giovedì 30 aprile 2020

SCUSE E RAGIONI

SCUSE E RAGIONI di Franco Astengo


Alla vigilia del Primo Maggio sento il dovere di rivolgermi ai destinatari dei miei numerosi interventi per scusarmi dell’insistenza quasi quotidiana con la quale ho rivolto le mie argomentazioni, almeno in questo mese di aprile che sta per terminare.
Ho pensato, probabilmente sbagliando, che nel frangente di isolamento nel quale ci siamo tutti trovati all’improvviso valesse la pena di mantenere un collegamento, un filo rosso con la pretesa da parte mia (sicuramente frutto di presunzione) di essere capace di contribuire allo sviluppo di una riflessione collettiva su ciò che ci stava accadendo nei suoi riflessi culturali, politici e sociali.
Così mi sono ripromesso di tentare di portare avanti un’analisi e una proposta politica: sicuramente esagerando nella già ricordata presunzione.
Purtuttavia ritengo che questo tentativo abbia delle sue profonde ragioni ponendosi anche nella scia di quell’idea di “ricostruzione della sinistra” che da qualche tempo avevamo cercato di portare avanti, con altre compagne e compagni di diversa provenienza ideale e politica, all’insegna del “Dialogo Gramsci – Matteotti”.
L’idea di “ricostruzione” ha necessità di porsi a confronto con quell’affermazione del “nulla sarà come prima” che molti hanno avanzato in occasione dell’esplosione dell’emergenza sanitaria.
Se vogliamo davvero che “nulla sia come prima” allora, da sinistra, dobbiamo cercare di essere capaci di quel “cercate ancora” che potrebbe essere inteso quasi come l’incipit di un nuovo manifesto.
Nasce da questo abbozzo di ragionamento quell’ esigenza di apertura di ricerca che soggettivamente sento molto forte.
Non sarà sufficiente misurarsi soltanto con gli elementi che ci vengono forniti dalla nostra storia.
Così nasce la proposta di elaborare l’ipotesi di un “socialismo della finitudine”.
In partenza si tratta di porsi un interrogativo: è davvero finita l’era delle “magnifiche sorti e progressive” e ci troviamo nella condizione dell’essere finito, limitato, imperfetto, come dimostrerebbe proprio la vicenda del virus ?
Chi intende continuare a pensare alla giustizia sociale dell’uguaglianza pare proprio trovarsi davanti a un bivio.
Preso atto della necessità di comprendere la condizione di “limite” come definire, allora, un nuovo obiettivo di sviluppo.
Oppure non resta da fare altro che ripiegare su di un pensiero di mera conservazione lasciando campo libero agli appetiti dell’egoismo ?
La discussione, all’inizio di questa fase, si era aperta attorno all’ipotesi di elaborazione di un progetto di “società sobria” come nuova “terza via” (opposta a quella proposta a suo tempo dal blairismo): forse però questa nuova “terza via” potrebbe essere già stata superata e un diverso modello di vita ci sarà stato imposto dai fatti e dal governo assoluto della tecnica.
Si pone così davvero il tema di un mutamento di paradigma.
Se vogliamo contrastare l’affermarsi definitivo dell’egemonia della forza basata sull’esclusività del dominio della tecnologia e della conseguente concentrazione di potere, bisognerà elaborare una visione alternativa.
Allora mi sono permesso di coniare la definizione di “socialismo della finitudine”.
Non servono voci figlie della catastrofe : si tratta di “cercare ancora” per trovare vie di nuovo sviluppo e modificare le grandi storture della modernità.
Adesso siamo davanti alla necessità di un ripensamento generale ad un livello che non avremmo mai immaginato e che potrebbe essere indicato come “di civiltà”.
Dobbiamo provare a muoverci pensando a quella dimensione propria di quell’ orizzonte del “limitato” che richiede l’affermazione di una ricerca sull’uguaglianza possibile.
Si tratta di rifletterci sopra e di trovare la strada per adeguare la nostra pratica politica,anche se abbiamo disperato bisogno di ritrovare anche tutto il pragmatismo necessario per affrontare le lotte del giorno per giorno che, beninteso, continuano.
E’ stata la volontà di contribuire a delineare un’idea di socialismo posto all’altezza delle contraddizioni che ci aspettano nel prossimo futuro, l’intento perseguito con la molteplicità di interventi che mi sono permesso di inviarvi in questo mese di aprile .
Un mese di aprile 2020 trascorso in maniera così anomala, mancando l’appuntamento con il 25 aprile e preparandoci a trascorrere in casa anche il 1° maggio.
In questa dimensione pensare ad un mutamento nell’idea di socialismo posto al di fuori del quadro della progressività del futuro che ha contraddistinto la nostra storia, ha voluto essere soltanto un microscopico segno lasciato su di una grande pagina interamente bianca.
Credo però che da parte di tutti sarebbe bene cercare di lasciarne tanti altri di questi segni fino a formare quella che un tempo si definiva come “linea”.
Esposte le ragioni rinnovo le scuse: se qualcuna/o si è ritenuto infastidito da questo reiterare di argomentazioni non avrà altro da fare che segnalarlo e il disturbo sarà immediatamente tolto.

