lunedì 30 novembre 2020

ATTREZZARE LA CITTA'



ATTREZZARE LA CITTÀ’ di Franco Astengo


La campagna elettorale per le comunali di Savona 2021 sarà necessariamente contrassegnata dall’esigenza di attrezzare la Città al combinato disposto tra innovazione tecnologica e risultanze economiche e sociali dell’emergenza sanitaria.

Si imporranno così due temi per affrontare i quali sarà necessario compiere un vero e proprio salto di qualità sul piano progettuale:

1) il primo punto sarà rappresentato dalla priorità di quella che, sbrigativamente, può essere definita “questione sanitaria”. Siamo tutti consapevoli dei limiti che all’azione di un’amministrazione comunale sono imposti dalle competenze in materia, attribuite in gran parte alla Regione. Purtuttavia un’azione politico – amministrativa rivolta in due direzioni potrà essere efficacemente svolta: quella della difesa del patrimonio rappresentato dall’Ospedale San Paolo e quella del ritorno all’intreccio tra sociale e sanitario dentro a un’idea di presidio territoriale strettamente connesso a una ripresa e riqualificazione del decentramento da realizzarsi attraverso un riequilibrio di presenza territoriale tra le diverse zone della città sia sul piano della partecipazione, sia su quello della gestione amministrativa;

2) il secondo punto sarà costituto dal lascito più importante dell’emergenza sanitaria sul terreno della modifica dei comportamenti sociali e degli stili di vita dei singoli e delle famiglie. Ciò avverrà in esito al permanere nella presenza di fasce di lavoratori che continueranno a opera da remoto, in smart – working.

In questa occasione provo allora a concentrarmi su questo secondo punto cercando di sviluppare alcune riflessioni nello specifico.

Partiamo allora da alcune considerazioni di carattere generale sull’entità del fenomeno.

Le previsioni dell’osservatorio del Politecnico di Milano parlano di circa 5 milioni e mezzo di lavoratrici e di lavoratori in remoto a fine emergenza virus.

Secondo l’Istat la platea dei lavoratori a distanza potrà arrivare a oltre gli 8 milioni ( è più di un terzo della massa di occupati totali in Italia che assomma a 23,4 milioni).

Durante la prima fase dell’emergenza sanitaria (da marzo a giugno 2020) si stima che oltre 6 milioni di persone abbiano lavorato a distanza.

L’incremento del fenomeno si misura facilmente se si pensa che a febbraio 2020 le lavoratrici e i lavoratori da remoto erano un po’ più di 600.000, contro i 200.000 di quattro anni fa.

Sono molti i fenomeni legati all’espansione dello smart working: a) il cosiddetto “nomadismo digitale”, formato in gran parte da quelle persone che operano da remoto e che spostano la loro residenza in città più vivibili e comode rispetto alle metropoli; b) la necessità di riordinare la cosiddetta “giungla digitale”. L’adsl è ancora molto usata. Per la banda larga e ultra larga esistono tecnologie diverse a onde radio, miste fibra – cavi, soltanto fibra e, in prospettiva il chiacchieratissimo 5G. Si gioca su questi elementi la cosiddetta “rete unica” e il rapporto pubblico/privato nel settore. E’ evidente che una città che aspiri ad essere sede (magari di ritorno) del cosiddetto “nomadismo digitale” dovrà proporsi per risultare attrezzata al meglio in questa direzione;

c) si apre il mercato dell’adeguamento delle risorse tecnologiche a disposizione di lavoratrici e lavoratori sia nella pubblica amministrazione, sia nel privato . Lavoratrici e lavoratori che nella prima fase emergenziale si sono trovati costretti a rimediare con mezzi propri;

d) sorgono problemi di grande portata al riguardo della giurisdizione del lavoro che, ovviamente, non possono far parte di questo intervento.

e)L’Italia è chiamata a compiere in questo senso un salto di qualità se si pensa come soltanto il 42% delle persone tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base (media UE 58%, Germania 70%); la percentuale di specialisti ICT (discipline informatiche) sugli occupati è solo del 2,8% (3,9% in UE e Germania); solo l’1% dei laureati italiani è in possesso di una laurea in discipline ICT (3,6% Unione Europea; 4,7% Germania).

f) La nostra Città deve, allora, proporsi di essere parte di un grande sforzo di adeguamento insieme culturale e tecnologico e deve misurarsi con una capacità di progetto posta all’altezza di corrispondere alle nuove esigenze. E’ evidente che aspirare ad essere meta del “nomadismo tecnologico” (nell’ottica di un “ritorno di cervelli”) richieda un adeguamento strutturale nelle condizioni di vivibilità sotto l’aspetto urbanistico, dei servizi, della viabilità, della fruizione culturale, della qualità dell’offerta commerciale.

Si tratta di rovesciare l’idea di una “città di transito” (imperniata sulle crociere) a una “città di nuovi residenti”, nuovi residenti in questo caso provvisti di un elevato standard culturale e di richiesta complessiva nelle condizioni di qualità della vita.

Questione sanitaria e questione dell’adeguamento alle mutazioni richieste dall’innovazione tecnologica costituiscono quindi elementi prioritari di una prospettiva per il futuro che sarà necessario disegnare pena il restare rinchiusi nella morsa del declino, come attualmente sta avvenendo.




venerdì 27 novembre 2020

SPOSTAMENTO D'ASSE

SPOSTAMENTO D’ASSE di Franco Astengo


Il pensiero umano è chiamato a fare i conti con una necessaria presa d’atto: l’ infinito e progressivo itinerario della modernità sta subendo un vero e proprio spostamento d’asse .

Di conseguenza sta cambiando la politica.

L’emergenza globale non sta producendo soltanto un accentuarsi delle disuguaglianze a tutti i livelli e una recrudescenza della volontà di isolamento: è rimasta spiazzata la stessa idea di progresso così come questa era stata già modificata, rispetto agli itinerari novecenteschi, nel corso della fase che avevamo definito della “globalizzazione”.

La necessità di porre la questione sanitaria al centro della ricerca scientifica e della stessa prospettiva della produzione sta spezzando la spirale della crescita tecnologica così come la si poteva pensare fino a qualche tempo fa.

Ciò avviene perché la priorità, all’interno del tema della salute pubblica, è diventata quella del vaccino.

Però non è tanto la questione del vaccino in sé forse risolvibile direttamente sul piano industriale.

Invece si sta transitando verso un’idea della sanità rivolta alla conservazione dell’intera specie in luogo della cura rivolta al singolo.

Con la necessità di rivolgere a questo obiettivo della conservazione una grande quantità di risorse.

Un passaggio dall’individuo alla complessità del contesto sociale in una chiave di conservazione.

Questo sembra essere il vero punto di cambiamento che si sta imponendo come vero obiettivo del pensiero umano.

Si sta verificando un cambio di paradigma: dall’idea del progresso lineare e infinito dentro al meccanismo del consumo,alla necessità dell’avanzarsi della prevalenza della logica della conservazione della specie.

Un’egualitaria conservazione della specie?

Una conservazione della specie che necessariamente si dovrà cercare di rivolgere verso un modello tendenzialmente egualitario.

Così si restituirà un senso alla classica distinzione tra destra e sinistra.

Una diversità quella tra nuova destra e nuova sinistra che dovrà però misurarsi un profondo mutamento di senso complessivo.

Un fatto del genere non era capitato neppure di fronte al richiamo del mutamento climatico.

Sul tema del mutamento climatico fin qui aveva avuto origine soltanto una diversa dimensione nella lotta tra gli Stati e nello stesso processo di accumulazione capitalistica.

Adesso al passaggio epocale ci si sta incamminando per una via sanitaria globale e forse non siamo per niente attrezzati.

martedì 24 novembre 2020

LIVORNO 1921

LIVORNO 1921 di Franco Astengo


E' appena uscito in libreria “La dannazione:1921 la sinistra divisa all’alba del fascismo” di Ezio Mauro (Feltrinelli) dove si racconta lo strappo di Livorno che un secolo fa portò alla nascita del Partito Comunista prima d'Italia e poi Italiano (una differenza di non poco conto).

