giovedì 30 luglio 2026

PEDAGOGIA POLITICA

PEDAGOGIA POLITICA di Franco Astengo Da qualche tempo si ritrova online la presenza di “Rinascita”, nuova edizione della rivista ideologica e culturale del PCI che (fondata da Togliatti) fu edita tra il 1944 e il 1991. Una rivista che svolse una funzione fondamentale al riguardo dell’educazione politica non soltanto rivolta ai militanti ma al complesso dell’intellettualità e del protagonismo politico presente, in varie forme, in quegli anni. Uno dei pregi, quello che mi preme sottolineare in questa occasione, della rinnovata edizione online è quello di conservare (con una consultabilità molto semplice) l’intera collezione storica della rivista prima mensile e poi settimanale. Pur con tutte le criticità del caso e le contraddizioni che via via si incontrarono per strada (e che diedero origine anche a importanti posizioni alternative come nel caso del “Manifesto”) dalla lettura di questo prezioso archivio non si può, in sede di analisi storica, non riprendere  l’idea di una funzione “pedagogica” del Partito. Una funzione pedagogica della “cultura politica” oggi completamente assente nella disponibilità culturale dei soggetti in campo in questo momento storico. Una completa assenza quella di una cultura politica in funzione anche pedagogica che si nota in un momento in cui la complessità delle contraddizioni e -soprattutto – del loro intreccio nell’agire sociale richiederebbe di essere affrontata con un rinnovamento della teoria della trasformazione radicale e del progetto di società. Il PCI rappresentava un partito soggetto di acculturazione di massa  in una fase nella quale la politica si collocava al vertice delle attività umane e appariva in grado di elaborare un’originale teoria delle sovrastrutture. Il marxismo era considerato una concezione del mondo rivolta a cogliere le possibilità storicamente date nella prassi sociale. In queste emerse un vero e proprio dato di “concretezza” nell’azione politica. La linea del PCI fu orientata, nel corso dei decenni centrali del secolo scorso e fino alla vigilia della liquidazione del partito, da almeno quattro grandi coordinate strategiche, che possono essere così riassunte: 1) Il rapporto tra la teoria e la prassi. Questo elemento ha rappresentato un punto decisivo nell'identità del PCI, legato all'idea dello sviluppo delle forze progressive, di una scienza in grado di produrre una tecnica su cui basare una linea di sviluppo “naturalmente” progressista. In quest’ambito avveniva la rivalutazione del cosiddetto “intellettuale organico” (nella definizione gramsciana), cui Togliatti aveva affidato la concretizzazione della linea politica. Questo punto è quello che meriterebbe oggi il maggior impegno di lavoro teorico essendo mutato radicalmente il principio della linea di sviluppo “naturalmente” progressista, recuperando anche il ruolo degli intellettuali ormai ridotti a predicatori televisivi; 2) L'intreccio tra politica e cultura. Un intreccio molto stretto, al limite dell'indissolubilità, quello tra politica e cultura, con una concezione della cultura di tipo “classico”, di studi robusti e solidi, riservando alla base sociale il livello “nazional – popolare”. Se mi è consentito un giudizio a posteriori: è stato proprio questo il punto più fecondo della “doppiezza” tanto evocata a sproposito in tempi successivi ( e non tanto l’ambiguità tra l’idea rivoluzionaria e la prassi socialdemocratica; anche se questo elemento esisteva traducendosi alla fine in una idea di partito radicale di massa). La consultazione dell’archivio di Rinascita (come l’analoga operazione che può essere svolta rispetto ad altri strumenti culturali della sinistra dell’epoca) fa comprendere come si riflettesse su di una scansione ben definita rispetto agli obiettivi da raggiungere. Fu attraverso il rapporto stretto tra politica e cultura che, in particolare nella strategia togliattiana avvenne la selezione dei quadri dirigenti: mentre per la classe operaia questa stretta relazione tra politica e cultura, risultò alla base della ricerca del riscatto sociale; 3) La relazione tra ideologia e razionalità politica. La continua ricerca della trasformazione in linea politica dell'ideologia può far definire il PCI come un partito “neo – illuminista”, fortemente impregnato di positivismo e contrario all'idealismo (questo elemento presenta oggi quella criticità già richiamata circa la necessità di dismettere l’ipotesi di “linearità” di sviluppo per forze ormai non più naturalmente progressiste). In realtà il PCI presentava al suo interno una molteplicità di modelli culturali (si pensi alle diverse case editrici cui il partito faceva capo, al di là delle “ufficiali” Rinascita e, successivamente, Editori Riuniti) che, appunto, l'applicazione della linea politica concreta permetteva di far convivere fruttuosamente, attraverso un meccanismo davvero definibile appunto come “neo – illuminista” (non a caso Togliatti amava Voltaire e fu autore di una delle più importanti prefazioni edite in Italia del “Trattato della tolleranza”);  4) Il peso del filtro della concezione di classe nell'agire politico. Questo fattore è stato sicuramente presente, in una dimensione massiccia, sulla realtà operativa del Partito fino agli anni'70 inoltrati. Era sulla base della concezione di classe applicata all'agire politico che si realizzava, ad esempio, il rapporto tra trasformazione e gestione nell'iniziativa quotidiana del partito, all'interno delle istituzioni, nell'amministrazione pubblica, nella guida delle Regioni e degli Enti Locali. Un dato anche questo completamente smarrito con il procedere della trasformazione nella struttura dei partiti con la riduzione drastica del rapporto di massa in una società sempre più sfrangiata , l’emergere della personalizzazione (colpevolmente esaltata anche dai meccanismi elettorali dell’elezione diretta) il completo abbandono a una idea prima della “democrazia del pubblico” e adesso nella sua versione di “democrazia recitativa” (da lì all’autoritarismo il passo è breve: con le porte spalancate alla destra). 5) Ancor maggiore importanza il filtro della concezione di classe sull'agire politico lo ebbe nello stabilire la relazione tra moralismo e rigore politico, che stava alla base della concezione berlingueriana, prima del “compromesso storico” e, successivamente, dell'alternativa, basata, appunto per iniziativa del segretario Enrico Berlinguer, sulla “questione morale”, intesa come piena “questione politica”. Una “questione morale” adesso completamente abbandonata, anzi vista con sospetto.

