NOVECENTO di Franco Astengo
Ha già suscitato dibattito l’anticipazione del nuovo libro di Mario Tronti (”La saggezza della lotta” Derive&Approdi) pubblicata dal “Manifesto” il 22 dicembre scorso.
Mi permetto però di tornare sull’argomento perché sollecitato da un punto specifico che emerge dalla lettura di quanto – appunto – già pubblicato.
Si tratta della valutazione che Tronti riserva al Novecento.
Scrive infatti Tronti : “Non abbiamo potuto partecipare al meglio della storia novecentesca: l’età delle guerre civili europee, con dentro la Rivoluzione d’Ottobre, il great crasch del capitalismo, il tentativo di costruzione del socialismo, la lotta antifascista, la Resistenza, la costruzione della Repubblica, la scrittura della Costituzione, quel momento magico del secondo dopoguerra, che ha visto per la prima volta il popolo entrare nello Stato attraverso i partiti di massa. Siamo arrivati che tutto era praticamente avvenuto. Cominciava una storia minore. Era tale la nostalgia della grande storia che quando arrivarono i favolosi anni sessanta, ci parve di scorgere un favoloso ritorno d’epoca. Fu un generoso abbaglio, tutto soggettivo. Non era così. Ripartiva da lì in realtà una nuova pace dei cento anni. In cui siamo tuttora irrimediabilmente immersi”.
Di conseguenza , secondo l'autore, “il Secolo breve” è stato “brevissimo” (dal 1914 alla metà degli anni’50) e il resto del tutto praticamente inutile.
In questa lettura del secolo scompaiono anche buona parte dei "30 gloriosi", gli anni del compromesso socialdemocratico.
Ne ho già scritto, ma scusandomi ribadisco un giudizio secco su quanto si è potuto leggere fino a questo punto: puro nichilismo.
Nichilismo non tanto e non solo perché siamo al disconoscimento di analisi, lotte, visioni, presenza sociale e politica che ci sono state e che hanno attraversato il mondo e noi stessi nei decenni.
Scompaiono tutti quelli che non hanno comunque accettato la logica della "fine della storia".
Soprattutto nel testo di Tronti si legge quel nichilismo che giudica inutile e cancella adesso la possibilità di esprimere ancora un un interrogativo di fondo: quello del come ricostruire una possibilità di concreto esercizio del pensiero critico.
Il primo atto da compiere, per rispondere al quel giudizio sul secolo scorso, sarà di tornare all’articolazione che la storia ha sempre offerto al pensiero umano.
Negli ultimi tempi sembra entrato in crisi l’individualismo esasperato che ha caratterizzato fin dagli anni’90 una “svolta” nell’elaborazione del pensiero umano.
Ritorna in discussione un punto nevralgico sul valore complessivo del “pubblico” rispetto al “privato”.
Ci sarà da riflettere sull’acquisizione di una nuova nozione di “senso del limite”.
L’idea del “senso del limite” ci arriva direttamente dallo stare vivendo “questa” tragedia epocale, ma non basterà neppure aprire questo livello di riflessione per giungere a un piano di elaborazione sulla quale poggiare una prospettiva di “pensiero lungo”.
Servirà una ripresa di costruzione dell’ideale.
Un ideale che rompa l’idea dell’ineluttabile soggezione all’esistente ("la pace dei 100 anni").
Sarà necessario accingersi ad affrontare la complessità assolvendo a un compito di vero e proprio recupero di cognitività.
Un lavoro da cui deve sortire la riattualizzazione nella capacità di individuazione della qualità delle contraddizioni sociali favorendo così l’elaborazione di una teoria del cambiamento all’altezza del presente e del futuro.
Una teoria del cambiamento appare indispensabile per affrontare ancora il senso dei nostri inalterabili richiami storici alla relazione tra democrazia e uguaglianza e dell’evocazione di un adeguato concetto di progresso morale, sociale, economico evitando le trappole di cui appare disseminato il futuro.
Ricostruire l’idea di progresso: questa la sola sintesi possibile per indicare la necessità e l’urgenza di aprire un discorso molto difficile in questo momento di apparente invisibilità dell’orizzonte.
Non va così accettata l'idea di cancellazione del nesso tra presente e futuro.
Va rovesciata l’impostazione hegeliana dell'impossibilità di essere migliori del nostro tempo: sarà necessario essere migliori del proprio tempo.
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