venerdì 16 ottobre 2026

PRODUZIONE, INNOVAZIONE, GRANDI TRANSIZIONI, COMPETITIVITA' . I NODI IRRISOLTI DELL'INDUSTRIA ITALIANA

PRODUZIONE, INNOVAZIONE, GRANDI TRANSIZIONI, COMPETITIVITÀ’ : I NODI IRRISOLTI DELL’INDUSTRIA ITALIANA di Franco Astengo  Il deficit della sinistra nella capacità di progettare una visione alternativa di società e di modello di sviluppo sta misurandosi con una realtà molto difficile che l'attualità ci pone di fronte ogni giorno.   La condizione generale di conflitto e di conseguente crisi energetica in relazione al modello di sviluppo capitalistico impostosi negli ultimi anni sta portando a un disegno di mutazioni già in atto .Il primo punto da affrontare dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante secondo i principi della programmazione democratica e una visione di "società sobria" di forte tensione verso l'uguaglianza e fondata sull'intervento pubblico in economia verso settori decisivi dell'industria, dell'ambiente, dei trasporti, della scuola(la cui priorità di intervento dovrebbe essere quello di affrontare il deficit cognitivo che assilla diversi settori sociali) della sanità. Oggi il ritorno della guerra come prospettiva globale, il riferimento a innovazioni tecnologiche in grado di mutare il quadro di riferimento sociale, l'emergere di tensioni "dittatoriali" sconvolgono l’assetto consolidato in un momento in cui si sta attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come “globalizzazione” e di evidente ripresa del nazionalismo . Di seguito uno schematico richiamo ai punti “critici” della produzione e dello sviluppo industriale nel nostro Paese al riguardo dei quali non solo il governo sta operando perché siano affrontati come uniche idee attraverso la ripresa del settore militare e di quello nucleare, magari aggiungendo qualche cosiddetta “grande opera” anche se la vicenda del ponte sullo Stretto sembra davvero in ritirata. L’opposizione appare incerta e priva di una linea adeguata: di questi temi e del mondo del lavoro in generale non pare proprio che si stia discutendo con i capi-partito per dirla con Giusti “in tutt’altre faccende affaccendati”. Si può aggiungere il tema dell’Europa al riguardo della possibilità di affrontare in comune questioni come quelle della ricerca applicata alla produzione, dell’energia, del superamento di barriere economiche. Nella sinistra ci sono difficoltà a considerare quello europeo come spazio politico. Esaminiamo schematicamente cinque punti decisivi analizzati anche in base ai dati pubblicati più recentemente: “Economia non osservata”. (l’antica economia sommersa) Gli ultimi dati Istat, relativi al 2024, sul valore della cosiddetta “economia non osservata”, ovvero l'insieme del sommerso e delle attività illegali, è pari a 218,2 miliardi. Le unità di lavoro irregolari sono circa 3.270.000, con un incremento di 145.000 unità rispetto al 2023. Il lavoro non regolare cresce sia nella componente dipendente (+5,4%,+121,8mila unità), sia in quella indipendente (+2,7%, +23,4mila unità).  Il valore aggiunto generato dall'impiego di lavoro irregolare presenta un peso particolarmente elevato negli altri servizi alle persone, dove rappresenta il 19,4% del valore aggiunto del settore, anche per l'inclusione del lavoro domestico e in agricoltura dove il valore aggiunto sommerso, connesso esclusivamente alla componente di lavoro irregolare, è pari al 15,2% del totale del comparto. Al contrario, il fenomeno risulta più limitato nei comparti industriali (con una incidenza compresa tra lo 0,9% e il 2,8%) e negli Altri servizi alle imprese (1,5%). Non fatichiamo a prevedere che per il 2025 e il 2026 questi dati risulteranno numericamente accresciuti. “Produzione industriale” Riportiamo il commento ISTAT ai dati del primo semestre: Anche in termini tendenziali la produzione, al netto degli effetti di calendario, è in flessione. Il calo è marcato nei beni di consumo, mentre l’energia e i beni strumentali registrano una crescita moderata. Nel primo semestre dell’anno, la produzione totale al netto degli effetti di calendario registra una crescita tendenziale modesta (+0,5%), con un incremento particolarmente sostenuto nella