lunedì 27 marzo 2023

LA DEMOCRAZIA FA PARTE DELLA COSCIENZA UMANA?

 

LA DEMOCRAZIA FA PARTE DELLA COSCIENZA UMANA? di Franco Astengo

Dalla riflessione pubblica sul coacervo di contraddizioni, oggi mai così complicate, che segnano la presenza umana sul globo terracqueo sta sorgendo un interrogativo di fondo: la democrazia fa parte della coscienza umana?

Verso quali approdi ci condurrà il prosieguo nello sviluppo della costruzione delle apparentemente possibili applicazioni pratiche di quella che è stata definita intelligenza artificiale?

L’idea dell’esistenza di altri mondi che tanto ci appassionò all’epoca delle prime imprese spaziali negli anni ’60 del XX, al tempo della gara tra URSS e USA, si è forse mutata nell’ipotesi della presenza di un mondo parallelo, qui accanto a noi che proprio lo sviluppo scientifico avrebbe consentito di realizzare?

Un mondo parallelo dal quale potrebbero scaturire, alla fine, soggetti costruiti artificialmente (almeno secondo la nostra concezione della procreazione naturale) capaci di marginalizzare se non sostituire il genere umano proprio sul terreno della creatività, fin qui fondamentale per proseguire nella scia di quel fenomeno che è stato definito come “sviluppo” di cui seguendo la "coscienza storica" fa parte l'ideale democratico?

Ancora una domanda: sarà forse questa, della sopravvivenza e/o della sostituzione della specie la nuova frontiere delle “fratture” da affrontare nel prosieguo della modernità?

Interrogativi che valgono, a prima vista, quelli che agitarono il mondo della filosofia e delle scienze al tempo della “prima modernità”, quella segnata dall’idea dell’universo infinito che portò al rogo Giordano Bruno.

Il bilancio di questa prima modernità è quello che si indicava prima al riguardo del coacervo complicato delle contraddizioni: dopo i secoli delle guerre e delle rivoluzioni siamo al secolo della disuguaglianza planetaria.

 Ci troviamo, infatti, nella fase in cui emerge la concretezza di un’impossibilità di estendere a tutto il genere umano gli (apparenti) benefici del sapere così come questi si sono accomodati, nel determinare l’agiatezza dell’individuo nella vita quotidiana, in una sola – ristretta – parte del mondo.

Individuo scritto al maschile non per distrazione o voglia di semplicità perché rimangono intere anche nella parte opulenta del mondo, le insensatezze della presunta superiorità di genere e dell’altrettanto presunta superiorità razziale.

Proseguendo negli interrogativi: quale senso, allora, possono avere parole come “lavoro vivo” oppure – addirittura – “sicurezza” in questo contesto ? Tanto per citare la denominazione di due temi che stanno a cuore a gran parte di coloro che abitano la parte che si continua a definire come  opulenta, ingiustamente opulenta, del pianeta vivendo in quelle che un tempo avevamo definito “società affluenti”.

Interrogativi come macigni per coloro che intendono proseguire a pensare in termini di uguaglianza, affidando l’idea di progresso alla materialità del divenire storico.

 Che risposta può dare la sinistra che si è per lungo tempo identificata nel  “fuoco prometeico” nei“soviet più elettrificazione uguale socialismo” e nelle “magnifiche sorti e progressive” ?

Rafael Reif scrive che la tecnologia continuerà ad avanzare, non c’è modo di fermarla, e invoca “le leggi non fermino il progresso".

Si pone allora il problema di quale autorità, morale e/o politica, provvista di quel mandato imperativo necessario, provvederà a regolare il flusso delle conoscenze scientifiche e delle realizzazione che potrebbero derivarne.

 Nei secoli questo flusso e questa continuità tra conoscenza e realizzazione, tra teoria e prassi ha costruito il mondo nel quale viviamo e che, noi abbiamo giudicato comunque sempre migliore rispetto a quello precedente: in fondo nessuno si è mai accontentato dell’affermazione di Candide sul “migliore dei mondi possibili”.

Oggi, forse, su questo punto siamo almeno all’antivigilia di una svolta epocale.

Come ricordano Bernabè e Gaggi nel loro ultimo lavoro ("Profeti, Oligarchi e Spie") tra i temi più delicati c'è, ovviamente, l'impatto che la tecnologia ha sul sistema politico el sulla stessa dinamica democratica: questa trasformazione si coglie con sempre e maggiore evidenza nel passaggio da una dimensione collettiva dei fenomeni sociali a una dimensione individuale.

Si dovrà sicuramente affrontare il tema della struttura delle rivoluzioni scientifiche, quella nozione “centrale” che Kuhn ha individuato nel paradigma inteso come costellazione di credenze, tecniche, criteri, e indicazioni metodologiche condivisi dalla comunità degli scienziati e dei ricercatori che oggi , come ha scritto Jerry Kaplan (“Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale” a suo tempo pubblicato dalla Luiss) è chiamata a rendersi conto che “i saperi necessari cambiano troppo in fretta” e diventa sempre più difficile inseguirne il senso.

E’ il caso dunque di fermarci?

Con gran parte del mondo che vive in condizioni neppure immaginabili da parte di chi invece, vive nella realtà dell’individualismo consumista e sta ormai completamente immerso nella sfera del tecnologico che supera l’umano?

Seicento milioni di africani non usufruiscono dell’energia elettrica: tanto per esemplificare una delle tante diversità.

All’ordine del giorno della riflessione della sinistra che combatte la disuguaglianza (e non rinuncia all’idea di abolirla: cioè all’idea del comunismo) forse ci si può ancora riferire a Noam Chomsky e alle sue“Tre lezioni sull’uomo”nel cui testo il grande filologo ha cercato di fare il punto sul linguaggio, la coscienza, la fisiologia, la biologia e la teoria politica, senza trascurare neppure la fisica e la chimica.

Al centro del pensiero di Chomsky l’idea, ripresa soprattutto dai grandi del ‘600 – ‘700 Newton, Locke, Hume e ancor prima da Galileo che la natura abbia costituito l’intelletto umano con limiti intrinseci alle capacità conoscitive, limiti che non potranno essere valicati e che di fatto quei pensatori riconobbero e che, fin qui, effettivamente non sono mai stati varcati.

Compare così il grande tema che molti stanno sollevando nell'oggi del rapporto tra intelligenza umana e intelligenza artificiale, quel tema che Federico Faggin riassume nel suo "Irriducibile" : "la coscienza umana è fondamentale, quindi irriducibile perché esiste prima della materia".

La democrazia fa parte della coscienza umana?


sabato 25 marzo 2023

FASCISMO E INCOMPATIBILITA' COSTITUZIONALE

 

FASCISMO E INCOMPATIBILITA' COSTITUZIONALE di Franco Astengo

La derubricazione a "Italiani" dei martiri delle Fosse Ardeatine (senza nemmeno la capacità di trovare la scorciatoia di "patrioti") rappresenta una sorta di punto terminale nella determinazione di una evidente incompatibilità costituzionale della presidente del Consiglio e del suo partito.

Si tratta di un tema che nella sua gravità era già evidente da tempo e che l'insieme delle forze politiche non ha saputo o voluto affrontare con sufficiente determinazione nel corso della campagna elettorale.

