venerdì 31 dicembre 2021

SINISTRA 2022

 

SINISTRA 2022 di Franco Astengo


L’ampia disamina dello stato delle cose in atto contenuta sulle colonne del “Manifesto” del 31 dicembre in un editoriale firmato da Norma Rangeri comprende (per l’ennesima volta, in uno sforzo davvero importante che il quotidiano comunista sta compiendo sotto questo profilo) un richiamo al “ piccolo mondo antico della sinistra non dà segnali di riflessione autocritica”.

Provo allora ad affrontare ancora una volta l’argomento (spinoso) del "c'è vita a sinistra?" allo scopo di provare a fissare alcuni possibili punti fermi in previsione del nuovo anno.

Nell'occasione mi limito a frequentare i “rami bassi” dell’agire politico : non senza, in precedenza a qualsivoglia altra argomentazione, segnalare con forza l’entità del ricatto cui sono sottoposte le istituzioni della Repubblica in occasione della prossima elezione presidenziale.

In nome di una “autorità esterna” l’ex-presidente della BCE sta mettendo in mora l’intero sistema politico chiedendo, in pratica, l’unanimità per sancire la fine definitiva del sistema parlamentare definito dalla Costituzione del ‘48 (una situazione che si verifica, è bene ricordarlo, in tempi di drammatiche emergenze sociali prima ancora che sanitarie).

Questo giudizio, che ho cercato di formulare nel modo più sintetico e preciso, rende superfluo l’interrogarsi su di un punto nodale: nell’immediato la collocazione della sinistra rispetto al “perimetro Draghi”, non può essere che di opposizione qualunque sia l’esito dell’elezione del Presidente della Repubblica.

La priorità che deve assolutamente assumersi la sinistra è quella dell’individuazione del terreno costituzionale come necessario riferimento centrale.

Vanno analizzati a fondo due punti:

1) Quello delle scelte possibili sul terreno della politica internazionale: ruolo dell’Europa/neo atlantismo/ripresa di logiche di schieramento in blocchi;

2) La promozione di un’idea di struttura politica non movimentista ma saldamente ancorata alla tradizione e alla storia della sinistra legata al movimento operaio.

Occorre, inoltre, comprendere che un quadro strategico di ripresa delle istanze di uguaglianza, libertà, solidarietà sociale passano, per quel che riguarda il “caso italiano”, attraverso questa stretta cruna dell’ago del recupero della presenza istituzionale.

A sinistra abbiamo vissuto un passato di divisioni dovute anche ad una volontà di mantenimento di pregiudiziali ideologiche ormai ampiamente superate dalla storia.

Non siamo in grado di pronosticare se il 2022 sarà o meno un anno elettorale.

In ogni caso va proposto un programma molto semplice:

E’ necessario lavorare per costruire la possibilità di una adeguata presenza in Parlamento per un soggetto che tenga fede all’ideale e alla pratica della Costituzione Repubblicana.

Un soggetto fondato sulla centralità del Parlamento e sull’antifascismo corrispondente a quanto socialmente si sta muovendo nel Paese e in Europa (come ha dimostrato lo sciopero del 16 dicembre) per contrastare l’aggressività neo liberista che si affianca ormai a tensioni di destra

cui sarebbe imperdonabile rispondere con una sostanziale acquiescenza alla torsione autoritaria che si sta cercando di imporre al Parlamento e al Paese.


mercoledì 29 dicembre 2021

SFERA PUBBLICA

 



SFERA PUBBLICA di Franco Astengo

In questi giorni si è venuti a conoscenza di episodi che ci riguardano da vicino e che dovrebbero indurre la sinistra savonese ad avviare una discussione sui temi della moralità e della competenza nella sfera pubblica.

Serve ancora rammentare una sintesi di elementi fondativi che dovrebbero essere tenuti a esercitare gli esponenti delle parti politiche legate ai principi di uguaglianza e solidarietà eventualmente chiamati ad operare nella sfera pubblica.

L'auspicio è quello di non dover essere costretti a constatare ancora un volta, nel prossimo futuro, una continuità di supplenza della magistratura rispetto alla politica.

Pensare di rappresentare l'uguaglianza e la solidarietà deve significare, nel mondo moderno diverso da quello della tirannia di Creonte, pensare alla politica come profondamente integrata nella vita di ogni singolo e come unica via per la realizzazione collettiva del bene comune

Occorre ricordare sempre e comunque che : "la coscienza morale è un giudizio della ragione, con il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto."

La moralità politica è un concetto molto più vasto di quanto si possa pensare e il suo intreccio con la consapevolezza del ruolo che si interpreta e con la competenza specifica sui singoli atti ne rappresenta la componente essenziale nell'agire quotidiano.

Ogni essere umano vive all’interno di un insieme di norme sociali che ne regolano il comportamento. Il discostarsi da queste norme può produrre gravi sanzioni, ma la più grave tra queste rimane quella del confronto tra la propria coscienza e l'astrattezza della verbosità della proclamazione ideale.

Non basta la vanità dell'auto-assorbimento nella proclamazione della lotta alle ingiustizie del mondo.



martedì 28 dicembre 2021

2021: BILANCIO DI UN ANNO E ASPETTATIVE DELUSE

 

2021: BILANCIO DI UN ANNO E ASPETTATIVE DELUSE di Franco Astengo


L’anno 2021 si chiude dopo che sono state deluse le aspettative di riuscire a rovesciare il paradigma stabilito dall’emergenza sanitaria tra scienza, tecnica, politica.

Ormai da due lunghi, interminabili, anni non la politica ma scienza e tecnica impongono modi, tempi, scelte, orientamenti economici, stili di vita.

In questo modo il capitalismo continua a dettare le sue leggi e il ciclo del tempo procede rispondendo soltanto alle necessità del momento con l’allargamento delle disuguaglianze,l’intensificazione dello sfruttamento, la crescita del divario cognitivo.

Sfruttamento / disuguaglianze/ divario cognitivo: tre fattori che si alimentano con la detenzione del potere della conoscenza e delle sue complesse forme distribuzione ineguale.

Una presunta ribellione a questo stato di cose ha assunto, almeno nelle società affluenti, la ridicola dimensione di un individualismo presuntamente libertario ma in realtà coercitivo per qualsiasi possibilità di vita collettiva.

Non siamo stati ancora capaci di far comprendere come il rovesciamento del paradigma potrebbe essere ancora possibile se si riuscisse a far risaltare la necessità di una società dell’uguaglianza.

Uguaglianza nella sobrietà dei consumi collettivi e individuali, uguaglianza nella limitazione del profitto e della conseguente vacuità del consumismo egoistico.

Servirebbe ancora definire l’orizzonte di una società diversa per fare in modo di porsi davanti al mistero del futuro nella vita di tutti i giorni.

Pensare ad un “socialismo della finitudine”, al recupero di un senso del limite inteso come obiettivo possibile da realizzare accettando un principio di fondo : questa angosciante cappa di piombo che sovrasta le nostre vite dipende da un modello basato sull’illusione di massa di una società priva di valori morali e completamente fondata sul profitto e sul consumo.

venerdì 24 dicembre 2021

NOVECENTO

 

NOVECENTO di Franco Astengo

Ha già suscitato dibattito l’anticipazione del nuovo libro di Mario Tronti (”La saggezza della lotta” Derive&Approdi) pubblicata dal “Manifesto” il 22 dicembre scorso.

