“La lettura” (del Corriere della Sera) di domenica 16
Novembre ospitava sulle sue colonne un, per certi versi sorprendente,
intervento di Michele Salvati dal titolo: “La democrazia è in crisi, nulla di
nuovo. Inutile rimpiangere l’epoca dei partiti di massa. Il guaio è la carenza,
non l’eccesso di leadership”.
E, nel catenaccio: “I sistemi parlamentari hanno difetti
oggi aggravati da euro e globalizzazione. Gli elettori? Sono diventati un
pubblico”.
Nella parte conclusiva del suo intervento l’autore individua
le cause di questo stato di cose (sulle quali per la verità ci si sta
esercitando da qualche tempo anche con una certa intensità d’analisi):
“…è il mutamento che
ha condotto dai grandi partiti ideologici di massa ancora dominanti sino a metà
del secondo dopoguerra ai partiti attrezzati a operare nella “democrazia del
pubblico” come la chiama Bernard Manin”
Un passaggio che seconda Salvati ha determinato “il passaggio dall’oligarchia prodotta dalla
democrazia associativa a una forte personalizzazione della leadership: gli
elettori stanno a casa, sono diventati un “pubblico” atomizzato di fronte ai
quali i leader dei partiti (se ancora ci sono: più in generale gli imprenditori
politici) sciorinano, in televisione, la loro mercanzia sperando di carpirne il
voto, di indurli a comprarla. Che questo produca rischi di plebiscitarismo e
populismo è fuori di dubbio””.
Emergono così rischi di plebiscitarismo e cesarismo (sempre
secondo le definizioni di Salvati) da “non
paventare ogni volta che appare sulla scena un leader dotato di capacità d’iniziativa
e di decisione”.
L’altro elemento in una qualche misura sorprendente nelle
affermazioni di Salvati risiede però, in conclusione dell’intervento laddove,
per contrastare i rischi appena paventati, si evoca l’uso degli strumenti
costituzionali in modo da rafforzare la possibilità di allargamento della “leadership”
in modo da ovviare alla carenza che ha portato ai rischi di cesarismo, ma nello
stesso tempo si escludono i partiti quali soggetti adatti proprio alla
costruzione di questa nuova élite allargata.
Citando Max Weber Salvati conclude in questo modo “Sappiamo che ciò di cui la democrazia
maggiormente soffre è la mancanza di leadership individuali, di decisione e d’iniziativa,
non di suo eccesso”.
Come può essere possibile, invece, costruire una “élite
dirigente” collettiva e condivisa sul modello dell’intellettuale collettivo?:
quella “élite dirigente” che pare invece essere la sola risposta possibile al
cesarismo che pure Salvati denuncia, sia pure non opponendosi al leader
solitario dotato di “capacità d’iniziativa e decisione”.
Sarà bene intenderci subito su di un’affermazione
essenziale: la democrazia non è possibile senza partiti politici, perché il
“pluralismo si esprime anche in organizzazioni stabili, durature, diffuse, che
si chiamano – appunto – partiti” (Kelsen 1929, trad.it. 1966).
I partiti svolgono
funzioni non assolvibili da nessun’altra organizzazione e non soltanto dal
punto di vista della promozione elettorale, ma anche nei compiti oggi
largamente disattesi se non del tutto ignorati della partecipazione alla vita
pubblica, della formulazione di programmi, ai compiti di acculturazione di
massa e di vera e propria integrazione sociale.
Partiti che vivono ormai soltanto attorno a due fattori
determinanti: il potere di spesa e quello di nomina che nel caso del cesarismo
apparterebbero soltanto al “leader” e ai suoi cortigiani (quella nuova élite
non democratica che con termine giornalistico è ormai uso definire come “cerchio
magico”).
Il punto da rimettere in discussione fino in fondo, allora, è
quello riguardante il “come” si formano i gruppi dirigenti opposti alla
soggettivizzazione della leadership (quella che sta alla base del deleterio
fenomeno dell’individualismo competitivo), come avviene la selezione del
personale politico, come si costruiscono quelle élite chiamate al compito di
dirigere la vita pubblica.
In questo senso è necessario non cadere in un errore:
scambiare la capacità di direzione politica da parte dell’élite con il “governo
dei filosofi” basato esclusivamente sulla superiorità di una scienza
predeterminata considerando così la posizione soggettivamente elitaria
attribuita al singolo come insuperabile e inamovibile.
L’elemento fondante di un possibile aggiornamento della
“teoria delle élite” lo indica già lo stesso Vilfredo Pareto , allorquando
individua nell’eterogeneità sociale il costruirsi di una dicotomia ”stabile”
tra una classe superiore e una classe inferiore e indica l’unica possibilità
per ritrovare i migliori nelle posizioni di vertice nel continuo ricambio delle
élite e al passaggio d’individui da una classe all’altra (Sola, 2000).
Tocca però ad Antonio Gramsci costruire sul piano teorico la
nozione di élite, partendo dall’insoddisfazione per la definizione coniata da
Gaetano Mosca di “classe politica”.
Al pensatore sardo (“Quaderni del carcere” volume III,
edizione Einaudi 1975) la definizione “classe politica” appare “elastica e
ondeggiante”, dal momento che “talvolta essa sembra sinonimo di classe media,
altre volte è impiegata per indicare l’insieme delle classi possidenti, altre
volte ancora fa riferimento alla “parte colta” della società o, più
restrittivamente, al “personale politico” inteso come ceto parlamentare dello
Stato.
