martedì 30 aprile 2019

ANCORA SU FASCISMO E ANTIFASCISMO


 ANCORA SU FASCISMO E ANTIFASCISMO di Franco Astengo
“Io sono Matteo Salvini, intervista allo specchio”, il libro della giornalista Chiara Giannini - che uscirà per la casa editrice Altaforte, vicina a Casa Pound - fa discutere ancor prima di finire sugli scaffali. “Cento domande all’uomo più discusso d’Europa –“
Questa la notizia di poche ore fa che significa l’ennesima dimostrazione di disvelamento di una realtà che molti non intendono vedere rifugiandosi nell’idea che “il fascismo non potrà ritornare” e che questo razzismo, sovranismo, corporativismo di ritorno è cosa diversa dal fascismo e che il tutto alla fine rientrerà nell’ambito di una sorta di “normalità”.
La stessa posizione questa di una sorta di sottovalutazione neghittosa che nel 1921 assunsero i notabili liberali nei confronti del fascismo nascente.
Fascismo già capace di imprese come quelle dell’incendio della sede dell’Avanti di Milano e delle razzie nelle campagne a favore degli agrari.
Mentre circolano posizioni del tipo “Mussolini ha fatto anche cose buone” ribadiamo la nostra convinzione, già espressa in tante occasioni, circa la necessità di leggere tempestivamente i segnali che ci vengono di accostamento tra la Lega e le fasce più estreme del fascismo di oggi e valutandoli appieno nella loro pericolosità.
In questo senso si ribadisce come emergano complicità e ipocrisie da parte del mondo politico.
Complicità e ipocrisie che altro non rappresentano che il frutto delle tante e delle troppe concessioni fatte non tanto sul piano storico, ma su quello morale e sui cedimenti avvenuti nella definizione dei principi fondativi non solo della nostra Repubblica ma della stessa convivenza civile a partire dal mutamento di segno del concetto aberrante di razzismo.
Cedimento politico e morale attraverso il quale si sono aperti varchi per l’idea presidenzialista di modifica della centralità del Parlamento nel sistema politico così come previsto dalla Costituzione.
Centralità che verrebbe spostata verso il primato del governo esaltando anche la personalizzazione della politica, ormai arrivata al punto di far sì che a livello di massa è diventato senso comune abbandonarsi all’idea dell’uomo solo al comando.
Il quadro generale è quello di un sistema politico estremamente fragile, di una struttura dello stato che non regge, di un governo basato su di una logica da “voto di scambio” esercitato a livello di massa e su di una società che in sue larghe parti non riesce a esprimere nulla di più di un corporativismo diffuso , di un “individualismo della paura”, di una richiesta di assistenzialismo passivo.
Sistema politico fragile e uomo solo al comando uguale grandi pericoli per la democrazia repubblicana.

STAMPA E SINDACATO




STAMPA E SINDACATO di Franco Astengo
Mentre Repubblica (sic) titola:
“Altro che Festa del Lavoro.
Un giovane su tre non ha un posto.
In 10 anni raddoppiati i sottoccupati.
Il 25% ha un impiego inferiore al titolo di studio.
Perso in totale un milione di posti a tempo pieno.”

Sulla stampa italiana si legge anche questo:

Proprio a cavallo del 1° maggio, in questi tempi così paradossalmente complessi da interpretare, è toccato proprio al Corriere della Sera, l’antico “Corriere dello Zar” un tempo espressione della grassa borghesia lombarda, analizzare il momento (lungo) di grande difficoltà che sta attraversando il sindacato confederale italiano.
Nell’inserto “Economia” di lunedì 29 aprile l’argomento è affrontato da Ferruccio de Bortoli sotto il titolo “Piccoli gilet senza più classe”.
