martedì 30 novembre 2021

LAVORO

 

Lo scivolamento corporativo in atto nella rappresentanza del mondo del lavoro ha portato Luigi Agostini ("Il Manifesto 30 novembre) ha interrogarsi sulla confederalità e sull'assenza di una corrispondente soggettività politica derivante dalla sparizione dei grandi partiti di massa della sinistra.

Una riflessione che, emblematicamente, arriva nel giorno in cui si è toccata in Italia la cifra dei 1.000 morti sul lavoro nel corso del 2021.

Le due "questioni" (per sottilizzare) si toccano e si intrecciano: permane la centralità dello sfruttamento umano all'interno di un quadro complessivo assolutamente drammatico circa l'espansione di una qualità inesplorata di contraddizioni sociali e di mancanza di una capacità di adeguata rappresentazione in un progetto politico.

E' questo il tema che la sinistra politica e sindacale dovrebbe affrontare ma ormai ci stiamo misurando in una sorta di "corporativizzazione del pensiero".

Grazie per l'attenzione

Franco Astengo

lunedì 29 novembre 2021

INTERVENTO CONVEGNO DI RIMINI 27/28 NOVEMBRE 2021: CI SIAMO MESSI DA PARTE TROPPO PRESTO

 

Care compagne e cari compagni scusandomi per il disturbo mi permetto inoltrare il testo (rivisitato da alcuni appunti) dell'intervento svolto al convegno di Rimini del 27/28 novembre 2021 organizzato in occasione del decimo anniversario dalla morte di Lucio Magri.



CONVEGNO DI RIMINI 27/28 NOVEMBRE 2021: INTERVENTO DI FRANCO ASTENGO

“Ci siamo messi da parte troppo presto”


Dobbiamo delle scuse a Simone Oggionni perché il suo testo dedicato a Lucio Magri meriterebbe un’analisi compiuta partendo proprio dall’articolo di Magri del 1953 sulla scuola e analizzando meglio l’esperienza del movimento giovanile democristiano anche in relazione a quello che sbrigativamente potremmo definire “dossettismo”.

L’andamento del dibattito fa pensare infatti che si stia imponendo la necessità di “ripensare all’oggi”.

Nel tentare di fornire un contributo in questa direzione allora viene quasi spontaneo pensare “Ci siamo messi da parte troppo presto”.

Nello scegliere tra i diversi argomenti in discussione credo si tratti di prestare attenzione a un punto che si sollevava nella relazione di Luciana Castellina e che riassumerei in una semplice frase:Lucio Magri non amava la politica “predicata” ma quella “praticata” .

Il tema di fondo di questo nostro convegno appare infatti essere quello della soggettività politica che manca alla sinistra italiana.

Un tema che rappresenta, in questo momento, quanto di più urgente ci propone il quadro della “politica praticata”.

Un tema da affrontare riflettendo sul passato della nostra esperienza in relazione diretta all’analisi della difficoltà che incontra oggi la sinistra nel quadro più generale e complessivo di una difficoltà della democrazia.

Mi permetto di sottolineare due spunti dell’elaborazione sviluppata nel tempo da Magri che possono servire come traccia del lavoro che ci aspetta in questo convegno: il primo riguarda la relazione al convegno di Bellaria (settembre 1977, una relazione a mio giudizio ancora figlia dell'analisi contenuta nel documento del gennaio 1974 sulla crisi energetica).

A Bellaria si analizzò e si definì l’analisi della conclusione del ciclo che possiamo definire “della nuova sinistra”.

Il secondo spunto da cui far muovere una riflessione è quello concernente la relazione svolta ad Arco nel seminario tenuto (autunno 1990) dalla mozione del “no” alla proposta di Occhetto di liquidazione del PCI.

In entrambe le occasioni(come in altri contesti) risaltò in Magri la capacità di sviluppare prima di tutto l’analisi della situazione politica prima di annunciare e proporre le scelte che via via dovevano sempre essere conseguenti e coerenti.

Non c’era mai nulla di improvvisato nelle proposte politiche:nulla era lasciato all’emozione del momento, alla volontà di apparire e meno che mai all’idea di compiere delle scelte e avanzare delle ipotesi concrete sulla base dei sondaggi e degli umori correnti. Il legame delle proposte con la realtà del radicamento e dei bisogni sociali doveva verificarsi per il tramite del soggetto politico, del partito, attraverso il quale era necessario compiere una duplice operazione, da un lato di ricezione della realtà dall’altra di formazione nel senso di esercizio di una vera e propria “pedagogia delle masse”: per l'oggi una lezione fondamentale.



In questo senso Magri ( e il Pdup) non furono mai “eretici” o “minoritari”.

Si sbagliò a considerare “minoritarie” le scelte politiche che derivarono dall’elaborazione presentata nel seminario di Bellaria (settembre 1977) fino alla confluenza nel PCI (dicembre 1984): scelte dovute, invece, alla capacità davvero derivante da un impianto strategico di resistere all’idea di una solidarietà nazionale che, secondo molti, avrebbe dovuto produrre la “germanizzazione” del Paese e a cui si sarebbe dovuta contrapporre una sorta di sindrome perdente da “Il movimento è tutto, la politica è nulla”.

Dallo scioglimento del Pdup derivò l’ingresso del PCI da parte di un certo numero di quadri.

Si realizzò sicuramente un risultato di presenza ed elaborazione politica che ebbe poi un peso soprattutto nella fase di confronto interno seguito alla proposta di scioglimento del Partito avanzata da Occhetto alla Bolognina (ma anche in precedenza se ci riferiamo alle vicende legate al XVII congresso, agli emendamenti sulla politica estera, al contributo alla crescita della sensibilità ambientale e anti – nucleare dentro al PCI, alla capacità di comprensione e alle proposte di innovazione nel campo, in quella fase in tumultuosa elaborazione, dell’innovazione tecnologica nella comunicazione di massa).

Complessivamente però la soluzione del ritorno nel PCI da parte del Pdup creò un vuoto di elaborazione: si modificarono i rapporti con parte della Sinistra Indipendente e con i soggetti che stavano maturando nell’ambientalismo , nel movimento per la pace,nel femminismo si interruppe la pubblicazione di una rivista come “Pace e Guerra” sulle cui pagine si stava portando avanti un’elaborazione di modernità di grande importanza in una sinistra italiana in quel momento stretta tra il declino incipiente del PCI e il rampantismo craxiano.