Un testo quello di Mauro che tocca il "punctum dolens" nella storia della sinistra italiana e nel merito del quale si è già aperto una dibattito.

Dibattito che si presenta quale momento di avvio di una discussione molto ampia che sicuramente segnerà i prossimi mesi quando, in vari modi e sedi, si ricorderà quello straordinario evento.

Nell'occasione di questo intervento si intende, però, affrontare un solo punto.

Ci sarà tempo per addentrarci in ricostruzione storiche molto più accurate.

Oggi invece è il caso di segnalare sull’argomento due interventi giornalistici che traggono al termine delle rispettive diverse argomentazioni conclusioni opposte.

Il “Venerdì di Repubblica”, infatti, ospita ,nel numero in edicola, una lunga intervista rilasciata a Simonetta Fiori dallo stesso autore del libro.

Ezio Mauro conclude la sua ultima risposta affermando “Forse è arrivata l’ora del grande rammendo allo strappo del 1921”.

Quasi contemporaneamente (Repubblica di domenica 22 novembre) Filippo Ceccarelli termina la sua recensione esponendo una tesi opposta: “..Colpisce piuttosto come al momento dell’addio da entrambe le parti si prefigurasse un futuro ricongiungimento. Che però mai c’è stato, nemmeno quand’era troppo tardi. Riconoscerlo oggi, nel tempo del Nulla rafforza il senso di sconfitta: la dannazione appunto”.

Nella frase di Ceccarelli c’è da cogliere la verità di un’affermazione : Siamo nel tempo del Nulla”.

Questo che stiamo vivendo è per davvero "il tempo del nulla" sia per la politica in generale e più in particolare per ciò che si pretenderebbe richiamare alla tradizione socialista e a quella comunista.

Entrambi i filoni "storici", nella realtà del sistema politico italiano, appaiono come dannati (ritorna “la dannazione”) all’irrilevanza politica.

E' ancora il caso allora di chiedersi quale senso e quale valore potrebbero avere oggi tentativi di “rammendo del grande strappo” così come richiamato proprio da Ezio Mauro.

Proviamo allora a propendere per collocarsi dalla parte del “rammendo”.

E’ evidente che, in questa fase, proclamare l’apertura di una ricerca per porre fine alla rottura di Livorno assumerebbe soltanto il richiamo ad una sorta di “effetto simbolo”.

Sul terreno concreto, infatti, c'è da muoversi per una costruzione per una sinistra di conio completamente diverso da quella passata.

Da qualche tempo, con il compagno Felice Besostri, abbiamo ideato un “Dialogo Gramsci -Matteotti”.

Un dialogo ideale da intendersi come richiamo proprio alla necessità di costruzione a sinistra.

Il richiamo ai due pensatori politici si configura soltanto come esigenza di disporre di una visione comunque riferita alla loro capacità di preveggenza, anticipazione e analisi (in particolare al riguardo del fascismo) .

Non fraintendiamoci tra noi: non si rileva alcuna pretesa di ritorno all’incontro di antiche culture politiche o di coltivare illusioni di riunificazione di entità politiche del resto inesistenti.

Il “rammendo” evocato da Mauro può allora principiare dalla constatazione dell'inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al fallimento;

Da qui l’impegno ad evitare d’ora in avanti ogni ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc., ecc..

Proviamo allora a sviluppare un solo esempio del tipo di riflessione che andrebbe impostata nell’idea di costruzione a sinistra (si badi bene: costruzione e non ricostruzione).

Si impongono, nel dopo – globalizzazione, due punti di fondo sui quali riflettere:

1)Torna a prevalere l’idea del “senso del limite”: quel “senso del limite” che richiede l’esercizio dello spirito critico e della continua ricerca sulla realtà della natura umana.

2)Il governo delle cose non può essere demandato alla volontà di potenza di chi detiene il dominio di una tecnologia che punta esclusivamente all’estetica dell’apparire posta in funzione della crescita esponenziale dei margini di disuguaglianza (com’è avvenuto nel corso degli ultimi decenni).

Non so se cercare di limitare il dislivello globale possa essere considerato “riformismo” e se a questo progetto siano più vicini i socialdemocratici USA, il Labour o altri ancora.

Rispetto ai temi di fondo del modello di sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi non esclusivamente legati alla logica del profitto, delle comunicazioni d’informazione e culturali ha ragione chi sostiene che l’emergenza sanitaria globale oggi in corso, ci pone di fronte a un’occasione possibile.

Esaurite le forme politiche che hanno segnato il ‘900,tra l’idea dell’onnipotenza della tecnologia e quella del ritorno all’indietro del tipo (tanto per ridurre all’osso) della “decrescita felice” bisognerà pur individuare un nuovo equilibrio.

Per poter pensare di fronteggiare il fenomeno emergente del caos (per altro ben sostenuto dalla solitudine che deriva dall’esercizio degli strumenti di comunicazione di massa) occorrerà allora ripensare ai concetti di “società sobria” ben oltre il semplice criterio della sostenibilità.

Non è sufficiente neppure pensare alla”green economy” e ai possibili relativi modelli di vita: serve qualcosa di più ampio e strutturalmente orientato nel suo complesso.

Risulterebbe limitato anche un richiamo alla società dei 2/3 di Gorz: analisi che negli anni’80 rappresentò una sorta di bandiera della socialdemocrazia europea in condizioni ben diverse dalle attuali (rappresentando anche un punto di avvicinamento per i comunisti italiani).

La ricostruzione di un intreccio tra etica e politica potrebbe rappresentare il passaggio fondamentale per delineare i contorni di una “società sobria” avendo come base di proposta una nuova “teoria dei bisogni” (lasciando da parte “i meriti”: le urgenze sono troppo impellenti anche se bisognerà non limitarci a pensare a una “società dell’emergenza”);

Servirà studiare per definire un aggiornamento teorico relativo proprio alla realtà delle “fratture” esistenti, sulla base del quale riaggregare primordialmente interessi specifici.

Sembrano due le grandi questioni sul tappeto:

1) quella del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del genere umano;

2) quella della capacità cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale.

Siamo di fronte ad una esigenza forte di radicalità progettuale: anche i vecchi schemi lib-lab risultano sicuramente superati e ancor più “retrò” appare la vecchia manovra della sinistra che vince al centro.

Va posta per interno la dimensione della prospettiva di una società alternativa a quella fondata su di un’economia dell’arricchimento progressivo . Quell’arricchimento progressivo posto sul piano individualistico del consumo che abbiamo ben visto come diventi inutile (e dannoso) in fasi di difficoltà generale.

Nell’evidente inadeguatezza dei modelli cui ci si è ispirati nella globalizzazione la vicenda dell’epidemia ci dimostra che siamo rimasti fermi a contemplare ciò che accade senza disporre di idee e di organizzazione per attaccare,come sarebbe necessario, il muro della separatezza tra i popoli e tra i ceti sociali.

Una separatezza mai così marcata, almeno a partire dal Secolo dei Lumi.

lunedì 23 novembre 2020

IL ROSSO NON E' IL NERO: UNA PROPOSTA DI CONVENZIONE PROGRAMMATICA

"IL ROSSO NON E' IL NERO": UNA PROPOSTA DI CONVENZIONE PROGRAMMATICA per avviare la formazione di una coalizione democratico - progressista


La presentazione della proposta di un "Patto Per Savona" avanzata da Marco Russo nella sua recente conferenza stampa può rappresentare sicuramente un punto di apertura di grande importanza in vista della costruzione di uno schieramento democratico - progressista in grado di imprimere una svolta all'amministrazione comunale di Savona.

Si tratta di affrontare in una prospettiva di alto profilo progettuale le elezioni previste per la primavera del 2021.

A questo punto giudichiamo possibile aprire un forte livello di interlocuzione sia con il Patto, sia con gli altri soggetti potenzialmente interessati alla costruzione di una alleanza sviluppata sulla base di istanze comuni orientate nel senso appena indicato.


