lunedì 29 novembre 2021

INTERVENTO CONVEGNO DI RIMINI 27/28 NOVEMBRE 2021: CI SIAMO MESSI DA PARTE TROPPO PRESTO

 

Care compagne e cari compagni scusandomi per il disturbo mi permetto inoltrare il testo (rivisitato da alcuni appunti) dell'intervento svolto al convegno di Rimini del 27/28 novembre 2021 organizzato in occasione del decimo anniversario dalla morte di Lucio Magri.



CONVEGNO DI RIMINI 27/28 NOVEMBRE 2021: INTERVENTO DI FRANCO ASTENGO

“Ci siamo messi da parte troppo presto”


Dobbiamo delle scuse a Simone Oggionni perché il suo testo dedicato a Lucio Magri meriterebbe un’analisi compiuta partendo proprio dall’articolo di Magri del 1953 sulla scuola e analizzando meglio l’esperienza del movimento giovanile democristiano anche in relazione a quello che sbrigativamente potremmo definire “dossettismo”.

L’andamento del dibattito fa pensare infatti che si stia imponendo la necessità di “ripensare all’oggi”.

Nel tentare di fornire un contributo in questa direzione allora viene quasi spontaneo pensare “Ci siamo messi da parte troppo presto”.

Nello scegliere tra i diversi argomenti in discussione credo si tratti di prestare attenzione a un punto che si sollevava nella relazione di Luciana Castellina e che riassumerei in una semplice frase:Lucio Magri non amava la politica “predicata” ma quella “praticata” .

Il tema di fondo di questo nostro convegno appare infatti essere quello della soggettività politica che manca alla sinistra italiana.

Un tema che rappresenta, in questo momento, quanto di più urgente ci propone il quadro della “politica praticata”.

Un tema da affrontare riflettendo sul passato della nostra esperienza in relazione diretta all’analisi della difficoltà che incontra oggi la sinistra nel quadro più generale e complessivo di una difficoltà della democrazia.

Mi permetto di sottolineare due spunti dell’elaborazione sviluppata nel tempo da Magri che possono servire come traccia del lavoro che ci aspetta in questo convegno: il primo riguarda la relazione al convegno di Bellaria (settembre 1977, una relazione a mio giudizio ancora figlia dell'analisi contenuta nel documento del gennaio 1974 sulla crisi energetica).

A Bellaria si analizzò e si definì l’analisi della conclusione del ciclo che possiamo definire “della nuova sinistra”.

Il secondo spunto da cui far muovere una riflessione è quello concernente la relazione svolta ad Arco nel seminario tenuto (autunno 1990) dalla mozione del “no” alla proposta di Occhetto di liquidazione del PCI.

In entrambe le occasioni(come in altri contesti) risaltò in Magri la capacità di sviluppare prima di tutto l’analisi della situazione politica prima di annunciare e proporre le scelte che via via dovevano sempre essere conseguenti e coerenti.

Non c’era mai nulla di improvvisato nelle proposte politiche:nulla era lasciato all’emozione del momento, alla volontà di apparire e meno che mai all’idea di compiere delle scelte e avanzare delle ipotesi concrete sulla base dei sondaggi e degli umori correnti. Il legame delle proposte con la realtà del radicamento e dei bisogni sociali doveva verificarsi per il tramite del soggetto politico, del partito, attraverso il quale era necessario compiere una duplice operazione, da un lato di ricezione della realtà dall’altra di formazione nel senso di esercizio di una vera e propria “pedagogia delle masse”: per l'oggi una lezione fondamentale.



In questo senso Magri ( e il Pdup) non furono mai “eretici” o “minoritari”.

Si sbagliò a considerare “minoritarie” le scelte politiche che derivarono dall’elaborazione presentata nel seminario di Bellaria (settembre 1977) fino alla confluenza nel PCI (dicembre 1984): scelte dovute, invece, alla capacità davvero derivante da un impianto strategico di resistere all’idea di una solidarietà nazionale che, secondo molti, avrebbe dovuto produrre la “germanizzazione” del Paese e a cui si sarebbe dovuta contrapporre una sorta di sindrome perdente da “Il movimento è tutto, la politica è nulla”.

Dallo scioglimento del Pdup derivò l’ingresso del PCI da parte di un certo numero di quadri.

Si realizzò sicuramente un risultato di presenza ed elaborazione politica che ebbe poi un peso soprattutto nella fase di confronto interno seguito alla proposta di scioglimento del Partito avanzata da Occhetto alla Bolognina (ma anche in precedenza se ci riferiamo alle vicende legate al XVII congresso, agli emendamenti sulla politica estera, al contributo alla crescita della sensibilità ambientale e anti – nucleare dentro al PCI, alla capacità di comprensione e alle proposte di innovazione nel campo, in quella fase in tumultuosa elaborazione, dell’innovazione tecnologica nella comunicazione di massa).