Nell’occasione l’ex – direttore del quotidiano milanese recensisce il saggio di Daniele Marini “Fuori classe” contenuto nel volume del Mulino “Fuori Classe. Dal movimento operaio ai lavoratori imprenditivi della Quarta Rivoluzione Industriale”.
Nel saggio si segnala, tra l’altro, come i lavoratori iscritti ai sindacati confederali Cgil, Cisl, Uil, siano attualmente 11 milioni 851 mila, ma gli attivi risultano soltanto il 58,3% del totale (nel computo non compaiono i sindacati autonomi e quelli di base).
Nell’articolo si segnalano, tra gli altri, due punti di grande importanza contenuti nel saggio di Marini:
1)      Dato atto al sindacato confederale di aver svolto un ruolo fondamentale nel consolidamento della democrazia in Italia, se ne evidenzia la loro attuale eccessiva debolezza considerata come simbolo di una malattia degenerativa del sistema generata dall’individualismo, dall’assenza di valori, dal prevalere degli interessi corporativi;
2)      Nel saggio si segnala come nell’attualità il vero problema sia rappresentato, non solo per i sindacati ma per l’intera società, dall’indifferenza e dall’assenza di capacità di rappresentanza.
 Considerata la necessità di ricordare come nel frattempo sia mutata la struttura industriale del paese, non difesa da istituzioni autorevoli e da una dimensione adeguata di tessuto produttivo,nel testo si omette però di ricordare come in questa situazione si sia giunti attraverso un passaggio fondamentale, quello relativo alla concertazione.
Dalla concertazione si è passati alla disintermediazione di stampo renziano che ha rappresentato un vero e proprio apripista per l’antipolitica dominante in questa fase .
Antipolitica fondata proprio sui due elementi già ricordati nell’articolo: l’individualismo e il corporativismo.
Ricordando ancora come il ruolo dei lavoratori e del sindacato nella fase di consolidamento della democrazia fosse passato durante il complesso periodo della riconversione dell’industria bellica e della ricostruzione del Paese attraverso una lunga fase nel corso della quale la classe operaia e contadina pagò un alto tributo di sangue, nell’occupazione delle fabbriche e delle terre: da Portella della Ginestra a Modena, da Melissa a Montescaglioso, da Avola a Battipaglia fino all’estate del ’60, quando a Reggio Emilia, Licata, Palermo, Catania furono uccisi dalla Polizia operai antifascisti scesi in piazza per protestare contro un governo sostenuto dagli eredi del fascismo.
A questo punto cerchiamo allora di individuare nella memoria i termini nei quali il sindacato, con tutti i limiti e le contraddizioni del caso, rappresentasse ben altro da essere oggetto di indifferenza, individualismo, corporativismo.
Anche questa volta intendiamo, come c’è capitato in altre occasioni, apparire ostinati custodi della memoria.
Non ci tormentano rilievi che tendono a dipingerci come incapaci di vedere il “nuovo che avanza”.
Ostinatamente intendiamo insistere nel rammentare, prima  di tutto a noi stessi e poi anche a qualcun altro che può contribuire a mantenere viva la memoria, quali erano i pilastri di quel sindacato che abbiamo, in altri tempi, cercato di definire come “soggetto politico” a tutto tondo.
Non sviluppiamo in questa sede la storia del sindacato italiano, la sua nascita parallela (a differenza di altre situazioni in Europa) alla formazione dei grandi partiti socialisti di massa, al fatto che accanto alle rivendicazioni puramente sindacali si situassero, sullo stesso terreno di lotta, le rivendicazioni di tipo politico: la libertà d'associazione, la libertà di stampa, l'allargamento del suffragio (quanti ricordano che, al momento della proclamazione del Regno d'Italia il diritto di voto era riservato a meno del 2% dei cittadini, in un paese con l'analfabetismo all'80% ?).