Adesso si tratta di porre una vera e propria "questione costituzionale" al centro del dibattito politico e culturale, aggregando attorno ad esso le forze necessarie per una incisiva opposizione nel Parlamento e nel Paese.

Occorre ricordare le ragioni fondamentali per una iniziativa di questo tipo, partendo da una seria valutazione sulle origini ideologiche del partito di maggioranza relativa e dalla riaffermazione della natura della Costituzione Italiana dal punto di vista delle idealità.

La Costituzione italiana è una costituzione compiutamente antifascista, non perché è stata scritta da antifascisti desiderosi di vendicarsi dei lutti subiti; al contrario per voltare definitivamente pagina rispetto alla triste esperienza del fascismo e della guerra.

I costituenti sentirono il bisogno e seppero farlo, di rovesciare completamente le categorie che avevano caratterizzato il fascismo.

Come il fascismo era alimentato da uno spirito di fazione e assumeva la discriminazione come propria categoria fondante (sino all'estrema abiezione delle leggi razziali), così i costituenti hanno assunto l'eguaglianza e l’universalità dei diritti dell'uomo come fondamento del loro ordinamento.

Come il fascismo aveva soppresso il pluralismo, perseguendo una concezione totalitaria (monistica) del potere, così i costituenti hanno concepito una struttura istituzionale fondata sulla massima distribuzione, articolazione e diffusione dei poteri.

Come il fascismo aveva aggredito le autonomie individuali e sociali, così i Costituenti le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro invalicabile di libertà individuali e di organizzazione sociale.

Come il fascismo aveva celebrato la politica di potenza, abbinata al disprezzo del diritto internazionale e alla convivenza con la guerra, così i costituenti hanno negato in radice la politica di potenza, riconoscendo la supremazia del diritto internazionale e ripudiando le nozze antichissime con l'istituzione della guerra.

I principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo.

L’osservare fin qui spirito e lettera della Costituzione ha reso fin qui impossibile ogni forma di "dittatura della maggioranza".

Proprio per questo motivo si reiterano i tentativi per modificarla che ancora risulteranno all'ordine del giorno: la Costituzione è vissuta come un impaccio, una serie di vincoli fastidiosi, di cui sbarazzarsi per restaurare l'onnipotenza dei decisori politici ed è questo il punto che ci divide da chi non può, per propria cultura intrinseca personale e collettiva, dichiararsi antifascista.


giovedì 23 marzo 2023

BLOCCHI SOVRAPPOSTI E "SOCIALISMO DELLA FINITUDINE"

 

BLOCCHI SOVRAPPOSTI E "SOCIALISMO DELLA FINITUDINE" di Franco Astengo


Sovrastato dalla pericolosa deriva della logica di guerra e della ricostituzione dei blocchi sul piano globale il sistema politico italiano, almeno nelle intenzioni dei suoi principali protagonisti, si sta muovendo in una logica -per certi versi - analoga a ciò che sta avvenendo a livello internazionale e ben differente da quella logica contraddistinta dal "bipolarismo temperato" che aveva caratterizzato gli anni a cavallo tra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo.

Il "bipolarismo temperato" era poi sfociato in una confusa "transizione" caratterizzata dalla crisi della globalizzazione, dalla fine della centralità dei partiti, da una "smodata" forma di alternanza segnata - dal punto di vista elettorale - da un eccesso di volatilità e dalla crescita esponenziale di un astensionismo da intendersi quale chiaro segno di fragilità strutturale del sistema stesso e dovuto dal trasformarsi delle dinamiche elettorali da "pigliatutti" a "scambio".

Adesso stanno emergendo segnali di un principio di possibile parziale riconsolidamento del rapporto tra società e politica.

Un riconsolidamento da valutarsi come di tentativo di ricostituzione di blocchi sociali in rapporto a ridefinizioni di identità politiche: tutto sta avvenendo però in un quadro pericoloso di prevalenza di un avvitamento anti-costituzionale che legittimerebbe almeno una parte impegnata nella appena descritta operazione " blocco sociale/identità politica".

In questo senso vanno analizzati due recenti accadimenti: l'esito delle elezioni politiche del 25 settembre 2022 e il mutamento di governo interno al PD(comunque ancora incompiuto e parziale).

Si è realizzata una situazione per la quale entrambe le forze che si considerano egemoni dei possibili schieramenti per ora di governo e di opposizione stanno tentando di formare un loro "blocco sociale" su cui appoggiare un'ipotesi di contrapposizione bipolare su temi fortemente radicalizzanti.

Una radicalizzazione come richiede oggi lo stato concreto delle cose in atto (uno stato di cose che sembra lasciare poco spazio a consociativismi più o meno "centristi" e/o di gestione condivisa di grandi contraddizioni che reclamano profili identitari e capacità di schieramento).

Cerchiamo di analizzare con ordine:

1) il governo a trazione FdI mostra sempre più la sua anima corporativa volta a dividere il paese secondo lo schema degli interessi specifici delle singole categorie. Uno schema ben riferito al profondo dei settori sociali del lavoro autonomo di più o meno grandi dimensioni, rivolto prevalentemente alla produzione di beni da esportazione e da remunerare attraverso l'evasione fiscale con una crescita del quadro di disuguaglianze all'interno e tra le diverse parti del paese. Tutto questo mette da parte problemi attuali come l'ambiente, la salute pubblica, la sicurezza, le migrazioni. Non a caso FdI si appoggia al gruppo di Visegrad proponendo un nazionalismo difensivo con argomenti utili per sottrarre consenso ai partner del centro - destra (si vedano i risultati elettorali al Nord con l'egemonia strappata alla Lega);

2) Dall'altra parte sembra prevalere uno schema di affidamento neo-capitalistico dei grandi temi dell'ecologia e della digitalizzazione (schema che accomuna la nuova dimensione PD e l'attuale gestione M5S). Un neo-capitalismo che si rivolge prioritariamente ai settori sociali capaci (in una qualche misura) di sostenere la battaglia per i diritti civili e quella per le grandi transizioni senza proporre una modificazione di fondo dei rapporti di classe e dei propri stili di vita. Una connessione che permette di definire il nesso tra "liberal" e "radical": denominazioni diverse che discendono entrambe da una concezione liberale di tipo utilitarista.

Sarà il "digital divide"(che comprende i temi della cultura, della scuola e dell'università) la nuova frontiera della determinazione di classe ?: "digital divide" elemento di chiaro stampo individualistico utilizzato forse pensando che la "propria felicità" racchiusa nella capacità di utilizzo dell'AI possa concorrere a fare la felicità di tutti. Una capacità che richiede però una non facile estensione dei livelli di conoscenza. Beninteso entrambi gli schieramenti: quello del "Nazionalismo difensivo" e quello del "neo-capitalismo radicale" stanno evitando accuratamente di affrontare il tema della guerra nel senso del rapporto Europa/Nato, e sembrano entrambi (pur da differenti punti di vista) considerare il tema europeo soltanto come semplice fattore di opportunità redistributiva (PNRR, migranti, gestione della BCE da Draghi a Lagarde);

3) Questo quadro tiene ai margini dai propri blocchi sociali di riferimento le prime vittime dalla crescita delle disuguaglianze e di conseguenza restringe i margini della possibilità di incidere sulle dinamiche politiche (ripristinando anche, almeno in apparenza, la logica dell'amico/nemico). Da un punto di vista che vorremmo ostinarci di definire "di sinistra" rimane quindi tutto intero sul tappeto il tema di una possibilità di incidenza sul blocco "radical" in modo da proporre una riarticolazione inclusiva degli esclusi (a tutti i livelli).