Mi permetto però di tornare sull’argomento perché sollecitato da un punto specifico che emerge dalla lettura di quanto – appunto – già pubblicato.

Si tratta della valutazione che Tronti riserva al Novecento.

Scrive infatti Tronti : “Non abbiamo potuto partecipare al meglio della storia novecentesca: l’età delle guerre civili europee, con dentro la Rivoluzione d’Ottobre, il great crasch del capitalismo, il tentativo di costruzione del socialismo, la lotta antifascista, la Resistenza, la costruzione della Repubblica, la scrittura della Costituzione, quel momento magico del secondo dopoguerra, che ha visto per la prima volta il popolo entrare nello Stato attraverso i partiti di massa. Siamo arrivati che tutto era praticamente avvenuto. Cominciava una storia minore. Era tale la nostalgia della grande storia che quando arrivarono i favolosi anni sessanta, ci parve di scorgere un favoloso ritorno d’epoca. Fu un generoso abbaglio, tutto soggettivo. Non era così. Ripartiva da lì in realtà una nuova pace dei cento anni. In cui siamo tuttora irrimediabilmente immersi”.

Di conseguenza , secondo l'autore, “il Secolo breve” è stato “brevissimo” (dal 1914 alla metà degli anni’50) e il resto del tutto praticamente inutile.

In questa lettura del secolo scompaiono anche buona parte dei "30 gloriosi", gli anni del compromesso socialdemocratico.

Ne ho già scritto, ma scusandomi ribadisco un giudizio secco su quanto si è potuto leggere fino a questo punto: puro nichilismo.

Nichilismo non tanto e non solo perché siamo al disconoscimento di analisi, lotte, visioni, presenza sociale e politica che ci sono state e che hanno attraversato il mondo e noi stessi nei decenni.

Scompaiono tutti quelli che non hanno comunque accettato la logica della "fine della storia".

Soprattutto nel testo di Tronti si legge quel nichilismo che giudica inutile e cancella adesso la possibilità di esprimere ancora un un interrogativo di fondo: quello del come ricostruire una possibilità di concreto esercizio del pensiero critico.

Il primo atto da compiere, per rispondere al quel giudizio sul secolo scorso, sarà di tornare all’articolazione che la storia ha sempre offerto al pensiero umano.

Negli ultimi tempi sembra entrato in crisi l’individualismo esasperato che ha caratterizzato fin dagli anni’90 una “svolta” nell’elaborazione del pensiero umano.

Ritorna in discussione un punto nevralgico sul valore complessivo del “pubblico” rispetto al “privato”.

Ci sarà da riflettere sull’acquisizione di una nuova nozione di “senso del limite”.

L’idea del “senso del limite” ci arriva direttamente dallo stare vivendo “questa” tragedia epocale, ma non basterà neppure aprire questo livello di riflessione per giungere a un piano di elaborazione sulla quale poggiare una prospettiva di “pensiero lungo”.

Servirà una ripresa di costruzione dell’ideale.

Un ideale che rompa l’idea dell’ineluttabile soggezione all’esistente ("la pace dei 100 anni").

Sarà necessario accingersi ad affrontare la complessità assolvendo a un compito di vero e proprio recupero di cognitività.

Un lavoro da cui deve sortire la riattualizzazione nella capacità di individuazione della qualità delle contraddizioni sociali favorendo così l’elaborazione di una teoria del cambiamento all’altezza del presente e del futuro.

Una teoria del cambiamento appare indispensabile per affrontare ancora il senso dei nostri inalterabili richiami storici alla relazione tra democrazia e uguaglianza e dell’evocazione di un adeguato concetto di progresso morale, sociale, economico evitando le trappole di cui appare disseminato il futuro.

Ricostruire l’idea di progresso: questa la sola sintesi possibile per indicare la necessità e l’urgenza di aprire un discorso molto difficile in questo momento di apparente invisibilità dell’orizzonte.

Non va così accettata l'idea di cancellazione del nesso tra presente e futuro.

Va rovesciata l’impostazione hegeliana dell'impossibilità di essere migliori del nostro tempo: sarà necessario essere migliori del proprio tempo.

mercoledì 22 dicembre 2021

RIBELLARSI E' GIUSTO

 

“RIBELLARSI E’ GIUSTO” di Franco Astengo


L’esito dello sciopero generale del 16 dicembre e il risultato del ballottaggio nelle elezioni presidenziali cilene del 19 dicembre (con ciò che ha sempre storicamente legato le vicende della sinistra italiana a quella cilena) hanno rappresentato due momenti di evidenziazione della necessità di approfondire la riflessione a sinistra:

1) l’andamento dello sciopero ha dimostrato l’esistenza di una base sociale che ha sede nel mondo del lavoro e che richiede una rappresentanza politica sui temi generali della condizione materiale di vita e di rapporti sociali. Questo dato è stato ammesso, anzi enfatizzato, anche dagli stessi promotori dello sciopero;

2) L’esito elettorale cileno, arrivato come reazione ad un attacco fortissimo da destra, ha palesato almeno due elementi : 1) la realizzazione di un rinnovamento della classe dirigente; 2) la concretizzazione di un un discorso unitario basato su di un orientamento chiaramente definito nel “manifesto” di Apruebo Dignidad. Un orientamento posto al di fuori di una compromissione moderata e precisamente misurato sul socialismo democratico, la dignità del lavoro, la rappresentanza delle nuove grandi contraddizioni post – materialiste affrontate in una dimensione non corporativa o settoriale, ma di lotta generale per l’emancipazione sociale.

Nel frattempo per ironia della sorte, nel microcosmo residuale della sinistra italiana, l’ennesima mini-scissione da ceto politico ha colpito la già esile struttura di “Sinistra Italiana”.

La dichiarazione rilasciata da Loredana De Petris, a suo tempo combattiva militante di Democrazia Proletaria, sulle ragioni di questa divisione non lascia dubbi : per i fuoriusciti (nel tempo naturalmente gratificati dal laticlavio e veri professionisti della politica)si tratta di inseguire quella che si può ben definire una “moda” alla ricerca di una visibilità e uno spazio molto incerti da definire nel concreto.

Scrive la De Petris: “Bisogna costruire una forte soggettività politica ambientalista e di sinistra, la definirei socio-ecologista. Quello che c’è a sinistra del Pd non basta più, si rischia di restare prigionieri delle identità. Abbiamo provato a fare questo percorso dentro SI, ma non ha funzionato, nel partito ha prevalso la custodia della propria “casa”. Noi vogliamo invece tornare in mare aperto.”

Parole che abbiamo letto e sentite parecchie volte nel corso degli anni uscite dalla penna o dalla bocca di esponenti che trovano difficoltà a mollare l’osso di una politica frequentata davvero come occasione di conservazione di “status” avventurosamente ritrovati in diverse occasioni elettorali come nel caso dell’”antipolitica” trasformata in “politique d’abord” da parte del M5S.

“Antipolitica” e “Ambientalismo” così intesi : forse non si tratta di due facce della stessa medaglia del facile populismo opportunisticamente elettoralistico ?