mercoledì 29 luglio 2026

LA DESTRUTTURAZIONE DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO

Nel corso degli ultimi anni si sono verificati fenomeni di vera e propria involuzione nella capacità di esprimere un determinato grado di cultura politica, da parte dei principali attori operanti nel sistema. Sotto quest’aspetto alcune linee appaiono assolutamente meritevoli di approfondimento: 1 Le influenze internazionali. L’Italia è l’unico paese del mondo occidentale che vede il sistema politico destrutturarsi totalmente con la crisi del ’92-’94 (fenomeno che va ripetendosi ai giorni nostri). Solo nei paesi latino americani (e ovviamente in termini diversi, nell’Europa dell’Est) è avvenuto un processo analogo. Questo fatto colloca le radici della crisi in una storia di lungo periodo del sistema politico e individua negli anni ’70-’80 la conclusione di un ciclo iniziato nel dopoguerra. Allo stesso tempo avvicina (ovviamente solo sotto alcuni aspetti) il sistema politico italiano ad alcuni modelli partitici più fragili e fortemente condizionati dalle linee della Guerra Fredda. Pertanto l’intreccio nazionale/internazionale è un punto di partenza decisivo, anche se solo nel definire la premessa, dello scenario che ha avviato e determinato la crisi italiana. 2 Le influenze dei media. Le caratteristiche della crisi del’93 sono state assolutamente originali. Nel nostro Paese il peso di forze mediatiche ed economiche è sproporzionato rispetto agli altri Paesi e assegna ruoli decisivi a forze esterne al sistema politico (su questo punto è apparsa notevole l’intuizione presente nel documento della cosiddetta “Rinascita Nazionale” elaborato dalla loggia massonica P2 nel 1975). Questo fatto ha implicato una discontinuità con la storia dell’Italia repubblicana ed anche, per alcuni aspetti, della stessa storia dell’Italia liberale. Sono state capovolte gerarchie tradizionali nel rapporto tra sistema politico e forze sociali. Alcuni di questi soggetti sono diventati protagonisti assumendo la leadership o comunque condizionando partiti e coalizioni. 3 Il cambiamento politico-istituzionale. Un cambiamento che ha riguardato tutta l’impalcatura della Repubblica. Il sistema elettorale ha facilitato e accelerato questo cambiamento. Il sistema uninominale (in vigore dal 1994 al 2001) ha consentito l’affermazione di questi nuovi protagonisti e, allo stesso tempo, ha fotografato i rapporti di forza. Inoltre ha consentito a tutte le forze residuali nate dalla frammentazione del 92-94 di giocare una funzione nell’equilibrio delle coalizioni sproporzionata al peso effettivo. La risposta a questo problema, avutasi con l’ulteriore modifica della legge elettorale del 2005, ha ulteriormente aggravato lo stato di cose, riducendo la rappresentatività reale delle forze politiche, ormai ridotte (molto volentieri, dal loro punto di vista) al solo “potere di nomina” (oltre a disporre di un rilevantissimo “potere di spesa” che ho cercato di analizzare più avanti, cercando di occuparmi della nuova qualità della “questione morale”) e provocando problemi molto seri di vera e propria credibilità per le più importanti istituzioni rappresentative. Al tempo stesso il meccanismo si è trasferito sul piano locale, dove appare sempre meno verticalizzato il rapporto tra centro e periferia: è mutato, soprattutto, il ruolo dei vertici istituzionali, Sindaci e Presidenti di Regionale, essenzialmente sul piano politico. 4 In questo ambito ha preso consistenza una nuova qualità della “questione morale”. Oggi la situazione, è cambiata rispetto soltanto a qualche anno fa e la “questione morale 2012” si presenta con caratteristiche ben diverse: per un certo periodo, al centro della scena, ci sono stati pezzi di sistema bancario (o presunto tale, perfettamente in linea con le caratteristiche che stava assumendo la crisi) con l’emergere di un ruolo della Banca d’Italia, da giudicare del tutto inquietante. Si era aperta quindi una fase di passaggio non trovandoci più dentro alla classica contrattazione di tangenti tra sistema politico e sistema economico, ma alla rappresentazione diretta del sistema economico nella politica: insomma, la politica viene “usata” direttamente, senza intermediazioni, per “fare affari”. Sotto quest’aspetto chi si era permesso di dichiarare che economia produttiva ed economia finanziaria, al giorno d’oggi, si equivalgono nel giudizio di valore, non ha avuto ben presente la gravità e il peso delle parole che stava pronunciando. Il quadro è, ancora, in questi mesi ulteriormente cambiato, perché la “questione morale” appare essersi costruita una propria realtà autonoma, all’interno del sistema politico partendo proprio dall’importanza del peso della esasperazione della personalizzazione della politica che ha portato molti ad assumere , in proprio, un ruolo nel concerto economia/politica, se non nel rapporto politica/malavita organizzata. Su questa basi si è nel frattempo aperto un vero e proprio “fronte” di decostituzionalizzazione del nostro sistema politico. Stiamo assistendo, in Italia, alla costruzione di un regime personale e illiberale di tipo nuovo, senza precedenti né confronti nella storia, che è il frutto di molteplici fattori di svuotamento della rappresentanza politica. Il fattore principale che ha generato lo stato di cose in atto è rappresentato dalla verticalizzazione e personalizzazione della rappresentanza. Il fenomeno è presente in molte altre democrazie, nelle quali la rappresentanza si è venuta sempre più identificando nella persona del Capo dello Stato o del governo e si sono indeboliti o esautorati i Parlamenti. Nel nostro caso però siamo di fronte ad una forte accelerazione verso il compimento di un passaggio verso quella che è stata definita “democrazia di competenza”, rappresentata nel caso dal cosiddetto “governo dei tecnici” che ha operato proprio nel senso appena indicato della già definita “decostituzionalizzazione” del sistema, attorno a tre punti: 1) L’uso della leva internazionale, ed in particolare delle istituzioni economiche europee, allo scopo di affrontare la crisi da un solo, esaustivo, angolo di visuale; 2) Il rimodellamento della struttura dello Stato in senso di un riaccentramento dei poteri. Ovviamente, negli anni scorsi, sul terreno del decentramento dello Stato e del cosiddetto “federalismo” sono stati commessi degli errori, valutando malamente il riaffacciarsi della frattura “centro-periferia”. Si prenda ad esempio la frettolosa modifica del titolo V della Costituzione attuata dal governo di centrosinistra nella fase finale della legislatura 1996-2001 e la messa in moto dell’infernale macchina dell’elezione diretta di Presidenti e Sindaci, fonte di sprechi immensi e di ulteriore distacco tra i cittadini e le istituzioni. Adesso, però, è in atto un tentativo “feroce” di passaggio verso una situazione nella quale le leve del potere principale, quello di erogazione delle risorse, torna in piena potestà del potere centrale che intende usarlo proprio nella logica indicata al punto precedente, al riguardo delle imposizioni che arrivano dalle istituzioni economiche europee; 3) Per via legislativa, approfittando della presunta emergenza imposta della crisi, si sono già modificati quei rapporti tra la prima e la seconda parte della Costituzione Repubblicana che avevamo giudicato intangibili proprio per via del sottile equilibrio esistente tra diritti, doveri e attuazione delle norme in materia delle strutture operative dello Stato e della società. Attraverso l’attacco diretto ai diritti dei lavoratori, esplicitatosi in provvedimenti molto pesanti che hanno posto in discussione lo stesso Statuto dei Lavoratori (provvedimento non incluso in Costituzione, ma sicuramente definibile di rango costituzionale) quell’equilibrio è già stato spezzato in maniera che potrebbe essere giudicata, a prima vista, come irrimediabile. Le cronache sindacali di questi giorni ci indicano con chiarezza la gravità dello stato di cose in atto. In questo senso il nostro sistema politico ha assunto una connotazione apertamente populista, mai così apertamente in campo attraverso l’apparente “sobrietà” del governo dei tecnici, in particolare contrapposta alla demagogia debordante del precedente governo di estrema destra. Di populismo comunque si tratta perché come ha scritto Kelsen non esiste “una volontà collettiva” , non essendo il popolo “un collettivo unitario omogeneo” e la sua assunzione ideologica serve solo “a mascherare il contrasto di interessi, effettivo e radicale, che si esprime nella realtà dei partiti politici e nella realtà, ancor più importante, del conflitto di classe che vi sta dietro”. La democrazia, ha aggiunto Kelsen, è un regime senza capi, giacché sempre i capi tendono ad autocelebrarsi come esseri eccezionali e come diretti interpreti della volontà e degli interessi popolari. L’idea presidenzialistico – maggioritaria che presiede al processo di decostituzionalizzazione del sistema politico italiano cui stiamo facendo riferimento è anche radicalmente anticostituzionale, dato che ignora i limiti e i vincoli imposti dalla Costituzione ai poteri della maggioranza riproducendo in termini parademocratici, una tentazione antica e pericolosa, che è all’origine di tutte le demagogie populiste ed autoritarie: l’opzione per il governo degli uomini, o peggio di un uomo, il capo è naturalmente contrapposta al governo delle leggi e la conseguente insofferenza per la legalità avvertita come legittimo intralcio all’azione del governo. Fu proprio questa concezione che fu rinnegata dalla Costituzione del ’48 all’indomani della sconfitta del fascismo, che dopo aver conquistato il potere con mezzi legali, distrusse la democrazia edificando un regime totalitario proprio sull’idea del capo come espressione diretta della volontà popolare. Di fronte a questo stato di cose, qui riassunto schematicamente nei tratti essenziali, la sinistra ha il dovere di contrapporre una chiara e netta linea istituzionale, partendo dalla riaffermazione di fondo della intangibilità della forma parlamentare: non c’ nessuna investitura diretta di alcuna figura istituzionale a livello centrale. Il Governo continua (e deve continuare) a ricevere la fiducia da Camera e Senato, il Presidente del Consiglio è incaricato dal Presidente della Repubblica. E’ necessario difendere rigorosamente la suddivisione dei poteri ed in particolare, riaffermata la natura parlamentare della nostra Repubblica, l’indipendenza della magistratura, da qualsivoglia ingerenza del potere politico. Il nodo più controverso riguarda, però, la struttura stessa del sistema politico. E’ nostra opinione che la struttura portante del sistema politico debba rimanere, nonostante tutto, formata dai partiti che debbono riprendere un ruolo rispetto alla società, ricoprendo un ruolo di “integrazione di massa”, di soggetto “intermedio” di collegamento e non di semplice sede separata meramente garante del mito della governabilità, anzi facendosi promotore di un forte rilancio del ruolo dei consessi elettivi a tutti i livelli (sotto questo aspetto debbono essere sottoposti a forte critica le cosiddette “primarie”). L’idea delle “primarie” si lega, infatti, strettamente all’affermazione del concetto di “partito personale” e di dialogo diretto del leader con il “popolo”, attraverso l’adesione a tutte le pieghe di quel processo di ripensamento totale del sistema politico in senso autoritario, che è stato fin qui descritto. Il tentativo di analisi che sto cercando di sviluppare attorno alla realtà della crisi del sistema politico italiano e alla possibilità di avanzare una proposta per un nuovo soggetto della sinistra d’alternativa, risulterebbe del tutto monco senza alcuni accenni (molto brevi e, di conseguenza, anch’essi del tutto schematici) alla grave crisi economico-finanziaria in atto a livello globale. La crisi finanziaria e la recessione economica, partita dagli Stati Uniti e propagata dalla globalizzazione al mondo intero, rappresentano un clamoroso fallimento del neoliberismo e delle sue politiche di “deregulation”, ispirate dal culto di un mito chiamato “assoluta libertà” del mercato che è in verità la libertà di una ristretta oligarchia che decide su scala mondiale, la più grande e sconvolgente redistribuzione di capitali, lavoro, risorse. L’occasione offre una posta alta: l’egemonia culturale e morale nel mondo sviluppato. La sinistra dovrebbe essere capace di leggere la necessità del cambiamento e trovare la forza di proporre un modello di società all’altezza dei tempi, soprattutto per le giovani generazioni. Il neoliberismo ha respinto nettamente l’interferenza dello Stato sul Mercato in nome della fede indiscussa nella sua capacità di autoregolazione. Così si è pervenuti alla conquista di una posizione di forza rispetto allo Stato nazionale (il vero e proprio punto di “cessione di sovranità”), mentre si è verificato un intreccio collusivo tra classe politica e élite capitalistica. Abbiamo già avuto modo di osservare come le conseguenze economiche e sociali dell’offensiva capitalistica non sono certo quelle promesse dai profeti del neoliberismo, da Friedman a Von Hayek, fino al decretatore della “fine della storia” Francis Fukuyama. Una crisi di grande portata storica ha, infatti, investito l’economia ed essa rappresenta il segno tangibile di un clamoroso fallimento dell’ideologia (spacciata per “fine delle ideologie”) che ha egemonizzato un ciclo, ormai trentennale. Negli ultimi trent’anni, infatti, la distanza dei redditi dei più ricchi e quella dei più poveri è diventata enorme: la diseguaglianza è il connotato più caratteristico della fase del capitalismo globalizzato. Si tratta di una tendenza perversa rispetto al bisogno di coesione sociale. Queste tendenze si risolvono dunque in una polverizzazione della società. Bauman la chiama liquefazione (la “società liquida”), Marx scriveva “dissolvimento”. L’indebolimento dei diritti dei cittadini è insieme un indebolimento della democrazia. Il libero mercato e la concorrenza spietata fra le imprese hanno spostato l’attenzione sui consumatori e gli investitori invece che sui cittadini portatori di diritti. Per attrarre i consumatori con prezzi stimolanti, si sono tagliati i costi: il metodo più semplice è stato quello di tagliare salari e diritti dei lavoratori. Un sistema, però, che sembra essere giunto al capolinea non soltanto negli stati industrialmente avanzati dal punto di vista “storico”, ma anche in quelli delle nuove economie “affluenti”. Un problema nuovo degli ultimi decenni è la coesistenza in ogni persona di due modi diversi di porsi di fronte alla società: quello del consumatore e quello del portatore di diritti in una democrazia. La democrazia e il capitalismo hanno rovesciato il loro rapporto: il capitalismo sopraffà la democrazia. Non è certo possibile, in questa sede, sviluppare una proposta organica di affrontamento di questi grandi temi. Mi limito, allora, a elencare i nodi critici che hanno caratterizzato lo sviluppo capitalistico degli ultimi decenni e rendono conto, con chiarezza, le sue contraddizioni e i suoi limiti: 1 In questo quadro la società mondiale è economicamente molto più instabile. La liberazione dei movimenti di capitale da ogni regola, oltre a sradicare l’economia dalle radici nazionali, ha prodotto un’interminabile serie di terremoti monetari e di recessioni. A livello internazionale è ancora in pieno corso una “tempesta perfetta” che mette a repentaglio un intero modello di sviluppo. 2 Le diseguaglianze sociali invece di diminuire sono più pronunciate che nel periodo del “welfare state” e del capitalismo democratico. Si è verificata una divaricazione drammatica della distribuzione dei redditi nei paesi in via di sviluppo e un inasprimento delle diseguaglianze nei paesi ricchi, con effetti disgreganti sulla coesione sociale e nel comportamento morale prodotti dalla competitività accesa per soddisfare le gratificazioni individuali. 3 L’inversione delle priorità sociali, che ha portato al declino dei beni collettivi rispetto a quelli privati. I beni sociali fondamentali (salute, sicurezza, ambiente, educazione) che erano al centro dello Stato Sociale, sono ridotti a costi da minimizzare. 4 Il problema della sovranità politica con lo spostamento delle decisioni strategiche dall’area democratica a quella capitalistica. Lo Stato è in gran parte privato della possibilità di definire la sua politica economica in un sistema in cui non ha più senso la distinzione tra il mercato, fondato sulla legge dello scambio, e lo Stato fondato sull’equilibrio della legittimità democratica del potere. 5 La sostenibilità ambientale determinata dalla circostanza incontrovertibile che le risorse naturali non sono di quantità infinita e che le emissioni prodotte dal processo industriale hanno un limite di tollerabilità 6 La fragilità di un sistema basato sull’accumulazione finanziaria di risorse al momento inesistenti, anticipate dall’indebitamento a carico del futuro. Su quale terreno, allora, collocarci per affrontare questi nodi così intrecciati? Marx ha dedicato pagine memorabili a descrivere la potenza rivoluzionaria e modernizzatrice del capitalismo e come questo ha travolto le società precedenti, rivelandosi il più grandioso sistema di mobilitazione della ricchezza del mondo sviluppato. Nello specifico del “caso italiano” (inquadrato, ovviamente, nel già più volte richiamato contesto europeo) appare totalmente insufficiente il ruolo del PD emerso come soggetto compromissorio e “ribellistico, un partito davvero capofila sul piano dell’allontanamento dalle istanze sociali. Ed è questa la ragione di fondo per la quale appare impossibile una strategia delle alleanze nei confronti di questo partito, al di là delle ragioni tattiche e contingenti derivanti dai meccanismi elettorali e/o dalla sempre strumentalmente evocata necessità di contrapporsi alla destra. L’attuale conformazione delle forze di sinistra d’alternativa presenti nel nostro panorama politico non risulta all’altezza delle contraddizioni che ho cercato, sia pure sbrigativamente, di enucleare fin qui. Serve mettere in moto un meccanismo nuovo che punti a costruire una soggettività politica a partire dal basso, dalle presenze territoriali (senza nessuna concessione, però ai movimentismi che hanno caratterizzato , in senso deteriore, il primo decennio del nuovo secolo). La sinistra, i comunisti, i soggetti rappresentativi delle altre contraddizioni post-materialiste affermatesi negli ultimi decenni, devono poter disporre di un soggetto forte sul piano dell’identità, affermando una presenza che, sia pure nella contingente ristrettezza dei numeri affermi una propria egemonia di contenuti, recuperando un ruolo sul terreno culturale e ponendosi in grado di proporre un’idea complessiva, generale di società alternativa. Serve un salto nella storia: ma non si potrà fare alcun salto senza prima fare spazio al pensiero di un diverso futuro.