In termini più chiari si tratta della questione della presenza socialista a livello di teoria e di rappresentanza. Con un avvertimento: una teoria socialista del XXI secolo non può sfuggire alla necessità di rovesciare il concetto lineare di progresso che ci ha accompagnato nel corso del secolo precedente (in particolare nei "30 gloriosi" seguiti alla fine della seconda guerra mondiale). Attorno al tema della pace come valore universale va costruita un'idea concreta di "senso del limite" che ci è già capitato di battezzare "socialismo della finitudine".

4) A questo punto, se si accetta come principio una "necessità socialista" rimane da aprire una discussione sulla forma che potrebbe assumere nel piccolo del sistema politico italiano questa presenza di socialismo dell'uguaglianza e del limite .

Ritorna l'antico dilemma : una propria presenza identitaria raccolta organizzativamente in soggettività politica oppure parte di una grande schieramento evidentemente a egemonia "radical", all'interno del quale dotarsi di una precisa rappresentazione di identità? Questo interrogativo porta alla necessità di un dibattito molto ampio nel quale toccare anche i temi istituzionali, della legge elettorale , della forma di governo, del sistema territoriale delle autonomie.

Una discussione difficile ma che è urgente e necessario affrontare con concretezza d'intenti.

mercoledì 22 marzo 2023

21 MARZO 2023, ASSEMBLEA "IL ROSSO NON E' IL NERO": CULTURA E POLITICA

 

21 MARZO 2023, ASSEMBLEA "IL ROSSO NON E' IL NERO": CULTURA E POLITICA


Nel corso degli interventi sviluppati dalle/dai partecipanti all'assemblea dell'Associazione "Il rosso non è il nero" svoltasi il 21 marzo è stato affrontato come prioritario il tema del rapporto tra cultura e politica.

La relazione da stabilirsi tra cultura e politica deve essere considerato proprio come il proprio vero punto di identità del nostro modo di riferirci all'analisi dei fatti.

Il tema del rapporto cultura/politica rappresenta, sul piano generale, un vero e proprio "nodo" per tutte le forze che guardano alle diverse realtà democratiche, progressiste, costituzionali in una fase di vero e proprio "vuoto" che si è evidenziato nel corso di anni di dominio della governabilità intesa quale fattore esaustivo dell'azione politica e di reazione che sbrigativamente può essere definita "antipolitica" fino all'emergere quasi "violento" del populismo e del ritorno nazionalistico.

I soggetti politici , nel corso del tempo, hanno subito trasformazioni profonde nel loro "ubi consistam" soprattutto dal punto di vista della capacità collettiva di analisi , di costruzione di presenze stabili e radicate nel territorio, di svolgimento di una fondamentale azione di messa in costruzione di modelli culturali.

In conseguenza di ciò Associazioni come la nostra hanno svolto, anche impropriamente, una sorta di funzione di "supplenza" che adesso è necessario sia riflettuta nel suo essere e proposta con obiettivi precisi nel suo divenire.

Rispetto alla realtà savonese e regionale la nostra proposta riguarderà l'insieme di quei soggetti che possono essere considerati come riferimento di una iniziativa in grado di affrontare questo tema della relazione tra azione culturale e azione direttamente politica e anche istituzionale capaci di tracciare le linee di una necessaria progettualità rivolta alla solidarietà, all'uguaglianza, all'ispirazione verso le coordinate fondamentali della democrazia repubblicana.

Sotto questo aspetto la questione centrale è quella dell'intreccio tra globale e locale da realizzarsi su più piani:

1) l'analisi delle grandi contraddizioni in atto, rilevando in ispecie il tema della guerra e quello delle due grandi transizioni in atto: ecologica e digitale;

2) Vanno analizzati i tratti salienti dello scenario presentato dalla situazione politica sia a livello europeo, sia a livello nazionale Il processo democratico dell'Unione Europea sta avvitandosi attorno al tema drammatico della guerra in Ucraina in un rinnovo di pericolosa spirale bellica (centrale sotto questo aspetto il tentativo di far coincidere NATO e UE). L'Italia è governata da una destra estrema, corporativa, negatrice di diritti, diretta erede del fascismo della Repubblica Sociale , estranea e demolitrice della Costituzione Repubblicana;

3) E' necessario continuare a fornire una qualità di contributo progettuale a livello locale, anche in previsione di scadenze come quella delle elezioni regionali 2025, è più in generale verso le istituzioni e il raccordo con progetti di forte innovazione e di possibilità di soddisfacimento dei bisogni sociali sui temi più delicati della riduzione drastica del welfare mettendo al centro il tema di una sanità che in Liguria la giunta di centro-destra sta progressivamente abbandonando a logiche privatistiche e quello delle infrastrutture necessarie per far uscire il territorio da un isolamento che nega oggettivamente ipotesi di nuovo sviluppo;

Chiediamo quindi a tutte/i uno sforzo di partecipazione e di riflessione (da svilupparsi anche sul terreno organizzativo e dell'accesso alle necessarie risorse) perché si contribuisca a continuare un lavoro insieme "di scavo" e di proposta da realizzarsi attorno a 3 filoni:

a) quello del dibattito per così dire "universalistico" rivolto alla generalità dell'area costituzionale, democratica, progressista sui temi dell'attualità politica;

b) quello dell'iniziativa destinata all'obiettivo più direttamente misurato sulla realtà della sinistra, a dimensione nazionale e locale, attorno al grande tema del necessario adeguamento nelle espressioni di soggettività;

c) un lavoro di pedagogia politica svolto con l'intento di realizzare un raccordo tra generazioni e concorrere così a costruire una nuova qualità di quadri in funzione della classe dirigente del futuro.

lunedì 20 marzo 2023

SAVONA: ISOLAMENTO/INFRASTRUTTURE. SERVE UNA FORTE PRESSIONE VERSO LA REGIONE LIGURIA

 

SAVONA: ISOLAMENTO/INFRASTRUTTURE. SERVE UNA FORTE PRESSIONE VERSO LA REGIONE LIGURIA di Franco Astengo


Nel comparto della logistica e delle movimentazioni di merci è in atto un mutamento a livello globale che richiede una fortissima sollecitazione alle istituzioni regionali della Liguria e a quelle savonesi (Comuni e Provincia).

Una sollecitazione destinata al tema dell'isolamento.

Siamo in ritardo nell'affrontare concretamente un serio discorso sulle infrastrutture.

Infrastrutture necessarie per ottenere un risultato fondamentale come quello di un efficace raccordo tra il nostro territorio e le principali correnti di traffico.

E' atto, infatti, un cambiamento nel mondo dello shipping che sta coinvolgendo più settori fino a quello del trasporto aereo.

Parliamo del processo di accentramento della catena logistica nelle mani di quelle compagnie di navigazione che fino a poco tempo fa si occupavano unicamente di trasporto container e che nel corso del tempo sono riuscite ad estendere in maniera crescente le proprie competenze.

