lunedì 30 agosto 2021

TRASVERSALITA' E VUOTO POLITICO

 

TRASVERSALITÀ’ E VUOTO POLITICO di Franco Astengo


Alcuni spunti di riflessione si stanno presentando all' attenzione degli osservatori nell'assistere alle manifestazioni (numericamente in crescita) che potremmo definire del “no all’emergenza” (no vax - no green pass rappresentano tutto sommato termini riduttivi per descrivere il fenomeno in atto).

Spinti da sollecitazioni di diversa natura stanno scendendo in piazza una molteplicità di soggetti in un quadro di attivismo che non deve essere sottovalutato o semplicisticamente marginalizzato.

La difficoltà nel rapporto politica/scienza acuita nella fase dell' emergenza sanitaria e alimentata da diverse teorie fra le quali quelle complottiste ha condotto a un incrocio significativo di proteste e recriminazioni solo apparentemente raccolte tra presunta estrema destra e presunta estrema sinistra.

Si registra così la presenza di un panorama che certi media definiscono come “rosso bruno”, almeno sul piano più direttamente politico, e che già era stato alimentato in passato da diverse ragioni :"in primis" a causa della crisi della democrazia rappresentativa.

A questo stato di cose si aggiungono questioni molto complesse emergenti all’interno del mondo del lavoro: al quadro generale riferito al post blocco dei licenziamenti e ai processi di delocalizzazione in atto nel quale sta esercitandosi una fortissima pressione padronale si accompagnano, in particolare nel settori della sanità e della scuola, le questioni derivanti dall'emergenza sanitaria:accesso nelle sedi di lavoro e nelle mense per coloro che hanno ritenuto di non sottoporsi alla vaccinazione; adesso, al rientro dalle ferie estive, il problema si porrà per l’accesso ai trasporti pubblici, elemento vitale per i pendolari che rappresentano gran parte della forza lavoro nei diversi settori.

La connessione tra emergenza sanitaria ed emergenza politica impostata dal governo Conte attuando vere e proprie forzature sul piano costituzionale (anche dal punto di vista dell’adozione di una determinata scenografia mediatica da repubblica presidenziale) non è stata sufficientemente sufficientemente contrastata.

Di conseguenza in particolare con l'avvento del governo Draghi, si è ulteriormente spostato l’asse della governabilità, ridotto il già contratto ruolo del Parlamento, reso marginale l’apporto delle forze politiche e aperto così spazi a quelle forme contestative di protagonismo collettivo cui si accennava all'inizio.

Sotto questo aspetto si tralascia un approfondimento di analisi su quanto prodotto sul piano dell'ulteriore disfacimento del rapporto politica /società derivato dalla ventata dell’antipolitica subitamente tramutatasi in doroteismo trasformista a marca M5S.

In realtà sta arrivando al pettine il nodo di uno straordinario processo di manipolazione collettiva che poggia le sue fondamenta sulla misera condizione materiale di vita di gran parte della società italiana che, sfinita, non riesce più a concepire una coerenza dell’agire politico.

Siamo immersi in un contesto sociale nel quale gli spazi di partecipazione e iniziativa appaiono davvero drasticamente ridotti , poco e mal frequentati.

Il pericolo insito in queste manifestazioni indette in molte città d’Italia è quello di non presentare gli elementi utili a costruire una “avanguardia sociale” ma soltanto una somma di recriminazioni sì “trasversali” ma contradittorie rispetto ad un possibile coerente quadro di analisi delle contraddizioni sociali e dell'inedito intreccio emergente tra fratture "materialiste" e fratture "post - materialiste".

Il sistema politico italiano presenta da tempo un vero e proprio "vuoto" ed in questo "triangolo delle Bermuda" si sono innestati i meccanismi di una crescente disaffezione accompagnata da una elevata “volatilità elettorale” derivante dalla circoscrizione dell'aggregazione dei meccanismi di consenso realizzata attraverso una crescente richiesta di relazione tra voto e "scambio politico di massa".

Il confronto politico rappresenta così un ulteriore momento di strumentalizzazione del sentire comune ( e del voto) che sembra essere il principale obiettivo politico dei movimenti che intendono alimentarsi di questa ventata protestataria.

Le ragioni di questo "vuoto" nel sistema politico possono essere così sommariamente riassunte: mutamento di ruolo e funzione dei partiti, da soggetti ad integrazione di massa a "all catch party" fino a partiti azienda, partiti personali e effimeri soggetti della "democrazia del pubblico", fallimento della sciagurata idea di risolvere la crisi del sistema attraverso il mutamento del sistema elettorale e dell'assetto istituzionale del rapporto centro/periferia, cedimento culturale al culto dell'immagine e alla idea "modernista" di una destrutturata transitorietà nei riferimenti ideali e di pensiero.

E’ ormai assente una capacità di analisi riguardante il ruolo delle istituzioni, la loro autonomia, il rapporto tra queste e l’organizzazione della politica, la capacità di contaminazione tra aree culturali diverse e la definizione di un conseguente sistema di valori nel momento in cui il pericolo, da diverse parti (opposte ma a volte convergenti) è quello di abbandonare il legame costituzionale .

Un quadro preoccupante nel quale emerge il rischio di veder prevalere una sorta di neo - corporativismo di ritorno con il quale finirebbero con l'affermarsi, approfittando della frantumazione sociale e del conseguente vuoto politico quelle rappresentanze di scienza, tecnica, economia sulle quali il capitalismo fonda il proprio progetto di egemonia sulle grandi transizioni in atto.

Un progetto di nuova egemonia capitalistica che mira a porsi, nell'esercizio del potere politico, al di fuori dei concetti - chiave della rappresentatività , della mediazione, della divisione dei poteri: come del resto accaduto altre volte nella storia.

Le leggi della politica sono impietose: il vuoto viene sempre riempito magari, come in questo caso appare assai probabile dal peggio dell' arretramento storico.


mercoledì 25 agosto 2021

SAVONA 2021: DAVVERO LA FINE DI UN CICLO?

 

SAVONA 2021: DAVVERO LA FINE DI UN CICLO? di Franco Astengo

I giornali annunciano (25 agosto) il “via libera” alla costruzione del Crescent 2: l’ultimo “mostro” partorito dalla lunga e dolorosa storia della speculazione edilizia che ha accompagnato il declino della Savona industriale nel corso degli ultimi 30 anni.

In questa occasione non rievochiamo nel dettaglio il pur recente passato.

Abbiamo vissuto una fase dove era stata sostituita la regia pubblica (che pur tra luci e ombre aveva caratterizzato la fase di elaborazione e applicazione del PRIS) con l’urbanistica “contrattata” e si era posto mano alla trasformazione della Città allontanando l’industria della sua cinta urbana ( ILVA, Scarpa e Magnano, Servettaz, Balbontin e quant’altro).

Tutta l’operazione era stata portata avanti come se si fosse trattato di un’esigenza dei tempi, un ineludibile richiamo della modernità dando invece origine a una gigantesca "fiera delle illusioni".

In realtà si trattava semplicemente di coltivare l’interesse particolare dell’utilizzo intensivo del territorio in nome del “privato”, così come stava a cuore ad alcuni soggetti utilizzatori della debolezza delle amministrazioni e del retrocedere della funzione sociale dell’agire politico.

In questo modo si è verificato un vero e proprio mutamento di paradigma al riguardo del quale andranno analizzate meglio le diverse responsabilità sul piano imprenditoriale, politico, culturale: all’uopo sarà utile un’analisi ben più dettagliata di quella sommaria contenuta nel testo “La miccia ritrovata” curato da Luciano Angelini e da chi ha redatto quest’articolo.

Nella fase storica che ci ha appena preceduto si sono intrecciate, infatti, responsabilità “trasversali” che hanno fortemente condizionato l’evolversi delle cose mentre l’opposizione è rimasta minoritaria sia sul terreno politico sia su quello della comunicazione.

E’ necessario quindi ricordare che all’epoca fu costruito un consenso di massa all’idea che la Città doveva cambiare perché lo chiedevano “ i tempi”.

Chiariamo adesso con il massimo della forza possibile che lo scopo vero di chi ha proposto la fine dei vincoli che regolavano la "Savona del lavoro", era quello di lasciare mano libera a chi stava portando avanti nei partiti, nelle associazioni imprenditoriali, nelle istituzioni quello scenario di vera e propria “dismissione della Città” che ha determinato il declino di cui oggi molti si stanno lamentando.

L’occasione delle prossime elezioni diventa allora quella di decretare la fine di questo ciclo negativo ed è questo del mutamento di rotta l’imperativo categorico cui debbono assolvere le forze di democrazia e di progresso.

La questione urbanistica deve essere inquadrata in un vero e proprio discorso di “svolta”.

Il nodo fondamentale da sciogliere è quello del ritorno alla “regia pubblica”.

In secondo luogo è indispensabile rielaborare una progettazione misurata sull’insieme del territorio tra centro e periferia in una visione di “ricucitura” degli strappi esistenti attuata in funzione dell’utilità generale.

L’amministrazione uscente aveva iniziato il proprio mandato con grandi proclami nel merito: una delle prime delibere adottate dal nuovo sindaco avrebbe dovuto prevedere, per esempio, una “Casa della Salute” sul terreno degli Orti Folconi, si è poi a lungo discusso (con opzioni del tutto improbabili) del recupero di Villa Zanelli: nulla è stato fatto in questo senso e neppure verso il recupero (fondamentale) dei contenitori storici dismessi, concludendo la partita in bellezza con il rimettere in vendita l’eterno Palazzo Pozzobonello.

