giovedì 31 ottobre 2019

CULTURA E RAZZISMO


CULTURA E RAZZISMO di Franco Astengo
 L’esito della votazione avvenuta nel Senato della Repubblica sull’istituzione di una commissione straordinaria destinata a indagare sui temi dell’odio, del razzismo e dell’antisemitismo dimostra come sia in atto una vera e propria “radicalizzazione” nell’espressione di volontà politica attorno a temi squisitamente etici: con buona pace di chi sta discettando sull’ormai conclamata insussistenza della diversità tra destra e sinistra.
L’astensione dei gruppi della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia è stata, infatti, un atto di espressione di una pura “destra classica” con dentro tutte le sue venature e pulsioni razzistiche che da sempre ne hanno accompagnato il tragico cammino.
E’ evidente che questo voto parlamentare trova sponda in non secondari settori della società italiana ed è frutto di una rielaborazione a livello europeo avvenuta sull’onda del revisionismo storico del quale, da Nolte in avanti, abbiamo avuto tanti esempi nel corso degli ultimi anni.
L'ondata di razzismo che sta attraversando la società italiana, con elementi di vera e propria intolleranza ha un rapporto diretto, e un’influenza rispetto al modello politico imperante nel nostro Paese.
 Si tratta di un fenomeno che arriva da più lontano e interessa appunto l'insieme del “modello politico” composto dalla realtà dei corpi intermedi, dal ruolo delle istituzioni, dalle complesse modalità di cittadinanza attiva.
Più o meno da trent’anni, infatti, il “modello politico” italiano ha mutato segno, da luogo di forte partecipazione politica e sociale, a terreno di “esclusione” per larghe fette di popolazione lasciata, in particolare dalle diverse forme di comunicazione, in balia di una forma continua di propaganda basata sulla paura e sulla miseria culturale.
Questi fattori hanno fatto cadere la realtà di una cultura politica” forte” che faceva da barriera a determinati modelli e a determinati meccanismi comportamentali anche usando, perché no, l’ideologia ma soprattutto proponendo un sistema di valori non destinato però, nella sua espressione, semplicemente alla raccolta indiscriminata del consenso.
La sinistra deve riflettere su quando e come questa strada sia stata abbandonata e sulle possibilità concrete di riprenderla attraverso un progetto di vera e propria riorganizzazione culturale dell’agire politico.
La cultura, anche quella classica degli “studi solidi” di definizione gramsciana non usata per costruire fittizie “élite” ma come fattore di pedagogia di massa deve essere ancora considerata come il vero e proprio punto di discrimine di fondo tra sinistra e destra.