Su queste basi nei giorni scorsi abbiamo promosso un documento sul quale sono state raccolte adesioni tali da fornire a questo tipo di impostazione positivi elementi di consenso e di autorevolezza che cercheremo di porre a disposizione di idee di crescita sul profilo della qualità di progetto e di programma e di capacità di confronto esterno.
La proposta più coerente che può essere avanzata a questo punto è quella di realizzare, pur nelle difficoltà del momento, una convenzione programmatica nella quale tutti i soggetti politici, sociali, civici, d'associazione culturale possano trovare sede per l'espressione della loro volontà di contribuire ad un significativo cambiamento per la nostra Città, proponendo non solo l'uscita dalla fase del declino ma soprattutto l'avvio di una fase di nuovo sviluppo.
I punti sui quali avviare la riflessione sono:
1) una progettualità comprensoriale orientata soprattutto sull’obiettivo di rendere le infrastrutture (ferroviarie, stradali) adeguate a recuperare un rapporto diretto tra Piattaforma, Porto, Città. Sul piano comprensoriale comprendendo di conseguenza la Val Bormida deve essere affrontato anche il tema dell’area di crisi complessa, al riguardo della quale Savona deve portare avanti un ruolo di primaria importanza senza estraniarsi. Non deve trattarsi di un semplice confronto di livello istituzionale ma dell'apertura di una ricerca comune per una condivisione di "progetto".
2) il ritorno ad una capacità di relazione tra centro e periferia, partendo dalla necessità di recuperare anche “strappi” sul piano urbanistico. Si tratta di puntare un equilibrio nel decentramento cittadino della crescita delle condizioni generali di vivibilità. Nello stesso tempo è necessario far emergere anche elementi di nuova capacità di rappresentanza sociale all’interno dei quartieri;
3) Il dopo-emergenza sanitaria vedrà il determinarsi di condizioni inedite sul piano della richiesta di vivibilità, sicurezza, salute. La questione della sanità attorno ai due punti della difesa dell’Ospedale San Paolo e del recupero della territorialità si dimostrerà assolutamente prioritaria.
4) Occorre inoltre considerare fenomeni di grande importanza come il presentarsi di un arretramento strutturale nel fenomeno del turismo di massa, sia la necessità di rendere la Città attrattiva alle nuove forme di lavoro imperniate sullo smart-working. Questo dato richiede un punto di riflessione particolare: servirà attenzione all’arredo urbano; sarà necessario puntare su di un alto standard di qualità abitativa ( pensiamo alle migliaia di case sfitte);diventerà urgente il recupero dei contenitori storici da utilizzare per molteplici funzioni e in specifico in raccordo con l'attività culturale; la gestione pubblica delle utilities; si dovrà modificare l’offerta commerciale, culturale, del tempo libero, (pensiamo all’utilizzo delle colline nell’immediato entroterra in funzione sportiva e di diporto) mentre la gestione della sicurezza dovrà privilegiare la prevenzione del disagio sociale.
5) Dovrà essere rivista e potenziata la macchina comunale rispetto a settori strategici nel frattempo abbandonati, quindi servirà una grande attenzione alla pianta organica nei suoi punti deboli, rispetto alla necessità di una ridefinizione complessiva.
IL COORDINAMENTO DEL "IL ROSSO NON E' IL NERO"
Sergio Acquilino, Franco Astengo, Sergio Tortarolo, Dilvo Vannoni

venerdì 20 novembre 2020

NORIMBERGA

NORIMBERGA di Franco Astengo


Il 20 novembre 1945, 75 anni fa, si apriva il processo di Norimberga: per la prima volta nella storia l’intero «corpo politico e sociale», che rappresentava l’ideologia di un intero movimento, e non solo singole personalità, era chiamato a giudizio per rispondere dei crimini commessi.

Sebbene anche dopo la Prima guerra mondiale si fossero svolte ampie discussioni in merito alle misure da adottare nei confronti dei crimini compiuti in guerra, fu solo dopo il secondo conflitto mondiale che nacque un diritto penale internazionale in grado di punire sistematicamente crimini di tale gravità, nonché prevenirli e scoraggiarli.

I crimini perpetrati durante la Seconda guerra mondiali spinsero giuristi, politici e intellettuali ad interrogarsi sulla capacità e sulla forza del diritto di impedire il perpetrarsi tali reati. L’opinione pubblica, sconvolta dagli eventi del secondo conflitto mondiale, spalleggiava e sosteneva una tale visione del diritto. Simbolo di questo atteggiamento fu il processo di Norimberga. La corte si impegnò ad ampliare la dimensione punitiva attraverso l’istituzione di nuove giurisdizioni, di cui di grandissima importanza fu quello di «crimini contro l’umanità» e «crimini contro la pace» definizione che nacque per la prima volta nell’ambito del processo di Norimberga.

I crimini nazisti furono giudicati basandosi su un corpus giuridico che, adottando i principi e le norme già emanate negli anni passati, fu creato e sviluppato a guerra finita, dopo che questi reati furono compiuti. Infatti, l’avvocato di Göring, Stahmer, presentò, a nome dell’intera difesa, una mozione che insisteva sul fatto che fino a quel momento non era stato redatto nessun trattato internazionale che considerasse la guerra come un crimine. Quindi, secondo la difesa, in virtù del principio dell’irretroattività della legge il processo non poteva essere svolto.

Questa motivazione, però, si scontrò contro un principio enunciato dalla corte, il quale asseriva che né la difesa, né l’accusa potevano contestare la legittimità del processo.

Il processo accusatorio si basò su quella che in quel momento era la concezione generale in merito alla giustizia civile e sociale. I principi su cosa fosse deprecabile o meno erano già stati ampiamente elencati dai trattati precedenti, nonché comunemente accettati dall’opinione pubblica. Quello che mancava era una legislazione internazionale. L’opera del tribunale deve essere vista come atto della creazione di questo diritto internazionale.


La retroattività fu ampiamente utilizzata dall’accusa, ma si può parlare di retroattività parziale, in quanto le leggi “create” non andavano contro ai principi e alle norme emanate in precedenza, semmai le ampliavano.

Le accuse contro i nazisti si articolavano in quattro punti: crimini contro la pace, guerra d’aggressione, crimini contro il diritto di guerra e delitti contro l’umanità che furono raccolte all’interno della Carta di Norimberga.

Lo sterminio degli ebrei non fu trattato a parte. Non fu creato nessun punto d’accusa specifico, ma rientrò nell’accusa di crimini contro l’umanità. L’opinione pubblica internazionale non aveva ancora una percezione della specificità del crimine nazista contro il popolo ebraico. Le informazioni provenienti dai campi di concentramento di Buchenwald e di Mauthausen avevano fatto in modo che fosse noto il trattamento riservato agli ebrei, ma comunque non si era ancora compresa la reale portata della soluzione finale.

In conclusione di questo ricordo vale ancora la pena di riportare quanto sottolinea oggi, in un'intervista lo storico William Shawcross, figlio del capo del Collegio d'Accusa britannico al processo, sulla mancata "lezione della storia" considerato che abbiamo assistito e stiamo assistendo al prosieguo della logica del genocidio.

Ed è anche il caso di riportare il giudizio formulato da Piero Calamandrei sull'esito del processo stesso.

Sulle pagine della giovane rivista «Il Ponte», nel 1946 commentando le sentenze capitali emesse dalla corte di Norimberga, Piero Calamandrei fissa alcuni dei principi che da lì in avanti saranno costantemente richiamati con riferimento agli obiettivi e ai limiti della giustizia penale internazionale per decretare la preminenza delle esigenze di livello sostanziale rispetto a qualunque ostacolo di ordine strettamente formale:

“Qualche anima bennata si sente offesa e impietosita dinanzi a queste forche e a questi giustiziati. […] Come si è potuto condannarli se non c’erano leggi prestabilite, né pene comminate, né garanzia di giudici imparziali? Quello che lo stato permette, o addirittura premia, non può essere delitto. Torturare, stuprare, evirare, adoprare uomini e donne come cavie da vivisezione, cremarli vivi per estrarne utili sostanze chimiche, tutto questo era fatto per la più Grande Germania […]. Chi obbediva a quelle leggi, compieva per la nazione il suo dovere di cittadino.