Soprattutto all’interno del Pdup, pur nella ristrettezza dei “numeri militanti”, si era riusciti a produrre sintesi sull’emergere di relazioni inedite tra le diverse fratture sociali (ho già citato i temi più importanti: ricordo ancora gli elementi di riflessione sul modificarsi dei termini dell’agire politico sia sul piano della forma – partito e del ruolo delle istituzioni; l’impatto femminista; l’insieme del discorso sui diritti sociali e civili, la presenza nel sindacato e nelle associazioni di massa; la sensibilità acquisita nella valutazione dell'importanza della trasformazione in atto nella comunicazione di massa).

Ad Arco il mancato accoglimento del messaggio implicitamente contenuto nella relazione di Magri "Il nome delle Cose" e il concreto accoglimento delle divaricanti (e sbagliate) analisi prodotte in quella sede da Cossutta e Ingrao provocarono non solo e soltanto una rottura politica immediata ma anche la fine di quel filone fondamentale di "sinistra comunista" che aveva segnato una parte decisiva dell'identità del "comunismo italiano".

Più tardi alcuni temi di grande spessore assolutamente decisivi che avrebbero segnato un’intera stagione non furono così affrontati con quella ricerca di sintesi e di produzione di proposta politica come sarebbe stata necessario e che un partito di quadri abituato all'analisi avrebbe potuto realizzare: penso al dibattito sul ruolo dei movimenti al momento dell’irruzione in scena dei no-global e alla scelta sulla non violenza, soltanto per fare degli esempi. Scelte che causarono un passaggio decisivo all'interno di un soggetto politico in quel momento ancora fondamentale per la sinistra italiana anche se non più espressione del filone della sinistra comunista: sul piano teorico il transito fu da un'idea del collettivo sociale all'individualismo di massa che Rifondazione Comunista accolse assieme all'accettazione della personalizzazione della politica e di un intreccio Movimentismo/Governabilità sul cui altare fu sacrificata la presenza della sinistra in Italia.

Avrebbe potuto ancora essere utile la presenza di un soggetto politico organizzato (anche dismettendo un poco la forma – partito classica e affidando la funzione istituzionale a una espressione di "autonomia del politico da sinistra").

Un soggetto politico capace di aver impostato da tempo una riflessione sulla modernità e la complessità delle fratture affiancate e intrecciate a quella “principale" (esattamente ciò che sarebbe utile oggi a una adeguata forma di soggettività della sinistra in Italia).

Dei “se” e dei “ma” però sono piene le fosse e queste considerazioni adesso sono forse utili soltanto per qualche abbozzo di ricostruzione più o meno storica: si tratta di farlo colettivamente mentre proviamo a continuare lo sviluppo di un’analisi sulle ragioni della pressoché totale scomparsa della sinistra in Italia e sulle difficoltà che si frappongono ad una sia pur minima ricostituzione di soggettività.

I ricordi potranno però far maturare soltanto alcune convinzioni sulle principali ragioni "storiche" da cui derivano almeno parte delle nostre difficoltà passate e attuali.

In sostanza si è dimostrato che la ritrosia dalla capacità analitiche e il rifiuto del nesso tra strategia e tattica per riversarsi semplicemente sull'hic et nunc non rappresentano mai una buona soluzione.

E' questa la lezione che ci viene dalla vicenda del Pdup anche oltre la straordinaria esperienza soggettiva attraversata da Lucio Magri.

Le considerazioni fin quei sviluppate non intendevano comunque presentarsi come venatura nostalgica ma come elementi di ricerca da porre a disposizione delle nuove generazioni per quello che è stato un patrimonio politico, di attenzione sociale, di radicamento in una comunità d'intenti che oggi abbiamo visto ritrovarsi ben oltre ogni aspettativa di partenza.

venerdì 26 novembre 2021

PARLAMENTO

 


PARLAMENTO di Franco Astengo

Sotto il titolo “Il Parlamento serve ancora?” Andrea Fabozzi (”Il Manifesto” 26 novembre) pone uno degli interrogativo di fondo al riguardo delle modifiche in atto circa la possibilità di agire politico secondo i dettami della Costituzione Repubblicana.

Attraverso una evidente e progressiva distorsione della funzione parlamentare sta infatti venendo a compimento un processo iniziato da lungo tempo, almeno dagli anni ’80 del XX secolo allorquando il tema della “governabilità” è assunto come centrale rispetto a un modificarsi nelle finalità di fondo dell’agire politico – istituzionale.

Un processo nel corso del quale si era cercato di stabilire progressivamente i termini di una “costituzione materiale” di stampo presidenzialista.

Una sorta di semipresidenzialismo era stato addirittura previsto nella riforma costituzionale elaborata dalla Bicamerale nel 1997 ma non era presente – ad esempio – nella riforma bocciata dall’elettorato nel 2016.

La “Costituzione materiale” non è mai stata portata a compimento come “Costituzione formale”: di conseguenza l’attuale spostamento d’asse nel ruolo del Parlamento denunciato da Fabozzi nel suo articolo si situa ai limiti del dettato costituzionale e meriterebbe un intervento molto più incisivo da parte del Presidente della Repubblica, alle cui funzioni nello specifico ci si dovrebbe richiamare con molta più forza da parte di chi intende salvaguardare il ruolo dell’istituto parlamentare.

La salvaguardia dell’istituto parlamentare rimane il punto di fondo dell’affermazione (e non della semplice difesa) della democrazia.

Dobbiamo tornare a richiamare in maniera compiuta ruolo e funzioni del Parlamento.

Non possiamo limitarci a reclamare una visione giuridico – amministrativa all’interno della quale è venuta ormai a mancare l’enunciazione relativa al ruolo di rappresentanza politica che nel Parlamento deve essere esercitata all’interno della dialettica tra le forze politiche e non necessariamente ristretta al rapporto maggioranza – opposizione (pensiamo, al proposito come esempio, il tema della politica estera).

Anche questa è materia di natura costituzionale.

Deve essere ricordata ancora una volta la visione di centralità del Parlamento sul piano del confronto politico insita nell’idea fondativa della democrazia repubblicana emersa nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente.

Una visione della democrazia repubblicana insita soprattutto nell’azione dei tre grandi partiti di massa, democristiano, socialista e comunista che esercitarono in quella sede una funzione egemonica contrapponendosi sia all’idea liberale di un sostanziale “ritorno allo Statuto” e della considerazione del “fascismo come parentesi” sia all’idea azionista di una democrazia maggioritaria di stampo britannico.