mercoledì 29 aprile 2020

RICOSTRUZIONE: CHI PAGO' IL PREZZO

RICOSTRUZIONE: CHI PAGO’ IL PREZZO di Franco Astengo
Nel pieno della confusione provocata dall’emergenza sanitaria e dall’incombente crisi economica molti si stanno riempiendo la bocca di paragoni tra quella che sarà la “fase 2” e il periodo di ricostruzione del Paese dopo la seconda guerra mondiale.
Allora sarà il caso di puntualizzare cercando di chiarire chi, in verità, pagò il pesante prezzo di quel periodo che tutto fu meno che una placida cavalcata verso il benessere (almeno per la maggior parte delle italiane e degli italiani).
La ricostruzione si realizzò prima di tutto attraverso Il divorzio tra il testo costituzionale, entrato in vigore nel gennaio del 1948 e notevolmente avanzato sul piano sociale e la politica di ricostruzione svoltasi dopo il 1945.
Una politica di ricostruzione attuata sotto il segno dominante della scelta liberista e filo – padronale che caratterizzò in modo essenziale il periodo del centrismo.
La formula “centrista” di governo fondata sull’alleanza tra la DC, il Partito Repubblicano, quello Socialdemocratico e quello Liberale fece seguito alla fine dei governi di solidarietà antifascista, avvenuta nel maggio 1947 con l’esclusione del PCI e dello PSI dall’esecutivo.
Il 3 aprile 1948 il Piano Marshall divenne operativo. Conosciuto ufficialmente come Piano per la Ripresa Europea (European Recovery Program), il Piano Marshall fu uno dei piani statunitensi per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Prende il nome dal segretario di stato americano George C. Marshall che, durante un discorso all’università di Harvard tenuto nel giugno del 1947, invitò i paesi europei a presentare un programma di ricostruzione economica che gli Stati Uniti si impegnavano a finanziare. 
La proposta voleva  favorire, con reciproco vantaggio, la ripresa dei sistemi economici e degli scambi commerciali nei paesi colpiti dalla seconda guerra mondiale.
Altro obiettivo dell’ERP non secondario e da ricordare era quello di porre un freno alla minaccia rappresentata dall’espansione sovietica. Nella conferenza di Parigi del 12 luglio 1947 sedici paesi europei, con l’esclusione dei paesi dell’Est, aderirono all’invito. Nell’aprile 1948 il Congresso americano approvò il piano varando un programma di finanziamenti quadriennale che operò sino al 1952.
La vittoria della DC nelle elezioni del 1948 e gli importanti aiuti statunitensi dati al Paese in base al piano Marshall costituirono la premessa perché l’ulteriore sviluppo politico e economico italiano avvenisse in un quadro d’isolamento sia dei partiti della Sinistra, sia della CGIL.
Dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 compiuto da un giovane squilibrato, la CGIL reagì con lo sciopero generale politico.
Si aprì , a quel punto,la stagione delle scissioni sindacali.
Proprio a causa delle divergenze sorte sulla risposta da dare all’attentato a Togliatti la corrente democristiana decise la scissione della CGL unitaria.
La fase successiva alle scissioni fu una delle più difficili per il sindacato italiano, segnato da profonde divisioni ideologiche. Inoltre la repressione poliziesca, condotta dalla “Celere” potenziata dal Ministro degli Interni Mario Scelba, causò la morte di decine di lavoratori durante manifestazioni e scioperi.
Il governo centrista tentò a quel punto una sorta di “riformismo dall’alto” che diede risultati, a partire dalla riforma agraria approvata nel 1950, modesti e insoddisfacenti.
I risultati complessivi del quinquennio 1948-53 apparvero positivi sotto l’aspetto quantitativo, ma se si verificano dal punto di vista sociale gli squilibri non erano stati in alcun modo affrontati e attenuati.
La disoccupazione fu una una scelta strategica. Le conseguenze furono il rallentamento della ripresa industriale, la riduzione dei salari, il blocco della domanda interna. La cosa che evidenzia il carattere di classe di questa scelta riguarda il fatto che accanto alla stretta creditizia, come misura complementare per ridurre la spesa pubblica e quindi tenere a freno il finanziamento monetario del deficit, vi fu il drastico aumento del prezzo del pane e dei prezzi amministrati. Il pane, che era ancora uno di quei beni che rimaneva razionato. La politica liberista del governo aveva dunque fatto pagare costi salatissimi sia al proletariato industriale del Nord, sia al bracciantato del Mezzogiorno.
Agli elevati profitti stavano di fronte salari bassi e pesantissime condizioni di lavoro: condizioni miserrime per milioni di persone cui si accompagnava una fortissima emigrazione verso i Paesi europei (pensiamo allo scambio carbone /manodopera con il Belgio e la trasmigrazione di interi paesi del Sud in Germania o in Svizzera) , le Americhe e l’Australia.
La ricostruzione poteva considerarsi ultimata nel 1954, quando la produzione industriale aveva superato ormai dell’81% la produzione del 1938, ma le condizioni reali di vita di gran parte del Paese iniziarono a migliorare soltanto con l’avvio della modernizzazione della grande industria, avvenuta grazie all’innovazione tecnologica che aveva fornito grande vantaggio alle esportazioni.
Toccò all’industria di Stato ricoprire il ruolo di capofila sia sul terreno dell’innovazione tecnologica, sia rispetto alle esportazioni, nella siderurgia, nella chimica e nell’industria petrolifera, con la vicenda legata all’ENI di Mattei fino alla sua misteriosa scomparsa.
Ma se aumentò complessivamente la produttività e con essa i profitti, i salari rimasero comunque indietro e scarsi furono i progressi dell’occupazione: nel 1955 risultavano ancora ben 2.161.000 disoccupati.
In una fase di sviluppo caratterizzata da alti profitti e da bassi salari, il padronato portò avanti una dura politica di attacco ai sindacati.
Durante il governo Scelba (1954 – 1955), in un clima di “guerra fredda interna “ molto acceso l’ambasciatrice statunitense in Italia, Clara Boothe Luce, dichiarò che gli USA non avrebbero più dato commesse alle industrie dove nelle elezioni per le Commissioni Interne la CGIL avesse avuto più del 50%, si sviluppò in pieno l’azione padronale.
Sotto il peso del ricatto la CGIL subì un tracollo passando dal 60% al 38% nelle elezioni sindacali alla FIAT svoltesi nell’aprile del 1955 . Alla FIAT Valletta aveva costruito opportunamente un sindacato “giallo” guidato dall’ex cislino Arrighi.
Era soltanto il caso più clamoroso fra molti altri, determinati da una generale strategia antisindacale condotta dagli imprenditori con l’appoggio del governo centrista.
Insomma: la ricostruzione era conclusa e ci si avviava verso il “miracolo economico” in un clima di duro attacco alla CGIL, in condizioni di bassi salari e di alta disoccupazione.
Appariva chiaro quali soggetti sociali erano stati chiamati a pagare gli altissimi costi della ricostruzione del Paese stremato dalla guerra fascista.
La classe operaia e i contadini poveri (l’agricoltura pesava ancora per il 60% nella formazione del PIL) avevano pagato gran parte di questo prezzo ben oltre il richiamo all’unità nazionale che le forze politiche della sinistra avevano cercato di mantenere soprattutto per raggiungere, in particolare il PCI nel clima della contrapposizione tra i due grandi blocchi militari, un dato di legittimazione nazionale in rappresentanza della classe lavoratrice e di ceti intellettuali progressisti.
La seconda parte degli anni’50 avrebbe visto il modificarsi di questa situazione anche per via delle progressivamente mutate condizioni internazionali: ma il cammino verso il centro – sinistra con l’ingresso del PSI nell’area di governo si sarebbe realizzato ancora a prezzo di drammatici sussulti come quello del Luglio ‘60.
In quel mese fatidico fu fatto cadere in piazza un governo democristiano sostenuto dall’MSI .
L’allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo Tambroni aprendo la strada al governo Fanfani “delle convergenze parallele” e successivamente al centro – sinistra. Al momento del varo del primo governo organico di centro – sinistra nel dicembre 1963 Nenni titolò sull’Avanti “ Da oggi l’Italia è più libera”.
E’ il caso di ricordare ancora su quanti lutti e sacrifici fosse stato costruita quel “ più libera”.
Sui lutti e i sacrifici della classe operaia, dei contadini, delle donne e degli uomini che trassero fuori l’Italia dalla macerie del dopoguerra.