mercoledì 30 ottobre 2019

E' TUTTA COLPA DELLA LUNA


E’ TUTTA COLPA DELLA LUNA di Franco Astengo
“E’ tutta colpa della luna, scriveva nell’Otello William Shakespeare, quando si avvicina troppo alla terra fa impazzire tutti”. Dev’essere successo questo alle nostre istituzioni, dev’essere l’effetto di un evento astrale, che spinge giù la luna. Giacché la democrazia italiana è lunatica come un adolescente implume, come una ballerina di flamenco. Da qui la sua cifra distintiva: gli sbalzi d’umore, l’incoerenza, le scelte capricciose. E un’onda emotiva perennemente inquieta che sommerge la ragione”.
Questo l’incipit di “Demofollia” l’ultimo lavoro di Michele Ainis nel quale il costituzionalista affronta i temi della Costituzione sotto assedio, dei sistemi elettorali rinnovati di continuo, di sentenze che coprono le lacune legislative.
L’occasione di lettura del testo di Ainis è quindi buona per affrontare il tema della realtà delle nostre istituzioni in un contesto di riflessione più generale.
Andando per ordine questa una possibile chiave d’interpretazione della complicata situazione in atto.
 Nell’evidenza della crisi dei sistemi politici liberali e in attesa di un futuro ancora imperscrutabile che si vorrebbe fondato sulla tecnologia e all’interno di questa vera e propria “demo follia” sta sorgendo addirittura una nuova categoria: quella delle democrazie cosiddette “illiberali”.
Ciò sta avvenendo all’interno di un quadro fenomeno che abbiamo definito più volte di “arretramento storico”: in una fase nella quale si è innescato un processo troppo rapido di cessione di sovranità da parte dello “stato nazione” nel quadro del fenomeno che è stato definito della globalizzazione.
Questi fenomeni ci hanno richiamato alla necessità di ripensare il nostro modo tradizionale di intendere l’azione politica.
I processi di modernizzazione sociale e culturale e di differenziazione strutturale hanno imposto una più chiara distinzione tra il potere politico e le altre forme di potere che oggi si vanno esprimendo in particolare nel rapporto tra politica e tecnica e tra politica ed economia.
In buona sostanza, per quanto non in maniera centrale ed esclusiva, gli interrogativi classici su chi detiene il potere e su come lo si esercita (interrogativi posti anche in maniera normativa: chi dovrebbe avere il potere e come dovrebbe esercitarlo?) informano ancora l'analisi contemporanea della politica e anche i teorici della “democrazia illiberali” o del “neo-sovranismo” saranno chiamati a farvi i conti.
Il potere sembra fenomeno più pervasivo di altri, più generale e più generalizzato, più diffuso e meglio caratterizzante di diverse attività.
Il tema centrale sotto quest’aspetto rimane quello dello Stato ed a questo proposito va intesa la crisi della democrazia liberale.
Una crisi, quella della cosiddetta democrazia liberale, che principia (dopo la caduta in Europa dei sistemi a “rivoluzione avvenuta”) da un lato con l'innegabile manifestarsi dell'autonomia del politico, dall'altro con il diffondersi di analisi di antropologia politica su società definibili come Senza Stato, ma niente affatto senza politica.
Da qui la nuova e, in un certo senso, definitiva definizione di “politica” alla quale pervenne dopo un'ampia ricognizione storico – critica, David Easton “ un'attività di assegnazione imperativa di valori per una società”.
In questo senso qualsiasi sistema politico ha tre componenti: la comunità politica, il regime e le autorità.
Oggi si tende a confondere queste tre componenti costruendo veri e propri “mostri” sia sul piano istituzionale, sia sul piano giuridico – amministrativo.
La confusione tra Governo e Parlamento rappresenta proprio un punto fondamentale di questa “costruzione di mostri”.
Il Parlamento è stato sicuramente Il luogo privilegiato dai partiti per garantire rappresentanza agli elettori, acquisire visibilità per le loro politiche e ottenere cariche per i loro esponenti.
Oggi questa funzione del Parlamento è messa fortemente in discussione nell’idea di ridurne il ruolo a semplice posto di ratifica del dettato governativo e di rappresentanza corporativa. . Naturalmente, ci sono differenze, in termini di quantità e di qualità, in quella che è stata la centralità dei parlamenti così come sono differenti le modalità di spostamento e di vero e proprio annullamento nella presenza dei consessi elettivi all’interno dei diversi sistemi politici.
Proprio a partire dal controllo sull'esecutivo è facile capire quanto importante sia stato il compito dei parlamenti, nella costruzione dei regimi democratici.
Più impegnativa si presenta una ricognizione della loro evoluzione, per la molteplicità dei parlamenti attualmente esistenti, per la varietà dei loro compiti, per la diversità degli stessi sistemi politici nei quali si collocano e, anche, per una qualche confusione analitica e interpretativa perpetuata dai politici e perfino dagli studiosi.
Ci si aspetta, naturalmente, che nei regimi democratici il tratto strutturale dominante dei parlamenti sia il loro carattere elettivo.
Qualunque attività siano destinati a svolgere i parlamenti democratici debbono essere e continuare a essere, anzitutto e soprattutto, assemblee elettive in grado di rivendicare ed esercitare la rappresentanza politica di una società, dei suoi interessi, delle sue preferenze: ed è questo il punto oggi messo in discussione dall’evoluzione dei sistemi politici nel senso dell’esaustività dell’azione politica all’interno della pratica della governabilità e l’ipotesi di trasferimento alla tecnologia dell’esercizio dell’azione politica e dell’espressione del consenso.
Con queste considerazioni di carattere generale ci inoltriamo nel percorso dell'analisi funzionale.
Infatti, per sostenere in maniera convincente che un parlamento funziona bene oppure male, è forte oppure debole, mantiene alto il suo potere politico oppure tramonta, bisogna stabilire con precisione quali compiti gli siano effettivamente affidati, quali le modalità con cui debba svolgerli, in quali tempi e se e come si dimostra all'altezza delle regole e delle aspettative.
Un punto deve essere ribadito con chiarezza: I parlamenti non debbono soltanto legiferare.
E' opportuno partire da quest’affermazione poiché un’identificazione totale fra parlamenti e funzione legislativa è tanto fuorviante quanto l'identificazione totale fra governi e funzione esecutiva.
Abitualmente si tracciava una linea distintiva abbastanza precisa tra parlamenti di “parlamentari” e parlamenti “di partiti”, fra parlamenti nei quali gli eletti godevano di grande autonomia e libertà di voto (nel “caso italiano” il riferimento è all’articolo 67 della Costituzione del resto votato da un’Assemblea come la Costituente dominata dalla presenza dei grandi partiti di massa) e parlamenti nei quali gli eletti avevano poca autonomia ed erano sottoposti ad una rigida disciplina di voto.
Alla tesi del declino di un parlamento che dovrebbe essere facitore di leggi e dissipatore di governi, va esaltata quella delle funzioni del parlamento sul terreno della capacità di rappresentanza e, insieme, di decisione.
In conclusione si possono sviluppare alcune annotazioni riguardanti la situazione politica italiana nella quale la spinta verso ipotesi di “democrazia illiberale di stampo sovranista” e quindi di “Demofollia” per dirla con Ainis appaiono molto forti.
Deve essere ricordato che la funzione costituzionale assegnata al Parlamento dall’Assemblea Costituente è rimasta inalterata sul piano costituzionale.
Il punto di vero deperimento, però, nel ruolo dell’istituzione parlamentare è stato riscontrato, almeno dal punto di vista di chi tende a privilegiare la funzione di rappresentanza, nella capacità di espressione del dibattito  politico in relazione alle diverse “sensibilità” (per usare un termine “togliattiano”) culturali, politiche, sociali presenti nella società.
Sia l’eco del principio della tripartizione dei poteri, interpretato in modo forse eccessivamente meccanico come l’equivalenza tra Parlamento e potere legislativo, sia l’architettura del testo costituzionale italiano che dedica grande attenzione alla formazione delle leggi (com’è definita la sezione II del titolo I della seconda parte), sia, infine, l’evoluzione specifica del nostro sistema istituzionale nell’arco della seconda metà del ‘900 che aveva visto le due Camere (e le loro commissioni) essere sedi effettive dell’elaborazione di gran parte dell’attività legislativa, hanno a lungo spinto per un’identificazione pressoché completa delle funzioni parlamentari con la funzione legislativa.
Il Parlamento italiano, però, come del resto tutti i Parlamenti degli Stati Democratici, resta titolare anche di altre funzioni, alcune delle quali altrettanto importanti rispetto a quella legislativa.
Prima fra queste la funzione rappresentativa: a ben vedere, infatti, quella rappresentativa non è “una delle funzioni” ma la natura stessa che contraddistingue il Parlamento: tant’è che in sua assenza lo stesso Parlamento non potrebbe definirsi tale ed è proprio in nome della rappresentanza, di questa sua natura rappresentativa, che è chiamato a svolgere tutte le funzioni che gli sono attribuite.
Riassumendo possiamo così reinterpretare le cinque funzioni fondamentali del Parlamento:
1)      La funzione d’indirizzo politico, inteso come determinazione dei grandi obiettivi della politica nazionale e alla scelta degli strumenti per conseguirli, in specificazione dell’attualizzazione e dell’opposizione – dai diversi punti di vista – del programma di governo;
2)      La funzione legislativa, comprensiva dei procedimenti legislativi cosiddetti “duali” che richiedono cioè la compartecipazione necessaria del Governo o di altri soggetti dotati di potestà normativa;
3)      La funzione di controllo, definita come una verifica dell’attività di un soggetto politico in grado di attivare una possibile attività sanzionatoria;
4)      La funzione di garanzia costituzionale, da interpretarsi come concorso delle Camere alla salvaguardia della legittimità costituzionale nella vita politica del Paese;
5)      La funzione di coordinamento delle Autonomie, sempre più complessa da attuare in un sistema che, nelle sedi di raccordo esistenti sia a livello internazionale che infranazionale tende a privilegiare il dialogo tra esecutivi.
In conclusione si può affermare che è chiamata in causa l’attività del Parlamento come organo dello Stato – ordinamento: cioè la Repubblica e di conseguenza la priorità dell’assolvimento del compito della più elevata capacità rappresentativa della molteplicità di articolazioni politiche, sociali, culturali, esistenti nella realtà nazionale.
Al fine di realizzare al meglio questo compito entra in scena, quale fattore fondamentale, la legge elettorale: un tema di grande delicatezza al quale va prestata attenzione in un’ottica “sistemica” e non certo d’interesse contingente di questa o quell’altra forza politica.

Ed è questa l’ultima annotazione che può essere svolta in funzione di ripresa di un discorso di piena democrazia costituzionale che oggi nel nostro Paese ma non solo sta attraversando un momento di vera difficoltà lucidamente individuata nel testo da cui sono state prese le mosse per questo intervento.

lunedì 28 ottobre 2019

NUMERI DALL'UMBRIA di Franco Astengo


NUMERI DALL’UMBRIA di Franco Astengo
Dal punto di vista dell’analisi dei dati assoluti, che rimangono quelli che ci consentono meglio di valutare il “trend” dell’orientamento politico complessi le regionali dell’Umbria del 27 ottobre hanno palesato una forte volatilità elettorale come del resto sta accadendo negli ultimi tempi in tutte le tornate che, a diversi livelli, si sono svolte nel nostro Paese.
L’analisi del voto umbro deve principiare con una precisazione molto importante: la partecipazione al voto è cresciuta soltanto nel confronto tra le due elezioni regionali 2015 e 2019.
Infatti, tra le politiche 2018, le europee 2019 e le regionali di domenica scorsa il numero dei voti espressi validamente è diminuito: si può quindi affermare che l’interesse degli umbri è salito al riguardo del loro voto regionale, ma non rispetto all’insieme della vicenda politica (anche rispetto alle elezioni europee che di norma risultano le meno partecipate).
Questi comunque i numeri relativi: 2019 regionali i voti espressi validamente per i candidati presidenti sono stati 443.343 (per le liste 417.877: quindi 26.466 suffragi sono stati destinati soltanto ai candidati Presidenti); nell’occasione delle elezioni europee 2019 i voti validamente espressi sono stati 449.074, quindi circa 6.000 in più rispetto alle regionali ma 62.185 in meno rispetto alle politiche 2018 quando furono espressi 511.259 voti validi. L’incremento tra regionali 2015 e regionali 2019 è stato di circa 70.000 voti validi passando da 373.673 a 443.343.
Affrontiamo adesso il tema della volatilità elettorale riguardante le liste, considerando impraticabile un raffronto tra le coalizioni da elezione regionale a elezione regionale non essendo presente, in questa tornata 2019, uno schieramento “classico” di centro sinistra per via della presenza del M5S (classificato “né di destra, né di sinistra) in alleanza con il PD “edizione ridotta” per via della scissione di “Italia Viva”. “Italia Viva” che nell’occasione ha assunto una posizione da “né aderire, né sabotare” (o forse maggiormente orientata verso il “sabotare”).
Di seguito l’andamento elettorale di PD, M5S, Lega tra le due elezioni regionali 2015 e 2019.
Nelle regionali 2015 il PD che candidava Catiuscia Marini poi ingloriosamente uscita di scena, ottenne 125.777 voti poi saliti a 126.856 nell’occasione delle politiche 2018 (da non tener conto dell’indicazione delle percentuali per via dell’incremento nel numero dei voti validi). Il PD accusa il colpo nelle europee 2019 scendendo a 107.687 voti (quasi 20.000 voti persi in 12 mesi) e completa (almeno per ora) il proprio arretramento attestandosi a 93.296 voti nelle regionali 2019 (più di 32.000 suffragi ceduti da un’elezione regionale all’altra). Da ricordare comunque come la presenza di una lista di appoggio al candidato Presidente Bianconi abbia avuto 16.833 voti, ricordando come nel 2015 la candidatura Marini non disponesse di una propria lista.
Nel quadriennio l’andamento elettorale fatto registrare dal M5S rappresenta emblematicamente quel fenomeno di volatilità elettorale cui si è accennato all’inizio.
Nelle regionali del 2015 il M5S aveva iniziato la sua resistibile ascesa con 51.203 voti saliti impetuosamente a 140.731 (90.000 voti in più) alle politiche 2018, ridiscesi a 65.718 (75.000 voti in meno) alle europee 2019 e assestandosi a 30.953 nell’occasione di domenica scorsa. Il saldo finale per il M5S da elezioni regionale a elezione regionale è stato quindi di un meno 20.250 suffragi, dopo essere passato per un incremento di quasi 3 volte il proprio risultato del 2015, appunto tra il 2015 e il 2018.
Il caso della presenza della Lega in Umbria sarà sicuramente oggetto di studio nei seminari riguardanti la storia delle elezioni in Italia.
La Lega nell’alleanza di centro destra che nelle regionali 2015 sosteneva la candidatura Ricci (poi sfortunato protagonista di un’avventura solitaria nell’occasione analoga del 2019) aveva ottenuto 49.203 voti (distanziando già largamente Forza Italia). Alle elezioni politiche del 2018 la Lega compiva un vero e proprio “balzo in avanti”con 103.056 voti (quasi doppiando Forza Italia). Tra le elezioni politiche 2018 e quelle europee 2019 l’incremento leghista è stato poi di quasi 40.000 voti salendo a 171.458 suffragi, massima ascesa perché nel 2019 alle regionali la Lega ha perso qualcosa scendendo a 154.413 voti, 17.000 voti in meno con relativo decremento percentuale dal 38,18% al 36,95%. Da notare però al riguardo dello schieramento di centrodestra la presenza di due liste, quella legata alla candidata (poi eletta) presidente Tesei e una lista civica che hanno assommato circa 25.000 voti.
La presenza delle liste locali ha sicuramente influito sul risultato di Forza Italia ridottasi al conseguimento di 22.991 voti: il ridimensionamento di Forza Italia in Umbria era già iniziato nel 2015 subendo un pesante distacco dalla Lega (nell’occasione del 2015 da ricordare la presenza di due liste locali che avevano assommato a circa 27.000 voti e di una lista “Umbria popolare” emanazione dell’UDC con 9.285 voti). Nelle elezioni politiche 2018 Forza Italia era comunque risalita a 57.368 suffragi per poi praticamente dimezzare nelle europee 2019 (28.828 voti) e perderne quasi altri 6.000 nelle regionali (22.991) superata anche da Fratelli d’Italia. Un indice di vero e proprio declino.
In costante ascesa, per contro, Fratelli d’Italia: la formazione di estrema destra aveva avuto, nelle regionali 2015, 21.931 voti saliti a 25.146 nelle politiche 2018 e ancora a 29.551 voti nelle europee 2019 fino a ottenerne 43.443 nelle regionali 2019: in pratica un raddoppio in cifra assoluta tra le due tornate regionali 2015 e 2019.
Prosegue invece una sorta di “sparizione” a sinistra .
Nelle elezioni regionali 2015 erano presenti nello schieramento di centrosinistra a sostegno della candidatura Marini una lista di socialisti riformisti (12.200 voti) e SEL (9.010 voti) oltre a una lista a sostegno della candidatura Vecchietti (Umbria per l’altra Europa) con 5.561 voti e il Partito Comunista dei lavoratori (candidatura Fabiani) con 1.662 voti.
Nelle elezioni politiche 2018 erano presenti: Liberi e Uguali con 15.215 voti, Potere al Popolo con 6.733 suffragi e il Partito Comunista facente capo a Marco Rizzo con 4.521 voti.
Elezioni europee 2019: “La sinistra” ottiene 9.427 voti, tornano in pista i Verdi con 7.846 suffragi e il Partito Comunista sale a 7.001 voti (Potere al Popolo non era presente nelle elezioni europee).
Elezioni regionali 2019: nello schieramento PD – M5S che sostiene la candidatura Bianconi sono presenti due liste, quella “Sinistra civica verde” con 6.727 voti e quella “Europa Verde Umbria” con 5.975. Il Partito Comunista scende a 4.108 voti perdendone circa 3.000 dalle europee ; mentre Potere al Popolo e il Partito Comunista (erede dei Comunisti italiani) sostengono la candidatura Camuzzi rispettivamente con 1.345 voti Potere al Popolo (oltre 5.000 voti in meno rispetto al 2018 dove nella lista era compresa anche Rifondazione Comunista) e 2.098 il PCI.
Per riassumere la situazione a sinistra si può dire che l’area Rifondazione – Sel poi Sinistra Italiana più i verdi sia passata da 14.571 voti alle regionali 2015, a 21.948 alle politiche 2018 (Liberi Uguali e Potere al Popolo che comprendeva Rifondazione Comunista) a 17.193 alle Europee 2019 (comprendendo la Sinistra e i Verdi e lasciando a parte i 7.001 voti del Partito Comunista, scendendo a 12.602 tra Sinistra Civica ed Europa Verde. 7.551 voti, infine, la somma tra Partito Comunista, PCI e Potere al Popolo (11.254 suffragi la somma tra Potere al Popolo e Partito Comunista nelle elezioni politiche 2018). Per quel che riguarda Partito Comunista e Potere al Popolo il calo complessivo può ben essere addebitato, oltre a fattori di carattere locale anche a un’assenza di disponibilità a mettere il proprio (pur piccolo) patrimonio di suffragi a disposizione di un progetto politico più ampio.
Scusandomi di essere stato costretto dal fenomeno della crescente volatilità elettorale, ad analisi svolte con riferimenti che possono essere giudicati impropri dal punto di vista del confronto fra tornate elettorali diverse quindi senza rispettare la regola della comparazione tra elezioni analoghe, si possono evidenziare questi elementi di fondo:
1)      Le elezioni regionali dell’Umbria hanno fatto registrare un incremento nella partecipazione al voto soltanto al riguardo delle percentuali di elettrici ed elettori espressisi nelle precedenti regionali 2015. La partecipazione invece è risultata in calo non soltanto (come avviene fisiologicamente ) con le politiche 2018 ma anche nel confronto con le europee 2019;
2)      Il fatto più rilevante di questa tornata elettorale è stato sicuramente rappresentato dalla caduta del M5S che sta ormai verticalmente inabissandosi. Trattandosi, in questo caso, di voto pressoché esclusivamente d’opinione (se non di “scambio” a livello di massa come avvenuto nelle politiche 2018 attorno all’idea del reddito di cittadinanza) è difficile pensare a un fenomeno limitato regionalmente e ristretto al perimetro umbro;
3)      La Lega conferma la propria egemonia sul centro destra che sempre più assume caratteristiche di vera e propria “destra” nei contenuti e nella composizione politica. A questo punto lo schieramento presentato in Umbria sarà confermato in successive occasioni, prima fra tutte l’Emilia Romagna. Le elezioni emiliane potrebbero anche rappresentare la prova generale delle politiche.
4)      Sul risultato del PD ha sicuramente inciso la “vicenda Marini” ma soprattutto si tratta di un risultato “in sospeso” almeno dal punto di vista elettorale, in attesa di saggiare la consistenza di “Italia Viva” e soprattutto conoscere quale sarà il principale bacino di riferimento, tra il PD e Forza Italia, del nuovo partito di Renzi. L’impressione, infatti, è che Forza Italia abbia già ceduto a destra gran parte di quello che c’era da cedere.