E’ necessario richiamare questi elementi quando si discute di ruolo e funzioni del Parlamento: in particolare in una fase come questa dove stanno lasciando uno strascico evidente quelle forti tensioni verso la disintermediazione in funzione della cosiddetta “democrazia diretta” (in tempi di web) e di disarticolazione del tessuto unitario.

Si aprirebbe a quel punto il discorso sulla funzione degli Stati nazionali e del rapporto con la realtà di espressione di forme di sovranazionalità e di cessione di poteri (come nel caso dell’Unione Europea): un tema che sarebbe necessario affrontare con molta capacità di riflessione e rifuggendo dai propagandismi di maniera.

Nelle conclusioni del suo intervento Fabozzi indica la strada della legge elettorale proporzionale con le preferenze e con nome serie di rimborso pubblico e tetti di spesa alle campagne elettorali ed esprime giusta preoccupazione rispetto alla probabile conferma delle liste bloccate.

Il tema della formula elettorale deve essere affrontato tenendo ben conto del dato della riduzione del numero dei Parlamentari e di ciò che questo elemento significherà soprattutto sotto l’aspetto della rappresentatività politica e del rapporto tra eletti ed elettori.

Sarà necessario avanzare una proposta di formula attraverso la quale puntare a una connessione tra territorialità e rappresentanza politica.

L'attuale formula elettorale prevede un mix tra collegi uninominali e parte proporzionale: una proposta di sistema proporzionale potrebbe prevedere proprio per esaltare la necessità di una territorialità della rappresentanza una formula basata su collegi uninominali (nei quali potrebbero anche realizzarsi situazioni diversificate di alleanze) con assegnazione dei seggi su base proporzionale ( come esempi si richiamano la formula usata per il Senato dal 1958 al 1992 e quella per le amministrazioni provinciali).

In conclusione sarebbe il caso di ricordare ancora le funzioni fondamentali assegnate al Parlamento dalla Costituzione e che via via sono andate perdute:

Riassumendo possiamo così reinterpretare le cinque funzioni fondamentali del Parlamento:


1) La funzione d’indirizzo politico, inteso come determinazione dei grandi obiettivi della politica nazionale e alla scelta degli strumenti per conseguirli, in specificazione dell’attualizzazione e dell’opposizione – dai diversi punti di vista – del programma di governo;


2) La funzione legislativa, comprensiva dei procedimenti legislativi cosiddetti “duali” che richiedono cioè la compartecipazione necessaria del Governo o di altri soggetti dotati di potestà normativa;


3) La funzione di controllo, definita come una verifica dell’attività di un soggetto politico in grado di attivare una possibile attività sanzionatoria;


4) La funzione di garanzia costituzionale, da interpretarsi come concorso delle Camere alla salvaguardia della legittimità costituzionale nella vita politica del Paese;


5) La funzione di coordinamento delle Autonomie, sempre più complessa da attuare in un sistema che, nelle sedi di raccordo esistenti sia a livello internazionale che infranazionale tende a privilegiare il dialogo tra esecutivi.

lunedì 22 novembre 2021

LA FINE DELLA STORIA E LA FINE DEL NOSTRO MONDO

 

LA FINE DELLA STORIA E LA FINE DEL NOSTRO MONDO di Franco Astengo


“Le Monde diplomatique” nell’edizione italiana di novembre ospita un articolo di Evelyne Pieller, “La politicizzazione della nostalgia”, sui cui contenuti vale la pena di riflettere.

L’autrice si colloca sulle tracce di Oswald Spengler e del suo “Tramonto dell’Occidente” tracciando un quadro che può essere riassunto riproducendo il “catenaccio” con cui la rivista completa il titolo dell’articolo: “L’idea che il nostro mondo, o meglio la nostra civiltà, stia per finire è nell’aria. E non solo a causa del cambiamento climatico, Chi concorda con questa deplorazione, ancestrale, tende a incolpare la ragione universalista, che separa l’uomo dal resto dei viventi e sostituisce l’inscrizione nel concreto di una terra e di un gruppo con una democrazia astratta. Nozioni che per alcuni non sono più appannaggio dell’estrema destra”.

In questo modo con la separazione dell'uomo dal resto dei viventi si compirebbe la parabola della teoria della “fine della storia” che coinciderebbe con l’idea della “fine del nostro mondo” .

Da molte parti si riflettendo sulla diversità di intrecci che si stanno determinando rispetto alla visione tradizionale della "teoria delle fratture" ( struttura e sovrastruttura) e si finisce concludendo che non rimane altro che “sospirare il passato”, arrenderci all’esistente e ai dettati imperativi della comunicazione mainstream ammettendo che “il nostro mondo è perduto” e magari davvero “si stava meglio quando si stava peggio”.

Così un presunto progressismo si allinea alla destra all’interno di una sorta di teoria della catastrofe.

Nel corso di questi mesi di emergenza sanitaria si è anche cercato di discutere intorno alla possibilità di elaborare un progetto di “società sobria” intesa proprio come soggetto di prosecuzione della storia: forse quell’eventualità potrebbe essere già superata e un nuovo modello di vita ci sarà imposto dai fatti e dal governo assoluto della tecnica inteso come la fine della democrazia così come questa è stata concepita in una certa parte del mondo.

Non possiamo e non dobbiamo permettere che la "fine del nostro mondo" coincida appunto con la "fine della storia" confluendo in nuovo ordine del tipo di quello descritto da Kurzweil quando prevede (per la fine di questo secolo) un "futuro in cui le macchine intelligenti saranno umane, anche se non biologiche e avranno corpi virtuali all'interno di realtà virtuali".

A quel punto, secondo l'autore, gli esseri umani vivranno individualisticamente all'interno di realtà virtuali e il destino del genere umano sarà quello della "Singolarità".

Se vogliamo contrastare l’affermarsi definitivo dell’egemonia della forza basata sull’esclusività del dominio della tecnologia e della conseguente concentrazione di potere basato sul dominio dell'immateriale sul singolo bisognerà dunque prometterci di "cercare ancora".

L'interrogativo più pressante appare allora quello dello stabilire se saremo in grado di disegnare una nuova collettività, un ruolo della "Cosa pubblica" (inteso come "stare assieme") : quella che abbiamo definito "Stato" e/o "Sovranazionalità" proponendo un'alternativa, un “socialismo della finitudine” (per André Tosel "comunismo della finitudine") e che adesso, senza richiamare necessariamente le "magnifiche sorti e progressive" potremmo provare a intitolare al "socialismo dell'orizzonte" utilizzando per definirne il pensiero d'origine l'inedita categoria dell' "ottimismo della ragione".

