domenica 30 novembre 2014

A TRE ANNI DI DISTANZA DALLA MORTE: ALLA SINISTRA ITALIANA MANCA IL "METODO MAGRI" di Franco Astengo



Nell’occasione del terzo anniversario della scomparsa saranno molti coloro che ricorderanno Lucio Magri: con questo intervento mi piacerebbe però rimarcare un aspetto rivolto più all’attualità che non al passato.

Si tratta di questo: manca alla sinistra italiana quello che vorrei definire come “metodo Magri”.

sabato 29 novembre 2014

A QUARANTACINQUE ANNI DA PIAZZA DELLA FONTANA: TERRORISMO E DEMOCRAZIA ITALIANA di Franco Astengo



Tra pochi giorni, il 12 Dicembre, ricorreranno quarantacinque anni dalla strage di Piazza della Fontana, snodo fondamentale nella storia della democrazia italiana.
Sarà del tutto naturale il presentarsi, nel campo della pubblicistica e dell’analisi storico-politica, di tutta una serie di importanti riflessioni su quell’avvenimento e sui  tragici fatti che seguirono negli anni che furono definiti “di piombo”.

venerdì 28 novembre 2014

“L’ASTENSIONISMO E’ UN FATTO SECONDARIO”: DOPO LA DICHIARAZIONE DI RENZI L’ITALIA E’ MATURA PER UN REGIME AUTORITARIO? di Franco Astengo

Questo ragionamento principia proprio dalla frase pronunciata dal Presidente del Consiglio e Segretario del PD, Matteo Renzi, al momento dell’esito del voto di domenica scorsa per le elezioni regionali di Calabria ed Emilia-Romagna “Abbiamo vinto, l’astensionismo è un fatto secondario".

ISTAT, A OTTOBRE DISOCCUPAZIONE GIOVANILE BALZA AL 43,3% (da Internazionale notizia di Aska News) con un commento (lapidario) della redazione di Perchè La Sinstra

  •  Un semplice commento: questi sono risultati della disastrosa poltica economica del governo Renzi

  • 28 novembre 2014
  • 10.03

Roma, 28 nov. (askanews) – Nuovo balzo della disoccupazione giovanile. Secondo i dati istat a ottobre i disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono 708 mila con un tasso di disoccupazione pari al 43,3%, in aumento di 0,6 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,9 punti nel confronto tendenziale.

I Predator a supporto delle operazioni di Polizia e Carabinieri da Contropiano.org. Con un commento (lapidario) della redazione di Perchè La Sinistra

 Se qualcuno cercava conferme circa il regime autoritario eccone di seguito una assolutamente probante.

  • Antonio Mazzeo
  • 62
I Predator a supporto delle operazioni di Polizia e Carabinieri
Dalle guerre in Afghanistan e Libia alla vigilanza di piazze, cortei, manifestazioni e azioni di lotta contro le politiche di austerity del governo italiano. I “Predator” dell’Aeronautica militare, dopo essere stati schierati nei principali scacchieri di guerra mediorientali e africani saranno messi a disposizione delle forze di Polizia e dei Carabinieri per interventi d’ordine pubblico e vigilanza del territorio. Nei giorni scorsi è stato firmato a Romaun accordo che prevede il “concorso con i velivoli senza pilota Predator ad attività istituzionali della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri”, riferisce il Comando dell’Aeronautica italiana. Il protocollo d’intesa, mai discusso in sede parlamentare, è stato siglato dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica gen. Pasquale Preziosa, dal Capo della Polizia Alessandro Pansa e dal Comandante Generale dei Carabinieri, gen. Leonardo Gallitelli.
L’uso dei “Predator” in funzione di controllo interno rappresenta l’ennesimo salto di qualità nella gestione “militare” dell’ordine pubblico, in linea con le più recenti elaborazioni strategiche in ambito Nato (le cosiddette Urban Operations) che propongono l’intervento in future operazioni urbane anti-sommossa di reparti super-specializzati e super-armati di professionisti formatisi nelle operazioni di “guerra asimmetrica” in Iraq e Afghanistan. I velivoli a pilotaggio remoto che l’Aeronautica metterà a disposizione di Polizia e Carabinieri saranno gli RQ-1A e RQ-9B in possesso del 32° Stormo con sede ad Amendola (Foggia). La versione più vecchia del “Predator” è lunga 8,2 metri, ha una larghezza alare di 14,8 m e può raggiungere una velocità di crociera di 135 km/h e un’altitudine di 7.800 metri. L’RQ-9B, noto anche come “Reaper”, è una versione più aggiornata e sofisticata del drone prodotto dall’holding statunitense “General Atomics”: ha una lunghezza di 11 metri, un’apertura alare di 20 e può volare a 440 Km/h e a 15.000 metri dal suolo.
I “Predator” hanno la capacità di rimanere in volo per lungo tempo (oltre 20 ore) nell’area di operazione, con possibilità di essere dirottati in qualsiasi momento verso nuovi obiettivi. I velivoli senza pilota vengono impiegati normalmente in missioni d’intelligence, sorveglianza e acquisizione dei target, grazie all’impiego di avanzati sistemi di scoperta elettro-ottici ed infrarosso, diurno e notturno, e di potenti radar per l’individuazione di obiettivi di superficie. In via secondaria i “Predator” sono impiegati dalle forze armate  nell’ambito di operazioni di pattugliamento aeronavale, ricerca e soccorso. “Questi velivoli a pilotaggio remoto sono in grado di assolvere un’ampia gamma di compiti dimostrando elevate doti di flessibilità, versatilità ed efficacia”, spiega il Comando generale dell’Aeronautica militare. “È possibile, ad esempio, rilevare la presenza di minacce quali ordigni esplosivi improvvisati che rappresentano il pericolo più insidioso e diffuso nei teatri operativi odierni. Possono inoltre essere effettuate missioni in ambienti operativi ostili, in presenza di contaminazione nucleare, biologica, chimica o radiologica, oppure acquisire dati ed informazioni relativi ad obiettivi di piccole e grandi dimensioni in zone potenzialmente oggetto di operazioni. Le caratteristiche di autonomia, velocità, persistenza e raggio d’azione, unite ai bassi costi di esercizio, rendono il Sistema uno degli strumenti migliori per il controllo dei confini, l’attività diretta all’antiterrorismo, il monitoraggio ambientale, il supporto alle forze di polizia, l’intervento in caso di calamità naturali e la sorveglianza del fenomeno dell’immigrazione clandestina”.
Nei mesi passati i “Preadator” del 32° Stormo di Amendola sono stati impiegati per il pattugliamento del Mediterraneo centrale nell’ambito dell’operazione aeronavale “Mare Nostrum” condotta dalle forze armate per contenere il transito delle imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo in fuga dal Nord Africa e il Medio oriente. Anche dopo il recente passaggio di consegne all’operazione Triton a guida Frontex, l’agenzia europea di contrasto all’immigrazione, i droni dell’Aeronautica continuano a volare nei cieli mediterranei con sortite fino ai confini meridionali della Libia con Ciad e Sudan. Anche in passato, i droni dell’Aeronautica militare erano stati impiegati in operazioni di “sicurezza interna” e controllo dell’ordine pubblico a favore della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri: ad esempio, durante il vertice intergovernativo Russia–Italia, tenutosi a Bari nel marzo 2007 o il G8 dell’Aquila del 2009. Con l’accordo dei giorni scorsi, l’Aeronautica militare entra a pieno diritto nella “prevenzione anti-crimine” in territorio italiano: i suoi droni grandi fratelli, potranno spiare liberamente comunità e singoli cittadini, 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno.
La prima batteria di “Predator” fu utilizzata dal 32° Stormo di Amendola dalla base di Tallil, in Iraq nel gennaio 2005, in supporto del contingente terrestre della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i droni furono trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan (RC-West), dove hanno continuato ad operare ininterrottamente sino ad oggi. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto hanno avuto un ruolo guida per consentire i bombardamenti dell’Aeronautica italiana e dei partner della coalizione internazionale anti-Gheddafi. Lo scorso mese d’agosto, due “Predator” sono stati schierati a Gibuti, in Corno d’Africa, nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta” e a supporto delle forze governative somale in lotta contro le milizie di Al Shabab. A fine ottobre, altri due velivoli senza pilota dell’Aeronautica militare sono stati trasferiti nello scalo aereo di Kuwait City per operare a favore della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Adesso è l’ora della guerra sul fonte interno.

giovedì 27 novembre 2014

IL SOGGETTO POLITICO E LE CHIAVI DEL CONFLITTO di Franco Astengo



“ A situazione eccezionale, risposta eccezionale”: questo banale sillogismo potrebbe essere applicato alla situazione politico-sociale dell’Italia in una fase nella quale la drammatica temperie della gestione capitalistica sta pigiando sull’acceleratore dell’aumento delle diseguaglianze, dell’impoverimento generale e della riduzione degli spazi di democrazia spinta fino alla costruzione (già in atto) di un regime autoritario.

