, infatti, soltanto scorporando i dati tra i
tre livelli di competizione elettorale che, in alcune parti del
Paese, si svolgeranno il 20 e 21 settembre prossimi: a) dove
l’elettrice e l’elettore avranno a disposizione una sola scheda,
quella referendaria, appunto; dove l’elettrice e l’elettore
avranno a disposizione due schede, quella referendaria e quella
regionale (oppure quella referendaria e quella comunale); dove
l’elettrice e l’elettore avranno a disposizione tre schede(
quella referendaria, quella regionale e quella comunale).
Dall’intreccio tra i numeri della partecipazione
al voto complessivi e quelli scomposti tra le varie situazioni si
determinerà l’incidenza dello squilibrio provocato dall’
“election day” sull’esito del voto.
E’ possibile che così emerga materia
sulla quale potrà esercitarsi Felice Besostri chiamando in causa i
tribunali.
Il combinato disposto tra le dichiarazioni di voto
fin qui raccolte tra alcuni dei principali protagonisti della vita
politica e culturale e le indicazioni dei sondaggi permette comunque
di sviluppare alcune osservazioni di merito sulle quali sarebbe forse
il caso di riflettere:
1) Se l’82% di Sì può essere
considerato plausibile come dato indicatorio ,la prima osservazione
da sviluppare sarebbe quella che questo referendum è proprio una
questione di “casta” (come avevano individuato Rizzo e Stella nel
loro fortunatissimo “pamphlet”).
Quella dimensione di “casta” portata avanti
dai 5 stelle prima maniera, in precedenza al trasformarsi essi stessi
in un “establishment” forte, stabile e assolutamente concentrato
(sul potere).
Si sono espressi chiaramente per il “NO” una
parte consistente degli esponenti politici, oltre ad autorevolissimi
intellettuali e opinionisti, tutti influentissimi nei primi decenni
del secolo dimostrando così tutto il loro distacco dal populismo
imperante.
Ciò può significare il continuum di
un esercizio dell’autonomia del politico che nelle forme in cui è
progressivamente degenerato nell’immaginario collettivo. Ha
rappresentato una delle cause dell’attuale situazione.
E’ stato attraverso l’autonomia del politico
ben esercitata nei governi di centrosinistra (1996 – 2001; 2006 –
2008) che si è steso un un tappeto rosso alla resistibile ascesa di
una sciagura come quella rappresentata dal nuovo “ceto politico”
a marca 5 stelle .
“Ceto politico” di nuovo conio cui una parte
del PD vorrebbe offrire addirittura il destro per una “alleanza
strutturale” stipulata però alle condizioni dell’antipolitica,
come dimostra proprio la vicenda di cui ci stiamo occupando.
2) Una fase politica come quella
avviata negli anni’90 sulla base dello sconquasso provocato da
Tangentopoli, con l’azione politica dei grandi partiti di massa
sciolta come neve al sole e sostituita prima dalla supplenza della
Magistratura e successivamente dall’occupazione degli spazi del
“ventre molle” da parte di Berlusconi.
Una fase nel corso della quale ci si
trova di fronte gli accidenti dell’euro e dei migranti (dagli
albanesi in avanti) senza che mai le forze di sinistra tentassero di
ricostruire un minimo di fronte di pedagogia politica.
Anzi, le forze di sinistra hanno fatto
di tutto per adattarsi alle spire dell’avversario (vedi
inseguimento alla Lega su devolution e quant’altro).
In questo modo non si poteva far altro che cedere
al passo, oltre ai già citati 5 stelle, ad una emersione para –
fascista capace di recuperare nazionalismo e razzismo, male piante
mai estirpate del tutto.
3) Soprattutto è mancata a sinistra
la possibilità di portare il tema costituzionale a rappresentare
base per una soggettività politica. Anche su questo punto è
necessaria il massimo della chiarezza possibile: la Costituzione come
sfondo del sistema poteva andar bene fino a quando erano presenti i
grandi partiti della Costituente e il PCI poteva bilanciare la
“conventio ad excludendum” con “l’arco costituzionale”. A
partire dal referendum Renzi (anzi già da quello precedente sulle
trivelle) in un momento di totale disfacimento a sinistra si è
sicuramente espressa, in mezzo a un incrocio di motivazioni
strumentali, una sinistra diffusa le cui espressioni politiche erano
fondate sul riconoscimento costituzionale e sulla richiesta di una
forma di democrazia rappresentativa che si riorganizzasse per
contrastare il populismo, le piattaforme, l’uno vale uno.
Invece di compiere un’operazione
coraggiosa di apertura in questa direzione i gruppi dirigenti delle
residue forze che fanno riferimento alla storia della sinistra si
sono trincerate chi nel governo, chi in una opposizione di movimento.
Non è stato compreso che era necessario cercare
di mettere in atto un progetto politico di ricostruzione (abbiamo
tentato di invertire la rotta con il “Dialogo Gramsci –
Matteotti” ma finora gli esiti sono stati parziali e incompleti)
nel quale il tema costituzionale poteva rappresentare punto
determinante di identità e di aggregazione.
Domani comunque vada, nel “NO” che
uscirà dalle urne il 20 settembre ci sarà sicuramente una quota di
elettrici ed elettori che avrà votato per muoversi nella direzione
che ho cercato di indicare.
L’occasione fu perduta dopo l’esito vittorioso
del 4 dicembre 2016; sarebbe mortale perderla anche nell’occasione
della possibile sconfitta del 20 settembre 2020.
Nel porci al di fuori da inutili scoramenti
preventivi sarebbe il caso di attrezzarci adeguatamente.
La storia più recente al riguardo della
complessità di contraddizioni che attraversano l’intera società
ci dice che è assente una forma politica di sinistra non
semplicemente unitaria ma in grado di offrire una diretta dimensione
costituzionale di fronteggiamento della difficile situazione in atto:
semplicemente una sinistra costituzionale.