Il riempimento dei vuoti esistenti in Città deve corrispondere a esigenze ben precise.

Soltanto per fare degli esempi e non compilare la solita lunga lista della spesa: la territorialità socio – sanitaria; la possibilità di utilizzo di sedi attrattive per le nuove forme di lavoro da remoto;la realizzazione di un rapporto fattivo Città/Università accrescendo così la possibilità per tutti di usufruire di una presenza culturale diffusa; la difesa ambientale partendo dalla cura dell'enorme patrimonio sito alle spalle del centro urbano.

La nostra Città si trova di fronte a una possibilità concreta di proficua inversione di rotta: un’occasione da non perdere.

martedì 24 agosto 2021

LO SPAZIO POLITICO

 

LO SPAZIO POLITICO di Franco Astengo

La sinistra italiana fatica a ritrovare le condizioni di analisi e di proposta nel definire un proprio spazio sul piano geopolitico ,mentre si sta verificando a livello globale una inedita fase di transizione.

Una fase di transizione (militare, economica, tecnologica) le cui coordinate di fondo dovrebbero essere dettate da una (quasi dimenticata?) emergenza sanitaria che ha provocato come primo effetto una esponenziale crescita delle disuguaglianze tra i popoli e nei popoli .

Una “emergenza del disuguale” che già stava alla base dell’imponenza del fenomeno migratorio che deve essere considerato come la vera e propria fonte di instabilità su diversi scacchieri oltre all’origine di colossali ingiustizie.

Gli avvenimenti militari di questi giorni rappresentano semplicemente la spia di una caduta di egemonia e del presentarsi di nuove condizioni di confronto sul terreno planetario :confronto che si svilupperà soprattutto nel definirsi della contesa per il primato negli approvvigionamenti energetici e dei materiali necessari per attivare la tecnologia indispensabile proprio per affrontare la fase di transizione cui si faceva cenno.

Si può allora tornare a ragionare del rischio di una ripresa aggressiva di una sorta di “Bipolarismo Imperiale” (oppure c’è da riprendere l’antico termine utilizzato da Arrigo Cervetto di “Imperialismo Unitario”) ?

La domanda è legittima se si pensa che, alla fine, gli USA si muoveranno su di un terreno di ripresa neo-atlantica tentando la strada del confronto diretto con la Cina in un quadro complessivo molto complicato rispetto all’antico schema della “guerra fredda”, pur ricalcandone aspetti significativi.

Si assiste, infatti, dopo tanto discettare sulla globalizzazione (del resto sempre presente nella storia, al livello delle dimensioni via, via di volta in volta possibili) e di un conseguente assetto multipolare a una sorta di ritorno a quella “logica dei blocchi” che aveva contraddistinto l’assetto planetario almeno dagli accordi di Yalta alla caduta del muro di Berlino (1944-1989).

Uno scenario quella dell’emergere di una logica simile a quella dei “blocchi” che si sta delineando proprio adesso in chiusura della guerra afgana (senza dimenticare l’entrata in scena di attori molto potenti sul piano militare come Iran e Turchia e l’accresciuta presenza russa in Medio Oriente e in Nord Africa, sui terreni di conflitto della Siria e della Libia).

Intendiamoci: non si pensa qui di semplificare situazioni che, nel passato e nel presente, hanno sempre assunto elementi di non riducibile complessità, ma esistono nella sostanza alcuni punti di contatto fra quella fase e quella attuale e pesano molto sul complesso della situazione che s’intende analizzare.

La vera differenza tra l’allora e l’oggi risiede nel fatto che, almeno dal punto di vista nominale, la fase dell’immediato post-seconda guerra mondiale era contraddistinta da un confronto tra due visioni del mondo opposte, quella capitalistica e quella del “socialismo reale”, mentre oggi si può ben scrivere di confronto tra opposti imperialismi (molto legati fra loro da intrecci non facilmente scioglibili d’affari di varia natura: da quelli energetici a quelli militari e degli apparati industriali e commerciali).

Lo schema fondamentale delle alleanze potrebbe però non ricalcare quello del periodo precedente: la richiesta di un rinnovato atlantismo potrebbe trovare l’Europa ridotta alla dimensione della vecchia “testa di ponte” USA degli anni’50 quando CECA e Euratom servirono soprattutto a legittimare il ritorno della Germania (Ovest) sul piano diplomatico e militare.

Uno schema semplificato, quello appena preso in esame, ma non certo da utilizzare al gioco del Risiko, ma ben presente sullo scenario mondiale, assieme al ritorno alla marginalità del continente latino-americano e all’utilizzo dell’immenso territorio africano per nuove avventure di stampo coloniale.

Come si è già scritto: rispetto al tempo della globalizzazione pare tornato quello della “geopolitica”.


In questo contesto che sicuramente è stato qui analizzato in maniera a dir poco lacunosa la sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo.

Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquescenza ai meccanismi capitalistici di finanziarizzazione dell’economia.

Nella situazione attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa come “spazio politico”.

Dovremmo ricercare una progettualità di sinistra misurata sia a livello sovranazionale, sia al livello di quello “Stato –Nazione” la cui cessione di sovranità verso entità “superiori” si sta certamente verificando, ma in una dimensione diversa e molto più “lenta” rispetto a previsioni un po’ precipitose sviluppate negli anni scorsi (un po’ com’è accaduto con il concetto di “lotta di classe”, dato affrettatamente per superato, e adesso tornato prepotentemente alla ribalta date le condizioni di sfruttamento concretamente create dalla gestione capitalistica della fase).

Tornano così alla mente concetti che apparivano desueti quali quelli di “neutralità” o di “smilitarizzazione”, considerato anche che da più parti si sta procedendo a passi da gigante a rendere sempre più sofisticato e invadente il proprio apparato militare.

Non è questa la sede per avanzare proposte immediate al riguardo di una situazione in così repentino sviluppo, ma appare proprio il caso di definire un ritorno allo sviluppo di alcune concezioni di teoria politica.

E’ questo il caso del concetto di “neutralità” sul quale, tra l’altro, al tempo della prima guerra fredda insistettero molto i partiti socialisti occidentali, nello specifico il PSI, che pure aveva una grande tradizione nel merito, se pensiamo al “né aderire, né sabotare” adottato in occasione della prima guerra mondiale. Posizione originale e coraggiosa rispetto agli altri grandi partiti socialisti occidentali, quello francese e l’SPD tedesca che appoggiarono, invece, nella sostanza le azioni di guerra imperialistiche dei rispettivi Paesi votando sia all’Assemblea Nazionale sia al Reichstag i necessari crediti di guerra.

Limitiamoci però all’analisi del concetto teorico di “neutralità” che potrebbe essere collegato alla definizione di uno spazio politico europeo e alla presenza di una sinistra sovranazionale.

In senso stretto neutralità è la situazione giuridica regolata dal diritto internazionale di estraneità e di equidistanza di uno Stato in presenza di un conflitto armato, tra gli stati.

L’istituto ha una lunga storia di convenzioni e norme.

Il concetto, invece, pone una serie di problemi, provocati dalla pluralità dei significati di neutralità e dei termini giuridici e politici da esso derivanti (neutralizzazione, neutralismo) ma soprattutto dalla relazione di neutralità con concetti come guerra, terzo, amicizia.

Oggi l’idea di “neutralità” potrebbe essere collegata a una ripresa del discorso su di una “terza via” riferita non semplicemente alla ricerca di un equilibrio tra sistemi politici ma all’elaborazione di una strategia globale posta sul piano delle relazioni internazionali riportando al centro l’idea fondamentale del rapporto Nord/Sud.

Potrebbe essere possibile allora avanzare una proposta di struttura politica europea fondata sulla ripresa di alcune concezioni di carattere costituzionale e di ruolo degli organismi elettivi in un disegno di raccordo tra il lavoro dei Parlamenti Nazionali e di quello Europeo.

La sinistra potrebbe tentare di muoversi per costituzionalizzare la neutralità in parallelo con la nascita di uno spazio politico europeo nel quale agire in una dimensione di potestà sovranazionale.

Una sovranazionalità che ritorni ad individuare un nesso con il concetto di neutralità codificato in passato, tra gli altri, da Grozio, Wolff, Vattel e poi ripreso da più parti nel cuore della “guerra fredda”.

Una sinistra sovranazionale che recupera la centralità del diritto pubblico europeo come proprio fondamento nel determinare l’indirizzo della propria politica.



domenica 22 agosto 2021

SAVONA 2021: INCENDI BOSCHIVI, DECENTRAMENTO, ALLEANZA TERRITORIALE

 

SAVONA 2021: INCENDI BOSCHIVI, DECENTRAMENTO, ALLEANZA TERRITORIALE di Franco Astengo (coordinamento “Il rosso non è il nero”)


Da oltre 24 ore è in corso un incendio, sulle cui origini sarà necessaria un’accurata inchiesta, alle spalle del quartiere di Lavagnola in località Cantagalletto.