UNA NOTA SULL'ASTENSIONISMO ELETTORALE di Felice C. Besostri

Sulla astensione  attiro l'attenzione su quel passo della memoria presentata per l'audizione della Prima Commissione Senato sulla legge elettorale. Scritta prima delle elezioni regionali anticipate non ne ho parlato. Ora son per una regola che le elezioni se non partecipa il 50% vanno ripetute e con altri candidati. Premi di maggioranza e liste bloccate saltano se non partecipa la maggioranza assoluta degli aventi diritto, che serve anche per andare a ballottaggio. Penso al ruolo positivo che ha giocato la regola sovietica che le elezioni non fossero valide nei singoli collegi se non partecipava la maggioranza assoluta degli elettori. Era concepita come correttivo alla pratica del candidato unico. Nelle elezioni  SEMI-LIBERE del giugno 1989 in Polonia i risultati, grazie ad un accordo preelettorale avrebbero dovuto dare una maggioranza artificiale al POUP e partiti Alleati lasciando Solidarność minoranza nel Sejm. Grazie a QUELLA NORMA LA MAGGIORANZA FU RIBALTATA NELLA RIPETIZIONE DELLE ELEZIONI. Se non diamo un peso legale alle astensioni dal voto si faranno sempre commenti alla Renzi. Un precedente c'era ma solo per i piccoli comuni. In caso di una sola lista di candidati le elezioni dovevano essere ripetute se non andava a votare la maggioranza dei cittadini. Ovviamente dopo la riforma dei sindaci eletti direttamente e ballottaggi, quella norma saggia non c'è più


LO SCANDALO DEGLI EX-CGIL CONTRO LO STATUTO DEI LAVORATORI di Giorgio Cremaschi



Ci sono comportamenti che non possono essere ascritti alle diversità di ruoli e funzioni. La Cgil chiederà a milioni di lavoratori il 12 dicembre di fare a meno di 8 ore di prezioso salario per scioperare contro il jobact. Tutti gli ex dirigenti della Cgil eletti con il PD han votato a favore di quella legge contro la quale i loro ex rappresentati scenderanno in lotta. Guglielmo Epifani è stato il predecessore e anche colui che ha costruito l'elezione di Susanna Camusso, Cesare Damiano é stato vice segretario della Fiom, Valeria Fedeli, vice presidente del senato, è stata segretaria generale dei tessili. Assieme a loro molti altri dirigenti di categorie e strutture confederali meno conosciuti, in qualità di parlamentari del PD oggi votano il Jobact. È un fatto politico rilevante, un danno enorme per la Cgil, altro che lobby dei sindacalisti in parlamento. Nella tradizione laburista britannica i dirigenti sindacali  che diventano deputati portano nelle istituzioni gli interessi della loro organizzazione. Da noi i parlamentari di provenienza Cgil non fanno neanche obiezione di coscienza di fronte ad un provvedimento che provoca dolore e rabbia nei loro ex rappresentati. Cioè coloro, per essere ancora più chiari, a cui qualcosa dovrebbero, visto che stanno dove stanno proprio in virtù delle lunga carriera sindacale.

mercoledì 26 novembre 2014

AUTOCONVOCAZIONE: METODO E MERITO DELL’INIZIATIVA POLITICA di Franco Astengo



I temi della personalizzazione della politica, della crisi della struttura dei partiti, la vocazione all’accomodamento negli anfratti del potere istituzionale, l’incapacità di elaborare politicamente i termini del moderno conflitto sociale, lo smarrimento delle coordinate di fondo della propria identità e della relativa autonomia costituiscono gli elementi teorici posti alla base della scomparsa, all’interno del sistema politico italiano, di una soggettività comunista in grado di porsi all’altezza delle contraddizioni dell’oggi, dello scontro sociale in atto, dell’attacco sferrato – insieme – alle condizioni materiali di vita di gran parte dei ceti sociali e alle stesse possibilità di agibilità democratica come previste dalla Costituzione Repubblicana.

Una Sinistra per salvare il Paese.di Gim Cassano


Più volte, e da più parti, si è affermato che una peculiarità delle vicende dell’Italia negli ultimi decenni sia quella dell’avvitarsi e del mutuo amplificarsi, in una molteplicità di rapporti causa/effetto, di aspetti di crisi politica, istituzionale, economica, sociale. Pur non essendo questa la sede per descrivere i caratteri specifici dei diversi aspetti della crisi italiana, che mi sembra che siano stati sufficientemente analizzati, questa constatazione, che condivido, porta alla necessaria conseguenza che le difficoltà che il nostro Paese incontra nel superare una crisi che non ha solo caratteri economici, e che preesiste alla crisi finanziaria del 2008, richiedano approcci sistemici e non settoriali. 

martedì 25 novembre 2014

ELEZIONI REGIONALI: UNO SPUNTO DI ANALISI A SINISTRA di Franco Astengo



L’ennesima dimostrazione di superficialità politica dimostrata da Matteo Renzi affermando che “l’astensionismo è un problema secondario” non toglie nulla alla gravità di una situazione che vede un sistema politico come quello italiano attraversato, ormai da diverso tempo, da livelli di mobilità elettorale molto elevati e rivolti in diverse direzioni, fino ad assumere una tendenza inequivocabile in direzione dell’astensionismo.

lunedì 24 novembre 2014

EMILIA ROMAGNA, CALABRIA: IL REGIME E' SEDUTO SUL BARILE DI POLVERE DELLA DISAFFEZIONE DI MASSA di Franco Astengo




Era facilmente prevedibile: il dato di maggior interesse al riguardo dell’esito elettorale in Emilia-Romagna e Calabria era rappresentato dalla crescita dell’astensione.
I dati adesso ci indicano che quell’attesa era più che giustificata: in particolare in Emilia i risultati indicano l’esplosione di un vero e proprio fenomeno di massa dimostrando come la disaffezione al voto abbia raggiunto livelli fino a qualche tempo fa impensabili, in particolare nella situazione di una grande regione “rossa”: non siamo certo al “riallineamento fisiologico ai trend delle grandi democrazie europee” ma si può ben dire, invece, che il regime è seduto per davvero sul barile di polvere di una vera e propria disaffezione di massa.

ELEZIONI E DEMOCRAZIA di G.Angelo Billia


Un tempo, quando la percentuale di votanti s’aggirava attorno al 90%, si bollava col termine qualunquista l’esigua minoranza che non aveva votato. Si potrebbe dire che i media di regime fanno di tutto per allargarla, ma non sarebbe una risposta confacente alle domande che si pongono.
Termini come democrazia elettiva e Repubblica democratica erano il faro che induceva i più a recarsi alle urne. I padri della Repubblica, i partigiani, ci hanno dato questa democrazia e il non voto costituisce un insulto, dicevamo. Sbagliavamo, trasformando il nostro desiderio in verità assoluta.
Fin da subito la Repubblica è divenuta dominio incontrastato della borghesia e del clero, attraverso i partiti che più li rappresentavano,quindi di quelle stesse forze che avevano creato e sostenuto il fascismo. L’operazione è stata resa possibile dalla mobilitazione del capillare apparato propagandistico che così egregiamente aveva sostenuto il ventennio.
Erano gli anni della Costituzione varata, ma “non ancora” applicata. Anni in cui si diceva: lo strumento c’è, è solo questione di tempo per portare nella stanza dei bottoni chi non ha mai governato. La “via italiana al socialismo” innestandosi sullo strumento democratico costituzionale, per molti era ancora la risposta possibile della classe lavoratrice al regime, il quale in realtà si stava restaurando giocando sull’equivoco.
L’apparato giudiziario, militare e burocratico del regime fascista, grazie anche alla munificenza “comunista” continuava ad operare indisturbato all’interno del nuovo Stato, mentre i combattenti partigiani venivano in gran parte restituiti allo sfruttamento dei vecchi, nuovi padroni.
Negli anni la Costituzione è rimasta fondamentalmente lettera morta, né poteva essere diversamente e la “via italiana al socialismo” è divenuta sempre più la scalata al potere borghese, da parte di un ceto politico sedicente comunista, che per anni si è arrabattato, di cedimento in cedimento, per acquisire credibilità nel suo servilismo.
La cosiddetta Europa unita, concepita per dare agio alla classe dominante di spogliare le masse lavoratrici, limitando le contraddizioni interimperialistiche che avevano portato allo scannatoio della seconda guerra mondiale, ha trasferito su scala europea il processo di normalizzazione del potere assoluto della borghesia.
Oggi più d’uno si appiglia ancora all’indignazione per lo svuotamento delle prerogative di rappresentanza democratica del parlamento. Lo stesso pronunciamento della Corte costituzionale lo rende illegittimo anche formalmente.
Vale però la pena, qualche volta, di por mente locale sulla democraticità di tale organismo anche negli anni precedenti al pronunciamento della Corte. Qual è il principio d’alternanza democratica di un organismo al quale si accede solo se non si è in radicale opposizione al sistema? Eppure una foto del Parlamento dal dopoguerra ad oggi, ci restituisce proprio l’immagine di opposizioni che, quando ci sono, lo sono sempre rigorosamente in compatibilità col sistema stesso, a prescindere dal colore politico che amano attribuirsi.
Non c’è nessun interesse da parte dei derubati, termine che non rende affatto il livello di prevaricazione delittuoso nel quale è tenuta la maggior parte della popolazione, nessun interesse oggettivo a cambiare il sacco con cui i ladri portano via il maltolto. Quindi è vano e deviante attribuire una valenza democratica al maggior o minore numero di votanti.
Si dovrà pur dire, prima o poi, che senza una società autenticamente strutturata democraticamente, il parlamento, mancando fisiologicamente dell’unica opposizione autentica, quella d’alternativa, finisce con l’essere esso stesso parte integrante del regime!
Il regime e con esso le sue strutture istituzionali sono illegittimi e lo sono sempre stati. Lo si deve al fatto che i flussi d’opinione sono artatamente deviati su fattori secondari, che escludono qualsiasi serio approfondimento sulla natura stessa della democrazia. Ciò è reso possibile da due fattori concomitanti ed interconnessi, il primo è costituito dall’assillo della sopravvivenza, che chiude quasi ermeticamente la possibilità di pensare in modo organico un po’ più in là del pranzo e della cena, il secondo è il monopolio borghese dei media, che propone anche le cose più inverosimili come verità provate.
Una gigantesca distrazione di massa, paragonabile senz’altro a quella che ha permesso al fascismo di trascinarsi dietro buona parte della popolazione, fa sì che non ci si renda conto che, sul piano nazionale, l’operazione patrocinata da Napolitano è il sigillo di un processo iniziato nelle segrete stanze, quando ancora non era scritta la parola fine al nazifascismo europeo.
Superando anche formalmente, la mai applicata Costituzione democratica, in nome degli interessi della borghesia europea e non solo, si attua un progetto teso a confermare l’assoluta sudditanza delle masse lavoratrici agli interessi del capitale.
Non sempre il mancato voto sottintende una comprensione dell’imbroglio e certo, di per sé non aiuta a costruire l’alternativa, ma certamente denota delle crepe nel meccanismo truffaldino costruito per ingannare tutti.
Fingere che tutto questo preluda ad un rafforzamento delle possibilità reali dell’alternativa al sistema e pensare che ciò si possa fare senza l’organizzazione politica di classe, è il modo più sicuro per dare una mano alla borghesia e sospingere milioni di dissenzienti nelle mani del populismo fascista.

LA LOTTA CONTRO I DUE MATTEO di Giorgio Cremaschi



A me non stupisce che Matteo Renzi esalti il successo del PD alle regionali ignorando , anzi persino valutando con un certo compiacimento, il fatto che in Emilia Romagna abbia votato un elettore su tre. Quando solo poco tempo fa votavano in nove su dieci. Nella concezione autoritaria  della governabilità e nel decisionismo di cui il segretario presidente è solo l'ultimo esponente, la partecipazione popolare è solo un incomodo o un fastidio. Se votano solo tre persone e si ha la sicurezza di ottenere il consenso di due di esse va bene, in meno si decide è meglio è. 
Gli altri dovranno  solo ubbidire.

