martedì 31 marzo 2020

DEMORAZIA ILLIBERALE: UN PUNTO DI RIFLESSIONE PER PSE E SINISTRA EUROPEA

DEMOCRAZIA ILLIBERALE : UN PUNTO DI RIFLESSIONE PER PSE E SINISTRA EUROPEA di Franco Astengo
L’emergenza sanitaria ha rappresentato l’occasione perfetta per far scivolare la “democrazia illiberale” nella dittatura.
Sta capitando in Ungheria, nel cuore dell’Europa dove al potere (adesso pieni poteri senza limiti) si trova un personaggio addirittura iscritto al PPE.
Personaggio che appunto aveva definito il suo modello di governo proprio come “democrazia illiberale” distinguendosi nella costruzione di recinzioni e reticolati per lunghi tratti di confine, nel corso della piena crisi dei migranti che l’Europa aveva attraversato durante l’estate scorsa.
“Pieni poteri” che in quello stesso momento erano reclamati anche in Italia per far fronte a una emergenza inventata: un particolare da non dimenticare.
Il colpo di mano di Orbàn non può essere lasciato passare inosservato soltanto perché l’impegno massimo deve essere rivolto alla battaglia sanitaria.
Dobbiamo trovare modo e tempo perché ci si pronunci con chiarezza .
A livello sovranazionale si devono trovare forze capaci non semplicemente di condannare ma anche di ostacolare questa deriva pericolosa, dando così fiato anche a quei soggetti che in Ungheria si troveranno schiacciati da questo stato di cose: non solo le forze politiche, ma quelle sociali e – soprattutto – della comunicazione.
Inutile girarci intorno: il tema è di dimensione europea, così come è di dimensione europea (almeno in prima battuta) il problema dell’affrontamento della dimensione economica della crisi.
Oggi, nella dilagante retorica commemorativa , il commissario Ue per il mercato interno, il francese Breton, parla di nazionalizzazioni per difendere le aziende dai predatori e di un fondo finanziato dagli Stati per le emissioni obbligazionarie di lungo termine.
Si tratta soltanto di esempi del confuso tentativo di affrontare l’urgenza dell’attualità.
Si contraddicono molti principi portati avanti nel corso di questi anni di presunta austerità liberista, portata avanti per mantenere il potere da parte di chi stava dalla parte delle disuguaglianze economiche e politiche.
Contraddizioni “simulacro” quelle che si leggono in questi giorni ma che dovrebbero però essere prese in considerazione per aprire varchi e proporre alternative.
Emergono nuove contraddizioni, tra difficoltà evidenti che si incontrano nel proseguire il processo di cessione di sovranità dello “Stato – Nazione”e nel ritrovare il ruolo dello Stato nell’inedito di questa crisi.
Non si ravvede però una proposta alternativa che non sia fondata soltanto sulla “pars destruens”.
E’ necessario prima di tutto essere consapevoli del fatto che gli eventi in corso reclamano una dimensione di intervento e iniziativa sovranazionale.
E’ proprio al livello superiore a quello della nazionalità che va elaborata una dimensione di proposta politica che assieme tenga conto delle specificità nazionali ( specificità che poggiano su diversità profonde tra struttura statale, dimensione economica, assetto sociale) e dell’obbligatorietà di valutare intrecci che dovrebbero portare a definire superiori livelli di decisionalità.
In Europa siamo ben lontani dal disporre di una proposta valida in questo senso e non disponiamo certo di soggetti che si siano fin qui dimostrati capaci di pensare a una transizione dall’emergenza di oggi verso una diversa realtà dei rapporti economici, sociali e politici.
Non è il momento però di definire livello di scontro su diverse visioni del riformismo.
Sinistra Europea e Partito Socialista Europeo dovrebbero essere capaci di aprire assieme un confronto posto al livello della drammaticità dei fatti, individuando come primo obiettivo comune la difesa delle democrazie nazionali nella forma della rappresentanza e del ruolo dei diversi Parlamenti.
In secondo luogo si tratta di porre al centro di un ragionamento possibile la necessità di ridefinire complessivamente presenza e ruolo del Parlamento Europeo nel senso di un ampliamento delle sue forme democratiche di espressione rivolte nel senso di assunzione di una effettiva decisionalità sovranazionale.
E’ evidente che a questo tipo di iniziativa di “allargamento democratico” sarebbero legate anche le grandi battaglie da portare avanti sul piano economico nel senso dell’affrontamento del debito comune e del finanziamento dell’eccezionalità orientando con decisione le coordinate di un modello ben diverso da quello distrutto dal sorgere dell’emergenza.
Nella piena consapevolezza che stiamo parlando di poco più di un’utopia e che di fronte abbiamo da scalare l’Everest delle ingiustizie seguite al periodo dei “30 gloriosi” e attuate nel nome di un feroce darwinismo sociale si tratta di cercare di comprendere assieme prima di tutto come non abbiamo di fronte soltanto l’emergenza sanitaria e quella economica.
Il caso ungherese richiama drammaticamente all’esplosione di una emergenza democratica .
Il rischio è quello di un contagio dell’autoritarismo verso Paesi già particolarmente sensibili a questo tipo di richiamo e verso forze politiche che, nel nazionalismo e nella propensione alla sollecitazione all’egoismo, potrebbero trovare alimento per i loro disegni di limitazione delle agibilità politiche nell’ottica di un superamento dei dettati costituzionali.
Sicuramente il modello della democrazia liberale è in crisi e va superato con proposte nuove ma va impedito che, in questo momento, sia posto in ulteriore difficoltà proprio sul versante proposto dal “modello ungherese” del ritorno del bonapartismo (se non peggio) in una situazione geografica strategica come quella della Mitteleuropa.