Sottolineata l’abnegazione di tutte le persone che stanno impegnandosi per contenere e spegnere le fiamme è il caso di proporre alcuni spunti di riflessione nel merito:

1) Le necessità che la Regione Liguria incrementi la propria capacità di intervento in questi casi, purtroppo ripetuti e drammatici, non soltanto rispetto alle operazioni di spegnimento ma anche al riguardo della prevenzione (droni di sorveglianza, coordinamento territoriale protezione civile, ecc);

2) Il territorio del Comune di Savona, al di fuori del centro abitato, si caratterizza per grandi spazi verdi percorsi da una fitta rete di agevoli sentieri e per la presenza di boschi antichi e maestosi. Ormai da diversi anni tutto versa in stato di abbandono e può rappresentare fonte di pericolo vero nel caso di incendi. Anni che furono le prime avvisaglie della protezione civile nacquero proprio dalle squadre antincendi che si occupavano prioritariamente della pulizia dei sentieri, indispensabile nei casi di interventi di emergenza, squadre composte in primo luogo dagli stessi abitanti dei luoghi che volevano contribuire fattivamente alla conservazione del patrimonio verde. Oggi sono rimaste pochissime cascine abitate, con persone anziane che non hanno la forza né fisica né economica per proseguire quei lavori. Ma non andrebbe disperso il grande patrimonio di esperienza e di conoscenza dei luoghi da parte di questi residui abitanti, patrimonio da utilizzare a favore dei giovani in termini di formazione e supporto. L’intervento necessario da parte dell’amministrazione comunale dovrebbe essere quello di favorire la nascita di cooperative di giovani – istruiti e formati sulla gestione del verde – da utilizzare per la ripulitura dei sentieri ed il mantenimento del sottobosco con l’intento oltre che di salvaguardia anche di valorizzazione a fini turistici (percorsi guidati, punti di ristoro). Esistono in tal senso diverse linee di finanziamento sia regionale che direttamente europee che non vengono utilizzate.

3) La cura, il monitoraggio, la possibilità di presenza sul “verde” dovrebbe rappresentare una fondamentale occasione per il rilancio del decentramento cittadino che nel nostro documento “Savona 2021: Visione e Progetto” abbiamo voluto elevare al rango di Federalismo Municipale.

La riflessione sul tema del decentramento deve partire dalla constatazione del fallimento fatto registrare dai tentativi fin qui svolti per ritrovare una qualche funzione dopo la chiusura delle Circoscrizioni che è avvenuta in una fase di vera e propria “furia distruttrice” rispetto a soggetti istituzionali utili e non certamente costosi o fonte di spreco.

Deve essere messa in atto una vera e propria “Strategia federativa” e più direttamente “partecipativa” (pensando al ruolo degli enti intermedi, associativi, di volontariato presenti sul territorio) che dovrà essere realizzata ancora e soprattutto in forma istituzionale consolidata anche rispetto al rapporto tra le varie parti della Città, a partire dalla ridefinizione di ruolo e compito dei quartieri. Forma istituzionale consolidata deve significare, in sede propria di amministrazione comunale, la costruzione di un riferimento stabile con l’assegnazione di funzioni propositive e ordinative del decentramento cittadino.

Debbono essere così definite alcune caratteristiche riguardanti un’ipotesi di decentramento cittadino:

  1. il punto di partenza in materia di decentramento può essere costituito dalla riproposizione dei “quartieri”, tenuto però conto della diversa configurazione sociale affermatisi nel corso degli anni e della necessità di coordinare i livelli di partecipazione popolare (assolutamente indispensabili e da valorizzare nelle diverse forme associative) con la necessità di adottare tempestivamente ed in modo concreto scelte amministrative per affrontare le esigenze del territorio;

  2. l’obiettivo complessivo non può essere che quello di un raccordo tra centro e periferia e la migliore vivibilità della periferia stessa, dotata di singoli centri di aggregazione. Occorre ricercare alcune vere e proprie “vocazioni” sulle quali impostare un progetto di riqualificazione del decentramento cittadino che potrà realizzarsi attraverso la presenza di uffici e servizi decentrati, di figure formate per essere idonee a svolgere compiti e funzioni di raccordo con la popolazione anche al fine di favorire e sollecitare la partecipazione.

4) Il patrimonio verde boschivo posto alle spalle della Città e tutt’uno con il patrimonio verde boschivo di altri Comuni circonvicini: Vado, Quiliano, Altare, Cairo Montenotte, Pontinvrea, Albisola Superiore.

Anche questo tema richiama alla questione della comprensorialità, da svilupparsi sui temi economici, delle infrastrutture, della portualità, della sanità territoriale. Occorre evolvere questo pensiero dentro a una proposta concreta di formazione di un soggetto di “Alleanza Territoriale” stipulata attraverso convenzione da tutti gli enti interessati (quindi rendendola più consistente nel suo profilo di istituzione a potenzialmente più produttiva nella sua possibilità d’intervento concreto anche rispetto al “patto territoriale”). Nella struttura di governo di un Comune capofila che ritrovi la sua naturale vocazione di capoluogo l”Alleanza territoriale” deve trovare il suo riferimento in una specifica struttura istituzionale e amministrativa.


L’emergenza di queste ore ci richiama naturalmente a esigenza di tempestività negli interventi, di richiesta di strumentazione adeguata ma soprattutto di sviluppare dal punto di vista istituzionale attraverso apposite strutture una capacità armonica tra diversi soggetti esercitata soprattutto rispetto al controllo e alla prevenzione.


sabato 21 agosto 2021

RICORDARE PRAGA: IL CONTESTO POLITICO E CULTURALE DELLA "PRIMAVERA"

 



RICORDARE PRAGA: IL CONTESTO POLITICO E CULTURALE DELLA "PRIMAVERA" di Franco Astengo

Dopo la sconfitta occidentale in Afghanistan e il profilarsi di un riallineamento complessivo che potrebbe preludere a scenari molto complessi anche e soprattutto sul piano militare in un quadro di instabilità che riguarda tutte le aree strategicamente decisive per l'egemonia sulle grandi transizioni economiche, tecnologiche e ambientali in atto, è ancora il caso di ricordare l’invasione di Praga, da parte delle truppe del Patto di Varsavia, avvenuta il 21 agosto 1968.

Un avvenimento che può essere ricordato come punto di tale importanza nella storia della sinistra mondiale e più in generale del sistema di relazioni internazionali nel riassestamento della "logica dei blocchi" , mentre erano in corso la "rivoluzione culturale cinese" e l'escalation della guerra del Vietnam, che appunto è importante ancor oggi, analizzarne con il massimo dell’attenzione gli sviluppi in allora.

Ritorniamo allora sull’argomento, uscendo da un filone forse eccessivamente “italocentrico” (pur importantissimo per i riflessi che quella vicenda ebbe su di un soggetto di grande portata come il PCI) ed esaminare con maggior cura il contesto politico – culturale al cui interno i fatti avvennero.

Il tentativo della “primavera di Praga” iniziò coltivando l’ipotesi che fosse possibile andare oltre le diagnosi e i rimedi proposti dal XX congresso del PCUS nel 1956, utilizzando lo spazio aperto dalla nuova politica di destalinizzazione inaugurata da Kruscev.

Data la situazione complessiva entro il blocco sovietico, in un primo tempo, i successi dei tentativi che furono svolti sulla base di quell’ analisi, risultarono scarsi ed effimeri.

L’idea di “andare oltre” il XX congresso pur essendo presente come corrente all’interno dei partiti comunisti in tutto l’ambito del Patto di Varsavia, ebbe effettivamente una funzione politica decisiva soltanto in due casi: in Ungheria e in Cecoslovacchia.

Il caso ungherese risultò anomalo in due sensi: infatti, il primo insorgere di un movimento di riforma comunista (il governo Nagy tra il 1953 e il 1955) si verificò addirittura in precedenza alla celebrazione del XX congresso e fu inevitabilmente destinata al fallimento; il secondo tentativo, invece, nel 1956 la temporanea egemonia della corrente riformista era solo la conseguenza di un’esplosione rivoluzionaria incontrollabile e la reazione dell’apparato dirigente conservatore e dell’URSS fu, logicamente, commisurata a quel dato d’incontrollabilità.

In contrasto con la nascita precoce e la distruzione prematura della variante ungherese, il tentativo di riforma in Cecoslovacchia fu più lento a maturare, più saldamente radicato e meglio attrezzato per una graduale radicalizzazione.

Ebbe origine, infatti, da una reazione tardiva rispetto al XX congresso e acquisì un più deciso impulso a partire dal 1963; la sua vittoria nel 1968 fu il segnale di partenza per movimenti di base, che avevano negli intellettuali il supporto più attivo, ma si espandevano ad altri settori della popolazione.

Il modello cecoslovacco può essere perciò considerato il solo caso completo di tentativo di riforma di un regime “a socialismo reale”.

Su queste basi si verificò una grande osmosi tra l’ideologia di trasformazione del regime e l’analisi critica complessiva del “socialismo reale” stesso.

Negli anni’60 il crescente movimento di riforma assorbì l’immissione di energie intellettuali di varie correnti e discipline e anche dopo l’invasione, l’eredità della “primavera” continuò a influire in modo diretto sull’insieme del dissenso, a Est come a Ovest.

Si dimostrò subito come il programma di riforme fosse incompatibile con gli interessi costituiti del gruppo dirigente sovietico e con la logica stessa del sistema internazionale fondato sui blocchi contrapposti.

Dopo la seconda guerra mondiale, la Cecoslovacchia era il paese nel quale il partito comunista disponeva del maggior sostegno di massa tra i lavoratori e gli intellettuali.

