venerdì 29 novembre 2019

NESSUNO (O QUASI) LO DICE


NESSUNO (O QUASI) LO DICE di Franco Astengo
Il dibattito sulla riforma del Mes, il fondo salva-stati, continua a infiammare la politica italiana. Le posizioni all'interno della maggioranza sono divise: da un lato Leu e M5s sono per migliorare il negoziato e semmai rinviarne la riforma. Pd e Italia Viva, invece, difendono la ratifica della riforma. Sullo sfondo la Lega, con Salvini che ha accusato il premier Conte di "tradimento".
Questa “querelle” sta minacciando la stabilità del governo: è evidente come si tratti di un caso quasi di scuola di strumentalizzazione politica, di una ricerca purchessia di un “casus belli” sul quale mantenere comunque il confronto politico sempre a livello di propaganda e di eterna campagna elettorale.
Pur tuttavia sarebbe il caso di esaminare alcuni aspetti della vicenda in modo da trarne conclusioni non così scontate come si sta verificando da più parti.
Nessuno (o quasi) ricorda almeno tre punti:
1)    La vera e propria “ubriacatura monetarista” che portò alla stipula del trattato di Maastricht al quale si arrivò al culmine del ciclo reaganiano e nella convinzione che la fine del bipolarismo sarebbe risultata irreversibile dal punto di vista della vittoria del capitalismo liberale. Vale la pena ricordare ancora una volta il titolo “La fine della storia” del quale lo stesso autore Francis Fukuyama oggi si è dichiarato pentito;
2)    L’accelerazione impressa al processo di cessione di sovranità dello “Stato Nazione” del quale si era già paventata la quasi estinzione. Una prospettiva ammessa dagli stessi no-global (da ricordare il “popolo di Porto Alegre”) e un’accelerazione rimasta a metà proprio per la piega presa dalla “globalizzazione” con il mutamento di scenario imposto dalla crisi del 2007/2008 con il ritorno alla geopolitica e corollario di neo – imperialismi e nazionalismi di vario tipo;
3)    L’arresto di un’ipotesi di ulteriore passaggio a una dimensione politica comune dell’Unione Europea con il fallimento del progetto di costituzione (2005) e il ripiegamento avvenuto con il trattato di Lisbona.

In sostanza si sono verificati equivoci macroscopici e gravi errori politici (compreso quello  relativo al meccanismo dell’allargamento a 27).
Per quel che riguarda l’Italia da ricordare anche la pessima gestione circa l’ingresso nella moneta unica.
Emerge da queste vicende la gravità di un’assenza complessiva di classe dirigente che si accompagna alle modificazioni avvenute sul piano dell’azione e della comunicazione politica.
Oggi ci si ferma all’episodico di ogni singolo aspetto al di fuori di una visione di lungo respiro: insomma quello che nessuno (o quasi) dice riguarda le responsabilità della politica nel prevedere ciò che stava per accadere contrapponendovi un’adeguata progettualità.
Il confronto su questi temi è completamente assente e l’opinione pubblica tagliata fuori dalla possibilità di esprimersi, appare priva ormai di una rappresentanza politica misurata su di un pragmatismo collegato a una visione ideale e progettuale di trasformazione degli equilibri esistenti e di possibilità di affrontare le inedite contraddizioni che percorrono il mondo d’oggi.