lunedì 30 marzo 2020

NON BASTERA' PIU' LA SOCIOLOGIA DEI NUMERI

NON BASTERA’ PIU’ LA SOCIOLOGIA DEI NUMERI di Franco Astengo


Quando ci sarà la ripresa non sarà sufficiente lo studio basato sulle statistiche.
Le statistiche funzionano quando i mutamenti hanno un ritmo lento, ma perdono efficacia dinanzi a svolte improvvise e radicali come quelle in corso.
Bisognerà anche rompere la gabbia della subalternità del pensiero alla tecnica e della rinuncia , avvenuta nel corso di questi anni almeno dalla caduta del muro in poi, all’articolazione che la storia ha sempre offerto al pensiero umano.
Sul piano della soggettività è entrato in crisi l’individualismo esasperato mentre sarà del tutto insufficiente occuparci di alcuni temi politici che pure sono emersi all’interno di questa crisi come punti nevralgici: la fiscalità, il decentramento dello Stato, il valore complessivo del “pubblico” rispetto al “privato”.
Ci sarà da riflettere sull’acquisizione di una nuova nozione di “senso del limite” che ci arriva dall’aver vissuto una tragedia epocale ma non basterà neppure quella riflessione per giungere a un livello di elaborazione sulla quale poggiare una prospettiva di “pensiero lungo”.
Servirà una ripresa di costruzione dell’ideale.
Un ideale che rompa l’idea dell’ineluttabile soggezione all’esistente proponendo anche di riappropriarci del senso del limite, senza che ciò significhi ritorno all’indietro.
Non basterà richiamarci ai canoni novecenteschi.
Sarà necessario lavorare, usando tutti gli strumenti disponibili, intorno al rapporto tra cultura e politica.
Il rapporto tra cultura e politica accusa ormai da molti anni un ritardo particolarmente vistoso rispetto alle necessità dei tempi.
Un rapporto quello tra cultura e politica che è stato infatti ormai ridotto all’assemblaggio di un insieme di tecnicismi.
Ciò è avvenuto in diversi campi da quello accademico, per arrivare a quello istituzionale, economico e soprattutto della comunicazione laddove la politica appare ormai confusa con l’economicismo e il giurisdizionalismo astratto.
Si tratta invece di ripartire per una ricognizione di fondo, prescindendo dal proposito di sviluppare una “ricerca di parte”.
L’ambizione di questa ripresa di ricerca dovrebbe esssere quella – prima di tutto – di intrecciare i diversi insegnamenti che ci vengono dalla storia della “filosofia politica”.
Il risultato dovrebbe essere quello di provocare una riflessione complessiva con il superamento delle settorializzazioni e degli schematismi oggi imperanti.
Schematismi imposti appunto dall’egemonia della “sociologia dei numeri”.
Schematismi che, alla fine, hanno danneggiato non soltanto la qualità degli studi e delle ricerche, ma soprattutto la qualità dell’“agire politico”.
 Nel compiere questa operazione intellettuale il primo traguardo dovrà essere quello di ricostruire una sorta di percorso nella storia del pensiero politico, cercando di riassumerne le fasi più importanti, individuare i passaggi al fine di orientare l’idea di una dialettica possibile.
L’esigenza di ricercare questo equilibrio tra “storia del pensiero politico” e realtà “dell’agire politico”, nasce dalla convinzione che il pensiero politico sia un “pensiero concreto”, coinvolto attivamente nel mondo, sia come critica dell’esistente, cioè come de-costruzione, sia come costruzione, cioè come progetto di edificare un ordine migliore, ovvero rispondente a criteri di legittimità diversi da quelli dell’ordine presente.
Servirà legarsi a un filo conduttore, coscienti del fatto che il pensiero politico non si sia rivolto sempre ai medesimi problemi attraverso le medesime categorie.
Insomma, è necessario mettere in rilievo che la concretezza del pensiero politico consiste proprio nel fatto che esso aderisce alle drammatiche discontinuità dell’esperienza storica, e anzi le riconosce, le interpreta, le mette in forma.
Sarà importante anche sottolineare la coesistenza della storia del pensiero con la geografia del pensiero, rivolgendosi quindi all’illustrazione tanto dell’evolversi delle tradizioni intellettuali che innervano la riflessione politica quanto alle specificità, rilevanti e riconoscibili, con cui ciascuna delle grandi aree geografiche le ha sviluppate e interpretate.
Occorre mostrare, come, di volta, in volta nel corso della storia si sia strutturato quello spazio nel quale si sono attuate le relazioni tra i sistemi politici; la globalità nelle scelte, il rapporto tra la politica e la guerra (o la pace), la relazione fra l’ordine interno e l’ordine (o disordine) esterno.
Si deve avere fiducia, ed è questa l’unica nota di ottimismo permessa, nell’importanza e nell’efficacia formativa della storia del pensiero politico, nel suo senso più vasto, lavorando per costruire strumenti che ci mettano in grado di decifrare i momenti di crescita e di crisi, di dramma e di trionfo, di chiusura localistica e di apertura universale della nostra civiltà intellettuale e politica.
Sarà necessario accingersi ad affrontare la complessità assolvendo a un compito rispetto al quale, dal mio modestissimo punto di vista, ben pochi altri possono essere giudicati più importanti e affascinanti .
Un lavoro da cui deve sortire la riattualizzazione nella capacità di individuazione della qualità delle contraddizioni sociali favorendo così l’elaborazione di una teoria del cambiamento all’altezza del presente e del futuro.
Una teoria del cambiamento appare indispensabile per affrontare ancora il senso dei nostri inalterabili richiami storici alla relazione tra democrazia e uguaglianza e dell’evocazione di un adeguato concetto di progresso morale, sociale, economico evitando le trappole di cui appare disseminato il futuro.
Ricostruire l’idea di progresso: questa la sola sintesi possibile per indicare la necessità e l’urgenza di aprire un discorso molto difficile in questo momento di apparente invisibilità dell’orizzonte.