Una risposta possibile ci viene da una citazione tratta da un articolo di Breville e Rimbert apparso su “Le monde diplomatique” di dicembre. Una citazione da René Dumont, primo ambientalista a candidarsi alla presidenza francese nel lontano 1974: "Ci sembra davvero improbabile che si possa verificare una magnifica fioritura di “uomini nuovi” in un regime capitalistico. Il cristianesimo ci prova da duemila anni e ha fallito perché consiglia tuttora la gentilezza ai ricchi egoisti, invece di predicare la rivolta dei poveri, una crociata contro le casseforti”.

Ancora : nel 1972 nel documento finale della Conferenza dell’ONU sull’ambiente umano si legge della lotta “contro le forme coloniali e le altre forme di oppressione”.

In sostanza si può ben affermare che la complessità delle contraddizioni sociali emergenti nella modernità non possono essere semplicisticamente affrontate affidando, nella transizione, i meccanismi del potere ai capricci del ciclo finanziario inteso come suprema affermazione della modernità capitalistica.

Sono 2 gli elementi che stanno dentro a questa presunta fase di transizione: “oppressione” e “sfruttamento”; 2 elementi che reclamano il pieno ritorno al “ribellarsi è giusto”.

Sembra proprio essere questa l’indicazione che ci arriva dallo sciopero in Italia e dalla vittoria elettorale in Cile.

Non servono le mini-scissioni modaiole buone per tenere qualche posto nelle liste elettorali.

Occorre costruire e organizzare una massa critica sufficiente perché a tutti i livelli si esprima una necessaria “opinione alternativa” con una conseguente pratica politica complessiva.

Loris Caruso ed Enrico Padoan (Il Manifesto 22 dicembre) a proposito delle elezioni cilene scrivono di “strategia politica prima che piattaforma programmatica”.

La sinistra italiana ha davanti, a breve termine, un solo primo possibile passo strategico: assemblare le forze attorno ai nodi fondamentali dell’oppressione e dello sfruttamento per contrastare produttivamente l’ampio spettro di opzioni che la modernità offre ai padroni per proseguire ad esercitare il loro dominio.

Dal nostro punto di vista si tratta allora di tornare a organizzare una massa critica autonomamente sufficiente per tornare a contare sul piano istituzionale e difendere così le libertà fondamentali di espressione sociale, politica, culturale.

"Programma minimo" con l'obiettivo di riuscire ad esprimerci politicamente non in dimensione isolata e semplicisticamente identitaria ricordando ancora come nel “caso italiano” tutto questo sta comunque semplicemente dentro ad un discorso di difesa e affermazione costituzionale e alla tradizione di lotta della sinistra storica e del movimento operaio.


martedì 21 dicembre 2021

NEL RICORDO DI PIERO CASACCIA: L'UNITA' DELLA SINISTRA NEL 1983

 

NEL RICORDO DI PIERO CASACCIA: L’UNITA’ DELLA SINISTRA NEL 1983 di Franco Astengo

Questo ricordo è dedicato alla memoria di Piero Casaccia scomparso nei giorni scorsi e protagonista per decenni della storia della sinistra savonese.

Si tratta del resoconto di un episodio lontano, laddove nella nostra piccola provincia dell’Impero si riuscì a realizzare nella sinistra , in tempi difficili, un concreto intento unitario.

Un’iniziativa politica di cui Piero Casaccia fu protagonista grazie al suo intuito, alla sua coerenza, alla sua tenacia di militante.


Tarda primavera del 1983: le elezioni anticipate si abbattono come un fulmine sul sistema politico italiano.

Dalla fine degli anni settanta l'Italia aveva subito un processo di rinnovamento della produzione industriale il cui fine consisteva nel rendere l'attività dell'impresa totalmente aderente al prodotto e alla domanda delegando all'esterno molti servizi accessori, evitando l'utilizzo di magazzini e favorendo la nascita di una fitta rete di piccole e medie imprese altamente specializzate. Contemporaneamente si verificò un notevole aumento del benessere materiale e del PIL, tanto che alcuni osservatori parlarono di un nuovo boom economico dopo quello degli anni cinquanta e sessanta. Tuttavia lo stato doveva affrontare il problema dell'inflazione molto elevata e del disavanzo pubblico fuori controllo. Questo periodo vide inoltre un notevole indebolimento dei sindacati perché la nuova organizzazione industriale sfavoriva la diffusione delle attività sindacali, poco presenti nelle realtà medio-piccole e per gli eventi legati alla marcia dei quadri intermedi FIAT nel 1980 contro lo sciopero ad oltranza degli operai, che segnò una pesante sconfitta per i sindacati costretti a cedere alle richieste della casa torinese.

In questo contesto la politica italiana aveva definitivamente abbandonato l'ipotesi di aperture al PCI, che sembrava ormai aver arrestato la sua ascesa dopo la fase della solidarietà nazionale e del terrorismo culminata nei 55 giorni del rapimento Moro e nel determinarsi della faglia politica tra "partito della fermezza e partito della trattativa".

Nel 1981 era nata la coalizione del pentapartito che comprendeva DC, PSDI, PRI, PLI.

Mentre i magistrati scoprivano gli elenchi della loggia segreta P2 e il testo del piano di "Rinascita Nazionale" la nuova fase politica si aprì con i governi presieduti dal leader repubblicano Giovanni Spadolini, primo esponente non democristiano a presiedere un Governo della Repubblica, dal momento che alla base dall'accordo di coalizione vi era il principio che i partiti minori godessero degli stessi diritti politici dei democristiani, compresa la possibilità di guidare l'esecutivo. Gli sforzi dell'esecutivo si concentrarono sulla riduzione dell'inflazione, ma dopo poco più di un anno il Governo cadde per la cosiddetta «lite delle comari» tra i ministri dei dicasteri economici il socialista Formica e il democristiano Andreatta.

Ne seguì un Governo presieduto da Amintore Fanfani. Anche questo però ebbe vita breve, poiché nella primavera del 1983 il segretario socialista Bettino Craxi sfiduciò l'esecutivo, ritenendo che la sua parte fosse ormai abbastanza forte da affrontare le elezioni e guidare il Governo.

Craxi fece anche presagire la possibilità di aprire al PCI in un quadro di alternativa: Craxi in questo senso aveva svolto un intervento possibilista al XVI congresso del PCI a Milano nel marzo di quell'anno e un incontro fra le delegazioni comunista e socialista svoltosi a Frattocchie in aprile sembrò lasciare aperta quella prospettiva.

Furono quindi indette dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini le elezioni anticipate.

Il PCI dal 1981 aveva abbandonato la strategia del compromesso storico e adottata la linea dell'alternativa democratica.

Allo scopo di affrontare le elezioni puntando a un risultato che confermasse il 30% dei voti e la supremazia nei confronti dei socialisti per i quali Craxi prospettava la linea dell'onda lunga e del riequilibrio a sinistra il PCI preparò liste unitarie comprendenti tutti i soggetti disponibili al discorso dell'alternativa democratica.

Furono così inseriti nelle liste comuniste i dirigenti del PdUP e della Lega dei Socialisti ( un gruppo uscito dal PSI in rotta con la politica autoritaria e spregiudicata portata avanti dalla maggioranza craxiana e guidato da esponenti di grande prestigio come Tristano Codignola, purtroppo scomparso in quel periodo, ed Enzo Enriques Agnoletti).

Nelle liste si rafforzò molto anche la presenza della prestigiosa pattuglia della Sinistra Indipendente guidata da intellettuali del calibro di Stefano Rodotà e Claudio Napoleoni.

