venerdì 29 settembre 2023

ORDINE PUBBLICO

 

ORDINE PUBBLICO DI Franco Astengo


Suscita grande preoccupazione la decisione del Governo di usare l'esercito per compiti di ordine pubblico . Una preoccupazione che va misurata ben oltre il numero degli effettivi che saranno impiegati nel lavoro di controllo del territorio, in luoghi strategici come aeroporti e stazioni ferroviarie.

Il segnale che ne deriva è quella di una irresistibile tendenza alla militarizzazione del territorio prima ancora che del conflitto e del contrasto a situazioni "devianti".

Una situazione che, naturalmente, fa il paio con l'idea della chiusura dei porti e dell'utilizzo della marina militare: ricordando come, in questi casi, si tratti del respingimento dei migranti e non tanto della lotta ai cosiddetti "scafisti".

Si tratta di un tema di grande delicatezza considerato che si intende rubricarlo alla voce "sicurezza" mentre l'esatta catalogazione del provvedimento dovrebbe essere quella di "repressione" esercitata senza individuare con chiarezza bersagli e limiti possibili degli interventi.

Debbono essere sollecitate, allora, le forze parlamentari della sinistra, democratiche e progressiste allo scopo di aprire immediatamente un dibattito su questo punto con l'eventuale coinvolgimento delle Camere in una precisa presa di posizione.

Vale la pena, ancora, ricordare la definizione "democratura: regime politico improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale”; definizione usata da Eduardo Galeano per definire il modello sudamericano e da Pedrag Matvejevic per definire i sistemi dell'Est Europa cui si ispira direttamente la destra italiana.


giovedì 28 settembre 2023

SYRIZA

 

Si è compiuta la strana parabola di Syriza, per una stagione modello per tutti e poi soggetto di governo facilmente tramontato. La "scalata" dall'esterno, da parte di un vero e proprio outsider ha dimostrato prima di tutto l'inconsistenza di una coalizione fondata sul personalismo e - in seconda luogo - la vacuità dell'affidarsi al meccanismo delle primarie in ispecie in tempi di iperpresenza dei social nella comunicazione politica.

C'è materiale per riflettere su questo passaggio così come sulla storia di Podemos e delle varie "occupy" (compresa quella PD).

Ci sarebbe vecchie categorie da rispolverare come quella di "entrismo" e quella di "populismo di sinistra" ma soprattutto ci sarebbe da pensare al richiamo necessario sul ruolo dell'ideologia nella formazione e nell'aggregazione e su quello dell'organizzazione ( chiusa l'era del partito ad integrazione di massa?) e - ancora - sulla possibilità concreta di far coincidere progetto e programma dentro a una proposta di governo. Proposta di governo che sarebbe avanzata in tempo di cambiamento dell'intreccio tra le contraddizioni (ambiente, tecnologia, genere) e di sfrangiamento sociale.

Franco Astengo

PROPOSTA ALLA SINISTRA SAVONESE: L'ANALISI DELLA DESTRA

 

PROPOSTA ALLA SINISTRA SAVONESE: L'ANALISI DELLA DESTRA di Franco Astengo


Si rivolge alle forze della sinistra savonese e dell'insieme delle forze democratiche e e progressiste una proposta di sviluppo comune destinata a una una riflessione sulle caratteristiche politiche e sociali della destra di governo e delle sue ramificazioni locali, con particolare evidenza alla maggioranza che governa la regione Liguria.

Si tratta di un'esigenza sorta evidente ascoltando le relazioni svolte da Sergio Tortarolo e Vincenzo Vita nel corso del convegno organizzato il 27 settembre nella sala "Stella Maris" dalla Fondazione Centofiori sul tema: "Dal golpe cileno al compromesso storico".

Nella comparazione tra la realtà di allora e l'attualità (pur nella raffinatezza delle necessarie distinzioni sul piano, politico, sociale, culturale) un punto non è apparso usurato dal tempo: quello della pericolosità di una destra che il Cile (anche per ragioni di carattere internazionale) assunse sembianze golpiste al fine di sperimentare il modello della ferocia iperliberista.

Una pericolosità della destra di allora che può ben essere connessa a quella di adesso, nel diverso contesto del "caso italiano" e dell'occidente europeo.

Una destra che si inserisce nel solco della riduzione delle democrazie a "democrature" e stringe i cerchi della repressione verso i lavoratori, i giovani e i migranti (ideale capro espiatorio di una situazione di difficoltà, nella quale si tende a farne capro espiatorio di una rinnovata "guerra tra poveri") esaltando la privatizzazione delle residue porzioni di welfare.

Come è stato fatto notare nel convegno appena citato si tratta di un "filo nero" (snodatosi fin dall'immediato dopoguerra attraverso la presenza dei "reduci" di Salò, il filone golpista e quello stragista) che sta riprendendo vigore quasi come punto d'attracco della situazione di "antipolitica" sviluppatasi (anche raccogliendo grandi consensi elettorali) nella seconda metà degli anni '10 del XXI secolo.

Ci aspetta una primavera 2024 densa di appuntamenti elettorali: l'esito delle elezioni per il Parlamento Europeo assumerà un duplice significato sia per gli equilibri a livello sovranazionale sia rispetto al tema del governo nazionale; avremo una importante tornata amministrativa che, nella provincia di Savona, riguarderà comuni di grande rilievo come Albenga, Pietra Ligure, Finale, Vado, le due Albisola, Celle, Varazze e comuni della Valle Bormida.