fabbricazione di mezzi di trasporto, mentre ritorna qui il nodo del militare. “Innovazione Tecnologica” Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, il sistema italiano dell’innovazione continua a scontare alcune debolezze strutturali che ne limitano l’efficacia complessiva. La prima riguarda il persistente divario tra ricerca e impresa. A fronte di una produzione scientifica di alto livello, gli investimenti privati in ricerca e sviluppo restano inferiori rispetto a quelli dei principali partner europei, con un ritardo particolarmente evidente nel tessuto delle piccole e medie imprese. Il rapporto Istat sulla ricerca e sviluppo in Italia indica infatti un sistema imprenditoriale sempre più polarizzato. Mentre le grandi imprese, con almeno 250 addetti, continuano ad aumentare la propria spesa in R&S, le imprese di minori dimensioni mostrano segnali di arretramento. Nella fascia sotto i 50 addetti si registra una riduzione del 2,3%, mentre la spesa cresce del 7,3% nelle grandi imprese e del 2,8% in quelle di media dimensione. Si tratta di un dato particolarmente rilevante, perché sono proprio le PMI a costituire l’ossatura del sistema produttivo italiano. Questo squilibrio si traduce quindi in una minore capacità di trasformare i risultati della ricerca in applicazioni industriali, innovazione diffusa e nuovi prodotti. Minore capacità che causa il deficit tecnologico che frena in particolare la produzione industriale. Transizione ecologica e industria italiana Il sistema industriale e le rappresentanze politiche nazionali stanno sollevando forti critiche verso l'attuale struttura dei mercati dei permessi di emissione europei. Il rischio evidenziato dal mondo produttivo è il cosiddetto paradosso industriale: imporre normative rigide senza tutele tariffarie globali rischia di penalizzare le imprese italiane che investono in sostenibilità, spingendo alla delocalizzazione della produzione verso Paesi con standard ambientali inferiori (carbon leakage), senza un reale beneficio per il pianeta. In quest'ottica, l'Italia ha proposto a livello europeo la revisione e la sospensione temporanea del meccanismo ETS (Emission Trading System) per frenare le speculazioni finanziarie sui costi della CO2. “Difficoltà energetica e ritorno al nucleare” L'approvazione della legge delega del 2026 non si traduce nell'immediata apertura di cantieri. L'effettivo ritorno all'energia atomica dipenderà dalla stesura dei decreti legislativi, dalla costituzione di una nuova Autorità per la sicurezza nucleare, dall'attrazione di capitali privati e dal superamento dei vincoli legati al consenso dei territori coinvolti. Rimangono aperti i nodi storici sulla localizzazione degli impianti, sul rifiuto sociale delle comunità locali e sulla mancata individuazione di un Deposito Nazionale definitivo per i rifiuti radioattivi già esistenti. Inoltre I costi iniziali di investimento sono altissimi. Gli SMR commerciali non dispongono ancora di filiere industriali mature o prototipi standardizzati su larga scala, rendendo incerti i reali costi operativi. La costruzione e la messa in funzione delle centrali richiede tempi lunghi (almeno 10-15 anni). Inoltre, l'approvvigionamento di uranio espone a dinamiche geopolitiche simili a quelle dei combustibili fossili. “Competitività complessiva” I principali freni competitivi, si concentrano su 3 dinamiche: 1) Nanismo Aziendale: Le micro e piccole imprese costituiscono ancora il tessuto portante del Paese, mentre le imprese medie (tra 100 e 400 addetti) pesano solo per il 10% del totale (contro il 17,5% della Germania). La carenza di grandi aziende frena lo sviluppo economico: l'80% della ricerca industriale in Italia viene effettuato da aziende con più di 500 dipendenti 2) Costo dell'Energia: Rappresenta un ostacolo critico per ben il 92% delle associazioni industriali nazionali, penalizzando i margini e rendendo la produzione meno competitiva rispetto ai concorrenti extra-UE 3)Investimenti Immateriali: L'Italia sconta un ritardo cronico negli investimenti in digitalizzazione, brevetti e competenze (R&S), che rimangono stabilmente inferiori rispetto alla media delle principali economie europee

martedì 13 ottobre 2026

LEGGE ELETTORALE: NON BASTANO I RICORSI

LEGGE ELETTORALE: NON BASTANO I RICORSI di Franco Astengo Ascoltato l’annuncio della presentazione dei ricorsi avverso la nuova legge elettorale mi permetto di ritornare sull’argomento ribadendo prima di tutto la necessità di una forte iniziativa politica che coinvolga la società italiana: la manifestazione indetta dalla CGIL per sabato prossimo dovrebbe avere nei contenuti anche questo segno facendo comprendere che la formula elettorale rimane l’architrave della democrazia. Occorre sottolineare fortemente due punti sui quali impegnarsi, ma è tutto l’impianto della nuova legge che va respinto non semplicemente modificandone alcuni aspetti: non c’è nessuna continuità istituzionale che tenga quando il Parlamento è stato eletto con un meccanismo posto al di fuori dalla legalità costituzionale. Del resto nel 2017 l’accoglimento da parte della Corte del “ricorso Besostri” impedì alla deforma “Italikum” di essere utilizzata. Inoltre assieme alla presentazione dei ricorsi sarebbe necessaria l’avvio di una riflessione tra le forze politiche che si sono impegnate nel referendum sulla magistratura in nome dell’identità costituzionale circa l’orientamento di fondo che si dovrebbe ricercare al riguardo del rapporto “formula elettorale/difesa della Costituzione”. Una riflessione che dovrebbe riguardare il rifiuto di ogni tentazione maggioritaria (che in ogni caso di questi tempi risulterebbe sicuramente minoritaria) e personalistica avendo come stella polare la formula proporzionale. Con questo intervento si punta a sollevare una precisa questione sottolineando due elementi che possiamo definire “cruciali”. Due elementi che rappresentano il frutto avvelenato di un processo di disgregazione della democrazia italiana che viene da lontano, cioè dalla stagione del deperimento dei partiti di massa, della sbornia referendaria promossa da Mario Segni e accolta e sostenuta dal PDS, dall’idea di una priorità della governabilità sulla rappresentanza da racchiudere in una persona. Così si sono trasformati i partiti ( vedi l’analisi di Calise sul partito personale) sull’onda del berlusconismo e del grillismo con la ricerca di incerte leadership: così si sono svolti anche vari tentativi di mutamento della forma di governo come nel caso della Bicamerale del 1997 e del progetto della destra del 2006 respinto dal voto popolare, così come il voto popolare respinse le riforme elaborate dal governo Renzi nel 2016 e – dieci anni dopo – il tentativo di alterare il ruolo costituzionale della magistratura. Non si sono purtroppo potute evitare, invece, due storture come quella attuata nel 2001 con la modifica del titolo V della Costituzione ( che ha aperto la strada alla cosiddetta autonomia differenziata) e l’inopinata riduzione nel numero dei componenti del Parlamento avvenuta nel 2020. Nel 2020 fu accolta un’ ondata populista che, in tempi di egemonia dei decreti legge sull’iniziativa parlamentare, ha ancora ridotto il grado di rappresentanza politica e territoriale delle due Camere. Un’ondata populista pagata a caro prezzo avendo aperto la via del governo ad una estrema destra di vocazione trumpiana. Se nella legge permarrà l’obbligatorietà dell’indicazione della candidatura a Capo del Governo da parte delle coalizioni o di singoli partiti (mentre si auspica che la Corte la cancelli) si dovrà segnalare nel corso della campagna elettorale come la posta in gioco (assieme alla pace, al lavoro, al welfare) sarà la forma di governo. Assisteremo ad un assalto alla Presidenza della Repubblica: il meccanismo è già stato indicato ma vale la pena di ribadirlo. Se la destra riuscisse ad accaparrarsi il premio di maggioranza considererebbe il proprio candidato alla presidenza come eletto dal popolo e punterebbe alla prossima elezione presidenziale con l’obiettivo di trasformare l’istituto in organo di governo (plebiscitato) e non di garanzia. Inoltre, immediatamente all’indomani delle elezioni, si troverebbero coartate le attuali prerogative del Capo dello Stato di scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio. Ancora più grave, almeno a giudizio di chi scrive, l’altro aspetto che si intendeva sottolineare: quello dei capilista bloccati. Un segnale ancora più evidente della volontà di blindare il gruppo di fedelissimi del gruppo dirigente pro-tempore in carica nei singoli partiti. Quindi una accentuazione di quel meccanismo di “fedeltà” che rappresenta l’altra faccia della medaglia del personalismo. Mi permetto un paradosso: blocco per blocco meglio l’intera lista che almeno esprimeva comunque una possibilità pluralità di opinioni all’interno delle forze politiche. Così, invece, si formerà in parlamento una vera e propria “testuggine” comprensiva dei 70 che saranno elette/i con il listone votata alla difesa del Capo costituendo. Così anche in Parlamento si costituirà una sorta di “cerchio magico” inscalfibile e impermeabile al dibattito politico. Occorre essere chiari: le coordinate di massima sulla base delle quali sono stati presentati ieri i ricorsi da avanzare verso i Tribunali e la Corte Costituzionale appaiono insufficienti a dimostrare nel Paese l’esistenza di una volontà concreta di affermazione dell’identità repubblicana disegnata dalla Costituzione del ‘48. E’ necessario che l’identità repubblicana sia presente anche nella prossima campagna elettorale attraverso l’espressione di una posizione che chiarisca i termini della rappresentanza, del sistema elettorale e del ruolo del Parlamento. Nella lotta politica quotidiana debbono vivere i due pilastri che sul piano istituzionale sono delineati dalla Costituzione rappresentati dal sistema proporzionale e dal Parlamento “specchio del paese” . Un Parlamento fondato sulla presenza di soggetti politici radicati capaci di svolgere non soltanto un ruolo di governo ma compiti costanti di presenza nella società e di vera e propria pedagogia politica.