La stessa azienda quindi si occupa del trasporto merci via mare ma anche della gestione del terminal da cui questi enormi cargo partono e di quelli in cui attraccano così come del trasporto dei container su strada o rotaie.

Sul piano internazionale si sono formati tre grandi conglomerati: Msc e Maersk formano insieme la 2M; la francese CmaCgm, la cinese Cosco e la taiwanese Evergreen sono parte dell'Ocean Alliance; la tedesca Hapag Lloyd, la sudcoreana Hynduay Merchant Marine, la taiwanese Yang Ming e la giapponese One - Ocean Netwok Express sono infine riunite in TH Alliance.

Come riportato da ReCommon questi gruppi hanno sfruttato la posizione di oligopolio "de facto" e quella di leader nella tratta che collega Europa e Cina per rafforzarsi attraverso il cosiddetto "blank sailing".
Le aziende hanno ridotto drasticamente le navi su questa specifica tratta facendo così scendere il numero di posti container a livello mondiale.

Per rimanere in ambito locale si può pensare che la lettura delle denominazioni delle aziende interessate non avrà lasciato indifferenti quanti sono attenti alle dinamiche del settore in particolare al riguardo del porto di Vado.

Il rischio che stiamo correndo è quello di restare completamente tagliati fuori dalle principali dinamiche di traffico.

Il punto infatti è quello di avere subito a disposizione risorse per non soccombere alle logiche dettate da questi oligopoli.

La risorsa principale di cui è necessario disporre è quella della realizzazione di infrastrutture in grado di far uscire dall'isolamento la nostra area e velocizzare al massimo la movimentazione.

I collegamenti necessari sono di quattro ordini: ferroviario con il collegamento diretto della piattaforma di Vado sia verso il Nord e verso Ponente, stradale, aeroportuale con il potenziamento dell'aeroporto di Villanova, marittimo con la creazione di "autostrade del mare" verso Marsiglia.

Sotto questo aspetto viviamo una condizione di minorità che deve essere prioritariamente affrontata attraverso una sinergia da realizzare tra diversi soggetti con una forte capacità di pressione verso la Regione Liguria alla quale richiedere una capacità di programmazione che tenga conto della complessità di esigenze che arrivano dall'insieme della Liguria.

Una capacità di programmazione da realizzarsi attraverso un adeguato equilibrio progettuale.

venerdì 17 marzo 2023

DENOMINAZIONI

 

DENOMINAZIONI di Franco Astengo


Arrivata al governo la destra ha già fornito segnali di un "nuovo corso", anche su di un piano soltanto apparentemente nominalistico.

Un "nuovo corso" composto da "insegne" del resto già inaugurato con i mutamenti imposti alle etichette dei ministeri :l'aggiunta "del merito" al ministero della pubblica istruzione, del "made in Italy" al ministero dell'industria.

Da questo punto di vista appaiono significative le denominazioni attribuite alle direzioni dei tre dipartimenti del ministero dell'Economia riorganizzato con decreto approvato dall'ultimo CDM.

Da sottolineare, infatti, l'insegna "interventi finanziari in economia": direzione che dovrebbe raggruppare la maggior parte delle attività economiche in senso stretto con una impostazione che esclude una qualche ipotesi programmatoria.

Esclusione che diventa evidente se colleghiamo questa definizione con quella riguardante le partecipate chiamata "partecipazioni societarie e tutela attivi strategici".

Appare evidente la concezione privatistica della presenza dello Stato in economia considerata come "esercizio dei diritti del Socio" (inteso come azionista pubblico) in relazione a processi di "risocializzazione, privatizzazione, dismissione".

Si tratta di un punto da sottolineare nell'intendimento che, in questo caso, si racchiude nella definizione di "socio" dell'azionista pubblico posto in relazione all'azionista privato e alla diversità di natura che dovrebbe caratterizzare i due azionariati, ormai assolutamente omologati nella visione di fondo (in questo senso non servono le "golden power" in assenza di una previsione di politica economica che non sia quella del favorire la parte privata).

L'altra direzione della "valorizzazione del patrimonio pubblico" si occuperà del patrimonio pubblico, quindi degli immobili (prevedibile un ulteriore tornata di cartolarizzazioni) ma anche delle concessioni demaniali e quindi dell'annosa questione dei balneari, al riguardo delle quale il governo sembra fortemente impegnato nella tutela di interessi privati.

Infine anche il servizio centrale per il PNRR cambia nome e diventa ispettorato trasformandosi in supporto al ministero per gli affari europei e sottraendo così il settore al ministero dell'Economia.

In sostanza guardando alle denominazioni si potrebbe azzarda un giudizio su questa riorganizzazione, attuata nel segno di una ulteriore stretta nella dipendenza politica dal rapporto tra governo e grandi industrie di stato.

Un rapporto orientato in senso privatistico al di fuori di una visione programmatoria e di intervento pubblico nei settori strategici, in un Paese privo da molto tempo di una coerente politica industriale.

Insomma: nomine nelle direzioni generali da farsi in via strettamente politica e programmazione economica in mano e nell'interesse prevalente dei soci privati (uno schema che ha già fornito esperienza negative e che adesso appare in via di ulteriore irrigidimento).

martedì 14 marzo 2023

LA GIUNTA

 

LA GIUNTA di Franco Astengo


Giovedì 23 marzo ore 21 presso il Filmstudio sarà presentato (con dibattito) il filma "La Giunta" che il regista Alessandro Scippa ha voluto dedicare all'esperienza della giunta Valenzi, prima amministrazione di sinistra a Napoli in esito alle elezioni del 15 giugno 1975 dopo il lungo sonno speculativo- corruttivo laurino-gavianeo.

Colgo allora l'occasione per ricordare quel fondamentale passaggio politico verificatosi tra il 15 e il 16 giugno 1975 perché quell'esito elettorale avrebbe dovuto corrispondere al titolo dell'Unità "l'Italia è cambiata davvero".

Si affermò in quella dimensione l' esito di un non breve processo di trasformazione della società italiana avviato dal boom degli anni'60 e avanzato con il più lungo '68 d'Europa caratterizzato nell'autunno caldo dall'intreccio operai/studenti, le grandi mobilitazioni democratiche in risposta ai tentativi di strage di Piazza della Fontana, Reggio Calabria, Italicus, Piazza della Loggia, fino alla tappa fatidica del referendum sul divorzio del 12 maggio 1974.

L'esito di quel referendum dimostrò quanto la base sociale dei grandi partiti di massa fosse più avanti nella concezione della modernità rispetto ai suoi gruppi dirigenti . In quel 12 maggio di quasi cinquant'anni fa vennero prepotentemente alla luce i dissensi, le contraddizioni, gli spunti d'avanguardia in particolare nel mondo cattolico .

Quei dissensi del mondo cattolico che ancora si erano espressi soltanto parzialmente in esito al Concilio Vaticano II e che la DC aveva cercato di esorcizzare cercando alleati a destra ( II governo Andreotti, campagna referendaria fanfaniana condotta a fianco del MSI). Fu quella del 12 maggio 1974 il vero punto di rottura della DC, non colta appieno dagli analisti politici dell'epoca e soprattutto dai dirigenti della sinistra.