Elezioni locali che tracceranno la via per le elezioni regionali del 2025 e, nelle quali, fatte salve le specificità dei singoli comuni, dovranno farci riflettere sull'elaborazione di una sorta di "trama comune" riguardante i grandi temi della sanità pubblica, dell'ambiente, del lavoro, delle infrastrutture e della questione "democratica" ben messa in evidenza dal tentativo di imposizione della posa della nave rigassificatrice nella rada Savona - Vado ma anche da tanti altri episodi.

Abbiamo alle spalle la positiva esperienza del Comune di Savona con l'esito del turno elettorale 2021 e l'avvio di una innovativa esperienza di governo nella Città capoluogo della provincia: non si tratta, ovviamente, di imporre un semplice modello di schieramento ma di riuscire a realizzare, su quella scorta, occasioni di confronto a largo raggio.

Preliminare a tutto questo però rimane il dato di dover comprendere a tutti i livelli la natura, la forza, la collocazione politica di questa destra: si tratta di un presupposto indispensabile quello di un'analisi comune (ferma restando l'autonomia delle scelte di ciascun soggetto anche in sede elettorale) che contribuisca a definire i termini dello scontro che ci aspetta.

Sicuramente non sarà uno scontro definibile con quelli che furono i canoni del "bipolarismo temperato" e della semplice adozione di una logica dell'alternanza intesa comunque come interna ad elementi comuni di visione.

Dovrà trattarsi di un confronto dettato e impostato nella consapevolezza della radicalità delle contraddizioni e dell'aggressività con la quale la destra sta tentando di affrontare questo inedito livello di scontro: per non sarà necessario essere all'altezza anche elaborando elementi di controffensiva proposti con altrettanto adeguata capacità di espressione di tensione positiva.

venerdì 22 settembre 2023

PENSIERO UNICO, PENSIERO CRITICO

 

PENSIERO UNICO, PENSIERO CRITICO di Franco Astengo

E' possibile che l'analisi delle complessità delle contraddizioni in atto sia ridotta ad un "pensiero unico" e obbligato?

Nei giorni scorsi la coincidenza con il doloroso passaggio della morte di Gianni Vattimo ha riportato alla luce il dibattito attorno al "pensiero debole": quel "pensiero debole" caratterizzato dall'abbandono delle pretese di fondazione della metafisica tradizionale e di ogni concezione filosofica o ideologica che intenda presentarsi come assoluta.

Su quella base si mossero le accuse di “passatismo” e di “residualità” che hanno colpito, nel corso di questi ultimi anni, i sostenitori di una “qualità dell’agire politico” nel quadro di un pensiero “forte” di stampo occidentale.

In realtà l'attenzione andrebbe portato attorno all'ormai cancellato "pensiero critico".

Se si intende affrontare davvero la "complessità dell'esistente" il primo atto da compiere sarà quello di rompere la gabbia della subalternità del pensiero verso la tecnica ormai giudicata "neutrale".

In secondo luogo si tratterà di tornare all’articolazione che la storia ha sempre offerto al pensiero umano.

Del resto è stato del tutto insufficiente occuparci di alcuni temi politici che pure sono emersi all’interno di questa crisi dell’essere.

Ritorna un punto nevralgico a partire dal giudizio da esprimere sul valore complessivo del “pubblico” rispetto al “privato”.

Ci sarà da riflettere sull’acquisizione di una nuova nozione di “senso del limite”.

L’idea del “senso del limite” ci arriva direttamente dallo stare vivendo “questa” tragedia epocale, ma non basterà neppure aprire questo livello di riflessione per giungere a un piano di elaborazione sulla quale poggiare una prospettiva di “pensiero lungo”.

Servirà una ripresa di costruzione dell’ideale.

Un ideale che rompa l’idea dell’ineluttabile soggezione all’esistente.

Si rovescia l’impostazione hegeliana: sarà necessario essere migliori del proprio tempo.

Sarà banale affermarlo ma l'ottimismo della volontà dovrà tornare a prevalere sul pessimismo dell'intelligenza.

Il rapporto tra cultura e politica accusa ormai da molti anni un ritardo particolarmente vistoso rispetto alle necessità imposte dalla storia.

Un rapporto quello tra cultura e politica ormai uscito dalla richiesta di "organicità totalizzante" (che pure sembra stare nelle corde di chi intende aggiudicarsi una molto presunta "egemonia") ma che invece è stato ridotto all’assemblaggio di un insieme di tecnicismi.

Ciò è avvenuto in diversi campi da quello accademico, per arrivare a quello istituzionale, economico e soprattutto della comunicazione laddove la politica appare ormai confusa con l’economicismo e il giurisdizionalismo astratto.

Si tratta invece di ripartire per una ricognizione di fondo, prescindendo dal proposito di sviluppare una “ricerca di parte”.

Nel compiere l’operazione intellettuale di ritorno alla dialettica il primo traguardo da indicare dovrà essere quello di ricostruire una sorta di percorso nella storia del pensiero politico, cercando di riassumerne le fasi più importanti, individuare i passaggi al fine di orientare l’idea di un possibile confronto.

L’esigenza di ricercare questo equilibrio tra “storia del pensiero politico” e realtà “dell’agire politico”, deve nascere dal ritorno alla convinzione che il pensiero politico sia un “pensiero concreto”.

Un pensiero politico coinvolto attivamente nel mondo, sia come critica dell’esistente, cioè come de-costruzione, sia come costruzione, cioè come progetto di edificare un ordine migliore, ovvero rispondente a criteri di legittimità diversi da quelli dell’ordine presente.

Servirà legarsi a un filo conduttore, coscienti del fatto che il pensiero politico non si sia rivolto sempre ai medesimi problemi attraverso le medesime categorie.