Report della riunione di Ross@ a Bologna, sabato 22 novembre

Sabato 22 novembre a Bologna si è tenuta la prima riunione dell'esecutivo nazionale di Ross@ emerso dopo l’assemblea nazionale del 5 ottobre. Presenti i rappresentanti delle realtà territoriali di Milano, Mantova, Brescia, Padova, Trieste, Genova, Bologna, Parma, Pisa, Roma, Napoli, Puglia e del gruppo di continuità.

domenica 23 novembre 2014

TRA DESTRA E SINISTRA UNA IMPRESSIONANTE SUPERFICIALITA’ di Franco Astengo




TRA DESTRA E SINISTRA UNA IMPRESSIONANTE SUPERFICIALITA’ CON LA QUALE VIENE TRATTATO IL TEMA DELL’IDENTITA’ DELLA SINISTRA (E MALDESTRAMENTE LA SI RIVENDICA) COSTRINGE A RECUPERARE PER INTERO IL PERCORSO FILOSOFICO ATTRAVERSO IL QUALE DA CIRCA UN SECOLO E MEZZO LA SINISTRA HA SVILUPPATO IL SUO MODO D’ESSERE NELLA SOCIETA’ E NELLA POLITICA. SI TRATTA DI PASSAGGI DIMENTICATI E CHE SI VOGLIONO CANCELLARE DEL TUTTO MA CHE DOBBIAMO RIVENDICARE CON ORGOGLIO PERCHE’ SU DI ESSI SI E’BASATA NON SOLTANTO L’AZIONE POLITICA MA LA REALTA’ SOCIALE E CULTURALE DEL PROLETARIATO E DEL MOVIMENTO  OPERAIO NEGLI ANNI GLORIOSI DEL RISCATTO SOCIALE , DELLA PRESENZA POLITICA, DEI TENTATIVI DI INVERAMENTO DELL’IDENTITA’ DELLA LOTTA DI CLASSE NEL CUORE DELL’AZIONE POLITICA.

L'EUROPA NON RINNEGA PIU' IL NAZISMO (dal sito di Contropiano.org articolo di Dante Barontini) con un commento della redazione di Perchè La Sinistra



EL'Europa non rinnega più il nazismo 
E' questo l'esito di una lunga operazione di smarrimento della memoria, di negazionsimo avviato sulla scia delle opere di Nolte, di oblio dei valori fondamentali di rispetto per il genere umano, per la dignità, la libertà singola e collettiva.
Il nazismo non si condanna più perchè tutto ormai appare indifferente a qualasiasi gerarchia di valori, tutto affogato nel consumismo, nell'indifferenza dell'individualismo, nel considerare "nulla" chi ci sta accanto. Sono consderazioni banali, ma sono le considerazioni più profonde, ben oltre i grandi discrimini della storia.
L'antifascismo, l'antinazismo non dovrebbero essere oggetto di grandi proclamazione retoriche ma parte integrante del quotidiano di tutti noi.
Un rifiuto così clamoroso, proprio all'interno del consesso nato per garantire la pace proprio all'indomani della sconfitta del mostro, porta a ciascheduno di noi problemi di coscienza: dovremmo interrogarci, così come dovrebbero farlo i grandi soggetti culturali, dell'aggregazione sociale, dell'identificazione politica.
Ciò invece non avviene ed è  proprio questa la grande sconfitta morale.
Una sconfitta che si realizza davanti a quella Hannah Arendt definì "banalità del male" e contro la quale non vorremmo davvero arrenderci, continuando a lottare soprattutto sul piano delle idee, perhè i cervelli continuino a funzionare alenando ancora il bene di una umanità smarrita.
Naturalmente tutto questo ha un suo risvolto preciso sul piano dell'attualità e riguarda il fatto che è stata la Russia a presentare la mozione.
Si smarrisce la memoria storica soltanto per un fatto di attualità: un elemento che segnala l'estrema gravità della situazione internazionale con il ritorno del bipolarismo e l'avanzarsi concreto di pericoli di guerra.

Israele pronto a diventare "Stato della Nazione ebraica". Il decreto di Benjamin Netanyahu spacca il Paese (dall'Huffinghton Post) con un commento della redazione di PERCHE' LA SINISTRA (dall' L'Huffington Post)


Israele come il Sud Africa dell'apartheid con la divisione religiosa al posto di quella razziale? E' questo il senso che si può intendere dalla decisione del governo israealino di far diventare Israele "lo stato-nazione del popolo ebraico". Una decisione osteggiata all'interno dello stesso Consiglio dei Ministri che rappresenta una scelta di gravità inaudita per gli stessi equilibri internazionale e le -sia pure labili- prospettive di pace.
Una situazione che assume accenti di gravità inaudita.
La Comunità Internazionale sembra tacere: sarà troppo augurarci un intervento più deciso di una semplice tentativo di "moral suasion"?

sabato 22 novembre 2014

DOPO LE DICHIARAZIONI DI RENZI: LO SCIOPERO DEL 12 DICEMBRE SNODO FONDAMENTALE PER LA DEMOCRAZIA IN ITALIA di Franco Astengo



Le dichiarazioni rilasciate da Renzi al riguardo del ruolo del sindacato e dello sciopero del 12 Dicembre rappresentano un punto importante, quasi decisivo, nel suffragare l’analisi che insiste sul fatto che in Italia si sia già formato un regime autoritario imperniato sul ruolo del PD come “Partito della Nazione” all’interno di una sorta di “monopartitismo imperfetto”.

venerdì 21 novembre 2014

LA DESCRIZIONE DELLO STATO DI COSE IN ATTO NON E’ FARINA DEL NOSTRO SACCO MA L’INTERROGATIVO RIMANE QUELLO DI SEMPRE “SOCIALISMO O BARBARIE” di Franco Astengo



“Il mito della continua crescita economica non è più che un mito; il lavoro sta cessando di avere un valore coesivo tra individui e strati sociali; aumenta sempre più il divario tra chi ha e chi non ha, così come la differenza tra i destini dei singoli o tra ciò che significa vivere in un luogo e non in un altro; mentre la secolarizzazione aggredisce alla radice l’intero mondo valoriale e simbolico dei tradizionali rapporti tra gli individui.
In tutta l’Europa, insomma, si profila una crisi profonda dai contorni ancora imprecisi ma di sicuro inquietanti improvvisamente la democrazia si è trovata davanti  a un ospite inatteso: la povertà in crescita.
Mentre masse sempre più ampie appaiono ideologicamente allo sbando, mentre si afferma dovunque e a ogni occasione un rabbioso sentimento di rivolta contro l’élite”.

Il ritorno del fascismo nel capitalismo contemporaneo di SAMIR AMIN (Articolo originale: http://monthlyreview.org/2014/09/01/the-return-of-fascism-in-contemporary-capitalism/)

Non è per caso che il titolo stesso di questo contributo collega il ritorno del fascismo sulla scena politica con la crisi del capitalismo contemporaneo. Il fascismo non è sinonimo di un regime di polizia autoritario che rifiuta le incertezze della democrazia parlamentare elettorale. Il fascismo è una particolare risposta politica alle sfide che la gestione della società capitalistica può trovarsi di fronte in circostanze specifiche.

I fascismi di Renzi di ELIO PESCIO



Dal Manifesto (quotidiano ormai poco comunista, ma non cieco fino a questo punto) si evince che la misura  è “quasi” colma, CGIL sposta lo sciopero generale al dodici, (chissà perché sempre di venerdi?) per ottenere maggiori adesioni…. Ma come signora Susanna le piazze hanno parlato, gli sbirri hanno picchiato, Renzi ha perso il sorriso, e la CGIL? Proroga uno scioperetto di 4 ore per manifestare lo sdegno.

TOR SAPIENZA TRA VERITA' E MENZOGNE(articolo di Giulia Capozzi da In Terris) per il tramite di MIMMO FILIPPI


FATTI NUOVI: il mondo si muove, ma non intorno all’ombelico della sinistra italiana di FELICE C.BESOSTRI



In Germania per la prima volta, nel Land tedesco orientale della Turingia, si è fatta una coalizione rosso-rosso –verde con un Presidente del Land della Linke. Maggioranze SPD- Linke o, in passato, SPD-PDS non sono una novità, reggevano fino a   alle elezioni scorse un Land come Berlino e tuttora il Brandeburgo.  Purtroppo queste maggioranze sono state sconfessate in altri Land dai risultati elettorali dopo una legislatura o al massimo due. Questa maggioranza in Turingia sarebbe stata posibile già nel 2009, pur di realizzarla la Linke era disposta ad affidare la Presidenza del Land ad una esponente della sinistra SPD.Nel 2009 i Verdi non erano necessari in quanto la  coalizione rossa-rossa aveva la maggioranza assoluta di 45 seggi su 88 del Landtag con i 27 della Linke e i 18 della SPD. La nuova coalizione nasce da una pesante sconfitta della SPD che scende a 12 seggi e con la Linke che aumenta a 28, da qui la necessità di allargare ai Verdi, che hanno mantenuto  i 6 seggi del 2009. Questi fatti rendono più significativa politicamente la scelta della SPD, che ha imputato la sconfitta alla Grande Coalizione con la CDU. La coalizione ha infatti premiato la CDU che guadagna a coalizione ha infatti premiato la CDU che guadagna 4 seggi su i 30 del 2009. La Grande Coalizione avrebbe mantenuto la maggioranza con 46 seggi sui 91 del Landatag, quindi  pari a quella della coalizione rosso-rosso-verde ( 28+12+6). In termini assoluti la sinistra non è progredita perché la CDU guadagna 4 seggi e AfD( Azione per la Germania), il partito euroscettico, entra per la prima volta nel Landtag con 1 seggi, vampirizzando la FDP, che perde i 7 seggi del 2009 e resta sotto la soglia del 5%, con un misero 2,5% (- 5,2% rispetto al 2009). La destra non era in grado di fare coalizione non tanto per ragioni numeriche, 45 seggi su 91, ma politiche in quanto  sull’Europa la CDU-CSU sono alternative e in Germania non si fanno alleanze solo numeriche e i problemi non si risolvono attribuendo la maggioranza assoluta dei seggi alla lista di maggioranza relativa. In Turingia con il Porcellum  la CDU avrebbe avuto 49 seggi e con l’Italikum sarebbe andata al ballottaggio con la Linke.  Anche a sinistra ci sono problemi dentro alla SPD e alla Linke, quest’ultimi si preferisce ignorarli nella sinistra italiana, Nel caso della  Turingia la Linke aveva candidato alla presidenza del Land , come nel 2009, Bodo Ramelow, un tedesco dell’Assia, che si è traferito all’Est dopo la caduta del Muro e quindi totalmente estraneo al Passato della SED e della DDR. Non solo è stato tra i promotori nel gennaio 1997, ben 17 anni fa, della Dichiarazione di Erfurt( una città simbolo  della storia della socialdemocrazia tedesca che diede il nome al Programma di Erfurt del 1891, uno dei più radicali della SPD) di  appena una quarantina di artisti, intellettuali, sindacalisti e politici per più giustizia sociale e per un cambiamento politico attraverso una stretta collaborazione della SPD, dei Verdi e dell’allora PDS.  Un precursore in tempi in cui nella PDS c’erano settori per i quali ogni collaborazione con la SPD era tradimento e adesione al capitalismo. Credo che ci sia da imparare quando nella sinistra i socialisti in quanto tali sono da escludere da ogni progetto di una nuova formazione a sinistra del PD.

