IL COMPLEANNO DI ROSSANA ROSSANDA di Franco Astengo
Senza alcuna volontà di esternazione retorica ritengo però che, ancora, il momento più alto di questa storia sia stato rappresentato dalla vicenda del “Manifesto” gruppo politico, o tendenza o sensibilità, all’interno del PCI fino alla radiazione.
Questo giudizio mi pare avvalorato da
almeno tre ragioni: la prima quella della straordinarietà di
livello culturale e politico di quel gruppo, la seconda quella della
forza della capacità di analisi in essere nelle argomentazioni poste
nel corso dello scontro con la direzione del PCI, la terza perché
quel gruppo ha rappresentato l’espressione politica più importante
nell’originalità della presenza della sinistra comunista in
Italia.
La presenza della sinistra comunista è stata caratterizzata
all’interno del “caso Italiano” fin dall’elaborazione
gramsciana anche in precedenza ai “Quaderni” e poi ,a discendere,
fino alle analisi riguardanti lo sviluppo del capitalismo italiano ,
alle analisi relative alle dinamiche internazionali, alle riflessioni
sul mutamento nelle forme della politica e sul rapporto tra questa e
i vorticosi mutamenti delle categorie sociali.
Queste sensibilità analitiche si erano
espresse, nel post – Togliatti, all’XI congresso e poi andate
avanti in varie forme dalla radiazione del gruppo in poi, anche con
innegabili sbavature ed errori di percorso, almeno fino al seminario
di Arco nell’ottobre 1990 allorquando messa in un canto la
relazione di Magri l’area politica che si era opposta alla
liquidazione del PCI (composta beninteso in maniera plurale non
omogeneamente parte di questa storia) si divise sul “gorgo” di
Ingrao ,lasciando così spazio ad una forma di scissionismo para –
identitario e chiudendo così definitivamente la propria parabola
storica, almeno sul piano più propriamente politico (altro discorso
quello del quotidiano che qui non affronto).
Torno brevemente sul gruppo del Manifesto e sulla sua storia.
Il gruppo del Manifesto era
semplicemente (ma radicalmente) portatore di un dato di modernità
nella prospettiva dello sviluppo individuandone i motivi profondi
della crisi ed egualmente era stato capace di reclamare una forte
innovazione nella possibilità di espressione dei propri fini
politici.
Ci trovavamo all’epoca dentro a un quadro molto complicato
segnato dal modificarsi nell’insieme delle relazioni internazionali
(guerra del Vietnam, decolonizzazione in Africa, nuova fase del
bipolarismo dopo la stagione kruscioviana) e dalla ripresa delle
lotte (il 68’ era trascorso, ma in Italia resisteva la
contestazione con la saldatura operai/studenti, la stagione dei
consigli, la spinta verso la democratizzazione del Paese).L’origine del confronto tra PCI e le diverse espressioni di sinistra comunista e no (pensiamo a Panzieri, ai Quaderni Rossi, all’operaismo, a parti di CGIL e PSIUP ) si era però sviluppata nel tempo ed era maturata con gradualità: almeno dal ’62 dal convegno del Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano, poi con la morte di Togliatti, l’XI congresso, l’invasione di Praga.
L’invasione di Praga rappresentò, come molti ricorderanno, lo snodo decisivo.
Per tutti gli attori in campo, Manifesto compreso c’era da segnalare il permanere di un pesante bagaglio ideologico, anche con qualche ingenuità nella ricerca di riferimenti diversi.
Però l’oggetto del contendere era chiaro: quello della ricerca intorno a quali valori della modernità si poteva fondare un progetto alternativo.
Un progetto alternativo che indicasse un orizzonte in quel momento giudicato “maturo” rispetto ad un modello di fraintendimento dell’inveramento statuale della rivoluzione avvenuta, giudicato già con grande anticipo come irriformabile.
In quel momento, invece, il PCI era pronto soltanto per un’avventura posta in una dimensione politicista sul piano del governo.
Un’iniziativa, quella del “compromesso storico” tanto per intenderci sorta non soltanto come risposta “democratica” al dramma cileno ma con la piena convinzione di non strappare la continuità di percorso della peculiare identità politica italiana.
Un “compromesso storico”, sicuramente presentatosi in ritardo all’appuntamento con la storia come poi si sarebbe drammaticamente verificato qualche anno dopo.
La ragione vera della rottura fu
rappresentata dalla mancata sincronia nella comprensione dei tempi.
Usando categorie gramsciane si può affermare che il PCI,
nell’occasione della radiazione del Manifesto, finì con il
rinunciare a una possibilità originale di esercizio della guerra di
posizione collocandosi invece, nei suoi i tratti essenziali, dentro a
un processo di “rivoluzione passiva”.Un processo di “rivoluzione passiva” introiettato drammaticamente come prologo alla caduta degli anni’80 e alla sostanziale incapacità di resistere alla controffensiva dell’avversario.
Rossana fin qui ha resistito ostinatamente in direzione uguale e contraria e sta in questo punto, a mio giudizio, il grande valore della sua presenza politica, culturale, morale.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie