LA CONCEZIONE SBAGLIATA DELLA POLITICA di Franco Astengo
Il PD, con alcuni suo
esponenti periferici protagonisti ancora una volta della “questione morale”,
dimostra – nelle parole del suo segretario – di voler mantenere quella concezione sbagliata della politica che aveva
attraversato le segreterie Veltroni e Renzi nell’idea meramente elettoralistica
della “vocazione maggioritaria”.
Se si vuol contrastare l’onda “anarco – corporativa” che sta caratterizzando questa fase e
superare il cosiddetto “populismo” di destra oggi imperante, la questione non è
certo quella di “selezionare la classe
dirigente”.
Il limitarsi ad indicare una mera prospettiva di alternanza
governista rappresenta il motivo che
rende il PD estraneo alla tradizione, alla storia, alla realtà della sinistra:
un’estraneità che nasce dall’impossibilità di questo partito di rappresentare i
soggetti sociali stritolati dalle contraddizioni dell’esistente, tutte gestite
completamente con ferocia dai padroni del ciclo capitalistico.
Dietro l’estrema fragilità, ormai evidente, delle
liberaldemocrazie occidentali si sta mostrando, oltre alle spallate dell’estrema
destra anche il funzionamento distorto di un capitalismo che, pure nelle sue forme
più mediate, non riesce a produrre forme anche parziali di benessere e di
integrazione sociale.
Si ripropone con forza il tema della democrazia
rappresentativa dei soggetti colpiti dall’allargamento delle disuguaglianze e
dallo sfruttamento che si situa ben oltre il classico”Sfruttamento dell’uomo
sull’uomo” .
La realtà dello sfruttamento riguarda prima di tutto la
questione di genere e il territorio.
Si pone la questione epocale del rapporto tra politica e
tecnica, in termini del tutto inusuali rispetto a quanto sperimentato fin qui.
Su questi terreni di contraddizione della modernità il PD italiano intriso di “politicismo della
governabilità” dimostra proprio di non entrarci per nulla.
Il confuso
assemblearismo (non soltanto digitale) oggi in evidenza sul piano della ricerca
politica, ci fa correre il rischio di aprire la strada “all’uomo forte”, magari
mascherato da “benevolent dictator” secondo il modello di Singapore oppure della
“democrazia illiberale” del gruppo di Visegrad.
Per rovesciare questa complicata situazione “selezionare la
classe dirigente” significa semplicemente stare ancora dentro ai perversi
meccanismi del sistema: servirebbe qualcosa d’altro, ma a sinistra la ricerca
in questo senso sembra davvero troppo timida e ancorata a stilemi ormai trascorsi.
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