venerdì 9 ottobre 2026

LEGGE ELETTORALE: RICORSI E INIZIATIVA POLITICA

LEGGE ELETTORALE: RICORSI E INIZIATIVA POLITICA di Franco Astengo Dopo l’approvazione della nuova legge elettorale l’errore più grave che l’opposizione di centro-sinistra potrebbe commettere sarebbe quello di – tutto sommato – acconciarsi alla nuova situazione nutrendo il retro-pensiero che “alla fine, forse, il premio potrebbe toccare a noi”: di conseguenza lasciando pressoché isolati estensori e presentatori dei ricorsi che si muoveranno nelle varie sedi di Tribunale. Questo primo punto deve essere chiaro: ci troviamo in una situazione che va ben oltre i punti specifici sui quali presumibilmente l’Alta Corte sarà chiamata a pronunciarsi (abnormità del premio di maggioranza, listone dei 70 bloccato, mancata alternanza di genere dei capolista nei collegi: soltanto per fare degli esempi). Deve essere chiaro che con l’inserimento dell’obbligatorietà di indicazione del candidato/a alla Presidenza del Consiglio l’obiettivo vero delle elezioni legislative generali del 2027 diventerà la Presidenza della Repubblica e la sua trasformazione in soggetto di riferimento del dialogo diretto capo/folla attraverso il plebiscito popolare: un intento molto differente, sia ben chiaro, da quello insito nei diversi sistemi presidenziali in uso in molte democrazie. Il modello di presidenzialismo che ha in mente il centro-destra italiano (la cui parte prevalente è diretta discendente del MSI e di conseguenza del populismo autoritario che segnò la dinamica politica della Repubblica di Salò) è,infatti, mutuato sul modello di Putin e sulle aspirazioni che coltiva Trump. Nel frattempo appare evidente la tendenza a trasformare Fratelli d’Italia in “Partito della Nazione” poggiando sul piedistallo di una mai vista – nelle dimensioni e nelle forme – occupazione dei gangli del potere: occupazione ovviamente ampliata dalla presenza del solito accostamento “italico” al carro del vincitore (vedi RAI, CONI e altri soggetti). Sarà questo della forma di governo parlamentare lo scalpo che l’estrema destra italiana vorrà esibire in esito delle elezioni legislative generali del 2027. Il livello di risposta a questo stato di cose potrà avvenire attraverso i ricorsi soltanto se questi saranno appoggiati da una forte iniziativa politica della cui dimensione e intensità abbiamo già un esempio recente: quello del referendum sulla magistratura del marzo di quest’anno. In quell’occasione, alla fine, furono accantonate le specifiche motivazioni giuridiche e (principalmente per iniziativa della CGIL) ci si concentrò sul vero “focus”: quello Costituzionale che si dimostrò il magnete più attraente fino a determinare un successo di dimensioni ragguardevoli. Dimensioni che i partiti del campo largo dimostrarono di non apprezzare sciupando nel giro di poche ore (a urne ancora aperte) un patrimonio di aggregazione , impantanandosi subito in questa assurda vicenda delle cosiddette “primarie”. Sarebbe necessaria una rapida riflessione a tutti i livelli, magari promossa dai soggetti associativi posti al di fuori dei partiti come CGIL, ARCI, ANPI che, nelle ultime occasioni referendarie (quella citata sulla magistratura, ma anche quella senza quorum sui temi del lavoro nel giugno 2025) si sono dimostrati in grado di orientare e mobilitare ben oltre la loro stessa base associativa. Potrebbero essere due le iniziative di partenza: una manifestazione nazionale a Roma e un momento di dibattito ad alto livello, dal quale far uscire un orientamento complessivo, svolto però al di fuori dalla pura cerchia dei costituzionalisti coinvolgendo la politica, i settori democratici dell’Università, l’intellettualità più vasta nel campo della scienza e dell’arte. Insomma un pronunciamento chiaro della parte migliore della nostra “intelligenza collettiva”. Concludo ricordando, per inciso, che contro la legge truffa del 1953 la CGIL proclamò lo sciopero generale: un momento di lotta che risultò alla fine determinante per ottenere un risultato positivo che rappresentò una vera svolta nella vicenda politica italiana del dopoguerra. Sarebbe necessario, infine, che una posizione di “priorità costituzionale”, rifiuto del personalismo, prevalenza del concetto di rappresentanza su quello di governabilità (come indica la Costituzione) fosse presente in una qualche forma all’interno della prossima campagna elettorale: anche questo è un punto sul quale si dovrebbe appuntare un attimo di attenzione.

mercoledì 7 ottobre 2026

SPAGNA E SINISTRA EUROPEA: UNA INIZIATIVA INTERNAZIONALISTA

SPAGNA E SINISTRA EUROPEA: UNA INIZIATIVA INTERNAZIONALISTA di Franco Astengo Le elezioni anticipate del prossimo 29 novembre non saranno cruciali soltanto per l’avvenire del grande paese iberico. Si troveranno in gioco due elementi fondamentali che riguardano il complesso dell’equilibrio politico dell’Europa e le sorti della democrazia rappresentativa: a) si va alle elezioni su di una “frattura” chiara: il tema della casa appare il più emblematico al riguardo della crescita esponenziale del divario di disuguaglianze e della vivibilità nella metropoli. Una “frattura” che va ben oltre il “caso spagnolo”; b) il risultato della destra. Il fatto che se ne potrebbe fermare l’ascesa potrebbe risultare un fattore decisivo in vista delle successive tornate elettorali previste per il 2027 in Francia e in Italia. Sorprende allora che appaiano scarse le prese di posizione delle diverse forze di sinistra presenti in Europa. Si dovrebbe ricercare subito una dimensione di intervento internazionalista dedicata a questa fondamentale scadenza elettorale . Anche in questo caso una iniziativa internazionalista fondata su due elementi prioritari: 1) Il sostegno chiaro e incondizionato al governo uscente (questo nonostante l’esistenza di contraddizioni innegabili); 2) Il richiamo alla più larga unità possibile intesa anche come apripista per uno slancio unitario che dovrà attraversare anche le già ricordate elezioni previste in Francia e in Italia. Accanto alla necessaria mobilitazione sociale da portare avanti in tutti i paesi un punto di partenza per esprimere questa tensione positiva verso le elezioni spagnole potrebbe essere considerato dai diversi gruppi presenti nel Parlamento Europeo. Siamo tutti d’accordo sulla debolezza di questa istituzione e sul ritardo, anche a sinistra, nel considerare l’Europa quale spazio politico di riferimento. Un’espressione comune a livello di Parlamento e un impegno diretto dei parlamentari europei dentro la competizione spagnola potrebbe rappresentare un momento di grande importanza all’interno di questo difficile scontro politico. L’occasione potrebbe essere utile per affrontare, almeno sul piano del dibattito, questo che va considerato come vero e proprio punto di deficit politico da colmare allargando lo sguardo alle tante difficili questioni in gioco, a partire da quella drammaticamente sospesa tra pace e guerra.

venerdì 2 ottobre 2026

FRAGILITA' DEL SISTEMA E CONSENSO ELETTORALE

FRAGILITÀ’ DEL SISTEMA E CONSENSO ELETTORALE di Franco Astengo Si pone un interrogativo di fondo: quanto varrà davvero in termini di aggregazione di consenso l’eventuale 42% raggiunto da una coalizione? Quanto quel risultato, frutto di una evidente torsione anti – democratica(70 seggi in regalo ad una minoranza) sarà oggetto di contesa tra diversi populismi, tentativi di evadere la Costituzione Repubblicana nei suoi cardini fondamentali e in ispecie la rappresentatività delle istituzioni elettive, pressione di lobbies varie legate anche alla complicata congiuntura internazionale in tempo di guerra? Alla Camera dei Deputati si sta discutendo l’ennesima “deforma” elettorale approntata esclusivamente sui desiderata di una precisa parte politica (quella attualmente al governo) nel segno dell’ulteriore restringimento nel rapporto società/sistema politico. In questo quadro torniamo all’analisi sulla fragilità del sistema contenuta nel rapporto Demos-P.I del 2025 sintetizzandone il senso in questo modo: vi era . “ un quadro di crescente fragilità sociale ed economica, con una polarizzazione delle opinioni che spinge una minoranza significativa verso soluzioni antidemocratiche, segnando una profonda crisi di fiducia nelle istituzioni e nella democrazia liberale”. Si confermavano così le analisi che stiamo cercando di portare avanti da tempo con al centro la modifica del sistema dei partiti e la crescita esponenziale dell'astensionismo nella diverse tornate elettorali : elementi che ci paiono una delle cause più significative di questa caduta complessiva di consenso e di conseguente estrema fragilità del sistema (ormai sottoposto facilmente a “incursioni anticostituzionali” il cui destino rimane pericolosamente tutto da scoprire, inclusi gli interventi “esterni” attuati – per di più – in tempi di guerra e proprio dai protagonisti di questi eventi bellici). Come si è ridotto nel corso degli anni il margine di consenso accumulato dal sistema politico nel suo insieme e dai maggiori partiti? Partiamo da alcuni dati riferendoci agli esiti elettorali del periodo in cui era vigente una formula elettorale imperniata sul sistema “Hare” corretto (per accedere alla ripartizione dei seggi era necessario raccogliere almeno 300.000 voti sul piano nazionale e aver ottenuto almeno un quoziente pieno in una delle 32 circoscrizioni: questo per la Camera dei Deputati, diverso il Senato ma era diversa per il Senato anche la platea degli aventi diritto essendo necessario aver raggiunto i 25 anni d’età (per la Camera l’età corrispondeva ai 21 anni e poi, dal 1976, ai 18). Dunque analizziamo alcune cifre riguardanti i turni elettorali poi giudicati “critici”: ovverosia il cui esito è stato foriero di svolte significative nell’andamento sistemico Elezioni 18 aprile 1948 Aventi diritto: 29.117.270 Voti validi: 26.464.258 90,88% Percentuali ottenute dalle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto e non dei voti validi DC 12,740.042 43,75% Fronte Popolare (PCI-PSI) 8.136.637 27,94% Unità Socialista (Socialdemocratici) 1,885,116 6,47% Blocco Nazionale (liberali) 1.003.727 3,44% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto: 81,60% Elezioni 7 giugno 1953 Aventi diritto 30.272.236 Voti Validi 27.087.701 89,48% Percentuali ottenute dalle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto e non dei voti validi D.C. 10.862.073 35,88% PCI 6.820.069 22,52% PSI 3.441.014 11,36% PNM 1.854.850 6.12% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto: 75,88% Elezioni 19 maggio 1968 Aventi diritto 35.556.493 Voti Validi 31.790.428 89,40% Percentuali ottenute dalle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto e non sui voti validi DC 12.437.848 34,98% PCI 8.551.347 24,05% PSU 4.603.192 12,94% PLI 1.850.650 5,19% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto: 77,16% Elezioni 20 giugno 1976 Aventi diritto 40.426.658 Voti Validi 36.507.578 90.30% Percentuali ottenute dalle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto e non sui voti validi DC 14.209.519 35,89% PCI 12.614.650 31,20% PSI 3.540.309 8,75% MSI 2.338.339 5,78% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto: 81,62% (massimo storico) Elezioni 3 giugno 1979 Aventi diritto 42.203.354 Voti Validi 36.671.308 86,89% Percentuali ottenute dalle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto e non sui voti validi DC 14.246.090 33,75% PCI 11.139.231 26,39% PSI 3.596. 802 8,52% MSI 1.930.639 4,57% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto: 73,23% Elezioni 26 giugno 1983 Aventi diritto 44.526.357 Voti Validi 36.906.995 82,88% Percentuali ottenute dalle prime 4 liste sul totale degli aventi diretto e non dei voti validi DC 12.153.081 27,29% PCI 11.032.318 24,77% PSI 4.223.362 9,48% MSI 2.511.487 5,64% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto: 67,18% Elezioni 5 aprile 1992 Aventi diritto 47.486. 964 Voti Validi 39.247.745 82,64% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto e non dei voti validi DC 11.640.265 24,51% PDS 6.321. 084 13,31% PSI 5.343.930 11,25% LEGA 3.396.012 7,15% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto: 56,32% Esaminiamo ora il grado di rappresentatività complessiva del sistema nelle prime elezioni svolte con la nuova formula elettorale mista maggioritario (75%) proporzionale (25%) Elezioni 27 marzo 1994 Aventi diritto 48.135.041 Voti Validi 38.720.893 80,44% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto e non dei voti validi FORZA ITALIA 8.136.135 16,90% PDS 7.881. 646 16,37% AN 5.214.133 10,83% PPI 4.287. 172 8,92% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto: 53,92% Verifichiamo la situazione all’ultima tornata elettorale legislativa generale svoltasi il 25 settembre 2022 (sistema misto proporzionale/maggioritario: la Camera dei Deputati ridotta a 400 membri a seguito del referendum del 2020) Aventi diritto (territorio nazionale) 46.021.956 Voti validi 28.098.196 61,05% Percentuale delle prime 4 liste sul totale degli aventi diritto e non sul totale dei voti validi FdI 7.301.303 15,86% PD 5.348.676 11,62% M5S 4.335.494 9,42% LEGA 2.370.318 5,15% Percentuale di rappresentatività delle prime 4 liste sul totale degli avanti diritto: 42,05% I numeri parlano da soli e ci sono pochi commenti da fare: ormai da decenni, almeno dal picco raggiunto nel 1976 al momento culminante del “bipartitismo imperfetto” il calo di rappresentatività sistemica è stato costante ed inesorabile. Siano consentite due annotazioni conclusive: appaiono del tutte preoccupanti i due dati, quello della rappresentatività delle prime 4 liste in termini di voti. L’esito delle elezioni 2022 ci indica come si sia ben lontani dal 50% sul totale degli aventi diritto, anzi appena appena sopra il 40% (42,05%). Un segnale questo che ci porterebbe a ragionare non solo sulla scarsità della rappresentanza ma anche su di una frammentazione che rappresenta un altro elemento di fragilità. L’altra annotazione riguarda la scarsità di consensi rivolti al partito di maggioranza relativa: non azzardiamo comparazioni con la DC ma un 15,68% sul totale degli aventi diritto (tra l’altro in costante calo nelle successive tornate europee, regionali, amministrative) è veramente poca cosa pre pretendere di egemonizzare una eventuale coalizione vincente e pretendere in più di considerare l’eventuale leadership uscita dalle urne come investitura popolare (il senso profondo dell’indicazione del candidato-premier con il nome depositato assieme al programma). In conclusione vale l’interrogativo che abbiamo posto in epigrafe: quanto potrà valere in termini di consenso un eventuale raggiungimento del quorum necessario per ottenere il premio di maggioranza (42%) ? Quanto potrà reggere, in queste condizioni, un sistema democratico rappresentativo senza subire l’attacco al ruolo dei consessi elettivi?