Poi, nel secondo dopoguerra, le diverse fasi della rottura e del recupero dell'unità sindacale, le grandi battaglie degli anni'50 in difesa delle fabbriche nella tormentata temperie della riconversione dell'industria bellica e dell'intervento pubblico, poi il “boom”, il consumismo (elemento sul quale andrebbe aperta una riflessione sincera e spregiudicata), la migrazione biblica dal Nord al Sud, l'avanzamento sociale, l'allargamento dei diritti universali e soggettivi avvenuto sul terreno della lotta.
Quale può essere, allora, il senso di questa estrema sintesi di ricostruzione storica?
Appunto, quello, di ricordare i pilastri su cui poggiava il sindacato italiano: non perché oggi si possa recuperare quella realtà, ma come punto di riferimento, nozione di idea-guida, tentativo di mostrare, partendo dal passato, un possibile campo di scelta.
Il primo elemento che è necessario sottolineare è quello dei collegamenti internazionali: oggi sono richiamate “convenzioni internazionali” sui diritti, strumenti sicuramente importanti ma nella maggior parte disattesi. Il punto risiede, invece, nella necessità di ripresa e sviluppo di organizzazioni sindacali che , attorno al nodo della realtà economica e produttiva internazionale, si muovano unitariamente in una dimensione transnazionale. Chiediamo, allora, a quanti sicuramente conoscono la situazione meglio di noi: come sta la CISL internazionale (cui anche la CGIL italiana aderì nel momento della chiusura dell'esperienza della FSM. Esiste ancora ?
Posta questa domanda, passiamo ad elencare quelli che abbiamo definito “ i tre pilastri”:
1)      Il Contratto Collettivo nazionale di categoria: lo smantellamento di questo istituto ha rappresentato, prima ancora che sul piano normativo ed economico, il punto esiziale per il riconoscimento di un sindacato soggetto politico generale che ha, sempre e comunque, la sua ragion d'essere; il decentramento sotto questo aspetto, che pure poteva rappresentare parzialmente un momento di grande interesse nello sviluppo di vertenze d'azienda e territoriali, non doveva sostituire il momento fondamentale per un sindacato unitario dal punto di vista della rappresentanza sociale, come quello della stipula del contratto collettivo nazionale di categoria;
2)      La scala mobile. Oggi, a distanza di tanti anni, credo si comprenda meglio il valore di quella battaglia perduta e ci permettiamo di non aggiungere altro;
3)      La rappresentanza di tipo “consiliare” all'interno dei luoghi di lavoro. Senza alcun accento nostalgico (di cui pure ci potrebbe essere ragione) è necessario ricordare come un sindacato serio possa poggiare soltanto su di un’unità di base che i “consigli” erano in grado di assicurare, pur dentro ad un dibattito acceso, non unanimistico, che rifiutava – ed è questo un altro punto decisivo- il neo corporativismo
4)      Potremmo ricordare, ancora, come la presenza contemporanea di questi tre elementi (il contratto collettivo garantito dallo Statuto dei Lavoratori; la scala mobile, ricordando l'accordo Lama-Agnelli in maniera opposta da come viene inteso nel citato articolo di De Bortoli; il sindacato dei consigli emerso dalla grande stagione del 68-69) coincise con il momento più forte e più alto della presenza sindacale nel nostro Paese, e di avanzamento delle ragioni dei diritti e del miglioramento della qualità della vita per tutti, non soltanto per i lavoratori dipendenti.
Qualcuno obietterà: c'era la classe operaia nelle grandi fabbriche: la classe operaia forte, stabile, concentrata.
Giustissimo, e la classe operaia era legata a un’idea di sviluppo industriale che il nostro Paese, a differenza di altri partner europei, ha abbandonato da tempo.
Abbiamo puntato, anche dal punto di vista sindacale, su di una visione sbagliata del ciclo liberista:
A un punto tale che perfino il Corriere della Sera segnala (e rimprovera) l’abbandono proprio da parte del sindacato confederale del concetto decisivo e inestirpabile di coscienza di classe.