Stavolta le buone notizie arrivano in coppia. In neoeletto segretario della UIL, Barbagallo ha dato un segnale forte di discontinuità aderendo allo sciopero generale indetto dalla CGIL. Si deve sperare che si sviluppi un’iniziativa sindacale unitaria contro la deriva del Job Act. Le reazioni rabbiose non si sono fatte attendere e il ministro del Lavoro Poletti ne è stato il capofila. Ad una nuova sinistra con aspirazione a rappresentare la maggioranza degli italiani e non di fare testimonianza sono necessari molteplici apporti pluralisti, senza primi della classe. I socialisti che vogliono collocarsi a sinistra, anzi che già sono una parte indispensabile di una sinistra plurale saranno della partita. La maggioranza del PSI ha rinunciato a svolgere un ruolo politico, di questo va preso atto con rammarico, ma senza fermarsi in nostalgie o rimpianti, in questo senso la proposta di una Federazione Socialista avanzata dalla Rete Socialista-Socialismo Europeo è un tassello senza pretese di esclusivismo, autosufficienza e autoreferenzialità, che si può sviluppare anche nell’ambito dell’Iniziativa 21 giugno in perfetta autonomia delle sue componenti


giovedì 20 novembre 2014

DICHIARAZIONI OFFENSIVE DI RENZI NON TANTO VERSO IL SINDACATO MA VERSO LA REALTA' DELLA FATICA, DEL LAVORO, DEI SACRIFICI (notizia da Il Tempo.it) con un commento della redazione di PERCHE' LA SINISTRA

Le dichiarazioni di Renzi contro la proclamazione dello sciopero del 12 Dicembre e la segreteria della CGIL rappresentano un fatto di gravità inaudita perchè non riguardano tanto il merito della vicenda o il giudizio riguardante l'organizzazione sindacale per quello che questa adesso rappresenta con i suoi errori e i suoi enormi limiti di rappresentanza e di iniziativa.

Le parole di Renzi sono offensive, fortemente offensive, verso la storia dell'organizzazione operaia, verso la fatica del lavoro, le idee che su questa fatica hanno alimentato l'idea del riscatto sociale attraverso i sacrifici collettivi e personali di milioni di persone com'è stato nei momenti decisivi della storia del proletariato internazionale.

Renzi offende questa storia e questa realtà: se qualcuno aveva dei dubbi della natura reazionaria del personaggio ci sarebbe da dire che è in questa occasioneè stato servito da una dimostrazione lampante.

PRIMARIE CS:CAMUSSO AL VOTO, VITTORIA RENZI SAREBBE PROBLEMA

SENTENZA ETERNIT, PREVALE LA LOGICA DEL PROFITTO: RIDURRE I RISCHI DEL CAPITALE CON LA MORTE di Franco Astengo




Si sprecano i commenti alla clamorosa sentenza Eternit: tutti rivolti però (come del resto nell’attualità potrebbe anche apparire giusto) alla sottile diatriba tra giustizia e diritto.

Quella diatriba, anzi quel dilemma sciolto alla fine dalla Corte di Cassazione con la scelta del diritto: scelta opinabile in sé, drammatica nella fattispecie considerata la realtà delle questioni in atto e le loro drammatiche connessioni con la vita di tante persone. Una vita segnata da lutti, umiliazioni, sofferenze.

Tor Sapienza: se il rancore si trasforma in razzismo. (dal sito http://www.cronachediordinariorazzismo.org/ - 13 nov.) per il tramite di MIMMO FILIPPI




Per la seconda notte di seguito, il centro di accoglienza sito in viale Giorgio Morandi, nel quartiere Tor Sapienza -periferia est di Roma - è stato oggetto di una violenta aggressione. Bombe carta, pietre e fumogeni sono stati lanciati all’indirizzo del centro, che non ospita “circa 60 nigeriani”, come è stato scritto dalla maggioranza dei quotidiani: “in realtà è una enorme struttura su sei piani che ospita un CPA (centro di prima accoglienza dedicato ai minori stranieri non accompagnati), uno SPRAR (Servizio Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), una casa famiglia, e uffici della cooperativa”, sottolinea una operatrice della struttura. La cooperativa è Un Sorriso, che gestisce il centro su appalto del Viminale.

ETERNIT (riservato agli indignati) di G.ANGELO BILLIA


Beh? Che c’è di strano? Bisogna ringraziare che non ci strappano ancora le unghie, anche se, a ben vedere, qualche eccezione che conferma la regola deve pur esserci, no?

DISAGIO E CONFLITTO SOCIALE: IL RISCHIO E’ QUELLO DI UNA DERIVA A DESTRA? di Franco Astengo

In principio troviamo l’acutezza del disagio sociale: crescita delle diseguaglianze, impoverimento generale, cancellazione del welfare, immediatezza delle contraddizioni post-materialiste (da quella ambientale a quella etnica) che bruciano sulla pelle dei ceti più deboli.

UNA SENTENZA INACCETTABILE :Eternit, il pg della Cassazione: “Reato prescritto, annullare la condanna” (dal Fatto quotidiano.it) Con un commento della redazione di Perchè La Sinistra

“La prescrizione non risponde a esigenze di giustizia ma ci sono momenti in cui diritto e giustizia vanno da parti opposte” Queste parole del sostituto procuratore Iacoviello sono la testimonianza dell'impraticabilità di tenere assieme proprio diritto e giustizia in una divaricazione nella quale le nostre coscienze non trovano sollievo e visione del futuro.

Questa sentenza rappresenta una sconfitta dell'animo umano.

Eternit, il pg della Cassazione: “Reato prescritto, annullare la condanna”
Giustizia & Impunità

mercoledì 19 novembre 2014

DEMOCRAZIA ITALIANA: CHE FINE HA FATTO IL SUFFRAGIO UNIVERSALE? di Franco Astengo



Giampiero Cama, Giovanni Battista Pittaluga ed Elena Seghezza, in un loro saggio dal titolo “Suffragio Universale e Poteri del Parlamento” pubblicato nel numero di Agosto dei “Quaderni di Scienza Politica” segnalano una significativa ripresa di studi sul concetto di suffragio universale e sugli esiti determinati dall’estensione della possibilità di partecipazione dei cittadini al voto.