TRA SCIL,LA E CARIDDI: INTERROGATIVI SU DI UNA PRESENZA COMUNISTA IN ITALIA

TRA SCILLA E CARIDDI: INTERROGATIVI SU DI UNA PRESENZA COMUNISTA IN ITALIA di Franco Astengo Tra Scilla e Cariddi, la storia di un partito, dei suoi nodi e delle sue contraddizioni: così “Il Manifesto” titola oggi, 29 luglio, una recensione di Checchino Antonini al libro “La sinistra in Italia dopo il PCI, Rifondazione Comunista, gli antagonisti della globalizzazione e il centrosinistra 1991-2008 (Marco Di Maggio, Carocci editore) Nella sua recensione Antonini si trasporta anche nell’attualità riflettendo proprio sul dilemma di cui è in corso un tentativo di scioglimento attraverso una contesa interna al partito tra – appunto -Scilla (campo largo) e Cariddi (campismo e autoreferenzialità). Un tema ricorrente quello del dilemma delle alleanze, dei rapporti politici, del ruolo di governo che ha accompagnato la storia di questo partito e di cui vale la pena scrivere riflettendo sulla presenza comunista in Italia, nel dopo-PCI inizio XXI secolo e nell’oggi della montante pseudo-egemonia della destra. Ho tentato di condensare in queste poche righe le ragioni profonde dell’attualità delle idee di eguaglianza, solidarietà e riscatto sociale che stanno alla base di un’esigenza di rinnovamento e di rilancio di un’identità comunista. Una identità comunista per certi versi dai tratti inediti, ma strettamente connessa e intrecciata con il corso della storia del movimento operaio. Esiste e può persistere, sotto quest’aspetto, un possibile “caso italiano”che si collochi in un quadro europeo di grande difficoltà per le stesse democrazie liberali. Il punto di partenza non potrà che essere, almeno a mio giudizio, il “genoma Gramsci”. Le potenzialità del pensiero gramsciano, in una dimensione decisamente post-nazionale, possono essere riscoperte in un contesto totalmente mutato, proprio quando non esistono più i referenti politici all’interno dei quali si era sviluppata la sua primitiva elaborazione. Anzi proprio il pensiero gramsciano può essere utilizzato per portare la soggettività politica all’altezza del livello dello scontro in atto. La storia della sinistra comunista italiana fu bruscamente interrotta al seminario di Arco del 1990. Scaturì da Arco un’ipotesi di inadeguatezza strutturale per Rifondazione Comunista. Un’inadeguatezza sancita non tanto e non solo dall’incapacità di risolvere il dilemma: governo o opposizione (tradotto nell’incapacità di scegliere tra autonomie e subalternità) ma soprattutto per due scelte che hanno segnato irrimediabilmente il destino di questa formazione: l’accettazione del modello maggioritario – presidenzialista (fino al limite, esploso in Sel dell’adozione del modello di partito “personale – elettorale poi proseguito anche in altri successivi passaggi) e la confusione tra autonomia del politico e movimentismo. Una confusione sorta dall’ansia di intrecciare la pluralità di contraddizioni che agitavano (e agitano) la modernità. Un intreccio di contraddizioni che oggi si presentano con un livello di fortissima incidenza sociale e politica portando alla ribalta due temi fondamentali strettamente intrecciati tra loro: la guerra e il dominio di una tecnocrazia che sta sconvolgendo i termini “storici” dell’agire politico tra “governo” e “comando”. Questo fatto richiede la presentazione di un progetto compiuto di società alternativa fondato sul rovesciamento del paradigma di uno sviluppo basato su di una presuntamente infinita linearità: ed è su questo punto che è necessario lavorare teoricamente mentre si compiono scelte politiche immediate dettate da una urgenza indifferibile. Ritengo sarebbe giusto interrogarsi se la attraverso la proposta "Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista"che da settori del PRC è stata avanzata ed è oggetto della discussione citata poc’anzi, possa rappresentare il punto di riferimento per porre in termini diversi dal passato il tema di un rinnovamento nella presenza della sinistra comunista in Italia. Il documento prende le mosse proprio dal recente esito referendario: ed è la prima volta, occorre notarlo, che si cerca di fornire un qualche sbocco politico alla volontà di radicamento costituzionale che si è espresso in questo referendum. In altre occasioni (pensiamo al referendum del 2016 e anche a quello del 2006) ciò non era avvenuto per colpevole trascuratezza da parte delle forze politiche che si erano limitate a ritirare il dividendo di una apparente vittoria mentre il sistema "scivolava" nel populismo e nella disaffezione. Accanto a questo elemento di riaggancio costituzionale nel documento del PRC si trova un giudizio che chiede di valutare la necessità di superare quella che viene definita "visione dogmatica che non tenga conto dei mutamenti di fase": in effetti sul piano generale stiamo assistendo a qualcosa di più di un mutamento di fase. Si sta verificando una radicale cesura storica posta prima di tutto proprio sul piano delle dinamiche internazionali segnate dal rischio di una esplosione globale della tragedia della guerra. Tra pace e guerra si situa una frattura evidente che necessita di una radicalità di scelta netta che non può lasciare spazio a nessuna ambiguità di sorta. Egualmente radicale appare il punto di contrasto verso il tentativo di imporre il dominio della tecnocrazia. Un dominio della tecnocrazia attraverso il quale si pensa di mandare definitivamente in crisi l'impianto storico delle cosiddette democrazie liberali e aprire una definitiva "stagione delle autocrazie". Le democrazie liberali si trovano oggi attanagliate nella loro essenza costitutiva basata sulla divisione di classe. La divisione di classe ne giustifica l'esistenza ma oggi si tratta di fare i conti con l'acutezza e la complessità delle contraddizioni raccolte e intrecciate proprio attorno alla storica e mai superata "contraddizione principale". Quella contraddizione dello sfruttamento dell' "uomo sull'uomo sull'uomo" che si trova in maniera inedita connessa alla transizione ecologica, a quella digitale, alla differenza di genere generando una scansione delle priorità politiche ben diversa dal passato. Insomma si impone un "Che fare?" oggi, in un mondo che a molti sembra irriconoscibile rispetto alle letture del passato. Nelle argomentazioni adottate dai suoi estensori il documento di cui stiamo trattando pone un punto di discussione che andrebbe valutato con grande attenzione in tutte le sedi. Riassumendo: emerge la priorità di bloccare il progetto autoritario della destra partendo, nel "caso italiano" (dal senso rovesciato rispetto a quello che gli attribuivamo negli anni'60'70) dall'applicazione costituzionale del resto reclamata dai 15 milioni di "NO" espressi nel referendum. Si evidenzia anche un altro punto decisivo che sembra il caso di riportare per intero : "Non avrebbe senso rinchiudersi in uno spazio incompatibile lasciando ad altri il compito di essere destinatari del bisogno politico di cacciare le destre dal governo". Una frase che non deve rimanere uno slogan semplicistico se si riuscirà ad espletare due condizioni: 1) Nel documento si distingue tra alleanza di governo e progetto di alternativa. Questo punto richiede, per concretizzarsi, una doppia riflessione: quella riguardante la natura reazionaria di una parte considerevole del capitalismo italiano non solo orientato dal neo-liberismo ma anche da logiche di tipo bellicista che hanno un grande peso sul governo economico e politico;2) quella sulla qualità progettuale di una politica delle alleanze a sinistra, dei possibili confini che è necessario allargare ben oltre le sigle correnti, della natura del centro politico di questo paese e del suo riflettersi in un bipolarismo che appare già in difficoltà elettorale e che si situa però in un ambito di sfrangiamento sociale, di chiusure pseudo-sovraniste e corporative (compresa quella sui migranti),di voluta confusione tra “sicurezza” e “ordine pubblico, di una disaffezione politica che si sta ancora traducendo in vaste "zone grige" non soltanto segnate dalla non partecipazione al voto ma da una ben più vasta dimensione di marginalità sociale e politica, di "individualismo competitivo. Tutti fenomeni che avvelenano la qualità morale, sociale, politica della società moderna; 2) La definizione di un perimetro che segni la "pars costruens": la parte cioè del progetto, tanto per intenderci. Una "pars costruens" che ha bisogno di nutrirsi sia di una visione utopica (che deve essere rivendicata nel senso dell'obiettivo del socialismo) sia di una parte programmaticamente adeguata per riferirsi,prima di tutto attraverso il conflitto sociale,a un eventuale governo che sorgesse come credo si debba auspicare da un esito elettorale diverso da quello tragico di una conferma della maggioranza di destra che potrebbe portare il Paese verso una deriva autoritaria di un tipo che abbiamo difficoltà ad immaginare e comunque imperniata sulla affermazione di un “pensiero unico”.

martedì 28 luglio 2026

TIMIDEZZA E DIRITTI

TIMIDEZZA E DIRITTI di Franco Astengo La sinistra ha l’obbligo di scrollarsi di dosso la timidezza proclamando la propria totale estraneità alla deriva securitaria-repressivo-razzistica prerogativa di questo governo e tratto distintivo del suo populismo. Populismo del resto reclamato a gran voce dal coro dei mezzi di comunicazione di massa. 1. La sinistra, prima di tutto, deve rivendicare l’eredità morale e politica della presenza dei suoi partiti storici all’Assemblea Costituente. La Costituzione è stata scritta in nome della Resistenza e dell’Antifascismo e questo fatto deve essere reclamato sempre, in premessa di qualsiasi intervento in tema di eguaglianza e diritti; 2. La sinistra ha l’obbligo di far discendere qualsiasi intervento in materia dall’articolo 3 della Costituzione e dal suo primo comma “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali” 3. Sulla base di quanto stabilito dall’articolo 3 della Costituzione ne deve derivare una strategia dei diritti che la Sinistra rivendichi in ogni occasione: il diritto alla vita e all’integrità fisica, il diritto all’integrità morale, il diritto all’immagine, il diritto al nome, il diritto alla riservatezza, l’inviolabilità del domicilio, la pari dignità sociale 4. La sinistra deve trovare la capacità di distinguere tra “sicurezza” e “ordine pubblico”. “Sicurezza” e “Ordine Pubblico” sono obiettivi perseguiti da organismi dello Stato che debbono essere posti in condizione di operare restando strettamente all’interno di quella strategia dei diritti le cui linee sono state appena tracciate anche in questo testo. Va respinta ogni illazione diversa al proposito, operando per garantirne il rispetto nella piena consapevolezza che nella storia d’Italia molto spesso la teoria e la pratica dei diritti è stata violata soprattutto a danno dei lavoratori e delle categorie economicamente e socialmente svantaggiate (se pensiamo in particolare alla repressione delle lotte operaie e contadine). 5. La divisione dei poteri è punto inalienabile della struttura dello Stato democratico. L’indipendenza della Magistratura appare a questo proposito fondamentale, va difesa e rilanciata nel pieno rispetto dell’art.102 comma 1 della Costituzione. Sono queste le basi inviolabili sulle quali la Sinistra deve fondare la sua azione e la sua iniziativa: non esiste nessuna necessità particolare di occuparsi di queste delicate materie senza circoscrivere eventuali iniziative anche legislative all’interno del perimetro tracciato dal dettato costituzionale. Questo punto va affermato con grande chiarezza e senza essere timidi nel rivendicarlo sempre e comunque.