Si autoescluse da questo contesto unitario Democrazia Proletaria, ferma su di una posizione di opposizione sistemica e di aspro confronto nei riguardi delle altre formazioni a sinistra.

In questo contesto a Savona si produsse un fatto politico di rilievo che poi ebbe risvolti anche al di fuori dell'ambito locale.

Nella nostra Città il processo unitario a sinistra era molto avanzato soprattutto per l'iniziativa della Sinistra Indipendente che, guidata da Giovanni Burzio, aveva svolto da tempo una funzione di "ponte" tra il PCI e le forze alla sua sinistra, dopo essere stato protagonista della purtroppo effimera stagione dell'unità sindacale a cavallo tra il '68 e i primi anni '70.

A Savona era anche attiva una sezione del Partito Comunista d'Italia marxista - leninista, un gruppo di compagne e di compagni eredi delle diverse scissioni "maoiste" degli anni'60, molto attivi nel sindacato, nell'antifascismo e nelle lotte studentesche.

Piero Casaccia assieme ad Angelo Billia (per entrambi davvero un ricordo commosso) e Michele Brosio erano i principali esponenti di questo gruppo.

Il PCd'I (m-l) fino a quel momento non aveva partecipato alle elezioni politiche, a differenza di altri gruppi appartenenti a quell'area come "Servire il Popolo" e "Rivoluzione Socialista" che pure avevano ottenuto in passato risultati assai modesti.

Da parte della segreteria provinciale del PCI (di cui era segretario Elio Ferraris) nella figura di Bruno Marengo , futuro sindaco di Savona e tenace assertore dell'unità a sinistra si realizzò un'apertura di confronto con questo gruppo di compagni.

Marengo e gli esponenti del PdUP si recarono nella sede del PCd'I (m-l), una sorta di scantinato in via Buscaglia, per incontrare Casaccia e il risultato fu favorevole.Il testo definitivo fu poi stilato in un conciabolo svoltosi al Bar Reposi.

La presenza del PdUP nelle liste del PCI risultò, in quella fase, determinante per una importante scelta a sinistra, ma la capacità di interlocuzione da parte della segreteria provinciale del PCI (contraria quella regionale che espresse stupore e meraviglia per quel risultato) costituì il fattore decisivo al fine di realizzare la posizione unitaria.

Così "Società e Lavoro", organo della federazione del PCI nel suo numero di presentazione delle elezioni poté scrivere:

"Si sono svolti, a Savona, nell'ambito dell'ampio confronto tra le forze della sinistra in occasione della scadenza elettorale, una serie di incontri tra le segreterie provinciali del Partito Comunista d'Italia (m-l) del Partito Comunista Italiano e del Partito di Unità Proletaria.

Nell'ambito di questo confronto si è convenuto, pur nella consapevolezza della differenza di vedute su varie questioni di politica interna e internazionale e della necessità quindi di un confronto dialettico, sulla possibilità di unire, sull'obiettivo dell'alternativa al più che trentennale malgoverno democristiano, un forte blocco sociale progressista".

Il documento concludeva:

"Per tutto questo il Partito Comunista d'Italia (marxista - leninista) invita tutti i suoi militanti, i suoi iscritti e simpatizzanti a votare il 26-27 giugno per le liste del Partito Comunista Italiano, sostenendo in particolare quei candidati che più hanno operato in Liguria per l'alternativa e per l'unità di tutta la Sinistra".

Così, grazie all'iniziativa sostenuta in prima persona da Piero Casaccia, il Partito Comunista d'Italia (m-l) per la prima volta nella sua storia (iniziata nel 1966 e conclusa nel 1991 con la confluenza in Rifondazione Comunista) prese parte alle elezioni politiche, sia pure nella sola circoscrizione della Liguria.

In realtà la scelta di Casaccia fu sostenuta anche dalla segreteria nazionale del partito in quel momento retta da Fosco Dinucci con il quale i componenti della segreteria regionale del PdUP avevano realizzato un fruttuoso incontro.

Il risultato complessivo fu positivo: arrestato il presidente della Regione Liguria Alberto Teardo candidato con il PSI per una anticipazione (al momento sottovalutata da più parti) di Tangentopoli, il PCI mantenne il 30% dei voti (in Liguria il 36%) e la DC crollò al 32%.

Il PSI compì invece una svolta diversa rispetto alle attese: ricevuto l'incarico dal presidente Pertini, Craxi imboccò la strada del patto di potere con Andreotti e Forlani (il famoso CAF) e alla fine avrebbe arrestato la sua corsa proprio all'interno del tunnel delle tangenti e del malgoverno.

Da ricordare ancora di quel 26 giugno 1983 il risultato elettorale a Savona: Votanti 57.244 (90,57%). PCI-PdUP 22.780 (42,66%), DC 11.737 (21,98%), PRI 4.311 (8,07% i repubblicani furono premiati per la loro ferma posizione sulla "questione morale") PSI 4.164 7,80% (netto calo), PLI 2.502 (4,69%), MSI-DN 2.451 (4,59%), Radicali 1.898 (3,55%), Pensionati 1.545 (2,89%), PSDI 1.219 (2,28%), Democrazia Proletaria 721 (1,35%), Lista Per Trieste 76 (0,14%).




lunedì 20 dicembre 2021

CILE LIBERO, CILE ROSSO

 

CILE LIBERO, CILE ROSSO di Franco Astengo


Dal martoriato Sud America arriva un messaggio importante a tutta la sinistra e alle forze progressiste.

Un messaggio che riguarda tutti coloro che pensano che la storia non sia finita e che ci sia ancora spazio per un cambiamento radicale ed efficace dello “stato di cose presenti”.

Il leader della sinistra Gabriel Boric ha vinto le elezioni presidenziali in Cile al ballottaggio contro il neo-pinochettista José Antonio Kast: il numero uno della coalizione Apruebo Dignidad diventa così a 36 anni il più giovane presidente della storia del paese andino, quello in cui si consumò la tragedia (indimenticabile) del golpe made in USA e dell'assassinio del presidente Allende.

Apruebo Dignidad (Approvo la Dignità) è la coalizione di sinistra formata dal Partito Comunista Cileno, da Convergencia Social (socialismo libertario) e da altri gruppi (Revolucion Democratica, Comunes, Federazion Rgionalista Verde Social, Fuerza Comun, Movimento Unir, Accion Humanista, Sinistra Cristiana del Chile, Izequerdia Libertaria).

Erede del Frente Amplio, Apruebo Dignidad ha ottenuto 1.070.361 voti alle elezioni per la Costituente nel 2021, pari 18,74% e 18 seggi, mentre al primo turno Boric aveva avuto 1.814.809 voti (25,83%) saliti a oltre 4 milioni nel turno di ballottaggio svoltosi ieri.

Questa coalizione di sinistra definisce così il proprio perimetro ideale e progettuale: socialismo democratico, giustizia sociale, femminismo, ecologismo, antineoliberismo e il Partito Comunista del Cile non ha ammainato la propria bandiera.


venerdì 17 dicembre 2021

SAVONA 2021: ANALISI DEL VOTO E RISVOLTI POLITICI

 

SAVONA 2021: ANALISI DEL VOTO E RISVOLTI POLITICI di Franco Astengo

Il forzato rinvio del convegno organizzato dal "Laboratorio" per il 16 dicembre nel corso del quale avrebbe dovuto essere sviluppata un'analisi del voto savonese dello scorso ottobre rende necessario utilizzare strumenti diversi per avviare comunque un dibattito di merito propedeutico ad una augurabile ripresa dell'iniziativa a tempi brevi.