Non servono voci figlie della catastrofe.

Si può pensare di poter “cercare ancora” per trovare vie di nuovo sviluppo per modificare le grandi storture della modernità.

Nel momento ci troviamo davanti alla necessità di un ripensamento generale.

Una riflessione rivolta al globale posta ad un livello che non avremmo mai immaginato e che potrebbe essere indicato come “di civiltà”.

Sarà soltanto in quella dimensione, di vera e propria ridefinizione del concetto di civiltà che si potrà rispondere a quegli "infingimenti scenici" che nascondano il solito egoismo vorace dei più forti.

Si tratta di trovare assieme la sede di una riflessione e di ricerca di una strada utile anche per adeguare la nostra pratica perché abbiamo disperato bisogno di ritrovare tutto il pragmatismo necessario per affrontare le lotte del giorno per giorno che, beninteso, continuano.

venerdì 19 novembre 2021

SPARTIZIONI RAI E FORMA DI GOVERNO

 

SPARTIZIONI RAI E FORMA DI GOVERNO di Franco Astengo

Nel suo articolo apparso sul “Manifesto” sotto il titolo “La RAI e i bussolotti di Fuortes: come prima più di prima” Vincenzo Vita attribuisce (giustamente) un punto di salto decisivo nella logica spartitoria delle nomine RAI al governo Renzi che decise nel merito il passaggio di tutto il potere al governo, rovesciando una quarantennale giurisprudenza costituzionale che attribuiva al Parlamento l’indirizzo e la vigilanza del servizio pubblico.

Tre osservazioni al proposito:

1) Il quadro complessivo dentro al quale si è collocata anche la questione delle nomine RAI deve essere inquadrato in quel mutamento della forma di governo costituzionale di cui il governo Draghi appare ormai come il terminale capace di raccogliere e definire una opera di demolizione del ruolo del Parlamento che va avanti da molto tempo;

2) Nel dicembre 2016 dalla parte “costituzionale” fu vinto un referendum i cui contenuti ruotavano attorno al tema appena indicato. La presenza di fortissime correnti che avevano contribuito a formare l’esito di quel successo ma che si erano mosse soltanto al fine di una strumentalizzazione politica di quel risultato impedì di trasformare come sarebbe stato necessario il tema della forma di governo parlamentare in elemento di “frattura politica”;

3) Nel settembre 2020 il risultato di un altro referendum, quello riguardante il numero dei parlamentari, rovesciò l’esito di quello del 2016 infliggendo un duro colpo al senso profondo della Costituzione Repubblicana nel cui articolato la forma di Stato rimane comunque basata sulla rappresentatività politica. In quell’occasione però si mostrarono contrari all’incirca sette milioni di elettrici ed elettori. C’era spazio per costruire intorno a quel risultato una consistente soggettività di sinistra costituzionale capace di rappresentare un riferimento concreto per la riaffermazione non semplicemente testimoniale dei punti di fondo della nostra Carta Fondamentale. Fin qui non c’è stata la volontà politica di muoversi in questa direzione e a sinistra si continua ad essere subalterni alla logica di una “governabilità” egemone sulla rappresentanza. Un fatto che ormai accetta situazioni a livelli “border line” con il dettato costituzionale : allora la spartizione RAI diventa affare di un governo di nessuno, concentrato nelle mani e nella testa del vertice di un esecutivo che si minaccia di riunificare con quello della rappresentanza nazionale che dovrebbe essere interpretato dal Presidente della Repubblica.


mercoledì 17 novembre 2021

"IL ROSSO NON E' IL NERO": UNA PROPOSTA PER LA SAVONA DEMOCRATICA, PROGRESSISTA, ANTIFASCISTA

 

“IL ROSSO NON E’ IL NERO”: UNA PROPOSTA PER LA SAVONA DEMOCRATICA, PROGRESSISTA, ANTIFASCISTA

Presentare il testo di un “Preambolo” nel corso di una Assemblea Aperta da organizzare nei prossimi giorni.

Un “Preambolo” con il quale si proponga la costituzione di una Associazione di persone (in forma “leggera”) a quella parte della Città che professa valori democratici, progressisti, antifascisti e che è stata decisiva per il successo elettorale della candidatura di Marco Russo

E’ stato questo, esposto in sintesi, l’esito dell’assemblea svoltasi nella serata del 16 novembre del gruppo “Il Rosso non è il Nero”.

L’idea è quella di una apertura verso diverse istanze politico – culturali in modo da contribuire a far sì che, in Città e in Provincia, si sviluppi un vero e proprio salto di qualità del dibattito e dell’interscambio di esperienze.

Grazie al contributo di tutte le interessate/i si tratterà di delineare un impegno rivolto a due fronti: sul piano locale attivare una forma di interlocuzione criticamente propositiva da portare avanti nella progettualità verso le Istituzioni e sul piano più generale sviluppare un lavoro che riguardi le radici della sinistra democratica e progressista ricercando il miglior approccio analitico da riservare verso le grandi novità che stanno avanzando sul terreno della tecnologia, delle dinamiche del lavoro, della comunicazione costruendo così una “territorialità della rappresentanza” adeguata alle inedite forme dell’agire politico misurandoci anche con i limiti evidenti che oggi presenta l’azione delle strutture dei partiti e dell’insieme dei corpi sociali intermedi.

Un progetto ambizioso che sarà prossimamente delineato in sede pubblica allo scopo di arrivare alla convocazione di una vera e propria “Assemblea Costituente” nel corso della quale gli “Stati Generali” della parte più avanzata della società savonese decida, in un contesto collettivo, la miglior strada da seguire per consolidare il risultato elettorale savonese dell’ottobre e proporsi di contribuire alla crescita di una classe dirigente nella quale dovranno essere protagoniste le giovani generazioni.

domenica 14 novembre 2021

RAPPRESENTANZA E TERRITORIO

 

RAPPRESENTANZA E TERRITORIO di Franco Astengo


La riduzione del numero dei parlamentari , prevista per la prossima legislatura, porterà anche come conseguenza una ridefinizione nel rapporto tra rappresentanza politica e territorio incidendo così direttamente sulla formazione degli schieramenti che si presenteranno al giudizio di elettrici ed elettori.

In questo senso si impone una riflessione sul sistema di alleanze (restando incerta la formula elettorale con la quale si andrà a votare nel 2023 o forse nel 2022) e sul metodo da seguire per la ricerca delle candidature.