Il 15 giugno 1975 tutto questo movimento si riversò nelle urne premiando soprattutto il PCI e favorendo la formazione di giunte di sinistra in regioni (Liguria compresa) poste al di fuori dal classica "zona rossa" del derby dell'Appennino e nelle città principali: Torino, Milano, Napoli confermando Firenze e Bologna. Genova e Roma sarebbero seguite nella tornata amministrativa successiva svoltasi il 20 giugno 1976 in coincidenza con le elezioni politiche.

Possiamo allora azzardare un giudizio politico sia pure a distanza di tanti anni, in occasione di questo annunciato ricordo cinematografico?

1) Il referendum del 1974 rappresentò il punto più alto dell'avanzamento del processo democratico nel nostro Paese. Un processo democratico avviato con il risultato delle elezioni del 1968, la stagione dei consigli sindacali, la capacità di lotta della classe operaia, lo sviluppo della partecipazione al governo del territorio nelle Città, la democratizzazione di settori professionali come la medicina, la psichiatria, la magistratura financo la polizia (che durante il 1968-69 si era ancora mossa in continuità con lo "scelbismo");

2) Come già accennato le elezioni amministrative del 1975 rappresentarono il punto di caduta di quel movimento; il momento di vero "risvolto politico". Si apriva allora, con il proliferare delle "giunte rosse", una nuova stagione di riforme alla quale non si rispose adeguatamente sul piano politico generale: anche perché se è vero che furono avviati processi amministrativi di grande importanza come sul piano dei servizi sociali e dell'incremento oggettivo del welfare e si cercò di mettere ordine nell'uso del territorio e nella crescita edilizia fu compiuto un errore sul terreno di quella che fu definita la "finanza derivata" e - al riguardo delle Regioni - non si riuscì a completare un meccanismo di decentramento prima di tutto legislativo su alcune materie per le quali era stato annunciato.

3) Il processo politico che si mise in moto in conseguenza di quel risultato fu molto importante: giunte di sinistra fondamentali per l'insieme dell'assetto politico del Paese come quelle di Torino e di Milano furono rese possibili da una divisione del fronte avverso con il passaggio a sinistra di settori socialdemocratici e - addirittura - liberali. Napoli rappresentò un vero e proprio "emblema di liberazione": Roma, come abbiamo già accennato, sarebbe seguita 12 mesi dopo;

4) Quel portato politico dimostratosi nel 1975 non si ripeté nel 1976 in occasione delle elezioni politiche, anche se i numeri finali del PCI si mostrarono ancora in crescita. Non sviluppiamo qui un discorso critico sufficientemente articolato ma alcuni temi debbono essere ricordati: il contesto era - da un lato - quello del compromesso storico e dall'altro dell'inasprirsi del terrorismo, un fenomeno che poi nel corso della legislatura avrebbe portato al rapimento Moro e ad un punto di vera e propria cesura epocale del sistema attraverso la frattura "fermezza vs.trattativa". Il 20 giugno 1976 la DC, rinnovata la segreteria, si erse di nuovo a bastione anticomunista: il suo recupero elettorale risultò rilevante ma del tutto interno all'area del vecchio "centrismo" prosciugando PRI,PLI e PSDI. La rottura del mondo cattolico rimase evidente e profonda, ma la proposta di "compromesso storico" aveva interrotto lo spostamento a sinistra dell'area laica e ridotto ai minimi termini il PSI che si era fatto promotore di chiedere le elezioni anticipate. Il resto è storia che non si affronta in questa sede.

Nella sostanza si può affermare che il punto più alto della richiesta di cambiamento nel Paese si era avuto con l'esito referendario; il risultato delle amministrative 1975 può essere ancora considerato come nell'onda di quella richiesta di cambiamento mentre l'esito delle politiche 1976 (punto più alto del radicamento elettorale di DC e PCI: protagonisti del "bipartitismo imperfetto") risultò comunque inserito in un quadro che può già essere definito come "discendente".

Su tutto questo, ovviamente, ben presente il peso della competizione internazionale, della logica dei blocchi, della aspirazione allo status quo in Italia ben evidenziato dalle superpotenze (status quo da mantenere ad ogni costo). L'assenza di una alternativa confermò la "doppiezza" incistata tra "conventio ad excludendum" ed "arco costituzionale" un equivoco su cui poi si sviluppò (pur in una situazione di riformismo, dal servizio sanitario nazionale, all'equo canone,ecc) il consociativismo che pure aveva già avuto i suoi prodromi.

Di sicuro interesse l'esame dell'esito delle amministrative 1975 a Savona.

Savona aveva fornito un grande contributo (come era già successo nell'occasione del referendum istituzionale del 1946) alla vittoria democratica nel referendum sul divorzio: in quel frangente si erano ben dimostrate evidenti quelle forze di matrice cattolica che si erano schierati contro la DC in una chiara funzione progressista.

L'esito delle elezioni del 15 giugno 1975 si collocarono in quel solco allargando la maggioranza PCI-PSI già insediata a Palazzo Sisto IV dal 1970 dopo un breve periodo di centro-sinistra e permettendo per la prima volta la formazione di una giunta di sinistra nell'Amministrazione Provinciale: altri comuni della provincia di Savona passarono per la prima volta alla sinistra dopo decenni di dominio DC.

A quel punto a Savona si aprì una forte stagione di cambiamento, pur all'interno di un quadro di già accentuato declino industriale. Cambiamento incentrato soprattutto su 3 punti: la rete dei servizi sociali; la cultura; il decentramento inteso assieme come partecipazione e allargamento sul territorio della capacità di governo (nell'inverno precedente alle elezioni si era avuta la grande dimostrazione di forza collettiva con l'episodio "storico" della vigilanza popolare contro il terrorismo fascista).

In quel periodo si avviò anche, a partire dal livello regionale, quella logica di "scambio politico" e di "giunte bilanciate" che aprì le porte alla vicenda che, nei primi anni '80, assunse le vesti dello "scandalo Teardo" con la conquista del PSI da parte di un sistema di corruzione poi fermato dalla Magistratura.

Un episodio dai tratti allora inediti nella storia della corruzione politica in Italia che assunto e analizzato fino in fondo avrebbe potuto anticipare la vicenda di Tangentopoli e che (assieme al coevo caso "Biffi Gentili" di Torino) in ogni caso avrebbe segnato una svolta nella funzione di governo locale della sinistra.

Non si entra qui nel merito delle vicende successive (al momento dell'arresto di Teardo e dei suoi sodali vi fu una reazione con l'amministrazione comunale di Savona retta da un monocolore comunista di sicura garanzia democratica) ma si segnala soltanto che il proseguire nella discussione su quel periodo cruciale considerato nel suo insieme, non deve significare semplicemente una rievocazione ma l'entrare nella carne viva di un periodo di grande complessità politica nel quale si consumò probabilmente un pezzo importante di radicamento del sistema e di "isolamento" della politica che poi avrebbe progressivamente portato a una profonda modificazione del sistema politico italiano con la caduta (per cause molteplici) della "Repubblica dei Partiti" come definita da Pietro Scoppola.




sabato 11 marzo 2023

PATRIA E COSTITUZIONE

 

PATRIA E COSTITUZIONE di Franco Astengo

La giunta di Bologna, sindaco PD, ha deciso che sulle targhe delle strade dedicate a quanti si opposero al nazifascismo non ci sarà più l'indicazione "patrioti" ma quella "partigiani".