Mi sono così permesso di rielaborare in forma maggiormente organica gli schemi che avevo predisposto per quell'iniziativa e mi permetto di proporre il testo al dibattito e alla riflessione di quanti fossero interessati.

L'ESITO DEL VOTO

Il doppio turno elettorale del 3/4 ottobre (elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale) e del successivo 17/18 ottobre (ballottaggio per l'elezione del Sindaco) ha prodotto un esito che sul piano dell'analisi politologica può essere riassunto in 2 punti:

a) nel primo turno la coalizione a sostegno della candidatura di Marco Russo ha ottenuto un voto di sostanziale "tenuta" rispetto a quella presentata nel 2020 a sostegno della candidatura di Ferruccio Sansa in occasione delle elezioni regionali;

b) l'aumento dell'astensione e la forte volatilità elettorale ha reso difficile lo svolgimento di un'analisi comparata diversamente riferita a quella riguardante il confronto tra i risultati del 2020 e quelli del 2021. Inoltre per comprendere gli spostamenti di voti e i flussi tra i diversi soggetti è obbligatorio riferirci, oltre ai numeri assoluti, alle percentuali ottenute sul totale degli aventi diritto e non soltanto sui voti validi. Diversamente si otterrebbe una sorta di "effetto ottico" distorcente la realtà del risultato, come -ad esempio - avvenne in passato con il vantato 40% realizzato dal PD nelle elezioni europee del 2014 che produsse un effetto illusorio principalmente nell'attività di governo: in realtà si trattava di un fragilissimo 22% calcolato sull'intero corpo elettorale nel quale, in quel momento, prevalevano tensioni corporative e di "scambio politico" che non accolte e soddisfatte provocarono il terremoto di consensi favorevole al M5S ( patrimonio poi dilapidato in pochissimo tempo).

LA COMPARAZIONE TRA IL VOTO COALIZIONALE 2020/2021

Savona Città: Regionali 2020 espressi complessivamente 23.853 voti validi.

Savona Città. Comunali 2021 primo turno espressi per le liste complessivamente 23.681 voti validi.

Una situazione di lieve flessione.

Profonde le differenze nella composizione delle due coalizioni, nel 2020 quella a sostegno della candidatura di Ferruccio Sansa; nel 2021 quella a sostegno di Marco Russo

1) si è verificato un interscambio tra il M5S presente alle regionali e la lista "Riformiamo" presente alle comunali: una parte degli esponenti di "Riformiamo" nelle elezioni regionali aveva sostenuto la candidatura Massardo che a Savona aveva ottenuto 797 suffragi;

2) è anche avvenuto un mutamento d'asse tra le liste a sostegno della candidatura Sansa con 3 liste concorrenti sulla stessa area d'intervento: Lista Sansa, Verdi, Linea Condivisa e il M5S.

Nella coalizione a sostegno di Marco Russo abbiamo invece avuto la lista del "Patto per Savona" posizionata pivotalmente con un dato di forte affermazione civico - progressista. Forte anche la differenza tra il 2020 e il 2021 nell'impostazione della lista di sinistra, tra Linea Condivisa e Sinistra per Savona (comprensiva degli ambientalisti).

Verifichiamo allora i voti dei due schieramenti in Città e nei quartieri.

Nelle elezioni regionali 2020 si era presentato questo quadro:

Linea Condivisa 1.038 voti; Verdi 418 voti; Partito Democratico 6.234 voti; M5S 2.288 voti; Lista Sansa 1.199 voti per un totale di 11.177 voti

Nelle elezioni comunali 2021 la coalizione a sostegno di Marco Russo sale a 11.323 voti con un incremento di 146 suffragi e questo andamento:

a) la lista di sinistra per Savona ha inglobato tutti i voti di Linea Condivisa e dei Verdi guadagnandone ancora 85;

b) il "Patto per Savona" ha recuperato la notevole flessione accusata dal PD inglobando i voti della Lista Sansa e recuperando altri 125 voti. Patto a 2.794 (Lista Sansa 1.199; PD in calo di 1.470 sceso da 6.234 a 4.764)

c) lieve perdita di 104 voti della lista "Riformiamo" 2021 (2.184), rispetto a quella M5S 2020 (2.288).

In sostanza il dato di tenuta della coalizione è stato quindi dovuto a un fattore principale: quello dell'affermazione della lista del "Patto per Savona" come soggetto civico e alla tenuta su 2 fronti evitando dispersioni sia a sinistra sia al centro. Rispetto a questi passaggi il M5S si è rivelato sostanzialmente ininfluente.

IL VOTO NEI QUARTIERI TRA IL 2020 E IL 2021

La suddivisione del voto nei quartieri fa risaltare meglio il dato di rilevante tenuta della coalizione di sostegno per Marco Russo.

La coalizione 2021, infatti, cresce rispetto a quella 2020 in 6 quartieri su 10 (percentuali sul totale degli iscritti):

Centro più 0,34%; Villetta più 3,41%, Villapiana più 1,09% (partendo da una percentuale molto bassa conseguita dalla coalizione alle regionali con il 17,09%), Lavagnola più 1,34%, Santa Rita più 1,10%, Legino più 0,24%.

Si registra invece un calo a: Oltreletimbro meno 0,35%, Fornaci meno 0,76%, Piazzale Moroni meno 0,71%, Zinola meno 0,66%.

La Città non offre più, come accadeva un tempo, zone dal "voto bloccato" attorno ad un soggetto "a coalizione dominante": il PCI nelle periferie; la DC al Centro e alla Villetta.

Il fenomeno della dispersione del voto può essere osservato meglio analizzandolo per singola sezione.

La coalizione 2021 a sostegno di Marco Russo ha superato 1/3 del voto sul totale degli aventi diritto in 2 sole sezioni : 15 (Villetta) e 58 (Zinola), non a caso ai lati estremi della cinta urbana, giudicabili "estremi" anche seguendo le regole tradizionali della distinzione sociologica.

Sempre al riguardo della coalizione 2021 a sostegno di Marco Russo la media cittadina del 22,80% è stata superata in 15 sezioni dislocate in tutti i quartieri della Città:

3 sezioni al Centro (4-6-9)

2 sezioni alla Villetta - Valloria (12-16)

2 sezioni a Villapiana (20-27)

1 sezione a Lavagnola (30)

2 sezioni Oltreletimbro (36-43)

1 sezione Santa Rita (40)

4 sezioni Legino (49-55-59-60)

Di converso si sono situate al di sotto della soglia del 20%:

1 sezione al centro: 10 (la prima ad arrivare al ballottaggio portando chiaro il messaggio della prevalenza della candidatura Russo che in questo caso aveva ribaltato lo svantaggio del primo turno)

1 sezione Villetta - Valloria: 14

1 sezione Villapiana: 18

2 sezioni Lavagnola 29 e 33 (la seconda la sezione sita al Santuario i cui abitanti hanno sofferto i disagi dell'alluvione)

1 sezione Legino: 50

L'AFFERMAZIONE NEL BALLOTTAGGIO DELLA CANDIDATURA MARCO RUSSO

Se per la coalizione si può parlare di tenuta, di successo per l'impostazione civica del "Patto per Savona", di non dispersione a sinistra dovuta alla presenza della lista "Sinistra per Savona" e di una presenza di "Riformiamo" che ha neutralizzato la posizione ostile assunta dal M5S (valutazioni poste esclusivamente sul piano dei dati) si può,invece, parlare di reale incremento al riguardo dei risultati ottenuti dalla candidatura di Marco Russo.