mercoledì 30 settembre 2026

SAVONA: LA PROGETTUALITA' DEL CAMBIAMENTO

SAVONA: LA PROGETTUALITÀ’ DEL CAMBIAMENTO di Franco Astengo Martedì 29 settembre la Sala Rossa del Comune ha ospitato la presentazione del “Masterplan” del progettato parco urbano che dovrebbe estendersi dall’area degli ex-Orti Folconi fino a Piazza del Popolo scavalcando il Letimbro anche attraversa una nuova infrastruttura di collegamento. Molto ci sarà ancora da discutere rispetto a dettagli importanti come i parcheggi e il nuovo Pala Eventi che dovrebbe completare l’area antistante la stazione ferroviaria così come l’edificio delle Opere sociali. In questo momento però serve cercare di riflettere e di comprendere alcuni punti di carattere generale che vanno sottolineati: 1) Questo progetto, complesso ed ambizioso, si inserisce in un quadro generale di cambiamento della Città composto da diversi tasselli: abbiamo -appunto- pensato a richiamare a una “progettualità del cambiamento” che sembra essere l’elemento fondante dell’amministrazione eletta nel 2021e che sarà chiamata a chiedere la conferma nelle prossime elezioni della primavera del 2027; 2) Questa “progettualità del cambiamento” si deve inserire in un discorso complessivo di avvio di un processo che dall'egemonia del privato ha aperto un serio discorso di regia pubblica affermatosi in questi anni. Regia pubblica che dovrà essere rafforzata nel prosieguo. L'elemento di maggior valore di questo passaggio alla regia pubblica della ridefinizione dell'assetto urbanistico della Città (compreso il recupero dei contenitori storici) dovrà significare una nuova produzione di valore da parte del territorio .L'obiettivo deve essere quello di una Città per abitare e non di una città nella quale il patrimonio edilizio è indirizzato pressoché esaustivamente ad estrarre valore privato. 3) Il tema del parco urbano appare fondamentale in questa direzione: prima di tutto perché la sua realizzazione dovrebbe puntare a colmare la divisione della Città determinata dal torrente Letimbro. Si tratta di un antico obiettivo che risale anche in precedenza allo spostamento della stazione ferroviaria: ai tempi cioè di quando l’edilizio costruì la prima chiesetta gestita da Don Silvio Ravera in quella che poi sarebbe diventata via Maciocio e si aprì, in questo senso, un dialogo “anticipatore” tra il prete partigiano e il sindaco della Liberazione “Drin” Aglietto. 4) Così si modificherebbe l’assetto del centro cittadino (fermo al piano regolatore di Cortese e Galleano) del 1856 in una Città protesa a svincolarsi dalla servitù del traffico automobilistico (anche attraverso la progettazione di un diverso sistema di trasporto pubblico) 5) L’altro elemento fondamentale in questo quadro sarà rappresentato dall’apertura di Palazzo Santa Chiara (previsto per il 2027). Parco Urbano e Palazzo Santa Chiara dovrebbero consentire uno”sdoppiamento” del centro cittadino. Una parte riferita agli sbocchi urbanistici immediati del Parco da dedicare al commercio, agli uffici pubblici e privati, a sedi di lavoro agile mirando nel complesso a nuovi livelli di vivibilità urbana. Il secondo riferimento per il centro cittadino sarà – appunto – rappresentato dall’apertura di Palazzo Santa Chiara che dovrebbe comportare la rivalutazione del centro-storico in funzione turistico-culturale. Le diverse destinazioni d’uso del Palazzo e i diversi riferimenti storici presenti nelle vicinanze avranno però bisogno di presenze strutturate e non vissute semplicemente attraverso iniziative episodiche. 6) Abbiamo presentato così alcune ipotesi di sviluppi nella convinzione che il completamento del processo di “de-industrializzazione” avviato da alcuni decenni non possa essere considerato una finalità ma un punto di partenza (qui mancano un sacco di altri elementi che in parte saranno affrontati nella variante del PUC) per un trasformazione “in divenire” cui tutta la Città nelle sue diverse componenti non solo politiche sarà chiamata a fornire un fattivo contributo.

