domenica 23 agosto 2020

RAPPRESENTANZA E BIPOLARISMO

RAPPRESENTANZA E BIPOLARISMO di Franco Astengo
Dalle colonne del “Corriere della Sera” ( 23 agosto 2020) Walter Veltroni rilancia il suo antico progetto del “bipolarismo temperato”, giustificandone la ripresa nel solco degli interrogativi lanciati da Mario Draghi qualche giorno fa al Meeting di CL : “Può vivere un Paese in tempi così carichi di minacce, senza grandi progetti, senza una visione che accenda i cuori,che restituisca fiducia?”.
Veltroni, messo in campo il classico esempio della democrazia USA, si sofferma sulla differenza tra destra e sinistra e si richiama a un Paese in cui due grandi poli si confrontano alle elezioni.
Uno vince e governa attuando (?) il programma presentato agli elettori e l’altro fa opposizione e attua il programma presentato agli elettori e si prepara alla nuova sfida.
Si tratta di un vecchio slogan, alimentato da una piccola bugia (quella dell’instabilità) già provato nel sistema politico italiano con un “bipolarismo dell’alternanza” rivelatosi non funzionante proprio nel momento in cui creato il PD con segretario Veltroni e affermata la “vocazione maggioritaria”, il centro sinistra fu condotto alla più rovinosa sconfitta (2008) dopo quella del 18 aprile (1948).
Sconfitta dalla quale nacque un drastico ridimensionamento nella sua capacità di espressione del complesso insieme di soggetti che avrebbero dovuto farne parte con l’avvio della crisi più profonda del nostro sistema politico.
Una crisi del nostro sistema politico dalla quale come risultato complessivo si è avuto il rilancio della destra più estrema e di un soggetto confusamente populista come quello del M5S, che oggi mette a repentaglio i pilastri fondativi della Costituzione attraverso la proposta di taglio lineare della rappresentanza democratica.
E’ questo, espresso con il massimo della chiarezza possibile, il bilancio del culto della governabilità portato avanti nel corso degli anni a cavallo tra i ‘90 del XX secolo e i ‘10 del XXI.
Nel frattempo sono falliti ben tre disegni di riforma costituzionale: il primo quello elaborato nel 1997 dalla bicamerale presieduta da Massimo D’Alema (nella quale si ci esprimeva a favore del semipresidenzialismo) il secondo, respinto nel 2006 dal voto popolare, messo su dal centro destra che prevedeva il premierato, il terzo, anch’esso rifiutato dal corpo elettorale nel 2016, portato avanti dal PD con segretario Matteo Renzi.
Progetti falliti attraverso i quali si è per l’appunto aperta la strada all’attacco diretto al Parlamento.
Un attacco adesso violentemente in atto e che sarà necessario sia respinto, ancora una volta dall’elettorato attraverso l’espressione di un “NO” nell’occasione del referendum del prossimo 20 – 21 settembre.
Però vanno ancora specificati alcuni punti rispetto alla “querelle” bipolarismo – maggioritario versus parlamentarismo- proporzionale
Va chiarito, prima di tutto, che la forma parlamentare di governo è rimasta inalterata nel tempo, nonostante che giornalisticamente si sia abusato nel numerare presunte Prima, Seconda e perfino Terza repubblica.
Nel frattempo si è verificato un fenomeno di vera e propria “dispersione” nel rapporto tra eletti ed elettori con lo svilimento del potere di scelta e di decisione da parte di cittadine e cittadini derivante dalla previsione del voto senza possibilità di espressione di preferenze, essendo previste liste bloccate di candidati indicati secondo un ordine di lista stabilito dai vertici dei partiti politici.
Liste bloccate presenti anche nell’attuale formula elettorale nonostante che nel frattempo la Corte Costituzionale avesse bocciato ben due leggi elettorali votate dal Parlamento (la prima con la quale si è votato nel 2006, 2008, 2013; la seconda mai sperimentata sul campo).
Il problema che si pone, tuttavia, è quello di comprendere se e in che modo possa essere possibile recuperare, anche attraverso un ripensamento della forma partito nel frattempo degenerata nel partito personale o indiscriminatamente “catch all party”, un ruolo centrale degli organi di rappresentanza politica oppure se risultino ineluttabili le tendenze verso il superamento dei modelli attuali di democrazia rappresentativa e la loro sostituzione con sistemi di presunta “democrazia plebiscitaria”.