Sarà permesso giudicare questo fatto come un passo indietro nella valutazione storica che si verifica tra l'altro in coincidenza con l'ascesa della destra (non costituzionale nelle sue principali componenti) al governo del Paese.

E' il caso di ribadire, invece, la teoria del patriottismo costituzionale che ha caratterizzato l'ispirazione della Costituzione Repubblicana in modo peculiare e innovativo perché ha disegnato il concetto di lealtà non verso il monarca o verso lo Stato (come pretendevano sia lo statuto albertino, sia il giuramento di fedeltà verso il fascismo inteso come Stato) ma verso la Patria.

In questo modo il concetto di Patria risponde al retaggio e alla tradizione culturale del popolo e alla fedeltà a un ordinamento politico (quello repubblicano, nel nostro caso) che si legittima in quanto espressione della volontà comune, finalizzata al perseguimento dell'interesse generale.

Si tratta del tema riguardante l'intreccio diretto tra Resistenza e Costituzione, che la decisione della giunta bolognese minaccia di far arretrare aprendo la strada a soluzioni davvero non auspicabili come quella del mutamento della forma di governo che nasconderebbe in sé un mutamento di natura proprio della democrazia repubblicana e riducendo a "partigiani" quanti intendessero opporsi a questa deriva.


venerdì 10 marzo 2023

UNA PROPOSTA PER LA REGIONE LIGURIA

 

UNA PROPOSTA PER LA REGIONE LIGURIA di Franco Astengo (Associazione "Il Rosso non è il Nero - Savona")


I tempi sono maturi per avviare una riflessione ed un confronto sulla prospettiva di mettere assieme forze e intelligenze al fine di avanzare una proposta politica in grado di fornire in vista della tornata elettorale del 2025, un contributo progettuale e politico alla costruzione di un'ampia alleanza democratico - progressista.

Non si tratta però di impostare un discorso rivolto semplicemente in chiave elettorale .

Occorrerà muoversi in profondità per una vera e propria "costruzione di senso" e di visione riguardante il futuro del nostro angolo di mondo in relazione alle grandi modificazioni che ci attendono sul piano sociale, scientifico, tecnologico, ambientale: temi che dovrebbero essere raccolti e sintetizzati in un adeguato agire politico e in una elevata capacità di intreccio tra cultura e funzione di governo del territorio.

Limitiamo comunque l'espressione di un nostro punto di vista alla fase che ci attende nell'immediato.

Quali possono essere allora i punti sui quali avviare questa auspicata riflessione da realizzarsi attraverso un vasto dibattito tra diversi soggetti politici, culturali, associativi?

Prima di tutto vanno formulati alcuni giudizi sul piano generale:

1) Il primo punto di criticità da analizzare riguarda il cosiddetto progetto di "autonomia differenziata". Questa ipotesi appare pericolosa prima di tutto perché spezzerebbe l'unitarietà dell'intervento pubblico in campi delicatissimi e già in forte difficoltà come - ad esempio - scuola e sanità. L'autonomia differenziata aprirebbe la strada ad ulteriori invasioni di un "privato" tendente a fare di questi soggetti del welfare un terreno di caccia speculativo (come già sta avvenendo in forma molto pericolosa). In secondo luogo perché porrebbe in discussione il concetto stesso di rapporto tra Stato e sistema autonomistico già incrinato con l'affrettata modifica avvenuta a suo tempo del titolo V della Costituzione;

2) Il secondo elemento da analizzare sul piano generale è quello del modificarsi progressivo del ruolo dell'Ente Regione con un passaggio da soggetto di produzione legislativa e di indirizzo politico-amministrativo a Ente di nomina e di spesa. Nel frattempo dal punto di vista della capacità di intermediazione del sistema è venuta meno una vera e propria "qualità di governo" d'area vasta intermedia con lo scadimento di ruolo delle Amministrazioni Provinciali e la creazione della Città metropolitana (che appare proprio come soggetto istituzionale limitato in quelle funzioni di intermediazione e coordinamento tra territori cui si faceva cenno). Deve essere sottolineato anche il fatto che questa trasformazione dell'Ente nel suo muoversi attorno alle proprie coordinate di governo è stata enfatizzata dal meccanismo elettivo del Presidente della Giunta con l'elezione diretta (ruolo incautamente definito con vezzo giornalistico di "governatore").

Entrando nel merito dei temi riguardanti la Regione Liguria e del giudizio che può essere formulato sull'attuale amministrazione è possibile affermare che proprio quelle caratteristiche di "nomina" e di "spesa" sono state assolutamente caratterizzanti l'amministrazione di centro - destra in carica dal 2015 in una mediocre versione di tipo corporativo e politicista.

Disponendo di questo appena enunciato punto di partenza può diventare allora possibile elencare alcuni elementi sui quali avviare un auspicato discorso di ricognizione orientato a favorire la necessaria progettualità:

1) Emergono come prioritari i temi dell'invecchiamento della popolazione e del deficit demografico: temi che richiamano la possibilità di utilizzare alcuni punti di forza presenti nella nostra Regione dal punto di vista dell'accoglienza delle nuove forme di lavoro legate alla digitalizzazione e dell'incremento e regolazione dei flussi migratori e relativi processi di integrazione considerati soprattutto sotto l'aspetto formativo;

2) rimane da sciogliere un nodo atavico che è quello di un discorso di unitarietà dei riferimenti regionali in presenza di un accertato ruolo di Genova come "Città Regione": questo elemento appare fondamentale da affrontare in relazione ad alcuni temi i principali dei quali riguardano le infrastrutture per le quali è necessario sviluppare un progetto di equilibrio tra l'uscita dall'isolamento e l'orientamento verso le direttrici di traffico (non soltanto per le merci) ferroviario, stradale, marittimo. Va individuato un asse portante verso il Nord , verso l'Ovest (Genova - Nizza), ad Est in rapporto con il "nuovo triangolo" e la Mitteleuropa, facendo in modo che tutta la Liguria si trasformi nello sbocco naturale delle aree più forti economicamente dell'Europa continentale tornando parte integrante della zona economicamente più avanzata del Paese, dopo la fine del cosiddetto "triangolo industriale";

3) Tre settori: quello portuale, quello turistico e quello sanitario possono rappresentare un nuovo volano di sviluppo a condizione che si superino - appunto - ristrette visioni corporative e privatistiche (emblematico il "caso balneari") attraverso il recupero da parte dell'Ente Regione di una propria capacità programmatoria da inserire in un contesto molto più ampio di riferimento nazionale e sovra-nazionale;

4) La presenza di una possibilità di sviluppo nella relazione tecnologia/innovazione industriale. Anche in questo caso il discorso di dimensione regionale appare assolutamente imprescindibile in quanto appare necessario, per attuare una efficace programmazione, analizzare il tema delle aree industriali dismesse sulle quali proporre di avviare imprese ad alto livello di know-how che, ad esempio in una situazione come quella della Val Bormida, rappresenta un elemento assolutamente decisivo per qualsiasi prospettiva futura;

5) La Liguria ha sofferto nel corso del tempo di una forte accelerazione nella cementificazione del suo fragile territorio (non a caso proprio il processo di invasione del cemento fu definito a suo tempo come "rapallizzazione"). Si tratta di un punto che assume ancora fondamentale importanza anche soprattutto sotto l'aspetto del rapporto costa/entroterra con lo spopolamento di interi borghi e relativo depauperamento economico. Si rileva la necessità di un vero e proprio piano di recupero in questa direzione. Grande attenzione da questo punto di vista andrà posta alla viabilità interna.

martedì 7 marzo 2023

POLITICA E PRESENTE

 

POLITICA E PRESENTE di Franco Astengo


"Senza intellettuali. Politica e cultura negli ultimi 30 anni in Italia" : Giorgio Caravale ha affrontato il tema con un suo testo che sta per uscire presso Laterza e i cui contenuti sono stati analizzati in anticipo in un confronto pubblicato dalla "Lettura" del Corriere della Sera.