martedì 28 aprile 2020

IL SENSO DELL'INIZIATIVA E DELLA PARTECIPAZIONE POLITICA NEL TEMPO DELL'EMERGENZA

IL SENSO DELL’INIZIATIVA E DELLA PARTECIPAZIONE POLITICA NEL TEMPO DELL’EMERGENZA di Franco Astengo

Dell’accavallarsi delle diverse fasi dell’emergenza si potrebbe dire che “la confusione sotto il cielo è grande, ma la situazione non è eccellente”.
Nel drammatico frangente che stiamo attraversando la prova del governo italiano, in particolare del suo presidente del consiglio, è risultata nel complesso, senza calcare troppo la mano nel giudizio, assolutamente mediocre.
Sono emersi punti critici molto rilevanti nell’insieme della tenuta del sistema politico.
Prima di tutto si può affermare come la questione dell’esercizio della democrazia costituzionale si si sia dimostrata la più complicata da affrontare.
Complessivamente si sono dimostrate nell’agire pubblico sciatteria e trascuratezza.
Si è palesata in questi giorni una classe dirigente posta, sul piano culturale e politico, molto al di sotto delle esigenze dell’ora: sia al centro, sia in periferia, come in posizione di maggioranza o di opposizione nelle diverse strutture istituzionali.
Inoltre a tutti i livelli si sono aggiunte pletore di presunti esperti raccolti in improbabili task – force.
Esperti per lo più televisivamente famelici, che hanno contribuito a creare quello stato di confusione cui si è fatto cenno.
Si è resa evidente, guardando alle divisioni createsi ad ogni scelta compiuta, la pressione dalle lobbies più diverse al riguardo delle quali è mancata, in molte occasioni, una risposta ordinata e precisa.
Si sono confusi decreti della presidenza del consiglio dei ministri (uno strumento che penso andrà rivisto in radice), ordinanze dei presidenti di regione (incautamente appellati dai media come “governatori”, figura che non esiste nell’articolato costituzionale), ordinanze dei sindaci.
E’ mancato, all’origine, un atto del Parlamento il cui ruolo di centralità dettato, appunto, dalla Costituzione è stato del tutto calpestato: se si pensa che, alla vigilia del vertice europeo, il Presidente del Consiglio si è recato alle Camere per una “informativa” che ha escluso la possibilità di un voto su una qualche risoluzione che fornisse al Governo stesso un preciso indirizzo parlamentare su temi che non possono essere affidati alla contingenza dell’opportunismo elettoralistico.
L’atto del Parlamento che avrebbe potuto essere adottato in principio, al momento della proclamazione dello stato di emergenza, poteva essere costituito da un articolato legislativo nel quale risultassero fissati :
a) i termini concreti di agibilità concesso al Governo nello straordinario momento contingente,
b) le modalità delle necessari espressione di trasparenza nei rapporti con la comunità scientifica, c)la necessità di un periodico riferimento alle Camere sul modificarsi dello stato di cose presenti, d)la regolamentazione nell’utilizzo – in via straordinaria – dei mezzi di comunicazione pubblica per rivolgersi al Paese (radio e TV)
e) una definizione precisa degli atti da compiere:.
Un lavoro, quello dell’elaborazione di un articolato legislativo da redigersi in termini di necessaria flessibilità d’esposizione ma chiaro e legittimante “a priori” dell’esercizio della funzione di governo delle condizioni di straordinarietà.

La legge 400/88 indica dettagliatamente le attribuzioni del Consiglio dei Ministri.
Il Governo può esercitare la funzione legislativa in due ipotesi previste e disciplinate in modo tassativo dalla Costituzione quando:
  1. il Parlamento stesso conferisce al Governo - con un'apposita legge di delega, secondo principi e criteri predeterminati e per un tempo definito - il compito di provvedere ad emanare decreti legislativi aventi forza di legge;
  2. può adottare, autonomamente e sotto la sua responsabilità, decreti-legge per fronteggiare situazioni impreviste e che richiedono un intervento legislativo immediato. In questo caso, il Parlamento si riserva, nei sessanta giorni successivi, di convertire in legge, anche con modifiche, il decreto. In caso contrario, il decreto legge decade.
Nella straordinarietà della situazione l’emanazione da parte del Parlamento di una sorta di “legge – quadro” del tipo di quella che si è cercato di descrivere in questa sede avrebbe consentito poi a tutti gli altri atti assunti via via di rispettare l’insieme del quadro dettato dalla norma costituzionale.

I punti di maggiore fragilità del sistema possono comunque essere così riassunti:
1) E’ emerso il vuoto di una visione “nazionale” della funzione politica di governo. Funzione “nazionale” che risulta assente soprattutto nel rapporto “centro – periferia”. Governo versus Regioni (assente il parlamento), Regioni versus Comuni. Incertezza nelle attribuzioni, scelte compiute esclusivamente in funzione della propaganda;
2) Ben oltre le evidenti lacune presenti dopo le modifiche effettuate nel 2001 nell’articolato del Titolo V della Costituzione sono apparsi di enorme detrimento per la funzionalità dell’azione politico – amministrativa i meccanismi di elezione diretta dei Presidenti di Regione e dei Sindaci. Questo punto rappresenta un elemento di necessaria riflessione per il futuro. Lo spostamento delle decisionalità nell’ambito della pura personalizzazione finisce con esaltare l’ansia di rielezione e mette la macchina amministrativa in funzione di quell’obiettivo provocando una rincorsa affannosa e contraddittoria nell’elaborazione della normativa. Ansia da prestazione che è risultata alla base della evidente contraddittorietà delle decisioni via via assunte e della dimostrazione di divergenza di interessi spiccioli tra i diversi protagonisti. Divergenze poste ben al di là delle difformi appartenenze politiche. Su questo punto andrebbe aperto un capitolo riguardante ruolo e compiti dei consessi elettivi e della loro funzione di controllo e sulla realtà oggi rappresentata dai partiti politici considerati nella loro possibilità di promuovere le scelte riguardanti la classe dirigente. Scelte che, alla fine, dovrebbero compiere elettrici ed elettori e che a loro sono sottratte ormai da molto tempo;
3) Si è resa evidente la totale insufficienza nell’utilizzo dell’online allo scopo di promuovere una necessaria continuità nell’iniziativa e nella partecipazione politica sul territorio. Qualcuno ha notato che nella discussione in atto in queste ore sulla possibilità di frequentare i luoghi di culto piuttosto che i teatri oppure le mostre risulta completamente assente un discorso riguardante lo svolgimento (un tempo “normale”) di attività politiche e culturali in sedi proprie? O si pensa forse di delegare il tutto alla videoconferenze causando un ulteriore restringimento nelle possibilità di partecipazione attraverso una ulteriore scrematura provocata da un particolare aspetto del “digital divide” ? In questo senso appare di grande attualità il dibattito che qualcuno ha già opportunamente aperto sulle, fin qui inevase, modalità di applicazione dell’articolo 49 della Costituzione circa l’esercizio della democrazia all’interno dei partiti politici. Democrazia sarà necessario impedire che in futuro venga esercitata soltanto attraverso i “click” oppure i “like” apposti sulle pagine dei “social”.
Nel complesso sono comparsi tutti i fantasmi della negatività accumulata nella trasformazione verificatasi nell’espressione dell’ agire politico seguendo gli impulsi dell’individualismo, della distruzione della possibilità di intervento collettivo, di destinazione della democrazia esclusivamente nel senso della governabilità.
L’insieme delle questioni che ha portato all’egemonia dell’estetica sull’etica.
In pratica stiamo assistendo all’esercizio di una “Costituzione Materiale” di stampo presidenzialista che il Paese ha rifiutato due volte, nel 2006 e nel 2016, con due voti popolari a larga maggioranza che confermarono la vocazione parlamentare della Repubblica come stabilito dai Padri Costituenti.
Nell’immediato futuro e non oltre sarà necessario si sviluppi un forte movimento politico per reclamare un necessario ritorno alla legalità repubblicana e alla possibilità di esercizio concreto della democrazia al Centro come in periferia.
Dobbiamo tornare a poter favorire l’associazione di tutti i cittadini al di fuori dalla creazione di “élite” surrettiziamente emerse attraverso l’utilizzo di strumenti di comunicazione fondati sull’immagine e sulla velocità di un messaggio lanciato esclusivamente dalla tecnologia, senza il contatto diretto nel confronto delle opinioni.
Si tratta del tema complessivo dell’intermediazione politica e sociale, che comprende anche la funzione dei sindacati, delle grandi associazioni di categoria, di tutti i soggetti che concorrono sul piano dell’orientamento culturale dell’opinione pubblica: abbiamo visto come non possa essere trascurata la presenza di soggettività collettive riguardanti diverse posizioni ideali e anche contrastanti interessi materiali.
Non può assolutamente risultare sufficiente la determinazione dell’alto di misure che per essere applicate hanno necessità di essere discusse in un lavoro di orientamento e di aggregazione.
Qualsiasi misura popolare o impopolare può risultare efficace soltanto in una situazione sociale e politica nella quale gli equilibri non siamo determinati esclusivamente dalla paura.
E’ molto breve il passaggio dal predominio della paura allo Stato di Polizia.

