giovedì 29 luglio 2021

AMMINISTRATIV E 2021: PIU' PAURE CHE IDEE NELL'EMERGENZA DELLA CRISI

 

AMMINISTRATIVE 2021: PIÙ' PAURE CHE IDEE NELL'EMERGENZA DELLA CRISI di Franco Astengo

Il "Corriere della Sera" (giovedì 29 luglio) ha dedicato un servizio alle prossime elezioni amministrative.

Turno elettorale di cui non si conosce ancora la data dopo il rinvio avvenuto in primavera a causa della recrudescenza della situazione sanitaria.

Si dovrebbe votare a Roma, Torino, Milano, Napoli, Bologna ma anche a Benevento, Varese, Trieste, Novara e in altre città capoluogo compresa Savona.

Al proposito il Corriere titola proprio "Più paure che idee" prendendo spunto da una lettera del presidente dell'ANCI, il sindaco di Bari Decaro, dedicata a una sorta di crisi vocazionale che sembra attraversare la potenziale classe dirigente del nostro Paese portando - nella sostanza l'incarico di Sindaco a un basso indice di attrazione.

A circa trent'anni dalla modifica della legge elettorale per i Comuni che portò all'elezione diretta del Sindaco è il caso allora di ricordare come non sia stata aperta una riflessione di fondo attorno ai mutamenti avvenuti nella trama istituzionale del nostro Paese.

La legge sull'elezione diretta dei Sindaci fu approvata nel 1993 seguendo la legge 142/90 sull'autonomia statutaria: ci si trovava allora all'inizio di un ciclo di riforme attraverso le quali, proprio nella fase del disfacimento dell'impianto fondato sui partiti a integrazione di massa, si cercava di "accompagnare" due fenomeni emergenti: quello della personalizzazione (esasperato proprio dalla appena ricordata crisi verticale dei partiti e dall'entrata in scena del mix "partito - personale"; "partito - azienda") e quello del federalismo /devolution fatto irrompere dalla Lega Nord sulla scena del nostro sistema politico e maldestramente recepito dal centro - sinistra in una logica di " inseguimento" arrivata fino alla negativa riforma del titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001, in chiusura di legislatura.

Per ragioni di economia del discorso si tralascia, in questa occasione, un'analisi più compiuta di ciò che avvenne in quella fase: l'elezione diretta anche del Presidente della Regione (causa di una profonda modificazione nella natura stessa dell'Ente), la riduzione della Provincia a ente di secondo grado, l'incauta abolizione delle circoscrizioni nelle Città, tanto per fare degli esempi in un quadro nel quale il successivo avvento del M5S con l'idea della democrazia diretta e dell'uno vale uno ha finito con lo svilire il ruolo delle istituzioni; favorita la perdita di senso dell'operato dei consessi legislativi e deliberativi; introdotta la concentrazione della disponibilità di firma in figure monocratiche anche a livello dirigenziale e non solo politico: non dimenticando la modifica del concetto di separazione tra politica e amministrazione e la conseguente esasperazione del ruolo dei dirigenti.

Tutti fattori, quelli sopra elencati, che stanno all'origine della logica della "paura".

Non sembra più nella disponibilità delle forze politiche la capacità di avviare una riflessione complessiva posta anche sul piano istituzionale su come potrà prefigurarsi l’orizzonte di una Città all'interno della perdurante crisi sanitaria.

Nell'articolo del "Corriere" si accenna alla centralità della Città e ci si sofferma sulle idee di smart - city solidali e di "depositi di identità per una nuova connessione territoriale e sociale".

In realtà sono in atto fenomeni che richiederanno profonde trasformazioni proprio nella capacità d’indirizzo nel governo della cosa pubblica. Sviluppo alcuni esempi: lo spostamento “fisico” nella possibilità di utilizzo di servizi sociali; l’innalzamento di qualità nella sostenibilità ambientale dei centri urbani; l’adeguamento dei centri storici alle esigenze di un turismo di qualità e dimensione diversa rispetto a quello rutilante del consumismo di massa; un tipo di ristrutturazione urbana per costruire un’offerta di case in modo tale da rendere appetibile la possibilità di trascorrervi molto più tempo di quanto non fosse in passato; un’attrezzatura culturale e sociale adeguata a una inedita offerta di tempo libero; la fluidità dei trasporti collettivi; l’equilibrio tra il centro e le periferie cittadine.

Ritorno su di un argomento già affrontato in passato :prima di tutto dobbiamo tornare a considerare la città come “ la nicchia ecologica della specie umana”.

Storicamente possiamo dire che la Città ha offerto grandi occasioni di evoluzione nella relazione tra ambiente e rapporti sociali, di fruizione degli strumenti di conoscenza, di avanzamento tecnico e scientifico.

In seguito sono state assunte scelte al riguardo delle quali non è possibile nasconderci dietro a un dito : non è possibile che la Città continui a pensare a sé stessa come ripiegata attorno ad espressioni di consumismo irragionevole che hanno causato, prima di tutto, un deperimento crescente dei nostri beni collettivi.

Non basta tornare a recitare vecchi slogan, del tipo : “La Città a misura di...”; sono cambiate troppe cose in una misura molto profonda.

Soprattutto sarà necessaria una seria rivisitazione dell'impianto istituzionale riflettendo, anche a livello locale, su alcuni punti essenziali che rendono fragile l'insieme del nostro sistema politico: ruolo dello Stato e rapporto centro /periferia; deficit di rappresentanza politica e crisi della governabilità; funzione decisionale e di orientamento sociale e culturale degli strumenti dell'innovazione comunicativa fin qui usati dalla politica in esclusiva funzione propagandistica.

Nel dibattito che si innesterà nella prossima scadenza elettorale amministrativa sarebbe utile che trovassero spazio i temi della strutturazione istituzionale e una riflessione, finalmente attenta, sui guasti della personalizzazione della politica e della conseguente elezione diretta.







martedì 27 luglio 2021

TRA LA FOLLA E IL POPOLO

 

TRA LA FOLLA E IL POPOLO di Franco Astengo

"Ora abbiamo non solo la difesa primaria del posto di lavoro dai licenziamenti avvenuti e minacciati, ma la volontà di ritessere una tela strappata. Un fatto nuovo, che ha il profumo dell’antico, quando quelli che erano considerati gli ultimi sapevano legare attorno a sé le forze più vive della società. E creare un popolo."

Alfonso Gianni conclude con questa bellissima frase un suo "commento" apparso online sul "Lunedì Rosso" del Manifesto.

"Creare un popolo" però, aggiungiamo, con un punto interrogativo :?

Siamo stretti, infatti, tra il "popolo" e la "folla". Il "popolo" sa di poter lottare per una causa precisa: quello di difendere la classe dalle ingiustizie, sommamente da quelle imposte dalle logiche imperanti del profitto in tempi come questi di incapacità di porre freno alle disuguaglianze con un "Capitale" ( sempre più impersonale e inafferrabile) che punta alla guerra tra i poveri come arma per riaffermare il proprio dominio. La folla invece indistintamente, protesta contro il destino che ci costringe a vivere in un modo diverso da quello che giustamente Marco Revelli ha definito "il diritto al proprio personale capriccio".

Dobbiamo essere consapevoli che la destra sta mordendo per riuscire a tenere assieme "popolo" e "folla" e farne genericamente "la gente" come piedistallo per correre pericolose avventure.

Nel 1945, al primo consiglio nazionale del PCI nell'Italia riunificata del 25 aprile, Longo disse " al Nord il partito è una "folla". Ebbene fu la capacità di introdurre pedagogia di massa e mediazione politica che fece in modo, tra enormi contraddizioni e difficoltà immense, si riuscisse a creare un popolo. Così fu introdotto nella "nostra" cultura politica il Gramsci del "Principe", delle "casematte", dell'egemonia, dell'intellettuale organico. La via difficile dello studio da coniugare all'agire politico.

L'invito allora, in questo momento così complicato, è quello di ritrovare una soggettività che sappia unire lettura delle contraddizioni sociali, cultura, prospettiva politica per contribuire studiando e agendo a ricostruire un popolo.


sabato 24 luglio 2021

DEMOCRAZIA E SINISTRA COSTITUZIONALE

 

DEMOCRAZIA E SINISTRA COSTITUZIONALE di Franco Astengo

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha accompagnato la promulgazione dell'ultimo "decreto sostegni" con una lettera al Parlamento che ci richiama ad un messaggio di natura costituzionale di cui può valere la pena di riprendere la sostanza:

“Il monito è forte e chiaro. E arriva dal presidente della Repubblica,Sergio Mattarella, che dopo aver firmato la legge sui “sostegni bis”, ha accompagnato la promulgazione con una lettera al Parlamento e al governo in cui, in sostanza, contesta l’eccessivo uso di emendamenti con norme fuori tema, facendo anche un elenco di esempi relativi alla legge. Nella missiva inviata ai presidenti di Senato e Camera,Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico, e al premier Mario Draghi, il Capo dello Stato individua le forme costituzionalmente corrette della legiferazione d’urgenza. Tra i punti critici segnalati da Mattarella, c’è il ricorso ormai abituale alla prassi del maxiemendamento su cui il governo pone la questione di fiducia.”


Le parole del Capo dello Stato arrivano in un momento nel quale:

1) appare davvero esagerato il quadro complessivo di prolungamento della della facoltà d’emergenza concessa al governo per via della straordinaria situazione sanitaria

2) di quasi totale assenza di riflessione sui devastanti effetti che hanno avuto le diverse leggi elettorali fondate sulle liste bloccate;

3) DI mutamento di natura funzioni, ruolo, dei partiti; la prospettiva di riduzione nel numero dei parlamentari e quindi di ulteriore difficoltà nell'accesso alle istituzioni di una pluralità di sensibilità politico - culturali renderà ancor più permeabile il sistema al micidiale cocktail formato da lobbismo, corporativismo, localismo che ha mandato in crisi l'intero assetto delle nostre istituzioni rappresentative, al centro come in periferia.

Sarebbe il caso di ricordare ancora le funzioni fondamentali assegnate al Parlamento dalla Costituzione e che via via sono andate perdute:

Riassumendo possiamo così reinterpretare le cinque funzioni fondamentali del Parlamento:


1) La funzione d’indirizzo politico, inteso come determinazione dei grandi obiettivi della politica nazionale e alla scelta degli strumenti per conseguirli, in specificazione dell’attualizzazione e dell’opposizione – dai diversi punti di vista – del programma di governo;


2) La funzione legislativa, comprensiva dei procedimenti legislativi cosiddetti “duali” che richiedono cioè la compartecipazione necessaria del Governo o di altri soggetti dotati di potestà normativa;


3) La funzione di controllo, definita come una verifica dell’attività di un soggetto politico in grado di attivare una possibile attività sanzionatoria;


4) La funzione di garanzia costituzionale, da interpretarsi come concorso delle Camere alla salvaguardia della legittimità costituzionale nella vita politica del Paese;


5) La funzione di coordinamento delle Autonomie, sempre più complessa da attuare in un sistema che, nelle sedi di raccordo esistenti sia a livello internazionale che infranazionale tende a privilegiare il dialogo tra esecutivi.



E' il caso di andare a fondo sul tema della fragilità del sistema proponendo un'analisi autonomamente elaborata da sinistra e non riferita alla stretta quotidianità del gioco politico.

La responsabilità maggiore di questa fragilità spetta alla leggerezza con la quale il sostanziale sfrangiamento delle forze politiche sorte dopo la crisi dei partiti di massa ha fatto sì che si raccogliessero di volta in volta messe di consensi ottenuti sulla base di opzioni meramente demagogiche e attraverso logiche del tipo di "scambio politico", in luogo dell'appartenenza o dell'opinione (è toccato al PD(R), poi al M5S, ancora alla Lega, adesso sembra il turno di FdI in un quadro di esagerata volatilità elettorale).

Gli esiti dell'effimero sfondamento attuato dal M5S con le elezioni del 2018 stanno pesando enormemente sullo spostamento d'asse in corso: la debolezza della struttura sistemica che ne è derivata ha aperto la strada ad una strisciante modifica costituzionale, riferita alla forma di governo.

L'esecutivo in carica sta svolgendo il compito di promuovere un'ulteriore torsione del sistema in senso presidenzialistico e di garantire alle grandi concentrazioni della finanza capitalistica l'egemonia sui due grandi obiettivi di transizione (ambientale e digitale), nel quadro di un recupero della strategia atlantica.

Nel sistema politico italiano, intanto, siamo di fronte all'acutizzarsi del fenomeno della demagogia trasformistica .

Una demagogia trasformistica che si è accompagnata alla crescita delle diseguaglianze e alla sparizione della middle-class: un quadro di impoverimento generale che ha causato il formarsi di una sorta di alleanza tra il “ventre molle” della borghesia e l’individualismo competitivo.

Un pasticcio che alla fine, ha assunto la veste di una domanda di tipo corporativo (ben emersa fin dalla fase più acuta dell'emergenza sanitaria) con la perdita di ruolo nell’insieme dei corpi intermedi di mediazione e la perdita di senso del concetto di rappresentatività politica.

La destra sta interpretando questa fase come contraddistinta da una complessità sociale dalla quale origina un ulteriore "eccesso di domanda".

Un fenomeno da fronteggiare attraverso forme di "democrazia protetta" , sul modello di alcuni paesi dell'Est e realizzata attraverso un taglio netto del rapporto tra politica e società.

L'acutezza delle contraddizioni in campo rende inefficaci le zone intermedie e le vocazioni maggioritarie a base centrista :il solo contrasto possibile a questo stato di cose potrà arrivare soltanto da una ripresa di ruolo della Sinistra.

Una ripresa di ruolo della Sinistra da realizzarsi in forme nuove ma solidamente ancorate alle parti più alte della sua tradizione.

Andrebbe così rinnovata una proposta politica che potrebbe essere avanzata da una "Sinistra Costituzionale" .

La costruzione di un soggetto di "Sinistra Costituzionale" potrebbe servire a rispondere sia pure parzialmente alla domanda di soggettività avanzata da quella parte dell'elettorato coerente e responsabile che si è pronunciato per il "NO" nel referendum del settembre 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Da quel "no" sarebbe stato necessario ripartire per porre il tema della rappresentatività attraverso una identità di democrazia costituzionale.

Una sinistra fondata sulla democrazia costituzionale deve tornare centrale nel sistema come ipotesi politica complessiva ponendosi in alternativa all'idea della "democrazia protetta", della governabilità intesa quale fine esaustivo dell'azione politica, della formula elettorale maggioritaria.








venerdì 23 luglio 2021

25 LUGLIO ANTIFASCISTA

 

25 LUGLIO ANTIFASCISTA di Franco Astengo

Proprio nei giorni in cui si dovrebbe ricordare il 25 luglio 1943, giorno della caduta del governo Mussolini, come momento di avvio del travaglio più drammatico della Storia d'Italia, conclusosi grazie al sacrificio di tanti con la vittoria della Resistenza e l'avvento di una Costituzione antifascista, questo termine "antifascista" è stato giudicato "divisivo" per essere usato in un simbolo elettorale : valutazione espressa da una società di marketing evidentemente legata a stereotipi ormai giudicati sclerotizzati anche dalle stesse fonti della sociologia anglo sassone da cui aveva avuto origine la "moderna" tecnica di comunicazione politica.

Nel frattempo, infatti, anche su questa materia è passato il ciclone Trump, in un quadro di modifica profonda dei termini del confronto politico, così come ha dimostrato la stessa campagna elettorale di Biden nell'appoggio cercato verso non soltanto l'ala radical ma anche quella dichiaratamente socialista nel superamento di una visione "centrista" del politically correct.

La Costituzione italiana è dichiaratamente antifascista e questo concetto va ribadito con forza non tanto e non solo perché rimane latente la tensione revisionista (della Costituzione e non solo della Storia) ma soprattutto perché esiste una rinnovata necessità di inveramento di valori.

Da dove deriva, infatti, la riattualizzazione, in particolare nella situazione italiana, del confronto fascismo /antifascismo?

Prima di tutto dall’emergere nel dibattito politico di alcuni punti distintivi che vanno attentamente analizzati:

1)Razzismo. E’ indubitabile che esista e si stia affermando una politica che non può che essere giudicata come razzista. Una politica che si esercita soprattutto nell’identificazione del “diverso” e nell’affermazione di un presunto primato per “alcuni” che poi si traduce concretamente nei tentativi, non sempre riusciti, di respingimento dei migranti ma che oltrepassa anche questo aspetto diffondendo tragicamente una cultura del superamento della legge morale e di inasprimento dei demoni derivanti delle paure soggettive;

2)Militarismo. Questo potrà apparire un punto secondario, ma non è così. Ne abbiamo avuto la riprova ascoltando determinati accenti, soprattutto provenienti dall’ambiente militare, in occasione della ricorrenza del centenario del massacro collettivo denominato “Prima Guerra Mondiale”: Abbiamo anche sentito l’espressione di idee riguardanti il ripristino della leva militare obbligatoria intesa come strumento di “educazione nazionale” per le giovani generazioni. C’è n’è da vendere per considerare pericoloso questo “militarismo” di ritorno;

3) Politiche economiche e sociali. Il rapporto tra economia, diritti sociali, emergenza sanitaria ha dato luogo, nel concreto procedere dei provvedimenti presi via via nel corso di questi ultimi mesi, a un pericoloso impasto di corporativismo e di assistenzialismo ben giustificato dallo sfrangiamento della struttura dello Stato, dalle incertezze europee e da un quadro generale di regressione verso il lobbismo inteso come fattore integrante dell'agire politico.

4) Politica dei diritti. Proprio nei giorni del ricordo dei tragici fatti del G8 di Genova 2001 è venuto (casualmente) alla luce il pestaggio selvaggio del carcere di Santa Maria Capua a Vetere. Un episodio (isolato?) che dimostra il perdurare della logica di irriducibilità alla legge di settori dell'apparato dello Stato e di resistenza, da parte di settori di questo apparato, al permearsi dei principi della democrazia repubblicana.

5) Comunicazione. La decostruzione degli apparati comunicativi, realizzata soprattutto attraverso i social, appare come la premessa indispensabile per l’apoteosi tra l’uno e la folla, il capo verso la moltitudine aclassista e omologata. C’è da notare, in questo, come si sia verificato un salto di qualità rispetto a quando, poco tempo fa, il tema della comunicazione era affrontato attraverso l’accumulo di proprietà di TV e giornali, che aveva caratterizzato l’era definita sbrigativamente come del “berlusconismo”.

5)Autoritarismo. Il tutto è condito da una crescita verticale nella presenza dell’autoritarismo nella vicenda politica italiana, con un mutamento progressivo nella stessa forma di governo. La tendenza all’autoritarismo nasce, è bene ricordarlo, fin dagli anni’80 del XX secolo quando si cominciò a parlare, scrivere e praticare di “decisionismo”. La linea era già stata tracciata allora: la complessità della domanda sociale, frutto della crescita degli anni’70, andava tagliata riducendo lo spazio tra di essa e la politica (Luhmann). Per fare questo occorreva un di più di segno del comando da realizzarsi attraverso la personalizzazione. Più o meno la ricetta degli anni’20, mutatis mutandis. Oggi il tutto appare ulteriormente esasperato, dopo i venti anni di bipolarismo temperato fondato soprattutto sull’ esibizionismo dei singoli e sull’incapacità (reciproca da parte dei due poli) di leggere l’allargarsi e il trasformarsi delle contraddizioni sociali dentro la crisi.

C'è stato addirittura chi, qualche tempo fa, aveva scritto di “pericolose incrostazioni insite nel paradigma “fascismo /Antifascismo”, e adesso c'è anche chi ritiene che la definizione "antifascismo" possa essere considerata divisiva.

E' il caso allora di ribadire con grande forza, proprio nella ricorrenza del 25 luglio 1943 (e ancor di più questo dovrà essere fatto tra 55 giorni quando saremo chiamati a ricordare l'8 settembre) che non è questione di mode sociologiche e/o storiografiche: il valore dell’Antifascismo rimane e va esaltato quale fattore di definizione politica e come elemento d’identità indispensabile tale da consentirci sia sul piano storico sia su quello politico di stare agganciati a spirito e lettera della già tanto martoriata Costituzione Repubblicana.

La Costituzione non va difesa ma affermata nei suoi principi fondamentali e nella lettera dei suoi articoli, uno per uno, senza pensare (come è stato fatto in passato sbagliando) che la seconda parte, in fondo, sia separata dalla prima.


martedì 20 luglio 2021

GENOVA E LA POLITICA

 


GENOVA E LA POLITICA di Franco Astengo


E' difficile parlar male di Garibaldi, ma nella congerie di rievocazioni al riguardo di Genova 2001, non si ravvede un qualche accenno autocritico da parte degli esponenti di quella che fu la sinistra italiana, oggi ridotta al lumicino.


Premesso che a distanza di 20 anni è il caso di esprimere tutto lo sdegno possibile e il massimo di deprecazione per l’orrido comportamento dello Stato e dei suoi organi : un comportamento in linea con i massacri degli operai e dei contadini negli anni’50 (che nessuno ricorda salvo qualche occasione rituale) e con i depistaggi e le complicità nelle fasi del terrorismo al punto da far apparire illusoria un’idea di democratizzazione degli apparati.


Nel frangente di Genova 2001 declinò il ruolo dell’organizzazione politica con la rinuncia a due punti fondamentali di identità: l'esercizio di una funzione di pedagogia di massa e la capacità di costruzione/riferimento di un blocco sociale.


In sostanza i soggetti politici intendevano stare "alla testa" ma non "alla guida".


Inoltre risultava del tutto insufficiente l'analisi del passaggio da "identità nazionale" a "soggettività globale".

Da quel punto di smarrimento derivò anche la successiva scelta , di pura matrice politicista, compiuta da alcune formazioni della sinistra di aderire alla logica di governo.

Qualcuno oggi scrive che “le idee del 2001 valgono anche oggi nel 2021”: egualmente però, nei vent'anni, è rimasta sullo sfondo il tema della soggettività politica, della sintesi, della proposta politica di egemonia e si è rimasti nel vuoto della sovrastruttura della tattica, ormai ridotta tra l'altro all'esclusiva ricerca della governabilità.

Tema, quello della soggettività politica, che nessuno o quasi pare abbia intenzione di affrontare.


domenica 18 luglio 2021

SAVONA 2021: AMBIENTALISTI E SINISTRA UNITI PER BATTERE LA DESTRA

 

SAVONA 2021: AMBIENTALISTI E SINISTRA UNITI PER BATTERE LA DESTRA di Franco Astengo (Coordinamento “Il rosso non è il nero”).


Sinistra e Ambientalisti si presenteranno unitariamente sotto lo stesso simbolo, alle prossime elezioni comunali di Savona in appoggio alla candidatura a Sindaco presentata da Marco Russo , dal suo “Patto per Savona”, nell’ambito della progettualità contenuta nella sua “Agenda”.

E’ stato così conseguito un risultato importante che consentirà, diversamente dal passato, la presenza convergente di forze di diversa estrazione politica e sociale.

Lo scopo di questa raggiunta unità sarà quello di sconfiggere questa destra arrogante e pasticciona alla quale va impedito di continuare a sgovernare la nostra Città.

Una unità , quella tra forze di sinistra e ambientalisti che vede presenti il nostro gruppo “Il Rosso non è il Nero”, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, Europa Verde – Verdi, che è stata raggiunta dopo un’ampia discussione attorno alla ricerca di comuni coordinate programmatiche e nelle forme stesse di definizione della presentazione elettorale.

Beninteso : così come la via del socialismo non é “piana come la Nevski Prospect” così la discussione tra i soggetti che stanno formando la lista unitaria è stata complessa e articolata in molte sfumature.

Il grado di unità raggiunta può essere ben giudicata come base portante per una presentazione elettorale in grado di farsi valere non soltanto verso l’elettorato progressista già tradizionalmente orientato ma anche verso quella parte di elettrici ed elettori che, delusi dalle persistenti divisioni passate, si erano rifugiati altrove, soprattutto verso l’astensione.

In questo ambito è risaltata l’attività svolta nel corso di questi mesi del nostro gruppo.

Un’attività quella del “Il Rosso non è il Nero” svoltasi soprattutto attraverso il coinvolgimento di singoli e gruppi nell’elaborazione del documento “Savona 2021: visione e progetto” sul cui testo si sono realizzati momenti di confronto pubblico che hanno coinvolto la Città nelle sue diverse articolazioni politiche, sociali, economiche, culturali.

Nel corso del confronto elettorale è nostro intendimento far vivere soprattutto alcune delle coordinate essenziali presenti nel nostro progetto: l’Alleanza Territoriale quale punto di riferimento per il recupero di un ruolo di Savona capoluogo e il Federalismo Municipale come strumento per il rilancio dei quartieri considerato il vero punto di spinta in avanti per il riequilibrio territoriale, urbanistico, della vivibilità complessiva delle diverse parti della Città.

Il progetto portato avanti dal nostro gruppo all’interno della raggiunta fondamentale unità dovrà costituire obiettivo per il futuro ben oltre la durata della prossima consiliatura e trovare la forza necessaria per alimentare il dibattito in un Consiglio Comunale che rimane il soggetto centrale della vita democratica della Città , la cui attività dovrà essere sempre posta accanto alla complessità delle problematiche presenti in un Città come la nostra che sta soffrendo di diverse forme di declino, “in primis” di quella demografico.

Adesso sarà indispensabile preparare unitariamente una lista di candidate/i assolutamente significativa per preparazione dei singoli, in grado di testimoniare direttamente con la loro presenza questa “ambizione di qualità”.

Non si tratterà di un compito facile, ma su questo punto confidiamo nella capacità di iniziativa delle singole forze politiche: l’obiettivo rimane quello indicato all’inizio, l’unità per battere la destra.

sabato 17 luglio 2021

LIMITE ETICO E DARWINISMO POLITICO

 

LIMITE ETICO E DARWINISMO POLITICO di Franco Astengo (stralcio della relazione svolta al convegno “Cultura Politica e Crisi della Democrazia, organizzato dal gruppo “QDR - “Il rosso non è il nero”, Savona 16 luglio 2021).


Nel tumultuoso modificarsi del sistema di relazione tra agire politico e mutamenti sociali imposti dall’evoluzione tecnologica e dal modificarsi del sistema di relazioni sociali, verifichiamo il sorgersi di un interrogativo spesso trascurato: “Come conciliare una forma di rappresentanza politica tale da rendere effettivamente visibili i cittadini, i loro bisogni con altre forme di democrazia fondate sulla strutturalità di una partecipazione politica non mediata dalla rappresentanza degli interessi sociali ?”

Le difficoltà della democrazia liberale derivano per lo più dal ritardo nella capacità di affrontare il tema del conflitto nella particolarità di una inedita espansione dei comportamenti sociali.

Da diverse parti, infatti, si è ritenuto che rivolta, ribellione e antagonismo non dovessero più contrapporsi a priori alla rappresentanza politica costruendo un'alternativa, ma lottare per un'altra forma e un'altra sostanza come espressione dei bisogni dei cittadini.

In questo modo, nella definizione di una separatezza tra "democrazia rappresentativa" e "democrazia diretta" fin qui si è determinato soltanto l'avvio di un processo di semplice integrazione nei meccanismi del potere.

La crisi della democrazia che stiamo attraversando risulta, inoltre, gravata dal processo di globalizzazione e dalla crescita di un populismo autoritario figlio dell'emergenza sanitaria.

Una fase nuova in cui la strumentalizzazione dell'emergenza sanitaria ha accentuato poteri e competenze di governi e regioni stravolgendo i capisaldi del costituzionalismo democratico intesi come la centralità del Parlamento e la riserva di legge ha finito con l'evocare lo spettro di una torsione autoritaria del diritto pubblico.

La nostra ricerca deve allora partire dalla classiche categorie delle istituzioni in crisi, rappresentanza parlamentare e partiti politici, ponendo attenzione ai "fatti" di un dato storico di un sistema "europeizzato" e "globalizzato"

L'evoluzione e la crisi dei fondamenti ideologici e dei caratteri originari della rappresentanza politica sembrano ormai irreversibilmente egemonizzati dal pensiero "unico"delle teorie (e conseguenti pratiche) ordoliberali e neoliberiste.

Questi processi hanno svelato quel senso di alienazione e isolamento del cittadino globalizzato, un fenomeno all'interno del quale spicca quello che è stata definita "proletarizzazione del ceto medio", dal quale deriva la ricerca sulla disintermediazione politica, che che si situa all'origine dei movimenti populisti.

E’ necessario contrastare questa deriva che ha aperto la strada ad un mutamento profondo della forma di governo nel senso di un passaggio verso la subalternità della politica alla tecnica (la cosiddetta “tecnocrazia) con le scelte ristrette ad unica possibilità di acquiescenza ad una sorta di “darwinismo politico” .

Per rendere effettivo questo contrasto occorre porre mano alla costruzione di una rappresentanza possibile per le nuove insorgenze sociali. E’ già stata ricordata la crescita dei livelli di disuguaglianza, in particolare a partire dal tempo intercorso dall’inizio dell’emergenza sanitaria. I punti da analizzare possono essere così riassunti: crescita delle disuguaglianze/ neocolonialismo/ aumento dei punti di confronto bellico/ segnali di vera e propria “lotta di poveri” tra popoli e all’interno dei popoli.

Il punto di partenza potrebbe essere rappresentato da una riflessione attorno al ”limite etico” da tracciare rispetto al procedere dell’evoluzione tecnologica. Giustamente, infatti, si comincia a discutere di necessità di “conversione” e non di “transizione” rispetto ai grandi temi dell’ecologia e della digitalizzazione. Una “conversione” richiede una assunzione di responsabilità “radicale” nell’indicare una adeguata prospettiva politica. Mentre si stanno estendendo i livelli di sfruttamento all’interno di un processo generale di esponenziale crescita delle diseguaglianze , si presenta una “complessità di contraddizioni” altre rispetto a quelle classicamente identificate dallo schema di Rokkan.

Nel periodo della prima rivoluzione industriale fu ravvisato qualcosa di simile nell’estensione della democrazia da parte dei nascenti partiti socialisti (diritti sindacali, di organizzazione politica, libertà di stampa, suffragio universale, sistema elettorale proporzionale): nell’immediato futuro prossimo in questo XXI secolo rinvenire la possibilità di tracciare proprio un “limite etico” all’idea di una trasformazione tecnologica verso la quale il genere umano si pone “a servizio” potrebbe rappresentare la stessa “molla teorica” che l’estensione del richiamo sociale della contraddizione capitale/lavoro ebbe nella fase storica appena richiamata.

Nel frattempo la difesa dei principi fondamentali di quella che abbiamo definito democrazia liberale con al primo posto il principio della libertà d’espressione può essere individuata come la frontiera della nostra resistenza.







mercoledì 14 luglio 2021

14 LUGLIO 1948: ATTENTATO A TOGLIATTI E "PARTITO NUOVO"

 

14 LUGLIO 1948: ATTENTATO A TOGLIATTI E "PARTITO NUOVO"

Vale la pena ricordare il 14 luglio 1948: il giorno dell’attentato a Togliatti .

Una ricorrenza che va posta nelle more delle rievocazioni per i 100 anni dalla nascita del Partito Comunista d’Italia e delle discussioni riguardanti l’effettivo momento in cui il Partito assunse quella dimensione teorica, politica, morale che poi lo portarono per un lungo periodo a rappresentare l’architrave del sistema politico italiano e ad assumere le dimensioni del più grande partito Comunista d’Occidente: III congresso di Lione 1926 oppure svolta di Salerno della primavera del 1944.

I fatti legati all’attentato a Togliatti sono noti, così come sono stati ricordati abbondantemente con ampia ricostruzione storiografica i punti riguardanti la reazione popolare e la conseguente capacità dimostrata dal gruppo dirigente del PCI di evitare una scontro sociale di enorme portata tale da presentare il rischio di tracimare in una possibile repressione poliziesca e militare.

Proprio nell’occasione della ricorrenza del centenario del PCI vale però la pena di affermare un giudizio politico preciso legato proprio alla fase dell’attentato a Togliatti: in quell’occasione il “Partito Nuovo” dopo la prova sostenuta nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente riuscì a dimostrare la propria “dimensione costituzionale” saldando anche il trauma inferto dalla sconfitta elettorale di pochi mesi avanti, il 18 aprile 1948.

E’ questo il punto politico “vero” di questa vicenda, sul quale è il caso, ancor oggi, di soffermarsi nell’analisi.

Allora può essere posta una domanda : si può sostenere, sulla base di ciò che avvenne attorno a quel drammatico 14 Luglio 1948, che in quel momento si ebbe una “delle maggiori dimostrazioni della “doppiezza” comunista intesa non solo come duplicità di impostazioni tattico – strategiche, ma anche proprio come scontro di linee tra anime diverse del partito?” (tesi sostenuta da diversi autori, da Pinzani a Di Loreto a Simona Colarizi).


Nell’emergenza drammatica del Luglio 1948 il gruppo dirigente del PCI si dimostrò unito dimostrando come, nei tempi brevi della politica, il partito fosse legato prima di tutto a una sostanziale adesione alle regole e ai meccanismi di funzionamento della Costituzione repubblicana.


E’ innegabile però che, da quel frangente, il sistema politico restasse diviso da una profonda linea di frattura suscitata dal sospetto reciproco sulle intenzioni antidemocratiche dell’avversario: una linea di frattura che riprendeva e allargava quella più generale determinata dalla guerra fredda e dalla logica dei blocchi.


La contraddizione più significativa che era emersa, però, da quelle giornate riguardava invece il complesso della cultura politica patrimonio del Partito.


Il comportamento pratico osservato dal PCI nell’emergenza non aveva sicuramente significato che la cultura del gruppo dirigente e del corpo militante esprimesse una completa adesione ai valori della democrazia: ma fu in quell’occasione che prevalse chiaramente la linea, il cui concretizzarsi rappresentava la massima preoccupazione di Togliatti, quella della “legittimazione nazionale del Partito”, quella del suo pieno inserimento nei gangli del meccanismo sociale, politico, istituzionale, per far vivere davvero il “partito nuovo” e porlo al riparo dal rischio di un inasprirsi secco della repressione poliziesca e delle possibili richieste – addirittura – di “messa fuori legge” (sono anche i mesi dell’anatema lanciato verso i militanti comunisti dalla Chiesa Cattolica).


Il punto forte d’aggancio per la “legittimazione nazionale” del PCI era rappresentato dalla Costituzione.


La Costituzione, alla cui stesura i parlamentari comunisti avevano fornito un fondamentale contributo, costituiva un argine contro la tendenza all’arroccamento settario e l’aspetto probabilmente più vistoso della contraddizione tra la critica della democrazia borghese e l’adesione al sistema politico italiano: era quello il punto vero sul quale si saldava la logica della “doppiezza”.


L’esito più importante di quella tormentata stagione fu dunque rappresentato da un’espressione piena di lealismo costituzionale da parte comunista, attraverso il quale si esprimeva un’indubbia radice di integrazione nella democrazia repubblicana: una tappa significativa del processo di acculturazione democratica del PCI innestato da un’originale concezione teorica dell’egemonia dalla quale scaturì il decisivo “genoma gramsciano”.

Per il PCI a partire dalla fase dell’immediato dopoguerra si trattò si percorrere un processo di lungo periodo, come tutti quelli che si verificano nella sfera della cultura collettiva, ma soprattutto un processo tutt’altro che lineare e irreversibile, soggetto a continue oscillazioni e strappi, costantemente esposto alle difficili congiunture della situazione politica interna e internazionale ma dimostratosi saldamente acquisito, come si verificherà nel futuro, in altri complessi frangenti come quelli del ’53 con la “legge truffa” , del ’56 con il verificarsi quasi contemporaneo del XX congresso e dei fatti d’Ungheria, del ’60 con i fatti del Luglio e la caduta in piazza del governo Tambroni, fino al canto del cigno togliattiano del “Memoriale di Yalta”.


Il “partito nuovo” di impronta togliattiana, così come aveva superato il frangente del Luglio ’48 superò anche quei complessi passaggi appena ricordati dimostrandosi, nella sostanza, pilastro della democrazia repubblicana e, insieme, per milioni di iscritti e di elettori portatore di una prospettiva di cambiamento per il futuro.

Si aprì poi una stagione diversa nell'evoluzione della logica dei blocchi, la diversità di lettura dello sviluppo della società italiana, la proposta di compromesso storico fino al coincidente momento dell'apogeo e dell'inizio del declino a cavallo delle elezioni del 1976 e del rapimento Moro.


La realtà dell'esistenza di un Partito soggetto determinante dell'integrazione costituzionale fu purtroppo misconosciuto al momento della “svolta” che nel 1989 portò alla liquidazione del Partito stesso : una dimensione di “integrazione costituzionale” dimenticata anche da quanti si posero sulla strada di una “Rifondazione” mai attuata e neppure tentata sul piano teorico.

Nei due tronconi nei quali le residue potenzialità del PCI si divisero da un lato fu perseguito un adeguamento all'idea "modernizzante" della governabilità quale momento esaustivo dell'azione politica (sblocco del sistema politico, vocazione maggioritaria, tensioni presidenzialiste) e dall'altro fu percorso invece il sentiero di un massimalismo intrecciato negativamente a una sorta di “movimentismo di governo”, un incomprensibile ircocervo, e da lì rapidamente si è arrivati alla quasi completa scomparsa della sinistra nel nostro Paese.

sabato 10 luglio 2021

NOTE DALLA MODERNITA'

 

NOTE DALLA MODERNITA' di Franco Astengo

Di seguito due notizie arrivate in queste ultime ore: sono le avvisaglie dello sblocco dei licenziamenti; sono le "note della modernità" della liberazione del lavoro per favorire lo sviluppo; i fuochi di una modernizzazione incentrata sulla finanza, sull'idea (entrambe le aziende lavorano nel settore automobilistico) che la produzione non conti nulla e che il denaro si fabbrichi con il denaro e rimanga centrale il soggetto del consumo individualistico.

Ecco le notizie, del resto già note:

1) Gianetti, licenziati via whatsapp: “Noi traditi dal fondo tedesco" Il private equity Quantum prometteva il rilancio dell’attività. Invece lascia a casa i 152 dipendenti

2)Gkn Firenze chiude e annuncia 422 licenziamenti: il dramma degli operai fuori dai cancelli La fabbrica di Campo Bisenzio annuncia lo stop via Whatsapp.

Per chi ritiene ancora gli operai una specie in via di estinzione e la lotta di fabbrica superata dall’innovazione tecnologica questi fatti paiono la migliore dimostrazione della fallacia dell’analisi.


Si discute molto della “diversità” nell’evidenziarsi delle “fratture” chiedendo un aggiornamento della teoria che le ha, a suo tempo, individuate (Rokkan).


Ma anche in questo caso il substrato teorico rimane quello – appunto – dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, elemento base per qualsivoglia ragionamento teorico.


Nei luoghi della produzione si diffonde un sistema autoritario e oppressivo. Può essere più sottile o più brutale a seconda delle mansioni o della nazionalità dei lavoratori.


Anche qui esagerazioni? Ma non possiamo dimenticare che la commissione economica dell’ OCSE ha raccomandato all’Italia di rendere ancor più facile il licenziamento per riprendere a crescere.


E le politiche di austerità e rigore non stanno forse cancellando ciò che resta di contratti e di diritti del lavoro qui da noi e in tutta Europa?


Non si piangano lacrime da coccodrillo, ci si risparmi la solita dose di ipocrisia.


Nell’emergenza sanitaria ancora in corso il darwinismo sociale si esalta come componente strutturata di un'azione padronale che punta diritto a un regime di schiavitù del lavoro.


Non potrà esserci futuro democratico e civile se non si ritornerà a porre il tema del conflitto nel lavoro e nella società, del contrasto verso lo sfruttamento e alle forme più adatte per organizzarlo questo conflitto e questo contrasto nella maniera maggiormente incisiva.



venerdì 9 luglio 2021

SINISTRA

 

SINISTRA di Franco Astengo

Acclarata l'insufficienza dimostrata dai soggetti politici esistenti al riguardo della presenza politica della sinistra all'interno del sistema politico italiano è necessario altresì segnalare la difficoltà a raggiungere almeno un risultato di "proposta".

Una difficoltà dimostrata dai diversi tentativi svolti in questi mesi di affrontare la questione, soprattutto dal punto di vista culturale.

Molte proposizioni sono state avanzate all'insegna del "nulla sarà come prima" inteso quale esito dell'emergenza sanitaria: da più parti si erano avanzate ipotesi di "mutamento di paradigma" e ipotesi di nuove visioni della società misurate sull'emergere di inedite contraddizioni sociali che reclamavano una riclassificazione delle priorità e una visione diversa dell'agire sociale e politico.

In realtà sul piano più strettamente definito delle dinamiche politiche correnti nell'ambito - ristretto - del sistema politico italiano abbiamo sì verificato il presentarsi di un "salto"al livello delle dinamiche politiche

Un "salto" rivolto però verso l'assunzione diretta della responsabilità di governo da parte della tecnocrazia, con la politica ridotta ad una funzione ancillare, ancor di più di quanto non accaduto nella fase immediatamente precedente che era stata segnata dall'egemonia dell'antipolitica e del trasformismo.

Sul piano più generale del quadro planetario è proseguita intanto la fase di assestamento nel passaggio tra il modificarsi del modello di globalizzazione che aveva generato le crisi degli anni 2007 - 2008 e poi 2011 - 2012 e la ricostruzione dei principi di una geo politica che sta rigenerando la logica dei blocchi e i rischi di conflitto globale (al riguardo di questa situazione il governo italiano non ha trovato di meglio che recuperare la vecchia coppia atlantismo/europeismo intesa come inscindibile come negli anni'50 all'epoca dell'ERP).

Così vanno rimescolandosi le carte con il nostro sistema politico in ritardo.

Un sistema inadeguato rispetto alle esigenze che si stanno imponendo, prima di tutto, ad una “Italia fuori d’Italia” rispetto all’Europa e al nuovo livello di scontro che sarà determinato dal riprofilarsi delle grandi potenze (Cina/USA; nuovo ciclo atlantico; penetrazione russa, turca, cinese nel cuore del Mediterraneo soltanto per fare degli esempi) in lotta essenzialmente per il primato nelle fonti materiali di accesso alla trasformazione tecnologica.

Si è già ricordata la radicalità dei cambiamenti in atto: una radicalità che reclama, recupera, promuove identità nel confronto tra destra e sinistra.

La contesa sull’egemonia al riguardo dell’indirizzo che sarà assunto dall’evoluzione tecnologica costituirà il vero punto di rottura del futuro.

Cosa proporrà la destra? Ciò che sta accadendo: l’isolamento progressivo, il termitaio globale, l’incattivimento degli hater, il condizionamento mentale delle masse.

Non potrà però bastare la contrapposizione proposta da “Laudato sì”: anche in quel caso è insita l’idea della riduzione nella portata delle “fratture” in atto e ci si appoggia sul "naturalismo" della sostenibilità.

Come sostiene Massimo Cacciari dalle colonne dell'Espresso il capitalismo delle multinazionali della comunicazione, dell'informatica, della logistica, i padroni dei big data e poi via via di tutti i settori chiave del nostro sistema sociale di produzione hanno finito con il sussumere proprio il concetto di sostenibilità e finito con l'imporre un liberismo che trasforma la sostenibilità in fattore fondamentale e intrinseco del salto tecnologico e di cui l'umanità deve risultare subalterna.

Un salto tecnologico identificabile nella crescita d'applicazione dell'intelligenza artificiale che sarà adattato alla definita limitatezza di risorse , riproponendo all'interno di quel quadro di nuovo dominio l'antico darwinismo sociale (esattamente la filosofia che è stata adottata in Italia al momento dell'istituzione del ministero alla transizione ecologica).

Nella piena consapevolezza della totale insufficienza e genericità di questo tentativo di riflessione mi permetto allora di richiamare due questioni:

1) quello dell’esigenza di una presenza politica della sinistra capace di recuperare in profondità i due concetti base di uguaglianza e solidarietà non limitandosi alla semplice “protezione sociale”;

2) Una sinistra capace di ampliare il proprio bagaglio di riferimento fino a comprendere la gran parte dello spazio aperto dall'inasprirsi e dall'allargarsi delle contraddizioni sociali.

Si era discusso, tempo addietro, sulla possibilità di elaborazione di un progetto di “società sobria” come “terza via”.

Se vogliamo contrastare l’affermarsi definitivo dell’egemonia della forza basata sull’esclusività del dominio della tecnologia che intende governare una sostenibilità fondata sulle disuguaglianze con la conseguenza, come sta accadendo in Italia, di una ri-concentrazione di potere, bisognerà essere capaci di disegnare ancora una volta una ipotesi di profonda modificazione dei rapporti sociali, culturali, di potere.

Per far questo non sarà sufficiente rivolgersi ad un rapporto quasi meccanico con l'ecologismo politico.

Si deve pensare di “cercare ancora” per trovare vie di nuovo equilibrio nello sviluppo e di contrasto radicale verso le grandi storture della modernità.

Adesso siamo davanti alla necessità di un ripensamento generale ad un livello che non avremmo mai immaginato e che potrebbe essere indicato come “di civiltà”.

Dobbiamo provare a muoverci pensando a quella dimensione propria di un orizzonte del “limitato” che richieda l’affermazione di una ricerca sull’uguaglianza non solo economica e sociale ma in un quadro più profondo di revisione delle stesse relazioni politiche sul piano delle forme dell'esercizio del potere.

Si tratta di rifletterci e di trovare la strada per adeguare la nostra pratica politica,anche se abbiamo disperato bisogno di ritrovare tutto il pragmatismo necessario che serve per affrontare le lotte del giorno per giorno che, beninteso, continuano.


mercoledì 7 luglio 2021

IL TRISTE POTERE DELL'APPARIRE

 

IL TRISTE POTERE DELL’APPARIRE di Franco Astengo


Su richiesta del M5S la prevista elezione della parte del consiglio di amministrazione della RAI di emanazione parlamentare è stata rinviata.

Vincenzo Vita ne scrive sulle colonne del “Manifesto” parlando di “sfrontatezza inaudita” e riepilogando il tormentato iter che ha condotto a partire dall’8 giugno scorso data in cui avrebbe dovuto svolgersi l’assemblea dei soci (leggi Ministero dell’Economia) fino allo stallo attuale.

Si tratta probabilmente del punto più emblematico della parabola compiuta dal Movimento 5 stelle: una parabola sulla quale ci sarebbe davvero da riflettere a fondo magari proprio nel giorno in cui ha compiuto cent’anni Edgar Morin, il filosofo della “complessità”.

Se ci si prova a sviluppare un pensiero su questo argomento fa impressione, infatti, il semplicismo disarmante dell'approccio attraverso cui il M5S è approdato alla gestione dell’apparenza del potere che sembra ancora risiedere nelle stanze del cosiddetto Palazzo.