martedì 29 settembre 2026

RIDICOLE PERCENTUALI

RIDICOLE PERCENTUALI di Franco Astengo Non sarebbe valsa la pena profondersi a commentare l’esito delle elezioni suppletive di Reggio Calabria data la totale inconsistenza statistica del test . A farci cambiare idea stimolando un intervento è stata la smodata esultanza del centro-destra apparentemente vittorioso e per via del bizzarro commento di Paolo Mieli apparso questa mattina sulle colonne del “Corriere della Sera” là dove il “prezzemolo” dei canali TV e delle presentazioni di libri vari è arrivato a sostenere che la scarsa partecipazione al voto ha consentito di capire il reale punto di partenza dei diversi schieramenti. Allora, di fronte a questo tipo di valutazioni, è necessario chiarire alcuni punti. Premesso che sempre le elezioni suppletive hanno espresso scarsa attrattività verso elettrici ed elettori (come del resto i ballottaggi: sul cui meccanismo in un Paese dalle tenaci appartenenze e dal permanere di un sottile filo di antipolitica ci sarebbe da riflettere) il risultato del collegio di Reggio Calabria avuto in esito alle elezioni del 27-28 settembre 2026 richiede una valutazione preliminare. Il tasso di astensione ha raggiunto un livello abnorme e si tratta di un segnale, questo sì, da non sottovalutare per l’intero sistema politico: non si vorrebbe che dopo tanto can-can mediatico al momento del voto per le elezioni politiche previste comunque per il 2027 il totale dei voti validi indicasse una ulteriore crescita di disaffezione al punto da rendere ancor di più fragile l’intero sistema. Tanto più che le forze di governo si presenteranno all’appuntamento con un bilancio complessivo di arretramento su tutti i fronti, dal ruolo internazionale dell’Italia e delle condizioni materiali di vita delle cittadine e dei cittadini e l’opposizione di centro-sinistra non sembra proprio riuscire a rendersi conto della gravità della situazione e a produrre una qualità minimamente convincente di proposta arrabattandosi in una davvero deprimente e confusa ricerca di leadership. Così emergerebbero tutte le condizioni per presentarsi sulla scena di un qualche pifferaio di Hamelin capace di cacciarci tutti quanto in un baratro (pifferaio che non sarà sicuramente il tronfio ex-generale che si sta occupando esclusivamente di questioni marginali che pensa possano rendergli elettoralmente rispetto a un target preciso: quello del maschio, bianco, atletico,magari super-tatuato pronto per qualche avventura magari balneare da dolce vita). Insomma un elettorato nemmeno da caserma (come si sarebbe detto un tempo) piuttosto da bulli di paese. Scritto questo allora verifichiamo qualche cifra. Collegio Calabria UO-5 (Reggio Calabria) Iscritti nelle liste: 345.486 Voti Validi: 75.181 pari al 21,76% Astenuti, bianche e nulle: 270.305 pari al 78,24% Roscioli (centro-destra) 38.359 voti pari all’11.10% degli aventi diritto Benedetto (campo largo al gran completo) 27.511 voti pari al 7,96% degli aventi diritto Giannetta (Futuro Nazionale) 8.226 voti pari al 2,40% degli aventi diritto Toscano (DSP) 1.085 voti pari al 0,31% degli aventi diritto. Sembrano cifre eloquenti, purtuttavia proviamo a sviluppare una impropria (impropria perché l’elezione del 2022 era legata al contesto nazionale) comparazione con il risultato delle elezioni politiche del 2022. Iscritti nelle liste 295.188 (era previsto il voto all’estero) Voti Validi 138.354 pari al 46,86% Astenuti bianche nulle 156.834 pari al 53,14% Cannizzaro (centro-destra) 65.916 pari al 22,33% degli aventi diritto Battaglia (centro.sinistra) 29.041 pari al 9,83% degli aventi diritto Foti (M5S) 28.154 pari al 9,53% degli aventi diritto Latella (Riformisti) 6.091 pari al 2,06% del totale degli aventi diritto seguono altre liste: per la comparazione si può prendere a paragone la lista di Italia Sovrana e Popolare omologa a quella di Democrazia Sovrana e Popolare. Candidato Massara 2.002 voti pari al 0,67% sul totale degli aventi diritto. In sostanza tra le politiche 2022 e le suppletive 2026 (pur con tutte le remore del caso circa l’espressione di un giudizio complessivamente valido) si sono persi 63.173 voti validi. Il centro destra ha perso 27.557 suffragi pari all’11,23% sul totale degli aventi diritto. La somma del “campo larghissimo” (con l’inesattezza nel computo del voto di Azione che era presente nella lista riformista del 2022) ha perso 35.775 voti pari al 13,63% sul totale degli aventi diritto. Questi sono i dati sui quali i partiti dovrebbero riflettere in un’ottica sistemica e non di appoggio per una ricerca forzata della governabilità che sembra essere l’assillo su cui ci si sta muovendo circa la ricerca della nuova formula elettorale che sta per essere discussa in seconda lettura ( e quindi definitiva) al Senato. Rispetto al tema generale della credibilità di una eletta/o in una condizione come quella dimostratasi nelle suppletive di Reggio Calabria basterà pensare che al tempo delle elezioni dei notabili all’unità d’Italia (quando aveva diritto di voto il 2% della popolazione) perché il voto nel collegio fosse valido era necessario che si recassero alle urne almeno 1/3 degli elettori e che su questo terzo il candidato ottenesse più del 50% dei voti. Si trattava comunque, al ribasso del 15% sul totale degli iscritti superiore all’11% del candidato eletto dal centrodestra domenica scorsa. Insomma una partita che sembra proprio escludente per la grande maggioranza delle popolazione che vive (e/o sopravvive) tutti i giorni.