lunedì 27 aprile 2020

DIGITAL DIVIDE, ISTRUZIONE, CULTURA

DIGITAL DIVIDE, ISTRUZIONE, CULTURA di Franco Astengo


Il tema dell’istruzione e dell’accesso alla cultura merita un posto prioritario nell’analisi dell’inedita situazione in atto e al riguardo delle prospettive che è necessario mantenere aperte all’interno di un progetto di società capace di misurarsi con una idea di alternativa al “tutto ritorni come prima”.
Abbiamo davanti a noi una questione di enorme portata per il futuro.
L’interrogativo riguarda quanto la gestione nell’emergenza dell’istruzione e dell’accesso alla cultura si rivelerà penalizzante per le giovani generazioni di oggi quando queste arriveranno alla soglia dell’età adulta.
In queste settimane di necessario cambiamento nella gestione della scuola e dell’accesso alla sedi culturali abbiamo toccato con mano il ritardo accumulato sulla possibilità di fruizione e utilizzo della tecnologia digitale.
Molti hanno capito che proprio rispetto all’accesso scolastico e alla fruizione culturale Il digital divide rappresenta la frontiera della nuova discriminazione sociale e culturale.
Il termine “digital divide” evoca in primo luogo l’immensa sproporzione tra Nord e Sud del mondo, tra aree in cui internet è realtà quotidiana ed aree in cui anche il telefono e l’energia elettrica sono commodities sconosciute. Di fronte a questo squilibrio che di fatto cancella la grande maggioranza degli uomini e delle donne dalla faccia digitale della Terra, sembra poca cosa anche la distanza che separa – all’interno del mondo sviluppato – paesi come gli Stati Uniti o la Finlandia dall’Italia o dal Portogallo. Concentrare l’attenzione sul divario digitale all’interno di un solo paese può sembrare – a questo punto – un esercizio pressoché sterile, un guardare al mondo con una lente d’ingrandimento tanto forte da far perdere il senso delle proporzioni. Eppure in Italia vi sono ben evidenti i segnali di una divaricazione tra aree del Paese e fasce della popolazione che stanno entrando a pieno titolo nell’era digitale ed altre che invece o vi si avvicinano troppo lentamente o addirittura si avviano ad una esclusione che potrebbe rivelarsi presto irrimediabile.
In Europa il digital divide di primo livello, secondo la Commissione europea, è la mancata copertura di banda larga fissa ad almeno 2 Megabit (Adsl, cavo coassiale – che in Italia manca – o fixed wireless). In Italia questo dato di digital divide riguarda una popolazione di pochi punti percentuali. Meno dell’1 per cento secondo quanto riportano gli operatori (dati Desi 2018), ma ultime rilevazioni Agcom (più dettagliate, basate su 360mila sezioni censuarie) tendono a rivedere al rialzo questo dato: è il 5,6 per cento della popolazione circa a non avere copertura Adsl (dato che potrebbe dimezzarsi se includiamo la copertura fixed wireless access, di cui però non ci sono mappe ufficiali).
Più interessante il digital divide di secondo livello, ossia la mancata copertura banda ultralarga, sempre più necessaria per una connessione “adeguata” ai servizi internet.
Anche qui i dati di copertura oscillano, per il 2018: quelli senza banda ultra larga sono tra il 20 e il 40 per cento della popolazione (dati degli operatori/EY, Mise e Agcom, che ha di nuovo le stime peggiori); perché cambia il sistema di calcolo e l’elaborazione delle mappe. In futuro si parlerà anche di digital divide di terzo livello, mancata copertura con fibra ottica nelle case, che in Italia riguarda meno del 20 per cento della popolazione (anche qui, le stime oscillano).
Quanto alla scelta di non avere una connessione internet, si vedano i dati Desi 2018 della Commissione. Secondo il Desi 2018, gli utenti di Internet sono il 69 per cento della popolazione (più 2 per cento rispetto all’anno prima), rispetto all’attuale media europea del 81% (in Danimarca si raggiunge il 95%). Sono stati registrati lievi aumenti nello shopping online (dal 41% degli utilizzatori di internet al 44%, contro una media europea del 68%), nell’utilizzo di eBanking (dal 42% al 43%, contro una media europea del 61%). Queste due applicazioni (ecommerce ed ebanking) sono prese dalla Commissione come cartina tornasole di un uso “evoluto” di internet, che pure in Italia è carente.
Scendendo a un livello più concreto, possiamo dividere tra due casi:
  • italiani non coperti da una connessione internet adeguata (anche “digital divide infrastrutturale”)
  • italiani che scelgono di non avere un abbonamento a internet (anche “digital divide culturale”)
Nonostante le apparenti differenze – la prima è una situazione fortuita, la scelta una scelta – sono due facce di una stessa situazione di svantaggio.
Ma la situazione che è definita di non scelta è spesso frutto diretta da insostenibili livelli di disuguaglianza culturale che risultano frutto naturale del peso della diseguaglianza economica.
Sarà interessante esaminare questi dati nel dopo – isolamento pandemico, per verificare se si è verificato un incremento nell’utilizzo del digitale e come questo incremento si è verificato nel concreto.
Naturalmente non tutto può essere delegato alla possibilità di utilizzo della tecnologia: servirà l’elaborazione di contenuti adeguati, il livello di preparazione dei docenti e i meccanismi della loro selezione, una nuova funzione e ruolo di Università e ricerca e tante altre cose nell’insostituibilità del contatto diretto tra docenti e allievi , tra docenti e docenti, tra allievi e allievi in un’idea insopprimibile di socialità diffusa.
Il tema dell’accesso al digitale rimane però quasi come pre - condizione per una svolta necessaria.
Pensare di mantenere un modello che accresca enormemente le diversità sociali nell’accesso all’istruzione e alla cultura è l’errore più consapevole e più preoccupante che si possa compiere in questo momento di grande difficoltà.
Siamo di fronte a una delle frontiere decisive per comprendere quale qualità dello sviluppo sarà possibile promuovere in una società che necessariamente dovrà risultare molto diversa da quella che abbiamo conosciuto fino al momento in cui ci siamo infilati nel tunnel dell’ignoto.
Abbiamo scoperto debolezze strutturali fin qui sottovalutate per via della superficialità di un sistema fondata sull’individualismo competitivo e sull’agire politico fondato sul personalismo dell’apparire.