domenica 29 marzo 2020

LA GESTIONE DELL'EMERGENZA

LA GESTIONE DELL’EMERGENZA DI Franco Astengo


Questa la notizia dell’ultima ora:
Di fronte al pericolo di forti insorgenze sociali che potrebbero verificarsi in particolare al Sud, il Governo cerca di provvedere con una frettolosa gestione dell’emergenza sopperendo alla gravità della crisi in atto con provvedimenti – tampone basati sull’elargizione di sussidi precari come sono precarie le vite di coloro cui sono rivolte le provvidenze.
In questo momento di estrema difficoltà, si può ricordare solo di passaggio come stiano venendo a galla tutte le storture di un sistema economico fondato in larga parte sulla precarietà, il sommerso, il lavoro nero, la gestione di parti del Paese da parte della criminalità organizzata che gestisce lo sfruttamento intensivo non soltanto dei migranti ma di parti significative delle attività produttive e di servizio.
Alcune annotazioni sullo specifico della gestione dell’emergenza però si possono sicuramente affermare:
1) In questo momento accanto all’opera di chi è impegnato direttamente sul fronte sanitario, appare fondamentale la presenza dei corpi intermedi rappresentati dal Sindacato, dalle associazioni datoriali e di categoria con la loro rete di Patronati. I patronati sono stati duramente attaccati nel corso degli anni quando si era tentato di portare avanti un processo di “disintermediazione” che ne ha sicuramente ridotto la capacità di iniziativa. E’ questo un punto su cui riflettere, così come ci sarebbe da ragionare sul ruolo del terzo settore, in particolare delle cooperative sociali. L’esistenza di una rete di sostegno e di indirizzo per i cittadini attorno ai temi più nevralgici dell’assistenza sociale appare fattore indispensabile non soltanto nei momenti di emergenza;
2) Sempre nel corso degli ultimi anni si è agito con furia iconoclasta anche sul piano del decentramento istituzionale. Soltanto per fare alcuni esempi:tagliati i fondi da ogni parte i Comuni hanno dovuto ridurre personale e capacità d’intervento nei servizi sociali; in buona parte del Paese sono state abolite le circoscrizioni punto di riferimento e termometro per i bisogni della popolazione (mentre nelle grandi città i Municipi hanno sempre più assunto una funzione burocratica); le Province hanno cessato l’indispensabile funzione di coordinamento che avrebbero dovuto esercitare nel sistema degli Enti Locali; sono state ridotte di numero e in molte situazioni abolite le comunità montane che adesso si sarebbero rivelate preziosi strumenti d’ausilio;
3) Nell’emergenza, almeno per quel che riguarda il ruolo dei Comuni nell’elargizione dei soccorsi andrebbe privilegiato il valore d’uso rispetto a quello di scambio. Si parla di “buoni spesa”, ancor meglio sarebbe l’acquisto di merce da parte dei Comuni e la distribuzione a loro cura. Non si eviterebbero sicuramente storture che ci saranno, ma la circolazione di denaro e /o di buoni spesa porterebbe comunque alla nascita di un mercato parallelo, augurandoci che non sorgano situazioni di vera e propria “borsa nera” tenuto anche conto della questione di “governo criminale” cui si è già fatto cenno.
Insomma, in vista di un possibile “dopo” ci sarà molto da pensare al riguardo del ruolo delle istituzioni non tanto e non solo nella straordinarietà ma per una necessaria ricostruzione di un welfare universalistico in un quadro generale di redistribuzione e di riduzione delle disuguaglianze e di rinnovato rapporto fra i corpi intermedi, le istituzioni e i bisogni primari.


sabato 28 marzo 2020

GRAMSCI E LA QUESTIONE MERDIONALE

PER PROSEGUIRE ANCHE A DISTANZA IL LAVORO DEL “DIALOGO GRAMSCI MATTEOTTI”

GRAMSCI E LA QUESTIONE MERIDIONALE di Franco Astengo


Nel pieno dell’emergenza sanitaria che sta percorrendo il mondo, in Italia sta per esplodere, a giudizio di molti anche all’interno Governo, una “questione meridionale” che potrebbe assumere anche la veste di una “iacquerie” da Vespro e da vera e propria rivolta per il pane.
Una questione che mette a nudo la debolezza di un sistema economico fondato sul precariato, il lavoro nero, la contiguità con la malavita organizzata.
Una questione che la politica ha affrontato nel corso degli anni attraverso misure di assistenzialismo e di scambio politico, com’è anche avvenuto nell’occasione della tornata elettorale del 2018.
Oggi 28 marzo i giornali affrontano l’argomento con analisi formalmente corrette sul piano dell’esposizione (vedi Sergio Rizzo su Repubblica) .
L’unica soluzione però sembra essere quella contingente di correre verso una sorta di soccorso emergenziale attraverso l’allargamento dell’elargizione prevista dal reddito di cittadinanza.
Sarà questo un altro dei punti sui quali sviluppare la discussione nel dopo emergenza e nell’idea di ricostruzione della sinistra che come “Dialogo Gramsci – Matteotti” cercheremo di proseguire con forte intensità di impegno
In questo momento vale forse allora la pena di ripassare quella parte di pensiero gramsciano che sul tema del Meridione aveva raggiunto uno dei punti più alti nella sua capacità di riflessione e di elaborazione teorica.
La riflessione sul Mezzogiorno viene sviluppata da Gramsci all’interno dell’analisi della storia d’Italia, in particolare di quella del Risorgimento.
Mutuando un’idea avanzata da pensatori liberal – progressisti, Dorso in testa, per Gramsci l’unificazione si configurava come “conquista regia”.
Ciò era avvenuto da un lato per la debolezza della borghesia che, proprio a causa della scarsa forza, temeva di porsi alla testa delle masse popolari, nello specifico quelle contadine e dall’altro per l’inerzia delle masse contadine, che avevano permesso al processo di assumere i connotati di una “rivoluzione passiva”.
La ricostruzione gramsciana comportava due conseguenze:
1) La prima, dovuta al carattere di conquista e non di liberazione del Risorgimento, consisteva nella condizione in cui il Sud si venne a trovare, cioè di semi-colonia del Nord, con il conseguente sottosviluppo.
2) L’industria settentrionale non si era gradualmente espansa su tutto il territorio nazionale ponendo le basi per una superiore unità, al contrario “l’egemonia si presentò come permanente; il contrasto si presentò come una condizione storica necessaria per un tempo indeterminato e quindi apparentemente ‘perpetua’ per l’esistenza di un’industria settentrionale”.
In questa direzione, Gramsci, sviluppando alcune idee delle Tesi di Lione, rileggeva la storia del Risorgimento alla luce della contraddizione centro-periferia che applicava non ai centri produttivi nel confronto con le circostanti campagne, ma al Sud come campagna del Nord industriale.
L’assenza di uguaglianza al momento dell’unificazione aveva prodotto l’“egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale di città-campagna, cioè che il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico–industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionali”.