Il richiamo conclusivo a Tocqueville presente nell’articolo di Vita sulla necessità “democratica” del pluralismo nell’informazione rischia però di apparire ormai superato.

Forse la domanda dovrebbe essere già rivolta altrove: nel piccolo specifico del sistema politico italiano e – appunto – nella sua complessità di riferimenti ormai quello che avevamo definito un tempo “apparire in luogo dell’essere” è fattore neppure dominante ma addirittura esaustivo.

La discussione possibile riguarda pilastri fondamentali della nostra visione della politica e dell’interesse pubblico: la governabilità è assicurata dalla tecnocrazia (e la formula della larga alleanza parlamentare di “suffragio” a questo stato di cose proseguirà nel tempo) la rappresentatività è ormai considerata quale "fattore" superato.

Tutto sembra muoversi nell’iperboreo del mostrarsi e sono gli “influencer” i veri attori del confronto.

La RAI, nella sua modesta caratura culturale, è la sede nella quale il piccolo mondo di un M5S nato e cresciuto nell’idea della coincidenza tra potere e apparire, rimane la meta agognata, il luogo del raggiungimento di uno status.

Uno “status” da ridicoli nuovi ricchi: una condizione di pura vanità di cui non saranno mai sazi, anche dopo dieci anni di parlamento e cinque di governo, perché è stata la vanità, l'arroganza dell'individualismo competitivo la spinta decisiva per il "mostrarsi": considerando l'agire pubblico esclusivamente questo "mostrarsi".

Intanto al di fuori di questa circuitazione forzata tra potere e apparire che supera sia l’idea della democrazia del pubblico sia l’esercizio dell’espressione di consenso riservata al virtuale rimangono le contraddizioni vere, esasperate e rese di complicata interpretazione in un tempo nel quale emerge un contrasto irriducibile tra salute umana e condizione materiale di vita: una contraddizione che nessuna delega alla tecnocrazia riuscirà a risolvere.

Allora la “politica” dovrà rapidamente scendere dallo schermo e ritornare a misurarsi con la concretezza dell’oggi e del domani.

Una piccola vicenda questa delle nomine RAI da intendersi però come specchio della risoluzione di un grande abbaglio collettivo.

Ci sono più cose tra cielo e terra di quante potesse contenerne un improvvisato Movimento nell’idea del “todos caballeros”.

Nella fase che si apre, segnata da un pesante ritorno alla geopolitica e all’intensificazione dell sfruttamento umano, dovranno essere riviste molte delle teorie verso le quali abbiamo mostrato debolezza abbandonando alcuni punti fondativi del nostro pensiero storico nell’analisi delle contraddizioni sociali e della necessità dell’organizzazione politica.

Una piccola vicenda, questa delle nomine RAI, che si sta svolgendo in un paese periferia dell’impero.

Una piccola vicenda raccolta attorno a un “oggetto del contendere” di minimo valore: purtuttavia è il caso di pensarci meglio.

E’ davvero così facile trascinare milioni di persone a sostenere un’avventura così frivola e “senza qualità”?

Un interrogativo non da poco, nonostante tutto.

lunedì 5 luglio 2021

SAVONA 2021: L'UNIONE INDUSTRIALI A GENOVA? BANALITA' PROVINCIALI E TRANSIZIONE

 

SAVONA 2021:L'UNIONE INDUSTRIALI A GENOVA ? BANALITÀ' PROVINCIALI E TRANSIZIONE di Franco Astengo

La pesante proposta che arriva dalla Confindustria genovese di inglobamento della "storica" Unione Industriali savonese è indice della situazione concreta nella quale si trovano la nostra Città e la sua provincia .

Città , circondario e l'intera provincia di Savona si trovano alle prese di una difficile fase di transizione, la cui realtà non sembra compiutamente colta dai settori politici, economici, dei corpi intermedi che si stanno proponendo come classe dirigente.

A questo complicato stato di cose (che prosegue nel tempo) non sono possibili risposte di tipo campanilistico da banale "periferia" e neppure di rifugio nel "populismo gentile" (come è stato felicemente definito) che emerge - ad esempio - nelle ancor vaghe intenzioni programmatiche di qualche candidato sindaco, dal centro - destra al M5S tanto per fare degli esempi.

In piena crisi di identità Savona si appresta al turno elettorale del prossimo autunno, nel quale si rinnoveranno il Sindaco e il Consiglio Comunale.

In discussione però non ci sarà, semplicemente, l’operato dell’amministrazione di centro destra ma l’intero processo di transizione che a Savona ha accompagnato la fase di de-industrializzazione, di mutamento d’indirizzo del Porto Antico con l’avvento delle crociere, di superamento di quelli che erano stati i capisaldi dell’amministrazione di sinistra che aveva traghettato la Città nella ricostruzione del dopoguerra, dalla difesa della struttura produttiva, all’estensione dei servizi socio – sanitari fino alla valorizzazione delle periferie.

In questi ultimi venticinque anni Savona ha perduto il suo ruolo di capoluogo, la capacità di guida del comprensorio che aveva avuto all’epoca della felice intuizione del PRIS: si è verificato un frazionamento territoriale così che la piattaforma Maersk a Vado è sorta priva del necessario retroterra infrastrutturale e la conformazione dell’ “area industriale di crisi complessa” (gestita da Invitalia e che dal 2016 non ha fornito alcun risultato tangibile) ha compreso il vadese e la Valbormida escludendo clamorosamente la Città.

Non a caso questa “seconda fase” è stata caratterizzata dall’elezione diretta del Sindaco e dall’elezione diretta del Presidente della Regione (stupidamente denominato Governatore): una simbiosi istituzionale assolutamente negativa che ha trasformato l'amministrazione pubblica in una struttura piegata verso interessi corporativi e personalistici.

Nel frattempo Savona ha perso la banca (ingoiata nel mare magnum della CARIGE), la titolarità della Camera di Commercio (finita nell’assurda Camera di Commercio delle Riviere), la presenza dell’Autorità Portuale (inglobata da Genova: con la presenza savonese mantenuta attraverso una non sorprendente continuità con il passato).

E’ difficile allora, in vista delle elezioni del prossimo autunno, individuare il sistema di potere verso il quale rivolgersi presentando una proposta alternativa.

Permangono vecchie incrostazioni dalle quali però non pare possano sorgere livelli di riferimento in grado di sviluppare una nuova dimensione di identità; l’amministrazione di centro destra uscente si presenta, paradossalmente ma non troppo , priva di un bilancio da sottoporre al giudizio delle elettrici e degli elettori: una situazione emblematizzata dalla mancata ricandidatura del Sindaco uscente.

Una città senza identità è una città priva di poteri costituiti.

In gioco ad ottobre l’avvio verso una fase decisamente diversa o il suo proseguimento all’infinito all’interno del tunnel del declino.

Un declino che potrà essere affrontato soltanto pensando alla "Savona fuori di Savona" attraversando l'affermazione di una piena funzione di Città capace di essere punto di offerta di evoluzione nella relazione tra ambiente e rapporti sociali, di fruizione degli strumenti di conoscenza, di avanzamento tecnico e scientifico in modo da affrontare, in una dimensione non limitata alla cerchia urbana, il sovrastante problema del calo demografico.

Sarà una questione di progettualità e di visione: le savonesi e i savonesi dovranno essere posti in condizione di saper scegliere a questo livello e non semplicemente nella dimensione di un minimalismo amministrativo che la Città non può più assolutamente permettersi.

sabato 3 luglio 2021

SAVONA 2021: ASSESSORATI, TRASVERSALITA', PROGRAMMI

 

SAVONA 2021: ASSESSORATI, TRASVERSALITÀ’, PROGRAMMI di Franco Astengo


E’ già entrata nella fase “calda” la marcia di avvicinamento alla scadenza elettorale savonese che dovrebbe portare, pare l’11 ottobre, al rinnovo del Sindaco e del Consiglio Comunale.

