sabato 30 agosto 2025

SETTE PUNTI DI ANALISI SULL' ATTUALITA' DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO

SETTE PUNTI DI ANALISI SULL'ATTUALITÀ' DELLA SITUAZIONE POLITICA ITALIANA di Franco Astengo 1) Occupiamoci per un momento dello stato delle cose in atto nel sistema politico italiano: sta per avviarsi un ciclo di elezioni regionali nella cui fase preparatoria si sono ancora una volta dimostrati la debolezza dei soggetti politici, i gravi limiti insiti nella formula dell'elezione diretta a cariche monocratiche, l'insufficienza dell'analisi al riguardo del sistema imperniato sulle Regioni rimasto a metà strada dopo le modifiche del titolo V della Costituzione risalenti al 2001 e la successiva vicenda riguardante l'autonomia differenziata. Regioni ridotte ad agenzia di nomina e di spesa (sda questo il tenace attaccamento dei Presidenti uscenti alla carica) il cui unico risultato concreto è stato quello di aver provveduto a un negativo processo di privatizzazione del sistema sanitario oltre a costituire luogo di diffusa corruzione (lungo sarebbe l'elenco delle inchieste giudiziarie) e di "scambio politico" (vedi caso Campania per quel che riguarda il PD): entrambi fattori di allontamento dell'elettorato che proprio nell'occasione delle elezioni regionali ha raggiunto spesso minimi storici di partecipazione al voto: al di sotto del 50% nel 2024 l'Emilia Romagna 46,42%, Liguria 45,97%, Basilicata 49,81% tanto per fare degli esempi. Inoltre questo ruolo delle Regioni ha reso clientelarmente dipendente il corrispondente sistema degli enti locali ( per citare un esempio rimane emblematico quello della Liguria nell'epoca Toti poi fermato dal solito intervento supplente della magistratura). 2) Emergono segnali importanti di ulteriore fragilizzazione del sistema dopo anni di crescita costante dell'astensione (non tamponata nè dall'apparente prevalere del populismo, nè da quello successivo del sovranismo). Completate le elezioni regionali ci si avvierà nella fase finale della legislatura inaugurata nel 2022, presumibilmente mantenendo inalterata la compagine di governo e prevedendo il mantenimento da parte di Fratelli d'Italia della maggioranza relativa: un fatto di una certa importanza perché l'esito elettorale dal 2013 in avanti aveva sempre offerto sotto questo aspetto un soggetto diverso: limitandoci al voto sul territorio nazionale nel 2013 la maggioranza relativa era toccata al PD con 8,646.034 voti, nel 2018 al M5S con 10.723.066 suffragi, nel 2022 a Fratelli d'Italia con 7.301.303 voti. Da notare come la votazione ottenuta dal M5S nel 2022 risultasse in perdita di oltre 6 milioni di voti rispetto al risultato del 2018 e ciò nonostante autorevoli commentatori giudicarono quell'esito come positivo e la leadership del partito è poi rimasta intatta fino ai giorni nostri. Nel frattempo la presenza alle urne ha fatto registrare questi numeri: nel 2022 28.096.128 voti validi, nel 2018 32.841.025 voti validi, nel 2013 34.055,705 voti validi. Nella sostanza una perdita di circa 6 milioni di voti validi in 9 anni. Se si volesse giudicare (come sarebbe, almeno parzialmente, giusto) la validità di un sistema dai dati elettorali il giudizio complessivo non potrebbe che essere fortemente negativo . 3)Va ancora ricordato che, dal punto di vista sistemico, la Corte Costituzionale è dovuta intervenire due volte circa la legittimità della formula elettorale adottata e anche quella in uso presenta evidenti punti di difficoltà di legittimazione appunto sul piano costituzionale con un sistema di totale incertezza nell'assegnazione dei seggi (tanto è vero che sotto questo profilo la Giunta per le elezioni è ancora al lavoro tre anni dopo lo svolgimento dei comizi). Insomma: esiste un problema concreto di "tenuta" di credibilità del sistema e di "affermazione democratica". 4) Fin qui però come si accennava all'inizio la forza elettorale del partito di maggioranza relativa non è apparsa in discussione: anzi la distanza tra FdI e i suoi alleati di governo appare stabile se non in crescita nonostante la smaniosità della Lega di cercare posizioni autonome rivolte a temi, oltre a quelli consueti del corporativismo e della protezione dell'evasione fiscale (comprensibili considerata la prevalente base sociale del movimento che pure ha attirato consensi dalla parte del lavoro dipendente: consensi transitati in buona parte dalla sinistra) anche a quelli molto delicati della politica estera pur in momenti di esplosione bellica come quelli attuali. 5) Da parte delle opposizioni e segnatamente da parte del partito più forte, importante, radicato, il PD è mancata un'analisi accurata di ciò che Fratelli d'Italia rappresenta e di come ha portato avanti la sua azione di governo: un'analisi che sarebbe importante sviluppare partendo dal presupposto che FdI non è un partito come gli altri ma una formazione fortemente ideologizzata con un "nucleo centrale" addirittura legato a posizioni di tipo esoterico che stimolano un forte richiamo verso pericolosi compattamenti identitari. Lo scopo di questa analisi da fare rispetto a FdI dovrebbe essere quello di impostare positivamente una campagna elettorale adeguata a svolgere una funzione effettivamente competitiva da parte di una coalizione che al di là della sua composizione avrà bisogno di presentarsi con il massimo possibile di omogeneità sui temi di fondo, lasciando spazio - ovviamente - a un pluralismo di contenuti in modo da potersi rivolgere allo spettro più ampio, sul piano sociale e culturale, dell'elettorato. Fratelli d'Italia ragionevolmente non realizzerà uno dei suoi obiettivi dichiarati: quello di una "torsione" del sistema in senso di restringimento dei meccanismi di rappresentanza esaltando la personalizzazione del potere come avrebbe dovuto essere nel caso del cosiddetto "premierato" (gli alleati potranno vantare: la Lega l'autonomia differenziata; Forza Italia l'attacco alla magistratura anche se è probabile che la primavera del 2026 vedrà questo punto al centro di una contesa referendaria). La tattica del partito di estrema destra si è rivolta piuttosto all'occupazione del potere nelle sue frange più minute in modo da costruire una forte rete clientelare e di sostegno dalla quale dipendano diversi settori "facitori" di opinione e una egemonia nell'informazione (torno qui al richiamo della realtà culturale rappresentata nel suo nucleo dirigente centrale nel quale il tema dominante, almeno in apparenza, è quello della fedeltà agli ideali), nella comunicazione di massa, nello sviluppo delle reti culturali (operazione quest'ultima condotta in nome della presunta passata emarginazione degli intellettuali di destra, cui si sono uniti immediatamente servili "clientes" dall'incerta provenienza). In questo modo si sta cercando di "plasmare" un'opinione pubblica favorevole a situazioni di "democrazia illiberale" (come dimostrato nel corso del meeting di CL con gli applausi all'attacco alla magistratura). Tentativi di passaggio verso forme di "democrazia illiberale" che potrebbero consolidarsi in caso di conferma di un successo elettorale, trascurando ovviamente il prevedibile calo nell'attribuzione numerica dei consensi, dato ormai trascurato da tutti. 6) Da parte delle opposizioni (difficile definire un perimetro di centro-sinistra come denominazione di un eventuale schieramento plurale: al momento l'unico alleato certo del PD è AVS e molto, in questo senso, dipenderà dall'esito delle già richiamate elezioni regionali) è' evidente la necessità di porre in rilievo gli scarsi risultati ottenuti dal governo sul piano economico - sociale (ben esaminati proprio oggi in articoli del Corriere della Sera dedicati alla situazione energetica e allo stato di cose in atto rispetto al PNRR) affrontato sul terreno delle promesse invece che su quello dei fatti (che sono rappresentati dalla crescita delle disuguaglianze), così come la sottolineatura di una politica estera inconsistente nell'incapacità di sollevare il tema decisivo dell' Europa come spazio politico(la proposta è quella di "arrendersi" a Trump) e ancora evidenziare il richiamo (anche sul terreno culturale) alle radici "storiche" di FdI derivanti direttamente dal MSI (addirittura tornando indietro dalla parentesi di AN). Un dato quest'ultimo riguardante le ascendenze di FdI che sembra trascurato - ad esempio - dal mondo cattolico democratico forse abbagliato dagli applausi scroscianti dell'assemblea di CL rivolti a Meloni probabilmente scambiati per una sua capacità di parlare -appunto - all'insieme del mondo cattolico mentre si trattava semplicemente di populismo di passaggio per accondiscendere a un passaggio ulteriore a destra del movimento già avvenuto da tempo. 7) Così dovrà essere fortemente contestato il tema dell'occupazione del potere (da un parte di gruppi molto legati a quel tipo di visioni fideistiche richiamate poc'anzi) inteso quale presupposto di un salto costituzionale nell'idea di omologare Costituzione formale e Costituzione reale (un problema che si era già posto ai tempi di Berlusconi e che la sinistra aveva riduttivamente inteso come richiamo alla governabilità: da lì il fallimento della bicamerale D'Alema e del referendum Renzi) . Altrettanto fortemente presenti nella futura campagna elettorale anche presenze nella coalizione che indichino con chiarezza una direzione di marcia: saranno tre i temi, quello economico - sociale e delle grandi transizioni ecologica e digitale, quello della pace e della politica estera (ruolo delle organizzazioni sovranazionali in particolare dell'ONU e dell'UE), quello costituzionale o meglio della "logica del potere e /o della visione della democrazia repubblicana". Un terzo punto da non dimenticare.