Secondo Calamandrei, non sarebbe stato possibile, di fronte a «milioni di martirizzati innocenti» adottare cautele che avrebbero trasformato la legge in sterile legalismo. Esistevano, al contrario, imperative esigenze morali che rinviavano alle leggi dell’umanità, le stesse cui Antigone chiedeva si prestasse ascolto. Leggi non scritte che «hanno cominciato ad affermarsi, nella funebre aula di Norimberga, come vere leggi sanzionate: l’“umanità” da vaga espressione retorica, ha dato segno di voler diventare un ordinamento giuridico.

Né sarebbe potuto servire a frenare tale approccio il pensiero di una giustizia amministrata dai vincitori, una giustizia disposta a dimenticare la bomba atomica e i bombardamenti a tappeto sulle città tedesche, giacché Norimberga aveva dimostrato che la spietata inumanità è sempre esposta al castigo, qualunque sia il campo da cui proviene."





P. Calamandrei, Le leggi di Antigone, «Il Ponte», II, novembre1946, p.933.

giovedì 19 novembre 2020

LA NOTIZIA ARRIVA DA GENOVA

LA NOTIZIA ARRIVA DA GENOVA di Franco Astengo


La notizia arriva da Genova: “Ha una sigla GT36 ma per tutti, dentro e fuori la fabbrica è Monte Bianco. Così come la vetta più alta, la megaturbina a gas appena completata da Ansaldo Energia dentro allo stabilimento di Cornigliano è la più grande mai realizzata fino ad oggi in Italia, la più potente, quella con le migliori prestazioni e con il minor impatto ambientale. Ora andrà all’imbarco e attenderà la nave incaricata di trasportarla dal Tirreno all’Adriatico fino alla destinazione finale, la centrale Edison di Porto Marghera”.

La lettura di questa notizia (Repubblica, pagine di Genova, 18 novembre 2020) ci riporta indietro nel tempo, al pensiero delle occasioni perdute dall’industria savonese, allo scambio con la speculazione edilizia, allo sciupio di know-how e di aree industriali, di declino della Città e del suo comprensorio.

L’utilizzo industriale rappresentava la vocazione delle aree un tempo occupate dalla vecchia Ilva e adesso parzialmente riempite dal Crescent ( in attesa del Crescent 2): si era tanto discusso, in tempi non sospetti, di innovazione tecnologica e di riconversione industriale.

Il campo di iniziativa doveva essere proprio quello della grande componentistica, tenendo assieme – proprio nel settore dell’elettromeccanica – la grande tradizione e competenza accumulata dalle nostre parti, con l’attracco diretto al mare: accanto alla componentistica elettromeccanica poteva essere affiancata quella per la logistica (furono costruire due grandi gru destinate ad Hong Kong: erano gli anni’80).

In quella direzione si registrò una difesa dell’uso industriale delle aree da parte delle ultime giunte guidate dal PCI (Marengo, Magliotto, Tortarolo), poi il cedimento all’impeto speculativo da parte degli eredi “post-moderni” di quella tradizione sotto la spinta di quelli che Luciano Angelini definì i “cavalieri bianchi” e l’avvio definitivo del declino non solo industriale ma nell’insieme della vocazione allo sviluppo.

Questa nota, però, non intende essere veicolo di nostalgia (circolava allora da parte dei “nuovisti” l’accusa di stare dalla parte della “ruggine”) anche se il rimpianto ci sta tutto: la melanconia delle occasioni perdute e di scelte profondamente sbagliate.

Oggi si tratta di recuperare un discorso di fondo: quello della necessità di possedere, da parte di chi amministrerà la cosa pubblica, una adeguata visione per il futuro, senza concedere più nulla alla miopia del “poco e subito”.

Il punto oggi risiede in una risposta da fornire a un interrogativo di fondo: come si inserisce il discorso riguardante una piccola città come la nostra in una situazione generale nella quale le misure adottate per contrastare l’emergenza sanitaria stanno provocando una tripla crisi economica, politica e civica e sta prendendo sempre più piede la tendenza all’utilizzo delle industrie digitali.

Si tratta di non ripetere le scelte mediocri che accompagnarono quel declino industriale cui si è accennato anche in questa occasione.

Come potrà stabilizzarsi la vita in una città di provincia come la nostra nel quadro di quella profonda modifica nei comportamenti che è già in atto: la struttura del consumo ha introiettato i rischi dell’interazione faccia a faccia; il lavoro si è digitalizzato avviando una disconnessione sia temporale, sia geografica di mansioni che producono un bene o un servizio dematerializzato, la mobilità delle persone sta subendo certamente una battuta d’arresto nell’idea del turismo di massa e modificandosi sia nell’interscambio interregionale, regionale, della stessa viabilità cittadina, i sistemi di regolamentazione subiranno delle trasformazioni e ci sono poche probabilità di ritorno al passato.

La vita umana che sembrava non avere prezzo ha dimostrato di averlo, eccome: turismo, ristorazione, trasporti, spettacolo, interi settori ne risentono in maniera decisiva rispetto al loro futuro possibile e la loro prospettiva subirà necessariamente modificazioni di fondo rispetto all’idea del consumismo modello avvio anni’2000.

Questo stato di cose si innesta nell’eredità negativa degli ultimi decenni della quale non si è ancora discusso abbastanza, sia sotto l’aspetto delle implicanze di carattere generale sia al riguardo del peso sulla nostra specificità territoriale.

La notizia arrivata da “Genova matrigna”, capace ancora di costruire megaturbine, è importante perché dimostra come, nonostante tutto, sia ancora viva e possibile l’idea di un futuro non legato all’apparenza contingente della quotidianità di una facile speculazione.

mercoledì 18 novembre 2020

UNIONE EUROPEA

UNIONE EUROPEA di Franco Astengo


In un articolo di Marco Bascetta, pubblicato dal Manifesto il 18 novembre, sotto il titolo “I Trattati dell’UE colpevolmente ostaggio dei sovranismi nazionali” colpiscono due passaggi, per altro evidenziati per estratto nell'impaginato del giornale.

Il primo passaggio recita: “E’ stata un’illusione pensare che le fallite democrazie popolari, dopo lo sgretolamento del campo sovietico, non potessero che seguire per filo e per segno il modello occidentale”.

Il secondo passaggio: “Finché l’approvazione del bilancio europeo o di misure eccezionali come il Recovery Fund richiederanno un voto unanime il problema resterà insolubile”.

Le due questioni evocate da Bascetta risultano strettamente connesse a partire dalla questione dei Trattati.

La costruzione europea (nata, è bene ricordarlo come propaggine della NATO) almeno da Maastricht all’adozione della moneta unica e via via a seguire (con il fallimento del trattato di Nizza), è risultata il frutto di una impostazione politica ben precisa,quella impressa dai politologi conservatori USA cui tutti più o meno si sono allineati.

L’impostazione era quella che la caduta del muro di Berlino rappresentasse la “fine della storia”, teoria elaborata da Francis Fukuyama allo scopo di rappresentare un presupposto filosofico al trionfo del liberismo della scuola di Chicago e all’allineamento alle teorie di Von Hajek.

Su queste basi è avvenuto l’allargamento a Est dell’Unione nella convinzione che:

1) Ormai gli USA funzionassero irreversibilmente da unica superpotenza e da “gendarme del mondo”;

2) l’Est post – sovietico rappresentasse una sorta di “prateria del mercato” nella quale scorrazzare importando individualismo competitivo, società impostata su abbandono del welfare e superflui consumi indotti, presunta democrazia di tipo “recitativo”, privatizzazione selvaggia di fonti energetiche e di strutture militari di fondamentale importanza.

