Per porre le basi della costruzione di una nuova soggettività dei comunisti e della sinistra d'alternativa, fondata sui tre elementi che continuiamo a ritenere fondativi di questo progetto: autonomia teorica e d'iniziativa, alternativa di società in termini anti-capitalistici e opposizione allo stato di cose presenti.
sabato 30 maggio 2026
EDGAR MORIN: LA MIA SINISTRA E IL "SOCIALISMO DELLA FINITUDINE"
EDGAR MORIN: LA MIA SINISTRA E IL "SOCIALISMO DELLA FINITUDINE" di Franco Astengo
E' morto Edgar Morin: a 104 anni uno degli ultimi maîtres à penser della cultura contemporanea. Sociologo, filosofo, antropologo e epistemologo: un “intellettuale onnivoro”.
Mi permetto di ricordarlo (in maniera del tutto indegna considerato un evidente deficit culutrale da parte mia) per via di un passaggio di pensiero che mi ha fatto ritornare ad un testo di Felice Besostri, la cui mancanza proprio in questi giorni non è mai stata così forte nella sinistra italiana.
Nel luglio 2014 sul blog "Perchè la sinistra" compariva infatti un intervento di Felice che prendeva spunto proprio dal libro di Morin "Ma gauche" (Erickson, Trento 2011) :
"La sua sinistra è anche la mia, quella che ricomponga i suoi filoni ideali storici : socialista, comunista e libertaria con l’aggiunta dell’Ambientalismo e dei diritti umani e civili. Si parla dei filoni ideali, perché le loro realizzazioni storiche hanno deluso, mentre gli ideali non tradiscono mai. La situazione attuale della sinistra è peggiore che 100 anni fa. Ora come allora la sinistra è divisa, ma almeno allora si divideva tra socialdemocratici e comunisti su come arrivare ad una società socialista, non per avervi rinunciato. Allora si pensava che il Partito dovesse prefigurare la futura società. Se ne fossimo ancora convinti ci sarebbe da averne paura. Sappiamo tutti come è la vita interna ai partiti. Cosa manca alla sinistra per aspirare a governare il paese con suoi uomini e donne e suoi programmi? Si pensa che non ha un leader carismatico. Sbagliato! È la mancanza di sintonia con la maggioranza dei cittadini, quelli che hanno pagato e pagheranno la crisi. Più che di un leader abbiamo bisogno di tante persone assolutamente normali che vivano insieme ad altri come loro, ne ascoltino le domande anche se non hanno subito l3 risposte, ma si impegnano cercarle. C’è una crisi della rappresentanza e perciò della democrazia, anche perché ci si è fatti abbagliare a sinistra dai miti della governabilità, ma anche perché abbiamo separato la rappresentanza dalla sua organizzazione. Denunciamo che i poveri assoluti sono passati da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila. E’ un dramma che non si traduce in un aumento dei consensi per chi ritiene che sia intollerabile. Ci sono anche 2 milioni e mezzo di depressi, che non si aggiungono ai poveri assoluti, è molto probabile che i poveri assoluti siano anche depressi. Perché questo fatto, la mancanza di consenso tra chi è emarginato, non è al centro delle nostre riflessioni? Che è poi l’unico modo per rendere credibile il legame indissolubile tra libertà democrazia e socialismo. Quello cui credo perché lo ripeto sono qua da socialista, e i socialisti devono ritrovare piena cittadinanza nella sinistra"
Fin qui Felice Besostri nell'occasione citata.
Su quella base elaborammo , lui socialista e chi scrive proveniente da un comunismo almeno anomalo dal punto di vista delle appartenenze immediate, l'idea del "socialismo della finitudine" le cui basi politiche ancora nel 2020 eravamo così capaci di riassumere: Siamo nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata, a partire dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei partiti di massa.
E’ questo , della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di una proposta d’analisi che ci siamo permessi di definire come del “socialismo della finitudine”.
“Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo,di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”.
Il primo punto di programma di una aggregazione politica così teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante (forse qui servirebbe un punto d'aggiornamento attorno al tema dell'egemonia dell'AI e dei sui produttori e del loro strapotere tecnocratico anche sul piano ideale).Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico” e non potrà essere lasciata all'arbitrio di chi crede come dogma assoluto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo".
Naturalmente tutto l'impianto di questa proposta ruotava (e ruota) attorno all'intreccio tra l'antica, insopprimibile "contraddizione principale" e le nuove fratture affermatesi nella fase "post-materialista" (almeno così rozzamente definibile).
Un intreccio la cui definizione e trasformazione in progetto politico appare più che mai oggi in fatale ritardo nell'assenza di un disegno di società alternativa e di sintesi politica.
Felice Besostri ci ha lasciato nei primi giorni del 2024, Edgar Morin adesso: senza presunzione possiamo considerare l'idea del "socialismo della finitudine" come un lascito di entrambi cui tenere fede mantenendo l'impegno quotidiano nella ricerca e nella militanza.
giovedì 28 maggio 2026
ELEZIONI AMMINISTRATIVE MAGGIO 2026: IL VOTO DELLE SINGOLE FORZE POLITICHE NEI 18 COMUNI CAPOLUOGO
Allo scopo di cercar di capire il "vero" trend della dinamica politica anche in vista delle elezioni legislative generali (vedremo la data) ho lavorato sul comportamento delle diverse forze politiche in occasione del turno elettorale amministrativo svoltosi lo scorso 23/24 maggio.
Prima di tutto è bene segnalare come l'analisi del voto dei media mainstream non consente di comprendere appieno la dinamica complessiva.
Esaminando l'andamento nei 18 comuni capoluogo (un test sufficientemente attendibile perchè spalmato sul territorio nazionale e composto da città medio - piccole) si possono notare questi punti salienti:
1) la partecipazione al voto si è mantenuta al livello del referendum del 23 marzo ed è tornata alla dimensione di 5-6 anni fa dopo il turbinio della volatilità e dell'ascesa dell'astensionismo che aveva contraddistinto il periodo post-Covid fino alle elezioni del 2022 dove la volatilità aveva pressoché coinciso con l'astensione e aveva ripreso forma il profilo bipolare del sistema (il M5S principale attore della disarticolazione del bipolarismo perse in quell'occasione all'incirca 6.000.000 di voti mentre il calo dei voti validi fu di quasi 5.000.000)
2) Rispetto al totale dei voti validi (835.492 su 1.408.829 elettrici ed elettori nei 19 capoluoghi al voto il 23/24 maggio) i due poli: centro destra e campo largo (comprensivo di IV e zone limitrofe, senza Azione,) valgono l'87,03%.
3) Dal punto di vista delle espressioni di voto rivolte direttamente ai simboli di partito siamo di fronte a una complessiva equivalenza (questo dato rende il tema della soglia per acquisire un eventuale premio di maggioranza come nel progetto della destra quanto mai complesso). Alla fine la somma del centrodestra comprendente FdI, Lega, Forza Italia, Noi Moderati e UDC, liste civiche d'appoggio, le 10 liste di appoggio alla candidatura Basile a Messina hanno assommato a 365.752 voti (25,93% sul totale degli aventi diritto, 43,83% sul totale dei voti validi). La somma del campo largo comprendente PD, AVS, M5S, Italia viva e affini, PRC (2 candidature) Liste Civiche d'appoggio, una lista comune M5S-AVS, liste (5) Crisafulli a Enna e liste De Luca (7) a Salerno assomma a 361.456 voti pari al 43,72% sul totale dei voti validi (in questo caso entrambi i poli avrebbero superato la soglia del 42% e questa non risulta essere una ipotesi peregrina).
4) Le percentuali dei singoli soggetti calcolate sul totale dei voti validi sono queste.
Centro-destra: Liste Civiche d'appoggio 14,03%, Fratelli d'Italia 11,43%, Lista Basile Messina 7,12%, Forza Italia 6,11%, Lega 3,90%, Noi Moderati-UDC 1,24. Fratelli d'Italia ha presentato in proprio simbolo in tutti e 18 i comuni, Forza Italia in 16, Lega 12, Noi-Moderati e UDC 11, Le liste civiche erano presenti in 14 comuni oltre alle liste Basile a Messina.