La seconda conseguenza della ricostruzione gramsciana dell’unificazione italiana riguardava la composizione sociale del Sud per come si era venuta delineando nel XIX secolo. “La differenza tra Nord e Sud era anche e specialmente nella composizione sociale, nella diversa posizione delle masse contadine, che nel Sud dovevano mantenere col loro lavoro una troppo grande quantità di popolazione passiva economicamente”, dice Gramsci. A ciò aggiunge, precisando per la prima volta cosa egli intenda per contadini, che “i braccianti sono ancora oggi, nella maggior parte, ed erano tanto più nel periodo del Risorgimento, dei semplici contadini senza terra, non degli operai di un’industria agricola sviluppata con capitale concentrato e con la divisione del lavoro”.
Il Mezzogiorno era dunque una enorme concentrazione di contadini poveri, privi di terre e dunque di mezzi per migliorare la propria condizione economica.
Ritorniamo così alle premesse da cui eravamo partiti, ossia al cuore della teoria gramsciana sul Risorgimento come processo in cui una borghesia impaurita dalle masse contadine aveva promosso un movimento nazionale, ma non la rivoluzione sociale.
In Italia non si era formato un partito della borghesia radicale che, come i giacobini francesi, promosse un’alleanza con i contadini contro i moderati (i girondini nel modello d’oltralpe) imponendo una politica agraria centrata sulla divisione della terra.
Esiti della politica giacobina furono la creazione di uno strato sociale in grado di allargare il mercato, assorbendo le crescenti produzioni industriali, e la formazione di uno Stato in cui la borghesia si era imposta come classe nazionale dirigente, superando anche il conflitto tra città e campagna. L’assenza di tutto ciò in Italia determinò i dislivelli tra le aree del paese e la costante conflittualità sociale.
Quando Gramsci scriveva di Questione meridionale, soprattutto negli anni della sua prigionia, aveva dunque già ben chiaro che la risoluzione del dramma dei divari nel paese non potesse derubricarsi a mero affaire locale. Nelle sue parole si legge chiaramente la consapevolezza del fatto che il processo risorgimentale si era risolto con un bilancio in rosso (in termini di finanza e di sangue versato) per il Sud.
Tuttavia, l’intellettuale sardo non commise mai l’errore banale di propugnare soluzioni che mettessero a soqquadro il paese, aizzando banalmente una sua parte contro l’altra, sciacallando sulle contingenze socioeconomiche passeggere.
Aveva colto bene come già a fine ‘800 la politica avesse impedito scientificamente il corto circuito tra i blocchi sociali che invece avrebbero potuto risolvere la Questione meridionale: operai del Nord e contadini del Sud.
Nei Quaderni, Gramsci illustra lo sforzo profuso tra gli operai torinesi per disinnescare la propaganda socialista di stampo positivista, che mirava a seminare l’idea del Sud “palla al piede” e del meridionale antropologicamente meno dotato.
Negli scritti gramsciani si legge di fatti concreti in forte contrasto con questa comoda vulgata.
Il deficit colpevole di controllo della gente del Sud sui suoi amministratori di vario rango, si può superare solo con una maggiore partecipazione nella gestione della cosa pubblica,a si tratta di una questione di fondo che riguarda le caratteristiche fondative del nostro sistema politico .
Ancora una volta è necessario affermare che il nostro compito principale è quello di portare avanti i principi costituzionali riguardanti la forma di governo parlamentare.
Forma di governo parlamentare offesa e vilipesa nel corso di questi anni.
Riprendere il filo costituzionale della democrazia repubblicana rappresenterebbe innestare quel cortocircuito invocato da Gramsci tra le varie anime del paese. Mutatis mutandis.
Chiudiamo con le parole di Gramsci del 1916: “Il Mezzogiorno non ha bisogno di leggi speciali e di trattamenti speciali. Ha bisogno di una politica generale, estera ed interna, che sia ispirata al rispetto dei bisogni generali del paese, e non di particolari tendenze politiche o regionali”.
Forse è proprio questo il punto da cui ripartire per affrontare il tema in quel processo di ricostruzione a sinistra che stiamo tentando di percorrere attraverso il “Dialogo Gramsci – Matteotti” .