lunedì 29 aprile 2019

SPAGNA 2019



SPAGNA 2019 di Franco Astengo
La grande avanzata socialista nelle elezioni spagnole del 29 aprile costituisce senz’altro un segnale molto importante per la sinistra europea.
In un quadro generale di crescita nella partecipazione al voto e in una situazione molto complessa da valutare seguendo la traccia delle “fratture” che agitano e dividono la società spagnola i socialisti sono cresciuti da 5.443.846 voti a 7.480.755 suffragi: più 2.036.909, con un incremento in seggi di 38 unità, in percentuale dal 22,63% al 28,68%.
Nonostante questo risultato il futuro del governo spagnolo rimane pieno di incognite e legato comunque alla costruzione di un complicato sistema di alleanze delle quali saranno probabilmente protagonisti i partiti delle diversità nazionalità, a partire da quella catalana.
E’ il caso allora di verificare che cosa è capitato in quest’occasione analizzando specificatamente la particolarità spagnola della formula elettorale: il meccanismo di traduzione dei voti in seggi.
Sotto quest’aspetto la formula elettorale spagnola presenta caratteristiche molto particolari: il “Congreso” (erede delle antiche Cortes) viene eletto, infatti, attraverso collegi di diversa (e in gran parte ridotta) dimensione.
All’interno del collegio i seggi in palio sono attribuiti con il metodo d’Hondt, dei quozienti successivi, senza utilizzo dei resti e senza riporto a un collegio unico nazionale.
In questo modo oltre a favorire i partiti più grandi risultano privilegiate le concentrazioni locali: ed è da questo tipo di sistema che deriva la complessità dell’esito cui si accennava all’inizio.
Il dato più interessante da esaminare diventa allora quello del “costo” di ogni seggio per ciascun partito, comparando questo elemento con quanto accaduto nelle elezioni precedenti per comprendere meglio la “localizzazione” o l’eventuale (per i grandi partiti) estensione o riduzione nel “peso nazionale” del voto.
E’ evidente che un’analisi ancor più approfondita in questo senso dovrà essere svolta nei prossimi giorni esaminando i dati collegio per collegio: adesso, però, a poche ore di distanza dall’esito del voto ci si dovrà accontentare di una valutazione di carattere generale.
Il quadro generale è comunque quello di un rilevante aumento nella partecipazione al voto come si evince dal numero di voti validi salito tra il 2016 e il 2019 da 23.874.674 a 26.361.051 pari a 2.486.377 suffragi espressi in più dal corpo elettorale.
Allora, andando per ordine.
Come abbiamo visto il PSOE ha avuto 7.480.755 voti per 123 seggi: ogni seggio è dunque costato 60.819 voti. Nel 2016 i socialisti avevano ottenuto 5.443.846 voti per 85 seggi, con un costo di 64.045 voti ciascheduno: si può dunque pensare non solo a una crescita nel voto socialista, come è evidente, ma anche a una migliore distribuzione territoriale, di una dimensione ancora più accentuata di partito nazionale ed “europeo”, considerata la precisa definizione adottata da Sanchez nelle prime dichiarazioni post – voto.
Secca flessione per il PP sceso da 7.941.236 voti a 4.356.023, con un decremento di 3.585.213 voti. I popolari dimezzano praticamente i seggi scendendo da 137 a 66. Nel 2016 per ogni seggio il PP aveva dovuto ottenere 57.965 voti, nel 2019 il costo è salito a 66.000 per ogni singolo suffragio, quindi con una caduta anche nella capacità di dimensione territoriale del Partito.
L’entità della caduta dei popolari è stata soltanto compensata dal’incremento di Vox e di Ciudadanos.