sabato 26 ottobre 2019

MARCIA SU ROMA E COSTITUZIONE ANTIFASCISTA


MARCIA SU ROMA E COSTITUZIONE ANTIFASCISTA di Franco Astengo
Carla Nespolo, presidente nazionale dell’ANPI in questi giorni ha richiamato il governo a fornire un segnale antifascista abolendo i “decreti sicurezza” approvati dal precedente esecutivo, del quale – va ricordato - faceva parte egualmente il M5S: un segnale di contraddizione non da poco per la forza politica nata dall’antipolitica. Una contraddizione che sorge su di un tema delicato come quello dell’antifascismo che non può essere affrontato semplicisticamente con una vena agnostica.
In una sua intervista la stessa Nespolo riprende un vecchio motto di Pertini: “Il fascismo non è un’opinione ma un crimine”.
Siamo nei giorni del 97° anniversario della Marcia su Roma.
E’ bene ricordare quella data per almeno due motivi di grande importanza e attualità:
1)      La “marcia su Roma” ha rappresentato un momento di snodo fondamentale nella storia d’Italia, una data nella quale si registrò il crollo definitivo della vecchia Italia liberale e l’avvento al potere del fascismo: un vero e proprio momento di “eversione delle classi dirigenti” come lo definì Antonio Gramsci. Su quel apparentemente lontano avvenimento è necessario alimentare una memoria storica su ciò che il fascismo è stato ed ha rappresentato nella storia d'Italia, al fine di evitare per quanto possibile quei fenomeni di pericoloso revisionismo che pure si stanno manifestando con intensità, in particolare negli ultimi tempi, prendendo soprattutto a bersaglio la Resistenza.
2)      Il mantenere la memoria intorno ai fatti e all’esito politico del 28 ottobre 1922 significa anche interrogarsi sul perché la nostra Costituzione non può essere modificata in punti nei quali perderebbe il suo carattere antifascista: ad esempio nell’affermazione della centralità del Parlamento.