Campo largo: PD 15,09%, Liste Civiche 10,53%, Liste De Luca 9,41%, AVS 3,85%, M5S 1,80%, Italia Viva e affini 1,63%, Liste Crisafulli (5) 1,00, lista M5S-Avs 0,25%, liste PRC 0,16%.
Il PD ha presentato il proprio simbolo in 15 comuni, AVS in 13, M5S 11, Italia Viva e affini 9, PRC 2, Liste Civiche 15, M5S-AVS 1, 5 liste con la candidatura Crisafulli a Enna, 7 liste con la candidatura De Luca a Salerno.
Azione, presentatasi in alternanza di schieramento in 9 comuni ha raccolto lo 0,64% sul totale degli aventi diritto e il 1,08% sul totale dei voti validi.
Al di fuori rimane un 7,01% per cento sul totale dei voti validi frammentati su diverse "issue".
Da questo test parziale (questi 18 comuni però sono i soli che consentano una valutazione sufficientemente chiara proiettabile sul quadro politico generale) si possono dedurre due indicazioni:
1) il sicuro rafforzamento del profilo bipolare che si evince anche dalla forte presentazione dei simboli di partito nelle città, a dimostrazione di presenza territoriale e anche di volontà di proporre il proprio simbolo;
2) il grande equilibrio già segnalato analizzando i risultati delle diverse candidature e segnalato anche da autorevoli organi di stampa (esempio "Il Corriere della Sera" oltre all'analisi sviluppata da Gianfranco Pasquino per "Domani".
Grazie per l'attenzione
Franco Astengo
mercoledì 27 maggio 2026
IL COMUNE SI SAVONA ALLA GUIDA DELLA RIPRESA INDUSTRIALE
IL COMUNE DI SAVONA ALLA GUIDA DELLA RIPRESA INDUSTRIALE di Franco Astengo ("Il rosso non è il nero").
Si è svolta ieri, 26 maggio 2026, l'audizione davanti alla 9a commissione del Senato (emergenze industriali e occupazionali) riguardante la situazione dell'area industriale di crisi complessa del savonese.
In questo quadro hanno sorpreso le dichiarazioni dell'assessore regionale Ripamonti (non nuovo a sortite discutibili) sull'andare avanti nella "continuità industriale".
L'assessore sembra ignorare la realtà: i dati del primo quadrimestre 2026 fanno segnare un massiccio ricorso alla cassa integrazione; nel solo mese di marzo sono state approvate 200.000 ore di ammortizzatori sociali.
Sotto tiro in particolare l'indotto automobilistico e - adesso - anche il settore del vetro: i comparti sui quali si è maggiormente incentrata l'attenzione dei sindacati nel documento preparato proprio per l'occasione di cui si sta discutendo.
Il tema però è più vasto (non dimentichiamo la questione SANAC e quella Piaggio non certo risolta con l'acquisizione da parte di Baykar: ma sono soltanto degli esempi).
Al centro si situano due questioni fondamentali:
1) Il superamento del concetto di "area industriale di crisi complessa" da sostituire con una proposta di nuovo modello di sviluppo. Ci siamo più volte soffermati sulla complessità del territorio della provincia di Savona sotto l'aspetto economico ma non solo. Diventa decisiva la definizione di un'area centrale destinata a ospitare un livello di produzione industriale dotato del know-how di più alto profilo. Contemporaneamente tutta la Provincia ha bisogno di un salto di qualità sul terreno infrastrutturale che nel caso dell'asse Savonese - Val Bormida servito dalla portualità di Savona - Vado: c'è bisogno urgentemente di un corridoio ferroviario (oltre che stradale) rivolto verso i grande hub logistici del Nord. Evidente, in questo quadro (e nel caso ci ripetiamo per l'ennesima volta) il tema delle aree industriali dismesse la cui risoluzione appare del tutto fondamentale;
2) Alla citata audizione in Senato era presente il sindaco di Savona Marco Russo: un segnale molto importante quello della partecipazione del primo cittadino della città capoluogo che è bene ricordarlo non fa parte del perimetro dell'area industriale di crisi complessa (una scelta avvenuta nel 2016 non appena il centro destra si era insediato a Palazzo Sisto e in regione dominava il "sistema Toti". Nel frattempo la legislazione nazionale ha ridotto la Provincia a ente di secondo grado pur rimanendo di caratura costituzionale) e questo ha comportato un deficit di presenza e di capacità politica ben al di là del quadro formale riguardante le deleghe. Savona deve rientrare nel sistema dell'area industriale assumendo quel ruolo di capofila che naturalmente le compete. La Città è alle prese con una complessa fase di cambiamento non solo urbanistico al termine del quale dovrebbe essere completato il lungo e tormentato iter post-industriale nel corso del quale, dagli anni '90 del XX secolo, si sono sviluppate contraddizioni nel corso delle quali la Città non solo è diminuita demograficamente ma si è impoverita dal punto di vista commerciale e della qualità dei servizi (in particolare la sanità). L'attuale amministrazione della Città ha impostato finalmente una fase di "regia pubblica" capace di accompagnare e concretizzare questa complessa fase di transizione. Fase resa ancora più complicata dal prorompere dell'innovazione tecnologica e da un profondo mutamento negli standard degli stili di vita medi. Porsi al centro di un'area di tecnologicamente avanzata di area di nuova industrializzazione che comprenda l'area dell'ex-PRIS e della Valbormida dovrebbe rappresentare il punto (collegato con la portualità commerciale) sul quale fondare una diversa prospettiva di sviluppo. Il richiamo di attori interpreti della modernità più avanzata dovrebbe rappresentare l'elemento di maggior impegno anche nel dialogo con la Regione e il Governo che non può essere limitato alle pur (sacrosante) battaglie di rifiuto del rigassificatore e del termovalorizzatore. Un solo richiamo storico: il grande periodo della presenza industriale a Savona tra gli anni'30 - '50 del secolo scorso poggiava su 3 pilastri produttivi tutti dotati di specifica capacità progettuale attraverso brevetti e lavorazioni particolari. Brown Boveri, Ferrania, Scarpa&Magnano. A quella qualità di rapporto tra sviluppo tecnologico e produzione che si sviluppava in quelle aziende pensiamo ovviamente quali modelli ispiratori ben coscienti di quanto profondamente siano mutate la condizioni complessive anche nel pensiero scientifico e tecnologico e, di conseguenza, produttivo.
martedì 26 maggio 2026
NUMERI (PROVVISORI) DEL PRIMO TURNO ELEZIONI COMUNALI 2026
NUMERI (PROVVISORI) DAL PRIMO TURNO ELEZIONI COMUNALI 2026 di Franco Astengo
Sicuramente è impresa coraggiosa tentare di ricavare dati di indicazione generale sul piano politico dall'esito del primo turno delle elezioni comunali svolte il 24-25 maggio 2026 in molte regioni italiane.
Ci riferiamo ai 18 comuni capoluogo di provincia dove si è votato: Venezia, Reggio Calabria, Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Andria, Trani, Crotone, Agrigento, Messina, Enna, Avellino ritenendo il loro risultato quello più analizzabile sul terreno politico generale.
Del resto l'analisi del risultato di tutti i comuni è fortemente condizionato dalle alleanze variabili stabilitesi a livello locale e dalla presenza in tutti i piccoli comuni di un grande numero di liste civiche e pseudo-tali.
Abbiamo vissuto fasi di grande volatilità elettorale e di forte crescita dell'astensione poi frenata molto parzialmente in occasione del referendum sulla giustizia del 23 marzo di quest'anno.
Sorprenderà allora questa valutazione di sostanziale stabilità tra l'esito delle elezioni comunali precedenti (svoltesi tra il 2020 e il 2021 sempre in riferimento ai capoluoghi già citati) e l'esito di quelle tenutesi domenica e lunedì scorsi.