Insomma, è necessario mettere in rilievo che la concretezza del pensiero politico consiste proprio nel fatto che esso aderisce alle drammatiche discontinuità dell’esperienza storica, e anzi le riconosce, le interpreta, le mette in forma.

Ricostruire l’idea di progresso dentro a un quadro di consapevolezza del "limite" umano e delle risorse: questa la sola sintesi possibile per indicare la necessità e l’urgenza di aprire un discorso molto difficile in questo momento di apparente invisibilità dell’orizzonte.



giovedì 21 settembre 2023

MILITARIZZAZIONE

 

La militarizzazione della questione "migranti" rivela ancor di più , se mai ce ne fosse stato bisogno, la natura "vera" della destra di governo.

Questo indiscutibile fatto reclama una visione "diversa" dell'opposizione centrata su 2 punti:

1) l'affermazione di una identità costituzionale;

2) la costruzione di un'alternativa fondata non tanto e non solo sul "programma" ma su di una "visione di sistema democratico" che non può non principiare dall'idea di rifiuto della destra antipluralista.

Franco Astengo

martedì 19 settembre 2023

1973

 

1973 di Franco Astengo


1973, L'anno dei grandi shock. Così titola il ricco inserto di "Le monde diplomatique" del Settembre 2023, esattamente cinquant'anni dopo mettendo in fila i fatti di quell'anno fatidico che può ben essere definito come quello conclusivo dei "trenta gloriosi": Shock petrolifero, guerra del Kippur, golpe Cileno.

Per l'occidente l'anno resta associato a una grande rottura, quella della crisi.

Siamo alla fine di una fase di continua crescita dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti e si debbono fare i conti con l'instabilità monetaria e l'esplosione dei prezzi delle materie prime.

In questo quadro la Gran Bretagna sceglie di raggiungere la Comunità economica Europea; in America Latina, e non solo in Cile si susseguono i colpi di stato e si soffocano i movimenti popolari. Ad Algeri il movimento dei non allineati chiede un nuovo ordine economico, senza tutta via riuscire a provocare una breccia negli equilibri consolidati dalla logica dei blocchi.

I dati più importanti emersi da questo complesso di eventi possono essere così riassunti:

1) La crisi petrolifera introdusse nel dibattito i termini di "limite" nell'uso delle risorse (da parte del club di Roma di Aurelio Peccei è di quel periodo l'elaborazione rispetto al progressivo esaurimento delle risorse naturali sul pianeta) e di "austerità" senza che però si riuscisse a modificare il modello di sviluppo e a incidere sugli equilibri internazionali;

2) Il "golpe" cileno assunse specifici elementi di importanza perchè si avviò. Infatti, la sperimentazione al riguardo della “non naturale associazione” tra democrazia e liberismo economico. Nel “caso cileno” si innestava la volontà di sperimentazione per una nuova fase dell’economia a livello internazionale; quella del monetarismo che abbiamo conosciuto universalmente come “reaganismo – tachterismo”. I “Chicago – boys” della scuola di Friedman misero così in opera i dettami di liberismo estremo che sono ancora la base attraverso cui le grandi centrali del capitalismo governano i loro cicli di crisi.

Un sistema risultato, alla fine, in grado di produrre egemonia di lungo periodo, non soltanto rispetto all’andamento del ciclo capitalistico, ma rispetto alla cultura, al senso comune, all’agire politico in una dimensione globale.

3) In Italia l'austerity si concretizzò con questi provvedimenti : Dal 2 dicembre del 1973 venne imposto il divieto di circolazione nei giorni festivi dei mezzi privati. Il telegiornale della sera del Programma Nazionale della RAI, che dal 1976  , fu definitivamente anticipato alle ore 20:00.I cinema chiusero alle 22:00, mentre le trasmissioni televisive della Rai terminavano alle 22:45. Le misure varate ebbero un impatto tangibile sul modo di vita degli italia. La velocità sulle strade venne limitata 100 km/ora sulle strade extraurbane e 120 km/h sulle autostrade. La disposizione di maggior impatto fu il divieto di circolazione nei giorni festivi dei mezzi motorizzati, velivoli e natanti compresi.

4) Sul piano politico interno l'elaborazione più importante che si sviluppo' sulla base dell'analisi di cause/effetti del golpe cileno e dell'austerity deve essere considerata la stesura dei tre documenti apparsi su "Rinascita" a firma del segretario del PCI Enrico Berlinguer attraverso i quali fu lanciata la proposta definita di "compromesso storico".

Secondo Berlinguer per rinnovare la nazione sarebbe stato necessario giungere ad un compromesso tra tutte le principali forze rappresentative del popolo italiano. Quello che progettava Berlinguer era dunque l’accordo tra i partiti disposti a realizzare una nuova politica governativa, un’alternanza democratica al “regime democristiano” che aveva governato gli ultimi trent’anni.

Il segretario del PCI candidava il suo partito come forza di governo, dal quale era stato sempre escluso dalla fine dei governi di solidarietà antifascista (1947) sul presupposto dell’inidoneità ideologica a partecipare alla definizione dell’indirizzo politico. Il principale interlocutore del leader comunista era il presidente democristiano Aldo Moro, già protagonista negli anni ’60 dei primi esperimenti di apertura a sinistra della storia repubblicana con i suoi tre governi a guida DC e con la diretta partecipazione del Partito socialista.