Vado per le spicce: né la socialdemocrazia europea (già in piena crisi) né il comunismo italiano (pronto a confondersi con il “crollo” in nome dello sblocco del sistema politico e della vocazione governista) furono in grado di proporre un modello alternativo all’imperio liberista.

Il resto è storia che si sta riproducendo in una fase molto particolare nel corso della quale lo spostamento d’asse della globalizzazione verificatosi con la pandemia ha assunto le vesti di una complessità multipolare che non sarà certamente riequilibrato dalla vittoria democratica negli USA: riprendo Oliver Zajec da “Le monde diplomatique” “Gli equilibri strategici globali, tuttavia, non sono più determinati dall’identità dell’inquilino della Casa Bianca e dalle scelte diplomatiche statunitensi”.

Per dirla in soldoni: sarà difficile poter pensare di rimettere sui binari la complicata situazione europea con la semplice riapertura del “ciclo atlantico”, così come molti stanno credendo.

Non è sufficiente pensare a uno schema di nuovo bipolarismo: USA versus Cina/Russia dove il 5G costituirà l’oggetto del contendere e l’Europa compirà atto di schieramento come ai tempi di De Gasperi, Monnet e Adenauer.

Servirebbe, invece,fornire un’idea di modello economico – sociale alternativo.

Non basterà comunque sollevare la “questione ecologica” (pur fondamentale) e la democratizzazione dell’espansione digitale.

Il complesso di contraddizioni in atto deve essere affrontato per intero in una coraggiosa opera di aggiornamento e di rielaborazione.

Si sono perse le tracce di una “volontà alternativa” con la sparizione di soggetti politici “nazionali” (il processo di cessione di sovranità dello “Stato – Nazione” si è sicuramente rallentato) capaci di declinare una identità transnazionale in termini di moderna “internazionalità”.

L’UE del “deficit democratico” non è soltanto subalterna ai grandi equilibri globali ma anche percorsa da velleitari bonapartismi come quelli espressi dal presidente francese.

Stiamo attraversando il momento più drammatico dopo la fine della seconda guerra mondiale e scontiamo l’assenza di una sinistra europea capace di produrre una visione del futuro non riducendosi ad esaminare una frattura per volta.

Una sinistra europea capace anche di esprimersi nel solco delle grandi tradizioni passate, quella della socialdemocrazia e quella del comunisti italiani.

Grandi tradizioni cui è mancato, nel recente passato, non soltanto una possibilità di intreccio ma anche di costruzione di un progetto comune che non fosse quello dell’accettazione liberista di Clinton e Blair.

Sarebbe necessario uscire da quell’angolo oscuro.


domenica 15 novembre 2020

LE RIVOLUZIONI INAVVERTITE

LE RIVOLUZIONI INAVVERTITE di Franco Astengo

“Non esistono rivoluzioni innocenti. Il comunismo critico di Rossanda Rossanda”.

Alessandro Barile titola in questo modo un suo intervento, apparso su “Sinistra in Rete”.

Un intervento di analisi e di riflessione politica sulla figura della fondatrice del Manifesto.

Nel testo si affronta un nodo cruciale nella storia del PCI: quello che si presentò nella prima metà degli anni’60 di fronte alla modernità, all’esplodere di nuove condizioni di lavoro e di vita in un quadro di estensione complessiva nella qualità della contraddizioni “storiche” dettate dalla lotta di classe e dall’emergere di nuove soggettività contestatrici, non solo operaie.

In sostanza montava, da parte di nuove soggettività una richiesta di partecipazione e di protagonismo popolare.

Soggettività che il PCI tentò di ricondurre sotto il proprio controllo, come scrive Barile: “tentando di disciplinarle e piegarle alle logiche elettorali e parlamentari”.

Emersero così due opzioni: quella della destra amendoliana che presentò una strategia di alternativa, ovvero l’avvio di un percorso storico di riavvicinamento ai socialisti e l’inizio di una nuova storia, questa volta pienamente dentro la socialdemocrazia, cui si contrappose (vincendo a partire dai presupposti dell’unità della direzione e dell’unità strategica del partito) l’idea della ricostruzione del fronte sfaldatosi con l’estromissione di comunisti e socialisti dal governo De Gasperi avvenuta nel 1947.

In sostanza, fu dall’esito dell’XI congresso, che scaturì il “compromesso storico”.

Un compromesso che stava maturando dentro i limiti di una trasformazione produttiva dentro la quale blindare i rapporti politici.

Rossanda rimase fuori da questo livello di scontro avanzando una proposta posta al di fuori dal diretto filone gramsciano – togliattiano, avanzando l’idea della “rivoluzione in Occidente.

Scrive Barile come il nodo per Rossanda non risultasse essere quello, già superato con Salerno, della rivoluzione italiana intesa come processo di lungo periodo – una guerra di posizione – da svolgersi nella democrazia e nelle riforme.

Per Rossanda e per il gruppo del Manifesto (idee poi declinate nel testo delle “Tesi per il comunismo” del 1970) sarebbe occorsa un’altra idea di Italia, un’altra idea di sviluppo e di azione politica nella dimensione dell’Occidente.

Nel declino dell’alterità comunista previsto da entrambe le opzioni, quella socialdemocratica e quella del “compromesso” si sarebbe trattato, invece, di fornire strumentazione organizzativa e definizione ideologica alla generazione che stava riprendendo in mano le lotte sindacali e le mobilitazioni politiche, mandando in pensione schemi e paradigmi sorpassati e immergendo il partito nei mutamenti in atto.

Mutamenti che l’avanzamento del capitalismo italiano stava producendo (ritornano qui i temi del Convegno del Gramsci del ‘62 sulle tendenze del capitalismo con le relazioni di Trentin e Magri) nel processo di modernizzazione della società italiana nei consumi culturali, in quelli edonistici, nella libertà di espressione e partecipazione.

Era questa la “Terza via” non certamente riassumibile in un’ipotesi mediana tra socialdemocrazia e comunismo reale come sarebbe poi stata riduttivamente identificata nell’eurocomunismo e nell’alternativa proposta da Ingrao e anche da Berlinguer nella parte finale della sua esperienza.

Su questi punti (riassunti nella rottura con lo schema sovietico e con l’apertura della discussione sul partito a partire dal centralismo democratico) non si consumò soltanto la vicenda del Manifesto ma la rottura tra il PCI e le diverse alternative allo status quo che poi sarebbero emerse in clamoroso e irriducibile conflitto negli anni’70.

Fin qui ho sviluppato nient’altro che una sintesi dell’intervento di Barile al quale potrebbe seguire un’analisi su quella che è stata l’identità del comunismo italiano rappresentato dal PCI e quella di un’analisi sulle occasioni perdute per costruire un’alternativa.

Il punto però sta nell’individuare quanto questo discorso di ricostruzione stia al nostro tentativo di rimettere in piedi un’ipotesi di alternativa nella società e nella politica di oggi.

Abbiamo subito una vera e propria “perdita di senso” che ha caratterizzato gli ultimi decenni fino a farci smarrire identità e appartenenza dentro a un indistinto quadro di accettazione dell’esistente, scambiando la tecnologia con il progresso.

La diversità nelle riflessioni e il loro esito che Barile ha descritto nel suo intervento al riguardo dell’area comunista italiana, influenzarono sicuramente in maniera decisiva tutto l’agire politico della sinistra fino alla caduta del muro di Berlino e l’arrestarsi successivo di fronte alla “fine della storia”, ponendosi il limite della “sblocco del sistema politico”.

In questo quadro è mancato, da parte di tutte le componenti, di verificare via via quanto pesassero le cosiddette “rivoluzioni silenziose” o “inavvertite” di cui hanno scritto nel tempo diversi autori oggi ripresi, a partire dal recupero di un classico come Mc Luhan, da un articolo di Aldo Grasso apparso sulla Lettura del Corriere della Sera, n.458 del 15 novembre 2020.