domenica 26 aprile 2020

INTRECCI

INTRECCI di Franco Astengo



Se intendiamo portare avanti quell’ipotesi di progetto di ricostruzione a sinistra sulla quale ci siamo soffermati nei mesi precedenti alla fase di isolamento provocato dall’emergenza sanitaria, allora dobbiamo trovare la capacità di aprire spazi di riflessione adeguati attorno agli inediti intrecci che nel frattempo si sono avviluppati in maniera apparentemente inestricabile.
Non sarà possibile limitarci a riprendere semplicemente il cammino dell’utopia legata ad un futuribile taglio del nodo gordiano della disuguaglianza e dello sfruttamento.
Siamo di fronte a connessioni poste sul piano economico, culturale, sociale che riguarderanno la necessità di ripensare il nostro modo di vivere.
Le cose cambieranno prima di tutto per via del combinato disposto tra ciò che ci verrà imposto dalla paura del dopo emergenza con l’uso sempre più intenso di strumenti tecnologici attraverso i quali necessariamente affronteremo le contraddizioni della quotidianità.
La prima conseguenza di questo fatto sarà quella di un allargamento complessivo delle disuguaglianze sociali.
Nel corso di questi mesi scanditi dalla drammaticità di eventi incontrollabili abbiamo subito, prima di tutto, la retorica di un’informazione oscillante tra l’enfasi del fare ascolto e /o aumentare il numero di lettrici e lettori e la minimizzazione dei fatti, considerata necessaria per scongiurare un possibile panico di massa.
Nello stesso tempo ci siamo accorti di quanto si sia spostato l’asse di riferimento collettivo circa l’apprendere notizie e conoscere opinioni: tutto è stato ricondotto a terra ed è diventato oggetto di dibattito da talk – show o da social network.
Competenza e autorevolezza sono scomparse.
La politica ha oscillato tra l’incertezza del dirigersi verso le opinioni difformi e la concentrazione del potere e la limitazione di democrazia che sono state imposte. Il potere alla fine si è mosso in una maniera avulsa dal principio di aggregazione di un consenso ragionato in termini di confronto democratico ma soltanto seguendo modelli di mera propaganda.
Così abbiamo avuto reazioni da gregge senza immunità e soltanto il timore del contagio e la rassegnazione derivante dal non vedere soluzioni alternative hanno consentito di far reggere a fatica un’ordine fondato sull’assenza di partecipazione e di iniziativa.
E’ quindi il caso di rivolgerci una domanda: i punti che seguono in questo testo (ancora sommariamente raccolti e del tutto carenti nell’esposizione) possono rappresentare gli elementi sui quali fondare una nuova progettualità che si potrebbe definire “democratica dell’uguaglianza sociale”?
1) Se davvero si vorrà mutare stile di vita concentrando risorse fuori dal circuito fin qui vincente del consumismo e dell’individualismo competitivo e delineando per contro un “socialismo delle finitudine” si dovrà allora entrare nel merito delle nuove forme possibili di vita imposte dall’emergere della civiltà digitale. La democrazia dovrà studiare come orientare e regolare l’utilizzo della data economy; come reagire allo straniamento che provocherà il boom del commercio online, della chiusura dei negozi, della robotizzazione, della caduta dei posti di lavoro, del trionfo dei social network. L’interrogativo di fondo riguarderà il come, nell’economia dell’online, il cambiamento della domanda modificherà l’offerta non solo sul piano strettamente produttivo e di conseguenza commerciale. Intanto sembra cambiare anche l’ordine di priorità nella grande battaglia per il predominio militare ed energetico in una dimensione globale di ritorno alla competizione geo politica magari sotto forma di un neo – bipolarismo che dalle nostre parti potrebbe rilanciare anche l’antica appartenenza al “ciclo atlantico”. Un ritorno d’appartenenza che potrebbe rappresentare l’effettivo snodo cruciale per l’Unione Europea;
2) La fine della privacy. Emerge a questo proposito un punto distintivo che riguarda la democrazia politica , il rapporto tra la libertà individuale e l’utilizzo della tecnologia elettronica da parte dei poteri pubblici. Assodato che non dovrà essere possibile delegare l’esercizio dell’agire politico al web nella sola funzione del comando, sarà necessario trasformare in una nostra bandiera un’efficace sintesi già elaborata: “Quanto contribuisce a tracciare le identità digitali delle persone appartiene alle persone e non alle piattaforme”
3) La questione dello Stato dovrà essere posta in relazione alle esigenze di sovranazionalità che si sono poste in evidenza proprio nella situazione dell’isolamento pandemico . Si tratta di cercare di ricomprendere ciò che affermò Giovanni Sartori in un suo intervento del 1993: “Il punto è che se entra in gioco tutto il mondo, allora tutti i paesaggi e gli scenari cui siamo abituati cambiano. Il vicino e il lontano spostano ormai poco e la distanza non ci protegge più”. Così pare proprio mutare anche lo stesso concetto di “cessione di sovranità” come è stato analizzato negli ultimi decenni. Tutto ciò avviene, è bene ricordarlo, in una fase di forte crisi della democrazia liberale. In questa crisi non emergerà necessariamente un forte movimento capace di reclamare “più socialismo”, al massimo sembrano prendere una qualche consistenza pulsioni solidaristiche di stampo umanitario;
4) L’intreccio tra politica e vita biologica e il mutato rapporto tra autonomia della scienza e della tecnica (con evidente priorità per il tema sanitario) ha finito con il porre per intero il tema della relazione tra la tecnologia e i diversi livelli di decisionalità politica, al centro come in periferia. Il governo delle cose non può essere demandato alla volontà di potenza di chi detiene il dominio di una tecnologia che punta esclusivamente all’estetica dell’apparire.;
5) Il tema della capacità cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale. Sotto questo aspetto Vincenzo Vita in un suo articolo relativo al destino della carta stampata ha delineato uno scenario di “americanizzazione” con il baricentro sull’online e il cartaceo ridotto a edizioni riservate soltanto alle élite (anche dal punto di vista del costo). Una situazione che dovrà indicarci come sarà necessario battersi per denunciare l’insufficienza nel reclamare il solo diritto all’informazione;
6) Su tutto questo ordine di questioni sovrasta l’interrogativo riguardante quali forme potrà assumere l’agire politico. E’ evidente che occorre pensare a una prospettiva di “allargamento democratico” tenendo conto dell’emergere di un insieme di lotte portate avanti sul piano economico e sociale che non saranno necessariamente definibili dentro quell’orizzonte “di classe” come è stato inteso nella nostra tradizione. Entreranno in gioco in maniera più determinata che non nel passato le questioni di conflitto generazionale,di genere, di necessità di risposta a nuove forme di soffocamento dei diritti, di rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del genere umano;
Assisteremo alla necessità di ridisegnare il quadro dei rapporti sociali e dei soggetti di mediazione .
Un impegno da assumere orientandosi con decisione verso le coordinate possibili di un modello ben diverso da quello distrutto dal sorgere dell’emergenza.