La nostra valutazione è di tipo complessivo ed esula dalla specifica importanza delle singole situazioni da Venezia a Reggio Calabria, da Messina a Salerno (certo che si conferma ancora una volta il rinserramento nell'Italia Centrale e segnatamente in Toscana delle coalizioni a trazione PD) pur con qualche eccezione.
Eppure tirando giù i dati nel dettaglio sembra proprio essere così: un dato complessivo di scarsi scostamenti tanto da farci ritornare indietro ai tempi di quando uno spostamento dello 0,2 in avanti o all'indietro poteva causare uno sconvolgimento nell'assetto di una forza politica (non dimentichiamoci di quale effetto ebbe, ad esempio, nel PSI il mancato raggiungimento della soglia psicologica del 10% in occasione delle elezioni politiche del 20 giugno 1976).
Vediamo in estrema sintesi:
nei 18 comuni capoluogo erano iscritti nelle liste elettori 1,408.899 elettrici ed elettori.
Hanno depositato un voto valido nell'urna (il riferimento è ai candidati sindaci) 835.491 cittadine e cittadini pari al 59,30%.
Negli stessi capoluoghi in occasione delle precedenti elezioni comunali elettrici ed elettori aventi diritto assommavano a 1.437.715; i voti validi furono 872.924 pari al 60,71% (la flessione è dell'1,41%).
Nell'occasione del 2026 i 18 candidati sindaci presentati dal centrodestra hanno ottenuto 317.134 voti pari al 22,50% sul totale degli aventi diritto; mentre quelli presentati dal cosiddetto "Campo Largo" ne hanno assommato 317.527 pari al 22,53% (aleggia lo spettro del pareggio nonostante l'ingresso del M5S nel cosiddetto "campo largo" : ingresso che, alla luce del responso dei numeri, potrebbe essere giudicato ininfluente; ma si conosce il divario di consenso prodotto dal M5S tra elezioni locali e consultazioni generali). Le candidature civiche e "altre" alle quali abbiamo assimilato anche quelle di De Luca a Salerno e Basile a Messina ( e non quella di Crisafulli a Enna assegnata al "Campo Largo") hanno toccato i 200.830 suffragi (pari al 14,25% sul totale degli avanti diritto).
Questi gli scostamenti rispetto alle precedenti comunali:
le candidature del centro-destra avevano avuto 321.686 consensi pari al 22,37% degli aventi diritto (nel 2026 crescita dello 0,13%); le candidature del centro-sinistra avevano avuto 348.311 voti (nel 2026 un meno 1,69%) quelle del M5S 35.452 voti pari al 2,46% e quelle "civiche e altre" 167.475 voti pari all'11,66%.
In sostanza : la partecipazione al voto dopo le montagne russe tra politiche 2022, regionali 2024-2025, referendum 2026 ( nell'occasione delle elezioni regionali 2024-2025 la partecipazione complessiva era scesa al 50,24% sempre in riferimento ai 18 capoluoghi presi in esame per risalire al 58,96% nel referendum sulla giustizia 2026) appare tornata al livello delle elezioni comunali 2020-2021 (-1,41%).
Anche le candidature del centro-destra sono rimaste stabili crescendo, di elezioni comunale in elezione comunale, dello 0,13%.
Sul versante del "campo largo" sempre riferendoci all'esito delle candidature a Sindaco si direbbe che non è emerso alcun vantaggio dall'ingresso del M5S (in totale la perdita complessiva è dell'1,69% mentre il MoVI mento aveva avuto il 2,46%).
Crescono le candidature civiche e altre fino al 14,25% dal precendente 11,66% ma qui entra in ballo il peso degli "affaire" De Luca a Salerno e Basile a Messina.
Tutto questo in via provvisoria in attesa di maturare ulteriori riflessioni.
lunedì 25 maggio 2026
INTERNAZIONALISMO E MILITARISMO
INTERNAZIONALISMO E MILITARISMO di Franco Astengo
La splendida prova di internazionalismo fornita attraverso tutti i tentativi di mare e di terra per portare aiuto a ciò che rimane della popolazione di Gaza deve essere sottolineata con grande forza sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista storico.
Sotto l'aspetto storico siamo davanti alla migliore eredità dei punti alti, in particolare del socialismo europeo soprattutto sotto l'aspetto della visione di chi al momento dell'inverarsi della tragedia della prima guerra mondiale si oppose alle diverse union sacrée quando sull'altare delle convenienze nazionaliste fu sacrificata la II internazionale.
Sul piano più direttamente politico questo afflato internazionalista che il governo israeliano sta cercando duramente di reprimere richiama direttamente una riflessione rivolta sia verso il movimento per la pace che mi pare non riesca ad esprimersi in forma convinta sul piano globale sia verso i partiti della sinistra europea ai quali andrebbe ricordato come l'internazionalismo si opponga direttamente al militarismo: una memoria che in questo momento di rilancio del nucleare in chiave bellica e di grande espansione dell'industria delle armi andrebbe rinfrescata giorno per giorno.
E' importante riassumere, proprio in questo momento storico, i contenuti di base del concetto di internazionalismo che deve sottendere un principio comune: quello dell'impossibilità di concepire l'aspirazione alla libertà e all'uguaglianza entro i confini di una singola relatà statuale: l'idea di considerare decisivo uno "spazio politico europeo" dove contenere l'idea internazionalista (ben diversa dal semplice sovranazionalismo) come fattore fondamentale di espressione per ogni principio etico e politico.
Si tratta di principi elementari che vanno portati avanti con grande determinazione e che debbono ispirare la possibile ripresa di una presenza della sinistra anche sul nostro piano interno: non si tratta soltanto di contrastare le iniziative belliche o di esprimere solidarietà a quelle umanitarie come nel caso indicato all'inizio (anche nel caso dell'accoglienza ai rifugiati) ma piuttosto di disporre della piena consapevolezza della necessità di opporsi a questo esistente nel quale sembra emergere una gigantesca operazione di riarmo globale.
Per quanto riguarda l'Italia ad esempio non può essere che ribadita la contrarietà al nucleare anche per uso civile (troppo sottile il confine tra civile e nucleare) e la necessità di una strategia industriale che superi l'attuale centralità dell'industria delle armi (pensiamo alla Germania e all'operazione in atto di conversione dell'industria automobilistica in industria bellica e alla sussidiarietà all'industria tedesca di parte rilevante del comparto industriale del Nord Italia e al ruolo di Leonardo).
Su questi punti va ricercata una solidarietà di massa senza il vincolo stretto della dimensione puramente ideologica e va anche collegata un'analisi politica da sviluppare attorno ai nodi della crisi della democrazia liberale e della sua insufficienza rispetto al prorompere delle modificazioni sociali frutto delle applicazioni tecnologiche.
Non ridurre l'impatto delle modificazioni tecnologiche sull'assetto sociale a semplice mero "contrasto" verso l'idea di assorbimento dell'individualismo competitivo che segna la "modernità" nella totale subordinazione dei diversi livelli di governo e delle stesse espressioni di massa all'impero della tecnica.
Dovrebbe essere avanzata una proposta non solo di regolazione dei fenomeni correnti che (come nel caso del regime israeliano) incorporano la guerra nell'ipotesi di accentramento del potere per via tecnocratica ma di vera e propria progettualità alternativa.
Una progettualità alternativa che dovrebbe essere mossa richiedendo l'adozione da parte dei soggetti politici di due punti di principio fondamentali: il primo riguardante la "qualità" la cui massima espressione non può che essere rappresentata dall'opzione della pace; il secondo riguarda la "dimensione" e torna così l'affermazione del principio internazionalista.
sabato 23 maggio 2026
COMUNE DI SAVONA: MAGGIORANZA DEL 23 MAGGIO 2026
Care compagne e cari compagni
Andamento ed esito dell'affollata riunione delle forze di maggioranza nell'amministrazione del Comune di Savona svoltasi questa mattina 23 maggio 2026, mi hanno suggerito alcune considerazioni di carattere generale che ho ritenuto, scusandomi per il disturbo, di trasmettervi in funzione di una riflessione collettiva che dovrebbe essere avviata quanto prima.