CONSIGLIO NAZIONALE DELL'ANPI DEL 25 OTTOBRE 2014- SINTESI DELLA RELAZIONE DEL PRESIDENTE CARLO SMURAGLIA

Sintesi della relazione introduttiva del Presidente Nazionale, Carlo Smuraglia
indice–sommario
Premessa p. 1
1. Un anno di eventi, in Italia e fuori p. 1
1.1. gli eventi italiani
1.2. le vicende estere
1.3. i mutamenti politici e le alleanze
1.4. alcuni dati
1.5. valutazione complessiva
2. La posizione dell’ANPI su questo universo in difficoltà p. 3
2.1. le guerre – il rinnovamento della politica
la riforma del Senato
la riforma della legge elettorale. Altri Interventi legislativi
2.2. siamo legittimati ad assumere posizioni critiche?
2.3. le nostre iniziative e i nostri progetti
2.4. cosa ci proponiamo di fare
3. Le prospettive p. 9
3.1. L’ANPI verso il futuro
3.2. Il necessario rafforzamento organizzativo;
prime considerazioni e rinvio
3.3. Gli obiettivi (formazione, idealità, i giovani negli
organismi direttivi, la circolazione delle idee
3.4. Il nostro sistema informativo
3.5. Le nostre strutture. Rinnovamento nella continuità.
La coscienza critica
4. I pericoli per la democrazia p. 13
CONSIGLIO NAZIONALE DELL’ANPI
Chianciano 25 ottobre 2014
Sintesi della relazione introduttiva del Presidente Nazionale, Carlo Smuraglia
Non essendoci il tempo materiale per stendere una relazione completa, dati gli impegni
gravosissimi di quest’ultimo periodo, ma ritenendo opportuno fornire una traccia per la
discussione a chi intenderà intervenire nel dibattito, ho ritenuto utile predisporre una sorta di
sommario degli argomenti che saranno trattati nella relazione orale. La sintesi sarà maggiore sulla
parte, per così dire, storico-ricognitiva degli eventi e delle iniziative; e sarà invece più estesa per la
parte più attuale, problematica e proiettata verso il futuro.
Naturalmente, la relazione orale sarà registrata e in seguito trascritta - assieme alle conclusioni –
e sarà inviata a tutti i componenti del Consiglio Nazionale ed a tutti gli organismi provinciali, come
base di una discussione e di un confronto che, nei prossimi mesi, impegnerà tutta l’ANPI, appunto
verso il suo futuro, pur restando ancorata saldamente alla nostra storia.
1. Un anno di eventi, in Italia e fuori
1.1. Il Governo Letta – le Primarie del PD, la vittoria di Renzi: il brusco passaggio di consegne da
Letta a Renzi; l’insediamento del Governo Renzi il 12 Febbraio; gli impegni: ogni mese una
riforma, il cambiamento della società e della politica, le riforme; i provvedimenti più
significativi.
Riforma del Senato – legge elettorale; provvedimenti in materia economica (il bonus di 80
Euro); il D.L. (12 Marzo) sul contratto di lavoro a tempo determinato; desecretazione degli
atti relativi alle stragi; l’avvio della riforma della P.A.; il provvedimento “sblocca Italia”;
provvedimenti sulla giustizia civile.
Il cambiamento di passo. Il programma 1000 giorni, “passo dopo passo”. La legge delega sul
lavoro (Job’s Act) – approvata con la fiducia.
La legge di stabilità e l’attesa delle decisioni europee e del dibattito parlamentare (blindato?).
Nuovi annunci (il bonus alle mamme; valutazione sull’incremento di posti di lavoro).
Le Elezioni europee e il successo del Partito Democratico
1.2. Eventi diversi dalle vicende governative e legislative italiane:
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Secondo il Pontefice, è già scoppiata la terza guerra mondiale. Di fatto, ci sono state e ci sono
tante guerre in corso, tanta violenza. La “primavera” del mediterraneo, franata sotto la
rinascita dei poteri militari in Egitto e dell’islamismo in diversi Paesi. La difficile situazione
del Medio oriente. La guerra di Israele in Palestina e la durissima repressione a Gaza.
Problemi, difficoltà in tutto il Medio Oriente; rinasce, in altra forma, il terrorismo. La guerra
si affaccia anche ai confini tra Ucraina e Russia; un autentico pericolo per la pace in Europa.
Tendenze di destra antieuropea e xenofoba in varie parti di Europa.
La difficile formazione delle istituzioni europee.
Il dramma dell’immigrazione: l’operazione Mare Nostrum e i progetti di altre misure, meno
efficaci. Il relativo distacco dell’Europa.
1.3. In Italia, si consolida l’asse Renzi-Berlusconi, (dal patto del Nazzareno – 18 gennaio – in
avanti) e su questo si fondano le più rilevanti decisioni. Le difficoltà dei partiti di Governo. Le
difficoltà di tutti i Partiti (perdita di iscritti, di strutture, di autorevolezza e di capacità
propositive).
Un quadro allucinante di corruzione a tutti i livelli e di progressiva invasione delle mafie,
anche nelle aree non tradizionali.
Lo spostamento della Lega, gli accordi con le destre: un tentativo lepenista di porsi alla testa
di una destra “conservatrice e nera”. Gli sbandamenti del Movimento 5 Stelle.
La politica: la necessità assoluta di un vero rinnovamento, per collegarsi alle indicazioni della
Costituzione (art. 49).
Preoccupazioni per il populismo e per la diminuzione degli spazi di democrazia, di
rappresentatività e di esercizio della sovranità popolare.
Infine qualche dato:
- I più recenti dati ISTAT danno la disoccupazione al 12,3 % ( oltre tre milioni di
disoccupati), un numero elevato di precari; una consistente percentuale di inattivi (36,4 %).
- Da un sondaggio effettuato di recente su che cosa interessa di più gli italiani, risulta al
primo posto il lavoro; all’ultimo la riforma del Senato.
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1.4. Valutazione complessiva: una situazione difficile e precaria su tutti i fronti, interni ed esterni.
Tendenze preoccupanti e rischi per il Paese, nella crescente difficoltà di uscire finalmente
dalla crisi, mentre si spera ancora di risolverla sulla base dell’equità e della giustizia sociale. Il
distacco dei cittadini, l’indifferenza, la convinzione dell’ultima spiaggia e della mancanza di
alternative. Poca attenzione alle riforme costituzionali ed alle questioni di fondo (crescita,
sviluppo, creazione di posti di lavoro, trattamento “ dignitoso” del lavoro) e poco impegno –
dei cittadini e delle istituzioni – sul piano dell’antifascismo e della democrazia.
Perfino il movimento per la Pace si spacca (la marcia Perugia-Assisi).
Non ci sono opposizioni “ vere”, né fuori né dentro il Parlamento.
La minaccia dell’assenteismo sta cominciando ad investire perfino le Primarie (v. il caso
dell’Emilia Romagna).
2. La posizione dell’ANPI su questo universo in difficoltà
2.1. Abbiamo preso posizione – sia pure nei nostri limiti – sulla guerra Israele-Palestina, sul
conflitto Ucraina-Russia-Europa e sulla pace. Dovremo prendere posizione sul terrorismo
islamico, su “Frontex” per il Mediterraneo e, secondo alcuni, più netta per alcune determinate
situazioni. Cerchiamo, però, di attenerci a criteri generali, fondandoci sempre sulla libertà dei
popoli e sulla ricerca delle soluzioni pacifiche, non potendo addentrarci su terreni più
specifici, senza assumere posizioni pericolose anche per la nostra unità.
Cercheremo, attraverso un seminario che abbiamo in programma, di raggiungere una linea
unitaria sulla complessa e controversa questione dei confini orientali e degli esuli istriani.
Sulle questioni interne del nostro Paese, abbiamo preso posizioni molto nette sull’esigenza di
rinnovamento della politica, con un documento del 12 marzo 2014, che abbiamo richiamato,
anche di recente, riportandone il testo sulla Newsletter n. 135 del 1/8 ottobre. Con altro
documento dell’aprile 2014, come base e lancio per il Convegno all’Eliseo, abbiamo preso
posizione sulle Riforme, con un titolo significativo: “Riforme, rappresentanza, coerenza
costituzionale nel Parlamento: una questione democratica”. Su di esso si è svolta un’affollata
assemblea al Teatro Eliseo a Roma, manifestando contro il progetto di riforma del Senato e
contro quello della Legge elettorale, ponendoli come un problema di democrazia.
Abbiamo insistito su questa linea, nel corso del dibattito parlamentare, distribuendo un
opuscolo orientativo, cercando di parlare ai parlamentari ed ai cittadini. L’8 agosto, il progetto
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– con qualche modifica – è stato approvato al Senato: una prima lettura cui devono seguirne
altre tre, con una concreta possibilità che al termine ci sia il referendum.
La riforma del Senato. A nostro parere, è sbagliata, perché – nella sostanza – elimina il Senato
come vero organo di rappresentanza e di equilibrio. La soluzione approvata è inaccettabile ed
è certo, a nostro avviso, che non potrà funzionare. Meglio sarebbe stato cogliere l’esigenza
reale, che era quella di differenziare il lavoro delle due Camere, mantenendo ad entrambe
l’elettività, funzioni adeguate anche se diverse, e semmai facendo del Senato, davvero, una
Camera alta, anche per le maggiori competenze acquisite.
Comunque, sul punto, non ho che da rinviare a quanto ho scritto molte volte sulla Newsletter,
prima e dopo l’approvazione in prima lettura. Devo solo rilevare, per completezza, che si è
colta l’occasione della riforma per compiere altre due operazioni, certo non corrispondenti ad
esigenze democratiche: l’elevazione del numero delle firme richieste per l’iniziativa popolare
(da 50.000 a 300.000) e l’aumento dei poteri del Governo, sul calendario del Parlamento.
Anche in questo caso non occorrono commenti.
La riforma della legge elettorale. Siamo contrari, perché non si restituisce, come si era
promesso, la parola ai cittadini, non ammettendo preferenze o collegi nominali o altre
soluzioni che evitino il “Parlamento dei nominati”, prevedendo sbarramenti troppo alti e
premi di maggioranza eccessivi.
Il mix delle soluzioni fin qui approvate, a nostro avviso, pone serissimi problemi di
rappresentanza, di possibilità per i cittadini di esprimere la loro volontà e i loro intenti;
concentra in una sola Camera tutti i poteri, fa correre al Paese il rischio di un sistema
populista, con tendenze autoritarie. Per questo, si tratta di una questione di democrazia, la cui
riduzione di spazi si manifesta in molte altre forme, più volte da noi denunciate.
Altra tematica di cui abbiamo dovuto occuparci, necessariamente, è quella del LAVORO,
ripetendo – in varie occasioni – la necessità di un piano per la crescita, lo sviluppo, e
l’occupazione, al di là di misure contingenti (inutili ed in alcuni casi dannose) che mirano a
modificare le regole e il sistema del diritto del lavoro.
Da ciò una critica forte, non solo al provvedimento sul contratto di lavoro a tempo
determinato, ma anche a quello che è stato chiamato Job’s Act, nel quale – a prescindere da
alcuni aspetti potenzialmente positivi – non riusciamo a scorgere altro se non un disegno
liberista, basato sulla convinzione (errata) che ciò che incide su investimenti e consumi è il
costo del lavoro, laddove il problema è ben più complesso e gli ostacoli derivano – semmai –
