A CINQUANT’ANNI DALL’AUTUNNO CALDO di
Franco Astengo
68-69, SINDACALISMO, SOCIETA' ITALIANA
Il '68 italiano è stato molto diverso da quello europeo e mondiale:
l'originalità fu dovuta da quello che, all'epoca, con una certa enfasi abbiamo
definito come l'incontro tra operai e studenti “uniti nella lotta” che in quel
tempo aveva portato all'apertura di un vero e proprio ciclo politico prolungato
nel tempo.
In questa nostra occasione, per evidenti ragioni di economia
del discorso, ci occuperemo dell'autunno 1969, l'autunno "caldo"
della classe operaia italiana.
Il periodo che si aprì con quell'autunno rimase decisivo per
la comprensione della società italiana almeno fino alla svolta degli anni'80.
Le lotte sociali di quel periodo scatenarono, infatti, tutta
una serie di processi che provocarono profonde mutazioni in quasi tutti i
settori della realtà sociale.
Cambiarono le istituzioni, furono ridimensionate e
riadattate le organizzazioni, si assistette a un vero processo di evoluzione
del costume e nella mentalità della società civile attraverso un importante
processo di modernizzazione.
L'autunno 1969 rivelò, per il numero e la portata dei
conflitti sociali una combattività operaia ineguagliata in Europa; le forme di
lotta scelte chiamarono in causa le strutture tradizionali del sindacato; i
temi delle lotte, all'interno e all'esterno della fabbrica interpellarono non
solo i sindacati ma l'insieme delle forze politiche; l'aspirazione all'unità sindacale,
espressa come volontà dalla base manifestò una volontà d'espressione politica
autonoma della classe operaia.
Debbono essere ricordate, innanzitutto, quelle che erano le
nuove domande emergenti in seno alla classe operaia.
Tre di queste riguardavano, più in particolare direttamente
o indirettamente, il posto e il ruolo del movimento operaio nel sistema
politico.
Si trattava delle domande relative alla democratizzazione
delle strutture sindacali, all'unità e al potere politico.
Le risposte a queste domande andarono,necessariamente, ben
oltre le funzioni tradizionalmente assolte dai sindacati e ne risultò profondamente
modificata la natura dell’insieme dei rapporti sociali mantenuti dalle stesse
organizzazioni sindacali.
Gli studi sui conflitti sociali mettono spesso e volentieri
l'accento sulla funzione trainante e decisiva svolta da taluni strati
tradizionalmente conservatori ma soggetti a un processo di proletarizzazione, o
da strati nuovi apparsi con lo sviluppo della società industriale.
L'Italia, a questo proposito, offrì a cavallo del 68-69 una
situazione particolare: si verificò infatti una riarticolazione dell’intera
società nazionale attorno a tre punti: la crescente importanza dei meridionali
nel proletariato non qualificato del Nord, l'impossibile socializzazione di
questi meridionali da parte delle forze politiche e la crescente importanza dei
tecnici.
Nei quattro anni precedenti all’autunno caldo l'industria aveva
creato quasi un milione di posti di lavoro provocando dei veri e propri
spostamenti di popolazione dal sud verso il nord, con tutti i problemi che ne
seguivano: acculturazione, casa, scuole,sanità, ecc.
Si assistette, dunque, a un gonfiamento e a un
ringiovanimento considerevoli della classe operaia: i nuovi arrivati erano per
giunta sradicati.
Si costituì così un’inedita "massa critica" nelle
grandi metropoli industriali del Nord.
Nel 1969 questa "massa critica" raggiunse
dimensioni esplosive.
All'inizio dell'anno la Fiat rese nota la sua intenzione di
costruire una nuova fabbrica nella periferia di Torino.
In un anno dovevano essere creati 15.000 nuovi posti di
lavoro e si assistette a una nuova, ulteriore ondata migratoria.
A quel punto nacque (dopo tante sporadiche insorgenze
specifiche: pensiamo ai fatti di Piazza Statuto, sempre a Torino, nel 1962) un
movimento di rivendicazione generalizzato come mai in precedenza.
La popolazione immigrata prese a rivendicare il proprio
carattere "nazionale",esigendo dalle istituzioni un trattamento pari
a quello degli altri strati della popolazione a contrasto di latenti forme di
razzismo.
I meridionali erano
arrivati al Nord sapendo di non poter più fare ritorno a casa, ne era derivato
quindi, dopo un periodo di adattamento alle nuove condizioni di vita, un
comportamento rivendicativo immediato.
Si pose, insomma, con inedita urgenza il problema della
socializzazione della massa immigrata.
Questo compito fu assolto in larga parte dal sindacato e in
particolare dalla CISL, attraverso anche un nuovo ruolo assunto dalle ACLI.