Alla ripresa probabilmente dovremo discutere di un socialismo costituzionale capace di elaborare una proposta di modello di sviluppo diverso e alternativo a quello ’esistente fondato sull’acquisizione liberista, e il tema del Sud assumerà senz’altro una assoluta centralità

venerdì 27 marzo 2020

ECONOMIA DI GUERRA

ECONOMIA DI GUERRA di Franco Astengo
In un suo articolo, pubblicato dal “Manifesto” il 27 marzo,sotto il titolo “Rathenau e Keynes, due grandi voci sull’economia di guerra” ,Tonino Perna invita a distinguere proprio tra l’economia di guerra e la situazione che stiamo vivendo sotto l’aspetto dell’emergenza sanitaria nei risvolti economici e sociali.
Sotto questo aspetto è bene precisare alcuni punti: non ci troveremo di fronte alla ricostruzione materiale di città colpite dalle distruzioni belliche (bombardamenti e altro) , non ci sarà da riempire un vuoto anche dal punto di vista “fisico” della presenza di milioni di persone scomparse e la riconversione industriale dovrà seguire linee diverse in base a scelte politiche riguardanti l’adozione di un diverso modello di sviluppo, a partire dal discorso della conversione ecologica, pure opportunamente ricordata nell’articolo citato.
Sono due i punti riassuntivi che si rilevano nell’operato dei due grandi economisti.
Perna, al riguardo di Rathenau riassume: “ l’opportunità di costruire una “Economia nuova” fondata su un allargamento del mercato locale, una minore dipendenza dall’export, e un ruolo di pianificazione e di regista da parte dello Stato”. Concludendo che “la guerra ha fatto maturare in pochi anni ciò che avrebbe dovuto maturare in qualche secolo”.
Di Keynes, invece, si cita un saggio che si trova nella parte finale della “Teoria Generale”, laddove il grande economista del new deal e del welfare si interroga sotto il titolo di un saggio: “Si può far pagare la guerra ai ricchi? Affermando che riusciremo così a cogliere l’occasione della guerra per realizzare un progresso sociale positivo”. Come in effetti avvenne non solo in Gran Bretagna con l’avvio tra il 1945 e il 1980 (più o meno i “trenta gloriosi”) , nel mondo rigidamente diviso in blocchi a modelli sociali contrapposti e l’avvio di fondamentali processi di cambiamento sul piano complessivo delle relazioni internazionali.
Nell’articolo si cerca così di raccogliere questo messaggio che oggi è ripreso da più parti invocando una redistribuzione del reddito e la giustizia sociale per cogliere proprio l’occasione di quella conversione ecologica dell’economia già citata poco sopra.
Lo scontro, conclude l’articolo, è in già in atto contro gli speculatori di borsa, i rentier, i privilegiati dal mantenimento dell’attuale distorcente modo di produzione.
E’ la lotta da condurre contro la centralizzazione del capitale finanziario (già in atto da tempo) che rievoca anche le analisi di Hilferding.
In sostanza l’articolo di Perna contiene un richiamo ad un riformismo radicale che avrebbe bisogno di un’adeguata soggettività politica.
Soggettività politica che manca perché dal dibattito sono fin qui risultati assenti due punti fondamentali:
1) quello della indispensabile dimensione sovranazionale della capacità di programmazione dell’economia. Lo scontro in atto in queste ore a livello europeo ne è testimonianza diretta;
2) La conseguenza di questo scontro sarà quella di un ritorno all’indietro sul piano della cessione di sovranità dello “Stato – Nazione”? Cessione di sovranità fin qui utilizzata, nella dimensione dell’Unione Europea, per imporre l’austerità che ha caratterizzato la fase della lunga crisi aperta nel 2007 negli USA? Austerità oggi smentita e riconvertita nella causa del “deficit spending” da alimentare con gli “eurobond” e osteggiato dalla Germania, in un quadro tale da far presagire la rottura totale di un giocattolo costruito a suo tempo con la fretta di un ottimismo derivante dall’idea della “fine della storia” e della sconfitta finale del “grande nemico”.
Il tema di oggi è quello dell’internazionalizzazione della crisi e di una necessità di risposta posta a quel livello, tanto più che una dimensione diversa nel caso probabile del “raccorciamento della filiera” potrebbe provocare, almeno a giudizio di molti esperti, il rischio di una esplosione dell’inflazione con conseguenze sociali devastanti in una condizione nella quale il post – epidemia verificherà una crescita esponenziale della disoccupazione, con interi settori produttivi in assoluta difficoltà.
Esistono questioni gigantesche da affrontare ad esempio i trasferimenti di tecnologia e quelli energetici.
Trasferimenti che hanno segnato la fase culminante di quella che abbiamo definito “globalizzazione”.
Se vogliamo continuare a pensare a una soggettività politica riformista così radicale da essere capace di fronteggiare concretamente ciò che si sarà venuto a creare nel post – emergenza sarà necessario riflettere su quattro punti ( definito però preventivamente il campo della dimensione sovranazionale):
1) Il mutato rapporto tra autonomia della scienza e della tecnica e i diversi livelli di decisionalità politica. Il contenimento dell’egemonia della scienza e della tecnica appare fattore determinante nel definire gli equilibri a livello geopolitico (in questo echeggiano richiami che tornano d’assoluta attualità come quello riguardante come possa essere possibile intrecciare l’autonomia della scienza, la finalità del produrre e la decisionalità politica);
2) L’intreccio tra politica e vita biologica, come stiamo osservando nell’attualità, favorisce il provocare uno spostamento delle procedure democratiche ordinarie verso disposizioni di carattere emergenziale. Ciò avviene in una fase di forte crisi della democrazia liberale tra l’altro dovuta al già ricordato processo di cessione di sovranità da parte dello “Stato – Nazione”;
3) Appare determinante affrontare il tema tra consumo in termini complessivi di suolo e risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del genere umano (ritorna anche qui un antico interrogativo sul produrre, come produrre, con quali finalità ,tra valore d’uso e valore di scambio);
4) Emerge il tema della capacità cognitiva in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale.
Questi 4 punti richiamano all’esigenza di definire quella che, nei termini dell’oggi e non come richiamo a linee passate e fallite come quella del blairismo, può essere definita “terza via”: una via posta al centro della prospettiva di una società alternativa a quella fondata su di una “economia dell’arricchimento progressivo”
Non possiamo stare fermi a contemplare ciò che accade senza disporre di idee e di organizzazione per poter attaccare, come sarebbe necessario, il muro della separatezza tra i popoli e tra i ceti sociali.