Ciò aveva reso più facile la conquista del potere e meno vulnerabile il regime post rivoluzionario.

Di fronte alla politica di “normalizzazione” si aprì, dunque, fin dall’inizio degli anni’60 per poi prendere corpo nel corso del decennio l’idea di un nuovo sistema politico.

Questa idea fu al centro dei più franchi dibattiti pubblici che ebbero luogo nei Paesi dell’Est, tra il gennaio e l’agosto del 1968.

Nella sinistra in cui i comunisti lavoravano in direzione dell’emancipazione politica delle forze sociali, c’era una traccia autenticamente pluralista.

Nel loro programma c’era anche, e veniva apertamente affermato da alcuni teorici del movimento, uno sforzo per cambiare i rapporti tra stato e società civile.

In questo senso, un primo documento programmatico di Zdenek Mlynar rappresentava in modo fedele questa linea di sviluppo “ Prima di tutto si deve riconoscere che lo status di agente politico indipendente doveva essere attribuito alle diverse componenti specifiche dei gruppi e degli strati sociali, ai gruppi d’interesse comune e, in ultimo, a ogni cittadino in quanto individuo”.

Nelle discussioni meno ufficiali emergevano due linee di differenziazione: una di esse divideva i gradualisti da coloro che sostenevano che solo un’accettazione immediata dei principi pluralistici poteva assicurare il successo a lungo termine del movimento.

Il tema dibattuto in modo più vivace era quello dell’istituzionalizzazione dell’opposizione politica.

Questo tema, dopo un serrato scambio di vedute fra maggio e giugno, fu posto in ombra da questioni più urgenti ma non vi è ragione per dubitare che per molti all’interno del PCC si concepisse l’introduzione di un sistema pluripartitico (la società cecoslovacca, in particolare quella boema e morava imperniata su di una classe operaia forte, stabile e concentrata e su di una borghesia di solide tradizioni era sicuramente quella più preparata al pluralismo politico tra quelle dell'Est europeo) come lo sbocco logico del processo di democratizzazione, anche se non si arrivava a pensare che le condizioni del 1968 fossero mature per un simile esito.

Dai dirigenti del nuovo corso fu senz'altro sottovalutato il dato che il principio di un regime pluripartitico avrebbe finito con l'incrinare la legge ferrea della logica dei blocchi e questo fatto non poteva essere consentito.

Il secondo aspetto della discussione si sviluppò più lentamente e riguardava l’introduzione di elementi di democrazia diretta, in luogo della scelta di una più stretta osservanza dei principi della democrazia parlamentare.

In termini più pratici ciò significava la richiesta di autogestione.

Come si sarebbe accompagnata la richiesta dell'autogestione con il pluralismo politico non fu argomento approfondito in quel momento convulso: dopo alcuni inizi incerti l’idea di “organi democratici di gestione” guadagnò rapidamente terreno e quando apparvero sulla scena i “Consigli del popolo lavoratore” (da non confondersi con i consigli operai intesi in senso stretto) il conflitto prima latente fra concezioni democratiche e tecnocratiche si fece più acuto.

I tentativi di difendere i Consigli furono gli atti più importanti della resistenza durante i sette mesi tra l’invasione e l’avvento della normalizzazione completa avvenuta nell’aprile del 1969.

A posteriori, si può vedere in questo passaggio un primo accenno a una strategia che, più tardi, sarebbe stata applicata in Polonia: basare la lotta per le riforme su un movimento sociale esterno al Partito.

Ma in Cecoslovacchia questa ipotesi fu prospettata solo quando il movimento della “primavera” era ormai sulla difensiva.

Il dibattito sull’autogestione chiamava in causa anche il terzo pilastro dell’ideologia delle riforme: la teoria della “produzione socialista di beni di consumo”.

Riforme del genere erano discusse e in una qualche misura messe in atto dappertutto, ma solo in Cecoslovacchia questo tema era legato a quello di un generale rinnovamento di carattere intellettuale e politico.

In Ungheria le riforme economiche si spinsero più avanti rispetto agli altri paesi dell’Est europeo, ma il loro contesto sociale fu determinato dalla sconfitta della rivoluzione del 1956 e dalla distruzione dell’ipotesi di riforme politiche; in Polonia le proposte di riforme economiche divennero negli anni’60 sempre più accademiche e fuori sintonia con la politica di Gomulka.

Dopo l’aprile del 1969 il tentativo di riforma, nel senso tradizionale del termine, non costituì più un’opzione praticabile, ma le conclusioni da trarre dalla sconfitta non erano per nulla ovvie.

In seguito Rossana Rossanda introducendo, dieci anni dopo a Venezia, un convegno su “potere e opposizione nelle società post – rivoluzionarie” organizzato dal PdUP -Manifesto e al quale parteciparono per la prima volta di persona dissidenti dell’Est russi, polacchi, cecoslovacchi, sostenne che si era smarrita in quel frangente l’idea del socialismo, non come generica aspirazione, ma come “teoria di una società”, modo diverso degli uomini di organizzare la loro esistenza.

Ricordare gli elementi fondativi della primavera di Praga, oggi di fronte al fallimento epocale dell’ipotesi capitalistica di "fine della storia" seguita alla caduta dei blocchi e all’affermazione di un solo modello di egemonia sociale fondato sull’ìper -liberismo sull’assolutismo della finanza, sugli USA "gendarmi del mondo" ed "esportatori della democrazia" che si è verificato in un quadro globale di emergenza sanitaria è ancora esercizio utile se partiamo proprio dall’idea di non abbandonare l’obiettivo di una società “altra” fondata sull’uguaglianza e sulla fine dello sfruttamento indiscriminato sul genere umano e sulla natura, che erano rimaste le aspirazioni di fondo anche di coloro che condussero, sconfitti, quel drammatico frangente dell’agosto 1968.

venerdì 20 agosto 2021

SAVONA 2021: SONDAGGI TRA REALTA' E QUALCHE FANTASIA

 

SAVONA 2021: SONDAGGI TRA REALTÀ’ E QUALCHE FANTASIA di Franco Astengo

Nei giorni scorsi sono comparsi all’attenzione dell’opinione pubblica savonese due sondaggi riferiti ad un quadro di previsione per le elezioni comunali del 3-4 ottobre prossimo.

Entrambi commissionati da soggetti di centro – destra che sorreggono la candidatura del dott. Schirru fornivano lo stesso esito anche se il vantaggio del candidato (ovviamente quello prediletto dai richiedenti) risultava misurato in una forbice di diversa ampiezza.

In verità la resa pubblica di questi dati non ha suscitato particolare clamore, rimanendo l’attenzione ristretta nell’ambito degli addetti ai lavori.

Il fronte opposto, quello che sostiene la candidatura dell’avv. Russo, non ha ritenuto infatti di replicare e non ha diffuso alcuna analoga valutazione.

Purtuttavia alcune osservazioni di metodo e di merito possono essere avanzate.

Prima fra tutte quella riguardante la difficoltà che si incontra a sviluppare un lavoro di sondaggio di questo tipo in una situazione molto ben definita come quella di una piccola città come Savona.

Una città abitata mediamente da anziani molto ben insediati sul territorio, con una mobilità sociale limitata e con nuovi insediamenti rappresentati principalmente da immigrati extracomunitari, una buona parte dei quali che non potrà partecipare al voto.

Il primo dato da considerare, in questo senso, riguarda il costante calo della partecipazione alle urne: Savona un tempo era città dalla conformazione molto consolidata nelle opinioni politiche derivanti direttamente dalle diverse identità sociali e dalla forte presenza alle urne, per un lungo periodo ben al di sopra del 90%.

Nell’epoca in cui non esistevano i sondaggi, per capire l’andamento elettorale bastavano i primi dati delle sezioni 31 e 32 (adesso riunificate nella sezione 17) poste ai margini tra il Centro Città e il quartiere operaio di Villapiana: l’esatto mix di composizione sociale che consentiva una misurazione precisa del riflesso del voto su tutta la città (sul piano nazionale identica funzione ricopriva l’esito del voto nella città di Lavagna, sempre in linea con le tendenze nazionali per via della posizione di frontiera tra zona industriale e zona turistica).

Intendo così sostenere che non è facile individuare il target esatto da sottoporre alle domande utili per comprendere l’orientamento politico degli eventuali interessati e che certi schemi “classici” (un tanto di questo e un tanto di quell’altro) in una situazione di questo tipo possono risultare fuorvianti.

Così come ha sicuramente aumentato il margine di errore l’essersi limitati a una operazione di “riconoscimento” per 2 soli candidati – sindaci (con un terzo “altro”) lasciando fuori le diverse candidature che pure sono già sul campo e che pure presentano una loro specificità di identificazione.

Fermo restando il principio della necessità della presenza nel sondaggio di tutti i candidati meglio sarebbe stato usare un metodo “ordinale” chiedendo agli interpellati di elencare i candidati stessi in ordine decrescente di possibilità di voto con un sistema di “voto per punteggio”.

Così come, nel caso dei due sondaggi resi pubblici, rimane da rilevare l’assoluta non corrispondenza tra le liste e i candidati: in entrambi i casi le liste prese in esame non saranno quelle che effettivamente saranno sottoposte al voto, ed è questo un altro elemento di distorsione nel risultato finale dell’indagine.