domenica 26 luglio 2026

RIFONDAZIONE, SINISTRA, CENTRO-SINISTRA, ELEZIONI 2027

L’intervista rilasciata oggi 26 luglio dal segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo al “Manifesto” può essere considerata come il momento di apertura di un confronto più ampio rispetto a quello interno al Partito sul tema cruciale dell’alleanza antifascista e di un eventuale accordo con il centro-sinistra per le cruciali (a dir poco) elezioni legislative generali che si terranno nel 2027. Una premessa: la destra di governo ha mutato il senso della futura competizione ,se si poteva pensare, almeno fino al referendum sulla magistratura, ad un confronto racchiuso nel perimetro costituzionale adesso ci troviamo di fronte alla necessità di affermare – addirittura- la sopravvivenza dello “Stato di diritto”. La sconfitta della destra assume quindi il significato di una priorità assoluta. Si tratterà di una sconfitta decisiva per realizzare una svolta storica: di conseguenza il livello di compromesso al fine di stipulare un accordo vincente deve essere del più alto livello possibile. Mi permetto di indicare due elementi: a) la necessità di una presenza nella coalizione (con la possibilità di entrare nel futuro Parlamento) delle opzioni, dei progetti, della storia della sinistra italiana nelle sue parti più coerenti. Questo ci indica l’opzione proposta da Rifondazione Comunista. Una scelta che ha necessità di essere raccolta anche da settori diversi di provenienza della sinistra storica e dell’impegno culturale; b) La necessità di sviluppare una presenza che non esagererei a definire “Ideale”: un soggetto portatore di una visione alternativa di società capace di tenere assieme la complessità di contraddizioni che agitano il presente e sembrano rendere il futuro difficile e complesso. Una visione alternativa mediata da un agire politico di rifiuto di una società fondata sull’individualismo competitivo e su di una politica agita attraverso la cosiddetta democrazia recitativa. Il nostro modello è quello delineato dalla democrazia costituzionale della centralità di un Parlamento “specchio del Paese” e di diffusione democratica basata sul sistema coerentemente rappresentativo delle autonomie locali. Su queste basi ,in completa autonomia dal punto di vista teorico e politico, il possibile accordo (definito tecnico-politico, con il chiaro distinguo tra prospettiva di governo e rappresentanza politica) con il centro-sinistra in vista delle elezioni 2027. Accordo naturalmente da evidenziare, come sostenuto nell’intervista già citata di Acerbo, da alcuni punti progettuali comuni che dovranno essere elaborati e discussi con grande attenzione (pensando alla delicatezza dei punti possibili: dalla politica estera, alla politica economica, dal rilancio del welfare al sistema delle comunicazioni e della relativa innovazione tecnologica). L’avvio di un dibattito su questi temi pur qui sommariamente indicati dovrebbe rappresentare, da subito, un momento di apertura a una pluralità di soggetti capaci di impegnarsi in questa difficile prospettiva. Una prospettiva complessa per la quale però lo stato di cose in atto ci indica come sia necessario provarci con convinzione. Grazie per la vostra attenzione Franco Astengo

venerdì 24 luglio 2026

DESTRA

DESTRA di Franco Astengo In Italia la destra di governo sta mettendo in mostra tutto il suo bagaglio repressivo-razzistico pensando, in fondo al tunnel dell’orrore, di ritrovare intero il suo elettorato plaudente alla “vendetta privata”. E’ mutato il senso di una possibile competizione elettorale: se si poteva pensare ad un confronto interno al perimetro costituzionale adesso ci troviamo di fronte alla necessità di affermare – addirittura- l’esistenza dello “Stato di diritto”. L’eterno conflitto con la Magistratura ha ormai assunto l’aspetto (concreto) di una continua affermazione della “forza” come punto di saldatura da parte della destra della condizione di governo. Non si tratta di “primato delle politica” bensì l’opposto: a sinistra il tema della sbandierata “sicurezza” va trattato proprio in questi termini di garanzia dei principi fondamentali del Diritto e di pieno rispetto dell’articolo 3 della Costituzione repubblicana; non certo con la timidezza di questi giorni. La destra intende un uso della “Forza” che naturalmente prevede l’impunità per chi sta dalla sua parte e la colpevolezza -comunque- per chi si colloca diversamente o addirittura tenta di ostacolarla. Questo elemento della disparità nella visione dell’uso della Forza va denunciato e fatto capire con chiarezza. La valutazione della pericolosità antidemocratica di questa destra, in via di spostamento verso posizioni ancora più estreme, deve rappresentare il punto d’incontro per la formazione di uno schieramento alternativo che mobiliti il paese, solleciti il voto e prepari un’adeguata presenza in Parlamento anche dal punto di vista della necessaria pluralità della rappresentanza politica : Parlamento che deve rimanere centrale in un progetto di forte riaffermazione dei principi fondamentali del Diritto e della Costituzione.

mercoledì 22 luglio 2026

LA VIOLENZA DI STATO NON E' COMINCIATA NEL 2001

LA VIOLENZA DI STATO NON E’ COMINCIATA NEL 2001 di Franco Astengo La violenza di Stato non è semplicemente un virus importato dagli USA e il suo inizio, nell’Italia Repubblicana, non data a partire dal massacro della scuola Diaz (Genova 2001). Tralasciamo la storia del terrorismo (dal 1969 in avanti) irta di complicità, depistaggi, violazione della legalità e sorvoliamo anche sui diversi tentativi di colpo di stato e su Gladio. Ci siamo concentrati invece sulla repressione delle lotte operaie e contadine attuata nell’immediato dopoguerra. Riassumendo e limitandoci agli eventi più importanti e tralasciando anche i tanti interventi polizieschi in ogni occasione di sciopero operaio nella difesa dei posti di lavoro nella fase di riconversione dell’industria bellica protrattasi dal 1945 al 1960 e anche oltre: Mentre le sinistre erano impegnate nella elaborazione della Costituzione Repubblicana le lotte operaie e contadine rivolte a reclamare migliori condizioni di vita in situazioni veramente tragiche dal punto di vista dei diritti fondamentali e della stessa sopravvivenza materiale furono compiute alcune stragi che non possono essere dimenticate: Portella della Ginestra: 1 maggio 1947. fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1º maggio 1947 da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano che sparò contro la folla riunita per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi feriti. I motivi per cui venne compiuto e, nei giorni successivi, vennero assaltate sedi dei partiti di sinistra e delle camere del lavoro della zona risiedono, oltre alla dichiarata avversione del bandito nei confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi, dell'autonomismo siciliano e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra mondiale e, nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, sono certe le responsabilità degli ambienti politici siciliani interessati a intimidire la popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo nelle elezioni del 1947. Melissa: La strage di Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29 ottobre 1949 verificatosi a Melissa nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro. Nell'ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri. Interi paesi parteciparono a questa mobilitazione che vide circa 14 mila contadini dei comuni orientali delle province di Cosenza e Catanzaro scendere in pianura. Chi a piedi, chi a cavallo, con donne e bambini e gli attrezzi da lavoro, quando giunsero sui latifondi segnarono i confini della terra e la divisero, iniziando i lavori di preparazione della semina. Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni parlamentari calabresi della Democrazia Cristiana si recarono a Roma per chiedere un intervento della polizia al Ministro dell'Interno Mario Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la proprietà del possidente del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini avevano occupato il fondo detto Fragalà. Questo fondo era stato assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo aveva occupato abusivamente per intero. La mattina del 30 ottobre 1949 la polizia entrò nella tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza. Montescaglioso: 21 marzo 1950, data impressa nella memoria storica di tutto il Vastese: Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al municipio. Tornavano, insieme a tanti concittadini, dallo 'sciopero alla rovescia': al grido di 'pane e lavoro' costruivano la strada di collegamento con la Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell'epoca. Un evento drammatico che ebbe risonanza in tutta Italia e che diede vita a imponenti manifestazioni di protesta da Nord a Sud. Modena: 9 gennaio 1950. Verso le dieci del mattino del 9 gennaio una decina di operai giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite, le quali erano circondate di carabinieri armati. All'improvviso un carabiniere sparò un colpo di pistola in pieno petto al trentenne Angelo Appiani, che morì sul colpo. Subito dopo, dal tetto della fabbrica i carabinieri aprirono il fuoco con le mitragliatrici verso via Ciro Menotti contro un altro gruppo di lavoratori, che si trovavano al di là del passaggio a livello sbarrato in attesa dell'arrivo di un treno, uccidendo Arturo Chiappelli e Arturo Malagoli e ferendo molte altre persone, alcune in maniera molto grave. Dopo circa trenta minuti, in via Santa Caterina l'operaio Roberto Rovatti, che portava al collo una sciarpa rossa, venne circondato da una squadra di carabinieri, buttato dentro ad un fossato e linciato a morte con i calci dei fucili. Infine, giunse in via Ciro Menotti un blindato T17 che iniziò a sparare sulla folla, uccidendo Ennio Garagnani. Appena appresa la notizia della strage, i sindacalisti della Cgil iniziarono ad avvisare, con gli altoparlanti montati su un'automobile, i manifestanti di spostarsi verso piazza Roma. Tuttavia, verso mezzogiorno, un carabiniere uccise con il fucile Renzo Bersani, il quale stava attraversando a piedi l'incrocio posto alla fine di via Menotti, posto a oltre 100 metri dalla fabbrica. Il bilancio della giornata fu di 6 morti tutti iscritti al Partito Comunista, 200 feriti e 34 arrestati con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa e attentato alle libere istituzioni. Il bilancio di quegli anni, tra il 1947 e il 1950, segnati dalle lotte operaie e contadine e dalla feroce repressione poliziesca è il seguente: furono condannati 15.249 operai in gran parte iscritti al PCI o al PSI per un totale di 7.598 anni di carcere. Si è ormai persa la memoria dei lutti, dei sacrifici, dell’impegno posto dalla classe operaia, dai contadini e dalle loro famiglie che vivevano in condizioni oggi inimmaginabili nel periodo della riconversione dell’industria bellica, dell’attuazione della debole riforma agraria, della ricostruzione del Paese dalle macerie della guerra. Lutti, sacrifici, privazioni affrontati sempre con grande dignità “di classe”. I partiti della sinistra storica e la CGIL, seppero rappresentare sul piano politico e sociale proprio quei lutti, quei sacrifici, quelle indescrivibili privazioni materiali in una Italia povera,senza strade e ferrovie, con le case bombardate e distrutte dando a essa voce e rappresentanza. 5) LUGLIO ‘60 La strage di Reggio Emilia è stato un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell'ordine. Nei giorni successivi si registrarono altre uccisioni in Sicilia. Quelle stragi furono l'apice di un periodo di alta tensione in tutta l'Italia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI (partito rappresentativo dei reduci della Repubblica di Salò e diretto progenitore dell’attuale Fratelli d’Italia), e l'avallo della scelta di Genova (città "partigiana", già medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d'indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare. L'allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo aprendo la strada al governo Fanfani “delle convergenze parallele” e successivamente al centro – sinistra. Al momento del varo del primo governo organico di centro – sinistra Nenni titolò sull’Avanti “ Da oggi l’Italia è più libera”. E’ il caso di ricordare su quanti lutti e sacrifici della classe operaia, dei contadini, delle donne e degli uomini che trassero fuori l’Italia dalla macerie del dopoguerra fosse costruito quel “più libera” : si apriva la fase del boom economico che avrebbe portato al ‘68 e ad un cambio di marcia, non meno tragico, della violenza di Stato.