giovedì 28 agosto 2025

SAVONA: FUNIVIE E AURELIA BIS, SIMBOLO DELL'ISOLAMENTO

SAVONA: FUNIVIE E AURELIA BIS, SIMBOLO DELL'ISOLAMENTO di Franco Astengo ("Il Rosso non è il Nero") Suonano a morto le campane per lo storico impianto funiviario che dal porto di Savona trasportava il carbone e poi merci rinfuse fino a San Giuseppe di Cairo: un tempo così si alimentava il polo industriale della Valbormida. Crollati due piloni in un giorno di fortunale del novembre 2019 l'impianto ha cessato di funzionare e adesso la spesa del ripristino viene giudicata ecceessivamente onerosa e non finanziabile. Nello stesso tempo prosegue la vera e propria "saga" dell'Aurelia Bis, opera bloccata su di un binario morto il cui "ritardo" (eufemismo) contribuisce a quello che rappresenta, sul piano dello sviluppo economico, il vero nodo scorsoio dell'area centrale della nostra provincia: l'isolamento, considerate anche le condizioni delle autostrade e delle ferrovie. Si tratta di un tema che trattiamo da molto tempo assieme a quello - assolutamente decisivo - del recupero delle aree industriali dismesse nella Valle Bormida: un tema trascurato dalla Regione Liguria che coltiva ben altri interessi riguardanti il Porto di Genova (ricordiamo il trio Toti/Signorini/Spinelli) il Terzo Valico e lo spostamento dell'asse economico della provincia di Savona verso il terziario turistico del ponente laddove tra corporativismi e sfruttamento del lavoro precario stagionale la destra pesca la maggioranza dei suoi voti: è bene precisare che il raddoppio ferroviario tra Finale e Andora assume, in questo preciso momento storico, proprio il significato politico che abbiamo appena cercato di ricordare. Qualcuno scrive che il ripristino delle Funivie dovrebbe essere legato all'esistenza di un grande retroporto situato proprio in Val Bormida, zona da destinarsi in conseguenza alla logistica. Serve invece qualcosa di diverso e di più: il ripristino della funivia deve essere collegato al potenziamento delle due linee ferroviarie per Torino ed Alessandria in modo da far transitare velocemente le merci sbarcate dal porto di Savona - Vado verso i grandi poli logistici del Nord e di conseguenza verso le strutture produttive ed i mercati più avanzati d'Europa. Limitiamo la nostra analisi appunto al tema dell'uscita dall'isolamento che dovrebbe risultare elemento prioritario anche nella strategia delle amministrazioni comunali nel senso di un recupero di progettualità a livello comprensoriale tra l'area del Savonese e della Val Bormida, inteso quale asse possibile per una idea di sviluppo programmato e non coltivato a spot come è stato nel caso della crisi industriale di area complessa, il cui decreto istitutivo risale al 2016 e sui cui effetti concreti (anche in relazione agli investimenti svolti) rimane del tutto da valutare. Rimangono da affrontare altri punti molto delicati: dalla Piaggio in sinergia con i turchi di Baykar e il relativo indotto come Learh, Alston per verificare gli effetti degli investimenti fatti, Sanac, la costruzione dei cassoni per la diga foranea di Genova, la cessione di Continental, il tema del rigassificatore chiedendo di prestare attenzione allo sviluppo di questa vicenda vicenda non fermandosi alle improvvisate dichiarazioni del ministro (dell'Ambiente e non dello Sviluppo Economico) e rivolgendo un occhio alle elezioni regionali toscane. Rigassificatore la cui presenza non avrebbe soltanto risvolti di carattere balneare ma rappresenterebbe, in mare come in terra, un altro elemento di insopportabile servitù per lo sviluppo dei traffici. In questi giorni la CGIL savonese ha lanciato una "Vertenza Savona" riguardante proprio questi temi che nell' occasione (come già in passato) abbiamo sbrigativamente trattato: sarebbe urgente una presa di posizione nel merito da parte delle forze politiche, in particolare di quel centro - sinistra che attualmente governa Savona, Vado Ligure e Quiliano oltre a centri importanti della Val Bormida. Comunque non resteremo in attesa: cercheremo da subito di promuovere una iniziativa politica su questo tema che risulta come assolutamente decisivo per il futuro della nostra realtà.