Nell'occasione di questo intervento si riporta soltanto una sola frase del dibattito in questione :" la crisi dello Stato Nazione e l'avvento di una politica appiattita sul presente hanno tolto spazio alla storia.."

Si può assumere questo punto, dell'appiattimento della politica sul presente per cercare di alzare lo sguardo per cercare una risposta alla crisi dell’idea di progresso.


Una risposte che non può essere quella arretrata del rilancio del concetto di territorialità, di legame dell’uomo alla terra, di definizione dell’avanzata tecnico – industriale come causa livellatrice delle differenze culturali e storiche tra i popoli.


L’ultimo decennio del secolo scorso è stato contrassegnato dall’acquiescenza del concetto di “fine della storia”, di assuefazione al colossale fraintendimento che la fine del bipolarismo contenuto nella logica dei blocchi coincidesse con l’apertura di mercati senza fine, con lo spargimento della buona novella del trionfo della globalizzazione e della fine dello “Stato – Nazione”.


Concetti adottati da tutti e che hanno dato vita a “pericolose illusioni”.


 La fine del fraintendimento rappresentato dal “socialismo reale” (il "passato di un'illusione" di Furet) si è accompagnata, senza soluzione di continuità, a un altro clamoroso abbaglio dell'interpretazione sbagliata della “fine della storia”.


Gli intellettuali, nel momento in cui la storia del mondo sembrava aver svoltato (almeno in apparenza) hanno inteso servirsi della tecnica, guidata dalla scienza moderna, per realizzare l’omologazione di un certo tipo di uomo e di società, attorno ad una “polis” concepita attraverso il “pensiero unico”.


Ognuno intendeva porsi, cioè, come il fine rispetto allo strumento esasperando il concetto dell’immutabilità della storia (e della negazione dello storicismo) fino a oscurare la ricerca della verità.


E' in atto invece un processo che, daccapo, è il rovesciamento del rapporto tra mezzo e fine.


Non sarà più la polis capitalistica a servirsi della tecnica, ma la tecnica a servirsi del capitale, e non sarà più la polis democratica a servirsi della tecnica, ma la tecnica a subordinare a sé la democrazia.


Una forma, questa del rapporto tecnica di governo /rappresentatività politica che sta assumendo aspetti di assolutismo al riguardo dei quali un richiamo a Schmitt non appare davvero peregrino.


Questi sono i punti, grossolanamente esposti, sui quali sarebbe necessario avviare una riflessione, per porsi sulla strada di ricerca di una diversa via dell'agire politico.


Non siamo attaccati alla terra d’origine e non vogliamo abbandonare la visione dell’universalismo dettata dall’Utopia : tanto più in un momento in cui appare così stringente il tema della guerra.


Universalismo dell’Utopia che dovrebbe nuovamente essere inteso come internazionalismo della visione politica da declinare come mezzo concreto per il riscatto umano.


E’ necessario riflettere attorno a un vero mutamento di paradigma tornando ancora, gramscianamente, a intendere la politica come tensione egemonica, recuperando lo spirito “ di parte”.


Uno “spirito di parte” da porre al centro nel processo di evoluzione storica di mutamento nell’insieme delle relazioni politiche e sociali.


La modernità può essere intesa partendo dalla proposizione di una concezione della critica che raccolga le differenze emergenti nella realtà puntando a realizzare una sintesi progettuale raccolta in una scansione concreta dell’insieme delle contraddizioni moderne e post – moderne per realizzare una nuova "sintesi del progredire umano".


Si tratta di tornare a essere in grado, perlomeno sul piano teorico, di porci sul terreno della proposizione di una “diversità sociale” al riguardo dell’esistente.


Esistente che non deve essere considerato come immutabile nell'espressione di una ineluttabilità del conformismo.


Non può esistere neutralità rispetto a questo passaggio, né arrendevolezza verso gli estremi dell’abbandonarsi alla logica del potere.


Essere consapevole di questa esigenza di non neutralità, d’intervento attivo, di rinuncia all’astrattezza e al disimpegno, ci fa tornare alla politica: Politica intesa come umana coesistenza quando questa assume l’aspetto di una consapevole identità collettiva, considerata dal punto di vista del Potere e del Conflitto. 



sabato 4 marzo 2023

ANTIFASCISMO E COSTITUZIONE

 

ANTIFASCISMO E COSTITUZIONE di Franco Astengo


La grande manifestazione antifascista svoltasi oggi, 4 marzo, a Firenze in risposta alle violenze fasciste dei giorni scorsi deve rappresentare il segno portante su cui è necessario si muova l'opposizione sociale e politica; il terreno su cui recuperare unità e capacità di aggregazione di consenso.

Antifascismo e Costituzione rappresentano la strada principale per far uscire le sinistre e le forze democratiche da una situazione di fragilità del sistema politico che rischia di incrinare la democrazia repubblicana come ben dimostra il progressivo evidenziarsi della vera natura della destra e delle sue attuali espressioni di governo.

In questi tempi così difficili e complicati non è esagerato affermare come il Paese sembra essere attraversato da un intreccio tra qualunquismo e corporativismo: fenomeni affrontati attraverso espressioni di “scambio politico” derivanti dal ritenere corporativismo e individualismo competitivo le sole frontiere possibili di un futuro contrassegnato dal crescere dello sfrangiamento sociale con la conseguenza imposizione di ristrettezze per la democrazia, rese ben evidenti dall'ipotesi presidenzialista..
L’intero sistema appare così quanto mai fragile ed esposto a pericolose forme di inquinamento della democrazia.
Per queste ragioni è indispensabile che il filo dell’antifascismo sia sollevato fino al punto di ricostituire la memoria perduta dell’identità nazionale collegandosi direttamente con l'affermazione e non la semplice difesa dei principi costituzionali.
Una “memoria quella dell'intreccio tra Antifascismo e Costituzione che necessita di essere declinata sul piano politico attorno ad alcuni punti fondamentali:

1) Razzismo. E’ indubitabile che esista e che si è affermata una politica che non può che essere giudicata come razzista. Una politica che si esercita soprattutto nell’identificazione del “diverso” e nell’affermazione di un presunto primato per “alcuni”. Il razzismo porta con sé sopraffazione, disuguaglianza, violenza.