Uno de padri costituenti, Giuseppe Dossetti, metteva in luce la rilevanza dell'evento globale che l'aveva ispirata: " In realtà, la Costituzione Italiana è nata ed è stata ispirata da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale.”
L’aver condotto l’Italia nella spirale mortale della guerra rimane la responsabilità più grande del regime fascista ma si tratta di una responsabilità che discende direttamente dal modo con il quale il fascismo assunse il potere, e di conseguenza dalla marcia su Roma e non come molti altri pretendono dall’emanazione delle “leggi fascistissime” promulgate nel gennaio 1925 in conclusione della crisi innestata dal delitto Matteotti o addirittura dall’emanazione delle leggi razziali nel 1938: il fascismo fin dall’inizio è stato feroce interprete della repressione della democrazia.
Proprio la consapevolezza di questo fatto portò l’insieme dell’Assemblea Costituente a superare, almeno in misura considerevole, le concezioni di parte e le esplicitazioni delle ideologie contrapposte, ricercando tutti a cercare, di là da ogni interesse e strategia particolare un consenso comune.
Il mantenere la memoria della “marcia su Roma” serve soprattutto a ricordarci come il presupposto politico della Costituzione Italiana sia rappresentato ancora e sempre dall'antifascismo.
Su questo punto occorre essere chiari.
La Costituzione italiana è una costituzione compiutamente antifascista, non perché è stata scritta da antifascisti desiderosi di vendicarsi dei lutti subiti; al contrario per voltare definitivamente pagina rispetto alla triste esperienza del fascismo e della guerra.
 I costituenti sentirono il bisogno e seppero farlo, di rovesciare completamente le categorie che avevano caratterizzato il fascismo.
Come il fascismo era alimentato da uno spirito di fazione e assumeva la discriminazione come propria categoria fondante (sino all'estrema abiezione delle leggi razziali), così i costituenti hanno assunto l'eguaglianza e l’universalità dei diritti dell'uomo come fondamento del loro ordinamento.
Come il fascismo aveva soppresso il pluralismo, perseguendo una concezione totalitaria (monistica) del potere, così i costituenti hanno concepito una struttura istituzionale fondata sulla massima distribuzione, articolazione e diffusione dei poteri.
Come il fascismo aveva aggredito le autonomie individuali e sociali, così i Costituenti le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro invalicabile di libertà individuali e di organizzazione sociale.
Come il fascismo aveva celebrato la politica di potenza, abbinata al disprezzo del diritto internazionale e alla convivenza con la guerra, così i costituenti hanno negato in radice la politica di potenza, riconoscendo la supremazia del diritto internazionale e ripudiando le nozze antichissime con l'istituzione della guerra.
 I principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo.
L’osservare fin qui spirito e lettera della Costituzione ha reso fin qui impossibile ogni forma di "dittatura della maggioranza".
Proprio per questo motivo si reiterano i tentativi per modificarla che ancora risulteranno all'ordine del giorno: la Costituzione è vissuta come un impaccio, una serie di vincoli fastidiosi, di cui sbarazzarsi per restaurare l'onnipotenza dei decisori politici.
La Costituzione non prevede “pieni poteri” oppure l’apertura del Parlamento “come una scatola di tonno”: perciò deve essere tolta di mezzo.
Dobbiamo continuare a respingere questi attacchi e queste pericolose tentazioni e, proprio per queste ragioni, non smarrire mai il senso della memoria storica: anche ricordando un evento funesto e drammatico come quello della Marcia su Roma.