martedì 21 luglio 2026

25 LUGLIO

25 LUGLIO DI FRANCO ASTENGO RICORDARE IN QUESTA FASE STORICA IL 25 LUGLIO 1943, CADUTA DEL FASCISMO, NON PUÒ’ RAPPRESENTARE UN SEMPLICE ESERCIZIO DI MEMORIA. IL QUADRO ISTITUZIONALE E I FATTI PIÙ’ RECENTI CI INDICANO CON GRANDE CHIAREZZA I PERICOLI CHE STANNO CORRENDO LA DEMOCRAZIA REPUBBLICANA IN UN TENTATIVO DI TORSIONE AUTORITARIA CHE LA DESTRA STA COMPIENDO ESIBENDO ANCHE POSIZIONI DI FORZA. DOBBIAMO AVERE CHIARO CHE LA PROSSIMA CONTESA ELETTORALE NON SI GIOCHERÀ’ SOLTANTO SUL “PERIMETRO COSTITUZIONALE” MA ADDIRITTURA SUL PUNTO “STORICO” DELLO STATO DI DIRITTO. E’ QUESTO IL SIGNIFICATO PROFONDO DI QUESTO RICORDO DEL GIORNO IN CUI CADDE IL REGIME E SI AVVIO’ IL PERCORSO DI UNA REPUBBLICA ITALIANA “NATA DEMOCRATICA” COME CI HA RICORDATO NEL SUO ULTIMO LIBRO NADIA URBINATI. QUESTO NONOSTANTE TUTTE LE STORTURE E LE SOFFERENZE CHE CI SONO STATE IMPOSTE: SENZA DIMENTICARE MODENA 1950, REGGIO EMILIA 1960, LE STRAGI E GENOVA 2001. Non dimentichiamo che nel frattempo, infatti, anche su questa materia è passato il ciclone Trump, in un quadro di modifica profonda dei termini del confronto politico, spostato sull’uso della forza, l’idea della guerra come esito esaustivo della politica, gli affari delle Big-Tech considerati gli elementi del dominio, addirittura l’illusione spaziale intesa come piedistallo del potere. Torniamo in Italia: La Costituzione italiana è dichiaratamente antifascista e questo concetto va ribadito con forza non tanto e non solo perché rimane latente la tensione revisionista (della Costituzione e non solo della Storia) ma soprattutto perché esiste una rinnovata necessità di inveramento di valori. Da dove deriva, infatti, la riattualizzazione, in particolare nella situazione italiana, del confronto fascismo /antifascismo? Prima di tutto dall’emergere nel dibattito politico di alcuni punti distintivi che vanno attentamente analizzati: 1)Razzismo. E’ indubitabile che esista e si stia affermando una politica che non può che essere giudicata come razzista. Una politica che si esercita soprattutto nell’identificazione del “diverso” e nell’affermazione di un presunto primato per “alcuni” che poi si traduce concretamente nei tentativi, non sempre riusciti, di respingimento dei migranti ma che oltrepassa anche questo aspetto diffondendo tragicamente una cultura del superamento della legge morale e di inasprimento dei demoni derivanti delle paure soggettive; 2)Militarismo. Questo potrà apparire un punto secondario, ma non è così. Ne abbiamo avuto la riprova ascoltando determinati accenti, soprattutto provenienti dall’ambiente militare, in occasione della ricorrenza del centenario del massacro collettivo denominato “Prima Guerra Mondiale”: Abbiamo anche sentito l’espressione di idee riguardanti il ripristino della leva militare obbligatoria intesa come strumento di “educazione nazionale” per le giovani generazioni. C’è n’è da vendere per considerare pericoloso questo “militarismo” di ritorno; 3) Politiche economiche e sociali. Il rapporto tra economia, diritti sociali, welfare viene visto dalla destra in un pericoloso impasto di corporativismo e di assistenzialismo ben giustificato dallo sfrangiamento della struttura dello Stato, dalle incertezze europee e da un quadro generale di regressione verso il lobbismo inteso come fattore integrante dell'agire politico. 4) Politica dei diritti. Proprio nei giorni del ricordo dei tragici fatti del G8 di Genova 2001 due drammatici fatti di cronaca ci hanno ricordato proprio il punto qui richiamato in epigrafe: il valore dello stato diritto e della separazione dei poteri. L’esito del referendum del marzo scorso aveva fornito, in questo senso, un’indicazione chiara che ci permettiamo di affermare non è stata raccolta sufficientemente dalle forze dell’opposizione. 5) Comunicazione. Ci troviamo in una fase di vero e proprio cedimento al potere dei social (inutile ricordare il video in diretta dal Colosseo postato ieri). Non esiste purtroppo una capacitò di espressione per un alternativa di pedagogia politica. La decostruzione degli apparati comunicativi, realizzata appunto attraverso i social, appare come la premessa indispensabile per l’apoteosi tra l’uno e la folla, il capo verso la moltitudine aclassista e omologata. C’è da notare, in questo, come si sia verificato un salto di qualità rispetto a quando, poco tempo fa, il tema della comunicazione era affrontato attraverso l’accumulo di proprietà di TV e giornali, che aveva caratterizzato l’era definita sbrigativamente come del “berlusconismo”. 5)Autoritarismo. Il tutto è condito da una crescita verticale nella presenza dell’autoritarismo nella vicenda politica italiana, con un mutamento progressivo nella stessa forma di governo cui si vuol dare il colpo definitivo con la legge elettorale attualmente in discussione. La tendenza all’autoritarismo nasce, è bene ricordarlo, fin dagli anni’80 del XX secolo quando si cominciò a parlare, scrivere e praticare di “decisionismo”. La linea era già stata tracciata allora: la complessità della domanda sociale, frutto della crescita degli anni’70, andava tagliata riducendo lo spazio tra di essa e la politica (Luhmann). Per fare questo occorreva un di più di segno del comando da realizzarsi attraverso la personalizzazione. Più o meno la ricetta degli anni’20, mutatis mutandis. Oggi il tutto appare ulteriormente esasperato, dopo i venti anni di bipolarismo temperato fondato soprattutto sull’ esibizionismo dei singoli e sull’incapacità (reciproca da parte dei due poli) di leggere l’allargarsi e il trasformarsi delle contraddizioni sociali dentro la crisi. C'è stato addirittura chi, qualche tempo fa, aveva scritto di “pericolose incrostazioni insite nel paradigma “fascismo /Antifascismo”, e adesso c'è anche chi ritiene che la definizione "antifascismo" possa essere considerata divisiva. E' il caso allora di ribadire con grande forza, proprio nella ricorrenza del 25 luglio 1943 (e ancor di più questo dovrà essere fatto tra 55 giorni quando saremo chiamati a ricordare l'8 settembre) che non è questione di mode sociologiche e/o storiografiche: il valore dell’Antifascismo rimane e va esaltato quale fattore di definizione politica e come elemento d’identità indispensabile tale da consentirci sia sul piano storico sia su quello politico di stare agganciati a spirito e lettera della già tanto martoriata Costituzione Repubblicana. La Costituzione non va difesa ma affermata nei suoi principi fondamentali(come ha dimostrato il già ricordato recente esito referendario) e nella lettera dei suoi articoli, uno per uno, senza pensare (come è stato fatto in passato sbagliando) che la seconda parte, in fondo, sia separata dalla prima. La forma parlamentare, il ruolo del Presidente della Repubblica, l’esito elettorale legato alla rappresentanza non considerando la governabilità il fine esaustivo dell’azione politica, la divisione dei poteri tra esecutivo, legislativo, giudiziario rimangono gli intoccabili pilastri di fondo della nostra democrazia.

domenica 19 luglio 2026

GENOVA 25 ANNI

GENOVA 25 ANNI di Franco Astengo 19 luglio 2001: G8 di Genova, tre giorni di “innocenza perduta”. In questi giorni si sono accumulate analisi, ricordi, retrospettive: potrebbe apparire ultroneo aggiungere qualcosa. Purtuttavia una chiosa potrebbe esserci concessa. Non furono soltanto incidenti e poliziesca “macelleria messicana”: il tutto, in seguito, delegato alla magistratura e al ricordo. In realtà nel corso di quei giorni abdicò la politica: da un lato ci si rassegnò a una idea della politica concepita esclusivamente come ordine pubblico con il corollario di sopraffazione e di violenza e dall’altro emerse una pratica che considerava la politica come assegnata alla categoria del “movimento senza visione” inteso come fattore del “tutto”. Si aprivano i 25 anni del “disordine”: poche settimane dopo esplosero le “Torri Gemelle” con le conseguenze che ben conosciamo, poi la crisi del 2007, l’emergere dell’insostenibilità ambientale del modello novecentesco di sviluppo capitalistico, il “salto del tappo” della globalizzazione con il ritorno alla geo politica militarizzata , fino all’attualità densa di pericoli e attraversata da parole che non avremmo mai più voluto sentire: guerra, pericolo nucleare, genocidio. Intanto le democrazie rappresentative dell’Occidente si trovavano erose dall’interno dal ritorno dei peggiori “ismi”: populismo, nazionalismo, razzismo e l’idea della “fine della storia” si mostrava in tutta la sua fallacia. Nazioni considerate terra di conquista del capitalismo globale emergevano come grandi potenze e la richiesta di materiali necessari per l’innovazione tecnologica mutava di segno anche dal punto di vista dei riferimenti geografici. Nel corso di questi 25 anni non si sono aperte le porte della prosperità, della pace, della democrazia ma si sono presentate sul cammino dell’umanità tappe di un percorso seminato di disillusioni, inquietudini, paure cancellando del tutto il portato sociale, politico, culturale dei “30 gloriosi” del ‘900, che già la reaganomics aveva posto in totale discussione. Siamo al punto in cui fa paura il progresso tecnologico e si presenta una spaventosa concentrazione di potere al vertice di chi amministra quello che appare un sapere scientifico rivolto al mutamento radicale nell’insieme delle relazioni sociali. Lo scenario peggiore ci sta presentando il conto. Poco si riflette su di un percorso compiuto nel pensiero teorico dall’insieme delle forze politiche , a partire dal rapporto stilato da Francois Lyotard nel 1979 per conto dell’Unesco (”La condizione post – moderna”) laddove si sosteneva che fossero giunte al capolinea le metanarrazioni che nella modernità avevano cercato di dare senso unitario alla realtà: l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo. Jurgen Habermas si accorse subito della china che avrebbero preso le cose e avanzò una critica serrata al “pensiero debole” individuandone gli obiettivi che erano quelli della superficialità culturale e del disarmo etico. Quanto abbia pesato il prevalere sulla realtà politica di questo “pensiero debole” post – moderno ,di cui a Genova si videro le espressioni, sembra evidente se consideriamo il prevalere di una forma di quel “relativismo politico” che ha avuto il ricasco nell’idea della “decrescita felice”. “Decrescita felice” che ha avuto una stagione di grande fortuna trovando spazio tra i fautori del pensiero delle “moltitudini movimentiste” e nella dannazione del “pensiero forte”, della razionalità concreta, del realismo storicista. Proprio il ricordo del 2001 ci chiama ancora a distinguere tra “pensiero debole” e “senso del limite”. “Senso del limite” da cui dovrebbe discendere una teoria di quel “socialismo della finitudine” individuato teoricamente come portatore di una visione di una società nella quale affrontare la complessità delle contraddizioni in atto intrecciando il portato “materialista” con quello “post-materialista” (per dirla in termini semplicistici ma forse più o meno comprensibili). Una distinzione necessaria quella tra “pensiero debole” e “senso del limite” da intendersi come base per una nuova concezione dell’ideologia. Una concezione protesa oltre la semplice idea di una democrazia contrattualistica. Una visione che reclama l’organicità di un’egemonia di visione per una società diversa fondata sull’uguaglianza e la sobrietà. Un “senso del limite”, una sorta di “umiltà” d’approccio che rechi con sé un'idea - forza dell'alternativa, ricordando che l'assenza di una sufficiente espressione di soggettività è causa non secondaria delle difficoltà che incontrano i diversi sistemi i cui protagonisti sembrano trovarsi in difficoltà a trovare nuovi equilibri. Sarà soltanto attraverso l’espressione di una critica alla concezione della politica quale mera sfera della mediazione che sarà possibile riformulare una interpretazione attiva del rapporto tra struttura e sovrastruttura. Nella post-modernità sta emergendo una nuova dimensione nel rapporto tra politica e tecnologia e ancora tra questa e la stessa natura umana. Quando la struttura economica va in crisi si ha un rivolgimento nella sovrastruttura. A Genova 2001 non si riuscì a capire che la chiave per affrontare ciò che si stava presentando sulla scena stava in una diversa concezione della soggettività “non presupposta ma posta; non individuale ma collettiva”. Fu quella di Genova una reazione frutto di uno sforzo generoso ma interno allo spirito dei tempi, di sfrangiamento individualista. A Genova mancò la capacità di comprendere come la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, fosse in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale degli uomini e alle loro condizioni di vita e di lavoro. In quel momento ma anche in seguito si smarrì il senso del comprendere come i diversi momenti della sovrastruttura (le forme politiche della lotta di classe, le forme giuridiche, ecc.) esercitassero e continuassero a esercitare la loro influenza sul decorso delle stesse lotte, determinandone forma e contenuto. Oggi si tratterebbe di riproporre, nonostante le segmentazioni in atto , l’imperante paura di massa e il relativo rifugio nell'io, la prospettiva della ricostruzione del “blocco storico” da realizzarsi, prima di tutto sul piano teorico, attraverso la riunificazione delle categorie d’uso della politica di marca anglosassone (policy, politics, polity) . Lo scopo dovrebbe essere quello di tornare ad esprimere l’unità di un processo storico reale, ristabilendo le connessioni perdute tra il pensiero e l'azione, tra la teoria e la prassi. L’indicazione di un processo storico reale inteso quale soluzione non speculativa del rapporto d’implicazione tra economia, politica e storia per riproporre, a partire dalla riflessione possibile sulla storia della sinistra europea, il momento egemonico della volontà politica intesa come ricerca ed espressione della critica dell’esistente e del rinnovamento di un progetto di abolizione dello “stato di cose presenti”. Una ricerca da condursi attorno alla necessità di un mutamento di paradigma da realizzare rispetto all’antica linearità delle “magnifiche sorti e progressive”.