venerdì 24 aprile 2020

VIVA IL 25 APRILE

VIVA IL 25 APRILE di Franco Astengo
Questo è un intervento con intenti di parte attraverso il quale si cercherà di stare idealmente  proprio a fianco dei partigiani che, il 25 aprile 1945, compirono l’opera della Liberazione.
Dev’essere seccamente rifiutato il banale neo-revisionismo di che ha cercato e cerca di cancellare la memoria di questo giorno, magari con la scusa del distanziamento sociale imposto dall’emergenza sanitaria. 
E’ necessario riprendere per intero i termini reali che animarono la Resistenza Italiana sul piano morale e politico.
C’è ancora bisogno di fare chiarezza e la si può fare soltanto stando con precisione da una certa parte della barricata, dimostrando davvero gramscianamente di “odiare gli indifferenti”.
La Resistenza nasce come moto di popolo, con una forte spinta dal basso: fu quella l’anima vera del movimento di Liberazione.
Una simile spinta, fatta di volontà e di passione si verificò in Italia , come in tante altre parti d’Europa, tra il 1943 e il 1945.
Un ideale si delineò nell’animo del popolo : balenò nella mente della grande maggioranza un obiettivo che doveva essere raggiunto ad ogni costo, unendosi per ottenerlo. L’obiettivo era quello della libertà e del riscatto sociale.
Gli operai in numero sempre più grande, i contadini, le popolazioni inermi della città appoggiarono coloro che combattevano; la parte migliore dell’apparato dello Stato si schierò dalla parte dei combattenti, la parte sana della classe dirigente non poté resistere a questa spinta, che fu la realtà vera nella vita della nazione.
Celebrare la Resistenza oggi vuol dire non dimenticare come la Resistenza è sorta, come è stata condotta la lotta e come si è giunti alla vittoria del 25 Aprile.
Oggi, forse, non tutti ricordano quali furono le condizioni di partenza, a quale grado di delusione, di smarrimento e persino di decomposizione era giunto l’animo dei cittadini italiani attraverso l’esperienza dura, umiliante, tragica della tirannide fascista.
Pochi ricordano ormai, a distanza di tanto tempo, quali fossero le condizioni del nostro paese quando quell’infame regime crollò sotto il peso dei delitti che aveva commesso.
Tra il 25 Luglio e l’8 Settembre 1943, la vecchia classe dirigente che per una parte aveva tiranneggiato il popolo, sopprimendo qualsiasi vestigia di libertà e per l’altra parte ingrassata all’ombra del regime tirannico, approfittando di tutte le prepotenze, di tutte le violenze, di tutti i delitti per rafforzare i propri privilegi ed estendere il cumulo dei propri profitti materiali, quella classe dirigente si sfasciava, era in fuga, stava scomparendo.
E il popolo, che cosa doveva fare il popolo in quelle condizioni, in cui sembrava che tutto mancasse, in cui la persona semplice, cui fosse stato posto il problema di quello che avrebbe dovuto fare non avrebbe saputo rispondere perché troppi erano i problemi insoluti.
Il miracolo della Resistenza, il fatto più grande che vi sia stato nella storia d’Italia dei tempi moderni, fu quello del passaggio dalla tirannide abbietta alla lotta per la democrazia; dall’asservimento a un imperialismo straniero come quello nazista che metteva il piede sul collo perfino ai suoi servi fascisti alla fiera rivendicazione dell’indipendenza per riconquistare dignità, pieni diritti nazionali e la pace.
La Resistenza consentì il passaggio dalla retorica tronfia e vergognosa che esaltava la guerra come sola igiene del mondo, all’umanità nuova dei nostri partigiani che combatterono e morirono sapendo proclamare di combattere e morire perché sorgesse un mondo nuovo.

Una classe dirigente nuova apparve allora in quel momento sulla scena della storia e fu la stessa classe dirigente che poi, negli anni immediatamente successivi, assicurò – non senza difficoltà – lo sviluppo democratico del Paese.
Vi erano partiti politici di cui, irridendo nel corso del ventennio, si era detto fossero stati fatti scomparire, ridotti a qualche gruppo di poveretti che languivano nelle carceri o vegetavano sotto la sorveglianza della polizia in qualche sabbiosa isola del Tirreno, oppure ancora erravano in esilio sotto cieli stranieri.
Quei partiti irruppero con irresistibile impeto sulla scena e furono sostenuti dal popolo.
Operai, lavoratori, cittadini di tutte le condizioni si raccolsero nelle loro file.
Era una nuova classe dirigente che mise in primo piano coloro che fino il giorno prima erano stati perseguitati, ma soprattutto forze sociali nuove, perché i socialisti, comunisti, esponenti del Partito d’Azione, democratici cristiani, repubblicani, liberali preso il posto  che a loro spettava.
Erano sostenuti dagli operai delle fabbriche di Torino, Milano, Genova, Napoli, di dieci e dieci altre città, erano appoggiati dai braccianti e dagli altri lavoratori delle campagne, dagli intellettuali.
Una classe dirigente nuova e forze sociali nuove si collocarono così, di fatto, alla testa dell’Italia.
Non si dimentichi mai che se questo mutamento profondo di classe dirigente non fosse avvenuto la Resistenza, forse, non ci sarebbe stata e certamente non avrebbe potuto vincere.

Una coscienza nuova si era formata e una parte grande del popolo aveva conquistato la capacità di mettersi alla testa di tutto il Paese.
La Resistenza non è stata soltanto il combattimento militare svoltosi tra il 1943 e il 1945.
Incomincia, si può dire, dal momento in cui si era preparata e poi instaurata la tirannide del fascismo: una tirannide la cui natura fu compresa da pochi, soltanto dai dirigenti più avanzati del popolo e della classe operaia: Gramsci, Gobetti, Matteotti.
Sulla base del loro insegnamento e del loro sacrificio una piccola parte della classe operaia e degli intellettuali illuminati lavorò anni e anni per definire ciò che era la dittatura fascista intesa come tirannide instaurata sul popolo nell’interesse del ceto privilegiato reazionario.
I settantacinque anni che ci separano dal giorno della Liberazione vanno ricordati anche in un modo del tutto particolare,legando la memoria a un’idea di trasformazione profonda dei rapporti economici, sociali, politici, nell’interesse delle forze del lavoro, nel rispetto dell’eguaglianza e della libertà di tutti i cittadini.
Il ricordo della Resistenza deve valere, ancor oggi, per stimolarci a fare di quella fase storica una fase permanente, come fondamento di una società diversa da quella, ancora basata su inaccettabili ingiustizie, nella quale stiamo vivendo.
Per questo motivo la Costituzione che è stata la più grande conquista della Resistenza sul terreno della norma regolatrice dei rapporti tra il cittadino e lo Stato non è stata ancora applicata in tutte le sue parti e oggi neppure rispettata perché si tende a mortificarla in parti essenziali.
Con questi propositi va ricordata oggi la Resistenza.
Avendo sempre presente, nel momento in cui ci accingiamo a questo compito, ciò che disse Sandro  Pertini nel comizio di Piazza del Vittoria il 30 giugno 1960, quando si trattò di respingere il ritorno dei fascisti al governo del Paese: “accanto a noi, in questo momento, accanto alle nostre bandiere ci sono i martiri della Benedicta, del Turchino, di Cravasco, di Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto e delle tante altre stragi che i nazifascisti compirono in quei mesi nel corso dei quali la tenacia e l’intelligenza del popolo alla fine prevalse e sorse un avvenire migliore per tante generazioni”.