L'esito delle elezioni del 1976 (DC al 38%, PCI 34%) aprirà poi la strada, prima al governo delle astensioni nei confronti di un monocolore democristiano guidato da Andreotti, poi all'ingresso nella maggioranza (ma non nel governo)del PCI in coincidenza con il rapimento e l'assassinio di Moro da parte delle BR e alla rapida fine dell'esperimento di governo e dell'intera strategia conclusa sul piano formale da una votazione sul serpente monetario europeo con una crisi di governo che avrebbe portato alle elezioni del 1979, l'esito delle quali fece registrare un arretramento del PCI del 4% (ma si tratta di un discorso da sviluppare in sede diversa da questa in cui si cerca di ricordare ciò che accadde in quel fatidico 1973)

5) Anche dalla cosiddetta "Nuova sinistra" emersero però spunti di analisi di grande interesse proprio sul piano dell'analisi della crisi e della definizione di un'alternativa.

Gennaio 1974: il "Manifesto" pubblicava due interventi di Lucio Magri che avviavano un dibattito su "Spazio e Ruolo del Riformismo" (dibattito poi pubblicato in volume dal Mulino cui parteciparono:  Paolo Sylos Labini, Augusto Graziani, Riccardo Lombardi, Pino Ferraris, Claudio Napoleoni, Rossana Rossanda, Antonio Lettieri, Giorgio Ruffolo, Giorgio Benvenuto, Francesco Indovina, Giorgio La Malfa, Mario Mineo, Luciano Della Mea.).

Nel suo intervento d'apertura Magri rilevava l'insufficienza nel leggere l'andamento della situazione economica con la categoria di "crisi dello sviluppo". Questa crisi - scrive il futuro segretario del Pdup in quel momento in costruzione - troppo genericamente definita strutturale, si è ormai meglio precisata come crisi del meccanismo capitalistico.

In questa nuova analisi (che si situava "oltre" sia a quella svolta nel convegno del Gramsci sulle "tendenze del capitalismo italiano -1962 - sia rispetto alle stesse "Tesi per il Comunismo" pubblicate dal Manifesto nel 1970) Magri individua l'oggettiva spinta verso il riformismo, perché per rilanciare lo sviluppo economico occorreva un nuovo modello di relazioni, una diversa distribuzione del reddito, un più accentuato ruolo dello Stato nell'economia, nuove relazioni internazionali.

Questi giudizi contenevano anche la proposta di una nuova direttrice di marcia per il "Manifesto", il costituendo Pdup e l'area della "nuova sinistra" l'unità del movimento di massa andava perseguita in tutte le sue componenti (e non soltanto attraverso " l'unità dei rivoluzionari" come sarebbe poi capitato anche nella fallimentare presentazione elettorale con il cartello di Democrazia Proletaria nel 1976) per avviare la trasformazione dell'insieme della sinistra in una fase di impraticabilità del riformismo.

Per questo, concludeva Magri, occorreva non soltanto difendere la rigidità della condizione operaia in fabbrica, ma proporre un programma alternativo di sviluppo con obiettivi che incidessero sull'andamento della crisi economica a partire dalla constatazione oggettiva della "finitezza" delle risorse a disposizione.



6) Entrambe le linee, quella berlingueriana del "compromesso" e quella portata avanti da Magri "dell'alternativa nello sviluppo" non si sarebbe incontrate, ma ne sarebbero in seguito sortite versioni "politiciste". Dal "compromesso storico" emerse la già citata stagione dei governi di "solidarietà nazionale" produttivi sul piano delle riforme e della difesa democratica ma del tutto insufficienti a contenere uno spinta di destra, a livello internazionale, di cui l'esito del golpe cileno, in quel 1973 anno di vero e proprio spartiacque "storico", avrebbe rappresentato il momento cruciale fino all'esplosione degli anni'80 della reaganomics, dell'abbandono delle regole di governo, delle privatizzazioni e delle scelte antisindacali.












sabato 16 settembre 2023

TEMA:PATRIA

 

TEMA: PATRIA di Franco Astengo

E' stata espressa l'esigenza di discutere, da sinistra, del concetto di "patria": ho tentato qui (nella pochezza delle mie personali risorse intellettuali) di sviluppare ulteriormente il tema precisando ancora che è ben diverso trattarlo specificatamente quale indicazione di valore rispetto a considerare lo stesso termine all'interno della trimurti "Dio, Patria, Famiglia" che rimane una chiara indicazione non sindacabile di regressione.

In questi ultimi anni, fra gli intellettuali italiani, la percezione e la rappresentazione della patria sono radicalmente cambiate di segno. Ancora agli inizi degli anni ’90, fra gli intellettuali quarantenni usciti dalla stagione delle rivolte studentesche, la parola patria evocava solo retoriche militaristiche e nazionalismi aggressivi. Oggi, anche a causa del tentativo della nuova cultura di destra di appropriarsi totalmente del sentimento patriottico, è legittimo ricercare il legame fra la patria e la libertà pur in tempi di evidente internazionalizzazione delle contraddizioni più radicali.

Il tema "patria e libertà" era tipico della vocazione del PCI al "ruolo nazionale della classe operaia" ben alimentato nel periodo dell'Assemblea Costituente e poi trasformato, dopo i fatti d'Ungheria, nella "via italiana al socialismo" (in seguito modificata in "eurocomunismo" inteso come aggancio tra via nazionale e sovranazionalità nella dimensione europea).

Purtuttavia recentemente il concetto di patria era stato ancora distorto, a sinistra, in un episodio riguardante l'amministrazione comunale di Bologna che, nel marzo 2023, aveva deciso che sulle targhe delle strade dedicate a quanti si opposero al nazifascismo non sarebbe più apparsa l'indicazione "patrioti" ma quella "partigiani". Questo fatto deve essere giudicato come un passo indietro nella valutazione storica che si verifica tra l'altro in coincidenza con l'ascesa della destra (non costituzionale nelle sue principali componenti) al governo del Paese.