martedì 26 agosto 2025

POLITICA E LIBERTA'

POLITICA E LIBERTA' di Franco Astengo ovvero dell'Insufficienza della teoria politica come teoria del potere. "Norberto Bobbio - Palmiro Togliatti : Sulla Libertà" (a cura di Michele Ciliberto - edizioni della Normale di Pisa). Michele Ciliberto in questo volume ha recuperato il carteggio Bobbio /Togliatti sviluppatosi nel 1954 all'indomani della morte di Stalin. Un carteggio incentrato sul tema decisivo della libertà. Nell'introduzione nota Ciliberto come oggi una discussione di quel tipo sarebbe inconcepibile anche se il tema di quel confronto rimane cruciale. Proviamo allora ad entrare nel merito di una possibile riflessione che traguardi l'attualità. A che punto è la notte? Nella paralisi dell’azione politica, nella mancanza d’immaginazione e di prospettive o, detto in altri termini, nel consolidamento di un atteggiamento “astorico”, si finisce con l’esprimere sia la perdita del valore fondativo del rapporto con il passato sia la rinuncia a pensare al futuro come storia da costruire da parte di tutti e di ognuno. Una vera e propria “sindrome del declino”, cui fa da controcanto il moto automatico dell’innovazione tecnologica e della circolazione del denaro. Nel corso degli ultimi decenni si è tentato di restituirci una diversa e più fondata formulazione della riflessione ( tutt’altro che superficiale) sulla “fine della storia”. "Fine della storia" come effetto indotto dalla fine del comunismo : dimenticando che si trattava della fine di un comunismo legato ad una specifica forma di inveramento statuale. In quel momento il tema della libertà fu accantonato come se fosse già implicitamente acquisito all'interno del sistema capitalistico. Si possono facilmente trovare riscontri empirici a tali considerazioni. Basti pensare a com’è stata affrontata la crisi del 2008 in atto sul piano economico – finanziario: ogni sforzo e aspettativa è stato indirizzato alla restaurazione degli stessi meccanismi che avevano prodotto la crisi; in alto e in basso la speranza era quella di tornare al più presto alla cosiddetta “normalità”, alla condizione ritenuta “naturale” di funzionamento della vita e dell’economia, sancendo l’intoccabilità di uno “stato di natura” che peraltro stava producendo ogni sorta di oggettivi disastri e risospingendo in una situazione di vera e propria “minorità sociale” milioni e milioni di persone, in tutto il mondo. Qualsiasi ipotesi di cambiamento e di apertura sul futuro è stata respinta, come se questo tragico esistente coincidesse con il migliore dei mondi possibili: l’unico, comunque, che ci sia dato e che non può essere modificato. L’ideale non avrebbe mai più mutato il “reale”: forma e sostanza della politica avrebbero coinciso con forma e sostanza del potere. Nondimeno si vive in preda a paure crescenti, la cui amministrazione e somministrazione assorbe gli sforzi della politica e dei media. Il fatto che siano in gran parte paure immaginarie conferma e radicalizza la sindrome della paralisi, il venir meno della possibilità di esperienze fondative e innovative. Il moltiplicarsi degli indicatori di regresso, sia registrando i dati strutturali nella distribuzione della povertà e della ricchezza su scala mondiale e all’interno dei singoli paesi, sia valutando il grado crescente d’insoddisfazione in ogni ambiente sociale, sia considerando la mancanza di prospettive e di certezze per le generazioni più giovani, tutto ciò sta portando a una revisione del giudizio al riguardo delle grandi temperie del ‘900. La verità è che la vicenda novecentesca, imperniata sull’esperimento russo – sovietico, è stata dominata da una colossale e ancora incompresa eterogenesi dei fini, rispetto alla quale l’analisi e il giudizio storico – teorico debbono essere approfonditi in più direzioni: quel che è certo è che il fallimento di quella storia ha minato la possibilità che gli ideali a cui proclamava di ispirarsi possano essere considerati validi per tradursi in una loro realtà effettuale. Rimane però e comunque ineludibile la tensione verso l’eguaglianza e il superamento del perverso meccanismo di sfruttamento. Si tratta, allora, di riattivare una memoria culturale a cui attingere per affrontare vecchie e nuove sfide, cercando di riconoscere prima e di superare poi la frattura che si è storicamente determinata. Rimane tutta intera la questione della democrazia: il crollo del comunismo sovietico ha formalmente moltiplicato il numero degli Stati retti secondo le regole della democrazia. Ciò è avvenuto in un’epoca in cui lo stato della democrazia nei paesi occidentali, e un po’ in tutto il mondo, è risultato deludente se non pessimo: al punto che molti si stanno ingegnando per trovare soluzioni che ne possano conservare una qualche versione minimale, una sorta di simulacro, tenuta in vita per comodità delle forze stesse che hanno contribuito a svuotarle e ridicolizzarla. Quello che sta avvenendo, al di là di diagnosi più o meno pessimistiche, sembra confermare che non solo il comunismo, ma anche il capitalismo, senza più oppositori ufficiali non costituisce un ambiente adatto per la vita della democrazia. Non esiste più un rapporto diretto tra democrazia formale e libertà sostanziale. Una linea di alternativa e di uscita dall’accettazione totale dell’esistente, non può che essere portata avanti, in queste condizioni, anziché dalla mera elaborazione di un programma economico, da una reinterpretazione del concetto e della funzione dell’ideologia. La funzione dell’ideologia, come nell’accezione gramsciana deve essere sottratta al pericolo di un’interpretazione meccanicista e volgare, nella quale la sovrastruttura è ridotta a mera conseguenza dell’effetto della struttura. L’ideologia va così restituita al suo significato positivo di componente, essa stessa strutturale e indispensabile, dell’agire storico. Perché senza la funzione strutturale dei convincimenti non si possono comprendere le relazioni e i conflitti tra i ceti e le classi, che se muovono da una causa materiale ed economica, hanno sempre una traduzione e un’elaborazione ideale / ideologica (come è accaduta, del resto, con la grande ondata liberista partita dal mondo anglosassone alla fine degli anni’70). E’ il caso di recuperare una citazione: dai “Quaderni dal carcere” (volume III dell’edizione del 1975, Editori Riuniti, curata da Valentino Gerratana): “La tesi secondo cui gli uomini acquistano coscienza dei conflitti fondamentali sul terreno delle ideologie non è di carattere psicologico o moralistico, ma ha un carattere organico gnoseologico” (ovverosia derivante da una vera e propria “teoria della conoscenza”). E’ necessario fare in modo che donne e uomini riacquistino coscienza della loro posizione sociale e dei loro compiti proprio sul terreno della sovrastruttura : l’ambito cioè delle forme di coscienza, delle visioni del mondo, del come l’esistenza può essere pensata, significata, interpretata ed elaborata.