Tra l’altro c’è da notare come i due schieramenti principali presentino caratteristiche ben diverse dal punto di vista delle liste di sostegno: mentre il centro – destra presenta liste dichiaratamente di partito ciascuna con il proprio simbolo ( o “biciclette” come nel caso del connubio Forza Italia – UDC); il centro – sinistra ha raggruppato, oltre alla lista del “Patto” definita con un impianto sicuramente da considerarsi “civico”, le diverse impostazioni politiche presenti nel suo ambito in due liste raggiungendo così complessivamente un risultato (schematizzando si potrebbe dire “al centro” e “a sinistra”) unitario sicuramente non prevedibile qualche mese fa.

Da registrare anche la defezione dal centro destra di Liguria Popolare che presenterà un proprio candidato, oltre al mancato accordo tra M5S e centro sinistra.

In questo momento, in attesa della definizione conclusiva delle candidature e degli schieramenti, può apparire maggiormente proficuo lavorare sui flussi in entrata e in uscita tra i vari schieramenti secondo gli esiti delle elezioni passate (un lavoro che consente di mettere in rilievo come elemento da valutare la crescita esponenziale nel tasso di volatilità elettorale: fenomeno avvenuto di elezione in elezione anche nell’elettorato savonese)

Da questo punto di vista è emersa senz’altro la difficoltà nel valutare le liste civiche di volta in volta presenti nelle consultazioni amministrative e regionali (da tener conto,ad esempio, che nelle comunali 2016 erano presenti, in autonomia o nella coalizione di centro sinistra liste adesso confluite nelle due formazioni unitarie di Riformiamo e Sinistra per Savona) ma un risultato di una certa qual approssimazione è possibile ottenerlo seguendo ad esempio il metodo interpretativo Corbetta – Schadee.

Così esaminando le tornate elettorali dal 2016 in poi e tenuto conto dell’impossibilità di valutare oggettivamente il peso della candidature a Sindaco, la somma delle liste di sostegno vede una leggera prevalenza del centro – sinistra al 44,16% con il PD primo partito al 22,08% , il centro destra al 41,95% con la Lega al 17,35%. Fuori dai due schieramenti il punto di partenza (perché si tratta di punti di partenza che possono naturalmente modificarsi in eccesso o in ribasso) il M5S è ancora valutato all’11,04%, probabilmente al di sopra delle attuali potenzialità del movimento.

La partecipazione al voto si aggirerebbe attorno al 62%.

Si tratta appunto di posizioni di partenza che rimangono tutte da scoprire nel corso del mese e mezzo che ci separa dal voto.

Quanto ai sondaggi sarebbe bene svilupparli al momento della certezza del quadro di candidature a Sindaco e liste magari non fidandosi troppo delle dichiarazioni riguardanti la popolarità dei singoli.

mercoledì 18 agosto 2021

SAVONA 2021: LA PRESENTAZIONE DI UN SIMBOLO

 

SAVONA 2021: LA PRESENTAZIONE DI UN SIMBOLO di Franco Astengo

Nel luogo che la Città ha dedicato alla memoria di Sandro Pertini ieri è stato presentato il simbolo sotto la cui insegna la Sinistra correrà unita (con altri soggetti) alle prossime elezioni comunali del 3 e 4 ottobre.

Possiamo provare allora ad analizzare il senso della formazione di questa lista dedicandovi alcuni spunti di riflessione misurati anche oltre il significato che questa iniziativa unitaria può aver assunto in sede locale.

Non è stato facile il percorso compiuto dalla sinistra savonese per arrivare a concretizzare questa presentazione elettorale. Sono stati affrontati infatti alcuni elementi che nel passato erano stati all’origine di separazioni poste non soltanto sul piano delle dinamiche elettorali.

Savona è stata una delle situazioni nelle quali ha maggiormente pesato la separazione causata dallo scioglimento del PCI: da un lato, infatti, in quel momento storico, si stava verificando un mutamento di fondo nella struttura economica e nella composizione sociale della Città con il passaggio dalla vocazione industriale che aveva caratterizzato il ‘900 ad una transizione indefinita che è stata poi affrontata dalla borghesia savonese in termini meramente speculativi ponendo così i presupposti per l’avvio di una lunga fase di declino oggi arrivata ad un punto di complicata caduta grazie all’attuale molto negativa amministrazione portata avanti dal centro destra; in secondo luogo, le divisioni a sinistra (assunte del tutto strumentalmente dai diversi soggetti politici) hanno causato fenomeni di allontanamento dall’impegno coinvolgendo ampi settori sociali specialmente nei quartieri, laddove maggiore era stata nel corso degli anni la forza dell’aggregazione e della raccolta del consenso da parte della sinistra.

All’interno di questo quadro, per rimanere esclusivamente nell’ambito dell’analisi locale, la sinistra si è periodicamente divisa attorno al nodo del governo della Città.

La sostanza della capacità amministrativa che il PCI aveva esercitato nella prima fase del dopoguerra si era sviluppata attorno ad alcune idee e intuizioni di fondo di effettivo rilievo strategico (si pensi al PRIS) misurandosi, pur con contraddizioni e difficoltà, con una visione che comunque aveva mantenuto la centralità dell’interesse generale.

Successivamente, a partire dalla seconda metà degli anni’90 (esaurita una prima esperienza di centro – destra) la sinistra post-comunista tornata alla guida dell’amministrazione cambiò completamente impostazione cedendo ad una imposizione di tipo corporativo quasi familistico portata avanti da soggetti privati, associativi, istituzionali.

Una impostazione che ha preteso fossero curati interessi particolari posti specificatamente nel campo della speculazione edilizia attuata attraverso un meccanismo di scambio con l’uscita di scena dell’industria dalla cinta urbana e con la trasformazione della sede storica del porto commerciale in una sede di presunto transito turistico inventando per Savona una vocazione che non le era mai appartenuta.

Su questo punto si sono registrati a sinistra fenomeni politici di rilievo: di coinvolgimento , rottura, isolamento provocando l’esito complessivo di una sostanziale perdita di significato politico e di funzione amministrativa.

Oggi è chiaro l’intento di superare in avanti questo stato di cose e di puntare decisamente a un recupero di centralità della sinistra nella funzione di governo dell’amministrazione di Savona.

Così si è arrivati ad una ben motivata presentazione unitaria : l’attenta analisi delle ragioni del declino, l’elaborazione di una adeguata visione progettuale non semplicemente riferita alla prossima scadenza elettorale ,l’aggregazione di personalità di rilevante profilo sul piano culturale,la positiva constatazione dell’emergere di una capacità di interpretazione della fase portata avanti da soggetti ben radicati nella società savonese e sfociata in una candidatura a Sindaco capace di segnare una differenza con il passato offrendo un alternativa, hanno rappresentato i fattori sui quali si è costruita un’alleanza di “campo largo” ben orientata nella prospettiva di una omogenea funzione di governo.

Inoltre, ed è questo un elemento che potrebbe far rappresentare il “caso savonese” quasi come paradigmatico di una prospettiva politica generale, non si è inseguita “l’antipolitica dell’opportunismo” rappresentata dal M5S ma si è riusciti a collegare la sinistra con la rappresentanza di un ambientalismo ben capace di rappresentare i punti più avanzati nell’estensione della modernità delle contraddizioni, ben oltre i confini della tradizionale appartenenza.

In sostanza nella logica della presentazione unitaria della sinistra e degli ambientalisti compaiono elementi di grande interesse per uno sviluppo non banale di una campagna elettorale da fondare sull’analisi della contraddizioni reali e non semplicisticamente misurata sulla propaganda di modelli proposti dall’ingerenza esterna.

Al di là del futuribile esito si può già affermare che da Savona è partito un messaggio di novità e di impegno per la ricostruzione della sinistra.

martedì 17 agosto 2021

INTERROGATIVI GEOPOLITICI

 

INTERROGATIVI GEOPOLITICI

L’oscillare del pendolo della tragedia afgana (talebani – invasori – talebani) costringe a una ulteriore riflessione sul quadro internazionale che provo a racchiudere in due interrogativi:

1) Gli USA chiudono in questo modo la fase post – Torri Gemelle interpretata come “gendarmi del mondo” dimostrando di essersi sempre mossi da semplici invasori (pensiamo al Libano, a Grenada a tante altre occasioni) senza mai riuscire a costruire nei paesi di volta in volta occupati una classe dirigente e semplicemente appoggiandosi e foraggiando (in Afghanistan come in Libia) corrotti “signori della guerra” sempre pronti a voltar gabbana nel momento del pericolo. Su questo punto i governi occidentali (e buona parte delle sinistre) hanno sempre seguito senza interrogarsi quasi come se la fase degli USA “poliziotto vendicatore” rappresentasse un semplice seguito della guerra fredda. Eppure, a suo tempo, ci si è sperticati nel definire la globalizzazione come la fine della “geopolitica”, riempendosi la bocca del “nulla sarà mai come prima”;

2) Gli USA proseguiranno nel tentativo di ricostruire una sorta di “neoatlantismo” ( in Italia così tante volte auspicato da giornali e riviste del gruppo GEDI, quelli che preparano la linea del PD) opposto a un nuovo “asse del male” Cina /Russia operante nell’ambito di una sorta di rinnovata guerra fredda? Uno schema che incontra difficoltà oggettive nella nuova mappa di ricerca delle risorse fondamentali per attuare il modello di sviluppo che serve alle grandi transizioni energetiche e tecnologiche (pensiamo ai percorsi dei gasdotti e alla ricerca delle “terre rare” che vede la Cina in grande vantaggio). Questo stato di cose richiama alla sinistra la necessità di dotarsi di una politica estera (materia latitante da molti anni) recuperando , nel proprio bagaglio teorico, la “questione europea”.