giovedì 26 marzo 2020

SAVONA E LE CROCIERE

SAVONA E LE CROCIERE di Franco Astengo
In questi tempi di emergenza sanitaria si è aperto un confronto piuttosto vivace tra la Signora Sindaco di Savona e i rappresentanti della Costa crociere intorno alle modalità di attracco, di una nave della compagnia nel nostro porto.
Porto che rappresenta per quella società di navigazione uno degli abituali punti di arrivo e partenza.
Nell’occasione fra l’altro 10 persone appartenenti ai passeggeri o all’equipaggio sono stati ricoverati all’Ospedale della nostra città a causa dell’epidemia.
Fatta salva la necessità di considerare le difficoltà del momento vale la pena di sviluppare un minimo di riflessione su questo fatto.
Nell’occasione si prescinde da un discorso di carattere generale che pure è già stato fatto portato avanti circa gli esiti complessivi dell’operazione che ha portato Costa Crociere a Savona.
Costa Crociere è arrivata nel segno di una sorta di compensazione nell’ambito del processo di deindustrializzazione che ha coinvolto Città e circondario in un quadro di deleterio scambio con la speculazione edilizia.
E’ stato così adottato un modello di sviluppo sbagliato .
Modello sbagliato che ha coinvolto anche l’attività portuale ormai stretta, nella sua possibile ricerca di traffici, da modelli rigidi imposti – appunto – dalla presenza delle Crociere da un lato e dalla piattaforma Maersk sul versante di Vado.
Un modello sbagliato imposto a partire almeno dagli anni’90 del secolo scorso (ma già presente nella “questione morale” che aveva scosso la nostra vita politica, economica, sociale fin dai primi anni’80) e portato avanti in un quadro di depauperamento tecnologico, di deficit infrastrutturale in particolare nel campo ferroviario, di impoverimento complessivo, di crisi secca del commercio, di riduzione delle prospettive economiche in un Savona che, nel giro di qualche tempo, ha perso la Banca, inglobata su Genova l’Autorità Portuale , accorpata la Camera di Commercio e irrisolta la questione ambientale al punto che alla fine di una annosa diatriba la Centrale Tirreno Power è stata chiusa.
Si è tentata la strada dell’area di crisi industriale complessa senza alcun risultato concreto.
Il risultato di questa operazione può essere, ancora una volta, riassunto nel concetto di smarrimento identitario.
Non era questo però il cuore del discorso che si intendeva portare avanti in questa occasione.
Si trattava, invece, di porre un quesito molto preciso.
La domanda è questa: nella vicenda delle crociere c’è mai stato un momento nel corso del quale si è cercato di valutare l’impatto reale che questi ,sempre più grandi giganti del mare,hanno sulla realtà cittadina con la loro presenza e la presenza di migliaia di passeggeri che movimentano di volta in volta (senza contare le persone di equipaggio) ?
Savona ha scarse capacità turistiche, che del resto non pare vengano richieste più di tanto, servizi calibrati (con fatica) per una cittadina di medie dimensioni, un commercio sempre più di mediocre qualità: quali vantaggi riceve da questa presenza crocieristica?
Tanto più che possono sempre capitare, come in queste ore, questioni di emergenza che – a quel punto – fanno diventare navi così grandi e di conseguenza molto “popolose” un ingombro e anche un pericolo.
Buona parte della responsabilità tocca alle compagnie sempre alla ricerca di un gigantismo che ampli i profitti, ma di fronte a questo fenomeno quale contromisura può possibile da parte della Città e delle sue istituzioni?
Una scelta sbagliata è stata quella compiuta a suo tempo da una classe dirigente savonese culturalmente e progettualmente subalterna a interessi estranei a quelli della Città e dei sui cittadini.
Una scelta sbagliata perché antieconomica sul piano pubblico e vantaggiosa soltanto su quello privato.
Restringendo il discorso al semplicistico dare / avere non si può che far rilevare come sia stata bloccata qualsiasi altra possibilità di sviluppo della Città a partire dal porto compiendo una scelta perdente e anche pericolosa su diversi versanti, inclusi quello ambientale e sanitario.

25 APRILE 1° MAGGIO 2 GIUGNO

25 APRILE, 1° MAGGIO, 2 GIUGNO di Franco Astengo

25 aprile Ricorrenza della Liberazione, 1° maggio Festa dei lavoratori, 2 giugno il giorno della Repubblica.
Si avvicinano le date che, nel corso dell’anno, scandiscono il momento delle celebrazioni più importanti per la democrazia e il mondo del lavoro ,
A questo punto, nel tempo dell’emergenza epidemica, non siamo in grado di prevedere come potrà essere possibile svolgere le tante iniziative che tradizionalmente sono in programma proprio in quei giorni.
Non si tratta di un particolare secondario, di un momento che può passare in un modo o nell’altro: bisognerà pensarci per tempo perché mai come in questo momento i valori che queste date esprimono sono di grande attualità.
Un filo rosso tiene assieme il 25 aprile, il 1° maggio, il 2 giugno, date collegate dall’espressione del valore comune dell’affermazione della libertà, dell’uguaglianza, del riscatto sociale.
Alle origini del 1° maggio i padroni mandavano la polizia che sparava sugli operai quando si radunavano per celebrare la festa del loro riscatto e della loro dignità umana, poi il fascismo la vietò completamente.
Ma arrivò il momento di liberarsi di quelle catene e fu l’ora della Resistenza attraverso la quale si realizzò la Liberazione, con la classe operaia assoluta protagonista e dalla Liberazione il 2 giugno nacque la Repubblica e come conseguenza immediata la Costituzione.
La Costituzione deve essere ripresa in mano riaffermandone i principi di fondo: nella relazione tra prima e seconda parte, nella necessità di modificare alcune storture che vi sono state introdotte con modifiche improprie come nel caso del titolo V e dell’articolo 81, nell’uscire dal momento di oblio in cui è stata relegata centralità del parlamento , nella riaffermazione del predominio del pubblico sul privato, del collettivo sull’individuale.
La centralità del Parlamento è stata proditoriamente messa in mora nel corso di questi anni, com’è apparso evidente in questi giorni di emergenza affrontata in modi e forme assolutamente ai limiti della legalità repubblicana.
Pensiamoci per tempo al 25 aprile, al 1° maggio, al 2 giugno in tempo d’emergenza, non facciamoci cogliere impreparati: quale sia la situazione nelle quale verremo a trovarci queste tre date dovranno essere ricordate con grande forza anche se si verificasse un caso deprecabile di impossibilità di trovarci in piazza.
Soprattutto le tre date andranno ricordate riflettendo su di un necessario collegamento ideale da sviluppare nel nome della Democrazia Repubblicana, un principio che non può essere abbandonato nemmeno nei momenti più difficili.
Tutto ciò chiama in causa l’esistenza di una sinistra politica capace di vedere il nuovo stando collegata alla grande tradizione del movimento operaio italiano: un discorso che ci porterebbe lontano in questa occasione ma che necessariamente dovrà essere ripreso alla svelta.