sabato 23 agosto 2025

POLITICISMO SENZA ANALISI

POLITICISMO SENZA ANALISI di Franco Astengo Le opposizioni stanno giocando a perdere non sviluppando una seria analisi della fase e di prospettiva ed esercitandosi su misere rivalità personali sorte all'ombra del campanile, invidie di paese, tentativi di strumentalizzazioni destinate a guadagnare voti producenti spostamenti di percentuali in una quantità da prefisso telefonico mentre oltre il 50% degli aventi diritto non si reca a votare coltivando rancori e sfiducia. Quale analisi stanno sviluppando i soggetti dirigenti delle forze di opposizione in Italia in vista della tornata di elezioni regionali che inizierà alla fine di settembre nelle Marche? A giudicare da ciò che sta accadendo quasi dappertutto impressiona la sottovalutazione al riguardo dello stato di cose in atto e al riguardo della necessità di un forte spunto unitario orientato non solo (e sarebbe già importante) allo specifico dell'esito elettorale sul piano locale ma soprattutto al riguardo dell'urgenza di elaborazione di una proposta alternativa formulata, sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista dello schieramento, da risultare competitiva rispetto all'aggressività della destra: 1) la drammaticità della situazione internazionale cui si accompagna la debolezza dell'Europa. Non si intende qui entrare in dettagli superflui da descrivere nel merito. Il punto riguarda invece la valutazione dell'Europa intesa come spazio politico fondamentale verso il quale riversare l'impegno per colmare il deficit di democrazia, avanzare concrete proposte di pace, proporre una posizione che risulti coerente per tutti i soggetti della sinistra e della democrazia progressista operanti nei paesi dell'Unione. Serve un nuovo internazionalismo e un'idea d'Europa smilitarizzata in particolare nella sua area centrale allo scopo di impedire la ricostituzione di una logica dei blocchi fondata sul riarmo convenzionale e sull'utilizzo del nucleare; 2) la crescente tensione interna rivolta alla determinazione di una sorta di "regime" da parte della destra, sempre in vantaggio a fornire risposte populiste in apparenza semplici a questioni complesse come nel caso dei migranti. E' sufficiente confrontare l'operato dei media mainstream da qualche mese a questa parte rispetto ad alcuni atti molto concreti compiuti dal governo, quali ad esempio lo sgombero del centro sociale Leoncavallo a Milano attuato anche bypassando il Comune: indicazione di una stretta autoritaria che si sta applicando in vari campi primo fra tutti quello dell'immaginario collettivo (nazionalismo, razzismo, revisionismo storico elargito a piene mani dalle varie agenzie culturali, in primis la televione generalista); 3) L'accantonamento di alcuni temi di carattere istituzionale, primo fra tutti quello riguardante la formula elettorale che la destra vorrebbe correggere nel senso di una ulteriore riduzione nelle possibilità di rappresentanza plurale già ridimensionata con il referendum 2020 quando il numero dei parlamentari fu fatto scendere a 600 complessivi tra Camera e Senato. La sinistra sembra aver dimenticato che la formula elettorale rappresenta l'architrave del sistema democratico , sottovalutando anche la crisi delle cosiddette democrazie liberali scivolanti gradualmente in formula autocratiche a causa della personalizzazione e dell'affermazione del concetto del dialogo diretto tra il Capo e le masse (sempre nel solco di una idea semplificata che fa coincidere la politica con il potere) ; 4) Il peggioramento nelle condizioni materiali di vita dei lavoratori e dei ceti più fragili: intensificato lo sfruttamento, ridotto quel che rimane del welfare a merce di scambio elettorale, privatizzata la sanità, reso sempre meno agibile il sistema infrastrutturale e in particolare le ferrovie, protetti settori corporativi proponenti in sostanza un'ulteriore crescita delle disuguaglianze sociali, trascurando completamente il tema ambientale : tutto questo si sta verificando in un quadro di grande disordine economico, di deficit strutturale della produzione industriale, di crescente disequilibrio complessivo (nessuna programmazione e improvvidi richiami a un nazionalismo davvero di basso profilo). Quanto fin qui esposto (solo parzialmente) si sta verificando al di fuori di una capacità della sinistra di realizzare un quadro di proposta complessiva posta sul terreno di una visione di società alternativa fondata su di un aggiornamento di una idea di socialismo all'altezza delle contraddizioni in atto tra le quali - in chiusura - si richiama quella dell'acriticità al riguardo dello sviluppo tecnologico, dello strapotere delle multinazionali over the top, della strabordante finanziarizzazione dell'economia che ha già portato in questo primo scorcio di XXI secolo a due crisi globali (dimenticate dall'opportunistico discorso di Draghi pronunciato al meeting di CL).