venerdì 17 luglio 2026

ELEZIONI POLITICHE 2027: PROPOSTA/SUGGESTIONE

ELEZIONI POLITICHE 2027: PROPOSTA/SUGGESTIONE di Franco Astengo in via riservata quale eventuale punto di partenza per una discussione Considerato che ormai il clima è pienamente pre-elettorale indipendentemente dall’anticipo o meno dell’apertura delle urne tanto vale provare a riflettere sulle dinamiche concrete che l’opposizione dovrebbe mettere in moto per presentarsi efficacemente all’elettorato (che non sarà numerosissimo, su questo il pronostico appare facile e gli ultimi avvenimenti avranno sicuramente contribuito al realizzarsi di questa ipotesi). Nel cosiddetto “campo largo” è in corso una serrata discussione circa la possibilità di convergenza all’interno della coalizione di liste cosiddette “centriste” ( le pretendenti sarebbero circa una decina). Dato e non concesso che si vada al voto secondo i dettami della formula elettorale votata dalla Camera il 16 luglio dovrebbe essere aperta una riflessione più accurata rispetto alla possibile presenza di liste centriste nella coalizione di centro-sinistra. Aver fissato l’acquisizione del premio di maggioranza (70 seggi su lista bloccata) alla coalizione che supererà il 42% dei voti validi (al massimo un 25% del totale degli aventi diritto) ha significato per i proponenti scommettere su di un esito del voto sostanzialmente bipolare. Fatta salva la questione costituzionale (di cui ci si augura sarà chiamata ad occuparsi l’alta Corte in precedenza al voto) l’esito della consultazione potrebbe essere legato proprio alla possibilità di rottura dello schema bipolare. In sostanza potrebbe essere più utile all’opposizione una presenza autonoma delle liste centriste capaci di non far scattare la soglia del 42% (un lavoro di interdizione come fu quello svolto dalle liste di rottura del centrismo nelle elezioni del 1953, quelle della “legge truffa”). Sicuramente questa possibilità potrebbe rendere complessa la formazione del futuro governo (complessità legata anche ad eventuali operazione trasformistiche) ma potrebbe valer la pena di tentare una operazione del genere avendo in cambio il risultato di aver bloccato la destra in uno scenario che potrebbe anche significare l’acquisizione di un numero di seggi tale da porre un’ipoteca sulla futura Presidenza della Repubblica (la presidenza della Repubblica pare, infatti, l’obiettivo vero della destra italiana per diversi motivi). Inoltre una rottura del bipolarismo potrebbe anche consentire alle forze politiche di riuscire a caratterizzare meglio le diverse istanze programmatiche evidenziando il comune riferimento al perimetro costituzionale consentendo così ai rispettivi elettorati di esprimersi senza remore ma con piena convinzione (come è successo a sinistra in occasione del referendum) e senza “turarsi il naso” (anticamera dell’astensione).

giovedì 16 luglio 2026

INIZIATIVA SULLA LEGGE ELETTORALE 16 LUGLIO 2026

Cari compagni, consentitemi di tornare sull’argomento della vicenda politica in corso a seguito della votazione alla Camera che ha respinto il famoso “emendamento delle preferenze” (definiamolo così in via sbrigativa anche se non esattamente di ciò si trattava). E’ evidente che la reazione mostrata in Parlamento dagli esponenti del cosiddetto “campo largo” può essere considerata meramente propagandistica ( Gianfranco Pasquino descrive bene oggi lo “stato di cose in atto”) sviluppata in una certa misura cadendo anche nella trappola di un gioco perverso. La questione delle cosiddette preferenze è servita come arma di distrazione di massa per allontanare l’attenzione dal “cuore” della vicenda legata all’accelerazione voluta dalla signora Presidente del Consiglio sul tema della formula elettorale: “cuore” che è stato votato ieri, premio di maggioranza (con listone bloccato) e indicazione del premier obbligatoria per le coalizioni e le liste eventualmente non apparentate. Si tratta del discorso riguardante il premierato “per procura” sul quale non mi diffondo perché nei giorni scorsi ne abbiamo scritto in molti e nel dettaglio. Fatto salvo il dato che appare difficile una mobilitazione di massa su di un tema che la segreteria del PD continua a sostenere non essere “centrale” mancando così ad un compito fondamentale di pedagogia politica cui dovrebbe assolvere, rimane il punto della battaglia parlamentare. Mi permetto di ritenere che l’ARS dovrebbe in questo senso fornire un’indicazione al riguardo di uno sviluppo del confronto parlamentare che rifiuti “in toto” l’impostazione data dalla maggioranza (senza il retropensiero del “domani potrebbe toccare a noi”. Va evidenziato che in gioco si trova la costituzionalità complessiva della formula elettorale (non soltanto la costituzionalità di alcuni passaggi) e che proprio il tema costituzionale rappresenterà l’oggetto del contendere delle prossime elezioni che si terranno comunque nel 2027. Elezioni in precedenza alle quali è prevedibile il verificarsi di passaggi molto delicati su di un versante o l’altro in questo quadro di bipolarismo “deficitario” presente nel sistema politico italiano (c’è da chiedersi se è il caso di confermarlo questo bipolarismo: lo spostamento a destra apparentemente indispensabile che sta tentando FdI potrebbe anche consigliare la promozione di un tentativo di disarticolazione del centrodestra attraverso una presentazione autonoma di un’area centrista moderata, ma questo è un discorso del tutto futuribile nel pensiero di far mancare il 42%). Mi chiedo e vi chiedo se l’ARS non potrebbe intervenire con un documento nel testo del quale si chieda alle opposizioni un adeguato atteggiamento parlamentare all’altezza della gravità della situazione magari promuovendo l’ostruzionismo al momento del voto sul complesso della legge. Grazie e scusatemi del disturbo Franco Astengo Caro Maurizio consentimi di tornare sull’argomento della vicenda politica in corso a seguito della votazione alla Camera che ha respinto il famoso “emendamento delle preferenze” (definiamolo così in via sbrigativa anche se non esattamente di ciò si trattava). E’ evidente che la reazione mostrata in Parlamento dagli esponenti del cosiddetto “campo largo” può essere considerata meramente propagandistica ( Gianfranco Pasquino descrive bene oggi lo “stato di cose in atto”) sviluppata in una certa misura cadendo anche nella trappola di un gioco perverso. La questione delle cosiddette preferenze è servita come arma di distrazione di massa per allontanare l’attenzione dal “cuore” della vicenda legata all’accelerazione voluta dalla signora Presidente del Consiglio sul tema della formula elettorale: “cuore” che è stato votato ieri, premio di maggioranza (con listone bloccato) e indicazione del premier obbligatoria per le coalizioni e le liste eventualmente non apparentate. Si tratta del discorso riguardante il premierato “per procura” sul quale non mi diffondo perché nei giorni scorsi ne abbiamo scritto in molti e nel dettaglio. Mi chiedo e ti chiedo di aprire una forte battaglia politica in tutto il Paese: 1) Occorre far capire che la formula elettorale è la chiave di un sistema politico. Su questo punto va svolta una vera e propria funzione di pedagogia politica anche confutando la posizione della segretaria PD (mossa dall’ansia del retropensiero che potrebbe “toccare a noi”); 2) Sui temi già accennati (premio di maggioranza , listone bloccato, premierato di fatto) oltre alla possibile mobilitazione dal basso sarebbe utile pressare anche i gruppi parlamentari per un atteggiamento conseguente al momento del voto finale. Penso all’ostruzionismo; 3) Preparare la competizione elettorale politica definendola già una “contesa costituzionale” e non una semplice gara per assegnarsi la governabilità. In questo senso mi permetto di ritenere che un atteggiamento del genere rappresenterebbe la migliore esplicitazione del “fronte antifascista” la cui riuscita mi sta molto a cuore. Scusami del disturbo e grazie per l’attenzione Franco Astengo Care compagne e cari compagni Permettetemi di tornare sull’argomento della vicenda politica in corso a seguito della votazione alla Camera che ha respinto il famoso “emendamento delle preferenze” (definiamolo così in via sbrigativa anche se non esattamente di ciò si trattava). E’ evidente che la reazione mostrata in Parlamento dagli esponenti del cosiddetto “campo largo” può essere considerata meramente propagandistica ( Gianfranco Pasquino descrive bene oggi lo “stato di cose in atto”) sviluppata in una certa misura cadendo anche nella trappola di un gioco perverso. La questione delle cosiddette preferenze è servita come arma di distrazione di massa per allontanare l’attenzione dal “cuore” della vicenda legata all’accelerazione voluta dalla signora Presidente del Consiglio sul tema della formula elettorale: “cuore” che è stato votato ieri, premio di maggioranza (con listone bloccato) e indicazione del premier obbligatoria per le coalizioni e le liste eventualmente non apparentate. Si tratta del discorso riguardante il premierato “per procura” sul quale non mi diffondo perché nei giorni scorsi ne abbiamo scritto in molti e nel dettaglio. Sarebbe il caso di aprire una forte battaglia politica in tutto il Paese, fatto che non sta nelle nostre possibilità materiali. Possiamo però fornire un contributo d’opinione, come è stato nel caso dell’appello lanciato nei giorni scorsi e raccolto da importanti soggetti di cultura politica presenti a livello nazionale. In quel caso pur partendo da una realtà periferica come Savona si è riusciti a sviluppare una influenza reale non solo a livello di cultura politica. Occorre far capire che la formula elettorale è la chiave di un sistema politico. Su questo punto va svolta una vera e propria funzione di pedagogia politica anche confutando la posizione della segretaria PD (mossa dall’ansia del retropensiero che potrebbe “toccare a noi”); Sui temi già accennati (premio di maggioranza , listone bloccato, premierato di fatto) sarebbe utile pressare anche i gruppi parlamentari per un atteggiamento conseguente al momento del voto finale. Penso all’ostruzionismo; Preparare la competizione elettorale politica definendola già una “contesa costituzionale” e non una semplice gara per assegnarsi la governabilità. In questo senso mi permetto di ritenere che un atteggiamento del genere rappresenterebbe la migliore esplicitazione del “fronte antifascista” la cui riuscita mi sta molto a cuore. Scusami del disturbo e grazie per l’attenzione Franco Astengo L’ASSOCIAZIONE “IL ROSSO NON E’ IL NERO PROPONE ALLE FORZE PARLAMENTARE L’OSTRUZIONISMO AL MOMENTO DELLA VOTAZIONE FINALE SULLA MODIFICA DELLA LEGGE ELETTORALE Scusandoci preventivamente del disturbo torniamo sull’argomento della vicenda politica in corso a seguito della votazione alla Camera che ha respinto il famoso “emendamento delle preferenze” (definiamolo così in via sbrigativa anche se non esattamente di ciò si trattava). E’ evidente che la reazione mostrata in Parlamento dagli esponenti del cosiddetto “campo largo” può essere considerata meramente propagandistica ( Gianfranco Pasquino descrive bene oggi lo “stato di cose in atto”) sviluppata in una certa misura cadendo anche nella trappola di un gioco perverso. La questione delle cosiddette preferenze è servita come arma di distrazione di massa per allontanare l’attenzione dal “cuore” della vicenda legata all’accelerazione voluta dalla signora Presidente del Consiglio sul tema della formula elettorale: “cuore” che è stato votato ieri, premio di maggioranza (con listone bloccato) e indicazione del premier obbligatoria per le coalizioni e le liste eventualmente non apparentate. Si tratta del discorso riguardante il premierato “per procura” sul quale non mi diffondo perché nei giorni scorsi ne abbiamo scritto in molti e nel dettaglio. fornire un contributo d’opinione, come è stato nel caso dell’appello lanciato nei giorni scorsi e raccolto da importanti soggetti di cultura politica presenti a livello nazionale. In quel caso pur partendo da una realtà periferica come Savona si è riusciti a sviluppare una influenza reale non solo a livello di cultura politica. Occorre far capire che la formula elettorale è la chiave di un sistema politico. Su questo punto andrebbe svolta una vera e propria funzione di pedagogia politica. Sui temi già accennati (premio di maggioranza , listone bloccato, premierato di fatto) sarebbe importante che i gruppi parlamentari tenessero un atteggiamento conseguente al momento del voto finale. Per questo motivo proponiamo l’esercizio dell’ostruzionismo. Inoltre occorre riflettere sulla prossima competizione elettorale politica definendola già una “contesa costituzionale” e non una semplice gara per assegnarsi la governabilità. In questo senso mi permetto di ritenere che un atteggiamento del genere rappresenterebbe la migliore esplicitazione del “fronte antifascista” la cui riuscita mi sta molto a cuore.