L’esito delle elezioni amministrative svoltesi nell’ottobre 2021 ci ha fornito un quadro complessivo di forte disaffezione dal voto: l’astensione si è massicciamente affermata soprattutto nelle periferie e la “qualità sociale” del voto attribuito alle forze del centro sinistra è rimasta essenzialmente come dotazione di ben precisi ceti sociali, dal punto di vista delle professioni, dell’istruzione, della residenza.

Nonostante i buoni risultati raggiunti sul piano dell’esito immediato della contesa è necessario ammettere che, dalla parte democratico – progressista, non si è realizzata una presentazione elettorale omogenea dal punto di vista delle rappresentanze politiche e non si sono ravvisati elementi concreti di costruzione (necessaria) della rappresentanza di un blocco sociale.

Sul piano politico raramente si è realizzato un quadro di efficace connessione tra partiti, movimenti progressisti e specifiche realtà associative rappresentative di “single issue” come nel caso dell’ambientalismo (al riguardo si trova difficoltà a trasformarne le istanze in soggettività generale), dei diritti civili, delle emergenze al riguardo del welfare (tanto più in tempi di emergenza sanitaria), del mondo del lavoro.

Il dato prevalente è ancora quello della frantumazione e della difficoltà a tenere assieme radicalità delle opzioni e scelte di governo: elementi questi che debbono essere valutato ben al di là della constatazione dell’esistenza di una sorta di “pulviscolo” a sinistra i cui rappresentanti pare non si pongano la questione dello sfilacciamento se non a partire dalle loro soggettive esigenze di sopravvivenza politica.

Insomma: in vista delle elezioni politiche abbiamo due questioni urgenti da affrontare:

1) quello della rappresentanza della sinistra : tema che si pone nel senso dell’autonomia e della costruzione di nuova soggettività;

2) quello della territorialità del voto, in una condizione nella quale ampie parti del paese rischiano di rimanere del tutto prive di rappresentanza istituzionale.

E’ evidente che il secondo punto andrà affrontato anche alla luce della crisi delle Regioni, ormai ridotte a soggetti di nomina e di spesa e delle difficoltà emergenti nella capacità di espressione di progettualità da parte dell’insieme del sistema degli Enti Locali (ad esempio: l’istituzione delle Città metropolitane , la Provincia ridotto ad ente di secondo grado, l’abolizione delle circoscrizioni, la riduzione delle Comunità Montane hanno rappresentato passaggi di inasprimento delle difficoltà del sistema).

Nella volontà di semplificazione sono sorti viluppi nel quadro istituzionale complessivo dell'autonomia e del decentramento che richiedono un’analisi approfondita e originale capacità di proposta, mentre rimane pendente la questione sollevata da destra (e non solo) dell'autonomia "differenziata" messa da parte soltanto provvisoriamente dall'emergenza sanitaria.

Servirebbe una strategia rivolta a promuove un’elaborazione utile a costruire ipotesi da concretizzare sul piano della costruzione di alleanze ( come esempio alcuni modelli scaturiti dalle realtà locali potrebbero essere utili) e dell’affermazione di una nuova classe dirigente, a partire dai territori.

Il tema della formula elettorale non può star fuori da questo quadro, soprattutto sotto l'aspetto del rapporto tra eletti ed elettori.

Una formula che consente - appunto - di tenere connessa territorialità e rappresentanza politica.

L'attuale formula elettorale prevede un mix tra collegi uninominali e parte proporzionale: una proposta di sistema proporzionale potrebbe prevedere proprio per esaltare la necessità di una territorialità della rappresentqanza una formula basata su collegi uninominali (nei quali potrebbero realizzarsi situazioni diversificate di alleanze) con assegnazione dei seggi su base proporzionale ( come esempi si richiamano la formula usata per il Senato dal 1958 al 1992 e quella per le amministrazioni provinciali).

Sarebbe comunque il caso di non accumulare ulteriori ritardi nell'affrontare questi temi così delicati e decisivi per l'avvenire della nostra democrazia parlamentare che è necessario rimanga quella impostata dal testo della Costituzione Repubblicana.

giovedì 11 novembre 2021

11 NOVEMBRE 1918

 

11 NOVEMBRE 1918 di Franco Astengo

La prima guerra mondiale uccise 10 milioni di persone.

Una catastrofe che durò quattro lunghissimi anni.

Un immenso sacrificio umano compiuto sull’ara laica del più cieco nazionalismo.

Da una parte gli interessi di pochi uomini potenti e dall’altra comuni soldati seppelliti sotto il fango, il sudore, le lacrime delle trincee.

La terribile mattanza iniziata il 28 giugno 1914 con l’attentato di Sarajevo si concluse l’11 novembre 1918.

Mosso da una forte preoccupazione per la ripresa delle idee sovraniste, la crisi delle organizzazione internazionali, i rischi di guerra insiti in una ripresa di confronto diretto tra le grandi potenze ho preso spunto dalla ricorrenza riguardante la conclusione della prima guerra mondiale per compilare questo appunto, dai contenuti meramente didascalici.

Il tema che mi sta a cuore è quello del sorgere di un evidente pericolo di scivolamento del quadro internazionale su posizioni nazionaliste (oggi appunto definite “sovraniste”) : un fenomeno accentuato anche dalle condizioni dettate dal protrarsi dell’emergenza sanitaria e dal peso dei flussi migratori dovuti alle guerre e all'aumento delle distanze economiche, sociali, ambientali.

E’ vero che siamo di fronte ad un fallimento come quello dell’UE e al “ritorno all’indietro” di quello che era stato definito come processo di “globalizzazione”.

L’idea della “cessione di sovranità” dello stato – Nazione era stata incautamente accelerata mentre emergevano, ed emergono, da parte delle grandi potenze posizioni di tipo imperialista.

In questo quadro è però necessario rifiutare uno scontro di taglio manicheo tra gli “ortodossi” europeisti – globalisti e i “neo – nazionalisti”, chiaramente orientati a destra.

A questo punto emerge la necessità di rivisitare la nostra storia, soprattutto dei socialisti e dei comunisti italiani, nei suoi punti più alti.

Si deve allora ricordare la conclusione della Grande Guerra mentre sembra risorgere il nazionalismo, vera matrice di quell’immane conflitto.

Il nazionalismo racchiude in sé tutte le chiusure che si stanno verificando anche qui nell'Occidente sul piano etico, culturale, dell'interscambio.