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da una burocrazia inefficiente, dalla corruzione, dalla pressione e dai ricatti delle mafie.
Siamo assolutamente contrari, comunque, a che si rimetta in discussione lo Statuto dei
lavoratori, che si pretenda di abolire (per di più dal Governo) l’art. 18 e si cerchi anche di
distruggere o quanto meno ridurre quella norma fondamentale del Codice Civile, che impone,
a pena di nullità, di assegnare il lavoratore alle mansioni per cui è stato assunto.
Abbiamo più volte esercitato la critica su altri temi rilevanti sul piano delle nostre finalità quali, ad
esempio, tutti quei comportamenti e attività che incidono negativamente sulla democrazia: gli
accordi più o meno segreti, l’imposizione della volontà della maggioranza senza spazi per la
dissidenza e neppure per la discussione, svalutazione dei corpi intermedi, lo svuotamento del
Parlamento a vantaggio solo del Governo, le fiducie, i decreti-legge a contenuto variopinto, le leggi
delega contrarie all’articolo 76 della Costituzione, una sostanziale indifferenza delle istituzioni a
fronte delle crescenti manifestazioni di nazifascismo, in Italia ed in Europa, la politica
dell’annuncio (spesso fatto anche in sedi improprie) e così via.
Da ultimo dobbiamo esprimere il nostro dissenso da quella parte della legge di stabilità che, al di là
dei pomposi annunci, non possono essere ufficiali, se non altro per la mancanza di adeguate
coperture. Non è nostro compito entrare nei dettagli, ma per limitarci solo ad un aspetto, non
possiamo non rilevare che la decantata decontribuzione per i contratti a tempo indeterminato (solo
per i datori di lavoro), da molti organi di stampa è considerata assai limitata come manovra (sul
Corriere della Sera si legge un articolo, secondo il quale i fondi previsti si esaurirebbero in
pochissimo tempo, non essendo adeguati; e devo proprio aggiungere che prevedere dei benefici per
i datori di lavoro, e consentire al tempo stesso (se sarà eliminato l’art. 18), la possibilità di licenziare
senza giustificazione e senza obbligo di reintegrazione, è non solo contraddittorio, ma socialmente
iniquo.
2.2. Siamo legittimati a prendere queste posizioni? Rientrano nelle nostre facoltà “istituzionali” o
invadono il campo della politica (e quale? Quella generale, aristotelica, oppure quella dei
partiti?)?
Il richiamo al nostro Statuto, alle nostre finalità, al documento politico approvato dal
Congresso (che non va dimenticato, perché è parte essenziale del nostro bagaglio), ai valori
costituzionali, è il nostro attributo naturale e contemporaneamente il nostro limite, di cui
dobbiamo avere consapevolezza.
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Quattro connotazioni si impongono: il rispetto della nostra identità (maturata attraverso la
nostra storia), il rispetto assoluto della nostra autonomia nei confronti di chiunque,
l’impossibilità di riconoscere governi “amici”; la capacità di non trasformarsi mai né in un
partito, né in una Associazione diversa dalla nostra storia, né in qualunque cosa che non
attenga alla nostra essenza fondamentale.
Così si definisce la nostra linea; e così essa deve essere applicata in concreto; senza sbavature
e deviazioni.
Il tutto nel rispetto delle regole interne, statutarie o non scritte, elemento fondamentale per
presentarci in modo unitario, come sintesi della complessità e del pluralismo che ci
contraddistingue.
Alcuni problemi, su questo piano, ci sono, in qualche zona periferica.
Fondamentale il fatto che ne abbiamo discusso più volte in Comitato Nazionale e la posizione
assunta da me e dalla Associazione è sempre stata approvata con voto unanime.
Un esempio: la manifestazione della CGIL.
Riferimenti particolari al documento politico del Congresso ed al nostro ruolo di coscienza
critica del Paese. Un ruolo che ha bisogno di essere costantemente definito e rispettato.
2.3. Le nostre iniziative ed i nostri progetti.
Che cosa abbiamo fatto, in sede nazionale, in questo anno, di saliente; al documento sulla
politica ed ai documenti sulle riforme ho già accennato. Altri documenti abbiamo diffuso sulle
elezioni europee e su quelle amministrative. Continuiamo ad intervenire sui temi
costituzionali, politici generali, sul lavoro.
Come iniziative, ricordo: la manifestazione all’Eliseo (riuscitissima anche se a pochi giorni
dal 25 aprile); la celebrazione dell’anniversario della nascita dell’ANPI, il Convegno del 30
marzo a Roma su fascismo e antifascismo, la partecipazione, concordata, alla manifestazione
nazionale a Modena il 2 giugno (“Per un’Italia libera e onesta – ripartiamo dalla
Costituzione”); il Convegno sulle Donne e la ricostruzione del Paese, dell’11 ottobre; il
Convegno a Milano sugli scioperi del 1944, assieme alla Fondazione Di Vittorio; il fascicolo
speciale di “Patria” sul 70°, il fascicolo speciale sulle Repubbliche partigiane e il relativo
Convegno di presentazione all’Università di Roma, il 2 ottobre. A queste iniziative esterne ed
interne vanno aggiunti: un incontro con i Coordinatori regionali e con alcuni Presidenti
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provinciali, a Roma, il 7 giugno; un seminario su “Patria”; un seminario per coordinare la
ricerca che stiamo facendo sull’apporto del Mezzogiorno alla liberazione; un seminario per un
progetto multimediale sull’Italia dal 1918 al 1948, da utilizzare per i giovani e nelle scuole; i
rapporti con gruppi parlamentari per la presentazione di una interpellanza sulle stragi
nazifasciste, praticamente poi sottoscritta da tutti i Gruppi; un Convegno all’Università di
Padova, organizzato dall’Università, dall’ Istituto Parri e dall’ANPI su “L’anno della svolta –
1943” (con la partecipazione diretta e con l’intervento del Presidente).
A tutto questo vanno aggiunte due realizzazioni veramente importanti: il Protocollo con il
MIUR, di cui intendo spiegare meglio l’attuabilità al vertice e le potenzialità nella cosiddetta
periferia; e una Convenzione che stiamo per firmare con l’ISMLI per confermare, irrobustire
e rendere organica una collaborazione sul piano della ricerca storica e della formazione.
2.4. Cosa ci proponiamo di fare.
a) continuare nell’impegno sulla riforma del Senato e sulla Legge elettorale, accentuando
l’informazione, la riflessione, il confronto, piuttosto che le grandi manifestazioni, d’intesa
con le Associazioni principali (“Salviamo la Costituzione”, “Libertà e Giustizia”, “La
rete”, i “Comitati Dossetti” e, per alcuni aspetti, la CGIL).
b) consolidare la memoria, rendendola sempre più attiva (meno ritualità, più riflessione, più
coinvolgimento, più storia;
c) irrobustire l’impegno sul lavoro con l’apporto di docenti, economisti, studiosi della materia,
per seguire l’iter di attuazione della delega, concentrandoci sui temi centrali (sviluppo,
crescita, occupazione, dignità nel lavoro).
d) attuare il protocollo MIUR nelle scuole.
e) continuare il lavoro sulle stragi:
1. sollecitando la discussione parlamentare
2. continuando e irrobustendo la ricerca per un “Atlante delle stragi” (finora
finanziato dalla Germania), un altro successo.
f) Convegno 23-24 gennaio a Napoli, a conclusione delle ricerche sul contributo del
Mezzogiorno alla guerra di liberazione
g) Convegno del Coordinamento Donne su “ Gruppi di difesa della donna” (marzo 2015).
h) Seminario nazionale sui confini orientali ed esuli istriani (primi mesi del 2015).
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i) un grande 25 aprile nazionale (è il 70°)
l) la Festa Nazionale dell’ANPI
m) diffusione del libretto sull’antifascismo oggi (atti del Convegno del 30 marzo).
n) l’attuazione di un progetto-concorso con le scuole e il MIUR.
Infine, nel 2015 comincerà la preparazione del Congresso nazionale, con i Congressi delle
Sezioni e dei Comitati provinciali. Perciò, bisogna bloccare le Conferenze di organizzazione,
se non strettamente necessarie, perché poi ci sarà un gran lavoro, sulla base dei documenti che
la Segreteria nazionale predisporrà tempestivamente.
3. Le prospettive - L’ANPI verso il futuro o il futuro dell’ANPI
3.1. Il problema non è solo il congresso del 2016 e neppure solo quello del venir meno dei
partigiani. Il problema è più complesso e riguarda il nostro essere nel presente e come
affrontare una situazione sempre più complessa, tenendo ferma la nostra identità e le nostre
finalità di fondo, nel quadro di un inesorabile mutamento generazionale.
Contrarietà al “passaggio del testimone” e convinzione, invece, che bisogna puntare tutto
sulla continuità. Che significa avvalersi sino all’ultimo dell’esperienza dei combattenti per la
libertà, ma facendo avanzare le nuove generazioni; non considerando – peraltro – solo il
problema dei giovani, ma anche quello delle generazioni intermedie.
Come si risolvono, queste difficoltà? Tenendo ferma la barra sui nostri fondamenti: memoria
attiva, coscienza critica, valenza massima dei valori costituzionali. A ciò aggiungerei
l’antifascismo e la difesa intransigente degli spazi di democrazia, contro ogni forma di
populismo e di autoritarismo.
A chi, peraltro, riversa sull’ANPI attese eccessive, bisogna rendere chiaro che non siamo un
partito, né un sindacato; siamo l’ANPI e dobbiamo essere sempre e soltanto noi stessi, con la
nostra identità e i nostri valori.
3.2. Ci sono, da risolvere e consolidare, problemi di rafforzamento organizzativo, sui quali dirò
poche cose, riservando a Guerzoni il compito di sviluppare le tematiche in modo più
approfondito, ma chiarendo, al tempo stesso, che non c’è una divisione tra politica e
organizzazione che, invece, si compenetrano, perché tutti i problemi organizzativi sono anche,
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e soprattutto, politici (il tesseramento, il rapporto tra iscritti e militanti, le strutture
organizzative, la composizione degli organismi dirigenti, e così via).
Stiamo usando fermezza, su questo, con molta attenzione anche nelle sedi in cui si
manifestano problemi, con interventi di orientamento, con le conferenze di organizzazione già
indette, e così via. Continuiamo, insistendo su alcune direttrici e con più iniziative, più
partecipazione, più coinvolgimento di tutti gli iscritti, maggiori e più intensi rapporti con i
Coordinatori regionali.
Le direttrici fondamentali sono: migliorare l’organizzazione strutturale, anche ai vertici
dell’Associazione, più efficienza e più iniziative, più colloqui e confronti con i cittadini e le
istituzioni, più formazione nel rispetto e nella attuazione della linea.
3.3. Ma il segreto fondamentale dello sviluppo e per affrontare il presente e il futuro nella maniera
migliore, adeguandosi agli eventi, ai cambiamenti ed ai passaggi generazionali, sta in tre voci
essenziali:
- Formazione per tutti, non solo per i giovani (ognuno, giovane o meno giovane, dovrebbe
avere piena conoscenza del fascismo, dell’antifascismo, della Resistenza, della Costituzione,
del dopo guerra, della storia dell’ANPI).
