UN VUOTO DI ELABORAZIONE POLITICA ( DI ANTICA DATA) di Franco Astengo
Mentre provo a continuare lo sviluppo di un’analisi sulle ragioni della pressoché totale scomparsa della sinistra in Italia e sulle difficoltà che si frappongono ad una sia pur minima ricostituzione di soggettività i miei ricordi fanno maturare alcune convinzioni sulle principali ragioni "storiche" da cui derivano almeno parte delle nostre difficoltà passate e attuali:
1) Ad Arco 1990, nel mancato ascolto della relazione di Magri da parte del gruppo dirigente lì riunito e con gli opposti (e sbagliati) interventi di Cossutta (mai appartenuto alla sinistra comunista) e Ingrao ha chiuso i battenti la sinistra comunista, quella che aveva cercato di portare avanti un’ autonomia teorica dal modello sovietico, il primato della politica sull’economia senza alcuna visione meccanicistica in questo senso, l’assunzione della concezione gramsciana del rapporto tra struttura e sovrastruttura;
2) La critica di Panzieri, caduta per insufficienza di capacità di rappresentanza politica e avanzata, a suo tempo, contestualmente allinea portata avanti dalla sinistra comunista tra il convegno del Gramsci sul capitalismo italiano (1962) e la radiazione del Manifesto (1969) passando attraverso l’XI congresso del PCI.
Attraverso l’elaborazione sviluppata sui Quaderni Rossi emersero nel dibattito i concetti di sussunzione formale e di sottomissione reale del lavoro al capitale per indagare i processi di trasformazione economico – sociale e per analizzare l’organizzazione taylorista e fordista del lavoro.
Su queste basi furono elaborati i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”.
Secondo Panzieri non esisteva così alcune tendenza immanente al superamento della divisione del lavoro, così come non esisteva alcun limite allo sviluppo del capitale.
L’unica costante nel modo di produzione capitalistico era rappresentato dalla crescita (tendenziale) del potere del capitale sulla forza lavoro e l’unico limite al capitale era rappresentato dalla resistenza della classe operaia.
Il rapporto tra ricchezza e potere si stava trasformando in una concezione del potere inteso ad asservire la ricchezza, in una funzione del denaro utilizzato come mezzo per conseguire il dominio politico.
Una analisi che oggi può essere ben considerata come profetica e di fortissima attualità ma che all’epoca dei fatti risultò minoritaria non collegandosi con la critica all'analisi conservativa espressa in quel momento da Amendola e contrastata dalle analisi espresse da Trentin e Magri nel corso del già citato convegno organizzato dal Gramsci.
3) Altro elemento considerato minoritario al momento dei fatti: lo scioglimento del Pdup nella versione post-unificazione con la sinistra PSIUP (e rottura con il Manifesto): diciamo dal seminario di Bellaria (settembre 1977) fino alla confluenza nel PCI (dicembre 1984). Dallo scioglimento del Pdup derivò l’ingresso del PCI da parte di un certo numero di quadri. Si realizzò sicuramente un risultato di presenza ed elaborazione politica che ebbe poi un peso soprattutto nella fase di confronto interno seguito alla proposta di scioglimento del Partito avanzata da Occhetto alla Bolognina (ma anche in precedenza se ci riferiamo alle vicende legate al XVII congresso, agli emendamenti sulla politica estera, al contributo alla crescita della sensibilità ambientale e anti – nucleare dentro al PCI, alla capacità di comprensione e alle proposte di innovazione nel campo, in quella fase in tumultuosa elaborazione, dell’innovazione tecnologica nella comunicazione di massa).
Complessivamente però la soluzione politicista del ritorno nel PCI da parte del Pdup creò un vuoto di elaborazione: si modificarono i rapporti con parte della Sinistra Indipendente e con i soggetti rappresentativi allora emergenti nell’ambientalismo e nel movimento per la pace, si interruppe la pubblicazione di una rivista come “Pace e Guerra” sulle cui pagine si stava portando avanti un’elaborazione di modernità di grande importanza in una sinistra italiana in quel momento stretta tra il declino incipiente del PCI e il rampantismo craxiano.
Soprattutto all’interno del Pdup, pur nella ristrettezza dei “numeri militanti”, si riusciva a produrre sintesi sull’emergere di relazioni inedite tra le diverse fratture sociali (ho già citato i temi più importanti: ricordo ancora gli elementi di riflessione sul modificarsi dei termini dell’agire politico sia sul piano della forma – partito e del ruolo delle istituzioni; l’impatto femminista; l’insieme del discorso sui diritti sociali e civili, la presenza nel sindacato e nelle associazioni di massa).
Più tardi alcuni temi di grande spessore assolutamente decisivi che avrebbero segnato un’intera stagione non furono affrontati con quella ricerca di sintesi e di produzione di proposta politica come sarebbe stata necessario e che un partito di quadri abituato all'analisi avrebbe potuto produrre : penso al dibattito sul ruolo dei movimenti al momento dell’irruzione in scena dei no-global e alla scelta sulla non violenza, soltanto per fare degli esempi. Scelte che causarono un passaggio decisivo all'interno di un soggetto politico in quel momento fondamentale per la sinistra italiana: sul piano teorico il transito fu da un'idea del collettivo sociale all'individualismo di massa.
Avrebbe potuto ancora essere utile la presenza di un soggetto politico organizzato (anche dismettendo un poco la forma – partito classica e affidando la funzione istituzionale a una espressione di "autonomia del politico" da sinistra) capace di aver impostato da tempo una riflessione sulla modernità e la complessità delle fratture affiancate e intrecciate a quella “principale".
Dei “se” e dei “ma” però sono piene le fosse e queste considerazioni adesso sono utili soltanto per qualche abbozzo di ricostruzione più o meno storica.
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