IL COMPLEANNO DI ROSSANA ROSSANDA

IL COMPLEANNO DI ROSSANA ROSSANDA di Franco Astengo


Rossana Rossanda ha appena compiuto 96 anni e vale proprio la pena di ricordare questa data non soltanto per formularle gli auguri, ma anche per riflettere sugli straordinari passaggi via via verificatisi nel corso della sua vita politica e culturale: dalle responsabilità assunte ai vertici del PCI con le segreterie di Togliatti e Longo, alla radiazione del “Manifesto”, alla trasformazione della rivista in quotidiano come vero e proprio “miracolo” in equilibrio tra editoria e politica nel corso dei decenni più travagliati della vicenda italiana.
Senza alcuna volontà di esternazione retorica ritengo però che, ancora, il momento più alto di questa storia sia stato rappresentato dalla vicenda del “Manifesto” gruppo politico, o tendenza o sensibilità, all’interno del PCI fino alla radiazione.
Questo giudizio mi pare avvalorato da almeno tre ragioni: la prima quella della straordinarietà di livello culturale e politico di quel gruppo, la seconda quella della forza della capacità di analisi in essere nelle argomentazioni poste nel corso dello scontro con la direzione del PCI, la terza perché quel gruppo ha rappresentato l’espressione politica più importante nell’originalità della presenza della sinistra comunista in Italia.
La presenza della sinistra comunista è stata caratterizzata all’interno del “caso Italiano” fin dall’elaborazione gramsciana anche in precedenza ai “Quaderni” e poi ,a discendere, fino alle analisi riguardanti lo sviluppo del capitalismo italiano , alle analisi relative alle dinamiche internazionali, alle riflessioni sul mutamento nelle forme della politica e sul rapporto tra questa e i vorticosi mutamenti delle categorie sociali.
Queste sensibilità analitiche si erano espresse, nel post – Togliatti, all’XI congresso e poi andate avanti in varie forme dalla radiazione del gruppo in poi, anche con innegabili sbavature ed errori di percorso, almeno fino al seminario di Arco nell’ottobre 1990 allorquando messa in un canto la relazione di Magri l’area politica che si era opposta alla liquidazione del PCI (composta beninteso in maniera plurale non omogeneamente parte di questa storia) si divise sul “gorgo” di Ingrao ,lasciando così spazio ad una forma di scissionismo para – identitario e chiudendo così definitivamente la propria parabola storica, almeno sul piano più propriamente politico (altro discorso quello del quotidiano che qui non affronto).
Torno brevemente sul gruppo del Manifesto e sulla sua storia.
Il gruppo del Manifesto era semplicemente (ma radicalmente) portatore di un dato di modernità nella prospettiva dello sviluppo individuandone i motivi profondi della crisi ed egualmente era stato capace di reclamare una forte innovazione nella possibilità di espressione dei propri fini politici.
Ci trovavamo all’epoca dentro a un quadro molto complicato segnato dal modificarsi nell’insieme delle relazioni internazionali (guerra del Vietnam, decolonizzazione in Africa, nuova fase del bipolarismo dopo la stagione kruscioviana) e dalla ripresa delle lotte (il 68’ era trascorso, ma in Italia resisteva la contestazione con la saldatura operai/studenti, la stagione dei consigli, la spinta verso la democratizzazione del Paese).
L’origine del confronto tra PCI e le diverse espressioni di sinistra comunista e no (pensiamo a Panzieri, ai Quaderni Rossi, all’operaismo, a parti di CGIL e PSIUP ) si era però sviluppata nel tempo ed era maturata con gradualità: almeno dal ’62 dal convegno del Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano, poi con la morte di Togliatti, l’XI congresso, l’invasione di Praga.
L’invasione di Praga rappresentò, come molti ricorderanno, lo snodo decisivo.
Per tutti gli attori in campo, Manifesto compreso c’era da segnalare il permanere di un pesante bagaglio ideologico, anche con qualche ingenuità nella ricerca di riferimenti diversi.
Però l’oggetto del contendere era chiaro: quello della ricerca intorno a quali valori della modernità si poteva fondare un progetto alternativo.
Un progetto alternativo che indicasse un orizzonte in quel momento giudicato “maturo” rispetto ad un modello di fraintendimento dell’inveramento statuale della rivoluzione avvenuta, giudicato già con grande anticipo come irriformabile.
In quel momento, invece, il PCI era pronto soltanto per un’avventura posta in una dimensione politicista sul piano del governo.
Un’iniziativa, quella del “compromesso storico” tanto per intenderci sorta non soltanto come risposta “democratica” al dramma cileno ma con la piena convinzione di non strappare la continuità di percorso della peculiare identità politica italiana.
Un “compromesso storico”, sicuramente presentatosi in ritardo all’appuntamento con la storia come poi si sarebbe drammaticamente verificato qualche anno dopo.
La ragione vera della rottura fu rappresentata dalla mancata sincronia nella comprensione dei tempi.
Usando categorie gramsciane si può affermare che il PCI, nell’occasione della radiazione del Manifesto, finì con il rinunciare a una possibilità originale di esercizio della guerra di posizione collocandosi invece, nei suoi i tratti essenziali, dentro a un processo di “rivoluzione passiva”.
Un processo di “rivoluzione passiva” introiettato drammaticamente come prologo alla caduta degli anni’80 e alla sostanziale incapacità di resistere alla controffensiva dell’avversario.
Rossana fin qui ha resistito ostinatamente in direzione uguale e contraria e sta in questo punto, a mio giudizio, il grande valore della sua presenza politica, culturale, morale.

mercoledì 22 aprile 2020

ANCORA SUL 25 APRILE

ANCORA SUL 25 APRILE

Care compagne e cari compagni, siamo all’ennesima puntata di questa dolorosa vicenda riguardante le celebrazioni del 25 aprile. Come leggerete di seguito il chiarimento con la Presidenza del Consiglio sembra compiuto e la partecipazione delle associazioni partigiane assicurata. L’immediata mobilitazione seguita alla prima stesura della circolare della presidenza del consiglio ha dunque avuto esito positivo.

Rimangono da notare alcune questioni di grande importanza:
1) Rimane sospesa la cerimonia all’Altare della Patria alla presenza del Capo dello Stato;
2) Non si comprende perché, considerato che dovrebbe trattarsi di una questione di “assembramento” quindi di ordine pubblico in tempi di emergenza, la competenza sia stata attribuita alla Presidenza del Consiglio e non al Ministero dell’Interno;
3) L’insieme delle argomentazioni adottate, comprese quelle finali del chiarimento da parte del sottosegretario Fraccaro, inducono a riflettere su di un dato di evidente sottovalutazione dell’importanza della celebrazione del 25 aprile nella storia d’Italia.
Sotto quest’ultimo aspetto sarà il caso di insistere in questa e in successive occasioni sulla qualità degli interventi da portare avanti perché la memoria non sia revisionata secondo mode correnti, tanto più che ciò si sta verificando in un clima di limitazione democratica al limite della costituzionalità soprattutto al riguardo di forme inedite di controllo sociale. Forme di controllo sociale che potrebbero anche dar luogo a pericolose forme di insorgenza da parte della destra.
In ogni caso buon 25 aprile a tutti.
Grazie per la pazienza e l’attenzione
Franco Astengo

Il chiarimento positivo del Sottosegretario Fraccaro sull'esclusione dell'ANPI dalle celebrazioni del 25 aprile

22 Aprile 2020
Dopo la presa di posizione della Presidenza e della Segreteria nazionali ANPI sulla circolare del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro che impediva all'Associazione di partecipare alle celebrazioni ufficiali per il 25 aprile, per evitare assembramenti, arriva il positivo chiarimento di Palazzo Chigi. La soddisfazione dell'ANPI
Di seguito, la nota della Presidenza del Consiglio, dopo la dura presa di posizione della Presidenza e della Segreteria nazionali e il successivo comunicato di soddisfazione delle stesse
"Con riferimento al comunicato dell'Associazione nazionale Partigiani d'Italia si precisa che la circolare inviata dalla Presidenza del Consiglio non esclude in alcun modo l'Anpi dalle celebrazioni del 25 aprile. La circolare e' indirizzata alle sole autorita' pubbliche e, in ragione dei provvedimenti restrittivi legati al Covid-19, intende semplicemente limitare la partecipazione delle autorita' ed escludere assembramenti. Le associazioni partigiane e combattentistiche potranno quindi partecipare alle celebrazioni per il 75 anniversario della Liberazione, naturalmente in forme compatibili con l'attuale situazione di emergenza. Saranno date ulteriori indicazioni in tal senso ai Prefetti con la consapevolezza del valore che questo anniversario ricopre per l'Italia e dell'importanza di difendere la memoria democratica del Paese"
Nota di Palazzo Chigi
"Esprimiamo soddisfazione per il chiarimento espresso dal sottosegretario Fraccaro in merito alla nostra presa di posizione. Andiamo avanti con il 25 aprile, con le celebrazioni - nel pieno rispetto dei dispositivi di sicurezza - di questa data fondativa della Repubblica, della democrazia, della convivenza civile. Dell'Italia. L'ANPI ci sarà"
La Presidenza e la Segreteria nazionali ANPI
22 aprile 2020"