2)Politiche sociali. Sotto quest’aspetto si torna indietro anche rispetto al clientelismo DC, del quale pure si scorgono tracce evidenti. E' il tema del corporativismo che riaffiora in evidenza e che deve essere respinto guardando invece nel profondo di politiche del lavoro fondate sui diritti e sulla natura universalistica del welfare;

3) Autoritarismo. Il tutto è condito da una crescita verticale nella presenza dell’autoritarismo nella vicenda politica italiana. La tendenza all’autoritarismo nasce, è bene ricordarlo, fin dagli anni’80 del XX secolo quando si cominciò a parlare, scrivere e praticare di “decisionismo”. La linea era già stata tracciata allora: la complessità della domanda sociale, frutto della crescita degli anni’70, andava tagliata riducendo lo spazio tra di essa e la politica. Per fare questo occorreva un di più di segno del comando da realizzarsi attraverso la personalizzazione. Oggi il tutto appare ulteriormente esasperato, dall’ esibizionismo dei singoli e dall’incapacità del sistema politico di leggere l’allargarsi e il trasformarsi delle contraddizioni sociali dentro la crisi.

4) Militarismo. Questo potrà apparire un punto secondario, ma non è così. Ne abbiamo avuto la riprova ascoltando determinati accenti,in un momento così delicato come l'attuale. Nei mesi scorsi abbiamo anche sentito l’espressione di idee riguardanti il ripristino della leva militare obbligatoria intesa come strumento di “educazione nazionale” per le giovani generazioni. C’è n’è da vendere per considerare pericoloso questo “militarismo” di ritorno.


venerdì 3 marzo 2023

RAPPRESENTATIVITA' E PRIMARIE DEL PD

 

RAPPRESENTATIVITA' E PRIMARIE DEL PD di Franco Astengo


Nel tentativo di proseguire nell'analisi intorno alla spiccata difficoltà che il sistema politico italianon presenta sul piano della rappresentatività si sviluppa di seguito una esposizione riguardante alcuni dati relativi all'esito delle primarie del PD svoltesi lo scorso 26 febbraio.

Prima di tutto il dato generale: si è recato al voto il 19,63% rispetto ai votanti il PD alle elezioni politiche 2022 ;naturalmente considerato il carattere "aperto" della consultazione hanno partecipato anche elettrici ed elettori che in quell'occasione avevano espresso la loro preferenza per una lista diversa da quella del PD. Una prima analisi dei flussi ha indicato, ad esempio, che il 22% del 1.098.693 elettrici ed elettori presentatisi al voto il 26 febbraio, nel settembre 2022 aveva votato per il M5S.

Il primo dato da far notare riguarda il fatto che questo 1.098.693 elettrici ed elettori rappresenta il 2,19% dell'intero corpo elettorale (49.954.930 unità compresi gli iscritti all'estero).

Risalta quindi un tema, quello della rappresentatività, che rimane il punto di fondo da esaminare per lo sviluppo di un ragionamento critico rivolto alle difficoltà reali del sistema di cui il PD è parte integrante, avendo da tempo omologato i suoi meccanismi di funzionamento al "partito leggero" nella metodologia della "democrazia del pubblico" e/o "recitativa".

Nell'occasione è saltata una netta suddivisione geografica delle preferenze,diversamente da quanto accaduto nelle elezioni politiche 2022 quando si rivelò una netta spaccatura nelle espressioni di voto tra Sud e Nord del Paese e si dimostrò anche l'assenza di partiti "a dimensione nazionale" salvo Fratelli d'Italia dimostratosi in grado di insediarsi anche al Nord, nelle roccaforti già tradizionalmente appannaggio dei suoi alleati.

Esamianiamo allora il voto alle primarie nella dimensione regionale partendo da due dati: quello dei votanti risultato in precentuale del 19,63% rispetto al voto del PD nelle politiche del 2022 e del 2.19% rispetto all'intero corpo elettorale.

REGIONI CON ESPRESSIONI DI VOTO AL DI SOTTO DELLA MEDIA NAZIONALE (19,63% sul voto PD Politiche 2022)

Friuli Venezia Giulia: sul voto PD 2022 Votanti 14,93%

Liguria: sul voto PD 2022 Votanti 17.62%

Lombardia sul voto PD 2022 Votanti 16,03%

Marche sul voto PD 2022 Votanti 17,28%

Piemonte sul voto PD 2022 Votanti 13,20%

Trentino sul voto PD 2022 Votanti 12.01%

Umbria sul voto PD 2022 Votanti 18,22%

Veneto sul voto PD 2022 Votanti 15,41%

Estero sul voto PD 2022 Votanti 2,42%

VOTO CANDIDATURA BONACCINI IN REGIONI AL DI SOTTO DELLA MEDIA NAZIONALE (9,02% sul voto PD politiche 2022)

Friuli Venezia Giulia: sul voto PD 2022 5,15%

Lazio: sul voto PD 2022 8,37%

Liguria: sul voto PD 2022 5,76%

Lombardia: sul voto PD 2022 5,56%

Marche: sul voto PD 2022 7,76%

Piemonte: sul voto PD 2022 4,44%

Toscana: sul voto PD 2022 8,42%

Trentino: sul voto PD 2022 4,30%

Umbria: sul voto PD 2022 8,68%

Veneto: sul voto PD 2022 5,57%

Estero: sul voto PD 2022 1,06%

VOTO CANDIDATURA SCHLEIN IN REGIONI AL DI SOTTO DELLA MEDIA NAZIONALE (10,41% sul voto politiche PD 2022)

Abruzzo: sul voto PD 2022 10,09%

Campania: sul voto PD 2022 7,76%

Emilia Romagna: sul voto PD 2022 10,28%

Friuli Venezia Giulia: sul voto PD 2022 9,15%

Lombardia: sul voto PD 2022 10,38%

Marche: sul voto PD 2022 9,34%

Molise: sul voto PD 2022 8,31%

Piemonte: sul voto PD 2022 8,79%

Sardegna: sul voto PD 2022 10,28%

Trentino: sul voto PD 2022 7,54%

Veneto: sul voto PD 2022 9,44%

Estero: sul voto PD 2022 1,36%


Si ricorda ancora come la percentuale dei votanti complessiva rispetto all'intero corpo elettorale è stata dell'1,17%.

Sotto questo profilo la candidatura Bonaccini è rimasta sotto l'1,00% otto regioni più l'estero: Friuli Venezia Giulia 0,60%, Lazio 0,95%, Liguria 0,78%, Lombardia 0,72%, Piemonte 0,56%, Sicilia 0,77%, Trentino 0,53%, Veneto 0,60%, Estero 0,08%.

La candidatura Schlein risulta al di sotto dell'1,00% in 5 regioni più l'Estero: Abruzzo 0,99%, Calabria 0,85%, Campania 0,62%, Molise 0,85%, Trentino 0,93, Estero 0,10.


Da questi dati emerge come la priorità per il nuovo corso del PD dovrebbe essere quella dell'insediamento della struttura a livello sociale, di radicamento e capacità di aggregazione del consenso uscendo - appunto - dalle già citate logiche della "democrazia del pubblico" e della "democrazia recitativa" tentando, in autonomia da prematuri discorsi di alleanza che potrebbero rivelarsi foriere di OPA anche ostile, di ridefinire la propria identità anche sul piano organizzativo facendo crescere su questo elemento un credibile nucleo dirigente a livello territoriale, prima ancora che centrale: operazione da compiere usando il ritorno dell'antico strumento della pedagogia politica e della ricostruzione di un nesso tra politica e cultura.