E' il caso di ribadire, invece, la teoria del patriottismo costituzionale che ha caratterizzato l'ispirazione della Costituzione Repubblicana in modo peculiare e innovativo perché ha disegnato il concetto di lealtà non verso il monarca o verso lo Stato (come pretendevano sia lo statuto albertino, sia il giuramento di fedeltà verso il fascismo inteso come Stato) ma verso la Patria. In questo modo il concetto di Patria risponde al retaggio e alla tradizione culturale del popolo e alla fedeltà a un ordinamento politico (quello repubblicano, nel nostro caso) che si legittima in quanto espressione della volontà comune, finalizzata al perseguimento dell'interesse generale. Si tratta del tema riguardante l'intreccio diretto tra Resistenza e Costituzione da cui davvero non è auspicabile arretrare perché tornare indietro significa il pericolo di aprire la strada a quel mutamento della forma di governo che nasconderebbe in sé un mutamento di natura proprio della democrazia repubblicana e riducendo a "partigiani"(nel senso di difensori di una parzialità) quanti intendessero opporsi a questa deriva.

La patria è figlia della rivoluzione francese, e delle idee di libertà e uguaglianza ; il nazionalismo l’ha pervertita, perché la corretta idea di nazione « ha un respiro universale » e non si può amare la propria patria senza amare anche le altre e l’umanità intera. In questa linea interpretativa, nazionalismo e localismo sono entrambi antipatriottici perché particolaristici. 

Ricordando infine che  per i combattenti per la libertà, come diceva Ernst Bloch, la vera patria non esiste ancora, perché essa è il mondo liberato dall’ingiustizia e dall’oppressione.



venerdì 15 settembre 2023

DIO, PATRIA, FAMIGLIA

 

La destra imposterà davvero la campagna elettorale europea sulla triade "Dio, Patria, Famiglia" accompagnata dall'impronta tachteriana in economia e dall'atlantismo belligerante ?

Se dovesse essere davvero così, come emerso dal "Demographic Summit" di Budapest, allora la parte democratico -progressista dovrebbe saper cogliere l'enormità degli spazi che si aprirebbero.

Da questo quadro innanzi tutto emerge un problema di fondo: a quale tipo di società, di cultura, di visione profonda può rivolgersi il messaggio della destra ? Sicuramente alla parte più arretrata, non soltanto ai conservatori per motivi di "status" economico e di capacità di sfruttamento degli altri ma anche verso i settori colpiti dalla "paura" che "l'instabilità del moderno" sta provocando tra le crisi ricorrenti del modello fondato sulla acquisizione della diseguaglianza che sta nel trascendente religioso, nella custodia gelosa dei confini, nel patriarcato sola architrave possibile del nucleo di relazione chiamato "famiglia" ma in realtà soggetto dell'esercizio del dominio della forza.

In realtà sarebbe proprio la difesa dell'identità occidentale come sorta dall'illuminismo e dalla Rivoluzione borghese che dovrebbe rappresentare il punto di appoggio per una contestazione di fondo della triade appena evocata.

Per quel che riguarda la situazione italiana questo scenario induce ad una ulteriore considerazione riguardante l'a-costituzionalità di questo tipo impostazione che contraddice tutti i canoni culturali che nell'immediato dopoguerra avevano ispirato la parte più avanzata dei Padri Costituenti provenienti dalle correnti più avanzate del tormentato '900.

Non siamo di fronte all'esercizio di un normale "scambio politico" sul terreno dell'alternanza.

Insomma: proprio il prossimo confronto europeo chiama il campo democratico - costituzionale a un duplice impegno:

1) l'analisi di questa destra in tutti i suoi risvolti filosofici e storici prima ancora che politici;

2) l'elaborazione di una "griglia interpretativa" che sia "scenario di fondo" di una identità che poi ogni singola forza potrà declinare nel suo specifico di richiesta di consenso.

Franco Astengo

giovedì 14 settembre 2023

SAVONA

 

Si comprende benissimo un giudizio di ripetitività e stucchevolezza al riguardo del discorso che sarà contenuto nel testo pubblicato di seguito.

Aver letto però della ignobile passerella che si è svolta questa mattina (14 settembre) presso la sede dell'Unione Industriali di via Gramsci e sentir esaltare le virtù del rigassificatore in termini di ricaduta economica non può lasciare indifferenti.

Soprattutto è necessario ricordare l'iter della procedura dell'area industriale di crisi complessa che rimane il punto nevralgico di questo stato di cose.

Mi auguro allora di essere perdonato se riporto la situazione all'indietro per tentare una richiesta di approfondimento di analisi (che non si risolve con i tavoli provinciali per lo sviluppo).

Franco Astengo


Capitolo Primo

ATTENZIONE AL CONCRETO DI CIO’ CHE SIGNIFICA DICHIARAZIONE DI AREA DI CRISI COMPLESSA  (da una ricerca a cura di Franco Astengo – Luglio 2016)

Il precipitare della situazione economico – produttiva della zona centrale ligure, tra Savona, Vado Ligure e la Valbormida, acuita dalle crisi contemporanee della centrale Tirreno Power e del sito Bombardier ha creato grandi aspettative circa la possibilità che l’area sia dichiarata “di crisi complessa”.

In questo momento la soluzione appare come la panacea di tutti i mali.

Attenzione però, è necessario approfondire molti aspetti problematici sui quali sarebbe bene fare chiarezza

Prima di tutto è necessario mettere in guardia tutti i soggetti interessati di fronte ad un problema.

