L’UNITA’
DEL DOPOGUERRA di Franco Astengo
Mattarella:
“Per rinascere ci è richiesta la stessa unità del dopoguerra”
Questa
l’esortazione del Presidente della Repubblica nel tempo
dell’emergenza sanitaria: ma come si realizzò davvero e chi pagò
il prezzo della ricostruzione del Paese dalle macerie della guerra?
Un’osservazione
di sicuro interesse quella del Presidente della Repubblica, che
merita di essere approfondita anche attraverso un tentativo,
sicuramente parziale,di riassunto delle vicende che, negli anni tra
il 1945 e il 1955, portarono il Paese a ricostruire l’economia e il
tessuto sociale.
Mentre
le sinistre offrivano un contributo determinante alla stesura e
all’approvazione della Costituzione Repubblicana e il mondo si
divideva nella logica della “guerra fredda” la ricostruzione
dell’Italia dalle macerie della guerra si misurava con un percorso
irto di contraddizioni.
Non
si trattò certo di quella “cavalcata” verso il progresso che,
molto frequentemente, oggi viene presentata alla nostra labile
memoria collettiva.
La
ricostruzione si realizzò prima di tutto attraverso Il divorzio tra
il testo costituzionale, entrato in vigore nel gennaio del 1948 e
notevolmente avanzato sul piano sociale e la politica di
ricostruzione svoltasi dopo il 1945.
Una
politica di ricostruzione attuata sotto il segno dominante della
scelta liberista e filo – padronale che caratterizzò in modo
essenziale il periodo del centrismo.
La
formula “centrista” di governo fondata sull’alleanza tra la DC,
il Partito Repubblicano, quello Socialdemocratico e quello Liberale
fece seguito alla fine dei governi di solidarietà antifascista,
avvenuta nel maggio 1947 con l’esclusione del PCI e dello PSIUP
dall’esecutivo.
Il
3 aprile 1948 il Piano Marshall divenne operativo. Conosciuto
ufficialmente come Piano per la Ripresa Europea (European
Recovery Program),
il Piano Marshall fu uno dei piani statunitensi per la ricostruzione
dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Prende il nome dal
segretario di stato americano George C. Marshall che, durante un
discorso all’università di Harvard tenuto nel giugno del 1947,
invitò i paesi europei a presentare un programma di ricostruzione
economica che gli Stati Uniti si impegnavano a finanziare.
La
proposta voleva favorire, con
reciproco vantaggio,
la ripresa dei sistemi economici e degli scambi commerciali nei paesi
colpiti dalla seconda guerra mondiale.
Altro obiettivo dell’ERP non
secondario e da ricordare era quello di porre un freno alla minaccia
rappresentata dall’espansione sovietica. Nella conferenza di Parigi
del 12 luglio 1947 sedici paesi europei, con l’esclusione dei paesi
dell’Est, aderirono all’invito. Nell’aprile 1948 il Congresso
americano approvò il piano varando un programma di finanziamenti
quadriennale che operò sino al 1952.
La
vittoria della DC nelle elezioni del 1948 e gli importanti aiuti
statunitensi dati al Paese in base al piano Marshall costituirono la
premessa perché l’ulteriore sviluppo politico e economico italiano
avvenisse in un quadro d’isolamento sia dei partiti della Sinistra,
sia della CGIL.
Dopo
l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 compiuto da un giovane
squilibrato, la CGIL reagì con lo sciopero generale politico.
Si
aprì , a quel punto,la stagione delle scissioni sindacali.
Proprio
a causa delle divergenze sorte sulla risposta da dare all’attentato
a Togliatti la corrente democristiana decise la scissione della CGL
unitaria.
Il
periodo delle scissioni sindacali si protrasse per circa due anni,
dall’estate del 1948 alla primavera del 1950. La prima componente a
lasciare la CGIL fu quella cattolica che nell’ottobre 1948 costituì
la Libera CGIL, guidata da Giulio Pastore; dopo alcuni mesi, nel
giugno 1949, fu la volta delle componenti socialdemocratica e
repubblicana che dettero vita alla FIL (Federazione Italiana dei
Lavoratori). Il percorso terminò con la nascita dell’Unione
Italiana del Lavoro (UIL, 5 marzo 1950) e della Confederazione
Italiana Sindacati Lavoratori (CISL, 1° maggio 1950).
Nel
periodo della cosiddetta ricostruzione , come in quello del miracolo
italiano , l'ideologia del mondo cattolico assolse così con la
scissione sindacale ad un ruolo di legittimazione analogo a quello
giocato nel ventennio fascista dal mito dello Stato corporativo, e
divenne uno dei più importanti strumenti di restaurazione
dell'antico Stato liberale e della sua struttura, riassorbendo le
spinte innovative scaturite dalla resistenza ed eludendo anche le
istanze recepite nella Costituzione repubblicana.
La
fase successiva alle scissioni fu una delle più difficili per il
sindacato italiano, segnato da profonde divisioni ideologiche.
Inoltre la repressione poliziesca, condotta dalla famigerata “Celere”
potenziata dal Ministro degli Interni Mario Scelba, causò la morte
di decine di lavoratori durante manifestazioni e scioperi. La città
simbolo di questi “eccidi proletari” fu Modena dove il 9 gennaio
1950 morirono sei operai; ma la maggior parte delle vittime si ebbe
in piccoli paesi del Sud (tra gli altri Melissa, Montescaglioso,
Torremaggiore, Celano); le regioni più colpite furono la Sicilia e
la Puglia.