Anche in questo caso le percentuali indicate sono tutte riferite al totale degli iscritti nelle liste e non sul totale dei voti validi.

Questa analisi ci dice che, in un quadro di aumento dell'astensione verificatosi tra il 1° e il 2° turno e di sostanziale disimpegno di quella parte dell'elettorato che aveva scelto al 1° turno altri candidati (nel complesso i 3 candidati fuori dalle candidature Russo e Schirru avevano ottenuto 3.645 voti) l'elemento più importante che si è realizzato nel ballottaggio è stato quello di un flusso di voti in entrata sulla candidatura Russo da parte di elettrici ed elettori che in prima istanza avevano scelto la candidatura Schirru.

La tenuta della coalizione, segnalata nella prima parte di questa relazione, ha rappresentato il piedistallo su cui si è realizzata l'affermazione della candidatura Russo: gli 11.371 voti ottenuti rappresentano il 94,54% degli 11.971 voti del candidato.

Nel secondo turno la percentuale dei voti della coalizione rispetto a quelli del candidato scendono all'81,61% : si totalizza quindi un 13% sul totale di suffragi rivolti direttamente alla candidatura Russo nel 2° turno.

Una situazione completamente opposta a quella verificatasi nel 2016 dove la coalizione a sostegno della candidatura Battaglia aveva superato il totale dei voti ottenuti dalla candidata e aveva continuato a rappresentare l'86, 51% nel ballottaggio. Da notare che nell'occasione delle elezioni 2016 era disponibile un ampio ventaglio di voti recuperabili a sinistra, oltre i più di 7.000 voti raccolti dal M5S si rilevavano anche 1.454 voti della lista "Noi per Savona", 787 della lista "Savona Bella" (ambientalisti) 337 voti al Partito Comunista dei Lavoratori e 1.441 voti a "Rete a Sinistra".

La situazione verificatasi nel 2016 ha dimostrato nella incapacità di coesione il vero punto di fallimento della candidatura Battaglia.

I numeri complessivi dell'elezione del Sindaco sono noti ma li ripetiamo anche in questa occasione: al primo turno la candidatura Russo ha avuto 11.971 voti pari al 24,10% del totale degli aventi diritto; la candidatura Schirru 9.346 voti pari al 18,82%.

Nel secondo turno la candidatura Russo è salita a 13.883 voti pari al 27,95%.

Quest'ultima percentuale merita particolare attenzione.

Riscontrata una percentuale di astensione superiore al 50% una candidatura che ha raggiunto comunque quasi 1/3 dell'intero corpo elettorale deve essere valutata come molto incisiva sul piano dell'aggregazione e della raccolta di consenso.

La candidatura Schirru si è fermata, nel ballottaggio, a quota 8.419 cedendo alla candidatura opposta l'1,87% del proprio elettorato (825 voti).

Dal punto di vista della dislocazione territoriale da notare che, in una situazione di forte difficoltà delle periferie, tra il primo e il secondo turno la candidatura Russo cresce in tutti i quartieri con punte di incremento significative a Piazzale Moroni (più 4,57%) e a Lavagnola (più 4,70%), dove se si esaminano i dati della partecipazione al voto appare più evidente un passaggio di voti dalla candidatura Schirru alla candidatura Russo.

La candidatura Russo è comunque cresciuta in tutti i quartieri:

Centro più 3,81%

Villetta Valloria più 3,79%

Villapiana più 1,15%

Lavagnola più 4,70%

Oltreletimbro più 3,00%

Santa Rita più 2,70%

Fornaci più 4,23%

Legino più 3,10%

Piazzale Moroni più 4,57%

Zinola più 2,43%.

L'ASTENSIONE

I dati fin qui esposti risultano sicuramente confortanti sul piano dell'analisi riguardante la base di consenso su cui Marco Russo è stato eletto Sindaco.

Sono dati però che soffrono dell'indicazione riguardante la mancata partecipazione al voto: un capitolo che deve essere esaminato con la massima attenzione.

Al primo turno i votanti avevano toccato il 52,4%, una quota arretrata con il ballottaggio al di sotto della soglia del 50% con il 46,3%

L'analisi della partecipazione al voto nel ballottaggio ci indica inoltre con chiarezza la forza della disaffezione nelle periferie:

Percentuale dei votanti al ballottaggio:

Centro Città 47.46%

Villetta Valloria 44,35%

Villapiana 42,01%

Lavagnola 41,83%

Oltreletimbro 45,76%

Santa Rita 48,87%

Fornaci 37,96%

Legino 49,21%

Piazzale Moroni 42,94%

Zinola 47,84%


In coda alla graduatoria: Fornaci, Lavagnola, Villapiana, Piazzale Moroni mentre "tiene", anzi a Legino progredisce, la periferia di Ponente.


Ovviamente siamo molto lontani dalle percentuali di adesione alle candidature registrate nelle prime occasioni di elezione diretta del Sindaco dal 1994 al 2011 (sia pure con la partecipazione già in calo) cui ha fatto seguito la brusca caduta del 2016:


1994: elettori 59.566 votanti 50405

1998: elettori 57.570 votanti 44.085

2002: elettori 55.474 votanti 40.177 (inizio a questo punto il trend discendente sia demografico, sia elettorale)

2006: elettori 53.317 votanti 36.903 (qui si segnale un vero e proprio punto di rottura)

2011: elettori 51.822 votanti 35.624

2016: elettori 50.789 (siamo ancora di poco al di sopra della soglia dei 50.000) 31.441 votanti al primo turno e 25.084 al secondo turno, con poco più di 23.000 voti validi (Caprioglio 12.482, Battaglia 11.138).

Da questa messe di dati si può dedurre che l'affermazione della candidatura Russo possa essere giudicata piena e convincente: non realizzata semplicemente "in discesa" per deficit di contrasto dentro un quadro di calo generalizzato.


Quali possono essere allora alcune tracce di considerazioni conclusive:


1) Va ribadita la fragilità del risultato elettorale soprattutto dal punto di analisi riguardante i soggetti politici;

2) L'elettorato savonese appare più influenzato che non in altre fasi dai fenomeni della volatilità elettorale e dell'astensione. Soltanto un esempio sotto questo aspetto: alle politiche del 1996 elettrici ed elettori savonesi ammontavano a 58.688 unità, se ne recarono alle urne 51.319 pari all'87,44%. L'Ulivo raccolse 16.646 voti; il Polo delle Libertà 16.666, la Lega Nord 4.892; alle politiche del 2018 gli iscritti nelle liste erano 47.231, i votanti 34.627 pari al 73,31%, il centrodestra (comprensivo della Lega) ha raccolto 10.853 voti, il centro-sinistra 8.944, il M5S (al culmine della sua breve parabola oggi in rovinosa discesa) 10.448: è difficile parlare di "tenuta" del M5S quando in 3 anni si cala di circa 8.000 voti su di una partecipazione elettorale passata da 34.627 votanti a 26.035).