 Se si vogliono attivare questi strumenti si richiedono “due competenze: amministrativa e politica - istituzionale e di cittadinanza attiva, se vogliamo che i fondi non si perdano né per corruzione né per omissione”.

Andiamo quindi ad analizzare il decreto legge dell’agosto 2012 che riordina la disciplina delle aree di crisi industriale.

 Notiamo come:

-  Nel comma 2 la Regione è istituzione indispensabile e strategica di questo genere di accordi, sia nella istituzione dell'area di crisi che attraverso il cofinanziamento all’area (che non è esclusivo ma pone la regione come soggetto preminente),

- Nel comma 6 "Per la definizione e l'attuazione degli interventi del Progetto di riconversione e riqualificazione industriale, il Ministero dello sviluppo economico si avvale dell'Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa, S.p.A., le cui attività sono disciplinate mediante apposita convenzione con il Ministero dello sviluppo economico".

E’ necessario quindi avere chiari alcuni passaggi. Basta che Regione e Invitalia (questo il nome dell’agenzia) facciano sinergia, tra politiche finanziarie e scelta dei partner, e l’area interessata rischia di fatto l’imposizione di una politica dettata altrove.

Passiamo quindi a capire un attimo Invitalia. E qui c’è da vigilare moltissimo, visto che Invitalia è reduce dal sostanziale fallimento della riconversione di Termini Imerese e dai forti rilievi della Corte dei Conti, come già documentato dalla stampa quotidiana (n.d.r. in allora: ci sarebbero altre citazioni da aggiungere magari partendo da Piombino, attuale sede del famigerato rigassificatore).

Viste le indicazioni che vengono dalla vicenda tarantina, che pure ha originato il decreto, cerchiamo di capire come funzionano i fondi a supporto delle aree a crisi industriale.

 Il decreto è chiaro: i fondi provenienti dalle varie istituzioni riconducibili allo stato centrale sono vincolati ai“limiti degli stanziamenti disponibili a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica".

Non ci vuole molto a capire che di stabilità la legge di stabilità regola e, se necessario, sposta e contrae questi fondi. E proprio una misura prevista nella legge rischia di rendere lo strumento della individuazione delle aree di crisi complessa una cornice vuota, perlomeno dal punto di vista dei fondi dello stato centrale. Infatti: nella bozza legge di stabilità per soddisfare il controllo previsto dal Two Pack di Bruxelles c’è “la previsione una riduzione di investimenti per 500 milioni: concretamente si tratta di spese relative al cofinanziamento di fondi europei, che le Regioni potevano escludere dai vincoli del Patto di stabilità interno. Ora questa possibilità, appena introdotta con l'articolo 36 della legge di Stabilità, verrà meno” (ricordare che il riferimento è al 2016 ma il meccanismo rimane)

Verifichiamo allora (è bastata una piccola ricerca in via telematica) alcuni elementi di criticità già rilevati in altre situazioni:

DE IURE. L’assenza di regolazione nel decreto dei vettori finanziari, player bancari etc. che sono decisivi per l’allocazione delle risorse e per riuscita e programmazione degli interventi. Non è chiaro ad esempio, si pone a problema da capire, il DL 120 del 1989, riordinato dal decreto del 2012 in questione, effettivamente come si ordini la questione dei player finanziari. Non è poco perchè una cosa è far intervenire la cassa depositi e prestiti in progetti di riconversione, altra, con ricadute sui costi pubblici e sulla qualità dell’occupazione, l’istituto del project financing

DE FACTO

Manca la comprensione dello strumento economico complessivo di riconversione del modello di sviluppo territoriale. Oltre infatti ad un rischio commissariamento Regione-Invitalia, che va scongiurato con patti seri e certificabili, c’è la questione delle risorse strutturali disponibili. Guardiamo ad esempio il destino dei fondi ex FAS, oggi coesione e sviluppo che possono rientrare nella cornice dell’accordo sulle aree a crisi complessa. Per sbloccare questi fondi bisogna capire quando c'è "disponibilità di bilancio in conseguenza delle scelte del legislatore (Governo e Parlamento) nella determinazione delle manovre correttive di finanza pubblica e delle annuali sessioni di bilancio" .

Il rischio che si corre e che è già stato segnalato da situazioni analoghe è quindi di legarsi ad accordi di governance dove, ci venga scusato il gioco di parole, non si governa. Magari si partecipa come oggetto dell’intervento di crisi, come oggetto di intervento su fondi e politiche di immediata emergenza. Ma dove, alla lunga, i soggetti forti sono altri, come la sinergia Regione-Invitalia, e dove i fondi reali appaiono fortemente vincolati dalle politiche di tagli del governo.

Ci sono poi altre questioni di fondo che non possono essere trascurate. Questioni che non ci risultano finora essere state discusse, in modo approfondito, in sede istituzionale. Prima tra tutte: si ha un’idea dell’impatto che ha un accordo sulle aree ad industrializzazione complessa ha sull’economia complessiva del territorio?

C’è poi la questione della sinergia politica industriale-ambientale  (tema particolarmente delicato nel frangente) e politica economica complessiva del territorio e strumenti finanziari (dal macro e microcredito).  

Capitolo secondo

Di conseguenza è necessario porsi alcune questioni:

  1. Se la richiesta dell’ottenimento di aree di crisi industriale complessa sia più adatta per l’emergenza, vedi questione fondi che la Regione può attivare, che non per la programmazione reale

  2. Se non ci siano delle criticità rispetto ad un ruolo subordinato degli enti locali entro questo genere di architettura istituzionale. Se l’architettura istituzionale che vede un ruolo forte della possibile sinergia Invitalia -Regione sia adatta per le esigenze della nostra zona intesa comprensorialmente da Albisola a Spotorno-Noli e Valle Bormida.