Un Occidente che i cultori della "fine della storia" pensavano di considerare ancora il punto più avanzato di espressione del pensiero del progresso politico.

E’ necessario allora tornare a far capire che tutte le lotte: contro il razzismo, il militarismo, la sopraffazione di genere, portano in sé una matrice comunque che è quella dello sfruttamento.

Lo sfruttamento che nasce dall’imposizione della logica del profitto sull’insieme delle attività umane.

La sconfitta dei repubblicani nelle elezioni presidenziali USA non è stata sicuramente sufficiente ad allontanare il pericolo di ulteriori processi di imbarbarimento.

Le forme nelle quali il nazionalismo si è storicamente espresso possono essere così riassunte: 1)Autoritarismo

2)Interventismo armato

3)Apologia della guerra

In sostanza sono stati questi i criteri di politica interna ed estera assunti dalle maggiori potenze europee nel ciclo della crisi internazionale che ha portato al conflitto del 1914 e successivamente a quello del 1939.

Gli elementi del nazionalismo, dell'autoritarismo e dell'interventismo armato rappresentarono i vettori ideologici per il disciplinamento delle masse e per la loro completa identificazione nel patriottismo fanatico.

La competizione politica, a quel punto, si era trasferita sul terreno delle ideologie autoritarie e di origini biologiste (vedi antisemitismo) e della vocazione imperialista.

Insomma: i punti salienti sui quali si sono innestate le catastrofi del ‘900 e che oggi, in veste modernizzata dalla tecnologia e dalla velocità di comunicazione, sembrano riproposte dalle maggiori potenze mondiali (affari militar – energetici compresi) come dimostra la contesa sui vari aspetti della transizione in atto.

Una contesa malcelata dalla partecipazione ad eventi internazionali (vedi G20 di Roma o Cop 26 a Glasgow) utili soltanto a conservare determinate precise forme di disponibilità del dominio costringendoci a rievocare spettri (mai allontanati) del passato.


mercoledì 10 novembre 2021

DOMANDE

 

DOMANDE


Il dibattito sulla condizione della sinistra impostato in questi giorni dal “Manifesto” attraverso gli interventi di Norma Rangeri necessita , a mio giudizio, di essere sintetizzato in alcune domande d’attualità considerando l’evidente freddezza al tema fin qui dimostrata dalle forze politiche costituite, evidentemente restie a mettersi in discussione.

Soggetti autorevoli come lo stesso “quotidiano comunista” o associazioni di grande prestigio come l’ARS, il CRS, il Circolo Rosselli di Milano e altri dovrebbero trovare la possibilità di sviluppare il confronto in forma molto più stringente dal punto di vista del porsi obiettivi concreti legati alla fase politica.

Provo a riassumere:

1) Può diventare realistica la prospettiva di formazione di un soggetto politico nel quale si superino antiche e nuove divisioni, costruendo una soggettività che non derivi dal semplice assemblaggio dell’esistente? E’ evidente che sotto a questo aspetto debbano andare in discussione tutte le implicanze legate alle connessioni con le lotte sociali in corso, la rappresentanza del mondo del lavoro, ecc,ecc.

2) Si può avviare una dibattito intorno ad una misurazione del cosiddetto “perimetro Draghi”: dentro o fuori? Al primo posto di questa misurazione di perimetro, ovviamente, rimane fondamentale il discorso posto sul piano internazionale relativo al mondo che corre verso la divisione dei blocchi e del nuovo atlantismo, con le evidenti conseguenze sul piano europeo.

3) Nel muoversi delle acque del sistema politico italiano è plausibile pensare a una ipotesi di nuovo bipolarismo tra una destra che comprenda da IV a FdI e una “sinistra” fondata sull’asse tra PD e M5S, con un angolino riservato a una “residualità” da sinistra? Oppure può risultare credibile una prospettiva di proporzionale? In questo secondo caso diventerebbe quanto mai urgente posi il tema della costruzione di soggettività a sinistra posta in grado di recuperare autonomamente una presenza istituzionale(anche di fronte ad uno sbarramento al 4 o al 5%). Risalta così la assoluta decisività del sistema elettorale. Il tema della presenza elettorale (sia per il 2022, sia per il 2023) è comunque da sollevare per tempo, anzi rendendoci conto di essere già in ritardo;

4) Nell’immediato, al riguardo della prossima elezione del nuovo Presidente della Repubblica, può essere il caso di stabilire un raccordo e di avviare un confronto tra i soggetti associativi indicati, gli strumenti di comunicazione come il Manifesto e altri, le forze politiche per tirar fuori una candidatura che possa trovare tra le grandi elettrici e i grandi elettori un consenso posto oltre i ristretti confini della presenza data attualmente in Parlamento? Una candidatura da far crescere e pesare nel contesto complessivo tanto da lasciare comunque un segno di riconoscibilità complessiva che risulterebbe utile per proseguire il cammino.

Scusate lo schematismo, grazie per l’attenzione

Franco Astengo

SAVONA: L'UMILTA' DELL'AGIRE POLITICO

 

SAVONA: L'UMILTÀ’ DELL’AGIRE POLITICO di Franco Astengo

Nel corso della seduta inaugurale del nuovo ciclo amministrativo il neo-sindaco Marco Russo ha pronunciato un intervento come non si ascoltava da diverso tempo nell’aula del nostro Consiglio Comunale.

Nelle parole del nuovo Sindaco è stato ripreso un concetto ormai desueto in questa “società dell’apparire” che ha originato la forma particolare della “democrazia recitativa”.

L’idea di fondo che ha presieduto l’intervento è stata quella dell’ “umiltà dell’agire politico”.

Un’umiltà esercitata su due punti fondamentali:

a) considerare l’istituzione come soggetto impersonale prevalente sull’ambizione dei singoli; b) cercare di analizzare la crisi della democrazia (oggi in pieno svolgimento) partendo proprio dal dato elettorale espresso proprio nel voto della nostra Città: dato elettorale che ha visto prevalente la disaffezione e il distacco evidenziatisi con la scarsa partecipazione al voto . Alla fine, nel turno di ballottaggio, si sono espressi 22.702 voti validi su 49.658 aventi diritto pari al 44,91% e i 13.883 suffragi raccolti dal nuovo Sindaco hanno rappresentato soltanto il 27,95% dell’intero elettorato.

Aver dimostrato di essere intellettualmente in grado di raccogliere questo messaggio non deve significare semplicemente la presentazione di un saggio di onestà intellettuale (e sarebbe già tanto) ma anche di volersi impegnare in una sfida.