Una constatazione preliminare che riveste però il valore di una osservazione di fondo: con la partecipazione all'interno della coalizione democratico - progressista che ha eletto sindaco Marco Russo con le elezioni del 2021 abbiamo ottenuto un risultato a mio giudizio di grandissima importanza: risultato poi impreziosito dal lavoro svolto in Giunta con la realizzazione di un punto-cardine del nostro programma quello relativo al decentramento e alla partecipazione più larga alla vita pubblica (pur in tempi di grande difficoltà che stiamo attraversando proprio sotto questo aspetto).
Come si può sintetizzare l'esposizione dei termini di questo risultato politico?:
Si è riusciti a far passare dall'egemonia del privato a un serio discorso di regia pubblica il completamento del processo di de-industrializzazione della città avviato alla fine degli anni'90 del XX secolo con il mutamento della destinazione d'uso delle aree ex-Italsider e la caduta degli ultimi vincoli del PRIS.
Sottolineo: questo è stato un risultato di grande rilievo sulla base del quale credo possa essere possibile proseguire chiedendo alle cittadine e ai cittadini savonesi di confermare l'attuale sindaco e l'assetto amministrativo nell'occasione delle elezioni 2027.
L'elemento di maggior valore di questo passaggio alla regia pubblica della ridefinizione dell'assetto urbanistico della Città (compreso il recupero dei contenitori storici) deve però significare una nuova produzione di valore da parte del territorio.
E' questo l'elemento che necessariamente dovrà significare la presenza della sinistra nella prossima campagna elettorale e nella futura compagine di governo.
Abbiamo già avuto occasione di scrivere su questo argomento e vi ritorniamo soltanto per sommi capi:
1) l'obiettivo deve essere quello di una Città per abitare e non di una città nella quale il patrimonio edilizio è indirizzato pressoché esaustivamente ad estrarre valore privato per produrre una ricchezza che necessariamente dobbiamo considerare come parassitaria. Questo discorso richiama immediatamente temi come quello dei servizi, delle infrastrutture, dell'assetto urbano e dell'interazione tra il tessuto urbano e la prorompente innovazione tecnologica. Sarà attorno a questo assett della complessità dell'interazione che Savona potrà tornare ad essere "Città per abitare";
2) L'altro elemento da porre in discussione è già stato analizzato in passato ma ha bisogno di essere giustamente enucleato nella narrazione che intenderemo sviluppare nel corso di questi mesi: il futuro di Savona è stato scritto e va ribadito è fuori di Savona. Savona come post-Città nella dimensione e nei riferimenti economici, culturali e sociali. Si tratta di un tema da sviluppare su due piani: 1) la dimensione geo-politica e quindi il discorso della comprensorialità oltre i confini dell'antico PRIS e rivolta verso il Nord-Ovest del paese (tutto questo all'interno di un quadro di divisione del territorio provinciale che segnala la parte a Ponente a più forte vocazione mediterranea) 2) la dimensione produttiva da legare ai processi di più importante innovazione in atto (in questo punto stanno due questioni: quella del Campus universitario che non può essere ridotta al tema degli studentati di alloggi ma di qualità dei corsi di laurea non esclusivamente STEM e di presenza strutturata in Città, quella del recupero delle aree industriali dismesse tra Vadese e Val Bormida in un discorso di superamento in divenire dell'area industriale di crisi complessa dal cui perimetro Savona era stata esclusa e che adesso deve vedere la città capoluogo assumere una funzione pivotale verso un'area vasta che abbisogna al suo interno di una complessità di ipotesi di sviluppo partendo dalla portualità, adeguando la logistica , trovando la possibilità di ingresso in adeguate filiere produttive, recuperando agibilità infrastrutturale nelle ferrovie, nelle autostrade, nelle funivie.
Da questa analisi mancano un sacco di temi (dalla cultura, alla sanità, dalla scuola, alla vivibilità complessiva tra smaltimento rifiuti, trasporti urbani e sub-urbani,entroterra non riducibile soltanto al discorso post-neo industriale) ma mi pare contenga però già gli elementi distintivi di una presenza elettorale e poi di direzione amministrativa collocata oltre la semplice richiesta di completamento di un programma decennale ma ponendosi nel traguardare una visione egemonica di lungo periodo.
In conclusione rimane da sviscerare uno dei nodi più intricati della gestione amministrativa guidata da Marco Russo: quella del rapporto con le forze politiche, il riconoscimento del loro ruolo, l'effettiva volontà di promuovere una partecipazione pari grado alla direzione amministrativa: temi ancora più complicati da affrontare rispetto a una sinistra che deve poter disporre di una adeguata autonomia, di una efficace possibilità di rappresentanza, di valorizzazione costante della propria capacità di espressione non solo di bisogni ma anche di funzione di effettivo governo delle nostre politiche pubbliche.
Grazie per l'attenzione
Franco Astengo
giovedì 21 maggio 2026
PREOCCUPAZIONE PIAGGIO E VERTENZA INDUSTRIA: OTTO PUNTI DI RIFLESSIONE E PROPOSTA
PREOCCUPAZIONE PIAGGIO E VERTENZA INDUSTRIA. OTTO PUNTI DI RIFLESSIONE E PROPOSTA di Franco Astengo
L’idea sarebbe quella di riflettere su di una “vertenza industria” da supportare con un’adeguata capacità di programmazione, individuando settori e aree d’insediamento in un discorso compiuto sul piano della progettualità, della fattibilità, dei riferimenti tecnologici.
1) Notizia:
Sta tornando sempre più al centro delle attenzioni del mondo del lavoro il futuro di Piaggio Aerospace Baykar, con le preoccupazioni da parte del mondo sindacale che in questi giorni si sono fatte man mano più consistenti. A quasi un anno dal passaggio sotto il controllo di Baykar, l’azienda aeronautica che coinvolge direttamente anche lo stabilimento di Villanova d’Albenga non ha ancora sciolto - secondo quanto riferiscono i sindacati - i nodi principali legati al piano industriale, agli investimenti e alla prospettiva produttiva dei siti italiani.
