14 LUGLIO 1948: ATTENTATO A TOGLIATTI E "PARTITO NUOVO"
Vale la pena ricordare il 14 luglio 1948: il giorno dell’attentato a Togliatti .
Una ricorrenza che va posta nelle more delle rievocazioni per i 100 anni dalla nascita del Partito Comunista d’Italia e delle discussioni riguardanti l’effettivo momento in cui il Partito assunse quella dimensione teorica, politica, morale che poi lo portarono per un lungo periodo a rappresentare l’architrave del sistema politico italiano e ad assumere le dimensioni del più grande partito Comunista d’Occidente: III congresso di Lione 1926 oppure svolta di Salerno della primavera del 1944.
I fatti legati all’attentato a Togliatti sono noti, così come sono stati ricordati abbondantemente con ampia ricostruzione storiografica i punti riguardanti la reazione popolare e la conseguente capacità dimostrata dal gruppo dirigente del PCI di evitare una scontro sociale di enorme portata tale da presentare il rischio di tracimare in una possibile repressione poliziesca e militare.
Proprio nell’occasione della ricorrenza del centenario del PCI vale però la pena di affermare un giudizio politico preciso legato proprio alla fase dell’attentato a Togliatti: in quell’occasione il “Partito Nuovo” dopo la prova sostenuta nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente riuscì a dimostrare la propria “dimensione costituzionale” saldando anche il trauma inferto dalla sconfitta elettorale di pochi mesi avanti, il 18 aprile 1948.
E’ questo il punto politico “vero” di questa vicenda, sul quale è il caso, ancor oggi, di soffermarsi nell’analisi.
Allora può essere posta una domanda : si può sostenere, sulla base di ciò che avvenne attorno a quel drammatico 14 Luglio 1948, che in quel momento si ebbe una “delle maggiori dimostrazioni della “doppiezza” comunista intesa non solo come duplicità di impostazioni tattico – strategiche, ma anche proprio come scontro di linee tra anime diverse del partito?” (tesi sostenuta da diversi autori, da Pinzani a Di Loreto a Simona Colarizi).
Nell’emergenza drammatica del Luglio 1948 il gruppo dirigente del PCI si dimostrò unito dimostrando come, nei tempi brevi della politica, il partito fosse legato prima di tutto a una sostanziale adesione alle regole e ai meccanismi di funzionamento della Costituzione repubblicana.
E’ innegabile però che, da quel frangente, il sistema politico restasse diviso da una profonda linea di frattura suscitata dal sospetto reciproco sulle intenzioni antidemocratiche dell’avversario: una linea di frattura che riprendeva e allargava quella più generale determinata dalla guerra fredda e dalla logica dei blocchi.
La contraddizione più significativa che era emersa, però, da quelle giornate riguardava invece il complesso della cultura politica patrimonio del Partito.
Il comportamento pratico osservato dal PCI nell’emergenza non aveva sicuramente significato che la cultura del gruppo dirigente e del corpo militante esprimesse una completa adesione ai valori della democrazia: ma fu in quell’occasione che prevalse chiaramente la linea, il cui concretizzarsi rappresentava la massima preoccupazione di Togliatti, quella della “legittimazione nazionale del Partito”, quella del suo pieno inserimento nei gangli del meccanismo sociale, politico, istituzionale, per far vivere davvero il “partito nuovo” e porlo al riparo dal rischio di un inasprirsi secco della repressione poliziesca e delle possibili richieste – addirittura – di “messa fuori legge” (sono anche i mesi dell’anatema lanciato verso i militanti comunisti dalla Chiesa Cattolica).
Il punto forte d’aggancio per la “legittimazione nazionale” del PCI era rappresentato dalla Costituzione.
La Costituzione, alla cui stesura i parlamentari comunisti avevano fornito un fondamentale contributo, costituiva un argine contro la tendenza all’arroccamento settario e l’aspetto probabilmente più vistoso della contraddizione tra la critica della democrazia borghese e l’adesione al sistema politico italiano: era quello il punto vero sul quale si saldava la logica della “doppiezza”.
L’esito più importante di quella tormentata stagione fu dunque rappresentato da un’espressione piena di lealismo costituzionale da parte comunista, attraverso il quale si esprimeva un’indubbia radice di integrazione nella democrazia repubblicana: una tappa significativa del processo di acculturazione democratica del PCI innestato da un’originale concezione teorica dell’egemonia dalla quale scaturì il decisivo “genoma gramsciano”.
Per il PCI a partire dalla fase dell’immediato dopoguerra si trattò si percorrere un processo di lungo periodo, come tutti quelli che si verificano nella sfera della cultura collettiva, ma soprattutto un processo tutt’altro che lineare e irreversibile, soggetto a continue oscillazioni e strappi, costantemente esposto alle difficili congiunture della situazione politica interna e internazionale ma dimostratosi saldamente acquisito, come si verificherà nel futuro, in altri complessi frangenti come quelli del ’53 con la “legge truffa” , del ’56 con il verificarsi quasi contemporaneo del XX congresso e dei fatti d’Ungheria, del ’60 con i fatti del Luglio e la caduta in piazza del governo Tambroni, fino al canto del cigno togliattiano del “Memoriale di Yalta”.
Il “partito nuovo” di impronta togliattiana, così come aveva superato il frangente del Luglio ’48 superò anche quei complessi passaggi appena ricordati dimostrandosi, nella sostanza, pilastro della democrazia repubblicana e, insieme, per milioni di iscritti e di elettori portatore di una prospettiva di cambiamento per il futuro.
Si aprì poi una stagione diversa nell'evoluzione della logica dei blocchi, la diversità di lettura dello sviluppo della società italiana, la proposta di compromesso storico fino al coincidente momento dell'apogeo e dell'inizio del declino a cavallo delle elezioni del 1976 e del rapimento Moro.
La realtà dell'esistenza di un Partito soggetto determinante dell'integrazione costituzionale fu purtroppo misconosciuto al momento della “svolta” che nel 1989 portò alla liquidazione del Partito stesso : una dimensione di “integrazione costituzionale” dimenticata anche da quanti si posero sulla strada di una “Rifondazione” mai attuata e neppure tentata sul piano teorico.
Nei due tronconi nei quali le residue potenzialità del PCI si divisero da un lato fu perseguito un adeguamento all'idea "modernizzante" della governabilità quale momento esaustivo dell'azione politica (sblocco del sistema politico, vocazione maggioritaria, tensioni presidenzialiste) e dall'altro fu percorso invece il sentiero di un massimalismo intrecciato negativamente a una sorta di “movimentismo di governo”, un incomprensibile ircocervo, e da lì rapidamente si è arrivati alla quasi completa scomparsa della sinistra nel nostro Paese.
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