Penso sarebbe bene aprire un dibattito sia pur nel ristretto dei nostri ambiti politico – culturali perché sarà proprio questo tema (dell' assenza politica estera e non certo delle mie banali osservazioni) che si fonderà una proposta di possibile recupero di identità e di presenza della sinistra italiana.

Tenuto conto ancora che l'attuale governo sembra essere quello più propenso a tenere la politica all'interno di una visione egemonica dell'economia e delle convenienze che ne derivano.

Grazie per l’attenzione

Franco Astengo

domenica 15 agosto 2021

SAVONA 2021: LA CITTA' ANTIFASCISTA

 

SAVONA 2021: LA CITTÀ' ANTIFASCISTA di Franco Astengo

Savona è una città Antifascista: in qualsiasi momento della nostra storia questo paradigma deve essere ricordato e coltivato con cura.

L'Antifascismo deve continuare a rappresentare un valore espresso nella realtà politica, culturale, sociale del nostro Paese.

L'Antifascismo rappresenta e rappresenterà il pilastro fondativo del nostro dettato costituzionale.

L'Antifascismo è punto di identità per Savona nella storia della sua classe operaia protagonista del '900 vissuto nell'idea del riscatto sociale, dell'uguaglianza, della solidarietà

Questi insuperabili principi vanno ribaditi con grandissima forza proprio in questo momento storico nel quale si moltiplicano goffi tentativi di ritorno al passato che non possono nemmeno essere catalogati come revisionismo.

I valori della Città Antifascista, della Savona medaglia d'oro della Resistenza, debbono essere esaltati, per di più, nella campagna elettorale che si sta aprendo nella nostra Città in vista dell'elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale.

In questi anni di gestione da parte del centro - destra sono stati troppi e intollerabili gli atti che hanno dimostrato non solo e non tanto incultura storica e politica ma una vera e propria propensione verso il riferirsi a determinati aspetti (come nel caso delle "camicie nere" ricordate in una lapide dedicata ai combattenti) oppure rivolti ad artatamente nascondere la verità come nel caso del ricordo di Sandro Pertini pronunciato nell' occasione dell'inaugurazione della stele a lui dedicata.

Inoltre non va dimenticata la presenza di figure istituzionali a celebrazioni come quella del presunto eccidio del Monte Manfrei, oppure delle visite al cimitero della "San Marco" ad Altare o del ricordo nostalgico del firmatario di bandi per la condanna a morte dei partigiani : presenze dalle quali l'amministrazione comunale di Savona non ha mai saputo o voluto prendere le distanze.

La Savona del 25 aprile e del 2 giugno non può tollerare questi gesti.

La memoria storica di una Città come la nostra non può essere oggetto di forzature.

La Città ha bisogno di esprimere l'antifascismo e una costante tensione politica e culturale verso la democrazia.

Perché la Città resta il luogo in cui si elaborano ( e si irradiano) le idee, i costumi, i nuovi bisogni: tanto più che stiamo vivendo un’epoca nella quale l’emergenza sanitaria ha stravolto canoni consueti, abitudini, stili di vita consolidati nella realtà delle relazioni umane.

La Città deve però rimanere il prodotto più sofisticato dell’attività umana, un insieme di storia e di divenire: una luogo di relazioni e di integrazione e soprattutto un luogo di contraddizioni e di conflitti.

Anche qui a Savona, nella lontana periferia dell’Impero, non possiamo dirci estranei ai fenomeni più profondi e radicali della modernità.

La nostra storia però non ci permette di fermarci alla crisi e alla trasformazione del modello culturale “classico” nel senso dell’anonimato, della non appartenenza, della solitudine, di una frustrazione che diventa senso comune di invivibilità e estraneità.

Appare allora fondamentale rievocare fatti e persone che vissero e operarono in una Città nella quale si accompagnarono, nelle difficoltà di un secolo e nelle temperie di un drammatico dopoguerra, sviluppo, emancipazione, urbanità.

Una rievocazione di fatti e persone che deve rigorosamente rispettare la verità storica: l'evento più importante del '900 a Savona è stato senza dubbio alcuno il sacrificio degli operai in sciopero contro la guerra il 1° marzo 1944 poi deportati a Mauthausen dagli invasori nazisti e dai loro collaboratori fascisti.









venerdì 13 agosto 2021

UN VUOTO DI ELABORAZIONE POLITICA (DI ANTICA DATA)

 

UN VUOTO DI ELABORAZIONE POLITICA ( DI ANTICA DATA) di Franco Astengo


Mentre provo a continuare lo sviluppo di un’analisi sulle ragioni della pressoché totale scomparsa della sinistra in Italia e sulle difficoltà che si frappongono ad una sia pur minima ricostituzione di soggettività i miei ricordi fanno maturare alcune convinzioni sulle principali ragioni "storiche" da cui derivano almeno parte delle nostre difficoltà passate e attuali:

1) Ad Arco 1990, nel mancato ascolto della relazione di Magri da parte del gruppo dirigente lì riunito e con gli opposti (e sbagliati) interventi di Cossutta (mai appartenuto alla sinistra comunista) e Ingrao ha chiuso i battenti la sinistra comunista, quella che aveva cercato di portare avanti un’ autonomia teorica dal modello sovietico, il primato della politica sull’economia senza alcuna visione meccanicistica in questo senso, l’assunzione della concezione gramsciana del rapporto tra struttura e sovrastruttura;

2) La critica di Panzieri, caduta per insufficienza di capacità di rappresentanza politica e avanzata, a suo tempo, contestualmente allinea portata avanti dalla sinistra comunista tra il convegno del Gramsci sul capitalismo italiano (1962) e la radiazione del Manifesto (1969) passando attraverso l’XI congresso del PCI.

Attraverso l’elaborazione sviluppata sui Quaderni Rossi emersero nel dibattito i concetti di sussunzione formale e di sottomissione reale del lavoro al capitale per indagare i processi di trasformazione economico – sociale e per analizzare l’organizzazione taylorista e fordista del lavoro.

Su queste basi furono elaborati i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”.

Secondo Panzieri non esisteva così alcune tendenza immanente al superamento della divisione del lavoro, così come non esisteva alcun limite allo sviluppo del capitale.

L’unica costante nel modo di produzione capitalistico era rappresentato dalla crescita (tendenziale) del potere del capitale sulla forza lavoro e l’unico limite al capitale era rappresentato dalla resistenza della classe operaia.

Il rapporto tra ricchezza e potere si stava trasformando in una concezione del potere inteso ad asservire la ricchezza, in una funzione del denaro utilizzato come mezzo per conseguire il dominio politico.

Una analisi che oggi può essere ben considerata come profetica e di fortissima attualità ma che all’epoca dei fatti risultò minoritaria non collegandosi con la critica all'analisi conservativa espressa in quel momento da Amendola e contrastata dalle analisi espresse da Trentin e Magri nel corso del già citato convegno organizzato dal Gramsci.

3) Altro elemento considerato minoritario al momento dei fatti: lo scioglimento del Pdup nella versione post-unificazione con la sinistra PSIUP (e rottura con il Manifesto): diciamo dal seminario di Bellaria (settembre 1977) fino alla confluenza nel PCI (dicembre 1984). Dallo scioglimento del Pdup derivò l’ingresso del PCI da parte di un certo numero di quadri. Si realizzò sicuramente un risultato di presenza ed elaborazione politica che ebbe poi un peso soprattutto nella fase di confronto interno seguito alla proposta di scioglimento del Partito avanzata da Occhetto alla Bolognina (ma anche in precedenza se ci riferiamo alle vicende legate al XVII congresso, agli emendamenti sulla politica estera, al contributo alla crescita della sensibilità ambientale e anti – nucleare dentro al PCI, alla capacità di comprensione e alle proposte di innovazione nel campo, in quella fase in tumultuosa elaborazione, dell’innovazione tecnologica nella comunicazione di massa).

Complessivamente però la soluzione politicista del ritorno nel PCI da parte del Pdup creò un vuoto di elaborazione: si modificarono i rapporti con parte della Sinistra Indipendente e con i soggetti rappresentativi allora emergenti nell’ambientalismo e nel movimento per la pace, si interruppe la pubblicazione di una rivista come “Pace e Guerra” sulle cui pagine si stava portando avanti un’elaborazione di modernità di grande importanza in una sinistra italiana in quel momento stretta tra il declino incipiente del PCI e il rampantismo craxiano.

Soprattutto all’interno del Pdup, pur nella ristrettezza dei “numeri militanti”, si riusciva a produrre sintesi sull’emergere di relazioni inedite tra le diverse fratture sociali (ho già citato i temi più importanti: ricordo ancora gli elementi di riflessione sul modificarsi dei termini dell’agire politico sia sul piano della forma – partito e del ruolo delle istituzioni; l’impatto femminista; l’insieme del discorso sui diritti sociali e civili, la presenza nel sindacato e nelle associazioni di massa).