giovedì 28 novembre 2019

A OTTO ANNI DALLA SCOMPARSA DI LUCIO MAGRI


 A OTTO ANNI DALLA SCOMPARSA DI LUCIO MAGRI di Franco Astengo
Sono passati otto anni e il ricordo di Lucio Magri è rimasto vivissimo in chi lo aveva conosciuto e la sinistra italiana soffre ancora del vuoto di pensiero che ha lasciato.
Avevamo scritto, in quel tragico giorno che Lucio aveva varcato in piedi l’estremo confine tra la vita e la morte, sfidando all’estremo umano quell’idea di razionalità illuminista che ne aveva contraddistinto l’esistenza quasi come un segno del destino, fino a far apparire quasi “snobistica” o eccentrica la sua volontà di trasformare l’uomo e le cose.
Avevamo scritto anche di Lucio Magri come dell’eretico della sinistra italiana, che ci aveva lasciato così confermando ancora una volta come la coerenza rappresentasse davvero il fondamento insopprimibile del suo lucido pensiero: lo svolgersi ultimo della sua vita, sul piano degli affetti privati e dell’orizzonte pubblico, non gli consentiva più di riconoscersi, solo tra gli altri come sempre.
Oggi si può ben modificare il giudizio di “eresia” almeno nel senso della testimonianza solitaria: Lucio non fu, in questo senso, un “eretico” ma – verrebbe da dire – un lucido anticipatore e con lui tutto il gruppo che aveva dato vita all’esperienza del “Manifesto”.
Questo dato della capacità di anticipazione oggi dovrebbe essere riconosciuto: in politica la preveggenza non è sempre una virtù o una garanzia di successo ma in questo momento alla sinistra italiana che necessità di una vera e propria “ricostruzione” servirebbe una forza di “visione”, al fuori della pedestre ricerca della quotidianità e dell’acconciarsi alle effimere mode momento.
Scriverò soltanto poche righe sul percorso politico di Lucio Magri, cercando di stare dentro ad un solo passaggio: quello che l’ha portato a essere tra i protagonisti dell’unica visione alternativa “da sinistra” sofferta dal più grande partito Comunista d’Occidente, nel corso della sua storia complessa durante il non dimenticabile ‘900.
Una visione alternativa che alla fine, penso alla relazione svolta al seminario di Arco, servì anche per dire che quel partito non poteva essere chiuso e spazzato via dalle dinamiche della storia, perché era stato capace di esprimere, all’interno del suo grande corpo di comunità militante di uomini e donne, un’articolazione di pensiero capace di affrontare l’insieme delle contraddizioni del nostro essere moderni.
Adesso stiamo  ancora rendendoci conto di quanto ci manchi quella forza d’indicazione politica e quanto di negativo sia stato prodotto il non essere stati capaci di seguirla.