Sorge interrogativo: come può un’amministrazione comunale stretta tra mille emergenze interne ed esterne impegnarsi in questo discorso di espressione di un’ intenzione di affrontare la evidente crisi della democrazia?

In realtà la domanda è anche al centro della riflessione in corso nell'inca, riunita in queste ore in assemblea a Parma ,e forse sarebbe il caso di riflettere sui termini possibili di una ripresa di associazionismo progressista interno al sistema degli enti locali: ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.

Torniamo allora alla piccola, periferica Savona: l’interrogativo che era presente nell’intervento che si sta analizzando riguarda tutta la Città, i suoi soggetti politici organizzati, le sue aggregazioni culturali (che pure hanno fornito un contributo rilevante nel frangente elettorale), i suoi corpi intermedi, le sue istituzioni economiche e associative, le semplici cittadine e cittadini.

Beninteso: la risposta non può stare semplicemente nei risultati concreti che si avranno attraverso l’impegno della nuova amministrazione. Risultati di cambiamento nella qualità della vita cittadina che pure sono molto attesi e che verranno giudicati con grande attenzione ma che potranno arrivare soltanto comprendendo la complessità dei processi in atto sul piano economico, sociale, culturale.

E’ necessario reclamare prima di tutto un mutamento di clima nella capacità di chi intende esercitarsi nell’agire politico.

Un impegno di presenza e di partecipazione politica collettiva che potrà essere condotta soltanto attraverso una ricerca di stretta connessione con l’impianto delle presenti (e da accrescere) strutture culturali.

Sarà però essenziale mantenere quella capacità di muoversi proprio sul piano di quell’umiltà che porta alla considerazione di una centralità delle istituzioni.

La centralità delle istituzioni democratiche (e in particolare dei consessi elettivi dal Parlamento sino all’idea di costruzione di nuovi strumenti del decentramento cittadino) rimane a dispetto dell’alternarsi di chi le frequenta e le governa.

Una centralità delle istituzioni democratiche da esercitarsi sempre in funzione dell’interesse generale dettato dalla Costituzione (un fatto questo molte volte disatteso nel passato da precedenti amministrazioni di diverso formato politico).

La centralità delle istituzioni democratiche costituisce l’ elementi decisivo il cui sviluppo non può toccare un singolo ma che richiama la responsabilità di tutti coloro che, fuori e dentro gli apparati, intendono affrontare con coraggio questa situazione così complessa e per certi versi inedita.

Appunto “l’umiltà dell’agire politico”.

Savona non può mancare questo appuntamento arrendendosi ad un declino che non possiamo e non dobbiamo accettare.


lunedì 8 novembre 2021

SAVONA SANAC E CRISI INDUSTRIALE

 

SAVONA: SANAC E CRISI INDUSTRIALE di Franco Astengo


Nelle cronache savonesi di questi giorni è stato dedicato poco spazio alla difficile situazione della SANAC, la storica azienda vadese che fabbrica materiali refrattari ed è quindi legata al ciclo della siderurgia.

Una vertenza complessa che dura da anni e si sta sviluppando presentando il rischio evidente di una riduzione dell’attività produttiva.

Il caso della Sanac, partecipata di Invitalia con quattro centri produttivi in Toscana, Sardegna, Piemonte e Liguria dove nel sito di Vado Ligure occupa 85 lavoratori, continua a tenere banco visto considerato che già da giugno, come avevano denunciato i sindacati, da Taranto non stanno arrivando ordinativi. E, cosa ancora più grave, Arcelor Mittal non ha ancora completato la promessa acquisizione degli stabilimenti avendo anche fatto scadere la fidejussione che aveva dato in garanzia e non presentandosi all’audizione parlamentare che si è svolta lo scorso 4 novembre.

Nella realtà savonese la situazione della SANAC richiama oltre la drammaticità della specifica situazione alcuni temi sui quali porre l’attenzione sul piano politico.

I punti di fondo sono, principalmente, questi due:

1) Il forte richiamo che è necessario lanciare sull’esigenza di definizione di un progetto di reindustrializzazione della zona compresa tra il savonese e la Val Bormida;

2) L’avvio di un vero e proprio ripensamento strategico del concetto di “area industriale di crisi complessa”: dal decreto del 2016 ad oggi i risultati dell’operazione di Invitalia non ha, infatti, fornito esiti tangibili.

Al momento, infatti, secondo il sito di Invitalia sono a disposizione 20 milioni di euro: a Giugno 2021 erano state ammesse alla fase istruttoria 3 aziende (Cartiere Carrara, First Plast, Esso Italiana) per un totale di nuovi 61 posti di lavoro e poste in graduatoria altre 7 aziende per un totale di nuovi 46 posti di lavoro.

Dato e non concesso un esito positivo delle istruttorie e di una possibilità di successivi reinserimenti appare modesto il complesso della prospettiva che si pone sul piano occupazionale.

Dall’altra parte della bilancia va anche segnalata come di grande importanza la prospettiva di un investimento importante riguardante Bombardier per la realizzazione a Vado di un nuovo capannone da 220 metri in cui realizzare la grande manutenzione sui treni e sviluppare almeno una parte delle nuove produzioni di convogli ad idrogeno per i quali Alstom sta mettendo in campo investimenti e le più moderne tecnologie.

Una situazione quest’ultima che merita anch’essa grande attenzione sul piano economico e politico.

Si tratta soltanto di due esempi, quello della crisi SANAC e delle prospettive Bombardier che invitano a considerare ,nel complesso del tessuto industriale del nostro comprensorio , una possibilità di concreta realizzazione di un adeguato rafforzamento sul piano infrastrutturale e tecnologico.

La questione delle infrastrutture appare molto delicata e il tema dell’isolamento senz’altro il più stringente da affrontare sia sul piano della viabilità su gomma, sia rispetto al trasporto ferroviario.

Infrastrutture, rafforzamento tecnologico, crescita occupazionale rappresentano tre punti urgenti di impegno per tutti i soggetti interessati che il caso SANAC richiama, ancora una volta, come urgenti da affrontare.

Il confronto tra aziende e sindacati ha bisogno di essere inquadrato all’interno di un disegno compiuto di nuova industrializzazione .

Un disegno di progettualità compiuta composta, oltre che dal già richiamato discorso sulle infrastrutture anche da un adeguamento riferito alle possibilità di utilizzo delle aree industriali dismesse e dall’inserimento del sito di Vado Ligure nel processo previsto dal PNRR di rinnovamento delle fonti energetiche e delle tecnologie digitali.