Uno degli elementi nuovi e caratterizzanti dello scontro di
classe che si verificò in Italia in quel periodo fu caratterizzato dalle lotte
sindacali degli impiegati e dei tecnici che, a partire dal giugno 1968, con gli
scioperi della Falck a Milano, avevano interessato più di 30 fabbriche.
Un fenomeno completamente inedito, sia sul piano
quantitativo sia sul piano qualitativo nella storia della categoria
tradizionalmente condizionata dalle strutture aziendali e dall'ideologia
dominante del neocapitalismo.
Il discorso sull’unità sindacale si pose allora come
elemento fondante di una ricomposizione sulla base di un’acquisita coscienza di
classe, considerato che il peso schiacciante del dominio padronale faceva
apparire gli altri tipi di pressione come secondari o derivati.
Il sindacato avrebbe compreso, sul campo, che la
sindacalizzazione della categoria dipendeva dalla qualità delle lotte contro il
potere padronale e l'organizzazione capitalistica del lavoro.
Angelo Dina scrisse: “ La parola d'ordine del controllo
operaio non è ormai per il tecnico né una minaccia né un appello a una
solidarietà generica, ma una condizione di liberazione”.
Il “lungo” 68-69 italiano avevano, davvero, provocato una
svolta d'epoca.
NUOVE ESIGENZE DI DEMOCRAZIA
Il 1968 e il 1969 furono gli anni in cui apparvero forme
diverse di democrazia nella gestione delle lotte.
L'analisi di queste forme di lotta ci indica le
caratteristiche comuni, sia di lotte interne o esterne alla fabbrica, sia di
rappresentazione di un bisogno di partecipazione collettiva alle decisioni, sia
di costante ricerca con altri gruppi sociali, al fine di associarli ai
conflitti, trasformare i temi, allargare le basi della contestazione.
Si moltiplicarono i cortei in fabbrica, nei quartieri, i
comitati, gli interventi nelle piazze, le assemblee.
Si manifestò un intenso bisogno di partecipazione
democratica.
I due “prodotti” più importanti della “mobilitazione
partecipante” di quegli anni furono le assemblee e i delegati.
Le prime assemblee apparvero nel 1968 in due luoghi diversi:
dapprima nelle università e nelle scuole, dove la mancanza di una struttura
organizzativa preesistente non poteva che favorire la generalizzazione di
queste nuove istanze decisionali; in seguito nelle aziende, con le lotte degli
impiegati e dei tecnici.
Le assemblee furono rapidamente istituzionalizzate, anche
dallo “Statuto dei Lavoratori”, votato dal Parlamento il 20 Maggio 1970, che
all'articolo 20 specificava: “ i lavoratori hanno diritto di riunirsi,
nell'unità produttiva in cui prestano la loro opera, fuori dall'orario di
lavoro, nonché durante l'orario di lavoro, nei limiti di dieci ore annue, per
le quali sarà corrisposta la normale retribuzione”.
I delegati apparvero nel 1968 in diversi luoghi di lavoro,
generalizzandosi nel 1969 con procedure e funzioni differenziate.
Possiamo rintracciare, riferendoci all'epoca, quattro tipi
di delegati: il delegato designato con un accordo aziendale dopo dei conflitti
verificatisi sui problemi del lavoro a cottimo; il delegato voluto dal
sindacato, fuori dai momenti di lotta, per consolidare la sua presenza
nell'azienda; il delegato politicizzato eletto nei reparti in momenti di lotta
particolarmente duri, per il valore del suo impegno nel conflitto; il delegato
eletto dall'assemblea nei momenti di lotta, per dirigere i dibattiti,
organizzare gli scioperi, assicurare i collegamenti con i sindacati.
Una delle caratteristiche fondamentali del periodo che si
era aperto con il 1969 risiedeva nell'elasticità delle soluzioni adottate un
po' ovunque e nell'intenso dibattito che, proprio sul tema della democrazia
operaia, coinvolgeva le varie organizzazioni.
Già dal 1970 le federazioni dei metallurgici si schierarono
a favore di una concezione assai ampia del ruolo e dei compiti del delegato,
cercando di portare sullo stesso terreno le confederazioni.
NUOVI EQUILIBRI NELLE STRUTTURE SINDACALI E IL DIBATTITO
SULL'UNITA'
Alla fine di questo periodo molto intenso e tumultuoso che
possiamo definire come quello dell'emergere della nuova classe operaia e
dell'affermazione del sindacato dei consigli, ci si trova davanti ad un sindacato
sostanzialmente squilibrato le cui strutture variavano a seconda delle
federazioni, delle regioni, delle città: talvolta le nuove strutture
sostituivano quelle vecchie, in altri casi non era stato possibile insediare le
nuove, in altri casi ancora le vecchie e le nuove coesistevano.