mercoledì 25 marzo 2020

L'UNITA' DEL DOPOGUERRA

L’UNITA’ DEL DOPOGUERRA di Franco Astengo
Mattarella: “Per rinascere ci è richiesta la stessa unità del dopoguerra”
Questa l’esortazione del Presidente della Repubblica nel tempo dell’emergenza sanitaria: ma come si realizzò davvero e chi pagò il prezzo della ricostruzione del Paese dalle macerie della guerra?

Un’osservazione di sicuro interesse quella del Presidente della Repubblica, che merita di essere approfondita anche attraverso un tentativo, sicuramente parziale,di riassunto delle vicende che, negli anni tra il 1945 e il 1955, portarono il Paese a ricostruire l’economia e il tessuto sociale.  
Mentre le sinistre offrivano un contributo determinante alla stesura e all’approvazione della Costituzione Repubblicana e il mondo si divideva nella logica della “guerra fredda” la ricostruzione dell’Italia dalle macerie della guerra si misurava con un percorso irto di contraddizioni.
Non si trattò certo di quella “cavalcata” verso il progresso che, molto frequentemente, oggi viene presentata alla nostra labile memoria collettiva.
La ricostruzione si realizzò prima di tutto attraverso Il divorzio tra il testo costituzionale, entrato in vigore nel gennaio del 1948 e notevolmente avanzato sul piano sociale e la politica di ricostruzione svoltasi dopo il 1945.
Una politica di ricostruzione attuata sotto il segno dominante della scelta liberista e filo – padronale che caratterizzò in modo essenziale il periodo del centrismo.
La formula “centrista” di governo fondata sull’alleanza tra la DC, il Partito Repubblicano, quello Socialdemocratico e quello Liberale fece seguito alla fine dei governi di solidarietà antifascista, avvenuta nel maggio 1947 con l’esclusione del PCI e dello PSIUP dall’esecutivo.
Il 3 aprile 1948 il Piano Marshall divenne operativo. Conosciuto ufficialmente come Piano per la Ripresa Europea (European Recovery Program), il Piano Marshall fu uno dei piani statunitensi per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Prende il nome dal segretario di stato americano George C. Marshall che, durante un discorso all’università di Harvard tenuto nel giugno del 1947, invitò i paesi europei a presentare un programma di ricostruzione economica che gli Stati Uniti si impegnavano a finanziare. 
La proposta voleva  favorire, con reciproco vantaggio, la ripresa dei sistemi economici e degli scambi commerciali nei paesi colpiti dalla seconda guerra mondiale.
Altro obiettivo dell’ERP non secondario e da ricordare era quello di porre un freno alla minaccia rappresentata dall’espansione sovietica. Nella conferenza di Parigi del 12 luglio 1947 sedici paesi europei, con l’esclusione dei paesi dell’Est, aderirono all’invito. Nell’aprile 1948 il Congresso americano approvò il piano varando un programma di finanziamenti quadriennale che operò sino al 1952.