Più tardi alcuni temi di grande spessore assolutamente decisivi che avrebbero segnato un’intera stagione non furono affrontati con quella ricerca di sintesi e di produzione di proposta politica come sarebbe stata necessario e che un partito di quadri abituato all'analisi avrebbe potuto produrre : penso al dibattito sul ruolo dei movimenti al momento dell’irruzione in scena dei no-global e alla scelta sulla non violenza, soltanto per fare degli esempi. Scelte che causarono un passaggio decisivo all'interno di un soggetto politico in quel momento fondamentale per la sinistra italiana: sul piano teorico il transito fu da un'idea del collettivo sociale all'individualismo di massa.

Avrebbe potuto ancora essere utile la presenza di un soggetto politico organizzato (anche dismettendo un poco la forma – partito classica e affidando la funzione istituzionale a una espressione di "autonomia del politico" da sinistra) capace di aver impostato da tempo una riflessione sulla modernità e la complessità delle fratture affiancate e intrecciate a quella “principale".

Dei “se” e dei “ma” però sono piene le fosse e queste considerazioni adesso sono utili soltanto per qualche abbozzo di ricostruzione più o meno storica.


giovedì 12 agosto 2021

IL ROSSO NON E' IL NERO: SAVONA 2021, NECESSARIO ESPRIMERE L'EGEMONIA NEI CONTENUTI E IL CIVISMO PROGRESSISTA

 

IL ROSSO NON E’ IL NERO: SAVONA 2021, NECESSARIO ESPRIMERE L’EGEMONIA NEI CONTENUTI E IL CIVISMO PROGRESSISTA di Franco Astengo


Alla vigilia della presentazione delle liste dei candidati che si impegneranno nelle elezioni comunali di Savona previste per il prossimo 3 ottobre appare necessario reclamare l’avvio di un dibattito elettorale fondato sulla contesa nell’egemonia nei contenuti progettuali e non sull’idea di una semplice prevalenza numerica costruita magari su illusorie mistificazioni propagandistiche oppure sull’espressione di propensioni personalistiche, slegate da qualsiasi visione destinata al futuro della Città.

La tensione verso questo discorso “dell’egemonia nei contenuti” ha rappresentato il punto di riferimento nell’elaborazione e nella capacità di confronto pubblico portato avanti dal gruppo “Il Rosso non è il Nero” fin dagli esordi rispetto alla prospettiva elettorale savonese.

Una “tensione progettuale” concretizzatasi poi in diverse occasioni di dibattito a partire da quella svolta il 30 luglio 2020 presso la Società Generale; nell’elaborazione del documento “Savona 2021: Visione e Progetto” e ancora in diversi appuntamenti pubblici tra i quali è il caso di ricordare quello svolto il 14 maggio 2021.

Appuntamenti di dibattito pubblico nel corso dei quali si è dimostrato come sui contenuti del nostro documento si fossero appuntate positive attenzioni da parte di diversi settori economici, sociali, culturali presenti in Città.

Quei soggetti economici, sociali, culturali che hanno poi fornito rilevanti contributi di merito nell’intento di approfondire e accrescere il nostro livello di analisi e di proposta.

Sulla base di questa elaborazione e di queste espressioni di presenza pubblica sono state compiute dal nostro gruppo due scelte fondamentali:

1)l’appoggio alla candidatura a Sindaco avanzata dal “Patto per Savona” al riguardo di Marco Russo (candidatura avvalorata dalla presentazione di una convincente “Agenda programmatica”);

2) l’impegno per la costruzione di una lista unitaria della sinistra e degli ambientalisti che, alla fine, sta venendo alla luce in una espressione di candidature rilevanti per presenza politica e culturale concretizzata grazie all’impegno di diversi soggetti.

In questo delicato momento appare indispensabile operare perché l’identità della coalizione e quella della lista unitaria non scivolino via all’interno di una dimensione limitata allo scambio politico e alla propaganda: adesso più che mai è necessaria quella “egemonia nei contenuti” e quell’espressione di “civismo progressista” cui ci siamo costantemente richiamati nel corso del nostro lavoro.

Nel senso appena indicato può allora valere la pena riprendere alcuni testi che hanno segnato il cammino del gruppo “Il Rosso non è il Nero” nella ricerca di quelle soluzioni e di quelle scelte sulle quali ci siamo già soffermati.

Di seguito alcuni di questi passaggi con le scuse doverose per ripetizioni e lungaggini.


SAVONA 2021: APERTURA DI UN CICLO (pubblicato il 25 giugno 2020)

Il “ciclo del cemento” si era aperto, a Savona, nella prima metà degli anni’90 con la dismissione definitiva del PRIS (giudicato strumento “troppo rigido”) e il mutamento di destinazione d’uso delle aree ILVA (la cui vocazione industriale fu difesa ancora con le amministrazioni Marengo, Magliotto e Tortarolo) e poi bandiera ammainata al tempo della privatizzazione dell’OMSAV e relativo “fallimento perfetto” (copyright Bruno Lugaro). Un ciclo quello del cemento durato circa vent’anni, escludendo dal computo l’attuale amministrazione che, ricordando Fortebraccio, non può essere fatta oggetto di alcuna definizione in nessun modo: scese la giunta da una macchina, non c’era nessuno. Un’amministrazione quella attuale che non ha dimostrato di possedere alcuna vocazione rilevandosi come null’altro che una sbiadita parentesi di (auguriamocelo) transizione. Un ciclo quello del cemento che ha lasciato una città imbruttita e priva di identità. Una Città facile preda di un uso ad interessi privati di importanti edifici che avrebbero dovuto servire alla collettività come l’ antico Ospedale.
Una Città corpo separato dal porto storico fu cuore pulsante e oggi ridotto a stazione di transito.
Una Città isolata dal suo retroterra nel frattempo trasformatosi in deserto ex-industriale, con enormi problemi di accesso per via di insuperate difficoltà infrastrutturali di cui la vicenda del disastro “Aurelia – Bis” può essere assunta come emblema.
Una Città che assiste alla spoliazione del suo Ospedale sottoposto al bombardamento di una gestione regionale tutta tesa a privatizzare la domanda di salute dei cittadini.
Una Città che ospita grandi contenitori storici inutilizzati da decenni e ha bisogno di rivisitarne l’utilizzo di altri.
Una Città che presenta ancora buchi evidenti nella struttura urbanistica, in assenza di una visione capace di delineare una “ricucitura” complessiva adeguata a tempi che richiederanno sempre più elevati standard di qualità abitativa.
Una Città le cui periferie si presentano sempre più come corpi separati e, proposito di isolamento, con il Campus universitario ancora alla ricerca di una sua possibilità di integrazione con il tessuto cittadino.
Tanti altri sarebbero gli argomenti da portare all’attenzione di tutti mentre si avvicina la scadenza elettorale del 2021: sono pochi mesi davanti a noi e sarà necessario pensarci per tempo.
Sviluppo allora un tentativo di riassumere alcune idee possibili da mettere a disposizione di quanti avessero intenzione di provare a risollevare le sorti di Savona.
Sicuramente il quadro generale non ci conforta, ben oltre il possibile esito della contesa per le imminenti elezioni regionali emergono anche problemi di quadro politico che non possono essere ignorati.
Prima ancora però di affrontare direttamente la questione della necessità di costruzione di una alleanza sociale e politica ci sarebbe da rispondere a due interrogativi che si potrebbero definire di fondo:

1) Come potrà essere possibile invertire la tendenza ad un inarrestabile declino nella drammatica situazione che, sul piano economico e sociale, si determinerà nell’autunno con il post emergenza sanitaria?

2) Come potrà accedere, presentando progetti adeguati, al flusso di denaro che si concentrerà sui temi stringenti della ricostruzione, una Città priva di banca a vocazione territoriale, senza sede dell’Autorità di sistema portuale, con la Camera di Commercio in una dimensione di “scavalco” tra tre province una delle quali nemmeno collegata territorialmente, con la Provincia ridotta ai minimi termini nel ruolo e nelle funzioni?

Le risposte non potranno essere perentorie ma soltanto indicative: la complessità delle questioni richiede uno sforzo di elaborazione che presenti come presupposto la messa a regime di lavoro le nostre migliori intelligenze. Intelligenze che vanno sensibilizzate, promosse, stimolate perché assieme si riesca a costruire una visione di futuro. L’obiettivo non potrà che essere quello dell’apertura di un nuovo ciclo, inverso a quello che fu definito del “cemento”. Non serve neppure invocare (come fu fatto in passato) una “discontinuità”. Si rende necessaria l’apertura di un libro con le pagine ancora tutte da scrivere. Non è il caso in questo momento di proporsi la stesura di un progetto compiuto, articolato nelle sue scansioni programmatiche. Basterà per ora fornire tre indicazioni di massima:

1) Appunto quella dell’apertura di un “ciclo”. E’ necessario che l’amministrazione pubblica esca dalla logica dello “scambio immediato” che ha caratterizzato negativamente questa fase politica sul piano generale. Occorre recuperare il concetto di “pensiero lungo” anche rischiando qualche limite di eccesso di anticipazione;

2) In secondo luogo la ripresa di una dimensione di comprensorialità nell’azione politica e amministrativa. In questo senso il riferimento deve collocarsi ben oltre a quello riguardante il vecchio PRIS. Un esempio concreto: il tema delle infrastrutture, stradali e ferroviarie, non potrà che riguardare il rapporto tra la Città e il Porto, compresa naturalmente la Piattaforma di Vado e non potrà non rapportarsi alla difficile possibilità di reindustrializzazione di determinate aree in Val Bormida;

3) Il terzo punto è riferito al tema del decentramento. Sono necessario strutture di decentramento sia a vocazione di aggregazione sociale sia rispetto a un recupero di dimensione amministrativa nella quale trovi spazio l’idea ,insieme, di articolazione e di unitarietà del territorio dentro a un progetto di recupero delle sue più importanti vocazioni economiche e culturali.