giovedì 21 agosto 2025

PRAGA 57 ANNI DOPO

PRAGA 57 ANNI DOPO DI Franco Astengo L’invasione di Praga, da parte delle truppe del Patto di Varsavia, avvenuta il 21 agosto 1968 allo scopo di stroncare il tentativo di riforma del “socialismo reale” da parte del Partito Comunista Cecoslovacco guidato da Dubcek è stato un punto di tale importanza nella storia della sinistra mondiale che è giusto, ancor oggi, analizzarne gli sviluppi  con il massimo dell’attenzione e della capacità di approfondimento. Ritorniamo allora sull’argomento, uscendo da un filone forse eccessivamente “italocentrico” (pur importantissimo per i riflessi che quella vicenda ebbe su di un soggetto di grande portata come il PCI) ed esaminare con maggior cura il contesto politico – culturale al cui interno i fatti avvennero.  Il tentativo della “primavera di Praga” iniziò coltivando l’ipotesi che fosse possibile andare oltre le diagnosi e i rimedi proposti dal XX congresso del PCUS nel 1956, utilizzando lo spazio aperto dalla nuova politica di destalinizzazione inaugurata da Kruscev. Data la situazione complessiva entro il blocco sovietico, in un primo tempo, i successi dei tentativi che furono svolti sulla base di quell’ analisi, risultarono scarsi ed effimeri.  L’idea di “andare oltre” il XX congresso pur essendo presente come corrente all’interno dei partiti comunisti in tutto l’ambito del Patto di Varsavia, ebbe effettivamente una funzione politica decisiva soltanto in due casi: in Ungheria e in Cecoslovacchia. Il caso ungherese risultò anomalo in due sensi: infatti, il primo insorgere di un movimento di riforma comunista (il governo Nagy tra il 1953 e il 1955) si verificò addirittura in precedenza alla celebrazione del XX congresso e fu inevitabilmente destinata al fallimento; il secondo tentativo, invece, nel 1956 la temporanea egemonia della corrente riformista era solo la conseguenza di un’esplosione rivoluzionaria incontrollabile e la reazione dell’apparato dirigente conservatore e dell’URSS fu, logicamente, commisurata a quel dato d’incontrollabilità. In contrasto con la nascita precoce e la distruzione prematura della variante ungherese, il tentativo di riforma in Cecoslovacchia fu più lento a maturare, più saldamente radicato e meglio attrezzato per una graduale radicalizzazione. Ebbe origine, infatti, da una reazione tardiva rispetto al XX congresso e acquisì un più deciso impulso a partire dal 1963; la sua vittoria nel 1968 fu il segnale di partenza per movimenti di base, che avevano negli intellettuali il supporto più attivo, ma si espandevano ad altri settori della popolazione. Il modello cecoslovacco può essere perciò considerato il solo caso completo di tentativo di riforma di un regime “a socialismo reale”. Su queste basi si verificò una grande osmosi tra l’ideologia di trasformazione del regime e l’analisi critica complessiva del “socialismo reale” stesso. Negli anni’60 il crescente movimento di riforma assorbì l’immissione di energie intellettuali di varie correnti e discipline e anche dopo l’invasione, l’eredità della “primavera” continuò a influire in modo diretto sull’insieme del dissenso, a Est come a Ovest. Si dimostrò subito come il programma di riforme fosse incompatibile con gli interessi costituiti del gruppo dirigente sovietico. Dopo la seconda guerra mondiale, la Cecoslovacchia era il paese nel quale il partito comunista disponeva del maggior sostegno di massa tra i lavoratori e gli intellettuali. Ciò aveva reso più facile la conquista del potere e meno vulnerabile il regime postrivoluzionario. Di fronte alla politica di “normalizzazione” si aprì, dunque, fin dall’inizio degli anni’60 per poi prendere corpo nel corso del decennio l’idea di un nuovo sistema politico. Questa idea fu al centro dei più franchi dibattiti pubblici che ebbero luogo nei Paesi dell’Est, tra il gennaio e l’agosto del 1968. Nella sinistra in cui i comunisti lavoravano in direzione dell’emancipazione politica delle forze sociali, c’era una traccia autenticamente pluralista. Nel loro programma c’era anche, e veniva apertamente affermato da alcuni teorici del movimento, uno sforzo per cambiare i rapporti tra stato e società civile. In questo senso, un primo documento programmatico di Zdenek Mlynar rappresentava in modo fedele questa linea di sviluppo “ Prima di tutto si deve riconoscere che lo status di agente politico indipendente doveva essere attribuito alle diverse componenti specifiche dei gruppi e degli strati sociali, ai gruppi d’interesse comune e, in ultimo, a ogni cittadino in quanto individuo”. Nelle discussioni meno ufficiali emergevano due linee di differenziazione: una di esse divideva i gradualisti da coloro che sostenevano che solo un’accettazione immediata dei principi pluralistici poteva assicurare il successo a lungo termine del movimento. Il tema dibattuto in modo più vivace era quello dell’istituzionalizzazione dell’opposizione politica.  Questo tema, dopo un serrato scambio di vedute fra maggio e giugno, fu posto in ombra da questioni più urgenti ma non vi è ragione per dubitare che per molti all’interno del PCC si concepisse l’introduzione di un sistema pluripartitico come lo sbocco logico del processo di democratizzazione, anche se non si arrivava a pensare che le condizioni del 1968 fossero mature per un simile esito. Il secondo aspetto delle discussioni si sviluppò più lentamente e riguardava l’introduzione di elementi di democrazia diretta, in luogo della scelta di una più stretta osservanza dei principi della democrazia parlamentare. In termini più pratici ciò significava la richiesta di autogestione. Dopo alcuni inizi incerti l’idea di “organi democratici di gestione” guadagnò rapidamente terreno e quando apparvero sulla scena i “Consigli del popolo lavoratore” (da non confondersi con i consigli operai intesi in senso stretto) il conflitto prima latente fra concezioni democratiche e tecnocratiche si fece più acuto. I tentativi di difendere i Consigli furono gli atti più importanti della resistenza durante i sette mesi tra l’invasione e l’avvento della normalizzazione completa avvenuta nell’aprile del 1969. A posteriori, si può vedere in questo passaggio un primo accenno a una strategia che, più tardi, sarebbe stata applicata in Polonia: basare la lotta per le riforme su un movimento sociale esterno al Partito. Ma in Cecoslovacchia questa ipotesi fu prospettata solo quando il movimento della “primavera” era ormai sulla difensiva. Il dibattito sull’autogestione chiamava in causa anche il terzo pilastro dell’ideologia delle riforme: la teoria della “produzione socialista di beni di consumo”. Riforme del genere erano discusse e in una qualche misura messe in atto dappertutto, ma solo in Cecoslovacchia questo tema era legato a quello di un generale rinnovamento di carattere intellettuale e politico. In Ungheria le riforme economiche si spinsero più avanti rispetto agli altri paesi dell’Est europeo, ma il loro contesto sociale fu determinato dalla sconfitta della rivoluzione del 1956 e dalla distruzione dell’ipotesi di riforme politiche; in Polonia le proposte di riforme economiche divennero negli anni’60 sempre più accademiche e fuori sintonia con la politica di Gomulka. Dopo l’aprile del 1969 il tentativo di riforma, nel senso tradizionale del termine, non costituì più un’opzione praticabile, ma le conclusioni da trarre dalla sconfitta non erano per nulla ovvie. In seguito Rossana Rossanda introducendo, dieci anni dopo a Venezia, un convegno su “potere e opposizione nelle società post – rivoluzionarie” organizzato dal PdUP-Manifesto e al quale parteciparono per la prima volta di persona dissidenti dell’Est russi, polacchi, cecoslovacchi, sostenne che si era smarrita in quel frangente l’idea del socialismo, non come generica aspirazione, ma come “teoria di una società”, modo diverso degli uomini di organizzare la loro esistenza. Ricordare gli elementi fondativi della primavera di Praga, oggi di fronte al fallimento epocale dell’ipotesi capitalistica seguita alla caduta dei blocchi e all’affermazione di un solo modello di egemonia sociale fondato sull’ìper-liberismo e sull’assolutismo della finanza, è ancora esercizio utile se partiamo proprio dall’idea di non abbandonare l’obiettivo di una società “altra” fondata sull’eguaglianza e sulla fine dello sfruttamento indiscriminato sul genere umano e sulla natura, che erano rimastele aspirazioni di fondo anche di coloro che condussero, sconfitti, quel drammatico frangente dell’gosto 1968.