In questo ambito il Centro Destra si sta muovendo con gli stivali delle 7 leghe: già pronta la nuova giunta con un incarico di grande peso, alla portualità, affidato all'attuale Sindaco di Vado Monica Giuliano, eletta a suo tempo con il PD ed esempio di quella “trasversalità” che ci permettiamo di accostare al “trasformismo”.

Risaltano, in questo contesto, alcune questioni che debbono essere sottoposte all’attenzione dell’opinione pubblica:

1) L’insieme di questa manovra avviene senza la conoscenza di un minimo di elaborazione programmatica che giustifichi una visione del futuro e l’ attribuzione di incarichi. Il tutto sembra avvenire al motto del “una croce di cavaliere non si nega a nessuno”;

2) l’assegnazione specifica di un incarico alla “portualità” nelle more del contingente e nella scelta della personalità che dovrà ricoprire l’incarico è indice di una ricerca di continuità in una gestione dell’asse portuale Savona – Vado. Una gestione portata avanti in completa subalternità al quadro complessivo dettato da una divisione di traffici e di compiti tra i due scali penalizzante sicuramente Savona che ha anche perso la sede dell’Autorità nell’ambito delle furia iconoclasta dettata dalla “riforma Del Rio” (governo Renzi);

3) Si tratta di una scelta che conferma ancora una volta l’assenza, da parte del centro destra, di una visione di Savona Capoluogo e di una dimensione comprensoriale. La dimensione comprensoriale dovrebbe costituire il punto decisivo di una espressione di progettualità che principi proprio dall’affermazione del ruolo di Savona come punto di riferimento in dialogo con i Comuni della Costa e dell’Entroterra : un dialogo e un confronto attraverso il quale arrivare a stipulare una vera e propria Alleanza Territoriale . Una Alleanza Territoriale da rendere efficace come istituzione e da intendersi come costruzione di una”massa critica” nei rapporti con esterni in particolare con la Regione e come strumento di elaborazione permanente per affrontare temi delicati come quelli delle infrastrutture (fondamentale proprio ai fini dello sviluppo portuale), del piano regolatore delle connessioni, della sanità intesa come bene pubblico e come presenza territoriale intrecciata ad un rinnovato welfare locale;

4) La suddivisione delle assegnazioni di deleghe e progetti all’interno di una giunta che abbia l’ambizione di lavorare su prospettive molto ampie di sviluppo e di crescita come quelle dell’Alleanza Territoriale e del Federalismo Municipale (con il recupero del ruolo dei Quartieri) è tema troppo delicato per essere ridotto a puro atto di propaganda alla vigilia di una campagna elettorale dalla quale dovrebbero sortire invece idee e classe dirigente utili e adatte ad affrontare le difficili sfide future che attendono Savona e il suo territorio per uscire dal declino.

venerdì 2 luglio 2021

VENT'ANNI DI SPERANZE MAI COLTIVATE?

 

VENT’ANNI DI SPERANZE MAI COLTIVATE? di Franco Astengo


19 luglio 2001: G8 di Genova, tre giorni di “innocenza perduta”.

Non furono soltanto incidenti e poliziesca “macelleria messicana”: il tutto, in seguito, delegato alla magistratura.

In realtà nel corso di quei giorni abdicò la politica: da un lato si rassegnò una idea della politica concepita esclusivamente come ordine pubblico e dall’altro emerse una pratica che considerava la politica come assegnata alla categoria del “movimento senza visione” inteso come fattore del “tutto”.

Si apriva il ventennio del “disordine”: poche settimane dopo esplosero le “Torri Gemelle” con le conseguenze che ben conosciamo, poi la crisi del 2007, l’emergere dell’insostenibilità ambientale del modello novecentesco di sviluppo capitalistico, il “salto del tappo” della globalizzazione con il ritorno alla geo politica militarizzata , il ricostituirsi di margini da “Guerra Fredda” con l’Europa smarrita nell’incertezza e l’emergere della vicenda epocale del virus che sembra aver assegnato alla politica una funzione di propria “appendice”.

Nel corso del ventennio non si sono aperte le porte della prosperità, della pace, della democrazia ma si sono presentate sul cammino dell’umanità tappe di un percorso seminato di disillusioni, inquietudini, paure cancellando del tutto il portato sociale, politico, culturale dei “30 gloriosi” del ‘900, che già la reaganomics aveva posto in totale discussione.

Adesso ci sta presentando il conto lo scenario peggiore.

Poco si riflette su di un percorso compiuto nel pensiero teorico dall’insieme delle forze politiche , partendo dal rapporto stilato da Francois Lyotard nel 1979 per conto dell’Unesco (”La condizione post – moderna”) laddove si sosteneva che fossero giunte al capolinea le metanarrazioni che nella modernità avevano cercato di dare senso unitario alla realtà: l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo.

Jurgen Habermas si accorse subito della china che avrebbero preso le cose e avanzò una critica serrata al “pensiero debole” individuandone gli obiettivi che erano quelli della superficialità culturale e del disarmo etico.

Quanto abbia pesato il prevalere di questo “pensiero debole” post – moderno ,di cui a Genova si videro le espressioni, sulla realtà politica sembra evidente avendo dato vita a una forma di quel “relativismo politico” che ha avuto il ricasco nell’idea della “decrescita felice”.

“Decrescita felice” che ha trovato spazio tra i fautori del pensiero delle “moltitudini movimentiste” e nella dannazione del “pensiero forte”, della razionalità concreta, del realismo storicista.

Proprio il ricordo del 2001 ci chiama ancora a distinguere tra “pensiero debole” e “senso del limite”.

Una distinzione intesa come base per una nuova concezione dell’ideologia, da cui non scaturisca una semplice idea contrattualistica della democrazia ma un'idea - forza dell'alternativa tenendo ben conto che l'assenza di una sufficiente espressione di soggettività politica è causa non secondaria delle difficoltà che incontrano i diversi sistemi politici i cui protagonisti sembrano trovarsi in difficoltà a trovare nuovi equilibri.

Sarà soltanto sul piano del ritrovare il senso etico del limite dell'azione politica che potrà essere possibile esprimere una critica alla concezione della politica quale mera sfera della mediazione ponendo, invece, il tema dell’interpretazione attiva del rapporto stra struttura e sovrastruttura.

Il rapporto tra struttura e sovrastruttura si è profondamente modificato in questi anni di cambiamento dell’antico meccanismo della globalizzazione , di nuova dimensione nel rapporto tra politica e tecnologia e ancora tra questa e la stessa natura umana.

Quando la struttura economica va in crisi si ha un rivolgimento nella sovrastruttura.

A Genova 2001 non si riuscì a capire che la chiave per affrontare ciò che si stava presentando sulla scena stava in una diversa concezione della soggettività “non presupposta ma posta; non individuale ma collettiva”.

Fu quella di Genova una reazione frutto di uno sforzo generoso ma interno allo spirito dei tempi, di sfrangiamento individualista.

E' mancata la capacità di comprendere come la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale degli uomini e alle loro condizioni di vita e di lavoro.


In quel momento ma anche in seguito si smarrì il senso del comprendere come i diversi momenti della sovrastruttura (le forme politiche della lotta di classe, le forme giuridiche, ecc.) esercitino altresì la loro influenza sul decorso delle stesse lotte, determinandone forma e contenuto.


Oggi si tratterebbe di riproporre, nonostante le segmentazioni in atto , l’imperante paura di massa e il relativo rifugio nell'io, la prospettiva della ricostruzione del “blocco storico” da realizzarsi, prima di tutto sul piano teorico, attraverso la riunificazione delle categorie d’uso della politica di marca anglosassone (policy, politics, polity) allo scopo di esprimere l’unità di un processo storico reale, ristabilendo le connessioni perdute tra il pensiero e l'azione, tra la teoria e la prassi.

L’indicazione di un processo storico reale inteso quale soluzione non speculativa del rapporto d’implicazione tra economia, politica e storia per riproporre, a partire dalla riflessione possibile sulla storia della sinistra europea, il momento egemonico della volontà politica intesa come ricerca ed espressione della critica dell’esistente e del rinnovamento di un progetto di abolizione dello “stato di cose presenti”.