Il
governo centrista tentò a quel punto una sorta di “riformismo
dall’alto” che diede risultati, a partire dalla riforma agraria
approvata nel 1950, modesti e insoddisfacenti.
I
risultati complessivi del quinquennio 1948-53 apparvero positivi
sotto l’aspetto quantitativo, ma se si verificano dal punto di
vista sociale gli squilibri non erano stati in alcun modo affrontati
e attenuati.
La
politica liberista del governo aveva dunque fatto pagare costi
salatissimi sia al proletariato industriale del Nord, sia al
bracciantato del Mezzogiorno.
Agli
elevati profitti stavano di fronte salari bassi e pesantissime
condizioni di lavoro: condizioni miserrime per milioni di persone
cui si accompagnava una fortissima emigrazione verso i Paesi europei
(pensiamo allo scambio carbone /manodopera con il Belgio e la
trasmigrazione di interi paesi del Sud in Germania o in Svizzera) ,
le Americhe e l’Australia.
La
ricostruzione poteva considerarsi ultimata nel 1954, quando la
produzione industriale aveva superato ormai dell’81% la produzione
del 1938, ma le condizioni reali di vita di gran parte del Paese
iniziarono a migliorare soltanto con l’avvio della modernizzazione
della grande industria, avvenuta grazie all’innovazione tecnologica
che aveva fornito grande vantaggio alle esportazioni.
Toccò
all’industria di Stato ricoprire il ruolo di capofila sia sul
terreno dell’innovazione tecnologica, sia rispetto alle
esportazioni, nella siderurgia, nella chimica e nell’industria
petrolifera, con la vicenda legata all’ENI di Mattei fino alla sua
misteriosa scomparsa.
Ma
se aumentò complessivamente la produttività e con essa i profitti,
i salari rimasero comunque indietro e scarsi furono i progressi
dell’occupazione: nel 1955 risultavano ancora ben 2.161.000
disoccupati.
In
una fase di sviluppo caratterizzata da alti profitti e da bassi
salari, il padronato portò avanti una dura politica di attacco ai
sindacati.
Sul
fenomeno della miseria e dello sfruttamento si svilupparono ben due
inchieste parlamentari: la prima fu approvata il
12 ottobre 1951. La XI Commissione permanente (Lavoro) della Camera
dei deputati rese operativa una proposta di iniziativa dei deputati
Vigorelli, Cornia, Tremelloni, Saragat, Zagari, Chiaramello,
Belliardi del PSDI, per l'istituzione di una commissione parlamentare
di inchiesta "col compito di condurre un'indagine sullo stato
attuale della miseria, al fine di accertare le condizioni di vita
delle classi povere ed il funzionamento delle istituzioni di
assistenza sociale".
La
seconda sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche svolta nel
1957 fu realizzata attraverso un’altra commissione presieduta dal
democristiano Rubinacci, commissione di cui fu eletto segretario il
comunista Massimo Caprara, stretto collaboratore di Togliatti, poi
tra i fondatori del “Manifesto”.
Durante
il governo Scelba (1954 - 1955), in un clima di “guerra fredda”
interna molto acceso l’ambasciatrice statunitense in Italia, Clara
Boothe Luce, dichiarò che gli USA non avrebbero più dato commesse
alle industrie dove nelle elezioni per le Commissioni Interne la CGIL
avesse avuto più del 50%, si sviluppò in pieno l’azione
padronale.
Sotto
il peso del ricatto la CGIL subì un tracollo passando dal 60% al
38% nelle elezioni sindacali alla FIAT svoltesi nell’aprile del
1955 .
Alla
FIAT Valletta aveva costruito opportunamente un sindacato “giallo”
guidato dall’ex cislino Arrighi.
Era
soltanto il caso più clamoroso fra molti altri, determinati da una
generale strategia antisindacale condotta dagli imprenditori con
l’appoggio del governo centrista DC-PRI-PSDI-PLI.
Insomma:
la ricostruzione era conclusa e ci si avviava verso il “miracolo
economico” in un clima di duro attacco alla CGIL, in condizioni di
bassi salari e di alta disoccupazione.
Appariva chiaro
quali soggetti sociali erano stati chiamati a pagare gli altissimi
costi della ricostruzione del Paese stremato dalla guerra fascista.
La classe operaia e
i contadini poveri (l’agricoltura pesava ancora per il 60% nella
formazione del PIL) avevano pagato gran parte di questo prezzo ben
oltre il richiamo all’unità nazionale che le forze politiche della
sinistra avevano cercato di mantenere soprattutto per raggiungere, in
particolare il PCI nel clima della guerra fredda, un dato di
legittimazione nazionale in rappresentanza della classe lavoratrice e
di ceti intellettuali progressisti.
La seconda parte
degli anni’50 avrebbe visto il modificarsi di questa situazione
anche per via delle progressivamente mutate condizioni
internazionali: ma il cammino verso il centro – sinistra con
l’ingresso del PSI nell’area di governo si sarebbe realizzato
ancora a prezzo di drammatici sussulti come quello del Luglio ‘60.
In quel mese
fatidico fu fatto cadere in piazza un governo democristiano sostenuto
dall’MSI .
Un successo
politico realizzato versando un altissimo prezzo di sangue e pagato
in gran parte dal PCI che vide cadere cinque suoi militanti operai a
Reggio Emilia, vittime nuovamente della polizia che sparò sui
partecipanti allo sciopero indetto contro il governo Tambroni.
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