ASPETTAVAMO LANDINI di Franco
Astengo
Oggi il segretario della CGIL Landini a
Savona.
Aspettavamo lui per farci fare la
lezione:
Questo uno stralcio del suo
intervento:
“Capitolo area di crisi complessa: l’istruttoria in
corso (ormai già da diversi mesi) ha visto la bocciatura di quattro aziende;
altre, invece, aspettano i finanziamenti necessari a partire. A questo proposito
Landini ha commentato affermano che “ciò
conferma l’assenza di una politica industriale e della presenza di lungaggini molto forti. La
gestione dell’area di crisi complessa non è così solo a Savona: in Italia
abbiamo diverse aree di crisi complessa per le quali sono state presentate
offerte e ci sono interessi di investimento che non vengono sbloccati. Cosa che
sarebbe utile in questo caso, visto che stiamo parlando di realtà che già
esistono sul territorio”.
E in questo senso: “E’ singolare che si decreti un’area
di crisi complessa per far venire nuove attività e quelle che ci sono e che si
potrebbero sviluppare vengano fatte saltare. Siamo di fronte ad una
contraddizione. Sarebbe utile che le varie funzioni del governo, dal ministero
della difesa al ministero dello sviluppo economico agli altri ministeri
coinvolti, avessero un momento di confronto per ragionare sullo sviluppo del
territorio e come favorirlo. Poi qui c’è anche un problema che riguarda gli
investimenti che i privati devono fare e confermare in questo
impianto”
E’ necessario allora, considerata la scoperta dell’acqua
calda fatta oggi dal segretario generale della CGIL, risalire all’estate del
2016 quando si era pensato di porre le organizzazioni sindacali in guardia
rispetto a ciò che sarebbe potuto accadere. Analisi reiterata più volte nello
sviluppo degli eventi per oltre 3 anni, al punto da ricevere una diffida da
parte del segretario della Camera del Lavoro ad inviargli altri testi, ricevere
la definizione di “semplice cittadino” (pur informato) senza titolo a
interloquire con istituzioni e vedere i propri interventi non pubblicati da
testate online timorose di “non disturbare il manovratore”.
I risultati sono quelli che ci troviamo sotto gli occhi,
Landini scopre una situazione già abbondantemente compromessa, i lavoratori di
Bombardier e Piaggio restano in bilico e disoccupati in provincia di Savona sono
la bella cifra di 8.000, in una provincia dall’età media molto anziana e dal
precariato assai sviluppato considerata la stagionalità del turismo.
Il tutto semplicemente a futuro memoria, con grande
amarezza.
Segue un testo del Luglio
2016:
Naturalmente ai sei punti posti in conclusione non è
mai pervenuta alcuna risposta (nel frattempo la centrale Tirreno Power è stata
chiusa e si è acuita fortemente la crisi Piaggio).
ATTENZIONE AL CONCRETO DI CIO’ CHE SIGNIFICA DICHIARAZIONE DI AREA DI
CRISI COMPLESSA (da una ricerca a cura
di Franco Astengo – Luglio 2016)
Il precipitare della situazione economico – produttiva della zona
centrale ligure, tra Savona, Vado Ligure e la Valbormida, acuita dalle crisi
contemporanee della centrale Tirreno Power e del sito Bombardier ha creato
grandi aspettative circa la possibilità che l’area sia dichiarata “di crisi
complessa”.
In questo momento la soluzione appare come la panacea di tutti i
mali.
Attenzione però, è necessario approfondire molti aspetti problematici
sui quali sarebbe bene fare chiarezza
Prima di tutto è necessario mettere in guardia tutti i soggetti
interessati di fronte ad un problema.
Se si vogliono attivare questi strumenti si
richiedono “due competenze: amministrativa e politica - istituzionale e di
cittadinanza attiva, se vogliamo che i fondi non si perdano né per corruzione né
per omissione”.
E, mentre il ritardo della nostra città nel seguire procedure così complesse è
noto, non si dimentichi che il territorio in questione è al centro di una grave
questione riguardante (per quel che concerne la centrale Tirreno Power) il
rapporto tra la produzione e l’ambiente con precisi risvolti di carattere
giudiziario.
Andiamo quindi ad analizzare il decreto legge dell’agosto 2012 che
riordina la disciplina delle aree di crisi industriale.
Notiamo
come:
- Nel comma 2 la Regione è istituzione indispensabile e strategica
di questo genere di accordi, sia nella istituzione dell'area di crisi che
attraverso il cofinanziamento all’area (che non è esclusivo ma pone la regione
come soggetto preminente),
- Nel comma 6 "Per la definizione e l'attuazione degli interventi del
Progetto di riconversione e riqualificazione industriale, il Ministero dello
sviluppo economico si avvale dell'Agenzia nazionale per l'attrazione degli
investimenti e lo sviluppo d'impresa, S.p.A., le cui attività sono disciplinate
mediante apposita convenzione con il Ministero dello sviluppo
economico".
E’ necessario quindi avere chiari alcuni passaggi. Basta che Regione e Invitalia (questo il nome
dell’agenzia) facciano sinergia, tra politiche finanziarie e scelta dei partner,
e l’area interessata rischia di fatto l’imposizione di una politica dettata
altrove.
Passiamo quindi a capire un attimo Invitalia. E qui c’è da vigilare
moltissimo, visto che Invitalia è reduce dal sostanziale fallimento della
riconversione di Termini Imerese e dai forti rilievi della Corte dei Conti, come
già documentato dalla stampa quotidiana..