mercoledì 27 novembre 2019

A CINQUANT'ANNI DALL'AUTUNNO CALDO


A CINQUANT’ANNI DALL’AUTUNNO CALDO di Franco Astengo

68-69, SINDACALISMO, SOCIETA' ITALIANA
Il '68 italiano è stato molto diverso da quello europeo e mondiale: l'originalità fu dovuta da quello che, all'epoca, con una certa enfasi abbiamo definito come l'incontro tra operai e studenti “uniti nella lotta” che in quel tempo aveva portato all'apertura di un vero e proprio ciclo politico prolungato nel tempo.
In questa nostra occasione, per evidenti ragioni di economia del discorso, ci occuperemo dell'autunno 1969, l'autunno "caldo" della classe operaia italiana.
Il periodo che si aprì con quell'autunno rimase decisivo per la comprensione della società italiana almeno fino alla svolta degli anni'80.
Le lotte sociali di quel periodo scatenarono, infatti, tutta una serie di processi che provocarono profonde mutazioni in quasi tutti i settori della realtà sociale.
Cambiarono le istituzioni, furono ridimensionate e riadattate le organizzazioni, si assistette a un vero processo di evoluzione del costume e nella mentalità della società civile attraverso un importante processo di modernizzazione.
L'autunno 1969 rivelò, per il numero e la portata dei conflitti sociali una combattività operaia ineguagliata in Europa; le forme di lotta scelte chiamarono in causa le strutture tradizionali del sindacato; i temi delle lotte, all'interno e all'esterno della fabbrica interpellarono non solo i sindacati ma l'insieme delle forze politiche; l'aspirazione all'unità sindacale, espressa come volontà dalla base manifestò una volontà d'espressione politica autonoma della classe operaia.
Debbono essere ricordate, innanzitutto, quelle che erano le nuove domande emergenti in seno alla classe operaia.
Tre di queste riguardavano, più in particolare direttamente o indirettamente, il posto e il ruolo del movimento operaio nel sistema politico.
Si trattava delle domande relative alla democratizzazione delle strutture sindacali, all'unità e al potere politico.
Le risposte a queste domande andarono,necessariamente, ben oltre le funzioni tradizionalmente assolte dai sindacati e ne risultò profondamente modificata la natura dell’insieme dei rapporti sociali mantenuti dalle stesse organizzazioni sindacali.
Gli studi sui conflitti sociali mettono spesso e volentieri l'accento sulla funzione trainante e decisiva svolta da taluni strati tradizionalmente conservatori ma soggetti a un processo di proletarizzazione, o da strati nuovi apparsi con lo sviluppo della società industriale.
L'Italia, a questo proposito, offrì a cavallo del 68-69 una situazione particolare: si verificò infatti una riarticolazione dell’intera società nazionale attorno a tre punti: la crescente importanza dei meridionali nel proletariato non qualificato del Nord, l'impossibile socializzazione di questi meridionali da parte delle forze politiche e la crescente importanza dei tecnici.
Nei quattro anni  precedenti all’autunno caldo l'industria aveva creato quasi un milione di posti di lavoro provocando dei veri e propri spostamenti di popolazione dal sud verso il nord, con tutti i problemi che ne seguivano: acculturazione, casa, scuole,sanità, ecc.
Si assistette, dunque, a un gonfiamento e a un ringiovanimento considerevoli della classe operaia: i nuovi arrivati erano per giunta sradicati.
Si costituì così un’inedita "massa critica" nelle grandi metropoli industriali del Nord.
Nel 1969 questa "massa critica" raggiunse dimensioni esplosive.
All'inizio dell'anno la Fiat rese nota la sua intenzione di costruire una nuova fabbrica nella periferia di Torino.
In un anno dovevano essere creati 15.000 nuovi posti di lavoro e si assistette a una nuova, ulteriore ondata migratoria.
A quel punto nacque (dopo tante sporadiche insorgenze specifiche: pensiamo ai fatti di Piazza Statuto, sempre a Torino, nel 1962) un movimento di rivendicazione generalizzato come mai in precedenza.
La popolazione immigrata prese a rivendicare il proprio carattere "nazionale",esigendo dalle istituzioni un trattamento pari a quello degli altri strati della popolazione a contrasto di latenti forme di razzismo.
 I meridionali erano arrivati al Nord sapendo di non poter più fare ritorno a casa, ne era derivato quindi, dopo un periodo di adattamento alle nuove condizioni di vita, un comportamento rivendicativo immediato.
Si pose, insomma, con inedita urgenza il problema della socializzazione della massa immigrata.
Questo compito fu assolto in larga parte dal sindacato e in particolare dalla CISL, attraverso anche un nuovo ruolo assunto dalle ACLI.
Uno degli elementi nuovi e caratterizzanti dello scontro di classe che si verificò in Italia in quel periodo fu caratterizzato dalle lotte sindacali degli impiegati e dei tecnici che, a partire dal giugno 1968, con gli scioperi della Falck a Milano, avevano interessato più di 30 fabbriche.
Un fenomeno completamente inedito, sia sul piano quantitativo sia sul piano qualitativo nella storia della categoria tradizionalmente condizionata dalle strutture aziendali e dall'ideologia dominante del neocapitalismo.
Il discorso sull’unità sindacale si pose allora come elemento fondante di una ricomposizione sulla base di un’acquisita coscienza di classe, considerato che il peso schiacciante del dominio padronale faceva apparire gli altri tipi di pressione come secondari o derivati.
Il sindacato avrebbe compreso, sul campo, che la sindacalizzazione della categoria dipendeva dalla qualità delle lotte contro il potere padronale e l'organizzazione capitalistica del lavoro.
Angelo Dina scrisse: “ La parola d'ordine del controllo operaio non è ormai per il tecnico né una minaccia né un appello a una solidarietà generica, ma una condizione di liberazione”.
Il “lungo” 68-69 italiano avevano, davvero, provocato una svolta d'epoca.
NUOVE ESIGENZE DI DEMOCRAZIA
Il 1968 e il 1969 furono gli anni in cui apparvero forme diverse di democrazia nella gestione delle lotte.