Vox ha indubbiamente fatto registrare un ottimo risultato e segnato l’inedita presenza dell’estrema destra nel Parlamento spagnolo con 2.677. 173 voti e 24 seggi (111.548 voti a costo unitario) mentre Ciudadanos ha avuto 4.136. 600 voti e 57 seggi (72.571 voti a seggio). Nel 2016 Vox non aveva realizzato rappresentanza parlamentare fermandosi a 47.182 voti, mentre Ciudadanos aveva ottenuto 3.140.570 voti e 32 seggi (98.205 voti per seggio: si può affermare che Ciudadanos si è sicuramente affermata anch’essa come partito nazionale). Nel complesso Vox e Ciudadanos incrementano di 3.626.021 voti: considerata la caduta del PP si può parlare sostanzialmente di un interscambio di voti nel centro destra, ferma restando la registrazione di uno spostamento complessivo, da questo punto di vista, verso l’estrema. Non si può però parlare di “sfondamento” a destra.
Risultato mediocre per Unidad Podemos: nel 2016 la lista di sinistra aveva avuto 3.227.123 voti per 45 deputati (71.713 voti a seggio); nel 2019 i voti sono scesi a 3.118.191 (meno 108.932) e i deputati a 35 (89.091 il costo unitario). Nella sostanza Podemos realizza una tenuta sul piano del voto generale, ma un restringimento nelle proprie dimensioni di partito nazionale probabilmente a vantaggio delle liste di sinistra indipendentiste in Catalogna ma non solo.
Esaminiamo allora il comportamento di alcune delle principali liste rappresentati le nazionalità.
L’Esquerra Repubblicana di Catalogna ha avuto un rilevante incremento passando da 632.234 voti a 1.015.355 con un più 383.121 voti. I deputati sono saliti da 9 a 15: nel 2016 ERC aveva pagato ogni deputato 70.248 voti, nel 2019 67.690.
Jxcat Junts, partito catalano indipendentista, ha avuto (senza riscontro con il 2016) 497.638 voti per 7 deputati: costo unitario 71.091. Ogni deputato è costato a Jxcat circa 40.000 voti in meno di quanto è costato a Vox. E’ questa una delle particolarità da notare nel già descritto sistema elettorale spagnolo.
Sono cresciuto entrambi i partiti baschi: il PNV da 287.014 voti a 394.627 passando da 5 a 6 seggi (65.771 voti a costo unitario) mentre Bildu da 184.713 a 258.840 raddoppiando i seggi da 2 a 4 (64.710 voti per deputato).
Un altro esempio del tipo di distorsione che la formula elettorale spagnola provoca nella traduzione dei voti in seggi parlamentari lo si riscontro evidente nel risultato di NA+, il partito rappresentante della Navarra: 107.124 voti per 2 seggi, costo unitario 53.562 voti, la metà di quello per Vox, 7.000 in meno del costo pagato per ogni seggio dal PSOE.
Si è così esaminato in modo molto sommario l’esito delle elezioni spagnole per quel che riguarda i principali partiti sottolineando, com’era nello scopo di questo lavoro, il tipo di distorsione che la formula elettorale realizza oggettivamente nella sua capacità di tradurre i voti in seggi.
Ne esce un sistema politico abbastanza frammentato soprattutto sul versante della faglia localistica (che come sappiamo in Spagna ha una valenza, usando un eufemismo, piuttosto “forte”). I partiti che rappresentano questa frattura, nella situazione data, dovrebbero risultare indispensabili per la formazione del governo.
Ed è questo un dato su cui riflettere quando si esaminano le formule elettorali nei diversi Paesi, seguendo le particolari conformazioni geografiche, etniche, sociali e politiche.

sabato 27 aprile 2019

GRAMSCI E MATTEOTTI PER UNA SINISTRA DI ANTIFASCISMO MILITANTE


GRAMSCI E MATTEOTTI PER UNA SINISTRA DI ANTIFASCISMO MILITANTE di Franco Astengo
(Questa nota mi è stata dettata quasi d’impulso dalla notizia dell’imbrattamento della stele, inaugurata lo scorso 15 aprile, davanti a quella che fu la sede dell’Avanti in via Visconti di Modrone a Milano per ricordare l’assalto subito dal quotidiano socialista il 15 aprile del 1919. Ha colpito soprattutto che i fascisti di oggi abbiano usato lo stesso slogan di cento anni fa scrivendo “L’Avanti non c’è più”).
