LE RIVOLUZIONI INAVVERTITE di Franco Astengo
“Non esistono rivoluzioni innocenti. Il comunismo critico di Rossanda Rossanda”.
Alessandro Barile titola in questo modo un suo intervento, apparso su “Sinistra in Rete”.
Un intervento di analisi e di riflessione politica sulla figura della fondatrice del Manifesto.
Nel testo si affronta un nodo cruciale nella storia del PCI: quello che si presentò nella prima metà degli anni’60 di fronte alla modernità, all’esplodere di nuove condizioni di lavoro e di vita in un quadro di estensione complessiva nella qualità della contraddizioni “storiche” dettate dalla lotta di classe e dall’emergere di nuove soggettività contestatrici, non solo operaie.
In sostanza montava, da parte di nuove soggettività una richiesta di partecipazione e di protagonismo popolare.
Soggettività che il PCI tentò di ricondurre sotto il proprio controllo, come scrive Barile: “tentando di disciplinarle e piegarle alle logiche elettorali e parlamentari”.
Emersero così due opzioni: quella della destra amendoliana che presentò una strategia di alternativa, ovvero l’avvio di un percorso storico di riavvicinamento ai socialisti e l’inizio di una nuova storia, questa volta pienamente dentro la socialdemocrazia, cui si contrappose (vincendo a partire dai presupposti dell’unità della direzione e dell’unità strategica del partito) l’idea della ricostruzione del fronte sfaldatosi con l’estromissione di comunisti e socialisti dal governo De Gasperi avvenuta nel 1947.
In sostanza, fu dall’esito dell’XI congresso, che scaturì il “compromesso storico”.
Un compromesso che stava maturando dentro i limiti di una trasformazione produttiva dentro la quale blindare i rapporti politici.
Rossanda rimase fuori da questo livello di scontro avanzando una proposta posta al di fuori dal diretto filone gramsciano – togliattiano, avanzando l’idea della “rivoluzione in Occidente.
Scrive Barile come il nodo per Rossanda non risultasse essere quello, già superato con Salerno, della rivoluzione italiana intesa come processo di lungo periodo – una guerra di posizione – da svolgersi nella democrazia e nelle riforme.
Per Rossanda e per il gruppo del Manifesto (idee poi declinate nel testo delle “Tesi per il comunismo” del 1970) sarebbe occorsa un’altra idea di Italia, un’altra idea di sviluppo e di azione politica nella dimensione dell’Occidente.
Nel declino dell’alterità comunista previsto da entrambe le opzioni, quella socialdemocratica e quella del “compromesso” si sarebbe trattato, invece, di fornire strumentazione organizzativa e definizione ideologica alla generazione che stava riprendendo in mano le lotte sindacali e le mobilitazioni politiche, mandando in pensione schemi e paradigmi sorpassati e immergendo il partito nei mutamenti in atto.
Mutamenti che l’avanzamento del capitalismo italiano stava producendo (ritornano qui i temi del Convegno del Gramsci del ‘62 sulle tendenze del capitalismo con le relazioni di Trentin e Magri) nel processo di modernizzazione della società italiana nei consumi culturali, in quelli edonistici, nella libertà di espressione e partecipazione.
Era questa la “Terza via” non certamente riassumibile in un’ipotesi mediana tra socialdemocrazia e comunismo reale come sarebbe poi stata riduttivamente identificata nell’eurocomunismo e nell’alternativa proposta da Ingrao e anche da Berlinguer nella parte finale della sua esperienza.
Su questi punti (riassunti nella rottura con lo schema sovietico e con l’apertura della discussione sul partito a partire dal centralismo democratico) non si consumò soltanto la vicenda del Manifesto ma la rottura tra il PCI e le diverse alternative allo status quo che poi sarebbero emerse in clamoroso e irriducibile conflitto negli anni’70.
Fin qui ho sviluppato nient’altro che una sintesi dell’intervento di Barile al quale potrebbe seguire un’analisi su quella che è stata l’identità del comunismo italiano rappresentato dal PCI e quella di un’analisi sulle occasioni perdute per costruire un’alternativa.
Il punto però sta nell’individuare quanto questo discorso di ricostruzione stia al nostro tentativo di rimettere in piedi un’ipotesi di alternativa nella società e nella politica di oggi.
Abbiamo subito una vera e propria “perdita di senso” che ha caratterizzato gli ultimi decenni fino a farci smarrire identità e appartenenza dentro a un indistinto quadro di accettazione dell’esistente, scambiando la tecnologia con il progresso.
La diversità nelle riflessioni e il loro esito che Barile ha descritto nel suo intervento al riguardo dell’area comunista italiana, influenzarono sicuramente in maniera decisiva tutto l’agire politico della sinistra fino alla caduta del muro di Berlino e l’arrestarsi successivo di fronte alla “fine della storia”, ponendosi il limite della “sblocco del sistema politico”.
In questo quadro è mancato, da parte di tutte le componenti, di verificare via via quanto pesassero le cosiddette “rivoluzioni silenziose” o “inavvertite” di cui hanno scritto nel tempo diversi autori oggi ripresi, a partire dal recupero di un classico come Mc Luhan, da un articolo di Aldo Grasso apparso sulla Lettura del Corriere della Sera, n.458 del 15 novembre 2020.
Risalta ancora come decisivo in questo senso l’avvento dell’egemonia televisiva, che pur in tempi di molteplicità di strumentazione, rimane al centro della scena.
E’ il discorso della “narrazione” come elemento fondamentale nell’espressione dei nuovi “cleavages” interpretati come fatto culturale e non pienamente politico.
Il fenomeno del ruolo assunto dai media nella costruzione di uno spazio pubblico nazionale come contributo più rilevante dell’industria culturale nel processo di modernizzazione ormai si sovrappone con il più grande mutamento tecnologico e antropologico che l’umanità abbia mai conosciuto.
Un mutamento d’epoca che sicuramente vedrà impressa un’accelerazione con l’emergenza sanitaria.
Siamo in ritardo, come accadde già negli anni’60 del XX secolo, nell’individuare una proposta di “modello” per il dopo – epidemia e nella capacità di affrontare la profondità del cambiamento in atto.
Siamo in ritardo mentre mutano le condizioni materiali di vita, si spostano abitudini, si riducono spazi e se ne ampliano altri, si allargano di nuovo le frontiere non riunificata dall’omogeneità dei messaggi.
Sta accadendo più o meno ciò che accadde al PCI, il partito dell’egemonia culturale, negli anni’60 attorno a proposte politiche rivelatesi insufficienti perché incapaci di leggere le “rivoluzioni inavvertite” che stavano precipitando sulla scena della storia.
Oggi nel mutamento di paradigma in atto potrebbero emergere condizioni per ridefinire la qualità delle fratture e disegnare l’identità di un mutamento radicale nell’impostazione dei rapporti sociali e del loro relativo governo: ignorare la realtà in atto di una rivoluzione “inavvertita” e ridurci ancora una volta alla lezione di un apparente “totus politicus” ci costringerà ad un ulteriore devastante sconfitta.
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