  3. Se ci siano effettivamente fondi adatti ad programmare in tempi certi, e da parte di chi, la riconversione la bonifica del territorio e in quali tempi.

  4. Quanto queste politiche possano produrre saldi occupazionali positivi, di lungo periodo ed economicamente significativi. Quale modello possa poi coprire il resto ovvero la parte significativa di popolazione che non verrà raggiunta dalle politiche industriali e del lavoro.

  5. Come in sede locale si possa ricavarsi un proprio incisivo spazio di governance multilivello fatto concretamente di collaborazioni, sinergie, istituzioni che cercano e indirizzano fondi bypassando lo spazio nazionale. E sterilizzando il primato dell’impresa così come è previsto dal diritto comunitario.

  6. Quale modello complessivo di territorio emerga anche su un punto non eludibile: l’uscita di Vado Ligure dalla situazione di nocività ambientali. Accanto a questo punto sono emerse nel frattempo questioni di grandissimo spessore poste sia sul piano infrastrutturale, sia su quello dei servizi "in primis" la sanità.

    OGGI

    Mentre la produttività concreta del decreto di area industriale complessa rimane legata a logiche di propaganda elettorale quella del rigassificatore a tutt'oggi non rimane che sola risposta fornita dalla Regione Liguria (con la sottomissione di diversi Enti Locali come la declassata Provincia di Savona) a questi 6 punti posti - lo ricordiamo ancora una volta - nel 2016, sette anni fa. Non dimenticando la questione della fabbricazione dei "cassonetti" per la diga di Genova, operazione che viene proposta come scambio per la chiusura della SANAC che significherebbe in pratica la nostra esclusione dal ciclo della siderurgia.




martedì 12 settembre 2023

PD: PARTITO DI RIFERIMENTO SOCIALE

 

PD PARTITO DI "RIFERIMENTO SOCIALE" di Franco Astengo


Riassume "Il Manifesto" (12 settembre) riferendosi al PD e all'intervento della segretaria del Partito a Ravenna .

"Da formazione piglia tutto a forza che parla "a chi sta in basso". Schlein annuncia un PD rovesciato. Ma per riuscirvi davvero deve andare oltre gli slogan. Portando i dem a fare il contrario di quello che hanno fatto fin qui".

Come può essere interpretata sul piano politico questa efficace sintesi ?

1) Non certo come un approccio alla riduzione del partito a "entità di nicchia" radical/massimalista (anche se le affermazioni della segretaria al momento della mini-scissione ligure non sono apparse del tutto convincenti):

2) Dal "catch all party" si esce in due direzioni: o quella dell'involuzione del modello nel senso del "partito personale" oppure in una forma politica non puramente movimentista di "partito di riferimento sociale" posto nella ricerca di una identità collocata oltre a quella della "lotta di classe". Un partito che tenga conto dell'allargarsi e dello stratificarsi delle "fratture" nella post-modernità;

3) La seconda ipotesi, quella del "partito di riferimento sociale" sembra essere la strada che l'attuale vertice del PD intende perseguire proprio per "parlare a chi sta in basso";

4) Questa scelta presupporrebbe la rinuncia a star dentro a quella competizione maggioritaria inaugurata nel 1993 con l'elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti della Province e poi estesa alle elezioni politiche con diverse (in alcuni casi incostituzionali) formule elettorali;

5) Assunto il punto 4 l'unica possibilità di proiezione istituzionale del partito di "riferimento sociale" è quello della formula elettorale proporzionale che dovrà essere affrontata approntando un adeguato e articolato sistema di alleanze (rimanendo intatta la domanda di Dahl "Who governs ?")

6) Al partito nell'eventualità di muoversi nella dimensione indicata occorrerebbe disporre di due fattori: a) una forte vocazione ad esercitare pedagogia di massa per non cadere in una sorta di movimentismo populista; b) una forma inedita di ricambio del gruppo dirigente che però non potrà basarsi sulla semplicistica ricostruzione di un "inn circle" fondato su di un concetto di fedeltà al leaderismo transeunte ma dovrà tenere ben in conto il particolare fenomeno che si è avuto con il "doppio esito" della primarie e con il successivo scarso successo dell'ipotesi di modifica sostanziale nella composizione del corpo militante.

7) Infine occorre consapevolezza che l'eventuale completamento da parte del PD dello spostamento d'asse fin qui analizzato e la sua -altrettanto eventuale - in linea politica compiuta rimarrebbe comunque in una situazione di potenziale dialettica con soggettività legate a una rivisitazione critica dell'identità della diverse articolazioni della "sinistra storica" in Italia.


sabato 9 settembre 2023

LE TESI DEL MANIFESTO

 

LE TESI DEL MANIFESTO di Franco Astengo


"Il 9 Settembre 1970, su un numero speciale, Il Manifesto pubblica le Tesi con le quali intende aprire una fase costituente tra tutte le forze rivoluzionarie e proporre una piattaforma per l’unità della sinistra rivoluzionaria.

La necessità di un nuovo partito nasce da due spinte: 1) la necessità di staccarsi dall’Unione Sovietica, avviata a formare con gli Usa un unico blocco imperialista; 2) evitare di essere catturati dal riformismo del PCI e del PSIUP pienamente inseriti nel sistema.