Il primo passo, in questa direzione – almeno dal punto di vista istituzionale – potrebbe essere quello della creazione di un punto stabile di confronto tra gli Enti Locali, la Regione, il Governo (una struttura che, allargando l’orizzonte, superi il meccanismo dei “tavoli” aperti al MISE e il riferimento obbligato all’area industriale di crisi complessa).

Una struttura nella quale il Comune di Savona (fin qui spettatore pressoché passivo) assuma una posizione di vero e proprio Ente capofila avviando nel concreto una prima applicazione del concetto di “comprensorialità” includendo in una sede di dialogo permanente gli enti del savonese e quelli della Val Bormida.

E’ necessaria la redazione di linee di pianificazione all’interno delle quali si tengano assieme le questioni portuali, urbanistiche, della viabilità, della trazione ferroviaria, dell’utilizzo delle aree industriali dismesse, dell’innovazione tecnologica nell’ottica di un equilibrato concerto tra regia pubblica e iniziativa privata in un’ottica di effettiva progettualità strategica.




domenica 7 novembre 2021

7 NOVEMBRE

 

7 NOVEMBRE di Franco Astengo


7 Novembre 1917 (25 Ottobre secondo il calendario giuliano, al tempo ancora in uso nell’Impero zarista), centoquattro anni fa, la presa del Palazzo d’Inverno, il momento culminante dei “dieci giorni che sconvolsero il mondo”: una pagina ingiallita di storia che nessuno, probabilmente, in questi giorni oserà ricordare se non per sottolineare, ancora una volta, il fallimento epocale del tentativo di “inveramento statuale di un fraintendimento del marxismo”.


Eppure ci pare il caso di ricordare ancora quel giorno, laddove non si realizzò semplicemente un “assalto al Cielo” effimero e utopistico, ma un tentativo di riscatto sociale in un grande paese, che assunse, tra contraddizioni enormi ed errori di formidabile portata, il ruolo di esempio per il proletariato mondiale.

Certo, la rivoluzione non era scoppiata nei Paesi a sviluppo industriale avanzato, come Marx aveva previsto, e il giovane Gramsci, venticinque anni all’epoca, intuì subito questo elemento scrivendo il famoso articolo “La Rivoluzione contro il Capitale” (proprio quello di Marx, beninteso).

La rivoluzione era insorta in un paese arretrato, di scarsa industrializzazione per lo più concentrata in poche zone del paese, retta da uno Stato autocratico in via di disgregazione, con la fame nelle città e milioni di contadini semianalfabeti strappati ai loro villaggi per combattere una guerra a loro ignota.

Sicuramente fu l’esito della guerra a consentire la ribellione di quei contadini che delegittimarono i vertici di un’armata ormai in disfatta.

Eppure la rivoluzione, preparata sul piano teorico e politico dal nucleo dirigente bolscevico, rispondeva ai temi concreti di quel momento storico.

La rivoluzione rispondeva all’imperialismo fase suprema del capitalismo con la guerra quale punto di saldatura delle diverse analisi sulla trasformazione del capitalismo intervenuta in quegli anni.

La rivoluzione rispondeva al salto tecnologico avvenuto  allora e rappresentato dall’introduzione sistematica delle nuove scienze della produzione.

La rivoluzione rispondeva al processo di crescita  del movimento operaio concentrato in grandi strutture industriali .

Il movimento operaio reclamava uno spazio maggiore per concessioni salariali; esigeva l’istruzione generale, che riduceva l’analfabetismo ancora dominante, ma creava barriere di classe non meno rigide.

La fase storica della prima guerra mondiale era quella della rapida accelerazione degli scambi commerciali mondiali; la spinta al riarmo accresceva il peso politico delle caste militari e, ancora, l’introduzione del suffragio, faticosamente in via di allargamento verso i ceti sociali più bassi, che imponeva e permetteva di cercare e spesso di ottenere, il consenso con nuovi strumenti ideologici come il nazionalismo e il razzismo.

Dalla rivoluzione russa nacquero grandi interrogativi che hanno attraversato per intero la storia del ‘900 e che, ancora adesso, possiamo formulare come tali: E’ stata una scelta sciagurata che portava già all’origine in sé i cromosomi delle peggiori degenerazioni, e, alla fine, si è autodissolta dopo aver fatto danni pesanti?

Se la risposta a questo quesito fosse  irrimediabilmente positiva, come ormai nel corso di questi anni da più parti si è solennemente acclarato, allora non occorrerebbe più ricostruire un processo storico nel suo contesto: basterebbe individuare quei cromosomi, far parlare il fatto della sconfitta finale lasciandola al solo lavoro accademico archiviandola  politicamente.

 In questo caso la “spinta propulsiva” dell’Ottobre non si sarebbe  esaurita ma semplicemente non ci sarebbe mai stata.

Oppure la Rivoluzione russa è stata un grande evento propulsivo per la democrazia e l’incivilimento, successivamente tradito dal potere personale e dalla burocratizzazione, senza un rapporto con il contesto storico dal quale era originato e in cui si collocava?

Allora sarebbe ancora sufficiente, adesso, una robusta denuncia dello stalinismo, una franca critica di chi non l’ha condannato in tempo, le fierezze dell’antifascismo, per sentirsi liberi di cominciare da capo, in un mondo nuovo: come del resto molti continuano a pensare puntando semplicisticamente ad un recupero della “purezza degli ideali”.

 A indicarci che entrambe queste risposte, quella dell’archiviazione definitiva e della ricerca di una rinnovata idealità, sono insufficienti e che tutto non è così semplice sono proprio le contraddizioni dell’oggi, portate dalla fase della post- globalizzazione ,

L’analisi delle contraddizioni dell’oggi ci indica la necessità di individuare e riconoscere  un vero e proprio processo di arretramento storico sul piano della relazioni politiche, sociali, culturali.

La capacità di approfondire cause e ragioni di questo arretramento posto proprio sul piano dello sviluppo e dell’apparente “modernità”  ci fa apparire le domande appena poste legate davvero a uno schema antico e del tutto fuorvianti rispetto alla possibilità di comprendere l’attualità.

Il contesto storico segnato dello smarrimento sul piano dei riferimenti ideali  indica che quel fatto, quel 7 Novembre, quelle giornate di rovesciamento dello stato di cose “in allora” presenti non può essere indicato come un semplice “accidente” e definitivamente archiviato.