L'analisi di queste forme di lotta ci indica le caratteristiche comuni, sia di lotte interne o esterne alla fabbrica, sia di rappresentazione di un bisogno di partecipazione collettiva alle decisioni, sia di costante ricerca con altri gruppi sociali, al fine di associarli ai conflitti, trasformare i temi, allargare le basi della contestazione.
Si moltiplicarono i cortei in fabbrica, nei quartieri, i comitati, gli interventi nelle piazze, le assemblee.
Si manifestò un intenso bisogno di partecipazione democratica.
I due “prodotti” più importanti della “mobilitazione partecipante” di quegli anni furono le assemblee e i delegati.
Le prime assemblee apparvero nel 1968 in due luoghi diversi: dapprima nelle università e nelle scuole, dove la mancanza di una struttura organizzativa preesistente non poteva che favorire la generalizzazione di queste nuove istanze decisionali; in seguito nelle aziende, con le lotte degli impiegati e dei tecnici.
Le assemblee furono rapidamente istituzionalizzate, anche dallo “Statuto dei Lavoratori”, votato dal Parlamento il 20 Maggio 1970, che all'articolo 20 specificava: “ i lavoratori hanno diritto di riunirsi, nell'unità produttiva in cui prestano la loro opera, fuori dall'orario di lavoro, nonché durante l'orario di lavoro, nei limiti di dieci ore annue, per le quali sarà corrisposta la normale retribuzione”.
I delegati apparvero nel 1968 in diversi luoghi di lavoro, generalizzandosi nel 1969 con procedure e funzioni differenziate.
Possiamo rintracciare, riferendoci all'epoca, quattro tipi di delegati: il delegato designato con un accordo aziendale dopo dei conflitti verificatisi sui problemi del lavoro a cottimo; il delegato voluto dal sindacato, fuori dai momenti di lotta, per consolidare la sua presenza nell'azienda; il delegato politicizzato eletto nei reparti in momenti di lotta particolarmente duri, per il valore del suo impegno nel conflitto; il delegato eletto dall'assemblea nei momenti di lotta, per dirigere i dibattiti, organizzare gli scioperi, assicurare i collegamenti con i sindacati.
Una delle caratteristiche fondamentali del periodo che si era aperto con il 1969 risiedeva nell'elasticità delle soluzioni adottate un po' ovunque e nell'intenso dibattito che, proprio sul tema della democrazia operaia, coinvolgeva le varie organizzazioni.
Già dal 1970 le federazioni dei metallurgici si schierarono a favore di una concezione assai ampia del ruolo e dei compiti del delegato, cercando di portare sullo stesso terreno le confederazioni.
NUOVI EQUILIBRI NELLE STRUTTURE SINDACALI E IL DIBATTITO SULL'UNITA'
Alla fine di questo periodo molto intenso e tumultuoso che possiamo definire come quello dell'emergere della nuova classe operaia e dell'affermazione del sindacato dei consigli, ci si trova davanti ad un sindacato sostanzialmente squilibrato le cui strutture variavano a seconda delle federazioni, delle regioni, delle città: talvolta le nuove strutture sostituivano quelle vecchie, in altri casi non era stato possibile insediare le nuove, in altri casi ancora le vecchie e le nuove coesistevano.
Nelle lotte del1969 si era innanzitutto posta un’esigenza di potere: potere dell'organizzazione (con la gestione delle lotte), potere in fabbrica (con il controllo delle condizioni di lavoro), potere nella società (con la spinta per le riforme). .
Il potere del lavoratore poteva però esistere solo se egli era in grado di controllare le sue organizzazioni.
Ma occorreva anche che queste ultime fossero forti, ossia unite.
Da qui la domanda di unità, costantemente presente fin dal 68.
Come reagirono allora gli apparati di fronte ai nuovi comportamenti unitari apparsi alla base nel 68-69?
Numerose furono, infatti, in questo periodo le richieste d'adesione a tutti i tre i sindacati, o addirittura le richieste d'adesione sindacale in genere, che cioè non indicavano espressamente una preferenza per l'una o l'atra confederazione.
Questi comportamenti andavano contro le tradizioni partitiche di numerosi dirigenti confederali.
Il dibattito sull'unità, dunque, si sarebbe sviluppato a due livelli, e con contenuti diversi, alla base e al vertice delle organizzazioni, oltre che tra quelli che, a distanza di anni, potremmo definire come i dirigenti politici del sindacato (leader che cercavano di attuare una politica sindacale autonoma) e i dirigenti-uomini di partito (leader che continuavano a dipendere dai rispettivi partiti).
Il problema dell'unità di base si manifestò, prima di tutto, nell'azione rivendicativa dell’"autunno caldo", più in particolare nelle grandi aziende.
L'accumulo delle pressioni sul sistema sociale provocò, come si è visto, delle rivolte.
Gli obiettivi immediati di quelle rivolte si potevano trovare, in questo caso, nelle condizioni che, secondo Max Weber favoriscono "l'attività organizzata delle classi".
Esistevano, infatti, le possibilità di concentrare l'azione in una sfera in cui il conflitto di interessi acquistava un’importanza vitale, si ravvisava l'esistenza di uno "statuto di classe" identico per le grandi masse; l'opportunità, anche sul piano tecnico, per i membri della classe di riunirsi facilmente nelle grandi fabbriche con forte concentrazione di manodopera; l'utilizzo di una leadership orientata verso obiettivi facilmente comprensibili.
Tutto ciò si ripercuoteva sugli apparati che non potevano più eludere il problema.
Quale unità costruire?
Si trattava di sciogliere le centrali esistenti e costruire il sindacato unico a partire dalla strutture di base (delegati e consigli)?
Oppure occorreva ritentare l'operazione del patto di Roma, ossia la riunione delle tre componenti ideologiche del movimento operaio italiano, salvaguardando il diritto di espressione di ciascheduna di esse?
Alla fine fu adottata questa soluzione e molti militanti rimasero profondamente delusi di fronte ad un arretramento così evidente rispetto agli impegni presi.