Quando si rileva, anche al nostro interno, che bisognerebbe elevare il livello culturale-politico
dei nostri iscritti, devo rispondere che è giusto cercare di migliorare, ma questo deve essere un
impegno per tutti gli organismi periferici, che non sempre hanno fatto o stanno facendo tutto
ciò che occorre per la formazione. Fondamentale, comunque, soprattutto per i giovani, il
rafforzamento e le esplicitazioni di una nuova idealità, che riesca a coniugare i valori
tradizionali con l’attuazione dei diritti, di tutti i diritti. L’esempio di una Associazione come
“Libera” che riesce a mobilitare molti giovani sul terreno della lotta alle mafie e della legalità,
è veramente importante e ci indica una strada non solo possibile, ma necessaria.
- Inserimenti ponderati di giovani e donne negli organismi dirigenti.
- Circolazione delle idee e delle informazioni.
3.4. Mi soffermo su quest’ultimo aspetto, per dare una sguardo al nostro sistema informativo, che si
basa su:
- Newsletter settimanale
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- “Patria” (mensile di memoria e di cultura politica)
- Sito web (in fase di miglioramento)
- Facebook e Twitter
La Newsletter è stata istituita per rispondere ad un’esigenza da più parti manifestata: una
presenza frequente e tempestiva sulle questioni principali, per una corretta informazione, per
un primo orientamento e per promuovere – se del caso – discussioni e confronti. Siamo al
numero 137, mi pare con diffusa soddisfazione. La news richiede un impegno notevole al
Presidente, ogni settimana, ma vale la pena di continuare così perché qualunque altra
soluzione non potrebbe assicurare la tempestività. È però importante che la news venga
diffusa, dentro e fuori dall’ANPI; il che non sempre avviene in modo soddisfacente.
Il sito, che è in fase di miglioramento, perché divenga più chiaro, completo e di più facile
accesso, è visitato in modo abbastanza soddisfacente: nell’anno solare 1 luglio 2013/30
giugno 2014 sono state lette 1.159.013 pagine, da 657.296 persone. È chiaro che bisogna
riuscire ad ottenere un ulteriore e notevole miglioramento.
Siamo presenti anche su Facebook, dal 2009. Al momento, si contano 109.000 persone che ci
seguono direttamente con un incremento, in un anno, del 31,25%.
Dal giugno 2009 siamo anche presenti su Twitter, con 23.800 persone che ci seguono.
È evidente che si tratta di risultati positivi ma forse ancora limitati, rispetto all’utilizzo medio
di questi strumenti. Occorre incrementarli in modo consistente.
Infine, c’è “Patria”, il nostro mensile di cultura politica, dotato di una ricca tradizione e
seguito da alcuni autorevoli appassionati, alle quali – però – non corrisponde una crescita di
abbonamenti, che sono costantemente inferiori a tremila, mentre – per non essere in perdita ed
ottenere un risultato politico soddisfacente - ne occorrerebbero almeno ventimila, con
tendenza a crescere ulteriormente.
Abbiamo fatto l’impossibile per migliorarlo, e in parte – a giudizio di molti – ci siamo riusciti.
Ma questo non ha spostato di un solo numero gli abbonamenti. Questo significa che anche i
Comitati provinciali e le Sezioni non credono abbastanza in questo strumento, almeno al
punto di impegnarsi. Poiché le perdite vengono ripianate dall’ANPI, ed ormai ascendono a
cifre consistenti (l’ultimo intervento è stato di 100.000 Euro), è impossibile proseguire, perché
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questo non solo colpisce le scarse finanze dell’ANPI, ma preclude la possibilità di altre
iniziative politiche.
Abbiamo tenuto, a metà settembre, un Seminario con dirigenti ed esperti ed abbiamo discusso
a lungo. Poi ne abbiamo parlato anche in Comitato Nazionale.
La mia convinzione è che bisogna abbandonare in parte il cartaceo e pubblicare il nuovo
mensile, con la stessa testata, on-line, pubblicando annualmente 3-4 fascicoli anche cartacei di
approfondimento. Abbiamo progetti e stiamo esaminando preventivi di spesa. Ma credo che la
via sia obbligata, non tanto e solo per risparmiare, quanto e soprattutto per migliorare la
lettura e la circolazione delle idee, a tutti i livelli, vale a dire per contribuire alla formazione
dei giovani e meno giovani anche sul piano culturale e politico. Ne discuteremo anche in
questa sede, ma poi è urgente che l’organo competente (il CN) assuma una decisione
definitiva, non emozionale, ma ispirata a razionalità.
C’è stato proposto un maggior coordinamento con giornali e bollettini locali. D’accordo, ma
anche questi strumenti devono essere adeguati, non limitati al solo ricordo e non estesi a
divagazioni pseudo- politiche.
Naturalmente, per affrontare il futuro, è necessario – oltre a quanto accennato – migliorare la
nostra funzionalità, a tutti i livelli anche organizzativi e rafforzare la nostra visibilità, con un
rapporto più intenso con le istituzioni, con le altre associazioni, con la stampa.
3.5. Sono circolate proposte per attrezzarsi diversamente, per modernizzare le nostre strutture e le
nostre comunicazioni; qualcuno ha proposto anche la creazione di gruppi di lavoro per
studiare in modo più approfondito e specifico il da farsi.
Io sono pronto a tutte le soluzioni, ma sono convinto che gli organismi attuali, assieme a
qualche specifico seminario “aperto” ed assieme al complesso cammino che ci condurrà
gradualmente fino al Congresso nazionale, siano perfettamente adeguati e sufficienti alla
bisogna.
Insomma, sul nostro presente e sul nostro futuro dobbiamo realizzare una grande discussione
di massa, con la maggior partecipazione possibile da parte di tutti gli organismi e di tutti gli
iscritti. La parola d’ordine, a mio parere, è “rinnovamento nella continuità”; che significa
guardare al futuro, tenendo sempre presenti le nostre radici e la nostra storia, facendo in modo
di essere sempre in grado di affrontare le novità che l’Italia, l’Europa e il mondo provvedono
a metterci davanti.
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La base, ricordiamocelo sempre, è quella cui ho già accennato: una linea coerente con le
nostre finalità e i nostri valori, applicata con saggezza, autonomia e indipendenza, con
l’esercizio continuo di quella coscienza critica che è un altro dei nostri fondamenti. Non
obbedendo a pregiudiziali conservatorismi, ma sapendo sempre distinguere tra i cambiamenti
necessari e quelli che non servono al bene comune, ma rispondono ad esigenze ben diverse da
quelle che coincidono con il bene collettivo e con i valori della Costituzione e, infine, con la
nostra stessa storia.
Infine bisogna intensificare gli incontri con i giovani (tipo Ventotene) e quelli fra noi,
importantissimi per consolidare solidarietà e fraternità.
Così si affronta il futuro, con serenità, ma con impegno, rinnovandosi quando occorre, ma
sempre tendo conto dell’esperienza compiuta nella Resistenza, nella fase costituente e nel
dopo guerra.
4. C’è un ultimo punto (i pericoli della democrazia), col quale intendo concludere. Non voglio
suscitare allarmismi, ma una società e una politica con tendenza alla degenerazione, con la caduta
dei valori fondamentali e con la riduzione di spazi della democrazia e della rappresentanza,
costituiscono sempre un pericolo effettivo, di cui bisogna tenere conto, attrezzandosi per evitarlo.
Conosciamo bene il pericolo di un nuovo fascismo; e ce lo dimostrano non solo le sempre più
frequenti uscite allo scoperto di gruppi ed organismi che in un modo o nell’altro, si richiamano al
fascismo ( non solo a quello in camicia nera) ed al razzismo.
Ma forse siamo meno attrezzati di fronte ai fenomeni più nuovi e recenti.
Il primo è il formarsi di una tendenza a collegare le peggiori tendenze razziste della Lega con quelle
di organizzazioni tipicamente fasciste, seguendo il modello lepeniano. Non sono più le
manifestazioni che sconfinavano nel ridicolo, ma di manifestazioni che cercano di suscitare e
rafforzare i peggiori istinti egoistici della gente. E questo ha sempre, nella storia, rappresentato un
pericolo; che è tanto più grave in quanto il fenomeno italiano si collega a quanto sta avvenendo in
varie aree dell’Europa. Non bisogna sottovalutare nulla e cercare di creare antidoti adeguati.
Significativo, al riguardo, il titolo di un recentissimo articolo di Gad Lerner (Repubblica 20 ottobre
2014): “la Lega verde-nera di Salvini e il fantasma dell’uomo forte”.
Il secondo punto è il populismo, che – come è noto – può assumere, anzi spesso assume, connotati
all’apparenza bonari, ma non per questo meno pericolosi.
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Il populismo trova un terreno tanto più fertile quanto meno esistono i partiti (quelli veri,
corrispondenti all’articolo 49 della Costituzione), quando molti cittadini non credono più in nulla, si
astengono dal voto (e di recente sembrano abbandonare anche le primarie), quando avanza
l’antipolitica, si abbassa il livello di fiducia nelle istituzioni, comprese quelle di garanzia, quando
nessuno sembra in grado di rispondere alle attese delle famiglie e della popolazione nel suo
complesso.
Ci sono più tipi di populismo da quello tipicamente “nero”, a quello di Berlusconi, a quello bonario
di alcuni Presidenti di Stati dell’America del Sud; noi dobbiamo diffidare di tutti e preoccuparci
ogni volta che il populismo si esprime in una qualsiasi delle sue forme.
Il populismo approfitta della riduzione degli spazi di democrazia, quando viene ristretta la
rappresentanza o quando il cittadino non si sente rappresentato, quando si sente il bisogno di un
punto di riferimento che – col degrado di tutto il resto – finisce per essere “l’uomo solo al
comando”.
Il populismo non coincide necessariamente col fascismo e con l’autoritarismo, ma può aprir loro la
strada. Ed allora sono guai, come la storia ci insegna.
Fascismo e nazismo hanno costruito il loro potere sulle rovine di intere società, nel contesto di
grave crisi, ed hanno offerto, all’inizio, un’apertura verso il nuovo e verso un futuro radioso. Poi,
sappiamo come è andata a finire.
Non ci sono i presupposti uguali a quelli degli anni in cui è nato il fascismo in Italia e il nazismo in
Germania. Tuttavia non bisogna creare gli spazi e le condizioni perché la storia possa ripetersi,
naturalmente in forma diversa. Occorre, dunque, impegnarsi, tutti, perché prevalgano, su tutto, i
valori di fondo della Costituzione, e siano risolti i gravissimi problemi economici, sociali e
culturali che la crisi comporta e ingigantisce al tempo stesso. Ed è solo la partecipazione e
l’impegno diffuso che possono impedire la realizzazione di quello a cui conduce il populismo, in
una delle tante forme che esso assume.
In questo impegno, ovviamente, l’ANPI deve essere in prima linea; ce lo impongono lo Statuto e il
documento politico del Congresso; e ce lo impone la nostra storia e il debito che abbiamo contratto
con tutti coloro che sono caduti per la nostra libertà.