Risalta ancora come decisivo in questo senso l’avvento dell’egemonia televisiva, che pur in tempi di molteplicità di strumentazione, rimane al centro della scena.

E’ il discorso della “narrazione” come elemento fondamentale nell’espressione dei nuovi “cleavages” interpretati come fatto culturale e non pienamente politico.

Il fenomeno del ruolo assunto dai media nella costruzione di uno spazio pubblico nazionale come contributo più rilevante dell’industria culturale nel processo di modernizzazione ormai si sovrappone con il più grande mutamento tecnologico e antropologico che l’umanità abbia mai conosciuto.

Un mutamento d’epoca che sicuramente vedrà impressa un’accelerazione con l’emergenza sanitaria.

Siamo in ritardo, come accadde già negli anni’60 del XX secolo, nell’individuare una proposta di “modello” per il dopo – epidemia e nella capacità di affrontare la profondità del cambiamento in atto.

Siamo in ritardo mentre mutano le condizioni materiali di vita, si spostano abitudini, si riducono spazi e se ne ampliano altri, si allargano di nuovo le frontiere non riunificata dall’omogeneità dei messaggi.

Sta accadendo più o meno ciò che accadde al PCI, il partito dell’egemonia culturale, negli anni’60 attorno a proposte politiche rivelatesi insufficienti perché incapaci di leggere le “rivoluzioni inavvertite” che stavano precipitando sulla scena della storia.

Oggi nel mutamento di paradigma in atto potrebbero emergere condizioni per ridefinire la qualità delle fratture e disegnare l’identità di un mutamento radicale nell’impostazione dei rapporti sociali e del loro relativo governo: ignorare la realtà in atto di una rivoluzione “inavvertita” e ridurci ancora una volta alla lezione di un apparente “totus politicus” ci costringerà ad un ulteriore devastante sconfitta.




sabato 14 novembre 2020

MATURITA'

MATURITÀ’ di Franco Astengo

“..Poi c’è la seconda questione irrisolta: il limite dei due mandati. Una regola costitutiva del Movimento che, come altre rottamate in questi anni a causa del principio di realtà, ora molti vorrebbero rivedere…

... Non decidere, o decidere più avanti con qualche furbizia, significa però che il M5S non ha il coraggio di guardare in faccia un’altra delle lezioni apprese: la politica è un mestiere, una professione che richiede preparazione, esperienza e competenze che si acquisiscono nel tempo, sul campo. Immaginate un M5S che confermi il limite dei due mandati: significherebbe trovarsi nel prossimo Parlamento con un’altra masnada di dilettanti allo sbaraglio. Può solleticare qualcuno l’idea di liberarsi delle molte inadeguate figure viste all’opera, ma il prezzo per le nostre istituzioni sarebbe di caricarle di un’altra infornata di stagisti della politica..”

Queste frasi sono parte delle conclusioni di un articolo di Stefano Cappellini ( Repubblica, 14 novembre 2020) che si occupa del M5S sotto il titolo” M5S non supera l’esame di maturità”.

Un articolo dove nella prima parte l’autore si occupa del trasformismo, analizzando il passaggio di governo dall’alleanza con la Lega a quella con il PD: un fatto politico avvenuto non tanto tempo fa, estate 2019, e assolutamente rimosso nella memoria di entrambe le parti contraenti che addirittura adesso vagheggiano di alleanze strutturali anche in vista delle elezioni amministrative (si dimentica, tra l’altro, che i due tentativi di presentazione elettorale comune tra PD e M5S alle regionali umbre e a quelle liguri si sono risolte entrambe con una sconfitta).

Rimane di un qualche interesse analizzare il passaggio riguardante il limite dei due mandati per ricordare alcune piccole cose:

1) Nella storia del sistema politico italiano il limite dei due mandati, come fatto interno ad una disciplina di partito, è già stato applicato (come del resto la devoluzione di metà dello stipendio di deputati e senatori al Partito, attraverso trattenuta automatica). Il metodo del limite dei due mandati è stato, infatti, osservato dal PCI salvo che per i membri della Direzione per un lungo periodo, ed attuato abbastanza rigidamente, almeno fino a quando il susseguirsi frequente di interruzioni di legislatura ha imposto di rivederne il principio andando ad una applicazione caso per caso (ad esempio: VI, VII, VIII legislatura hanno coperto l’arco temporale di 10 anni, quindi quello di due legislature ordinarie);

2) Il rinnovamento dei quadri parlamentari non ha mai significato, all’epoca, l’arrivo di un branco di “stagisti della politica”. La funzione dei grandi partiti di massa, sotto questo aspetto, è stata essenzialmente quella di portare avanti una “pedagogia della politica” a tutti i livelli. Non si trattava di essere “professionisti” della politica nel senso del funzionariato (che esisteva, disponeva di un grande peso e costitutiva l’ossatura dell’impianto organizzativo presentando aspetti sui quali ci sarebbe ancora adesso da discutere) ma di aver compiuto un determinato percorso di formazione: un percorso che presentava sicuramente elementi di indottrinamento ideologico ma assieme forniva quella preparazione, esperienza, competenza che Cappellini richiama nel suo articolo. Anche perché c’era da essere presenti, al governo o all’opposizione, nelle istituzioni di 8.000 comuni, 100 province e dal 1970 nelle 15 regioni a statuto ordinario dopo l’esperienza già accumulata in quelle a statuto speciale. Un percorso di preparazione politica che, non è retorica ricordarlo, riguardava (almeno per quello che riguarda il PCI che disponeva di un imponente impianto di scuole di partite dalla Frattocchie, a Faggeto Lario ad Albinea, oltre a tante iniziative regionali) soprattutto i settori sociali che il partito rappresentava in misura notevole come gli operai e i contadini, anche se – sicuramente – sul piano istituzionale la funzione degli intellettuali è stata di grandissimo rilievo. Questo avveniva in tempi nei quali la società era molto più semplificata nella sua scansione sociologica;

3) Ovviamente le cose sono profondamente cambiate per una molteplicità di ragioni che non è il caso in questa sede di rammentare, così come non è il caso di entrare nel merito del ruolo dell’Università nella preparazione del personale politico e istituzionale.

Si è cercato soltanto di ricordare un aspetto, appunto quello della “pedagogia della politica” che è stato completamente abbandonato con la fine del sistema dei partiti a cavallo degli anni’90. Oggi ci troviamo alle prese con forme molto diverse di comunicazione e di interscambio evolutesi con l’innovazione tecnologica. Non ci si deve adagiare nella nostalgia del vecchio tempo passato, ma un’idea del rapporto tra lo studio e la politica si dovrà pur trovare in una forma organizzata di selezione della classe dirigente e di presenza nelle istituzioni. Tra il rigido delle “scuole di partito” e dei corsi Zdanov e l’anarchia della “scatola di tonno” che autorizza qualsiasi avventura dovrà pure essere rintracciata una qualche nuova forma di equilibrio nella presenza politica e istituzionale.

Non appare certo il più adeguato il modello offerto dalle diverse componenti del sistema politico italiano, tra "partiti personali", "azienda" a "vocazione maggioritaria" e quant'altro in un quadro generale di "democrazia recitativa" e di formule elettorali incostituzionali.

giovedì 12 novembre 2020

PUBBLICO/PRIVATO

PUBBLICO/ PRIVATO di Franco Astengo

La crisi verticale del sistema sanitario italiano ormai a rischio di crollo sotto i colpi della crescente emergenza e l'arresto dell'ex-amministratore delegato di Autostrade e di altri dirigenti dello stesso gruppo rappresentano fatti di stretta attualità, che richiamano necessariamente il discorso sul rapporto pubblico/privato così come questo è stato affrontato nel corso degli ultimi 30 anni.

Quando esplose “Tangentopoli” (in coincidenza con la caduta del muro di Berlino, il trattato di Maastricht, la fine della "Repubblica dei Partiti"), nell’incrocio tra politica e affari, l’Italia bruciò le tappe di una privatizzazione di gran parte del suo apparato pubblico produttivo, senza varare alcuna legge di liberalizzazione.