martedì 19 agosto 2025

LA TAVOLA DELLA CASA BIANCA: SUBLIMAZIONE DELLO SVILIMENTO NICHILISTA

LA TAVOLA DELLA CASA BIANCA: SUBLIMAZIONE DELLO SVILIMENTO NICHILISTA di Franco Astengo Dalla “Democrazia del Pubblico” (Manin) alla “Democrazia Recitativa” (Crouch) fino alla “Democrazia delle Emozioni” teorizzata da Pierre Rosanvallon: mutano in tempi rapidi gli assi di riferimento dell’agire politico. La Tavola della Casa Bianca con Zelensky e altri stretti attorno a Trump ha rappresentato l'esaltazione di questi concetti e il giudizio del "Guardian" molto fumo e poco arrosto è ancora benevolo rispetto alla realtà. Ormai il prevalere dell’individualismo competitivo sull’idea novecentesca dell’aggregazione collettiva ha portato, alla determinazione delle nostre azioni politiche da parte delle emozioni. I populisti hanno saputo sfruttarle, mentre i “politici della ragione” le hanno negate. Ognuno è richiamato a riconoscere la propria sorte e diventa sempre più difficile muoversi sul terreno dell’orizzonte comune e della trasformazione democratica. E’ possibile allora approfondire l’analisi e convenire su di una definizione del pericolo più evidente che il ripensamento nichilista oggi comporta. Gli spazi interiori sarebbero sottratti alla potenza ordinativa del Leviatano e la strategia decisionistica uscirebbe dallo schema del paradigma della modernità, quello che aveva dato origine alla democrazia nel suo significato più originario: fosse questa democrazia “liberale” o democrazia “socialista”. A questo punto si segnalerebbe l’inesistenza della mediazione politica. Così con un atteggiamento di "svilimento nichilista" della democrazia si sono comportati i personaggi raccolti attorno al tavolo della Casa Bianca apparentemente impegnati a trovare soluzioni a un problema planetario, in realtà concentrati sul loro "individualismo competitivo" teso a sollevare una "politica delle emozioni" al riguardo dei rispettivi elettorati o comunque delle agenzie di raccolta del consenso. I mass-media a livello globale si sono limitati al ruolo del coro. Quanto tempo dovremo aspettare perché emerga un qualche segnale di consapevolezza e di messa in opera di una riflessione e di un’azione assolutamente controtendenza a questo quadro di vera e propria distruzione della democrazia ?

domenica 17 agosto 2025

SCIOPERO GENERALE IN ISRAELE: UN ESEMPIO E UN MONITO PER UNO SCIOPERO GENERALE EUROPEO

SCIOPERO GENERALE IN ISRAELE: UN ESEMPIO E UN MONITO PER UNO SCIOPERO GENERALE EUROPEO Hai inoltrato questa email? Iscriviti qui per riceverne altre (Da tener sempre presente che l'area centrale ligure è investita direttamente da questa problematica per la presenza di Leonardo a Sestri Ponente e la cessione di Piaggio stabilimenti di Villanova d'Albenga e Sestri Ponente alla turca Baykar fabbricante di droni d'assalto e arei senza pilota) Lo sciopero generale in corso in Israele contro la politica di guerra del governo e il genocidio/deportazione del popolo palestinese, per la liberazione degli ostaggi ancora prigionieri di Hamas rappresenta un esempio e un monito per le classi lavoratrici dell'Occidente . L'Occidente, le sue organizzazioni sindacali, non hanno ancora trovato motivazione e forza per opporsi con la determinazione necessaria all'escalation bellica in corso, denunciare la farsa di Anchorage e - prioritariamente - proprio in Europa dimostrare l'opposizione alla politica bellica dei governi. Retorica e politica bellica che si sta concretizzando in varie forme. Un articolo pubblicato dal Manifesto qualche giorno fa riportava un'inchiesta del Financial Times partita dall'analisi di immagini satellitari evidenzia come le fabbriche di armamenti stiano allargando (triplicando) le strutture. Dall'invasione russa dell'Ucraina i numeri del FT sono chiari: 7 milioni di metri quadrati di nuovi sviluppi in 150 siti di 37 aziende legate alla produzione di munizioni e di missili. Numeri indicatori di qualcosa di profondo: l'aumento delle spese militari non porta solo più fondi agli eserciti ma comporta una trasformazione industriale ( e quindi economica) concreta, diretta, di prospettiva. Con l'aumento delle spese militari nel giro di pochi anni flussi enormi di denaro pubblico finiranno nei bilanci di aziende che, per loro natura, hanno grande interesse a veder perdurare un clima di paura e di instabilità : e che oggi stanno impegando fondi per incrementare strutture e capacità produttive. Dietro le quinte - si segnala - il quadro è ancora più inquietante considerato che le principali aziende di guerra sono controllate in larga parte da mega fondi di investimento globali (Black Rock, Vanguard, KKR che ha acquisito la rete di comunicazioni in Italia ceduta da TIM) che dominano i settori strategici dell'economia mondiale e fondano la loro egemonia sul costante aumento della spesa militare. La domanda finale può essere così riassunta: "Forse tutto questo non meriterebbe uno sciopero generale europeo rivolto a due obiettivi: la pace e la riconversione industriale dalla guerra alle grandi transizioni in atto da quella ecologica a quella infrastrutturale sia sul terreno sia digitale?" I grandi produttori di armi: (nella prima colonna i guadagni del settore difesa in dollari US) nella seconda colonna la percentuale dei guadagni totali dalla difesa Statistica al 2022 1 Lockheed Martin 59,39 90 2 RTX Corporation 39,57 59 3 Northrop Grumman 32,30 88 4 Boeing 29,30 44 5 General Dynamics 28.32 72 6 BAE Systems 26,90 97 7 Norinco 22,06 27 8 Aviation Industry Corporation of China 20,62 25 9 China Aerospace Science and Technology Corporation 19,56 44 10 Rostec 16,81 55 11 China Electronics Technology Group Corporation 15,08 27 12 L3Harris Technologies 12,63 74 13 Leonardo S.p.A. 12,47 83 14 Airbus 12,09 20 15 China Aerospace Science and Industry Corporation 11,77 32