Sono stati alimentati movimenti politici di matrice populista che si ispirano al popolo come entità unica e omogenea posta in contrapposizione con altre entità diversamente articolate.
Ne è così discesa una critica alla stessa nozione di rappresentanza politica e al parlamentarismo, ritenuti in questa fase storica un male necessario, da superare attraverso “l’affermazione di una compiuta democrazia elettronica” maldestramente confusa con forme di democrazia diretta, l’unica ritenuta idonea ad affermare il principio “uno vale uno” e il pieno coinvolgimento del popolo nei meccanismi decisionali.
Come rispondere allora a questa deriva e quanto vale la riaffermazione della centralità del parlamento nello svolgimento dei processi legislativi e di quelli politici?
Nel dibattito alla Costituente le decisioni da prendere in tema di elezione e di composizione della Camera e del Senato (oltre che ,naturalmente, sul tema delle loro funzioni) costituirono il completamento della discussione che era avvenuto sull’articolo 48, dedicato al diritto di voto e sull’articolo 49 dedicato ai partiti politici.
Fu subito dopo l’inizio della discussione sull’articolo 52 del progetto che conteneva, nel primo comma, la sintesi della scelta bicamerale che il dibattito affrontò il tema generale della rappresentanza politica in relazione alla dizione dell’art.5 del progetto che prevedeva che la Camera fosse eletta a suffragio universale e diretto in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o frazione superiore a quarantamila.
Diventa allora interessante far notare che la composizione della Camera e del Senato assunse da subito un grande rilievo, apparendo chiaro ai Costituenti che la maggiore o minore numerosità della Camera dei Deputati (la cui prevalenza numerica era comunque scontata) sarebbe stata ieri, come nel dibattito odierno, uno degli elementi fondamentali che avrebbero determinato non solo il peso ma anche il carattere politico del ruolo del Parlamento.
La riduzione del numero dei parlamentari oggi in discussione è stata voluta essenzialmente dal M5S e subita dagli altri partiti accondiscendenti a una visione meramente populistica dell’uso delle Istituzioni.
E’ molto interessante, a questo proposito, riflettere sui due motivi che Togliatti volle porre alla base della scelta adottata dal gruppo comunista a favore di un rapporto tra eletti/abitanti numericamente più basso.
Anzitutto perché la scelta di un numero più alto avrebbe distaccato troppo l’eletto dall’elettore e in secondo luogo, distaccandosi troppo l’elettore dall’eletto quest’ultimo avrebbe acquistato di più la figura di un rappresentante di partito e non più di rappresentante di una porzione di popolo che egli, in qualche modo, avrebbe dovuto conoscere mantenendo anche rapporti personali e diretti.
Figuriamoci adesso in una situazione nella quale l’eletto risulta essere semplicemente un nominato e non deve corrispondere a esigenze di rappresentanza politica bensì soltanto ad istanze di governabilità, com’è accaduto nella legislatura presente nel corso della quale si è verificato il caso di trasformismo più clamoroso nella storia parlamentare d’Italia, impersonificato addirittura in un Presidente del Consiglio non eletto capace di portare avanti un governo di destra e uno composto da forze politiche completamente ostili al primo e per di più di far largo uso del potere personale, ai limiti della costituzionalità, in una situazione di eccezionalità come quella registrata nel corso dell’emergenza sanitaria.
Il Paese ha bisogno di recuperare al più presto il concetto – base della rappresentanza politica democratica e non certo di elevare la governabilità a feticcio.
Un feticcio dietro al quale potrebbero nascondersi malcelate tentazioni autoritarie al riguardo delle quali un Parlamento numericamente ridotto nel quale risulterebbe più facile la formazione di una maggioranza assoluta, potrebbe rappresentare addirittura un possibile “Cavallo di Troia”.


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