La stagione delle privatizzazioni si risolse, in quasi tutte le occasioni, in un passaggio dal monopolio dello Stato a oligopoli privati.

Furono liquidati grandi enti di Stato come Iri e Efim; venne ridimensionato il ruolo dello Stato nell’Eni, fondato da Enrico Mattei; passarono ai privati pezzi importanti di produzione e la gestione di grandi servizi. L’intero processo di privatizzazione non risolse però i problemi delle casse dello Stato.

Eravamo agli inizi degli anni Novanta: iniziò lo smantellamento dell'IRI di cui era Presidente Romano Prodi.

In quel momento l'IRI contava 500.000 dipendenti e gestiva Alitalia, Autostrade, Finmeccanica, Fincantieri e Aeroporti di Roma, i quali saranno poi immessi sul mercato ad uno ad uno. L’IRI, ormai svuotato di ogni suo ramo, fu messo in liquidazione il 28 giugno 2000.

Poi è stata la volta del Credit (Credito Italiano), che godeva di ottima salute, dell’IMI e della Banca Commerciale Italiana (Comit), tutto tra il 1993 e il 1994. Nel luglio 1996 iniziano le prime privatizzazione dei servizi pubblici locali grazie alla costituzione di società per azioni in cui i Comuni possono partecipare solo con quote minoritarie.

Il 16 aprile 1997 viene privatizzato l’Istituto San Paolo di Torino.

Nel gennaio 1998 il Parlamento liberalizzò il commercio abolendo licenze e regole sugli orari. Poi fu la volta della liberalizzazione della telefonia fissa (febbraio 1998) e dell’energia elettrica, fino alla privatizzazione dell’ ENEL 1999).

A maggio del 2000 si provvide a liberalizzare il commercio del gas.

In questo campo si aprì la strada a una mezzadria tra "mercato libero" e mercato tutelato allo scopo di garantire determinate concentrazioni di potere: mercato tutelato che dovrebbe proseguire fino al 2022.

Nel 1998 le Ferrovie dello Stato furono smembrate per poi costituire RFI (Rete ferroviaria italiana, pubblica) e Trenitalia (privata). Stessa sorte per le Poste, che diventeranno SpA. Lo Stato incassò circa 200mila miliardi di lire, pagando alle banche d’affari anglosassoni, che curarono il complicato passaggio dal pubblico al privato, una commissione che si valuta tra l’1% e l’1,7% dell’intero incasso.

Se l’operazione di privatizzazione, senza alcuna liberalizzazione, fosse stata presa per abbassare in modo consistente il debito pubblico, il risultato non fu affatto centrato, perché il debito si ridusse solo dell’8%.

Esaminando dopo anni quella discutibile operazione vale la pena di riportare il giudizio della Corte dei Conti: «Si evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractor e organismi di consulenza al non sempre immediato impegno dei proventi nella riduzione del debito».

Negli anni Novanta, la magistratura voleva rovesciare l'Italia per liberarla dalla corruzione, i “tecnici” dell’epoca (Ciampi, Amato) e i nuovi politici volevano più mercato e un’Italia più moderna. Partì la magistratura, naturalmente in perfetta buona fede e ossequiosa nei confronti della legge, e seguirono i politici della cosiddetta “seconda Repubblica”.

La crisi economica scoppiata nel biennio 2006-2008 ha successivamente messo in luce le debolezze del Sistema-Italia ormai privo di una struttura industriale adeguata nei settori strategici e l'incapacità delle istituzioni di far fronte all’indebolimento economico della classe media, ormai pressoché scomparsa. Infine, proprio in questi tempi di grande emergenza sanitaria è il caso di rivolgere uno sguardo al processo di inserimento dei privati nella sanità.

Il primo passo in questo senso è stato attuato attraverso la cosiddetta "regionalizzazione" della Sanità.

I dati possono essere una guida per capire come sia cambiato il SSN nel corso di questa evoluzione. Dal Rapporto Sanità 2018, 40 anni del Servizio Sanitario Nazionale pubblicato da Nebo Ricerche PA emerge che, delle originarie 695 USL del 1983 si sia passati alle 101 di oggi (e 102 Aziende Ospedaliere censite nel 2016). I posti letto sono scesi da 500mila a 215mila con un crollo ancora più pronunciato se rapportati alla popolazione: 35 per 10mila abitanti raffrontati ai 93 del 1981. Due sole le voci di crescita: il settore privato, che nel frattempo è passato dal 15 al 20 per cento dei posti letto totali; e le aree della terapia intensiva, riabilitazione e lungodegenza, seppur rappresentate in maniera disomogenea sul territorio nazionale. Alle differenze tra le varie parti d’Italia si è collegata, almeno in tempi "normali" ,anche la crescita del 40 per cento dei ricoveri fuori Regione: ovvero gli spostamenti dei pazienti dal territorio di residenza a quello scelto per curarsi. Quest’ultimo dato vede la Calabria raddoppiare l’indice di spostamento dei pazienti rispetto al 1986; la Lombardia, nello stesso periodo, ha visto raddoppiare l’indice di attrazione mantenendo invariato quello di spostamento.

Le tappe legislative fondamentali che, con le successive riforme, seguirono questo percorso sono state quattro. La prima è la legge 833, con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale e la creazione delle Unità Sanitarie Locali. Il secondo è il D.Lgs. n. 502/1992 che aveva avviato la regionalizzazione della Sanità istituendo le Aziende Sanitarie Locali e Ospedaliere e, per rispondere alla crescente pressione finanziaria, introdusse «una concezione di assistenza pubblica in cui la spesa sociale e sanitaria deve essere proporzionata alla effettiva realizzazione delle entrate e non può più rapportarsi unicamente alla entità dei bisogni» . Il terzo passaggio è stato il Decreto Legislativo n. 229/1999 (anche noto come riforma Ter) che confermava e rafforzava l’evoluzione in senso aziendale e regionalizzato e istituendo i fondi integrativi sanitari per le prestazioni che superano i livelli di assistenza garantiti dal SSN. Infine, con la riforma del Titolo V, Legge Costituzionale n. 3/2001, la tutela della salute divenne materia di legislazione concorrente Stato-Regioni: lo Stato determina i Livelli essenziali di assistenza (LEA); Le Regioni hanno competenza esclusiva nella regolamentazione e organizzazione dei servizi sanitari nel finanziamento delle Aziende Sanitarie.

In questo ambito il successivo succedersi di interventi di finanza pubblica hanno posto in evidenza il dato che la larghissima parte dei bilanci delle Regioni è finito con l'essere destinato a finanziare la crescente aspettativa di prestazioni da parte dei cittadini attraverso i singoli servizi sanitari approntati appunto proprio dalle Regioni. La prima riflessione da compiere, in questo senso, riguarda quindi il quadro generale dei rapporti tra lo Stato e le regioni nel settore del governo della sanità: rapporto in perenne fibrillazione, ben in precedenza alla situazione di questi mesi, soprattutto allo scopo di mettere sotto controllo la spesa pubblica.

Così si è sviluppato il modello di ingresso del privato in Sanità rappresentato dal cosiddetto "modello lombardo" poi imitato da altre regioni.

Nel 1997 la Lombardia ha dato una sterzata decisa verso un modello pensato per facilitare il più possibile l’entrata dei privati nel Servizio Sanitario Regionale (Ssr), prendendo a misura la riforma sanitaria britannica dei primi anni ’90. Il primo effetto di questa riforma è stato la creazione del “quasi-mercato” della sanità, dove la Regione presidia e regola il Ssr affidando l’erogazione dei servizi ad aziende pubbliche e private, poste in concorrenza tra loro.

Il ruolo della Regione si è quindi trasformato in quello del “committente, che compra servizi dai soggetti erogatori pubblici e privati, considerati in teoria su un piano di parità”. Così, le strutture pubbliche del sistema sanitario “diventano nella pratica delle ‘aziende’, gestite via via in modo sempre più manageriale”, mentre “i soggetti privati entrano nel quasi-mercato della sanità con orientamenti profit”.