mercoledì 13 agosto 2025

INDUSTRIA

INDUSTRIA di Franco Astengo Il quadro di fondo rimane quello a suo tempo delineato dalla resa ai meccanismi perversi di quella che è stata definita “globalizzazione” e dei processi dirompenti di finanziarizzazione dell’economia, “scambio politico” e assenza di una visione industriale. Fattori che da decenni pesano in maniera esiziale sulle prospettive dell’economia italiana. (Tanto più in tempi nei quali si è aperta la polemica sul ruolo e peso di un turismo senza controllo, gestito corporativamente da privati fautori di disuguaglianze e spacciato come possibile fattore di crescita). Loris Scarpa, coordinatore nazionale del settore siderurgia della FIOM CGIL centra l'obiettivo in un suo intervento pubblicato dal "Manifesto"e sviluppato a proposito dell'accordo "storico" vantato da ministro Urso per la presunta decarbonizzazione della produzione nello stabilimento ILVA di Taranto. Sostiene Scarpa (riassumo ripetendo il titolo redazionale): "Non avremo neanche l'acciaio per il ponte, ammesso che si faccia". Questo perchè l'accordo (se così vogliamo chiamarlo) evita un ragionamento di politica industriale che affronti il problema di produrre e consumare acciaio in questo Paese. Produzione di acciaio che rimane il fattore determinante per la produzione industriale di un paese come l'Italia in tempi di deficit europeo e di dazi made in USA. Il tema complessivo è quello della produzione industriale in calo costantemente da 20 mesi. C'è un virus che non abbandona il corpo cronicamente debilitato dell'economia italiana. Si chiama recessione e, anche se i valori delle analisi statistiche non lo accertano formalmente, in realtà agisce sotto traccia e continua a proliferare. L’Italia è un paese senza progetto, tale e quale l'Unione Europea. Vale allora la pena ritornare su questi (decisivi) argomenti con alcune osservazioni. La situazione italiana può essere, ancora una volta schematizzata in relazione alla nostra storia industriale dal dopoguerra in avanti. Si tratta di argomentazioni già sostenute in varie sedi ma mai come in questo caso “repetita juvant”. Il punto di partenza non può che essere quello degli anni’70:  la fase di avvio dello “scambio politico”, attraverso l’operazione “privatizzazioni” realizzate in funzione clientelare rispetto alla politica. Negli anni’80 le compensazioni delle perdite avvennero a spese dei contribuenti (ricordate i BOT a 3 mesi?) con la relativa esplosione del debito pubblico e all’inizio degli anni’90, finiti i soldi dello Stato, dichiarati incostituzionali i prestiti,l’IRI trasformata in s.p.a. L’esito più grave della  fase dello “scambio politico” infatti, si realizzò in una condizione di totale assenza di un piano industriale per il Paese, mentre stavano verificandosi almeno quattro fenomeni concomitanti: 1)      L’imporsi di uno squilibrio nel rapporto tra finanza ed economia verificatosi al di fuori di qualsiasi regola e sfuggendo a qualsiasi ipotesi di programmazione; 2)      La perdita da parte dell’Italia dei settori nevralgici dal punto di vista della produzione industriale: siderurgia, chimica, elettromeccanica, elettronica. Quei settori dei quali a Genova si diceva con orgoglio “ produciamo cose che l’indomani non si trovano al supermercato”; 3)      A fianco della crescita esponenziale del debito pubblico si collocava nel tempo il mancato aggancio dell’industria italiana ai processi più avanzati d’innovazione tecnologica. Anzi si sono persi settori fondamentali in quella dimensione dove pure, si pensi all’elettronica, ci si era collocati all’avanguardia. Determinante sotto quest’aspetto la defaillance progressiva dell’Università con la conseguente “fuga dei cervelli” a livello strategico. Un fattore questo della progressiva incapacità dell’Università italiana di fornire un contributo all’evoluzione tecnologica del Paese assolutamente decisivo per leggere correttamente la crisi; 4)      Si segnalano infine due elementi tra loro intrecciati: la progressiva obsolescenza delle principali infrastrutture, in particolare le ferrovie ma anche autostrade e porti e un utilizzo del suolo avvenuto soltanto in funzione speculativa, in molti casi scambiando la deindustrializzazione con la speculazione edilizia e incidendo moltissimo sulla fragilità strutturale del territorio. In questo contesto registriamo l'abbandono del welfare (ridotto a bonus come spot elettorali), la privatizzazione della sanità, la crisi del sistema delle autonomie locali ridotte a scorribande personalistiche con l'elezione diretta di Presidenti (definiti erroneamente Governatori) e Sindaci. Si potrebbe proseguire ricordando l'asservimento politico del sistema informativo, il clientelismo culturale e l'attacco all'indipendenza della magistratura, ma ci fermiamo a questo punto. 5) E' assente una discussione seria sull'energia (da porsi in particolare relazione con l'analisi della situazione internazionale). Riprendo ancora Scarpa "L'Italia ha una buona parte della produzione di energia nelle rinnovabili,come le centrali idroelettriche ed è un'unicità europea.Ma la paghiamo più cara. Perchè? Le centrali idroelettriche sarebbero da potenziare perché il gas è un vettore di transizione non un vettore finale. Le non-scelte che si stanno facendo in questo senso gravano sul settore industriale". 6)Sono questi riassunti in una dimensione molto schematica i punti che dovrebbero essere affrontati all’interno di quell’idea di riprogrammazione e intervento pubblico in economia completamente abbandonata dai tempi della “Milano da Bere” fino ad oggi.  Sarà soltanto misurandoci su di un’idea di progetto complessivo che si potrà tornare a parlare d’intervento e gestione pubblica dell’economia: obiettivo, però, che una sinistra capace di rovesciare il proprio paradigma storico dovrebbe porre all’attenzione generale senza tema di apparire “controcorrente”.