Viste le indicazioni che vengono dalla vicenda tarantina, che pure ha
originato il decreto, cerchiamo di
capire come funzionano i fondi a supporto delle aree a crisi
industriale.
Il decreto è chiaro: i fondi provenienti dalle varie istituzioni
riconducibili allo stato centrale sono vincolati ai“limiti degli stanziamenti
disponibili a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri a carico della
finanza pubblica".
Non ci vuole molto a capire che di stabilità la legge di stabilità regola e,
se necessario, sposta e contrae questi fondi. E proprio una misura prevista nella legge
rischia di rendere lo strumento della individuazione delle aree di crisi
complessa una cornice vuota, perlomeno dal punto di vista dei fondi dello
stato centrale. Infatti: nella bozza legge di stabilità per soddisfare il
controllo previsto dal Two Pack di Bruxelles c’è “la previsione una riduzione di
investimenti per 500 milioni: concretamente si tratta di spese relative al
cofinanziamento di fondi europei, che le Regioni potevano escludere dai vincoli
del Patto di stabilità interno. Ora questa possibilità, appena introdotta con
l'articolo 36 della legge di Stabilità, verrà meno”.
Verifichiamo allora (è bastata una piccola ricerca in via telematica)
alcuni elementi di criticità già rilevati in altre situazioni:
DE
IURE.
L’assenza di regolazione nel decreto dei vettori finanziari, player bancari etc.
che sono decisivi per l’allocazione delle risorse e per riuscita e
programmazione degli interventi. Non è chiaro ad esempio, si pone a problema da
capire, il DL 120 del 1989, riordinato dal decreto del 2012 in questione,
effettivamente come si ordini la questione dei player finanziari. Non è poco
perchè una cosa è far intervenire la cassa depositi e prestiti in progetti di
riconversione, altra, con ricadute sui costi pubblici e sulla qualità
dell’occupazione, l’istituto del project financing
DE FACTO
Manca
la comprensione dello strumento economico complessivo di riconversione del
modello di sviluppo territoriale. Oltre infatti ad un rischio commissariamento
Regione-Invitalia, che va scongiurato con patti seri e certificabili, c’è la
questione delle risorse strutturali disponibili. Guardiamo ad esempio il destino
dei fondi ex FAS, oggi coesione e sviluppo che possono rientrare nella cornice
dell’accordo sulle aree a crisi complessa. Per sbloccare questi fondi bisogna
capire quando c'è "disponibilità di bilancio in conseguenza delle scelte del
legislatore (Governo e Parlamento) nella determinazione delle manovre correttive
di finanza pubblica e delle annuali sessioni di bilancio" .
Il rischio che si corre e che è già stato segnalato da situazioni
analoghe è quindi di legarsi ad accordi di governance dove, ci venga scusato il
gioco di parole, non si governa. Magari si partecipa come oggetto
dell’intervento di crisi, come oggetto di intervento su fondi e politiche di
immediata emergenza. Ma dove, alla lunga, i soggetti forti sono altri, come la
sinergia Regione-Invitalia, e dove i fondi reali appaiono fortemente vincolati
dalle politiche di tagli del governo.
Ci sono poi altre questioni di fondo che non possono essere
trascurate. Questioni che non ci risultano finora essere state discusse, in modo
approfondito, in sede istituzionale. Prima tra tutte: si ha un’idea dell’impatto
che ha un accordo sulle aree ad industrializzazione complessa ha sull’economia
complessiva del territorio?
C’è poi la questione della sinergia politica industriale-ambientale
(tema particolarmente delicato nel
frangente) e politica economica complessiva del territorio e strumenti
finanziari (dal macro e microcredito).
Di conseguenza è necessario porsi alcune questioni:
- Se la richiesta dell’ottenimento di aree di crisi industriale complessa sia più adatta per l’emergenza, vedi questione fondi che la Regione può attivare, che non per la programmazione reale
- Se non ci siano delle criticità rispetto ad un ruolo subordinato degli enti locali entro questo genere di architettura istituzionale. Se l’architettura istituzionale che vede un ruolo forte della possibile sinergia Invitalia -Regione sia adatta per le esigenze della nostra città.
- Se ci siano effettivamente fondi adatti ad programmare in tempi certi, e da parte di chi, la riconversionee la bonifica del territorio e in quali tempi
- Quanto queste politiche possano produrre saldi occupazionali positivi, di lungo periodo ed economicamente significativi. Quale modello possa poi coprire il resto ovvero la parte significativa di popolazione che non verrà raggiunta dalle politiche industriali e del lavoro.
- Come in sede locale si possa ricavarsi un proprio incisivo spazio di governance multilivello fatto concretamente di collaborazioni, sinergie, istituzioni che cercano e indirizzano fondi bypassando lo spazio nazionale. E sterilizzando il primato dell’impresa così come è previsto dal diritto comunitario.
- Quale modello complessivo di territorio emerga anche su un punto non eludibile: l’uscita di Vado Ligure dalla situazione di nocività ambientali.
Alla fine rimane un interrogativo di fondo, per quel che concerne la
situazione della Bombardier di Vado Ligure: in quale posizione, dal punto di
vista delle prospettive di sviluppo produttivo, si trova il sito nei riguardi
del complesso di attività di un gruppo multinazionale così
importante?
A questo domanda le istituzioni e i sindacati dovrebbero cercare di
fornire una risposta plausibile e concreta che fin’ora, al di là della retorica
dei patti traditi, non si è avuta.
Oppure è sufficiente che arrivino un po’ di ammortizzatori sociali
tanto per spegnere la tensione immediata senza riflettere, come è accaduto varie
volte dalle nostre parti, su di una programmazione per il
futuro?
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