L’ingresso del privato nel ‘quasi-mercato’ della sanità ha ridisegnato radicalmente il modello di erogazione dei servizi. I gruppi privati, infatti, sono costituiti prevalentemente da ospedali e così “l’ospedale diventa il fulcro intorno al quale si immagina di costruire il nuovo sistema. In questo modo si è perso il bilanciamento tra ospedale e territorio presente nel modello precedente. Una svolta che ha rappresentato “una scelta obbligata, data la strategia di privatizzazione del sistema”.

Il nuovo modello “ospedalo-centrico” ha comportato anche un radicale cambiamento del sistema delle Asl che “non erogano più direttamente servizi ai cittadini e ridimensionano le attività di prevenzione".

Mentre il territorio restava sguarnito, la sanità privata cresceva e i risultati in questi giorni drammatici sono sotto gli occhi di tutti.

E’ ovvio che, con le privatizzazioni e rinunciando ad erogare servizi, lo Stato italiano ha smantellato lo Stato Sociale.

Nel quadro dell'aumento complessivo della povertà la risposta dello Stato,tolto di mezzo appunto lo stato sociale, è stata quella dell'assistenzialismo.

La quasi totalità delle risposte di tutti i governi sono state finora esclusivamente monetarie attraverso i cosiddetti "bonus" o basate su una riduzione del carico fiscale. Soluzioni standardizzate per tutti, al posto di interventi di sostegno mirati in termini di servizi, educazione o prevenzione. Un esempio su tutti il reddito di cittadinanza, ovvero un aiuto economico che tampona il problema, ma non lo estirpa alla radice; vista la distribuzione territoriale della povertà e considerato che i livelli economici per essere considerati poveri sono differenti a seconda che si viva al Nord, Centro e Sud e che si abiti in città o in campagna, prevedere l’erogazione di somme standard sull’intero territorio nazionale non risolve il problema a chi vive in una città del Nord, mentre chi vive in un paesino del Sud, otterrebbe un valore maggiore del livello oltre il quale si è poveri.

Dare soldi e non servizi e “presa in carico” dei soggetti deboli, non aiuta a uscire dalla povertà: la alimenta.

Così il costo dell’assistenza è passato dai 73 miliardi di euro del 2008 ai circa 116 miliardi del 2018, con un aumento strutturale del deficit pubblico finanziato dalla fiscalità generale (il che significa non copertura da contributi) e al netto delle imposte (essendo tutte prestazioni esentasse).

Dal 2008 al 2018 l’incremento della spesa assistenziale è costato ben 232 miliardi alle finanze pubbliche, per gran parte fatti in deficit.

Senza affrontare, in questa sede, il nodo totalmente irrisolto della fuoriuscita dalla condizione di assistenza alla povertà attraverso il raccordo con il mondo del lavoro.

Naturalmente l’inasprirsi della crisi economica dovuto alle vicende dell’epidemia ha portato una intensificazione del fenomeno di tipo assistenziale che al tirar dello somme si rivelerà sicuramente disastroso sia sul piano del deficit sia di quello della struttura produttiva del Paese, già estremamente fragile e priva di forza nei settori strategici.

L’esito del processo di privatizzazione e di chiusura dello Stato Sociale non avrebbe potuto essere più negativo.

mercoledì 11 novembre 2020

DOCUMENTO COMUNE DI SAVONA



Ci rivolgiamo ad alcune nostre interlocutrici/interlocutori per sottoporre alla loro attenzione questo testo richiedendone la sottoscrizione individuale per poi renderlo pubblico.

Grazie

SAVONA: UN RICHIAMO ALLA SINISTRA, PROGETTO E UNITA'

Nelle grandi difficoltà, morali e materiali, che ci sta procurando l’emergenza sanitaria Savona si sta avviando alle elezioni comunali, che dovrebbero svolgersi nella primavera del 2021.

E’ urgente avviare una proposta concreta di svolta nella progettazione del futuro: serve una visione alternativa rispetto al trascinarsi di questi anni in un declino prima di tutto culturale e poi demografico, economico, addirittura morale.

A sinistra occorre aprire un discorso unitario per arrivare alla costruzione di una alleanza molto ampia di carattere democratico e progressista, raccolta attorno ad una candidatura che offra la prospettiva di un reale cambiamento: un'alleanza che al suo interno registri la presenza di una lista di sinistra fortemente ancorata ad un progetto, con precisi riferimenti sociali, in grado di costituire un fattore trainante nella contesa contro la destra.

Dagli incontri fin qui svolti si può affermare come si presentino serie prospettive per andare avanti verso questo obiettivo e non arrenderci all’ineluttabile per una Città privata della Banca, della Camera di Commercio, dell’Autorità Portuale e financo della squadra di calcio.

I filoni di intervento possibile sono quindi quelli di:

1) una progettualità comprensoriale orientata soprattutto sull’obiettivo di rendere le infrastrutture (ferroviarie, stradali) adeguate a recuperare un rapporto diretto tra Piattaforma, Porto, Città. Sul piano comprensoriale deve essere affrontato anche il tema dell’area di crisi complessa, al riguardo della quale Savona deve portare avanti un ruolo di primaria importanza senza estraniarsi. Nello stesso tempo il quadro fornito da una progettualità e da un riferimento anche amministrativo deve risultare fondamentale per affrontare il livello di relazione anche con l’Ente Regione e proporre un recupero di ruolo per la Provincia nell'ottica di una gestione pubblica dei beni comuni;

2) il ritorno ad una capacità di relazione tra centro e periferia, partendo dalla necessità di recuperare “strappi” sul piano urbanistico per puntare ad un equilibrio nel decentramento cittadino laddove emergano anche elementi di nuova capacità di rappresentanza sociale all’interno dei quartieri;

3) Il dopo-emergenza sanitaria vedrà il determinarsi di condizioni inedite sul piano della richiesta di vivibilità, sicurezza, salute. La questione della sanità attorno ai due punti della difesa dell’Ospedale San Paolo e del recupero della territorialità si dimostrerà assolutamente prioritaria.

4) Occorre inoltre considerare fenomeni di grande importanza come il presentarsi di un arretramento strutturale nel fenomeno del turismo di massa, sia la necessità di rendere la Città attrattiva alle nuove forme di lavoro imperniate sullo smart-working. In questo senso si reclama un vero e proprio mutamento di paradigma con un passaggio dal turismo di transito al ritorno di una richiesta di vita cittadina in pianta stabile, attraverso la quale si potrebbe ricominciare a pensare ad invertire il trend demografico. Questo dato richiede un punto di riflessione particolare: servirà attenzione all’arredo urbano; sarà necessario puntare su di un alto standard di qualità abitativa ( pensiamo alle migliaia di case sfitte);diventerà urgente il recupero dei contenitori storici da utilizzare per molteplici funzioni e in specifico in raccordo con l'attività culturale; si dovrà modificare l’offerta commerciale, culturale, del tempo libero, (pensiamo all’utilizzo delle colline nell’immediato entroterra in funzione sportiva e di diporto) mentre la gestione della sicurezza dovrà privilegiare la prevenzione del disagio sociale.

5) Dovrà essere rivista e potenziata la macchina comunale rispetto a settori strategici nel frattempo abbandonati, quindi servirà una grande attenzione alla pianta organica nei suoi punti deboli, rispetto alla necessità di una ridefinizione complessiva.

Ci rivolgiamo dunque a tutti i soggetti schierati a sinistra perché si addivenga, in tempi brevi, a verificare la possibilità di un incontro nel quale porre con precisione l'obiettivo di una presenza forte e unitaria della sinistra nella prossima competizione elettorale attorno a un progetto comune e a un'ampia alleanza contro la destra.



Sergio Acquilino, Franco Astengo, Sergio Tortarolo, Dilvo Vannoni