martedì 12 agosto 2025

SAVONA: UN PROGRAMMA PER L'AUTUNNO. AL CENTRO LA QUESTIONE DEL LAVORO

SAVONA: UN PROGRAMMA PER L'AUTUNNO. AL CENTRO LA QUESTIONE DEL LAVORO di Franco Astengo ("Il rosso non è il nero") Ancora sulla "vertenza Savona": Savona, intesa come area centrale della Liguria e come provincia, ha bisogno di porre al centro dell'iniziativa sociale e politica il tema del lavoro considerato quale elemento fondamentale per una ripresa di centralità economica e di uscita dall'isolamento che appare lontana da essere realizzata. Una provincia spaccata in due e che si sta tentando di allontanare dalle corrente di traffico più importanti del Nord - Ovest: limitare un eventuale raddoppio della ferrovia alla tratta Finale - Andora assumerebbe oggi questo significato di ulteriore marginalizzazione così come rendere il porto di Savona - Vado sempre più subalterno alle scelte genovesi. Si tratta di scelte mirate a conservare una sorta di "fortino corporativo" per settori ad alta intensità speculativa quali l'edilizia e il turismo. Intendiamoci: queste affermazioni non riguardano semplicisticamente valutazioni di tipo campanilistico. Si reclama, invece, una svolta nella ricerca di uno sviluppo armonioso riguardante tutta l'area centrale ligure e la sua rete di relazioni infrastrutturali, economiche, politiche, sociali verso le zone più avanzate del Paese e dell'Europa centrale e settentrionale. Questa occasione va colta per portare avanti sul nostro territorio istanze di lavoro nuovo, tecnologicamente avanzato, produttivo. Il rafforzamento della capacità infrastrutturale, tecnologica, produttiva del nostro territorio rappresenterebbe anche un punto di avanzamento per attività terziarie, commerciali, turistiche che non possono essere rinchiuse in un recinto di arretrata difesa corporativa di accumulazione da egoismo di categoria. Non basta reclamare una "libertà d'impresa" che sconfini nella licenza fiscale e in quella del trattamento iniquo dei lavoratori: ci si deve rendere conto della fondamentale necessità di programmazione economica, rispetto all'uso del territorio,regolamentazione delle forme di lavoro quali fattori di progresso ordinato e costante dell'economia e delle condizioni materiali di vita della popolazione. Anticipiamo allora alcuni tratti progettuali sui quali potrebbe fondarsi una "Vertenza Savona": 1) E' necessaria una ridefinizione delle aree in cui è suddivisa la provincia e sulle diverse necessità d'intervento. Soprattutto sarebbe indispensabile analizzare forme economiche che mantengono strutture di tipo corporativo ormai anacronistiche rispetto alla dinamicità richiesta da nuovi processi di possibile crescita e riflettere sulle caratteristiche strutturali di un calo demografico da intendersi come grave sintomo della crisi savonese per essere così accentuato e di lunga durata. 2) Questione vitale è quella del recupero a un flusso di interventi produttivi per l'area del savonese e della Valle Bormida che, vista gli esiti concreti della dichiarazione di area industriale di crisi complessa, necessitano di una specifica pianificazione che affronti tre nodi fondamentali. Non ci deve essere "completamento della transizione post-industriale" ma la transizione in atto deve essere considerata punto di partenza per una ricerca di identità nel campo di un rilancio e rinnovamento di una attività produttiva fondata sull'innovazione tecnologica e l'accumulazione di nuovi livelli di "know -how"; I punti da concretizzare possono essere così' riassunti: a) quello infrastrutturale sia in sede ferroviaria, sia in sede stradale: l'uscita dall'isolamento e la "conditio sine qua non" per una ripresa della crescita; b) la bonifica delle aree colpite dalla de-industrializzazione sia nel Vadese, sia nella Valle Bormida, come nel Ponente (pensiamo alle aree ex-Piaggio di Finale); c) un ruolo attivo delle forze politiche , delle istituzioni, del sindacato nel costruire incisivi rapporti nei riguardi della Regione e dello Stato . d) l'apertura di una riflessione che porti ad avanzare una progettualità "strategica" sui grandi temi delle nuove forme di lavoro, della sostenibilità ambientale, di una moderna offerta di vivibilità. 3) è necessario inoltre un forte riferimento al ruolo della cultura , della scuola e dell'Università. Non basta un "tavolo" di compensazione e il ruolo della Provincia, amministrazione ormai ridotta a luogo di scambio pre-ordinato tra le forze politiche. Si richiama allora la necessità di una nuova strutturazione stabile da realizzarsi, proprio nell'ambito di un coordinamento provinciale, a livello comprensoriale. 4) Infine appare indispensabile una mobilitazione e attivizzazione delle forze sociali e politiche destinata alla delicata (ed in apparenza abbandonata) questione della presenza sanitaria sul territorio. Qualità e dignità del lavoro debbono essere affermate quale elemento portante di una nuova progettualità del movimento dei lavoratori.

lunedì 11 agosto 2025

UNA RIFLESSIONE SUL SOCIALISMO OGGI IN ITALIA (2025)

UNA RIFLESSIONE SUL SOCIALISMO OGGI IN ITALIA (2025) di Franco Astengo Il brillante lavoro di Beppe Sarno sulle origini del movimento socialista in Italia (Volevamo la Rivoluzione, Storia del socialismo italiano da Bakunin a Turati- Delta edizioni 2025) stimola, come indica anche l'autore nell'introduzione, una riflessione sull'oggi. Scrive Sarno: "Si avverte il bisogno di chiarire la situazione in cui siamo immersi, di valutare nella loro esatta dimensione le ragioni dell'attuale abbrutimento culturale e la perdita della memoria socialista". Più avanti l'autore ricorda come: "Bisogna riaccendere la luce sulla nostra storia perché il partito nato nel 1892 non è altro che la naturale evoluzione di un processo storico". A mio giudizio è così che deve essere affrontato il problema (esistente) di una identità e di una presenza socialista oggi in Italia e in Europa: cercando cioè di rendersi conto di quanto il processo storico in corso richieda questa presenza, tenendo conto di tutte le esperienze accumulate compresa quelle originate dalla Rivoluzione d'ottobre (La "Rivoluzione contro il capitale" secondo Gramsci) e del conseguente congresso di Livorno del 1921. Un utilizzo di esperienze e storia da attuarsi senza recriminazioni e/o revanscismi di sorta. In questo momento si tratta di cercare di capire almeno due cose: 1) Se può davvero risultare necessaria una presenza socialista (anche nel senso della dimensione di "classe") all'interno dello schieramento democratico - progressista oggi operante in Italia sia nell'ambito del centro-sinistra, sia al di fuori di esso o se questa presenza socialista risulti già in una qualche misura "coperta" da altre formazioni (come l'alleanza Verdi - Sinistra) oppure da correnti interne al PD; 2) Come questa presenza socialista possa inserirsi nel processo storico in atto che presenta elementi di necessità di un vero e proprio "rovesciamento teorico" rispetto alla fase ricostruita da Sarno nel suo volume e a quelle successive: fasi identificabili tanto per riassumere all'ingrosso "nelle magnifiche sorti e progressive". In questo senso la prima affermazione compiuta che si dovrebbe sostenere risulterà necessariamente chiara e schematica: "Il centrosinistra italiano è incompleto perchè manca una forza socialista capace di interpretare, nella ricerca dell'uguaglianza e del perfezionamento democratico, il nuovo corso tecnico-scientifico ormai padrone della "politica" che sta imponendo il cosiddetto "capitalismo delle piattaforme" attraverso la trasformazione delle democrazie in autocrazie e usando la guerra quale veicolo di una nuova era di sopraffazione in campo militare, ambientale, politico costruendo nuove e profonde diseguaglianze sulla base delle quali costruire il proprio potere assoluto". Ben conscio dei miei limiti di capacità di elaborazione per una proposta politica compiuta mi permetto anche in questa occasione il rilancio di una ipotesi di "socialismo della finitudine" inteso come base per una nuova prospettiva politica.  “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo,di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore di una storia inesorabilmente lanciata appunto come ricordato poco sopra verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di un programma così teoricamente impostato dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante secondo i principi della programmazione democratica e una visione di "società sobria" di forte tensione verso l'uguaglianza e fondata sull'intervento pubblico in economia verso settori decisivi dell'industria, dell'ambiente, dei trasporti, della scuola(la cui priorità di intervento dovrebbe essere quello di affrontare il deficit cognitivo che assilla diversi settori sociali) della sanità. Oggi il ritorno della guerra come prospettiva globale (tema della guerra il cui affrontamento potrà avvenire soltanto a livello europeo), il riferimento a innovazioni tecnologiche in grado di mutare il quadro di riferimento sociale, l'emergere di tensioni "dittatoriali" sconvolgono l’assetto consolidato in un momento in cui si sta attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come “globalizzazione” e di evidente ripresa delle tensioni nazionalistiche. "Socialismo della finitudine" come elaborazione resa al fine di realizzare un mutamento sociale posto nel senso del passaggio dall’individualismo competitivo a una nuova realtà di responsabilità collettiva per avanzare un disegno di mutamento nell'offerta politica in una visione di mutamento sistemico.