Ho così pensato di riprendere un tema, quella della chiaroveggenza antifascista dimostrata dei due martiri Matteotti e Gramsci.
Un tema, quello del pensiero di Gramsci e Matteotti, sul quale con il compagno Felice Besostri qualche tempo fa avevamo pensato di realizzare un incontro di riflessione funzionale all’avvio di un processo ricostruttivo della soggettività politica della sinistra italiana.
Mi permetto allora di riproporre quel testo denunciando con forza la necessità di riprendere il tema dell’antifascismo militante che deve risultare intrinseco a quello più generale della ricostruzione della sinistra.
 Perché si proceda in questa direzione si evidenziano due grandi ragioni:
1)      Ciò che sta accadendo nel sistema politico italiano ed europeo,ben oltre le situazioni di governo. Verifichiamo nei fatti uno spostamento a destra dal chiaro significato razzistico, individualistico, nazionalista;
2)      A questo quadro generale corrisponde ancora, in Italia, una vera e propria escalation di provocazioni grandi e piccole che, in particolare, hanno accompagnato la celebrazione del 25 aprile. Per diverse ragioni la più grave, a mio giudizio, rimane quella compiuta a Milano con l’esposizione di uno striscione inneggiante a Mussolini nei pressi di piazzale Loreto, ma sarebbero tanti gli episodi da elencare.
Emergono complicità e ipocrisie da parte del mondo politico.
Complicità e ipocrisie che altro non rappresentano che il frutto delle tante e delle troppe concessioni fatte non tanto sul piano storico, ma su quello morale e sui cedimenti avvenuti nella definizione dei principi fondativi non solo della nostra Repubblica ma della stessa convivenza civile a partire dal mutamento di segno del concetto aberrante di razzismo.
Il quadro generale è quello di un sistema politico estremamente fragile, di una struttura dello stato che non regge, di un governo basato su di una logica da “voto di scambio” esercitato a livello di massa e su di una società che non riesca a esprimere nulla di più di un corporativismo diffuso e di un “individualismo della paura”.
Con grandi pericoli per la democrazia repubblicana.
Sono questi i motivi che mi hanno indotto a riproporre i tratti comuni del pensiero anticipatore di Gramsci e Matteotti sul terreno dell’antifascismo.
 Il testo che segue si propone quale semplice esempio di una base di riflessione per procedere a un’iniziativa che, sulla base di una ripresa dell’antifascismo militante e della piana riaffermazione della Costituzione Repubblicana ,risulti anche utile a verificare tutti gli elementi praticabili per ridefinire un perimetro politico di una sinistra adeguata alle complesse necessità dell’oggi ma posta nel solco delle parti migliori del pensiero espresso dal movimento operaio italiano nel corso del tempo.
Cerco di indicare a questo punto perché, a mio giudizio, Gramsci e Matteotti possono rappresentare il pensiero di base per recuperare una capacità concreta di antifascismo militante:
“Gramsci in un’analisi molto approfondita perché delineata in una prospettiva storica molto ampia (cfr. “Le origini del fascismo” V edizione Editori Riuniti 1971) rintracciava le radici della reazione in questo modo : “Il terrorismo vuol passare dal campo privato a quello pubblico, non si accontenta dell’immunità concessagli dallo Stato. Vuole diventare lo Stato. La reazione è diventata forte al punto che non ritiene più utile ai suoi fini la maschera di uno Stato legale ma intende servirsi di tutti i mezzi dello Stato”.