2) Purtroppo così si confermano tutti i dubbi che ci eravamo permessi di esprimere nel maggio dell'anno scorso e che qui riprendiamo in estrema sintesi: Un intervento a suo tempo elaborato sulla spinta di almeno due (che si ritenevano e ritengono legittime) preoccupazioni: 1) la stretta vicinanza (che non data da oggi) tra il governo italiano e un'autocrazia militarista al limite della dittatura come quella turca; 2) la collocazione strategica degli stabilimenti liguri di Piaggio dopo l'accordo tra Leonardo e Baykar che ha allargato il campo dopo l'acquisizione di Piaggio. Pare proprio che non siano stati risolti problemi di management, direzione operativa, tecnologia, linee produttive e questioni di carattere geopolitico (riferimento in tutti i campi di intervento del governo italiano di questa destra populista, corporativa , soprattutto preoccupata di estendere le maglie del proprio potere clientelare). In ogni caso: l'accordo Baykar - Leonardo che ha seguito l'acquisizione di Piaggio Aerospace da parte dell'industria militare turca va nuovamente monitorato fino in fondo. Al centro di questa possibile analisi (aggiungiamo ancora adesso) si situa la questione tecnologico-strategica. Si sarebbero dovute verificare e analizzare subito le prime dichiarazioni dei dirigenti turchi sul "preservare l'identità storica di Piaggio" soprattutto- appunto - alla luce del successivo accordo Baykar-Leonardo. Non è questione semplicemente di richiedere chiarezza sugli eventuali piani industriali come si sta nuovamente richiedendo. Il punto risiede sullo sviluppo della capacità tecnologica dello stabilimento Aerospace in rapporto al tipo di produzione che sarà sviluppato: ristrutturazione delle linee, sedi di elaborazione dello sviluppo tecnologico. Sono questi i nodi del tipo di sviluppo produttivo che si intende perseguire da cui dipendono - ovviamente - i livelli occupazionali. Senza contare come rimanga non affrontato un problema di indotto e di eventuale adattamento, Nessuno nega che l'Italia debba costruire droni ma che questa produzione strategica debba dipendere da una autocrazia militarista armata fino ai denti , fortemente aggressiva nella sua strategia nazionalista e che ovviamente fa dipendere l'andamento della propria produzione di armi non tanto da fattori difensivi ma da diverse e articolate opzioni geo politiche (soprattutto in relazione allo stato delle cose in Medio Oriente e in Africa: ad esempio in Libia dove la Turchia è impegnata direttamente sul campo) dovrebbe - appunto - far riflettere. Si ricorda ancora che la Turchia dispone complessivamente (truppe, qualità di armamento, ecc) del secondo esercito dell'acciaccata NATO ma non fa parte dell'UE e quindi è fuori anche da un possibile ( pur contestabile) progetto di difesa comune europea che appare comunque del tutto futuribile
3) Il tema territoriale. Va ricordato che lo stabilimento Piaggio Aerospace di Villanova d'Albenga assieme ad Alston di Vado Ligure (trazione ferroviaria) risulta essere uno degli ultimi baluardi della presenza industriale nella provincia di Savona. La provincia di Savona risulta essere la più anziana d'Italia, 69° posto nella classifica della vivibilità stilata del "Sole 24 ore" e 94a rispetto al tema del lavoro. Appare fin troppo evidente che siamo ad un delicatissimo passaggio nella stessa prospettiva economica e produttiva della provincia di Savona: un passaggio che (considerati anche i ritardi accumulati con la debolezza dimostrata dal progetto di crisi industriale complessa che ha lasciato in sospeso il tema della reindustrializzazione della Val Bormida e del Vadese) potrebbe anche rappresentare un momento di definitiva cesura in una prospettiva di recupero industriale necessario per far sì che la provincia di Savona non sprofondi definitivamente in logiche di servizio speculativo, corporativo, di "lavoro povero". In conclusione sul piano più generale: le scelte di politica industriale del governo e le strategie produttive di Leonardo e degli altri protagonisti del settore hanno senz'altro portato a più alte quotazioni di Borsa e a maggiori dividendi per gli azionisti, ma fanno delle produzioni militari un “cattivo affare” per l’economia e l’occupazione in Italia. In Italia come in Europa, un allargamento del “complesso militare industriale” non fa che alimentare il riarmo e i rischi di estensione dei conflitti. Tutto questo sta avvenendo mentre il governo di destra vacilla ormai privo di qualsiasi riferimento in politica estera .Vocazione bellica, finanziarizzazione, interessi azionari intrecciati a quelli geopolitici potrebbero rappresentare un ulteriore punto di sviluppo di crisi industriale nella rinuncia a una capacità di complessiva riconversione e questo si verifica mentre ulteriori produzioni strategiche stanno abbandonando il Paese come nel caso di Portovesme, dove si producono principalmente zinco e piombo, quindi materiali indispensabili all'industria militare. Su tutto quanto quello fin qui descritto continua intanto a stagliarsi l'ombra fosca del nucleare.
4) Si rilancia ancora una volta in questa sede la proposta di una "vertenza industria" per la provincia di Savona.
Istituzioni e sindacati avevano aderito a suo tempo all’iniziativa di proclamazione, per alcuni comuni della provincia in particolare Vado Ligure e Val Bormida, di “area industriale di crisi complessa”.
Il sistema “Invitalia” ha mostrato, in assenza di un piano industriale preciso, tutte le lacune che già si erano evidenziate nell’azione di questa agenzia statale in altre parti d’Italia e altrettanto debole si è mostrato lo schema clientelare seguito dalla Regione Liguria tanto più svolta in una situazione di forte deficit infrastrutturale mai affrontato seriamente.
5) Cancellata colpevolmente la presenza industriale a Savona Città dallo scambio deindustrializzazione /cementificazione edilizia che ha visto nel corso degli anni protagoniste le amministrazioni comunali di centro – sinistra e di centro – destra i soggetti rappresentativi dei corpi intermedi, le forze economiche (la Città nel frattempo perdeva la banca, la camera di commercio, l'autorità portuale), mentre l'attuale amministrazione civico-democratico- progressista della quale si auspica la conferma nella tornata elettorale del 2027 è chiamata a sviluppare proprio questi temi nel senso del non considerare conclusa l' "area progettuale" con il completamento del disegno di ridefinizione urbanistica della Città. La ridefinizione urbanistica di Savona dovrà essere inserita in un disegno complessivo di progettualità che dovrà avere come elemento di indicazione strategica la costruzione di un indispensabile disegno di comprensorialità posto prima di tutto a livello istituzionale e avendo come riferimento le questioni economico-industriale, il porto, la sanità, la dimensione comprensoriale : progetto su cui ritorneremo in una successiva parte di questo intervento.
Il nodo più intricato del rapporto lavoro/territorio nell’area vadese e in quella della Val Bormida è stato rappresentato dal rapporto lavoro/ambiente emblematizzato da due vertenze storiche: quella ACNA durata decenni e diventata “caso europeo” e quella Tirreno Power. Assieme alla (altrettanto colpevole) dismissione di Ferrania dovuta alla miopia di quella dirigenza industriale in una fase di radicale trasformazione tecnologica del settore, le vicende ACNA e Tirreno Power hanno posto in evidenza il tema delle aree dismesse e del loro necessario riutilizzo e bonifica.
evidente della trascuratezza (per usare un eufemismo) che le istituzioni a partire dalla Regione hanno dimostrato nel corso degli anni per, l’industria in provincia di Savona.
6) La questione della comprensorialità appare come quella decisiva da sottoporre al dibattito. Abbiamo definito come l’ampiezza territoriale del comprensorio savonese debba superare quella che, a suo tempo, fu delineata nel PRIS. Occorre allargare il quadro soprattutto verso la Valbormida per far sì che l’insieme delle questioni economiche e delle presenze produttive siano determinate appunto a un livello non soltanto sovracomunale ma anche ultracircondariale.
Dalla comprensorialità possono derivare:
a) l’uscita dall’isolamento affrontando il tema delle infrastrutture, dell’utilizzo delle aree industriali dismesse, dell’ambiente;
b) l'affrontamento del tema dell’area industriale di crisi complessa . Va proposto un ruolo pivotale per il Comune capoluogo. Nel discorso riguardante l’area di crisi complessa vanno visti due punti assolutamente decisivi: quello del ritorno alla presenza di realtà produttive fortemente misurate sull’innovazione tecnologica e su di una forte capacità di espressione di know-how e quello della sostenibilità ambientale;
c) il rapporto con la portualità, che passa attraverso l'espressione del massimo di capacità di espressione produttiva per le strutture esistenti ponendo anche la piattaforma di Vado Ligure nelle migliori condizioni operative (ferrovie, autostrada), la non limitazione dell'antica darsena all'attività delle crociere, il ripristino della funivia Savona - San Giuseppe;
d) Rispetto al tema della comprensorialità è il caso di chiedere conto del ruolo dell’Amministrazione Provinciale che non può essere, avendo mantenuto il rango costituzionale ancorché con elezione di secondo grado, in una posizione assolutamente marginale sia rispetto al coordinamento delle istituzioni sia nella programmazione del territorio;
e) l'elaborazione sui temi dei raccordi ferroviari (in particolare verso il Piemonte come sbocco per la logistica del Nord-Ovest) della viabilità (in primis il discorso sull'Aurelia Bis), del trasporto pubblico, dello smaltimento dei rifiuti con al centro il tema dell'allocazione del termovalorizzatore che non può rappresentare (come già per il rigassificatore nella rada di Vado) un ulteriore elemento di disagio servile per il nostro territorio (anche in questo caso oltre le pur sacrosante ragioni di difesa ambientale). Questioni strategiche che non possono essere affrontate in una dimensione territorialmente ristretta e seguendo negative logiche privatistiche;
7) Con questo intervento si trascurano, per ragioni di spazio, una serie di considerazioni che pure dovrebbero essere svolte al proposito di diversi argomenti (invecchiamento della popolazione, migrazione, fuga dei cervelli, importante presenza di piccola industria , artigianato, agricoltura, turismo: tutti elementi economicamente fondamentali ma che contribuiscono anche a disegnare un quadro di divisione territoriale, economica, sociale e anche politica dell'area savonese tra settore centrale (Città, hinterland,Val Bormida) e Ponente. Senza dimenticare il punto riguardante la sanità considerato sia sul piano della incipiente privatizzazione fenomeno che sta negando la possibilità di cura in tempi ragionevoli all'intera popolazione e in particolare a quella anziana numericamente prevalente.
