venerdì 24 aprile 2020

IL COMPLEANNO DI ROSSANA ROSSANDA

IL COMPLEANNO DI ROSSANA ROSSANDA di Franco Astengo


Rossana Rossanda ha appena compiuto 96 anni e vale proprio la pena di ricordare questa data non soltanto per formularle gli auguri, ma anche per riflettere sugli straordinari passaggi via via verificatisi nel corso della sua vita politica e culturale: dalle responsabilità assunte ai vertici del PCI con le segreterie di Togliatti e Longo, alla radiazione del “Manifesto”, alla trasformazione della rivista in quotidiano come vero e proprio “miracolo” in equilibrio tra editoria e politica nel corso dei decenni più travagliati della vicenda italiana.
Senza alcuna volontà di esternazione retorica ritengo però che, ancora, il momento più alto di questa storia sia stato rappresentato dalla vicenda del “Manifesto” gruppo politico, o tendenza o sensibilità, all’interno del PCI fino alla radiazione.
Questo giudizio mi pare avvalorato da almeno tre ragioni: la prima quella della straordinarietà di livello culturale e politico di quel gruppo, la seconda quella della forza della capacità di analisi in essere nelle argomentazioni poste nel corso dello scontro con la direzione del PCI, la terza perché quel gruppo ha rappresentato l’espressione politica più importante nell’originalità della presenza della sinistra comunista in Italia.
La presenza della sinistra comunista è stata caratterizzata all’interno del “caso Italiano” fin dall’elaborazione gramsciana anche in precedenza ai “Quaderni” e poi ,a discendere, fino alle analisi riguardanti lo sviluppo del capitalismo italiano , alle analisi relative alle dinamiche internazionali, alle riflessioni sul mutamento nelle forme della politica e sul rapporto tra questa e i vorticosi mutamenti delle categorie sociali.
Queste sensibilità analitiche si erano espresse, nel post – Togliatti, all’XI congresso e poi andate avanti in varie forme dalla radiazione del gruppo in poi, anche con innegabili sbavature ed errori di percorso, almeno fino al seminario di Arco nell’ottobre 1990 allorquando messa in un canto la relazione di Magri l’area politica che si era opposta alla liquidazione del PCI (composta beninteso in maniera plurale non omogeneamente parte di questa storia) si divise sul “gorgo” di Ingrao ,lasciando così spazio ad una forma di scissionismo para – identitario e chiudendo così definitivamente la propria parabola storica, almeno sul piano più propriamente politico (altro discorso quello del quotidiano che qui non affronto).
Torno brevemente sul gruppo del Manifesto e sulla sua storia.
Il gruppo del Manifesto era semplicemente (ma radicalmente) portatore di un dato di modernità nella prospettiva dello sviluppo individuandone i motivi profondi della crisi ed egualmente era stato capace di reclamare una forte innovazione nella possibilità di espressione dei propri fini politici.
Ci trovavamo all’epoca dentro a un quadro molto complicato segnato dal modificarsi nell’insieme delle relazioni internazionali (guerra del Vietnam, decolonizzazione in Africa, nuova fase del bipolarismo dopo la stagione kruscioviana) e dalla ripresa delle lotte (il 68’ era trascorso, ma in Italia resisteva la contestazione con la saldatura operai/studenti, la stagione dei consigli, la spinta verso la democratizzazione del Paese).
L’origine del confronto tra PCI e le diverse espressioni di sinistra comunista e no (pensiamo a Panzieri, ai Quaderni Rossi, all’operaismo, a parti di CGIL e PSIUP ) si era però sviluppata nel tempo ed era maturata con gradualità: almeno dal ’62 dal convegno del Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano, poi con la morte di Togliatti, l’XI congresso, l’invasione di Praga.
L’invasione di Praga rappresentò, come molti ricorderanno, lo snodo decisivo.
Per tutti gli attori in campo, Manifesto compreso c’era da segnalare il permanere di un pesante bagaglio ideologico, anche con qualche ingenuità nella ricerca di riferimenti diversi.
Però l’oggetto del contendere era chiaro: quello della ricerca intorno a quali valori della modernità si poteva fondare un progetto alternativo.
Un progetto alternativo che indicasse un orizzonte in quel momento giudicato “maturo” rispetto ad un modello di fraintendimento dell’inveramento statuale della rivoluzione avvenuta, giudicato già con grande anticipo come irriformabile.
In quel momento, invece, il PCI era pronto soltanto per un’avventura posta in una dimensione politicista sul piano del governo.
Un’iniziativa, quella del “compromesso storico” tanto per intenderci sorta non soltanto come risposta “democratica” al dramma cileno ma con la piena convinzione di non strappare la continuità di percorso della peculiare identità politica italiana.
Un “compromesso storico”, sicuramente presentatosi in ritardo all’appuntamento con la storia come poi si sarebbe drammaticamente verificato qualche anno dopo.
La ragione vera della rottura fu rappresentata dalla mancata sincronia nella comprensione dei tempi.
Usando categorie gramsciane si può affermare che il PCI, nell’occasione della radiazione del Manifesto, finì con il rinunciare a una possibilità originale di esercizio della guerra di posizione collocandosi invece, nei suoi i tratti essenziali, dentro a un processo di “rivoluzione passiva”.
Un processo di “rivoluzione passiva” introiettato drammaticamente come prologo alla caduta degli anni’80 e alla sostanziale incapacità di resistere alla controffensiva dell’avversario.
Rossana fin qui ha resistito ostinatamente in direzione uguale e contraria e sta in questo punto, a mio giudizio, il grande valore della sua presenza politica, culturale, morale.

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