Il terreno sul quale il nuovo partito dovrà posizionarsi sarà quello dei Nuovi Bisogni, dei consumi

sociali, della casa e della salute, della scuola, del movimento studentesco, della contestazione

femminista dei ruoli, senza dimenticare, ovviamente, il terreno dei bisogni più tradizionali della lotta antimperialista, della pressione sul salario, della riduzione dell’orario di lavoro e dello straordinario, dell’estensione degli organismi elettivi."

Così Leo Essen (Sinistra in rete) ricorda quell'evento politico di cui oggi ricorrono i 53 anni e aggiunge: "In particolare, nella Tesi 72, viene integrato un tema caro a Marcuse e ripreso da un passo dei Grundrisse destinato a diventare arci-famoso – un pensiero-guida.

Nel 1967 appare la traduzione italiana dell’Uomo a una dimensione. Il 25 maggio del 1968 Einaudi stampa la 7 edizione. A pagina 55 Marcuse piazza – integralmente – il passo dei Grundrisse: Il fondamento della produzione della ricchezza non è più il lavoro immediato compiuto dell’uomo, né il suo tempo di lavoro, bensì l’appropriazione della sua forza produttiva universale, del suo sviluppo come individuo sociale. Il furto del tempo di lavoro di un uomo, su cui la ricchezza riposa ancora oggi, appare allora come una ben misera base a confronto della base che la grande industria ha creato"..Con l’ingresso massiccio della scienza e della tecnologia nella produzione lo sviluppo economico da estensivo diventa intensivo. La fonte decisiva della produzione allargata non è il lavoro umano diretto ma il patrimonio sociale delle conoscenze, fino a rendere possibile un’espansione costante della produzione attraverso un uso sempre più efficace del

capitale costante dato. Trionfo del lavoro morto sul lavoro vivo. Fine della differenza tra lavoro

produttivo e improduttivo.

Che cos’è allora il proletariato, se non è più produttore di valore (e plusvalore)?"

Nel corso degli anni a questa domanda non si è riusciti a fornire una risposta convincente.

La richiesta avrebbe dovuto essere quella di un "prossimo illuminismo: un rapporto più umano con scienza e tecnologia". Un rapporto dettato diversamente da quello di "integrazione" nel processo di rivoluzione passiva.

Nel turbinio dei fatti di questi 50 anni è rimasto così sospeso l'interrogativo di fondo: quale "politica" potrebbe servire come tramite e governo di diffusione di questo nuovo illuminismo e di questo diverso rapporto tra l'agire umano in funzione sociale e l'apparente "neutralità" della relazione tra scienza e tecnologia?

Un interrogativo particolare in tempi nei quali appare dominante la tecnica economica per il cui dominio ricompare lo spettro della guerra globale?

La pretesa dell’affermazione piena del marginalismo quale fattore teorico fondamentale su cui si è basata l’offensiva neo-liberista fin dagli anni’80 ha quindi prodotto accompagnandosi al clamoroso sviluppo di una innovazione tecnologica misurata sull'affermazione del "virtuale" effetti molto precisi dei quali forse si comincia soltanto adesso a rendersi pienamente conto.

La scienza economica è stata intesa come una disciplina autoreferenziale che finisce con l'assorbire ogni tensione conflittuale proveniente dal mondo della politica assumendo integralmente un ruolo di governo fondato sul funzionamento del mercato concepito come istituzione autoregolata.

Un'autoregolazione in grado di massimizzare le proprie utilità esclusivamente secondo le curve della domanda e dell’offerta.

Insomma: “l’economics” al posto della “policy".

E' questo il punto che oggettivamente viene sollevato attraverso la riflessione sulla ricerca del "nuovo umano" rispetto alla "relazione secca" scienza/tecnologia.

Una vittoria piena, all’apparenza, della riflessione di Heidegger sull’essenza della tecnica.

Sul piano politico siamo di fronte alla creazione di una nuova oligarchia, indifferente alla realtà democratica e alle istanze sociali.

Come può essere possibile contrastare questa nuova dimensione egemonica, attraverso la quale sul piano concreto si sta cercando di porre quasi “al di fuori dalla storia” milioni di persone considerate semplicemente come oggetti da sfruttare.

Non sarà sufficiente riproporre la realtà di un’organizzazione politica degli “sfruttati” posta al di fuori e “contro” la realtà dell’unificazione tra economia e politica.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di riguadagnare tutta intera la dimensione politica dell’economia rovesciando completamente l’impostazione oggi temporalmente prevalente.

Così è necessario tornare a introdurre un principio di "contraddizione sistemica", nel rapporto di tensione tra scienza e tecnologia.

Deve riemergere una visione di “distinzione – opposizione” che non riguardi soltanto le finalità, per così dire, “ultime” nella prospettiva di costruzione di una società diversa, ma già nell’immediato con la ricostruzione di un principio di dialettica politica.

Una capacità dialettica politica non schiacciata sull'esistente e capace di porci al di fuori dal processo in corso di "rivoluzione passiva".

Anzi, l'espressione di una capacità di dialettica politica che pur nella scansione obiettiva di finalità limitate all’interno di successivi passaggi di transizione, risulti in grado di proporre un diverso, alternativo, edificio sociale.

In questi anni le forze della sinistra hanno finito con l’acconciarsi al ribadimento della catastrofe, senza riuscire in qualche modo ad allontanarla: se si pensa che sia ancora possibile, invece, un movimento di liberazione da quella stessa catastrofe che stiamo vivendo allora bisogna porsi, ancora, il tema del guardare in modo diverso al rapporto tra l’uomo e il mondo rispetto a quello stabilito, e apparentemente obbligato, dalla triade sfruttamento- appropriazione – dominazione.