Per ovviare a questi inconvenienti e per ancorare la teoria
delle élite alla metodologia marxiana e alla teoria delle classi, Gramsci, che
pure utilizza in diverse occasioni il termine élite, propone di distinguere tra
classe dirigente e classe dominante.
Il criterio che egli adotta è direttamente riferito al
lessico marxista, ma tiene conto anche delle riflessioni di Pareto in tema di
“forza” e di “consenso”.
Premesso quindi che la supremazia di un gruppo sociale si
manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale”
Gramsci propone di chiamare classe dirigente quel gruppo che s’impone
attraverso il consenso, ovvero esercita l’egemonia sugli altri gruppi sociali.
Viceversa è classe dominante quel gruppo che s’impone
esclusivamente con la forza, con cui tende a liquidare o a sottomettere i
propri avversari.
Una classe può essere dominante e non dirigente oppure
dirigente e non dominante.
Per Gramsci una classe politica può essere veramente tale se
riesce a stabilire un corretto equilibrio nell’esercizio dell’egemonia.
Il tema della costruzione delle élite è quindi strettamente
connesso al tema dell’egemonia come conferma anche lo stesso teorico del
“governo” Robert Dahl (1958) allorquando indica che : l’élite deve costituire
un gruppo ben definito; le opinioni di questa élite debbono essere in contrasto
con quelle di ogni altro possibile gruppo analogo; in tali casi, implicanti questioni
politiche fondamentali le scelte dell’élite prevalgono regolarmente.
E’ proprio l’ultima affermazione che ci riporta
all’attualità perché è proprio l’assenza di capacità nell’individuare le
questioni politiche fondamentali che impedisce la formazione stessa delle élite
(mancando il presupposto indispensabile del “gruppo”) e di conseguenza la
possibilità di far prevalere una tesi sull’altra proprio per l’assenza di
definizione precisa dei termini di alternatività tra le tesi stesse.
Gli assunti di paradigma sui quali può poggiare il
rinnovamento di una ricerca attorno alla costruzione di una élite possono
essere così definiti: la politica è lotta per la preminenza e il potere va
concepito come “sostanza” e non come “relazione”; è necessario avere ben presente la distinzione tra potere reale e
potere apparente ed è questo un punto di grande importanza nei termini attuali
della post-globalizzazione e del ritorno al conflitto tra sovranazionalità e
nazionalità”; la lotta per il potere e l’attività politica in generale è fatto
“minoritaria” nella società; la conquista, il mantenimento, la gestione del
potere corrispondono alla capacità di coordinazione dei gruppi politici; la
società è una realtà irrimediabilmente eterogenea, gerarchica, e conflittuale;
ci si deve soffermare sul ruolo che le idee, i miti e le dottrine assumono nel
processo di legittimazione dell’autorità ( a proposito, per esempio, della mistificante
dottrina della “fine delle ideologie” propagandata fin dagli anni’80 dai gruppi
conservatori statunitensi e britannici).
In definitiva, il tratto essenziale della struttura di ogni
società consiste nell’organizzazione dei rapporti che intercorrono tra
governanti e governati, tra minoranza organizzata e maggioranza disorganizzata
e nelle relazioni che si stabiliscono tra i diversi gruppi che detengono ed
esercitano il potere: con buona pace di chi pensa come realistiche proposizioni quali quelle della
“democrazia diretta” e della “democrazia del pubblico”.
Sono questi gli elementi che debbono essere sottoposti alla
riflessione politica nell’attualità del disfacimento del sistema cui stiamo
assistendo : una riflessione da portare avanti attraverso un lavoro di studio
che punti, proprio per citare nuovamente Gramsci, alla riunificazione tra
teoria e prassi con un’ipotesi complessiva di trasformazione sociale collegata
a un élite ricostruita nell’interezza della sua identità di gruppo.
Naturalmente molte questioni sono state sottintese
nell’elaborare questo intervento: l’analisi delle diverse specie di élite
presenti in una stessa società, il tema delle relazioni tra le élite stesse e
le masse, l’approfondimento circa i meccanismi di legittimazione che debbono
essere attuati nell’acquisizione, nell’esercizio, nella detenzione e nel
rovesciamento del potere.
Si tratta di punti
essenziali da sottoporre, prima di tutto, a un non facile lavoro di vera e
propria “ricostruzione intellettuale”, quello al quale pensiamo ci si debba
dedicare con grande impegno in questa fase, senza dimenticare però l’attualità
drammatica dei fenomeni di vero e proprio arretramento di massa in corso sul
terreno delle condizioni di vita, dell’arretramento nella disponibilità di diritti
individuali e collettivi, nel restringimento dei termini di esercizio della
democrazia.
Per elaborare questo
intervento sono stati consultati questi testi : Giorgio Sola: “La teoria delle élite”,
“IL Mulino”, Bologna 2000; “I paradigmi della scienza politica” “Il Mulino”,
Bologna 2005. Antonio Gramsci “Quaderni del Carcere” edizione a cura di
Valentino Gerratana, “Einaudi” Torino 1975, Robert Dahl “Who Govern” (in Luigi Graziano:
Lobbyng, pluralismo, democrazia, Carocci Editore Roma 1995), Hans Kelsen “Essenza
e valore della democrazia” traduzione italiana di M. Barberis “IL Mulino”,
Bologna 1998.