3) Il successo della candidatura Russo con l'evidente egemonia realizzata nel turno di ballottaggio richiama alla responsabilità decisiva del lavoro della futura amministrazione. Alle forze politiche di partito e civiche che hanno formato la coalizione tocca il compito di consolidare il risultato in Città facendo in modo che il lavoro compiuto non si disperda e non si smarrisca il senso della coalizione che si è formata.

4) Va tenuto ben presente che non si vive soltanto di scadenze elettorali e che, comunque, le prossime chiamate alle urne non riguarderanno il Comune e sarà necessario tenere viva la tensione verso le istanze democratiche e progressiste che sono stzate evidenziate con successo in questa ultima tornata.

5) Grande attenzione va rivolta alla ncessità di colmare il divario tra i risultati delle elezioni generali rispetto a quelle locali. La crescita di consenso registrata attorno alla candidatura Russo in tutti i quartieri nell'occasione del ballottaggio indica a tutti la strada, sicuramente difficile, di una progettualità unitaria e di un impegno quotidiano attorno ai nodi complessi dell'economia, del sociale, della sanità.

6) Deve essere ribadito un concetto di fondo: l'esito è stato positivo ma rimane fragile e difficile da conservare. I numeri ci indicano con chiarezza questa situazione di fatto ed è necessario averne piena consapevolezza.


giovedì 16 dicembre 2021

LA SPINTA DELLO SCIOPERO POLITICO

 

LA SPINTA DELLO SCIOPERO POLITICO di Franco Astengo


In queste ore si sta svolgendo, dopo molti anni, uno sciopero “politico”.

Definire sciopero “politico” quello proclamato da CGIL e UIL, rappresenta un'affermazione impegnativa ma ben giustificata dai fatti.

Il senso dell’iniziativa di CGIL e UIL rivolta al merito della manovra economica che sta preparando il governo Draghi non può essere definito diversamente.

Il punto della vicenda in corso non risiede, infatti, semplicemente nella necessità di riaprire un confronto nei termini materiali, pur decisivi dei numeri delle poste di bilancio e delle percentuali delle aliquote fiscali.

Per giudicare l’esito della giornata non ci si dovrà però appendere ai “numeri” raggiunti dalla mobilitazione e dalla presenze nelle piazze. e i risultati che si avranno rispetto alla mediazione possibile sicuramente non saranno all'altezza delle aspettative che dovrebbero risultare insite in un così grande sforzo di massa.

Intendiamoci: erano scioperi “politici” anche quello del 1984 per la difesa della scala mobile e quello del 2002 sull’articolo 18 (difatti in entrambe le occasioni si verificò uno sbocco referendario, quanto di più “politico” si potesse immaginare).

Quello di oggi assume però un significato diverso anche rispetto a quegli episodi del passato.

Sarebbe imperdonabilmente ingenuo affidare a questa giornata una missione quasi "salvifica" dopo anni di arretramento "storico" sul piano delle condizioni materiali di vita e dell'esercizio dei diritti: arretramento "storico" dovuto anche ad analisi sbagliate sullo sviluppo, di compromissioni su temi decisivi, su deficit evidenti sul piano dei rapporti sociali e delle espressioni culturali accumulati dal Sindacato e dalla sinistra ormai da molto tempo.

Una Sinistra quasi afona e pressoché priva di rappresentanza istituzionale: un nodo quest'ultimo che dovrebbe essere affrontato con realismo e concretezza perché dal suo scioglimento positivo dipenderà buona parte della possibilità di contrasto verso lo scivolamento definitivo verso forme di governo e di presenza politica pericolosamente diverse da quelle della democrazia repubblicana.

Torniamo però all'oggi.

E’ stato detto: si presenta l’occasione di dar voce a chi soffre e non è ascoltato.

Ma c’è di più: oggi CGIL e UIL “coprono” oggettivamente quel vuoto di soggettività di cui si discute da molto, troppo tempo, senza che si sia riusciti ad assumere una iniziativa conseguente sul piano di avviare un discorso a sinistra di progettualità e di visione unitaria.

In una situazione nella quale è incombente il rischio di regalare il disagio sociale alla destra o a un confuso movimentismo ( movimentismo che sui temi sollevati dall’emergenza sanitaria assume paradossalmente caratteristiche ideologiche addirittura sul terreno delle valutazioni scientifiche) gli esiti di questa giornata dovranno senz'altro essere prima di tutto giudicati in termini di utilità sul piano sindacale.

Servirà però anche muoversi oltre nell’analisi e nella proposta: la mobilitazione del mondo del lavoro può e deve rappresentare l'occasione per spingere la riflessione e l'iniziativa sul “vuoto” politico nel quale siamo (anche colpevolmente) capitati.



martedì 14 dicembre 2021

NO AL PRESIDENZIALISMO: PROGETTUALITA' CONTRO RAPPRESENTAZIONE

 

NO AL PRESIDENZIALISMO : PROGETTUALITA' CONTRO RAPPRESENTAZIONE di Franco Astengo

Proprio alla vigilia dell’elezione parlamentare del Presidente della Repubblica è improvvisamente decollata nel dibattito pubblico la discussione sulla forma di governo.

Il partito neo-fascista (auto dichiaratosi “conservatore”) ha lanciato senza mezzi termini l’idea dell’elezione del Capo dello Stato da parte del corpo elettorale con lo scopo dichiarato di abbandonare quella che è stata definita la “palude parlamentare”.

“Repubblica” ha immediatamente corrisposto all’input ricevuto pubblicando l’esito di un sondaggio che assegna il 74% ai favorevoli dell’ipotesi presidenzialista.

Prima di tutto , per inciso,va fatto notare che la percentuale dei contrari (all’incirca il 22%, mentre il 4% non si è pronunciato) più o meno corrisponde alla percentuale che nel 1993 si oppose ,nel referendum del 18 aprile, alla proposta del maggioritario e, ancora, nel 2020 rifiutò l’ipotesi di riduzione del numero dei parlamentari: si può quindi affermare che, nella sostanza, la forma parlamentare disegnata dalla Costituzione sia stata difesa (in passato) e sia difesa (al presente) da una minoranza che non sarebbe sbagliato definire comunque come “consapevole”.

Tornando al filo principale di questo discorso è necessario cercare di approfondire un tema molto delicato cercando di entrare nel merito delle trasformazioni avvenute nel corso degli anni nel sistema politico e nella percezione da parte dell’opinione pubblica delle diverse dinamiche via via intervenute.

Da diverso tempo si notano chiari segnali di mutamento nei rapporti che legano la Comunità all’Autorità Politica.

Questi cambiamenti non sono stati però diretti nel segno atteso e da molti auspicato di una partecipazione politica più informata, più consapevole e meno vincolata a logiche di clientela.

Al contrario, un tasso significativo di apatia nel confronti della politica è rimasto un carattere costante, anche quando sono stati proclamati intenti di grande trasformazione.

Nel frattempo è costantemente diminuita la partecipazione al voto, ben oltre la dinamica dell'allineamento al trend delle cosiddette "democrazie mature".

Nei decenni trascorsi si sono registrati fenomeni di coinvolgimento innovativi, dai referendum (2006, 2016) a quelle manifestazioni di varia natura che hanno dato origine all’esperimento tentato dal M5S, giornalisticamente definito come “antipolitica”, che dopo aver raccolto una grande messe di consensi è miseramente naufragato nell’allineamento alla conservazione dello “status” raggiunto dai singoli e nell’ulteriore incremento della disaffezione fornendo una ben misera prova di sostanziale “gattopardismo”.