All'epoca delle scissioni avvenute subito dopo la Liberazione non erano mancate le pressioni esterne.
Non mancarono neppure in quest’occasione.
Fin dal marzo 1971 il segretario generale della CISL internazionale, M.Buiter, venne in Italia a chiedere spiegazioni e a mettere in guardia CISL e UIL contro il processo unitario in corso.
Nel maggio del 1971 una delegazione della Cgt-Fo aveva ricevuto, in Francia, una delegazione dell'AFL-CIO, e la stessa AFL-CIO, per bocca del suo rappresentante in Europa, Irvin Brown, aveva dichiarato di non aver mutato opinione rispetto alle posizioni espresse alla fine degli anni'40 sul tema del sindacalismo italiano.
Nella sostanza, pur essendo il quadro sindacale europeo non del tutto ostile al processo unitario, gli “antiunionisti” alla fine, presero il sopravvento, perché le loro “pressioni esterne” s’incontrarono ed intrecciarono all'interno nella situazione italiana.
A questo proposito è necessario rammentare due fatti molto importanti.
In primo luogo nel gennaio del 1972, la Confindustria fece pervenire alle confederazioni un documento sulla situazione economica e sociale italiana.
Questo documento prospettava una situazione economica assai grave (prevedendo tra l'altro un deficit commerciale di 2.000 miliardi di lire per l'anno seguente) e proponendo dei rimedi.
La manovra era astuta: scadevano alla fine dell'anno i contratti di circa 5 milioni e mezzo di lavoratori (metallurgici, chimici, tessili, ecc) e l'apertura di negoziati al vertice mirava ad impedire l'elaborazione di piattaforme rivendicative alla base.
Le confederazioni si divisero sull'atteggiamento da assumere: la UIL e la CISL furono favorevoli al dialogo mentre la CGIL e le federazioni “unitarie” lo respinsero.
Nacque così una prima grossa divergenza proprio nel momento in cui si tentava di portare avanti l'unificazione.
Il secondo fatto rilevante fu rappresentato dalla svolta a destra nel paese, che fece seguito all'avviarsi della strategia della tensione con le bombe di Piazza Fontana a Milano del 13 Dicembre 1969.
L'elezione di Giovanni Leone alla presidenza della Repubblica, alla fine del 1971, richiese ben 23 votazioni (fu “bruciato” il candidato ufficiale della DC, Fanfani) e l'apporto determinante di una quota consistente dei voti del MSI.
Incombente il referendum sul divorzio (la legge Fortuna - Baslini era stata approvata qualche tempo prima) rese complessa la formazione del governo, Leone, quale suo primo atto del mandato presidenziale, sciolse le Camere ed indisse le elezioni anticipate (per la prima volta nella storia della Repubblica) per il 7 Maggio 1972.
Il risultato elettorale confermò la svolta a destra. Il PCI e la DC mantennero le posizioni ma lo PSIUP ed il “Manifesto” persero la loro rappresentanza parlamentare (a sinistra il mancato quorum di queste formazioni, oltre all'MPL e ad altre minori rese inefficace, al fine della divisione dei seggi, oltre un milione di voti).
Il MSI raddoppiò i parlamentari passando da 30 a 56 alla Camera e da 13 a 26 al Senato.
Il risultato elettorale e la strategia della tensione bloccarono definitivamente il processo di unificazione.
Bruno Storti, messo in minoranza in seno alla CISL, fu costretto ad aderire alla proposta dei suoi oppositori e della UIL, per il ripiegamento del progetto unitario su di un “patto federativo”.
Le federazioni della metallurgia, che si erano tutte e tre sciolte nel corso dei primi tre mesi del 1972 in attesa dell'approvazione confederale alla costituzione di un unico sindacato di categoria, dopo aspri dibattiti e nonostante l'avversità delle loro basi di fronte a questo “compromesso d'apparato” approvarono anche loro il progetto di “patto federativo”.
Il “patto” fu firmato a Roma il 3 Luglio 1972, e ratificato il 24 dello stesso mese dai tre consigli generali riuniti.
La struttura stabilita dal patto federativo presentava tre caratteristiche: non era rigida, non escludeva un suo possibile potenziamento, segnava però una battuta d'arresto riguardo alle esperienze unitarie di base, una battuta d'arresto che si sarebbe rivelata irreversibile e infine, per quel che riguardava la composizione degli organismi dirigenti, concedeva troppo ai partiti.
Nonostante l'aspetto transitorio ed evolutivo “il patto” segnò incontestabilmente un secco arretramento al riguardo dell'insieme dell’esperienza unitaria e delle prospettive che essa aveva aperto negli anni conclusivi del decennio'60 e in quelli di apertura del decennio '70.
Infatti, se il Consiglio dei delegati rimaneva l'istanza sindacale di base con poteri di contrattazione sui posti di lavoro, la sua formazione adesso era intesa come restrittiva perché vi era prevista, contrariamente al recentissimo passato, l'assicurazione delle rappresentanze dei tre sindacati nell'esecutivo.
 La scelta del patto federativo al riguardo delle esperienze di unità organica progettate in particolare nella metallurgia non consentì forme unitarie organiche forme comunque denominate e articolate ai livelli verticali e orizzontali, che avrebbero reso di fatto non operante la stessa federazione.
Il passo indietro del progetto unitario era evidente: mutavano i dati di fondo della realtà sindacale di quegli anni, esisteva ormai un movimento operaio assai combattivo, difficile da circoscrivere, ma si operava per evidenziare un divario in seno alla struttura sindacale, tra la base e il vertice, tra una classe operaia non priva di elementi fuori sistema e uno strato di dirigenti, per volontà o per necessità, integrati nel sistema.
68 studentesco, 69 operaio avevano ormai terminato il proprio ciclo: per dirla con una parafrasi celebre “avevano esaurito la loro spinta propulsiva”, anche se tante cose erano cambiate.
Il riflusso era nell’aria: crisi petrolifera del 1974, austerità, terrorismo, accompagnarono la seconda metà degli anni’70 preparando il definitivo scenario di sconfitta segnato all’inizio degli anni ’80 dal decreto di San Valentino 1984.