Detto questo, il tutto sicuramente prevede un futuro irto di difficoltà.


SAVONA 2021: APRIRE SUBITO IL CANTIERE DI UNA SINISTRA "DI UNITA' E PROGETTO" (pubblicato il 4 dicembre 2020)

Il Comune di Savona necessita di un radicale cambio di rotta sia al riguardo dell’attuale amministrazione di centro destra sia rispetto a retaggi passati che è necessario superare innovando fortemente la qualità dell’azione politica e amministrativa.

La proposta del “Patto per Savona” avanzata dal Laboratorio di idee portato avanti nel corso di questi anni per impulso, fra gli altri, di Marco Russo può rappresentare il punto di riferimento per questa necessaria aggregazione di progetto e di diverse (ma convergenti) sensibilità politiche.

Questa situazione potrà evolversi favorevolmente, anche sul piano elettorale, a condizione che si sviluppi un impegno comune tra una pluralità di soggetti.

I soggetti che aspirano ad essere parte di questa alleanza debbono definire da subito, con grande impegno e attenzione, sia le coordinate progettuali sia i diversi riferimenti politici .

Appare evidente la necessità di allargare al massimo il campo di iniziativa che non potrà essere limitato alle sole forze politiche: servirà un forte impatto della “savonesità”, della presenza cioè delle forze più vive e impegnate culturalmente presenti nella nostra Città.

Si tratta, infatti, di fronteggiare una non facile fase di declino, accentuata da una situazione generale molto complessa segnata, in primis, dall’emergenza sanitaria.

La sinistra, quella dei soggetti politici e quella presente in attività culturali e di impegno sociale, deve attrezzarsi da subito per essere presente nella contesa che si sta preparando.

Il gruppo “Il rosso non è il nero” aveva predisposto, nelle settimane passate, un documento sintetizzato nel titolo “Unità e Progetto” contenente alcune forti indicazioni programmatiche sulle quali si è realizzata una importante adesione da parte di personalità di rilievo nella vita cittadina e nella sua storia più recente.

Si tratta di rovesciare l’idea di una “città di transito” (imperniata sulle crociere) a una “città di nuovi residenti”, nuovi residenti in questo caso provvisti di un elevato standard culturale e di richiesta complessiva nelle condizioni di qualità della vita.

Come può la sinistra attrezzarsi per essere soggetto trainante di una progettualità di questo livello e componente essenziale di quella alleanza vasta cui si accennava all'inizio e che dovrebbe trovare nel "Patto per Savona" il suo collante politico, programmatico, elettorale ?

E' evidente che non è sufficiente la semplice alleanza tra i soggetti politici strutturati esistenti: occorre costruire un vero e proprio movimento, del quale i partiti siano parte integrante, ma all'interno del quale si tratterà di trovare in diverse forme di aggregazione e anche nelle singole personalità disponibili la capacità e la forza per una ambiziosa presentazione elettorale.

Una sinistra di "unità e progetto" deve essere conscia del proprio compito di oltrepassare l'idea elettoralistica del semplice conseguimento di una rappresentanza.

Una sinistra di "unità e progetto" è chiamata quindi a svolgere una funzione cruciale e un'assunzione di piena e diretta responsabilità nell'apertura per Savona di un nuovo ciclo di sviluppo in una visione alternativa rispetto al passato.

SAVONA 2021: IL TERRENO DELLA CONTESA (pubblicato il 25/7/2021)


Le prime schermaglie della futuribile campagna elettorale savonese fanno presagire un livello abbastanza particolare di scontro fra le diverse candidature e le forze politiche: lo schieramento di centro destra, infatti, sta svolgendo un tentativo di spostamento del “terreno della contesa”.

Un’intenzione che merita un minimo di approfondimento.

La coalizione che teoricamente sarebbe chiamata a presentare il bilancio dell’amministrazione uscente sta cercando, infatti, di sottrarsi a questo compito e di misurare le proprie “chances” su di un’altra dimensione.

E’ questa la prima anomalia che si incontra. Lo si potrebbe giudicare un maldestro tentativo di sfuggire ad una valutazione complessiva sul concreto svolto dall’amministrazione uscente, cercando di definire altrove – appunto - “il terreno della contesa” della nuova consultazione elettorale.

Il secondo fatto anomalo che si riscontra, sempre seguendo la traccia delle intenzioni (almeno fin qui apparentemente espresse) della costruenda coalizione di centro – destra, sarà rappresentato dalla possibile/probabile presentazione di una lista compresa nel perimetro del sostegno a chi sarà il candidato – Sindaco, intestata direttamente al presidente della Regione Liguria: una lista “Toti per Savona”.

L’intendimento degli esponenti del centro – destra savonese sembrerebbe chiaro: a) evitare il giudizio sull’amministrazione uscente; b) costruire la campagna elettorale su due livelli, una campagna elettorale di Serie B e un’altra di Serie A. In quella di serie B il candidato – sindaco che sarà scelto batterà la grancassa del populismo spicciolo (pulizia, rifiuti, immigrati da esorcizzare, mercato del lunedì, ecc,ecc) andando avanti con promesse a buon prezzo. Nella campagna elettorale di Serie A (finanziamenti europei, portualità, sviluppo, rapporti istituzionali, sanità, infrastrtture) ai savonesi sarà detto: votate in modo omologo all’amministrazione regionale e lì ci sarà chi si procurerà di elargirvi qualche briciola scappata dal piatto.

Così potrebbe essere riassunta la campagna elettorale del centro destra savonese: fidatevi di un bel protettorato e occupatevi delle vostre minuzie che alle grandi questioni ci penseranno da Reggia De Ferrari.

E’ naturale che non si può rispondere a questo tipo di impostazione in maniera semplicistica rivendicando una sorta di campanilistico “derby”. Savona versus Genova.

Sarà il caso per quanti riterranno necessario contrastare questa pericolosa operazione di subalternità e di vera propria sudditanza extramoenia muoversi sul terreno del progetto per far sì che siano posti in maggiore evidenza alcuni elementi che già abbiamo esposto in diverse sedi ma che è il caso di rilanciare con forza:

a) quello della Città capoluogo. Dizione dal duplice significato: costruire una massa critica nei rapporti con Regione e Governo; fattore di unificazione a livello provinciale. Il destino di Savona non potrà che costruirsi fuori di Savona (smentendo Taviani che soleva sostenere che Savona ha sempre sbagliato la politica estera);

b) quello della comprensorialità ( intuizione che molti stanno cavalcando senza dimostrare di averne compreso appieno il significato). Una indicazione concreta in questo senso potrebbe essere rappresentata dalla stipula di una Alleanza Territoriale (sostitutiva della fallimentare Area di Crisi Complessa, all'interno della quale tra l’altro Savona risulta incredibilmente assente) provvista di sede istituzionale stabile (es. assessorati omologhi nei comuni partecipanti all'Alleanza) cui affidare almeno sei missioni d’intervento: infrastrutture (portuali, ferroviarie, stradali: le infrastrutture rimangono essenziali nel discorso della crescita delle possibilità di lavoro) il piano regolatore delle connessioni (affrontando a livello sovracomunale la spinosa questione del digital divide); Sanità, con il ribaltamento territoriale in stretta connessione con il sociale (recuperando una strategia socio-sanitaria) e la difesa e implementazione della realtà dei presidi esistenti; Energia: chiusa la partita del gas rimane comunque la necessità di far sì che il nostro comprensorio si ponga all’avanguardia in questo campo, ad esempio, nella produzione dell’idrogeno verde; Difesa ambientale (con la gestione delle importanti aree verdi presenti sul territorio); la questione di una presenza culturale diffusa esaltando il legame tra il campus di Legino e il territorio e la valorizzazione delle forte presenza associativa.

c) quello del federalismo municipale. Il rilancio dei quartieri non potrà avvenire (anche qui sarà necessario comunque un discorso sovracomunale) se non individuando la stabilità di una struttura istituzionale – amministrativa – tecnica e alcune missioni di fondo: rovesciamento territoriale in campo socio – sanitario (con forti elementi di gestione diretta sul territorio) e ricucitura degli “strappi urbanistici” come prime indicazioni;

d) Adeguamento della struttura interna al Comune con la ricostruzione di una struttura adeguata culturalmente e tecnicamente alle novità che avanzano a partire dalla costruzione di mansioni di giunta poste in una dimensione composta da un mix di deleghe e di progetti a termine. Flessibilità e capacità di lavoro collettivo, nell’ambito delle responsabilità assegnate al Sindaco dalla legislazione vigente, dovranno costituire le cifre per un discorso di ricostituzione per un effettivo livello di governo. Così come servirà anche un'attrezzatura organizzativa adeguata per promuovere la dimensione sovracomunale già più volte richiamata e le relazioni con gli Enti sovraordinati anche e soprattutto in funzione dell'acquisizione dei finanziamenti sui diversi piani,"in primis" quello europeo.