Così stando le cose si comprende come si dovesse proprio a Giolitti la decisione di quelle elezioni anticipate del 1921 nell’occasione delle quali si realizzò quell’alleanza tra liberali e fascisti che doveva aprire a Mussolini e ai suoi (35 eletti) non solo e non tanto le porte del Parlamento, quanto soprattutto la collaborazione attiva e passiva sempre più accentuata da parte dei più importanti esponenti di tutti i gangli dell’alta burocrazia statale (esercito, polizia, magistratura, prefetti) e della vecchia classe dirigente che le elezioni del 1919, svoltesi con la formula proporzionale, avevano spodestato dalla tradizionale posizione egemonica.
Se già nel gennaio del 1921 (tre anni prima del suo ultimo fatale discorso) Matteotti poteva denunciare, in un suo intervento alla Camera, una così impressionante serie di sopraffazioni e di violenze fasciste perpetrate con la connivenza degli organi che avrebbero dovuto essere preposti all’ordine pubblico, tanto più ciò doveva avvenire dopo che lo stesso presidente del consiglio Giolitti e con lui l’intero governo, avevano dato il segno dell’orientamento politico filofascista attraverso quell’alleanza elettorale.
Da allora lo squadrismo fascista non trovò più ostacolo consistente da parte delle cosiddette “forze dell’ordine”; da allora i capi del liberalismo e della democrazia “statutaria” non ebbero più né la forza né l’intenzione di opporre al fascismo una resistenza valida ed efficace.
Di fatto, attraverso tali complicità e appoggi la via del potere fu aperta al fascismo, mentre da parte delle organizzazioni proletarie si tentava, esaurita la spinta rivoluzionaria, una difesa disperata.
Le ragioni di tali complicità e appoggi risiedevano proprio nei motivi della divisione di classe che erano alla base della lotta tra fascisti e socialisti e che non sfuggivano fin dal 1920 – 21 né a Gramsci né a Matteotti.
E’ questo un punto fermo nella storia del fascismo e dell’antifascismo che non bisogna perdere di vista, perché costituisce ancor oggi una bussola di orientamento non soltanto sul piano storico.
Queste le parole di Matteotti ben prima della Marcia su Roma “ La classe che detiene il privilegio politico, la classe che detiene il privilegio economico, la classe che ha con sé la magistratura, la polizia, il governo, l’esercito, ritiene sia giunto il momento in cui essa, per difendere il suo privilegio, esca dalla legalità e si arma contro il proletariato”.
Gramsci,a quel punto, poteva a buon diritto sostenere che “solo la classe operaia non è responsabile all’interno delle condizioni in cui è stata piombata la nazione in seguito alle gravi sanguinanti ferite prodotte dalla guerra nel suo patrimonio umano e nel suo potenziale economico” e Togliatti poteva sottolineare gli “sviluppi inesorabili del fascismo mettendo in rilievo che solo il proletariato avrebbe avuto la volontà di condurre la lotta. In quella fase, precedente alla Marcia su Roma, emergono così le contraddizioni e le debolezze della parte liberale e democratica “statutaria” che risaltano anche nelle prese di posizioni di suoi esponenti antifascisti .” (da un mio testo “Antifascismo e marcia su Roma del 28 ottobre 2017”)
Troviamo così in Gramsci e Matteotti la grande ma inascoltata intuizione della capacità della reazione di farsi egemone.
Abbiamo bisogno della stessa capacità d’intuizione dimostrata allora allo scopo di definire una base teorica per sviluppare una proposta complessiva di progetto, programma, organizzazione: per una vera e propria ricostruzione politica unitaria della sinistra italiana ricordando ancora una volta come insieme al solidarismo, nelle diverse accezioni cristiana e marxista, il cemento più forte che saldò l’intesa costituzionale fu rappresentato dall’antifascismo, così come questo si era espresso nella lotta di resistenza e nella volontà di ripristinare la libertà e costruire una democrazia dai forti connotati sociali.