Nel frattempo le forme di mobilitazione successive a quelle degli anni della guerra fredda, e quindi non direttamente riconducibili allo scontro tra quelli che furono i partiti tradizionali ( compresi nell’arco costituzionale ma divisi dalla “conventio ad excludendum”) hanno avuto un impatto comparativamente assai inferiore rispetto alle precedenti, pur diventando rilevanti nell’orientare politicamente alcune significative minoranze di italiani (come nel caso della “prima” Lega Nord).

Inoltre l’associazione tra appartenenza sociale e occupazionale e comportamento politico oggi è meno rilevante soprattutto dalla parte dei settori più deboli della società di cui fanno parte, dentro ad emergenti fenomeni di precarizzazione e di impoverimento generale, gli immigrati.

Intanto l’impatto dell’innovazione tecnologica sul mutamento delle forme di lavoro e la crescita esponenziale della precarietà nelle sua diverse articolazioni hanno reso più difficile e complessa l’individuazione delle “fratture” derivanti dalle diverse forme di sfruttamento che si presentano nella “modernità” e che agiscono direttamente nel determinare una sorta di “sfibramento sociale”.

Si tratta di fenomenologie che ampliano lo spettro delle distinzioni di classe e si trovano raccolte all’interno di elementi di assoluta prevalenza da parte dei mezzi di comunicazione di massa e dei social media nella formazione dell’opinione pubblica,

Una egemonia del virtuale ormai arrivata al punto tale da rendere quasi trascurabile l’appartenenza di tipo ideologico a favore di un’opinione fuggevole e mutante sottoposta fortemente alla pressione dell’immediatezza dello “scambio politico”.

In questo quadro la “capacità di custodia delle porte del sistema politico” (il gate-keeping nella terminologia politologica) dei partiti e delle élite politiche appare strutturalmente indebolita.

Si sono così fatti strada fenomeni di verticalizzazione delle istituzioni di governo e di maggiore visibilità degli attori – chiave dei processi decisionali.

E’ emerso il “fattore leaderizzazione”, ovvero la tesi che lega la stabilità politica di un sistema alla capacità di comunicazione mediatica e al gradimento di un leader costantemente alle prese con le valutazioni del pubblico in quella che molti studiosi hanno identificato come “campagna elettorale permanente”.

Tale fenomeno viene anche definito come “presidenzializzazione della democrazia” quando l’oggetto di questa particolare attenzione del pubblico si restringe ai capi degli esecutivi nazionali.

Se allora vogliamo limitare l’analisi al tipo di proposta di elezione diretta del Presidente della Repubblica così come questa è stata avanzata nel quadro specifico del sistema politico italiano si tratta, prima di tutto, di valutare quanto l’enfasi sulla figura e sul valore aggiunto garantito da un dato leader debba necessariamente rappresentare una componente decisiva del rapporto tra pubblico e politica anche oltre il momento elettorale.

Deve essere chiaro che per superare questo elemento della “campagna elettorale permanente” l’idea presidenzialista contempla oggettivamente proprio l’idea di abbandonare la “palude parlamentare” con un conseguente stravolgimento dell’impianto costituzionale e uno spostamento secco del ruolo delle istituzioni verso forme dirette (appunto non parlamentari) di “decisionalità” (bonapartismo, cesarismo, passaggio definitivo dalla "politica del pubblico" alla spettacolarizzazione della "democrazia recitativa" ?).

Dalla fine della guerra fredda in avanti abbiamo registrato il tramonto dell’ipotesi bipolare e, successivamente, anche quella di un ritorno alla “teoria dei due forni” rielaborata attraverso la formazione di due governi avvenuta nel corso della XVIII legislatura avendo assunto il M5S , in maniera del tutto inadeguata, il ruolo di “partito pivotale”: il risultato è stato quello di un’assunzione di “primato esecutivo” della tecnica con la conseguente emersione di una larga sfiducia verso la delega partitica.

Gli elettori “telespettatori” guardano alle persone piuttosto che ai partiti come organizzazioni e hanno imparato ad utilizzare gli strumenti di comunicazione politica, trasformando le modalità di partecipazione ed esponendosi nella campagna elettorale permanente con fette dell’opinione pubblica che subisce influssi emotivi post-razionali come si è dimostrato nel corso dell’emergenza sanitaria.

Si tratta di elementi di allineamento con i trend conosciuti su scala globale: ma non si debbono dimenticare le caratteristiche originarie del sistema italiano e la complessità dell’attuale competizione politica.

Il sistema politico italiano presenta, infatti, una propria specifica articolazione che ha comunque pesato anche nella fase di trasformazione della “democrazia del pubblico”.

Le difficoltà che si incontrano nella messa a punto anche degli strumenti più semplici di regolazione dei rapporti tra economia, media e politica ben rappresentano l’evidenza più nitida della specificità del “caso italiano”.

L’opposizione al progetto di istituzionalizzare il fenomeno della leaderizzazione attraverso l’avvento della formula di elezione diretta del Presidente della Repubblica deve allora tener conto di questi elementi di complessità.

Non è sufficiente agire all’insegna dello slogan “Difendere la Costituzione”, che pure deve essere mantenuto con chiarezza.

Occorre tenere salda un’idea di sistema politico che affermi l’istituto parlamentare come centrale degli equilibri decisionali ( voto di fiducia all’esecutivo, elezione parlamentare del Presidente della Repubblica, limitazione dell’intervento legislativo su iniziativa del Governo, statuti dell’opposizione, sistema elettorale proporzionale).

Per muoversi nella direzione di un efficace contrasto verso l'ipotesi presidenzialista sarà però necessario rilanciare e ridefinire il ruolo dei partiti, che rimangono il soggetto decisivo per mantenere la centralità del Parlamento.

E’ ormai superata la fase che aveva mostrato partiti impegnati per lo più nella difesa statica della propria identità ideologica, ma non necessariamente decisivi nello svolgimento delle politiche pubbliche.

Veri e propri “sconvolgimenti di sistema” (cessione di sovranità dello “Stato – Nazione”, mutamenti profondi nell’identità sociale, utilizzo delle nuove tecnologie) hanno causato una caduta di riconoscibilità con una conseguente perdita di capacità di rappresentanza.

Oggi per contrastare ed evitare una torsione autoritaria serve far ritornare il soggetto collettivo organizzato ad una funzione di dinamico innovatore di policy.

Occorre che i partiti sappiano ritrovare la capacità di un “esercizio della critica” e di una "progettualità sistemica" rispetto alle difficoltà delle nuove tematiche tecnologiche, ai temi eticamente sensibili, , all’impatto dell’interdipendenza economica.

Le organizzazioni politiche debbono tornare a fornire di nuovo le “armi della critica” e della "progettualità di sistema" rispetto all’attenzione crescente verso i media e nei confronti dell’attuazione e della valutazione dei processi decisionali.

Il punto di riaffermazione del sistema parlamentare passa attraverso una sconfitta dell’idea presidenzialista di cui va posta in discussione una visione "semplificatoria" dell’azione politica da esercitarsi attraverso forme non collaudate di interazione sociale.

I partiti debbono saper intendersi quali espressioni di nuova capacità di funzionare come soggetti di integrazione di massa , di pedagogia politica, di visione e di progetto ricostruendo così senso di appartenenza e identità.