Nelle lotte del1969 si era innanzitutto posta un’esigenza di
potere: potere dell'organizzazione (con la gestione delle lotte), potere in
fabbrica (con il controllo delle condizioni di lavoro), potere nella società
(con la spinta per le riforme). .
Il potere del lavoratore poteva però esistere solo se egli
era in grado di controllare le sue organizzazioni.
Ma occorreva anche che queste ultime fossero forti, ossia
unite.
Da qui la domanda di unità, costantemente presente fin dal 68.
Come reagirono allora gli apparati di fronte ai nuovi
comportamenti unitari apparsi alla base nel 68-69?
Numerose furono, infatti, in questo periodo le richieste d'adesione
a tutti i tre i sindacati, o addirittura le richieste d'adesione sindacale in
genere, che cioè non indicavano espressamente una preferenza per l'una o l'atra
confederazione.
Questi comportamenti andavano contro le tradizioni
partitiche di numerosi dirigenti confederali.
Il dibattito sull'unità, dunque, si sarebbe sviluppato a due
livelli, e con contenuti diversi, alla base e al vertice delle organizzazioni,
oltre che tra quelli che, a distanza di anni, potremmo definire come i dirigenti
politici del sindacato (leader che cercavano di attuare una politica sindacale
autonoma) e i dirigenti-uomini di partito (leader che continuavano a dipendere
dai rispettivi partiti).
Il problema dell'unità di base si manifestò, prima di tutto,
nell'azione rivendicativa dell’"autunno caldo", più in particolare
nelle grandi aziende.
L'accumulo delle pressioni sul sistema sociale provocò, come
si è visto, delle rivolte.
Gli obiettivi immediati di quelle rivolte si potevano
trovare, in questo caso, nelle condizioni che, secondo Max Weber favoriscono
"l'attività organizzata delle classi".
Esistevano, infatti, le possibilità di concentrare l'azione
in una sfera in cui il conflitto di interessi acquistava un’importanza vitale,
si ravvisava l'esistenza di uno "statuto di classe" identico per le
grandi masse; l'opportunità, anche sul piano tecnico, per i membri della classe
di riunirsi facilmente nelle grandi fabbriche con forte concentrazione di
manodopera; l'utilizzo di una leadership orientata verso obiettivi facilmente
comprensibili.
Tutto ciò si ripercuoteva sugli apparati che non potevano
più eludere il problema.
Quale unità costruire?
Si trattava di sciogliere le centrali esistenti e costruire
il sindacato unico a partire dalla strutture di base (delegati e consigli)?
Oppure occorreva ritentare l'operazione del patto di Roma,
ossia la riunione delle tre componenti ideologiche del movimento operaio
italiano, salvaguardando il diritto di espressione di ciascheduna di esse?
Alla fine fu adottata questa soluzione e molti militanti
rimasero profondamente delusi di fronte ad un arretramento così evidente
rispetto agli impegni presi.
All'epoca delle scissioni avvenute subito dopo la Liberazione non erano mancate
le pressioni esterne.
Non mancarono neppure in quest’occasione.
Fin dal marzo 1971 il segretario generale della CISL
internazionale, M.Buiter, venne in Italia a chiedere spiegazioni e a mettere in
guardia CISL e UIL contro il processo unitario in corso.
Nel maggio del 1971 una delegazione della Cgt-Fo aveva
ricevuto, in Francia, una delegazione dell'AFL-CIO, e la stessa AFL-CIO, per
bocca del suo rappresentante in Europa, Irvin Brown, aveva dichiarato di non
aver mutato opinione rispetto alle posizioni espresse alla fine degli anni'40
sul tema del sindacalismo italiano.
Nella sostanza, pur essendo il quadro sindacale europeo non
del tutto ostile al processo unitario, gli “antiunionisti” alla fine, presero
il sopravvento, perché le loro “pressioni esterne” s’incontrarono ed
intrecciarono all'interno nella situazione italiana.
A questo proposito è necessario rammentare due fatti molto
importanti.
In primo luogo nel gennaio del 1972, la Confindustria fece
pervenire alle confederazioni un documento sulla situazione economica e sociale
italiana.
Questo documento prospettava una situazione economica assai
grave (prevedendo tra l'altro un deficit commerciale di 2.000 miliardi di lire
per l'anno seguente) e proponendo dei rimedi.
La manovra era astuta: scadevano alla fine dell'anno i
contratti di circa 5 milioni e mezzo di lavoratori (metallurgici, chimici,
tessili, ecc) e l'apertura di negoziati al vertice mirava ad impedire
l'elaborazione di piattaforme rivendicative alla base.