In tema di sanità non possono essere dimenticati risvolti della politica regionale fortemente negativi sia in termini di accentramento "genovacentrico" sia di alimentazione di una competizione "interna" tra le diverse strutture della provincia di Savona-
8) Lo scopo di questo testo è soltanto quello di riavviare una discussione sui nodi di fondo: senza una presenza industriale adeguata, anche e soprattutto dal punto di vista della qualità tecnologica, non sarà possibile alcun rilancio e la vicenda Piaggio ci illustra ancora una volta tutte le difficoltà che abbiamo di fronte: i servizi fuggono e il turismo è di secondo, se non di terz’ordine e in ogni caso settore sempre e comunque complementare in una situazione come la nostra e più in generale, siamo vicini ma non siamo la Costa Azzurra (sul cui territorio comunque non sono rose e fiori).
Torniamo allora al punto di partenza:
L’idea sarebbe quella di riflettere su di una “vertenza industria” da supportare con un’adeguata capacità di programmazione, individuando settori e aree d’insediamento in un discorso compiuto sul piano della progettualità, della fattibilità, dei riferimenti tecnologici.
lunedì 18 maggio 2026
CRISI E CAPITALISMO DI GUERRA
CRISI E CAPITALISMO DI GUERRA di Franco Astengo
La decisione, per noi del tutto improvvida, di fare la guerra all'Iran ha aperto scenari inediti sul piano globale innescando (ulteriormente) quel meccanismo di "capitalismo di guerra" che sta ricordando a tutti come in ultima analisi quella che conta davvero è la questione energetica.
Ne scrive su "Le monde diplomatique" Frederic Lordon sotto il titolo "La Crisi anomala" : così riprendiamo alcune delle sue argomentazioni cercando di ricavarne qualche conferma di nostra indicazione politica.
Tornando al tema centrale del momento storico l'affermazione più semplice e comprensibile è che senza energia non si può far niente (immateriale, cloud, digitalizzazione): nemmeno il minimo movimento, di automobili, di merci (che non passano ancora per la fibra) processi industriali o di elettroni come nel caso dei data center.
Al riguardo dell'AI; Hbc stima che entro la fine del decennio OpenAI consumerà 36 gigawatt di elettricità: una quantità compresa tra il fabbisogno della Florida e quella del Texas.
Pensiamo all'elio indispensabile per la produzione dei chip che i vari operatori dell'AI utilizzano a tonnellate (diverse centinaia di migliaia per ciascun data center). A metà marzo 2026 quasi un terzo della produzione di elio era già stato consumato.
Non si può nemmeno escludere l'ipotesi di vere e proprie carenze e non solo di benzina per le automobili o di cherosene per gli aerei: pensiamo alla produzione di fertilizzanti (per mancanza di composti azotati) di plastiche e di prodotti farmaceutici, di prodotti per la lavorazione elettrochimica di rame, nichel e uranio.
La Cina, ad esempio, ha già vietato l'esportazione di acido solforico.
Così stiamo vivendo due crisi autonome fra di loro: quella finanziaria e quella economico - petrolifera sulle quali impatta una terza crisi derivante dall'interazione fra le prime due.
Una crisi che ha innescato- appunto - il ricorso al "capitalismo di guerra".
Cosa ci riserverà allora l'economia di guerra?
Ci stiamo dirigendo verso qualcosa di inedito: una crisi nucleare senza giri di parole che potrebbe vedere tutte le sue componenti amplificarsi reciprocamente in una reazione a catena senza alcuna messa in moto di meccanismi di contenimento.
Le dimensioni della prova a cui la società sarà sottoposta sono difficili da immaginare se non prevedere l'innesto di tsunami finanziari che porteranno a un disastro sociale (questa la previsione di Lordon che in tutta sincerità ci sentiamo di condividere).
Quale risposta potrebbe essere possibile a sinistra, con specifico (ma non esaustivo) riferimento all'Europa?
Prima di tutto l' avvio di una riflessione posta sul piano dell'analisi circa la prospettiva di delineare una vera e propria "alternativa di società" capace di delineare un quadro opposto alla prospettiva del "capitalismo di guerra". Su questo punto mi permetto riassumere quell'idea di "socialismo della finitudine" che conseguirebbe alla necessità di rovesciare il paradigma "sviluppo/limite". “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo,di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma così teoricamente impostato dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico” e rivolta alle grandi transizioni in atto: comunicativa, digitale, ecologica e soprattutto rivolta a fronteggiare l'intreccio delle crisi che abbiamo appena cercato di descrivere.
E' indispensabile organizzare una sinistra sovranazionale che recuperi la centralità del diritto pubblico europeo come proprio fondamento nel determinare l’indirizzo della propria politica e ritrovi autonomia nella contesa internazionale.
La sollecitazione di una forte ripresa di conflitto sociale deve far parte integrante di questa proposta preparando una risposta di pace e considerando l'Europa uno spazio politico e non acriticamente un bene in sè.
martedì 12 maggio 2026
LA MEMORIA STORICA A 80 ANNI DAL 2 GIUGNO
LA MEMORIA STORICA A 80 ANNI DAL 2 GIUGNO di Franco Astengo
Ritorno sul tema della memoria storica esprimendo qualche preoccupazione ( credo fondata) in vista delle celebrazioni per gli 80 anni del 2 giugno 1946: data del referendum istituzionale con la vittoria della Repubblica.
Credo si tratti di preoccupazioni ben basate sulla realtà che stiamo vivendo considerate anche forma e sostanza di buona parte delle celebrazioni riguardanti il voto alle donne che si sono già svolte nei mesi scorsi e che, in molti casi, sembravano non aver attribuito madri e padri a quel passaggio epocale che pareva dovuto semplicemente alla benigna concessione di qualche illuminato governante.
Torno al 2 giugno: deve essere chiaro che il passaggio alla Repubblica (indispensabile dopo i 20 di fascismo ben coperti dall'eterna guerrafondaia Casa Savoia) non è stata il frutto di un presunto "core" unanime del popolo italiano e delle sue classi dirigenti. Questo giudizio non solo per l'esito finale del voto che come è noto diede 12 milioni di voto alla Repubblica e 10 milioni alla Monarchia con una netta separazione nel Paese.
L'atto di pacificazione realizzato attraverso l'amnistia Togliatti rappresentò un punto indispensabile per un Paese (in parte ancora occupato da truppe straniere) che doveva andare avanti ma il suo ricordo non deve distogliere da una attenta analisi storica.
L'Italia è arrivata alla Repubblica grazie alla Resistenza e in particolare alla capacità di quel movimento (diretto è bene ricordarlo dai partiti politici presenti sul territorio e non da qualche generale con governo in esilio) di liberare autonomamente le grandi città industriali del Nord: di conseguenza fu decisivo e deve essere ricordato con grande forza il ruolo della classe operaia di quella zona del Paese raccolta attorno al triangolo industriale.
Classe operaia che soprattutto attraverso i suoi partiti aveva tenuto in piedi la presenza antifascista e aveva pagato grandi tributi di sofferenza all'invasore nazista con gli scioperi del novembre 43 , del marzo 44 e nei mesi seguenti.
Il fatto che l'Italia (ripetiamo: paese occupato e perdente nella guerra) a un anno di distanza (anche meno se pensiamo al turno elettorale amministrativo del marzo 1946) risultasse in grado di esercitare pienamente il libero sviluppo della democrazia rappresentativa scegliendo la propria forma di Stato ed eleggendo una Assemblea Costituente è stato in gran parte dovuto proprio a quella capacità di lotta (e di governo) cui stiamo facendo riferimento.