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martedì 18 novembre 2014

PERSONALIZZAZIONE DELLA POLITICA E CARENZA DI LEADERSHIP: PERCHE’ LA RISPOSTA NON POTREBBE ARRIVARE DAI PARTITI? di Franco Astengo



“La lettura” (del Corriere della Sera) di domenica 16 Novembre ospitava sulle sue colonne un, per certi versi sorprendente, intervento di Michele Salvati dal titolo: “La democrazia è in crisi, nulla di nuovo. Inutile rimpiangere l’epoca dei partiti di massa. Il guaio è la carenza, non l’eccesso di leadership”.
E, nel catenaccio: “I sistemi parlamentari hanno difetti oggi aggravati da euro e globalizzazione. Gli elettori? Sono diventati un pubblico”.
Nella parte conclusiva del suo intervento l’autore individua le cause di questo stato di cose (sulle quali per la verità ci si sta esercitando da qualche tempo anche con una certa intensità d’analisi):
“…è il mutamento che ha condotto dai grandi partiti ideologici di massa ancora dominanti sino a metà del secondo dopoguerra ai partiti attrezzati a operare nella “democrazia del pubblico” come la chiama Bernard Manin”
Un passaggio che seconda Salvati ha determinato “il passaggio dall’oligarchia prodotta dalla democrazia associativa a una forte personalizzazione della leadership: gli elettori stanno a casa, sono diventati un “pubblico” atomizzato di fronte ai quali i leader dei partiti (se ancora ci sono: più in generale gli imprenditori politici) sciorinano, in televisione, la loro mercanzia sperando di carpirne il voto, di indurli a comprarla. Che questo produca rischi di plebiscitarismo e populismo è fuori di dubbio””.
Emergono così rischi di plebiscitarismo e cesarismo (sempre secondo le definizioni di Salvati) da “non paventare ogni volta che appare sulla scena un leader dotato di capacità d’iniziativa e di decisione”.
L’altro elemento in una qualche misura sorprendente nelle affermazioni di Salvati risiede però, in conclusione dell’intervento laddove, per contrastare i rischi appena paventati, si evoca l’uso degli strumenti costituzionali in modo da rafforzare la possibilità di allargamento della “leadership” in modo da ovviare alla carenza che ha portato ai rischi di cesarismo, ma nello stesso tempo si escludono i partiti quali soggetti adatti proprio alla costruzione di questa nuova élite allargata.
Citando Max Weber Salvati conclude in questo modo “Sappiamo che ciò di cui la democrazia maggiormente soffre è la mancanza di leadership individuali, di decisione e d’iniziativa, non di suo eccesso”.
Come può essere possibile, invece, costruire una “élite dirigente” collettiva e condivisa sul modello dell’intellettuale collettivo?: quella “élite dirigente” che pare invece essere la sola risposta possibile al cesarismo che pure Salvati denuncia, sia pure non opponendosi al leader solitario dotato di “capacità d’iniziativa e decisione”.
Sarà bene intenderci subito su di un’affermazione essenziale: la democrazia non è possibile senza partiti politici, perché il “pluralismo si esprime anche in organizzazioni stabili, durature, diffuse, che si chiamano – appunto – partiti” (Kelsen 1929, trad.it. 1966).
 I partiti svolgono funzioni non assolvibili da nessun’altra organizzazione e non soltanto dal punto di vista della promozione elettorale, ma anche nei compiti oggi largamente disattesi se non del tutto ignorati della partecipazione alla vita pubblica, della formulazione di programmi, ai compiti di acculturazione di massa e di vera e propria integrazione sociale.
Partiti che vivono ormai soltanto attorno a due fattori determinanti: il potere di spesa e quello di nomina che nel caso del cesarismo apparterebbero soltanto al “leader” e ai suoi cortigiani (quella nuova élite non democratica che con termine giornalistico è ormai uso definire come “cerchio magico”).
Il punto da rimettere in discussione fino in fondo, allora, è quello riguardante il “come” si formano i gruppi dirigenti opposti alla soggettivizzazione della leadership (quella che sta alla base del deleterio fenomeno dell’individualismo competitivo), come avviene la selezione del personale politico, come si costruiscono quelle élite chiamate al compito di dirigere la vita pubblica.
In questo senso è necessario non cadere in un errore: scambiare la capacità di direzione politica da parte dell’élite con il “governo dei filosofi” basato esclusivamente sulla superiorità di una scienza predeterminata considerando così la posizione soggettivamente elitaria attribuita al singolo come insuperabile e inamovibile.
L’elemento fondante di un possibile aggiornamento della “teoria delle élite” lo indica già lo stesso Vilfredo Pareto , allorquando individua nell’eterogeneità sociale il costruirsi di una dicotomia ”stabile” tra una classe superiore e una classe inferiore e indica l’unica possibilità per ritrovare i migliori nelle posizioni di vertice nel continuo ricambio delle élite e al passaggio d’individui da una classe all’altra (Sola, 2000).
Tocca però ad Antonio Gramsci costruire sul piano teorico la nozione di élite, partendo dall’insoddisfazione per la definizione coniata da Gaetano Mosca di “classe politica”.
Al pensatore sardo (“Quaderni del carcere” volume III, edizione Einaudi 1975) la definizione “classe politica” appare “elastica e ondeggiante”, dal momento che “talvolta essa sembra sinonimo di classe media, altre volte è impiegata per indicare l’insieme delle classi possidenti, altre volte ancora fa riferimento alla “parte colta” della società o, più restrittivamente, al “personale politico” inteso come ceto parlamentare dello Stato.
Per ovviare a questi inconvenienti e per ancorare la teoria delle élite alla metodologia marxiana e alla teoria delle classi, Gramsci, che pure utilizza in diverse occasioni il termine élite, propone di distinguere tra classe dirigente e classe dominante.
Il criterio che egli adotta è direttamente riferito al lessico marxista, ma tiene conto anche delle riflessioni di Pareto in tema di “forza” e di “consenso”.
Premesso quindi che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale” Gramsci propone di chiamare classe dirigente quel gruppo che s’impone attraverso il consenso, ovvero esercita l’egemonia sugli altri gruppi sociali.
Viceversa è classe dominante quel gruppo che s’impone esclusivamente con la forza, con cui tende a liquidare o a sottomettere i propri avversari.
Una classe può essere dominante e non dirigente oppure dirigente e non dominante.
Per Gramsci una classe politica può essere veramente tale se riesce a stabilire un corretto equilibrio nell’esercizio dell’egemonia.
Il tema della costruzione delle élite è quindi strettamente connesso al tema dell’egemonia come conferma anche lo stesso teorico del “governo” Robert Dahl (1958) allorquando indica che : l’élite deve costituire un gruppo ben definito; le opinioni di questa élite debbono essere in contrasto con quelle di ogni altro possibile gruppo analogo; in tali casi, implicanti questioni politiche fondamentali le scelte dell’élite prevalgono regolarmente.
E’ proprio l’ultima affermazione che ci riporta all’attualità perché è proprio l’assenza di capacità nell’individuare le questioni politiche fondamentali che impedisce la formazione stessa delle élite (mancando il presupposto indispensabile del “gruppo”) e di conseguenza la possibilità di far prevalere una tesi sull’altra proprio per l’assenza di definizione precisa dei termini di alternatività tra le tesi stesse.
Gli assunti di paradigma sui quali può poggiare il rinnovamento di una ricerca attorno alla costruzione di una élite possono essere così definiti: la politica è lotta per la preminenza e il potere va concepito come “sostanza” e non come “relazione”; è necessario avere ben  presente la distinzione tra potere reale e potere apparente ed è questo un punto di grande importanza nei termini attuali della post-globalizzazione e del ritorno al conflitto tra sovranazionalità e nazionalità”; la lotta per il potere e l’attività politica in generale è fatto “minoritaria” nella società; la conquista, il mantenimento, la gestione del potere corrispondono alla capacità di coordinazione dei gruppi politici; la società è una realtà irrimediabilmente eterogenea, gerarchica, e conflittuale; ci si deve soffermare sul ruolo che le idee, i miti e le dottrine assumono nel processo di legittimazione dell’autorità ( a proposito, per esempio, della mistificante dottrina della “fine delle ideologie” propagandata fin dagli anni’80 dai gruppi conservatori statunitensi e britannici).
In definitiva, il tratto essenziale della struttura di ogni società consiste nell’organizzazione dei rapporti che intercorrono tra governanti e governati, tra minoranza organizzata e maggioranza disorganizzata e nelle relazioni che si stabiliscono tra i diversi gruppi che detengono ed esercitano il potere: con buona pace di chi pensa  come realistiche proposizioni quali quelle della “democrazia diretta” e della “democrazia del pubblico”.
Sono questi gli elementi che debbono essere sottoposti alla riflessione politica nell’attualità del disfacimento del sistema cui stiamo assistendo : una riflessione da portare avanti attraverso un lavoro di studio che punti, proprio per citare nuovamente Gramsci, alla riunificazione tra teoria e prassi con un’ipotesi complessiva di trasformazione sociale collegata a un élite ricostruita nell’interezza della sua identità di gruppo.
Naturalmente molte questioni sono state sottintese nell’elaborare questo intervento: l’analisi delle diverse specie di élite presenti in una stessa società, il tema delle relazioni tra le élite stesse e le masse, l’approfondimento circa i meccanismi di legittimazione che debbono essere attuati nell’acquisizione, nell’esercizio, nella detenzione e nel rovesciamento del potere.
 Si tratta di punti essenziali da sottoporre, prima di tutto, a un non facile lavoro di vera e propria “ricostruzione intellettuale”, quello al quale pensiamo ci si debba dedicare con grande impegno in questa fase, senza dimenticare però l’attualità drammatica dei fenomeni di vero e proprio arretramento di massa in corso sul terreno delle condizioni di vita, dell’arretramento nella disponibilità di diritti individuali e collettivi, nel restringimento dei termini di esercizio della democrazia.
Per elaborare questo intervento sono stati consultati questi testi : Giorgio Sola: “La teoria delle élite”, “IL Mulino”, Bologna 2000; “I paradigmi della scienza politica” “Il Mulino”, Bologna 2005. Antonio Gramsci “Quaderni del Carcere” edizione a cura di Valentino Gerratana, “Einaudi” Torino 1975, Robert Dahl “Who Govern” (in Luigi Graziano: Lobbyng, pluralismo, democrazia, Carocci Editore Roma 1995), Hans Kelsen “Essenza e valore della democrazia” traduzione italiana di M. Barberis “IL Mulino”, Bologna 1998.