Le confederazioni si divisero sull'atteggiamento da
assumere: la UIL e la CISL furono favorevoli al dialogo mentre la CGIL e le
federazioni “unitarie” lo respinsero.
Nacque così una prima grossa divergenza proprio nel momento
in cui si tentava di portare avanti l'unificazione.
Il secondo fatto rilevante fu rappresentato dalla svolta a
destra nel paese, che fece seguito all'avviarsi della strategia della tensione
con le bombe di Piazza Fontana a Milano del 13 Dicembre 1969.
L'elezione di Giovanni Leone alla presidenza della Repubblica,
alla fine del 1971, richiese ben 23 votazioni (fu “bruciato” il candidato
ufficiale della DC, Fanfani) e l'apporto determinante di una quota consistente
dei voti del MSI.
Incombente il referendum sul divorzio (la legge Fortuna - Baslini
era stata approvata qualche tempo prima) rese complessa la formazione del
governo, Leone, quale suo primo atto del mandato presidenziale, sciolse le
Camere ed indisse le elezioni anticipate (per la prima volta nella storia della
Repubblica) per il 7 Maggio 1972.
Il risultato elettorale confermò la svolta a destra. Il PCI
e la DC mantennero le posizioni ma lo PSIUP ed il “Manifesto” persero la loro
rappresentanza parlamentare (a sinistra il mancato quorum di queste formazioni,
oltre all'MPL e ad altre minori rese inefficace, al fine della divisione dei
seggi, oltre un milione di voti).
Il MSI raddoppiò i parlamentari passando da 30 a 56 alla
Camera e da 13 a 26 al Senato.
Il risultato elettorale e la strategia della tensione
bloccarono definitivamente il processo di unificazione.
Bruno Storti, messo in minoranza in seno alla CISL, fu
costretto ad aderire alla proposta dei suoi oppositori e della UIL, per il
ripiegamento del progetto unitario su di un “patto federativo”.
Le federazioni della metallurgia, che si erano tutte e tre
sciolte nel corso dei primi tre mesi del 1972 in attesa dell'approvazione
confederale alla costituzione di un unico sindacato di categoria, dopo aspri
dibattiti e nonostante l'avversità delle loro basi di fronte a questo
“compromesso d'apparato” approvarono anche loro il progetto di “patto
federativo”.
Il “patto” fu firmato a Roma il 3 Luglio 1972, e ratificato
il 24 dello stesso mese dai tre consigli generali riuniti.
La struttura stabilita dal patto federativo presentava tre
caratteristiche: non era rigida, non escludeva un suo possibile potenziamento,
segnava però una battuta d'arresto riguardo alle esperienze unitarie di base,
una battuta d'arresto che si sarebbe rivelata irreversibile e infine, per quel
che riguardava la composizione degli organismi dirigenti, concedeva troppo ai
partiti.
Nonostante l'aspetto transitorio ed evolutivo “il patto”
segnò incontestabilmente un secco arretramento al riguardo dell'insieme dell’esperienza
unitaria e delle prospettive che essa aveva aperto negli anni conclusivi del
decennio'60 e in quelli di apertura del decennio '70.
Infatti, se il Consiglio dei delegati rimaneva l'istanza
sindacale di base con poteri di contrattazione sui posti di lavoro, la sua
formazione adesso era intesa come restrittiva perché vi era prevista, contrariamente
al recentissimo passato, l'assicurazione delle rappresentanze dei tre sindacati
nell'esecutivo.
La scelta del patto
federativo al riguardo delle esperienze di unità organica progettate in
particolare nella metallurgia non consentì forme unitarie organiche forme
comunque denominate e articolate ai livelli verticali e orizzontali, che
avrebbero reso di fatto non operante la stessa federazione.
Il passo indietro del progetto unitario era evidente:
mutavano i dati di fondo della realtà sindacale di quegli anni, esisteva ormai
un movimento operaio assai combattivo, difficile da circoscrivere, ma si
operava per evidenziare un divario in seno alla struttura sindacale, tra la
base e il vertice, tra una classe operaia non priva di elementi fuori sistema e
uno strato di dirigenti, per volontà o per necessità, integrati nel sistema.
68 studentesco, 69 operaio avevano ormai terminato il
proprio ciclo: per dirla con una parafrasi celebre “avevano esaurito la loro
spinta propulsiva”, anche se tante cose erano cambiate.
Il riflusso era nell’aria: crisi petrolifera del 1974,
austerità, terrorismo, accompagnarono la seconda metà degli anni’70 preparando
il definitivo scenario di sconfitta segnato all’inizio degli anni ’80 dal
decreto di San Valentino 1984.