martedì 26 novembre 2019

PER RILANCIARE IL PROGETTO DEL DIALOGO "GRAMSCI - MATTEOTTI"


PER RILANCIARE IL PROGETTO DEL DIALOGO “GRAMSCI –MATTEOTTI”
Care compagne e cari compagni, appare di buon auspicio una ripresa di movimento che vede, in questi giorni, protagonisti i giovani.
Senza alcuna volontà di strumentalizzazione e in piena onestà e autonomia intellettuale appare però necessario offrire al movimento una possibilità di riferimento più propriamente politico.
Il tentativo dovrebbe essere quello di rivolgersi sì all’innovazione ma proponendo un forte legame con la tradizione più alta della sinistra e del movimento operaio in Italia.
Abbiamo cercato di far questo attraverso l’identificazione di due figure come quelle di Gramsci e Matteotti che possono essere sicuramente segnalate sia sul piano di una riflessione di carattere generale sia sul terreno dell’azione politica immediata.
L’obiettivo allora è quello di contribuire a superare ogni divisione e remora del passato non proponendo semplicemente una “nuova unità della sinistra” ma l’elaborazione libera di un progetto di vera e propria ricostruzione di una sinistra costituzionale.
Ritengo allora importante riprodurre di seguito questo testo che circola ormai da qualche settimana chiedendo a interlocutrici e interlocutori interessati di allargarne la conoscenza e se possibile trasformarlo in fatto giornalistico.
 Come è già stato sostenuto in passato deve essere ribadita  la necessità di realizzare sulla base di questo documento un incontro a livello nazionale.
Incontro che veda protagonisti diversi soggetti culturali e politici da impegnare in un lavoro indispensabile di ricostruzione nella presenza della sinistra italiana.
Coloro che pensano di poter disporre di strumenti organizzativi adeguati sono pregati di mettere in calendario iniziative di discussione sul tema della soggettività politica.
Grazie per l’attenzione di tutte/i.
PER LA RICOSTRUZIONE DELLA SINISTRA ITALIANA:
LINEE DI SUCCESSIONE

