RAPPRESENTANZA, INTERNAZIONALISMO, SOVRANAZIONALITA’ di Franco
Astengo
Vivere nell’isolamento forzato, come sta
capitando adesso a molti di noi, non deve significare l’abbandono
della possibilità di incrementare la riflessione politica.
E’ il caso allora di rilanciare, sia pure a
distanza, quel confronto ,che pure ci era capitato di avviare nei
mesi scorsi, ad esempio con l’apertura del “Dialogo Gramsci –
Matteotti per la ricostruzione della sinistra”.
Anzi, proprio ciò che ci sta capitando addosso
rende sempre più indifferibile l’apertura di una discussione di
fondo.
Molte delle categorie politiche che si ritenevano
assolutamente affermate e incontrovertibili sono andate in
discussione e , nell’augurabile post di questa vicenda, sarà
necessario ripartire sia sul piano dell’analisi di fase sia su
quello dell’intervento diretto al riguardo delle nuove dinamiche
che sicuramente si evidenzieranno sia nel sistema politico italiano,
sia sul piano internazionale.
Provo allora a fornire un minimo di contributo a
un dibattito possibile esaminando tre termini, molto importanti per
la sinistra.
Termini che hanno assunto un peso molto diverso,
almeno sul piano teorico, rispetto alla dimensione da essi avuta nel
recente passato:
1) RAPPRESENTANZA
Ci siamo accorti, nel frattempo, che un livello di
decisionalità come quello richiesto dall’emergenza non può essere
sopportato se non attraverso l’espressione di un corrispondente
adeguato livello di rappresentanza politica.
Infatti l’emergere delle contraddizioni sociali
acuite dalle priorità imposte dalla situazione di eccezionalità (
eccezionalità del tipo di quelle che si affrontano solitamente in
periodi bellici) si sommano necessariamente con le contraddizioni
già presenti nella società .
Si è reso così difficile lo stabilire un ordine
di priorità che non fosse sia quello imposto dall’urgenza della
quotidianità, con un totale assorbimento in quella direzione del
meccanismo comunicativo.
In questi giorni abbiamo sentito gridare “Non si
può chiudere il Parlamento” mentre la commistione tra le
espressioni della comunità tecnico – scientifico si intrecciavano
e la “occasionale” espressione della governabilità (e del
rapporto tra questa e le rappresentanze parlamentari) hanno fornito
alla fine una sostanziale opacità nelle definizione delle scelte
(molto pesanti per una società impostata sul consumismo individuale)
.
L’unico supporto alla chiarezza nelle scelte è
stata quella fornita da una sorta di” indefinizione statistica”.
Un’opacità alimentata da un sistema
di comunicazione di massa vorace di presenzialismo (a tutti i
livelli) ma incapace di uscire dalla banalità dell’esortazione.
Si è così sentita molto forte la mancanza di una
rappresentanza politica fondata sulla qualità complessiva delle
contraddizioni sociali, autonoma nella sua ricerca d’identità,
capace di sorreggere sul piano politico la necessità di confronto e
di rivendicazione sociale che pure sarebbe apparsa, proprio in questo
frangente, quanto mai necessaria.
Va riaperta quindi, con ancora maggiore pregnanza
rispetto al passato, la discussione sul tipo di soggettività
politica che la sinistra deve sapere esprimere, anche in previsione
dell’avanzamento di una radicalità di richiesta nella modifica
profonda dell’organizzazione sociale fondata su liberismo e
relativo individualismo che pure dovrà essere immediatamente
avanzata;
2) INTERNAZIONALISMO
Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di
genere, del territorio è proseguito imperterrito nell’esercizio
da parte dei suoi abituali propugnatori, nonostante l’angoscioso
“stand by” generale.
Nell’aggiungersi della contraddizione legata
alle condizioni sanitarie gli operai delle fabbriche si sono
immediatamente ribellati, dimostrando che l’antico senso di rivolta
verso le sopraffazioni non è ancora morto.