Complessivamente però la soluzione del ritorno nel PCI da parte del Pdup creò un vuoto di elaborazione: si modificarono i rapporti con parte della Sinistra Indipendente e con i soggetti che stavano maturando nell’ambientalismo , nel movimento per la pace,nel femminismo si interruppe la pubblicazione di una rivista come “Pace e Guerra” sulle cui pagine si stava portando avanti un’elaborazione di modernità di grande importanza in una sinistra italiana in quel momento stretta tra il declino incipiente del PCI e il rampantismo craxiano.

Soprattutto all’interno del Pdup, pur nella ristrettezza dei “numeri militanti”, si era riusciti a produrre sintesi sull’emergere di relazioni inedite tra le diverse fratture sociali (ho già citato i temi più importanti: ricordo ancora gli elementi di riflessione sul modificarsi dei termini dell’agire politico sia sul piano della forma – partito e del ruolo delle istituzioni; l’impatto femminista; l’insieme del discorso sui diritti sociali e civili, la presenza nel sindacato e nelle associazioni di massa; la sensibilità acquisita nella valutazione dell'importanza della trasformazione in atto nella comunicazione di massa).

Ad Arco il mancato accoglimento del messaggio implicitamente contenuto nella relazione di Magri "Il nome delle Cose" e il concreto accoglimento delle divaricanti (e sbagliate) analisi prodotte in quella sede da Cossutta e Ingrao provocarono non solo e soltanto una rottura politica immediata ma anche la fine di quel filone fondamentale di "sinistra comunista" che aveva segnato una parte decisiva dell'identità del "comunismo italiano".

Più tardi alcuni temi di grande spessore assolutamente decisivi che avrebbero segnato un’intera stagione non furono così affrontati con quella ricerca di sintesi e di produzione di proposta politica come sarebbe stata necessario e che un partito di quadri abituato all'analisi avrebbe potuto realizzare: penso al dibattito sul ruolo dei movimenti al momento dell’irruzione in scena dei no-global e alla scelta sulla non violenza, soltanto per fare degli esempi. Scelte che causarono un passaggio decisivo all'interno di un soggetto politico in quel momento ancora fondamentale per la sinistra italiana anche se non più espressione del filone della sinistra comunista: sul piano teorico il transito fu da un'idea del collettivo sociale all'individualismo di massa che Rifondazione Comunista accolse assieme all'accettazione della personalizzazione della politica e di un intreccio Movimentismo/Governabilità sul cui altare fu sacrificata la presenza della sinistra in Italia.

Avrebbe potuto ancora essere utile la presenza di un soggetto politico organizzato (anche dismettendo un poco la forma – partito classica e affidando la funzione istituzionale a una espressione di "autonomia del politico da sinistra").

Un soggetto politico capace di aver impostato da tempo una riflessione sulla modernità e la complessità delle fratture affiancate e intrecciate a quella “principale" (esattamente ciò che sarebbe utile oggi a una adeguata forma di soggettività della sinistra in Italia).

Dei “se” e dei “ma” però sono piene le fosse e queste considerazioni adesso sono forse utili soltanto per qualche abbozzo di ricostruzione più o meno storica: si tratta di farlo colettivamente mentre proviamo a continuare lo sviluppo di un’analisi sulle ragioni della pressoché totale scomparsa della sinistra in Italia e sulle difficoltà che si frappongono ad una sia pur minima ricostituzione di soggettività.

I ricordi potranno però far maturare soltanto alcune convinzioni sulle principali ragioni "storiche" da cui derivano almeno parte delle nostre difficoltà passate e attuali.

In sostanza si è dimostrato che la ritrosia dalla capacità analitiche e il rifiuto del nesso tra strategia e tattica per riversarsi semplicemente sull'hic et nunc non rappresentano mai una buona soluzione.

E' questa la lezione che ci viene dalla vicenda del Pdup anche oltre la straordinaria esperienza soggettiva attraversata da Lucio Magri.

Le considerazioni fin quei sviluppate non intendevano comunque presentarsi come venatura nostalgica ma come elementi di ricerca da porre a disposizione delle nuove generazioni per quello che è stato un patrimonio politico, di attenzione sociale, di radicamento in una comunità d'intenti che oggi abbiamo visto ritrovarsi ben oltre ogni aspettativa di partenza.

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