Il CLN (forma di soggettività politica troppo presto poi abbandonata) riuscì a determinare immediatamente gli assetti do governo della Province e delle Città appena liberate indicando Sindaci, Prefetti, Questori.
Successivamente l'onda della Restaurazione cancellò questo operato facendo rientrare tutto nella "normalità" del predominio borghese nel contesto di un Paese ancora in gran parte contadino (pure con le avanguardie in lotta per la terra) profondamente moderato anche per via dell'orientamento complessivo della chiesa cattolica e guidato per anni da una classe dirigente "eversiva" (mi pare si possa riassumere così il giudizio sia di Gramsci, sia di Gobetti), una parte della quale riciclata nella gangli vitali dell'amministrazione della Repubblica (ricordiamo per esempi le tappe della repressione scelbiana, la carriera di funzionari ampiamente compromessi con il fascismo a partire da quel Guida, carceriere a Ponza e capo della questura di Milano al momento della strage di Piazza Fontana, cui Pertini nell'occasione rifiutò di stringere la mano).
Un paese nel quale soltanto la capacità della classe operaia di affrontare la "rivoluzione passiva" capace di generare quel "sovversivismo delle classi dirigenti": ai crescenti sommovimenti fra i subalterni, la classe dominante si vede costretta, per mantenere i propri sempre più impopolari privilegi, a far valere più i rapporti di forza che la decrescente capacità di egemonia aveva ribaltato e così passò il fascismo e così intenderebbe passare l'attuale destra di potere.
I due termini gramsciani appena citati, di "rivoluzione passiva" e di "sovversivismo delle classe dirigenti" si sono così intrecciati all'interno di un quadro concettuale che è tornato a considerare, fin dagli anni'80 del secolo scorso, la "governabilità" quale fine esaustivo dell'agire politico.
Principiando dalla frettolosa uscita di scena dei grandi partiti di massa è' sorto da lì il processo di destrutturazione del sistema.
Destrutturazione fondata su due punti ben precisi: la trasformazione progressiva dell'identità dei partiti politici dall'interclassismo del "catch all party" ( ancora gli anni'80) all'originale formula del "partito azienda" rapidamente tramutato in "partito personale": partito "personale" che ovviamente ha richiesto un radicale mutamento nella comunicazione politica da orientare nel senso del supporto alla personalizzazione e di conseguenza a un presidenzialismo " de facto" che ha portato con sé l'eterno presente della continua campagna elettorale e di conseguenza ha alimentato il populismo revanscista che ha dominato la scena negli ultimi 30 anni di storia italiana passando dal M5S alla Lega fino a Fratelli d'Italia. Per questo ricordando gli 80 anni della Repubblica e tornando all'attualità va espressa la massima contrarietà a indicazioni di premierato sulla scheda elettorale.
Populismo revanscista trasferitosi anche sul piano internazionale quasi come "origine" del ritorno all'isolamento nazionalistico (isolamento nazionalistico comunque sconvolto adesso dalle esigenze belliche imposte dalla necessità di spartizione globale delle risorse).
Populismo revanscista così facile da far capire ai ceti subalterni costretti nella "democrazia del pubblico" presto evoluta nella "democrazia recitativa" fondata su di una visione di società compressa nell' "individualismo competitivo".
Sarebbe strano se fossero propri i soggetti del populismo revanscista a ricordare gli 80 anni della Repubblica ma sarebbe ancora più strano se chi ha percorso davvero la Storia dalla sua parte (quella della Storia) non facesse sentire subito la propria voce anche al di fuori dell'ovatta dei giardini del Quirinale e delle varie sedi prefettizie.
lunedì 11 maggio 2026
LA FORMULA ELETTORALE POSSIBILE PUNTO D'INCONTRO PER IL CENTRO-SINISTRA?
LA FORMULA ELETTORALE POSSIBILE PUNTO D'INCONTRO PER IL CENTRO-SINISTRA? di Franco Astengo
Intendiamoci in partenza: la formula elettorale (quella formula che traduce i voti in seggi: in questo caso nelle elezioni politiche) non è elemento del sistema politico da lasciare riservato a qualche specialista mescolatore di formule più o meno magiche.
La formula elettorale (cosa diversa dalla "legge" che è questioni diversa e più complessa) può essere considerata l'architrave del sistema e di conseguenza l'architrave della democrazia così come un Paese riesce a concepirla.
La mia proposta è molto semplice: una proposta di modifica dell'attuale formula potrebbe rappresentare l'effettivo punto di incontro dello schieramento di centro-sinistra che dovrebbe proporsi alternativo a quello che sostiene l'attuale governo.
In luogo delle primarie (ci si augura davvero che la nuova formula attualmente in discussione non preveda l'indicazione del candidato/a presidente del consiglio) si potrebbe convocare una "convenzione" fra tutti i soggetti interessati e costruire una proposta unitaria da portare prima nella battaglia parlamentare e poi, anche in caso di sconfitta, quale elemento distintivo nella campagna elettorale quale punto di riconoscimento sul tema della democrazia nel rispetto della Costituzione (che non contiene indicazioni di formula) ma che presenta chiare indicazioni sulla qualità democratica che ne ispira il discorso istituzionale che vi è contenuto. (titoli I e III).
Ancora una volta la discussione in corso su questo tema appare tarata esclusivamente sugli interessi immediati dei diversi attori politici: in questo caso addirittura ci si occupa soprattutto del meccanismo di spartizione tra gli attuali alleati di governo e alcuni ipotetici passaggi sono misurati proprio su questi parametri di convenienza.
Sicuramente quando l'Assemblea Costituente varò la formula che poi (salvo l'intervallo della "legge truffa") regolò le elezioni legislativa generali fino al 1992 fu agevolata nel suo lavoro dall'assenza di precedenti e dall'incertezza sull'esito futuro ( nelle elezioni del 1946 la DC aveva raggiunto il 35% e la somma delle sinistre tra PCI e PSIUP toccava il 38%: alla fine risultò decisiva la scissione socialdemocratica che sottrasse al Fronte Popolare esattamente il 7% dei voti validi).
Il concetto di fondo però era chiaro comunque per tutti: il privilegio della rappresentanza politica sulla governabilità. Quando 5 anni dopo la DC tentò di anteporre governabilità a rappresentanza subì nei suoi alleati, quelli più sensibili alle istanze resistenziali e costituzionali (dal centrismo uscirono Ferruccio Parri e Piero Calamandrei) alcune mini-scissioni (Unità Popolare, il Fronte liberale di Corbino - non l'USI che arrivava dal PCI ma fece comunque fronte comune - che alla fine determinarono lo strettissimo margine sul quale la proposta maggioritaria si infranse causando anche la definitiva caduta di De Gasperi.
Questo esempio vale per oggi: il rispetto costituzionale rappresenta ancora, e soprattutto, per le giovani generazioni un punto di riferimento fondamentale della battaglia politica, come ha dimostrato anche l'esito referendario dello scorso 22/23 marzo.
Quei 15.000.000 di voti richiamati compattamente attorno all'idea costituzionale di una democrazia rappresentativa potrebbero rappresentare la sostanza di un'operazione elettorale decisiva per l'avvenire della nostra democrazia repubblicana.
Quello delle elezioni 2027rappresenterà un passaggio fondamentale anche rispetto alla stessa idea di “democrazia diretta” che, in certi ambienti è stata contrabbandata come momento “salvifico” rispetto al cosiddetto strapotere della degenerazione burocratica nella gestione dei partiti.
Un vero e proprio "contrabbando di democrazia" che ha avuto esiti particolarmente negativi legittimando un populismo che alla fine ha portato acqua soltanto al mulino dell'astensione.
La rappresentanza politica, infatti, deve trovare (com’è stato del resto, pur tra contraddizioni evidenti, in Italia nel periodo dei grandi partiti di massa) nel riferimento costituzionale e nell’idea giuridica della personalità dello Stato (in cui si rappresenta la “totalità del corpo politico”) il cardine dell’unità politica del popolo.
Fuori da questo non c’è popolo ma soltanto una disgregata moltitudine facilmente manipolabile da imbonitori di varia taglia (adesso chiamati "influencer").