Non qui è il caso, se non di sfuggita, rilevare
il ritardo delle grandi centrali sindacali nell’interpretazione di
questo fatto: forse il fatto più importante accaduto nel periodo
dell’emergenza.
Appare invece opportuno far notare come, sotto
questo aspetto, sia completamente mancato un collegamento a livello
internazionale, una capacità di visione che oltrepassasse (come era,
invece, facilmente intuibile fosse necessario) i confini, in una
comune visione del mondo del lavoro rispetto alla qualità
dell’emergenza .
Una comune visione del mondo che ci mettesse tutti
in grado di esprimere la necessità di proporre livelli di
solidarietà anche nelle proposte di lotte non riservate allo
specifico di quel settore o di quella nazione.
Una visione internazionalista (mi scuso del
linguaggio d’antan ma il mio limitato vocabolario soggettivo non mi
ha suggerito altra espressione) dei diritti dei lavoratori in questa
fase emergenziale avrebbe consentito di fornire una ancora diversa
capacità di lotta.
Una lezione questa che, nell’idea di
ricostruzione a sinistra dovrebbe essere assunta a pieno.
Al di fuori da una visione
internazionalista della lotta dei lavoratori non può esistere
l’eredità del movimento operaio del ‘900 e di conseguenza non
può esistere la sinistra.
3) SOVRANAZIONALITA’
Il tema dell’internazionalismo richiama
immediatamente quello della sovranazionalità, della gestione oltre
lo “Stato – Nazione” di diverse problematiche in una fase nella
quale il sovranismo assume un ruolo molto forte nell’influenza
sulle scelte delle politiche pubbliche e sulla capacità di
aggregazione del consenso all’interno del sistema.
La globalizzazione si è già arrestata almeno da
un paio d’anni rilanciando gli scacchieri della geopolitica e del
gioco delle guerre “locali/globali” ma lasciando comunque spazio
all’innalzamento del peso complessivo dei processi di
finanziarizzazione dell’economia, non si sono fermate le guerre con
il carico conseguente del drammatico problema dei migranti, l’ONU
ha perso peso e capacità d’intervento, l’Unione Europea ha
mostrato la corda del suo fallimento, sono tornate e si sono
moltiplicate le chiusure sia sul piano economico che su quello
politico.
Il sistema fondato sul “turbocapitalismo” e la
finanza sostituta dell’economia ha sicuramente fallito, com’era
facilmente prevedibile, mandando in crisi verticale tutte quelle
espressioni politiche già progressiste (socialdemocratiche o
ex-comuniste post -muro) che avevano cercato di allinearsi al “trend
dominante”: dal Labour di Blair al PDS – DS - PD di D’Alema e
Veltroni.
Pur tuttavia oggettivamente (considerato anche il
quadro complessivo della realtà dell’innovazione tecnologica, in
particolare nel campo della comunicazione di massa) il processo di
cessione di sovranità da parte dello “Stato – Nazione” è
proseguito.
Si rende quindi indispensabile, nel discorso di
ricostruzione a sinistra, un ripensamento complessivo del concetto di
“sovranazionalità” e di proposta di recupero, in questo senso,
di strutture e istituzioni a partire dalla dimensione europea.
In conclusione ho cercato di indicare tre temi
che, in questo momento mi appaiono assolutamente evidenti da
affrontare sul piano del dibattito all’interno di quel discorso di
ricostruzione a sinistra che pure ci auguriamo di poter riprendere al
più presto.
Un discorso di ricostruzione a sinistra che
dobbiamo intendere di portare avanti soprattutto attraverso
l’utilizzo dei tradizionali strumenti di confronto, cui non
dobbiamo intendere minimamente rinunciare per cedere all’assoluto
predominio di una tecnologia il cui utilizzo possa essere inteso come
strumento esaustivo dell’agire sociale e politico.
Rimane evidente come il ritorno dall’emergenza
ci imporrà un livello di riflessione politica molto più profondo di
quanto non ci si potesse immaginare soltanto qualche mese fa.
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