La vittoria della DC nelle elezioni del 1948 e gli importanti aiuti statunitensi dati al Paese in base al piano Marshall costituirono la premessa perché l’ulteriore sviluppo politico e economico italiano avvenisse in un quadro d’isolamento sia dei partiti della Sinistra, sia della CGIL.
Dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 compiuto da un giovane squilibrato, la CGIL reagì con lo sciopero generale politico.
Si aprì , a quel punto,la stagione delle scissioni sindacali.
Proprio a causa delle divergenze sorte sulla risposta da dare all’attentato a Togliatti la corrente democristiana decise la scissione della CGL unitaria.
Il periodo delle scissioni sindacali si protrasse per circa due anni, dall’estate del 1948 alla primavera del 1950. La prima componente a lasciare la CGIL fu quella cattolica che nell’ottobre 1948 costituì la Libera CGIL, guidata da Giulio Pastore; dopo alcuni mesi, nel giugno 1949, fu la volta delle componenti socialdemocratica e repubblicana che dettero vita alla FIL (Federazione Italiana dei Lavoratori). Il percorso terminò con la nascita dell’Unione Italiana del Lavoro (UIL, 5 marzo 1950) e della Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL, 1° maggio 1950).
Nel periodo della cosiddetta ricostruzione , come in quello del miracolo italiano , l'ideologia del mondo cattolico assolse così con la scissione sindacale ad un ruolo di legittimazione analogo a quello giocato nel ventennio fascista dal mito dello Stato corporativo, e divenne uno dei più importanti strumenti di restaurazione dell'antico Stato liberale e della sua struttura, riassorbendo le spinte innovative scaturite dalla resistenza ed eludendo anche le istanze recepite nella Costituzione repubblicana.
La fase successiva alle scissioni fu una delle più difficili per il sindacato italiano, segnato da profonde divisioni ideologiche. Inoltre la repressione poliziesca, condotta dalla famigerata “Celere” potenziata dal Ministro degli Interni Mario Scelba, causò la morte di decine di lavoratori durante manifestazioni e scioperi. La città simbolo di questi “eccidi proletari” fu Modena dove il 9 gennaio 1950 morirono sei operai; ma la maggior parte delle vittime si ebbe in piccoli paesi del Sud (tra gli altri Melissa, Montescaglioso, Torremaggiore, Celano); le regioni più colpite furono la Sicilia e la Puglia.
Il governo centrista tentò a quel punto una sorta di “riformismo dall’alto” che diede risultati, a partire dalla riforma agraria approvata nel 1950, modesti e insoddisfacenti.
I risultati complessivi del quinquennio 1948-53 apparvero positivi sotto l’aspetto quantitativo, ma se si verificano dal punto di vista sociale gli squilibri non erano stati in alcun modo affrontati e attenuati.
La politica liberista del governo aveva dunque fatto pagare costi salatissimi sia al proletariato industriale del Nord, sia al bracciantato del Mezzogiorno.
Agli elevati profitti stavano di fronte salari bassi e pesantissime condizioni di lavoro: condizioni miserrime per milioni di persone cui si accompagnava una fortissima emigrazione verso i Paesi europei (pensiamo allo scambio carbone /manodopera con il Belgio e la trasmigrazione di interi paesi del Sud in Germania o in Svizzera) , le Americhe e l’Australia.
La ricostruzione poteva considerarsi ultimata nel 1954, quando la produzione industriale aveva superato ormai dell’81% la produzione del 1938, ma le condizioni reali di vita di gran parte del Paese iniziarono a migliorare soltanto con l’avvio della modernizzazione della grande industria, avvenuta grazie all’innovazione tecnologica che aveva fornito grande vantaggio alle esportazioni.

Toccò all’industria di Stato ricoprire il ruolo di capofila sia sul terreno dell’innovazione tecnologica, sia rispetto alle esportazioni, nella siderurgia, nella chimica e nell’industria petrolifera, con la vicenda legata all’ENI di Mattei fino alla sua misteriosa scomparsa.
Ma se aumentò complessivamente la produttività e con essa i profitti, i salari rimasero comunque indietro e scarsi furono i progressi dell’occupazione: nel 1955 risultavano ancora ben 2.161.000 disoccupati.
In una fase di sviluppo caratterizzata da alti profitti e da bassi salari, il padronato portò avanti una dura politica di attacco ai sindacati.
Sul fenomeno della miseria e dello sfruttamento si svilupparono ben due inchieste parlamentari: la prima fu approvata il 12 ottobre 1951. La XI Commissione permanente (Lavoro) della Camera dei deputati rese operativa una proposta di iniziativa dei deputati Vigorelli, Cornia, Tremelloni, Saragat, Zagari, Chiaramello, Belliardi del PSDI, per l'istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta "col compito di condurre un'indagine sullo stato attuale della miseria, al fine di accertare le condizioni di vita delle classi povere ed il funzionamento delle istituzioni di assistenza sociale".
La seconda sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche svolta nel 1957 fu realizzata attraverso un’altra commissione presieduta dal democristiano Rubinacci, commissione di cui fu eletto segretario il comunista Massimo Caprara, stretto collaboratore di Togliatti, poi tra i fondatori del “Manifesto”.
Durante il governo Scelba (1954 - 1955), in un clima di “guerra fredda” interna molto acceso l’ambasciatrice statunitense in Italia, Clara Boothe Luce, dichiarò che gli USA non avrebbero più dato commesse alle industrie dove nelle elezioni per le Commissioni Interne la CGIL avesse avuto più del 50%, si sviluppò in pieno l’azione padronale.
Sotto il peso del ricatto la CGIL subì un tracollo passando dal 60% al 38% nelle elezioni sindacali alla FIAT svoltesi nell’aprile del 1955 .
Alla FIAT Valletta aveva costruito opportunamente un sindacato “giallo” guidato dall’ex cislino Arrighi.
Era soltanto il caso più clamoroso fra molti altri, determinati da una generale strategia antisindacale condotta dagli imprenditori con l’appoggio del governo centrista DC-PRI-PSDI-PLI.
Insomma: la ricostruzione era conclusa e ci si avviava verso il “miracolo economico” in un clima di duro attacco alla CGIL, in condizioni di bassi salari e di alta disoccupazione.
Appariva chiaro quali soggetti sociali erano stati chiamati a pagare gli altissimi costi della ricostruzione del Paese stremato dalla guerra fascista.
La classe operaia e i contadini poveri (l’agricoltura pesava ancora per il 60% nella formazione del PIL) avevano pagato gran parte di questo prezzo ben oltre il richiamo all’unità nazionale che le forze politiche della sinistra avevano cercato di mantenere soprattutto per raggiungere, in particolare il PCI nel clima della guerra fredda, un dato di legittimazione nazionale in rappresentanza della classe lavoratrice e di ceti intellettuali progressisti.
La seconda parte degli anni’50 avrebbe visto il modificarsi di questa situazione anche per via delle progressivamente mutate condizioni internazionali: ma il cammino verso il centro – sinistra con l’ingresso del PSI nell’area di governo si sarebbe realizzato ancora a prezzo di drammatici sussulti come quello del Luglio ‘60.
In quel mese fatidico fu fatto cadere in piazza un governo democristiano sostenuto dall’MSI .
Un successo politico realizzato versando un altissimo prezzo di sangue e pagato in gran parte dal PCI che vide cadere cinque suoi militanti operai a Reggio Emilia, vittime nuovamente della polizia che sparò sui partecipanti allo sciopero indetto contro il governo Tambroni.