di Franco Astengo e Felice Besostri


Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria ricostruzione.
Alcuni punti fermi di una tale rifondazione sono a nostro avviso ben individuabili e costituiscono i presupposti fondamentali della possibile ripartenza:
1)     L’inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al fallimento;
2)     la necessità di richiamarsi ad un patrimonio storico e culturale valido sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti antiche divisioni. Di qui l’impegno ad evitare d’ora in avanti ogni ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc., ecc.;
3)     è ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi) l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e  “fratture” fondamentali, incrociandole però con le nuove contraddizioni imposte dal presente. Se da una parte infatti non basta più da sola l’antica “contraddizione principale” fra capitale e lavoro, certo non si può neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro strettamente legata al modo di produzione, o una strategia dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani: materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e diritto. Le faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare dentro una strategia complessiva di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo, occorre cambiarlo”;
4)     Strettamente connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica, finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi dall’aprire ad un’epoca di “noia democratica”, ad un mondo pacificato all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra infinita” ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o “democrazia recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare messo pericolosamente in discussione. Per questo la sua rifondazione è oggi più che mai una priorità per una nuova sinistra che voglia essere all’altezza delle sfide del tempo nuovo;
5)     della crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche alcune pulsioni che pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche, a quelle imperialiste, al ritorno di fantasmi quali il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo ovviamente deve essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta infatti elementi di emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione, così come si era presentato alla fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del 2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane quello di un rilancio concreto dell’internazionalismo e della prefigurazione di un modello economico e sociale alternativo a quello neoliberista;
6)     in questo quadro un “dialogo Gramsci - Matteotti”, che parta dalla loro analisi dell’avvento del fascismo dopo la fine della Grande Guerra, può essere propedeutico ad un rinnovato discorso culturale e politico di sinistra all’indomani della fine della Guerra Fredda (e in presenza dei ricordati fenomeni di crisi della democrazia e di fascismo di ritorno). Non ci interessa costruire una sorta di Pantheon comune fra compagne e compagni che hanno vissuto passate divisioni e che invece oggi sono unicamente impegnati ad affrontarne sfide nuove ed inedite; molto più interessante semmai una ricerca in mare aperto su quelle che definiamo “linee di successione” rispetto ai grandi del pensiero e dell’azione politica di sinistra del ‘900.
Ritornare a Gramsci e Matteotti dunque. E non solo in ragione del grande valore morale e politico rappresentato dalla loro comunanza di martirio, ma soprattutto per alcuni tratti comuni della loro analisi. Che ci paiono tanto proficue a tanta distanza di tempo ed entro tutt’altra temperie politica e sociale.
Come preziosa ci appare la coerenza e l’intransigenza, scevra di settarismo, che sempre sottese la loro vita.
Sicuramente qualcuno potrà trovare fra i due autori testi o passaggi contradditori tra loro: condanne reciproche, interventi svolti sull’onda del contingente, che in apparenza parrebbero smentire la praticabilità di una ricerca attorno appunto a comuni “linee di successione”, ma si tratterebbe di letture superficiali e strumentali. Non ci si rapporta così ai classici. E Gramsci e Matteotti sono certamente dei classici della nostra modernità politica.
Di certo a noi non interessa indulgere in polemiche di corto respiro.
Molto più utile fissare alcune “linee” di lavoro:

1)     intanto l’impegno a sviluppare una adeguata “profondità di pensiero politico”. Potrebbe essere utile in questo senso riscoprire la categoria di “pensiero lungo”, a indicare uno sforzo di analisi e proposta che abbia respiro e profondità; premessa indispensabile tanto alla ricerca delle origini classiche di una teoria critica dell’esistente, quanto alla immaginazione e realizzazione di scenari futuri all’insegna della qualità e della civiltà;
2)     recuperare poi la capacità di riflessione e intervento sul presente che fu innanzitutto propria di Gramsci e Matteotti. Se il primo infatti è stato tanto l’organizzatore degli operai di Torino, quanto l’acuto interprete dei termini essenziali della “questione meridionale” (all’epoca coincidente in larga parte con la “questione contadina”), Matteotti è stato il riferimento dei braccianti di una delle zone più povere e d’intenso sfruttamento, quella del Delta del Po, ma anche chi indagò e denunciò le trame spesso oscure che intrecciavano già allora finanza e sfruttamento delle fonti energetiche;
3)     ma decisiva è anche la questione morale. In Gramsci essa costituiva una sorta di stile di pensiero e di vita, strettamente connessa alla fatica del pensiero, al rigore degli studi e delle analisi indispensabili all’azione politica di una classe operaia che doveva essere classe dirigente nazionale. Ebbene era la stessa serietà e intransigenza che animava Matteotti, quella che sempre ne sostenne l’azione politica e parlamentare; si pensi solo alla capacità d’inchiesta, alla fermezza con cui agitò proprio la “questione morale” in faccia al fascismo rampante, quella stessa che costituì la vera ragione della sua condanna a morte;
4)     ora fu proprio una radicale e coerente capacità di analisi a consentire sia a Gramsci sia a Matteotti di antivedere le dinamiche sociali e politiche che avrebbero portato al regime fascista. La cosa è tanto più significativa perché le loro intuizioni si sviluppavano in un clima nel quale, anche in ambiente antifascista, inizialmente ci si illuse che il movimento mussoliniano potesse essere solo un fenomeno passeggero, una “parentesi”, magari addirittura utile per riportare all’ordine liberale, dopo i drammi della guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra. Del resto allora addirittura a sinistra vi fu chi non riuscì a cogliere la pericolosità del fenomeno, considerandolo mero elemento degenerativo del capitalismo, cui ovviare attraverso il mero rilancio della dinamica della lotta di classe.
Ebbene le analisi ben altrimenti approfondite di Gramsci e Matteotti, un certo stile intellettuale e morale, tornarono utili non solo dopo il 1945 per la ricostruzione dei grandi partiti della sinistra dell’Italia repubblicana, ma mantengono un’intatta utilità ancora oggi, in un paese in cui la sinistra è letteralmente scomparsa e ci troviamo di fronte a problemi immani ed inediti di rifondazione e ricostruzione.
Per questo ci sembra indispensabile avviare un processo di “confronto costituente”. Gramsci e Matteotti possono contribuire a trovare la giusta direzione di marcia.
Resta per altro per noi chiaro che quella che ci attende non è una operazione di mero valore scientifico, individuare infatti le linee “di frattura” e “di successione” deve servire a meglio preparare il terreno per lo sviluppo del più alto livello possibile di progettualità sistemica.
Se ancora a cavallo tra il XIX il XX secolo definire cosa fosse il socialismo era abbastanza semplice e la divisione era su come raggiungere l’obiettivo di una società senza classi e con i mezzi di produzione in proprietà collettiva, oggi non solo in quel che resta della sinistra ci sono profonde differenze programmatiche, ma proprio il punto del socialismo è tutt’altro che condiviso. Si tratta dell’ennesima riprova della profondità di una crisi che è politica, teorica, morale, di classi dirigenti.
Di qui l’esigenza, che avvertiamo impellente, di un ripensamento dei fondamenti di una teoria e pratica politica che possano dirsi di sinistra, socialiste, riformiste, radicali, intransigenti.
Partire da Gramsci e Matteotti dunque come modo migliore per riprendere il cammino. Per dare sostanza ad un progetto politico ambizioso: che mira a ridare a poveri e sfruttati il loro partito e alla democrazia italiana una soggettività politica indispensabile. Necessaria alla sua qualità, alla sua rappresentatività, alla sua stessa sopravvivenza.