25 APRILE: INACCETTABILE COMPORTAMENTO DEL GOVERNO

25 APRILE: INACCETTABILE COMPORTAMENTO DEL GOVERNO di Franco Astengo




Di seguito mi permetto di diffondere il Comunicato dell’ANPI nazionale nel merito dell’incredibile e inaccettabile disposizione del Governo nel merito delle celebrazioni del 25 aprile con l’esclusione dei rappresentanti delle associazioni partigiane.
Aggiungo soltanto che questa incresciosa (a dir poco) situazione appare come uno dei frutti della situazione che si sta vivendo di grande difficoltà non solo sanitaria ed economica ma democratica.
Il 25 aprile 2020 assume ancor più significato nell’affermazione dei principi costituzionali, debbono essere esaltate le condizioni democratiche poste dalla Costituzione Repubblicana e lo dobbiamo affermare con grande forza e capacità di iniziativa.
Principi costituzionali evidentemente sconosciuti a chi ha fatto dell’antipolitica e di un presunto populismo tecnocratico il proprio trampolino di lancio per improbabili carriere politiche.
Non dobbiamo cedere terreno allo stravolgimento della forma di governo parlamentare.
Egualmente vai rigorosamente attuata la vigilanza democratica nei confronti dei tentativi che da destra stanno venendo avanti per soffiare sul fuoco del malcontento: addirittura gruppi di matrice – neo fascista stanno cercando di mistificare proprio la ricorrenza del 25 aprile per fomentare iniziative tese a creare confusione e indebita turbolenza.
Il 25 aprile 1945 rimane il giorno più importante della Storia d’Italia: quello in cui sono nate la democrazia, la Repubblica, la Costituzione.
La Repubblica italiana è e deve rimanere basata sull’antifascismo.
L’antifascismo ispira tutto il testo costituzionale e ne rappresenta la base portante : questo punto rimane inalienabile nella nostra identità nazionale e rappresenta il portato più importante che l’Italia può recare con sé anche nel contesto europeo.








Questo il comunicato della segreteria nazionale dell’ANPI.

Il Governo non può escludere l'ANPI dal 25 aprile!"

22 Aprile 2020
Dura presa di posizione della Presidenza e della Segreteria nazionali ANPI sulla circolare del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro che di fatto impedisce ai rappresentanti dell'ANPI, per "evitare assembramenti", di essere presenti alle celebrazioni ufficiali del 25 aprile. "Chiediamo al Governo di cambiare questa norma. In ogni caso l'ANPI parteciperà alle celebrazioni"
"La Presidenza e la Segreteria ANPI Nazionali esprimono incredulità e rammarico di fronte ad un atto di indifferenza e scortesia del governo Conte, che mai si sarebbero aspettati.
Si tratta di questo: nella giornata del 25 aprile p.v., al mattino, in moltissime città e paesi italiani sono previste celebrazioni con la deposizione di un fiore o di una corona al monumento o altro luogo significativo della Resistenza locale.
Ebbene, quest'anno sarà impedito al rappresentante dell'ANPI o di altra organizzazione partigiana o resistenziale, di deporre quel fiore. Potranno farlo soltanto i signori Prefetto e Questore e, ma non è ancora chiaro, il Sindaco.
Tutto ciò è semplicemente inaccettabile.
Ricordiamo al Sottosegretario Fraccaro, estensore, a nome del Governo, della circolare inviata ai Prefetti di tutta Italia, che l'argomento di evitare assembramenti è, in questo caso, assolutamente pretestuoso, perché si tratterebbe di UNA PERSONA SOLA e ovviamente dotata di ogni presidio di protezione sanitaria.
Mentre il governo si accinge a far riaprire varie industrie, vieta ai partigiani e agli antifascisti di portare un fiore sulla tomba dei propri morti. Tutto ciò potrebbe denotare, in ultima analisi, o malafede politica o completa ignoranza della storia patria.
Ricordiamo agli immemori o ai nostalgici, che la data del 25 aprile 1945 fu scelta con Regio Decreto quale festa nazionale il 22 aprile 1946 dal CLN Alta Italia e tale decreto fu firmato dall'allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.
Festa Nazionale, Festa dell'Unità ritrovata, Festa che, come disse Arrigo Boldrini, Medaglia d'Oro della Resistenza, ci ricorda che i partigiani combatterono “per chi c'era, per chi non c'era e anche per chi era contro”.
Festa stabilita persino prima che, con le elezioni, fosse scelta la stessa forma istituzionale per il governo del Paese. Quest'anno ricorre il 75° anniversario di questa data fondamentale per la nostra storia democratica. Mai nessuno, in questi 75 anni, ha osato negare alle associazioni partigiane e combattentistiche il diritto di onorare il 25 aprile. Per la verità, ci furono dei tentativi e anche allora l'ANPI si oppose fermamente, così come fa oggi.
Siamo rispettosi di norme giuste per la prevenzione e il contenimento di questo terribile contagio. Siamo impegnati, anche come associazione per sostenere iniziative sanitarie e sociali che aiutino il nostro popolo in questo, difficile e tragico frangente.
Intendiamo dare il nostro contributo affinché da questa pandemia l'Italia e gli italiani possano uscire migliori, più solidali e sereni. Non accetteremo mai però che, con la scusa del contenimento del contagio, si operi per cancellare la memoria democratica del nostro Paese. Per far dimenticare o ignorare alle giovani generazioni che la memoria non è solo un ricordo, che pure va conosciuto e onorato, ma è uno strumento per migliorare il nostro oggi e il futuro.
Così ci hanno detto, in queste settimane, tante partigiane e partigiani ancora viventi che hanno continuato, in tutti questi anni, a parlare alle nuove generazioni.
Questo terribile morbo se ne sta portando via tanti e il gesto di negare loro anche il diritto di vedere un proprio rappresentante deporre un fiore sulla tomba o sul monumento dei suoi compagni caduti è un'offesa inaccettabile. Confidiamo che si voglia, al più presto, sanare questo vulnus istituzionale con un atto di buon senso e di civiltà. Molti Sindaci e Prefetti, pur costretti da una imbarazzante circolare, stanno cercando, in queste ore, di risolvere positivamente il problema. L'ANPI è al loro fianco, come sempre disponibile a far prevalere le ragioni della pacifica convivenza e del rispetto della memoria costituzionale. Rifiuteremo sempre ogni tentativo di negare il valore della Resistenza e non accetteremo mai di essere esclusi dalle celebrazioni del 25 aprile. Chiediamo al governo di cambiare una norma irrilevante sul piano della sicurezza, inutilmente divisiva, ingiusta e offensiva verso i partigiani, verso il nostro popolo, verso l'Italia. In ogni caso invitiamo i locali Presidenti dell'ANPI o loro rappresentanti, nella misura di una sola persona, a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile".
Roma, 22 aprile 2020