mercoledì 15 luglio 2026

NON TRASCURARE LA FORMULA ELETTORALE

NON TRASCURARE LA FORMULA ELETTORALE di Franco Astengo La comparsa dei franchi tiratori alla Camera su di un tema molto delicato come quello della formula elettorale impone evidentemente un’ampia riflessione politica , ben oltre lo specifico della questione contingente. Purtuttavia mi permetto comunque di rilevare come risulterebbe di grande importanza disporre, nella materia, di un progetto organico condiviso sul quale sviluppare anche un confronto di merito. Premesso che sicuramente qualsiasi formula presenta limiti e difetti e non può garantire nessuno al 100% mi azzardo a presentare una proposta che mi permetto di ritenere sufficientemente organica. 1) Il territorio nazionale è suddiviso in 400 collegi uninominali per la Camera e 200 per il Senato eliminando il voto all’estero 2) I collegi dovrebbero comprendere mediamente poco più di 300.000 cittadini per la Camera e di 600.000 per il Senato (sicuramente una distorsione in eccesso frutto della stordita riduzione nel numero dei seggi) 3) I candidati per ogni collegio non potranno presentarsi né in altri collegi, né in doppia candidatura tra Camera e Senato (in sostanza per coprire tutto il territorio nazionale ogni lista deve poter disporre di 600 candidati con il 50% di genere). Così si potrebbe evitare anche il discorso delle firme di presentazione avendo ogni lista dimostrato già sufficiente presenza nel Paese e si limiterebbe radicalmente il discorso della personalizzazione 4) Le circoscrizioni per comprendere i collegi dovrebbero essere segnate dai confini regionali (la Val d'Aosta mantiene il collegio uninominale con l'elezione di tipo plurality) 5) I candidati si presentano nei collegi collegati a livello regionale dallo stesso simbolo. In questo modo si può realizzare il massimo possibile di vicinanza con il territorio (certo c'è la controindicazione dei paracadutati ma questo è affare dei partiti, perché in questo modo non ci sono collegi "assolutamente" sicuri); 6) Eseguito il collegamento a livello regionale i voti ottenuti con lo stesso simbolo a livello regionale vengono suddivisi con il metodo d'Hondt assegnando così il numero dei seggi per ogni lista: gli eletti sono scelti attraverso le percentuali più alte ottenute nei collegi (il metodo seguito in quelle che furono le ultime elezioni dirette per le Province) 7) Non servono premi di maggioranza e soglie di sbarramento perché il metodo d'Hondt favorisce comunque le forze maggioritarie ma permette anche l'espressione delle minoranze 8) Controindicazioni: è possibile che un collegio rimanga senza rappresentanti e un altro collegio ne abbia più d'uno, ma il limite regionale garantisce comunque una rappresentanza territoriale e sarà sufficiente disegnare un numero di collegi inferiore a quello dei seggi; è evidente che in certe situazioni saranno favorite anche liste locali (vedi sistema spagnolo ma in quel caso sono molto forti le rappresentanze delle minoranza etniche) : questo fatto dovrebbe spingere le forze politiche nazionali a radicarsi maggiormente sul territorio. 9) Così la formazione del governo dovrebbe obbedire al confronto parlamentare restituendo ai consessi elettivi la centralità prevista dalla Costituzione.

lunedì 13 luglio 2026

SOTTOVALUTAZIONE E BATTAGLIA CULTURALE

SOTTOVALUTAZIONE E BATTAGLIA CULTURALE di Franco Astengo Mi è capitato di ascoltare Vannacci in TV esporre il suo progetto di “reimmigrazione”. Mi permetto di intervenire subito sull’argomento per esprimere una forte preoccupazione non tanto posta sul piano del consenso elettorale, piuttosto sulla “mala pianta” che idee di questo genere possono alimentare sul terreno morale e culturale nella convivenza civile di questo Paese. Un’analisi che dovrebbe essere rivolta anche ai partiti ed elettrici ed elettori di centro-destra che non dovrebbero concedere spazio, anche sul piano della alleanza politica, a siffatte ipotesi. Il progetto di “reimmigrazione” così come esposto da Vannacci è un progetto di chiara matrice ideologica nazista: ciò va affermato senza mezzi termini perché questo progetto di “reimmigrazione” prevede la discriminazione preventiva di milioni di persone sulla base di un requisito giuridico : quello della doppia cittadinanza. Elemento che non c’entra nulla con la piaga dell’immigrazione clandestina (che si accompagna ad enormi fenomeni di sfruttamento) e l’ordine pubblico (di cui dovrebbe occuparsi la Polizia). Non viene precisato verso chi sarà esercitata la discriminazione verso la doppia cittadinanza: saranno compresi in questa catalogazione (distinguibile soggettivamente con il ripristino della stella gialla?) anche le cittadine e i cittadini in possesso della doppia cittadinanza con i paesi occidentali o con paesi del Sud America (al riguardo dei quali la doppia cittadinanza deriva, nella maggior parte dei casi, da origini familiari in Italia) ? Appare evidente che questa diversità di trattamento è completamente fuori dall’articolo 3 della Costituzione: articolo che tra l’altro deve essere considerato il pilastro fondamentale dell’identità politica e culturale della Repubblica. Bisogna essere chiari su questo punto fondamentale e non sottovalutarlo: sottovalutazione che del resto si verificò per Fratelli d’Italia nel 2022 verso cui non fu svolta con la forza necessaria una campagna antifascista. Esiste comunque una differenza con Futuro Nazionale: Fratelli d’Italia rappresenta l’eredità diretta della Repubblica di Salò (e la rivendica con forza, come è stato nella recente commemorazione di Bignami a Bologna); eredità diretta di Salò che fu ammessa, tramite l’MSI, nel consesso parlamentare. Rimane comunque tutto intero il tema costituzionale e quello antifascista: purtroppo nessuno dei partiti presenti nell’arena attuale ha contribuito direttamente alla stesura della Carta fondamentale ed era presente nell’Assemblea Costituente. Questo fatto ci riporta alla frettolosità con la quale fu liquidato il sistema dei partiti negli anni’90 che si cercò di sostituire con la personalizzazione e l’esaltazione impropria della governabilità. Sicuramente nell’attualità sono presenti soggetti che rivendicano quell’identità costituzionale ma è diverso avere in quella identità di grande portata storica e culturale il protagonismo diretto rispetto alla semplice rivendicazione di una eredità. In sostanza sarebbe necessario sviluppare una forte campagna che identifichi con precisione la matrice ideologica del progetto di “reimmigrazione” (al di là delle difficoltà pratiche di applicazione) dichiarando subito un “non riconoscimento” di un eventuale governo che comprendesse un partito che nel proprio programma avesse scritto un progetto del genere (si ricorda che la presentazione del programma rappresenta un requisito obbligatorio per la partecipazione alle elezioni) La Presidenza della Repubblica dovrebbe essere ben avvertita di questo stato di cose: saremmo di fronte ad una evidente incostituzionalità di un soggetto che potrebbe far parte di una futuribile compagine di governo e questo non potrà essere accettato in ogni caso, ben oltre il semplice voto contrario nell’espressione di fiducia. Infine: a sinistra non si commetta l’errore di “non parlare di Vannacci per non fargli pubblicità”. Occorre invece una contestazione continua e una forte battaglia culturale di radicale contrasto.

sabato 11 luglio 2026

IL CENTRO SINISTRA E LA PACE

IL CENTRO SINISTRA E LA PACE di Franco Astengo Il centro sinistra si trova in difficoltà su di un tema fondamentale come quello della pace e del riarmo europeo. Si paga l’assenza di una elaborazione politica e soprattutto un deficit di capacità di far valere la propria elaborazione mentre ci si divide sul terreno scelto dall’avversario. Occorrerebbero lucidità e capacità analitica che sicuramente non rappresentano le caratteristiche peculiari di chi sta elaborando questa specie di intervento. Ciò nonostante alcuni punti fermi si possono cercare di individuare: Prima di tutto l'ipotesi di un esercito europeo è tutta di là da venire, perché del tutto da venire è una identità politica dell’Europa. Manca ancora a sinistra l’idea di considerare l’Europa “spazio politico”. Tornando al tema degli armamenti: Nella situazione attuale la Germania è la sola a disporre di una siderurgia all'altezza di una produzione capace di soddisfare un'ipotesi di adeguato riarmo (torna qui il tema della capacità industriale di ogni singolo paese con particolare riferimento all'Italia). La Rheinmetall produce già carri armati e Leonardo è junior partner mentre è noto che l'industria meccanica italiana è del tutto sussidiaria a quella tedesca in particolare nello strategico comparto del “Nord Ovest”. Inoltre, nell’eventualità, si tratterebbe di un riarmo "da combattimento sul terreno" perché la migliore tecnologia missilistica e dei droni sta da altre parti e questo è un altro elemento da considerare (recentemente i turchi, o meglio la famiglia Erdogan, si sono impadroniti della Piaggio). Quanto al nucleare la messa a disposizione del loro potenziale da parte di Francia e Gran Bretagna vale più o meno un decimo del potenziale russo (che rimane numericamente il più consistente) e americano, oltre al presentarsi del problema di a chi sarebbe assegnato il comando strategico (sempre con riferimento all'assenza di un esercito europeo). La sinistra dovrebbe aver l'obbligo di caratterizzarsi autonomamente elaborando un progetto di pace anche e soprattutto rispetto al proprio territorio. Non c'è traccia di idee che un tempo pure circolavano a Est come a Ovest (penso al Piano Rapacki su di una zona smilitarizzata al centro del continente). Ribadisco un giudizio di totale disarticolazione delle istituzioni sovranazionali, anche di quelle elette a suffragio universale come il Parlamento Europeo che non ha trovato fin qui la forza e la capacità di riunirsi in sessione straordinaria . Nessuno tra l'altro sta valutando seriamente i tempi di un possibile riarmo in conseguenza di una riconversione industriale che comporta problemi di materiali, trasformazione di linee di montaggio, dimensione degli impianti, tecnologia . In Italia l'operazione contraria, cioè di dismissione dell'industria bellica dopo la seconda guerra mondiale durò all'incirca quindici anni dal 1945 al 1960 concludendosi cioè alla vigilia del boom quando una parte della siderurgia fu abbandonata e l'industria cominciò a lavorare sui prodotti del consumo individuale oltre l'auto gli elettrodomestici e la televisione per rendere il tutto accessibile al grande pubblico, più o meno in contemporanea con la nazionalizzazione dell'energia elettrica e lo sviluppo della telefonia che con la SIP cominciò ad entrare nelle case della piccola borghesia e della classe operaia con il telefono duplex. Quanto tempo occorrerebbe oggi per una operazione all'inverso sia pure usufruendo di tecnologie ben diverse? Armarsi significa pensare alla guerra: è questo un inevitabile orizzonte ? Anche e soprattutto per questo serve subito una proposta di pace considerando l'Europa uno spazio politico e non acriticamente come un bene in sé, e agendo di conseguenza a quel livello. Insomma è più realistica una proposta di pace che un'utopia di un armamento davvero difficile da realizzare se non per favorire giganteschi profitti al complesso militar-industriale . Ferma restando di una valutazione obiettiva circa lo stato delle cose sul terreno: questione che dovrebbero dirimere gli stati maggiori.