Questi elementi fin qui descritti definiscono l’orizzonte logico in cui viene necessariamente pensata la rappresentanza della modernità politica, superando l'idea della "democrazia del pubblico" che in Italia ha avuto il suo apice tra fine della repubblica dei partiti e l'avvento del M5S poi presto trasformatosi in "corifeo di governo".
La rappresentanza definisce l’unica modalità che permette al popolo di agire come corpo politico e la legge elettorale rappresenta lo strumento – cardine, in democrazia, perché sia razionalmente possibile quest’azione.
L’espressione della volontà comune che non coincide con quella dei singoli che stanno alla base del mandato (è di nuovo il caso delle liste bloccate, corte o lunghe che siano) letteralmente non esiste se non prende forma mediante la rappresentanza.
Mi permetto così di considerare la necessità che su questi temi riflettano assieme tutte le forze politiche e sociali, gli intellettuali, i portatori di interessi intermedi: una riflessione comune urgente e indispensabile.
giovedì 7 maggio 2026
LE FAKE-NEWS D'EPOCA
LE FAKE NEWS D'EPOCA di Franco Astengo
Un tempo erano chiamate "bugie" oppure in termine giornalistico "bufale" adesso nella modernità social "fake news" ma il rapporto tra le falsità e la politica è sempre stato molto stretto.
"Abbiamo preso il mostro" urlò Bruno Vespa al telegionale della sera del 21 dicembre 1969 annunciando l'arresto di Valpreda per la strage di Piazza Fontana e, nel tempo, via sciorinando.
Arriviamo all'oggi.
Il "Corriere della Sera" sta celebrando i suoi 150 anni e tra le varie iniziative in corso c'è quella di allegare una volta alla settimana al quotidiano del giorno la copia anastatica del "Corriere" nei giorno dei grandi fatti della storia d'Italia e del mondo.
Oggi 7 maggio 2026 lettrici e lettori del quotidiano di maggior tiratura hanno trovato allegata la copia del 10 maggio 1978: il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro disteso sulla famosa R4 rossa in Via Caetani traversa di Via delle Botteghe Oscure. Contestiamo la media distanza tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù perché in quel caso il corpo di Moro avrebbe dovuto essere depositato in via Celsa che funge proprio da passaggio naturale tra l'ex-sede del PCI e l'ex-sede della DC (anzi in un angolo di Palazzo Cenci-Bolognetti dovrebbe esserci ancora la sede di una qualche delle tante schegge democristiane ancora presenti nei meandri del sistema politico italiano: ma non ne siamo sicuri).
Torniamo alla copia anastatica del Corriere del 10 maggio 1978, probabilmente chi cura questo lavoro non ci ha fatto caso.
Però il punto più importante di questa copia sta a pagina 13 sotto il titolo " Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario".
Così senza dubbi di sorta o punti interrogativi d'occasione veniva presentato l'assassinio mafioso di Peppino Impastato.
L'incipit dell'articolo (siglato da tal S.V.) contiene sì un punto interrogativo: "Suicidio e attentato, oppure l'uno e l'altro assieme?".
La verità sarebbe poi stata scoperchiata e le responsablità del clan Badalamenti emerse nella verità: naturalmente nessuno del governo, negli inquirenti, nei giornali, nelle TV che presentarono in quel modo l'episodio ha mai chiesto scusa.
Però che oggi al Corriere nessuno abbia pensato a scrivere due righe sul quotidiano per segnalare la presenza nella copia anastatica di questa fake-news di regime (perchè di questo si trattava in allora) desta diversi pensieri: il primo che si ritiene quel fatto morto e sepolto e che nessuno se lo ricordi.
Allora era poprio il caso di segnalarlo in tempi nei quali le fake-news di regime stanno prendendosi completamente la scena approfittando anche della passività che l'uso dei social sta elargendo a piene mani nel disorientamento generale.
lunedì 4 maggio 2026
DAL NOMOS AL KAOS: RIPROGETTARE ,LE COSCIENZE E LA SOCIETA'
DAL NOMOS AL KAOS: RIPROGETTARE LE COSCIENZE E LA SOCIETÀ' di Franco Astengo
Roberto Ciccarelli ("Il Manifesto" 3 maggio) analizza il testo di "Kaos" il nuovo libro di Massimo Cacciari e Roberto Esposito sviluppando il suo ragionamento sui termini che i due autori individuano nella distruzione del "Nomos" e nel Kaos il punto di frontiera dove il mondo si è inabissato in una guerra civile mondiale, la politica scompare dietro l'efficienza interessata degli algoritmi, mentre si rafforzano i riferimenti al sangue, all'identità e al patrimonio.
Non basta però affrontare il Kaos acconciandosi con l'espressione del "senso del limite" dentro ai confini stabiliti dai canoni novecenteschi.
Il Kaos ha dentro gli arcaismi ipertecnologici dei nuovi fascismi: questo fatto necessita - appunto - una "riprogettazione della società" considerandolo (come del resto Cacciari sostiene da tempo, forse da "Krisis") fase ambivalente oltre la dissoluzione del Nomos, quale "grembo generativo per ogni possibile ordine futuro". All'idea del "riprogettare la società" andrebbe però anteposta l'idea del "riprogettare la coscienza" quale punto di affrontamento del nodo "individuo/collettivo": nodo che è saltato dall'epoca del passaggio dall' "homo faber" all'uomo-consumo.
Non basta quindi il "senso del limite" (come nell'ipotesi ecologista ed eco-socialista) e non è certo sufficiente una riproposizione della società socialista raccolta attorno al vecchio intreccio "socialismo e democrazia".
Vale la conclusione dell'articolo di Ciccarelli "Il compito di un pensiero politico è passare da una scienza del limite (cioè la resistenza) verso una prassi istituente (cioè la creazione")."
Rimane attuale il tema della lotta di classe a partire dai rapporti sociali di produzione al fine di creare soggettività capaci di progettare e sostenere una nuova transizione? Questa domanda è ancora valida? Difficile disporre di risposte efficaci.
Nello stesso giorno, 3 maggio, della pubblicazione dell'articolo di Ciccarelli nel merito del libro di Cacciari e Esposito sulle colonne della "Lettura del Corriere della Sera" il politologo Mark Leonard mette in guardia l'occidente: "Il consenso sulle regole non tornerà più (di conseguenza il Nomos n.d.r) cambia tutto in base a quattro agenti: capitale, clima, tecnologia, civiltà."
Leonard allora distingue tra "architetti" ed "artigiani". Un confronto che si colloca ben oltre il confronto tra Oriente e Occidente, tra autocrazie e democrazie.
La scommessa dei prossimi tempi, almeno ad avviso di chi scrive, sarà sul ruolo degli architetti: gli architetti del pensiero dovranno tornare a lavorare in termini storici immaginando il mondo come dovrebbe essere e in quale mondo si potrà fornirgli nuova forma come era avvenuto nel grande confronto tra '800 e '900. Guardare cioè alle forze profonde che stanno trasformando l'orizzonte umano, riaprendo così il discorso della transizione dal Kaos.
Quelli che potevano apparirci come i punti-cardine di un progetto adesso possono essere considerati soltanto elemento di partenza:
Pensiamo alla democrazia. Una questione sulla quale è necessario dimostrarsi estremamente chiari nelle nostre espressioni. In precedenza all’esplosione dell’emergenza sanitaria la democrazia liberale appariva già in forte difficoltà (svaniva allora il sogno della "fine della storia) .
E' urgente rinnovare un tentativo di transizione dal Kaos partendo da un punto fermo: l'inevitabilità di ricostruire una coscienza e una volontà politica, prima ancora di elaborare (e indicare) una proposta di società. Assieme ricostruire la coscienza dell'io penso e la coscienza morale, il pilastro del'etica.
Ferma restando però la necessità della battaglia politica quotidiana attorno all'esistente e al contingente da condurre prioritariamente per l'affermazione dei principi costituzionali che rimangono traccia intangibile da considerare elemento concreto del progetto di transizione dal Kaos.