giovedì 9 luglio 2026

SALVARE LA DEMOCRAZIA REPUBBLICANA

SALVARE LA DEMOCRAZIA REPUBBLICANA Alle segreterie nazionali: Partito Democratico Movimento 5 Stelle Sinistra Italiana Europa Verde + Europa Italia Viva Azione Rifondazione Comunista Ai gruppi parlamentari: Partito Democratico Movimento 5 stelle Alleanza Verdi – Sinistra + Europa Italia Viva Azione Alla segreteria confederale CGIL Alla presidenza nazionale ARCI Alla segreteria nazionale ANPI TESTO DELL’APPELLO PROMOSSO DALL’ASSOCIAZIONE “IL ROSSO NON E’ IL NERO” DI SAVONA (mail: astengo.franco@gmail.com) Il punto centrale del nostro ragionamento può essere così riassunto: occorre far comprendere appieno che la pericolosità massima del tentativo in atto da parte della destra di modificare la formula elettorale non risiede tanto nella questione della governabilità e quindi della semplice traduzione dei voti in seggi, quanto nel mutamento (per via ingannevolmente surrettizia) della forma di governo parlamentare. L’indicazione del candidato/a alla presidenza del Consiglio preventivamente richiesta alle coalizioni e alle eventuali liste autonome in occasione delle elezioni legislative generali assumerebbe alcuni significati precisi: 1) il contrasto oggettivo con la Presidenza della Repubblica perderebbe la sua prerogativa essenziale di scelta del Presidente del Consiglio con il rischio di una frattura istituzionale difficilmente sanabile 2) In secondo luogo il collegamento diretto ( e innegabile) tra il candidato presidente del consiglio e il listino di maggioranza (eletto in blocco dalla maggioranza) renderebbe gli eletti con questa formula (non sindacabili perché su lista bloccata) parte (decisiva) del Parlamento direttamente subordinata alla Presidenza del Consiglio (simil stabunt simil cadent). Se si verificasse il tipo di situazione appena descritta si renderebbe il ruolo del Presidente della Repubblica del tutto superfluo sulla scelta politica più importante spingendo così l’insieme del sistema verso il presidenzialismo di un “eletto del popolo” non intermediato da un voto di fiducia espresso dalle Camere , reso anch’esso praticamente inutile dall’elezione diretta in blocco del listone di maggioranza. Questo significherebbe il totale rovesciamento dell’impostazione istituzionale adottata a suo tempo dalla Costituente sulla forma di governo superando “de facto” la centralità parlamentare che rappresenta il punto fondamentale dell’identità antifascista della nostra Carta Costituzionale. Inutile ricordare gli accenti contenuti in questo tipo di impostazione e risalenti alla legge Acerbo del 1924 e al plebiscito del 1929. E’ necessario che nelle forze politiche democratiche e costituzionali non prevalga la tentazione di allinearsi nell’idea di utilizzo di questo marchingegno a fini propri personalistici. Per questo ci appelliamo alle forze politiche, ai sindacati, ai soggetti associativi allo scopo di aprire un confronto di merito su questo delicatissimo tema. Primi firmatari: Associazione per il Rinnovamento della Sinistra – Roma Associazione Enrico Berlinguer – Milano Associazione “Laudato Sì” alleanza per la giustizia sociale – Milano Associazione “Articolo 21” per il diritto all’informazione – Roma Associazione “Socialisti in Movimento” - Milano “Critica Sociale” rivista – Milano “Alternative per il Socialismo” rivista – Roma ATTAC Italia – Roma Associazione Mediterranea – La Spezia Associazione “Infiniti Mondi” – Nola (Napoli) Circolo Pertini – Sarzana “La Bottega del Barbieri” blog di spazio culturale e di attivismo politico – Imola “Ancora Fischia il Vento” blog di politica internazionale e geopolitica – Rimini “Odissea” blog di dibattito politico – culturale – Milano “La Sinistra quotidiana” sito comunista di informazione politica “Il Lavoro” giornale socialista – Salerno Associazione “Socialismo 1892” Taranto Circolo “Calogero – Capitini” Genova Comitato Ligure Scuola e Costituzione – Genova Biblioteca Popolare di Bubbio (Asti) Officina Lavagnese – movimento politico civico e progressista – Lavagna (Genova) Circolo Aldo Moro – Genova ATTAC Savona Sezione ANPI di Sassello (Savona) “La nuova Savona” quotidiano online Associazione “Noi per Savona” ambientalista e progressista Associazione “Il Rosso non è il Nero” Savona

venerdì 3 luglio 2026

NATO IL 4 DI LUGLIO

NATO IL 4 DI LUGLIO di Franco Astengo Il mondo sta per ricordare i 250 anni dell’indipendenza USA evocando il fantasma del 4 luglio 1776 nel pieno dell’epoca trumpiana. Cosa resta allora di quel tentativo effettuato oltreoceano di costruire una nuova forma di stato e di governo fondate su di un esperimento democratico in quel momento senza precedenti al mondo? Abbiamo vissuto tutto l’arco di tempo intercorrente tra la fine della seconda guerra mondiale ad oggi, abbiamo vissuto la contrapposizione della guerra fredda e la successiva illusione della “fine della storia” con l’assunzione da parte degli USA del ruolo di “gendarme del mondo”, abbiamo introiettato il “way of life” fondato sul consumismo e l’individualismo, fenomeni che hanno “sfrangiato” la nostra identità culturale e sociale allontanando l’idea di una solidarietà di massa quale avevamo vissuto nei 30 gloriosi, è stata ridotta a simulacro la struttura degli impianti istituzionali. Adesso gli USA appaiono sulla via di un nuovo pericoloso destino imperiale fondato sulla tecnocrazia e la guerra. Negli USA e nel mondo comandano i signori dell’high-tech che stanno trasformando l’idea stessa dello Stato come l’abbiamo conosciuta dalle settecentesche rivoluzioni borghesi in avanti. Una democrazia ridotta al dominio della “proprietà privata”. Negli stessi USA, terra delle grandi contraddizioni, sta però avanzando un risposta nuova fondata su una ipotesi di socialismo democratico capace di coniugare l’insieme delle fratture che la modernità ci sta imponendo intrecciandosi con quelle “classiche” di derivazione dall’analisi marxista delle relazioni di classe. Non possiamo rimanere inerti e passivi di fronte a questa ipotesi di scontro tra l’imperialismo tecnocratico che punta direttamente a dominare il mondo e un’idea di socialismo che sembra misurarsi su di una sorta di “nuova democrazia diffusa” fondata sui bisogni e la gestione alternativa a quella capitalistica delle derive sociali in atto . Questa ipotesi di socialismo democratico contrasta anche con quella “sinistra liberale” che, all’inizio di questo secolo aveva concesso tutto all’idea del profitto e dello sfruttamento . Una sinistra “liberal” che aveva usato le armi della destra fino al punto di spalancare le porte a quell’egemonia tecnocratica fondata sull’accumulazione di ricchezza quale fattore di potere assoluto dei cui effetti stiamo assistendo con spavento, nell’apparente incapacità collettiva di pensare soltanto a un qualche meccanismo di regolazione. Gaza ha dato il segno dell’impotenza delle cosiddette “democrazie liberali” ormai tagliate fuori anche da qualsiasi ipotesi di compromesso, di trattativa, di intervento concreto. Il documento adottato nel luglio 1776 dai padri fondatori del nuovo stato conteneva una triplice valenza di proclamazione dei diritti naturali dell’uomo, dei fini generali dell’azione di governo e di atto d’accusa nei confronti del Re (sfidando la “lesa maestà” che pure vigeva anche in una monarchia non assoluta come quella britannica). La dichiarazione fu però importante anche come atto politico perché accelerò la costituzione di nuovi governi in grado di occupare gli spazi vacanti dopo la scomparsa delle ultime vestigia dell’autorità imperiale. Oggi il socialismo democratico si trova nuovamente a dover fare i conti con un rinnovamento dell’imperium. In quel 1776 attraverso la redazione di documenti costituzionali di impronta repubblicana e popolare e di dichiarazioni dei diritti dei cittadini si sarebbe avviato il complessivo riesame di concetti come rappresentanza, consenso, costituzione, diritti, sovranità e l’avvio di una riflessione originale in fatto di organizzazione dello Stato, che nel caso specifico assunse la veste federale. La forma scelta fu quella repubblicana: oggi proprio sulla forma repubblicana (anche rispetto a quella particolare delineata nella Costituzione italiana) andrebbe appuntata la nostra attenzione mentre sono in atto molteplici tentativi, da diverse parti, di porla radicalmente in discussione: Trump è soltanto la punta dell’iceberg di un movimento profondo che punta a scindere libertà e democrazia e affermare nuove e più ferree logiche di dominio. Per cercare di contrastare questa deriva forse vale la pena di tornare a pensare di riuscire a tenere assieme socialismo e democrazia in una sintesi che tenga conto dei limiti imposti dal vorticoso processo di nuova dimensione delle relazioni sociali, politiche, culturali, tecniche che stanno imponendosi nel mondo mentre gli USA ricordano i 250 anni della loro storia.

mercoledì 1 luglio 2026

COSTITUZIONE, FORMULA ELETTORALE: DALLA LEGGE ACERBO, AL PLEBISCITO FINO A LUGLIO '60

COSTITUZIONE, FORMULA ELETTORALE. DALLA LEGGE ACERBO, AL PLEBISCITO FINO A LUGLIO ‘60 di Franco Astengo Il contrasto a questo progetto non può essere limitato alle aule parlamentari: l’esempio che ci sentiamo di sostenere è quello della mobilitazione antifascista del Luglio ‘60 di cui in questi giorni ricorrono i 66 anni (naturalmente non augurandoci i risvolti tragici che segnarono quel frangente) Sta ampliandosi il dibattito sulla proposta di modifica della formula elettorale attualmente in discussione in Parlamento e potrà essere utile provvedere nel merito ad alcuni punti di precisazione : 1) Occorre sfatare il mito che l’insieme delle leggi che regolano l’accesso alle istituzioni, parlamentari e locali, siano questione di competenza di pochi specialisti. E’ sbagliato affermare che è necessario occuparsi d’altro e che questo tema non interessa l’insieme dell’opinione pubblica e di conseguenza dell’elettorato. Le formule elettorali, invece, rappresentano l’architrave di un sistema democratico e la loro importanza va sottolineata con forza evitando semplificazioni e forzature; 2) Nella fattispecie in atto il tema sembra essere quello del rapporto tra la formula elettorale escogitata dalla destra e la Costituzione. Difatti si può ben sostenere che tutto l’impianto è fuori dalla Costituzione Repubblicana dal “come” la ministra Casellati ne ha presentato l’impianto complessivo al Parlamento. In quell’occasione, infatti, si è sostenuto che il “fil rouge” che reggeva tutta la baracca era rappresentato dalla ricerca della stabilità di governo. E’ l’antica questione tra rappresentanza e governabilità che ha assillato il mondo politico italiano fin dalla sciagurata stagione referendaria di inizio anni ‘90 dopo che la bocciatura del tentativo maggioritario portato avanti dalla DC nel 1953 era stato respinto dal voto popolare e di conseguenza la formula proporzionale si era naturalmente affermata almeno fino a quando il combinato disposto di Tangentopoli, caduta del Muro di Berlino, trattato di Maastricht avevano determinato la rovina del sistema imperniato sui partiti di massa. 3) Il punto della proposta attualmente in discussione però, come molti hanno già segnalato, non risiede tanto nella questione della governabilità quanto nel mutamento (per via ingannevolmente surrettizia) della forma di governo parlamentare. L’indicazione del candidato/a alla presidenza del Consiglio preventivamente richiesta alle coalizioni e alle eventuali liste autonome in occasione delle elezioni legislative generali assumerebbe alcuni significati precisi: 1) il contrasto oggettivo con la Presidenza della Repubblica perderebbe la sua prerogativa essenziale di scelta del Presidente del Consiglio con il rischio di una frattura istituzionale difficilmente sanabile 2) In secondo luogo il collegamento diretto ( e innegabile) tra il candidato presidente del consiglio e il listino di maggioranza (eletto in blocco dalla maggioranza) renderebbe gli eletti con questa formula (non sindacabili perché su lista bloccata) parte (decisiva) del Parlamento direttamente subordinata alla Presidenza del Consiglio (simil stabunt simil cadent). 4) Il tipo di situazione appena descritta renderebbe il ruolo del Presidente della Repubblica del tutto superfluo sulla scelta politica più importante spingendo così l’insieme del sistema verso il presidenzialismo di un “eletto del popolo” non intermediato da un voto di fiducia espresso dalle Camere , reso anch’esso superfluo dall’elezione diretta in blocco del listone di maggioranza. Inutile ricordare gli accenti contenuti in questo tipo di impostazione e risalenti alla legge Acerbo del 1924 e al plebiscito del 1929. Non si può però non segnalare i progressivi cedimenti avvenuti nel centro-sinistra a partire dalla stagione referendaria anni 90 già ricordata, poi alla sciagurata modifica del titolo V della Costituzione nel 2001 fino all’inspiegabile allineamento alla riduzione del numero dei parlamentari del 2020. Il cedimento del centro – sinistra si è verificato verso la logica della personalizzazione,la trasformazione del partiti in comitati elettorali a tutti i livelli centrale e periferico,la concessione allo schema della “democrazia recitativa” ormai imperante in una società dominata dall’individualismo competitivo e dal frastagliamento imposto dalle corporazioni; 5) Questo quadro rende un’eventuale strategia emendataria di opposizione del tutto debole e inadeguata rispetto alla posta in palio che è quella, per intero, della democrazia repubblicana. Servirebbe una soggettività politica fondata interamente sulla questione della qualità della democrazia e del ruolo delle istituzioni. Lo scivolamento verso un regime autocratico potrebbe rivelarsi più agevole del previsto e per questo deve essere lanciato un serio segnale d’allarme. Il contrasto a questo progetto non può essere limitato alle aule parlamentari: l’esempio che ci sentiamo di sostenere è quello della mobilitazione antifascista del Luglio ‘60 di cui in questi giorni ricorrono i 66 anni (naturalmente non augurandoci i risvolti tragici che segnarono quel frangente)