giovedì 24 settembre 2026

OSPEDALE SAN PAOLO: L'ATTACCO E' DI NATURA DIRETTAMENTE POLITICA

OSPEDALE SAN PAOLO: L’ATTACCO E’ DI NATURA DIRETTAMENTE POLITICA di Franco Astengo Titola così “IL Secolo XIX”: “ASL 2, medici ed ex-primari contro la riorganizzazione: Non si pensa ai pazienti e si allontanano i giovani” Su questa vicenda al termine della quale si prospetta un vero e proprio declassamento dell’Ospedale San Paolo (di questo si tratta in pratica) è in atto una forte mobilitazione di contrasto che andrebbe sostenuta e resa ancor più evidente in una sua natura di protesta popolare. Ad esempio di questo i sindacati potrebbero anche pensare all’organizzazione di uno sciopero generale provinciale considerata la vastità geografica del servizio che il San Paolo rende alla comunità savonese. In ogni caso vanno precisati alcuni punti: 1) Questo attacco è di natura precipuamente politica condotto dal centro-destra che guida la Regione Liguria. Anzi di origine politico-elettorale e parte dal meccanismo di accentramento del potere in campo sanitario che la giunta Bucci sta portando avanti (una presunta riorganizzazione il cui provvedimento deliberativo avrebbe meritato un referendum abrogativo). Un punto di discussione dovrebbe essere evidenziato; l’affidamento alle Regioni della partita sanitaria. Un affidamento (la Regione Liguria impegna l’80% del bilancio sulla posta “sanità”) che è fallito, così come è fallita la modifica del titolo V della Costituzione attuata nel 2001 mentre andrebbe contrastata molto più a fondo la cosiddetta “autonomia differenziata” (ben al di là dei settori interessati dai LEP). 2) Esaminiamo nel concreto la natura politico-elettorale dell’attacco rivolto al San Paolo: il tema è quello della divisione economica, sociale, politica della provincia di Savona tra il Ponente e l’area Savonese-Val Bormida. Molto semplicemente l’area del Ponente, da Finale a Ventimiglia, è stata assolutamente decisiva per la vittoria di Bucci nelle regionali 2024. Non si intende qui sollevare questioni campanilistiche, basta confrontare i dati e guardare all’appartenenza politica dei consiglieri eletti. Il centro-destra, che usciva non dimentichiamolo dall’affaire Toti, giocò in allora una carta molto rischiosa abbandonando al suo destino il comune di Genova pur di mantenere il proprio potere in Regione (nomine, logiche di scambio, privatizzazione: di queste ultime però il centro-destra non detiene certo il copy-right). Adesso è il momento del contraccambio che si verifica privilegiando determinate situazioni e declassandone altre. Insomma: alla base di questa situazione non esiste alcuna ipotesi di razionalizzazione ma un semplice “scambio politico”. 3) Per onestà di giudizio non può essere dimenticato il ritardo con cui la società savonese politica e civile (in ambito sanitario et ultra) ha affrontato il problema. Un solo esempio al proposito: aver lasciato sciogliere, senza colpo ferire, il Comitato “Amici del San Paolo” per anni portato avanti dall’impegno di Giampiero Storti ha rappresentato un elemento emblematico di questo ritardo che deve essere ancora una volta rimarcato.

martedì 22 settembre 2026

SOSTITUZIONE DELLA DEMOCRAZIA E STRIDORE DELLE CONTRADDIZIONI

SOSTITUZIONE DELLA DEMOCRAZIA E STRIDORE DELLE CONTRADDIZIONI DI Franco Astengo (pubblicato da Rinascita il 22 settembre 2026) Mentre si parla apertamente di sostituzione della democrazia con il potere tecnocratico di chi detiene le chiavi delle nuove tecnologie (c’è anche chi chiede alla sinistra di cominciare a riflettere sulla possibilità di adeguarsi) lo stridore delle contraddizioni si è visto emergere con chiarezza dal contrasto nell’esito delle più recenti elezioni regionali tedesche. Davvero i risultati di Meclemburgo e Berlino sembrano richiamare una rivisitazione della “teoria delle fratture” a partire proprio da quella intesa marxianamente come “Principale”. Cosa ci dicono questi due contrastanti esiti delle urne? Prima di tutto confermano che c’è poco spazio per le antiche posizioni “mediane”, in secondo luogo dimostrano che le vecchie identità non tengono più non tanto sul piano elettorale ma piuttosto su quello più complesso della coesione sociale, il terzo punto individuato è quello che assistiamo paradossalmente alla rivalutazione di quelli che potevamo considerare ormai “cleavages” antichi come quello “ città-campagna”. Quali “basi sociali” contrapposte possono essere individuate, infatti, in questi risultati apparentemente opposti e verificatisi per di più in un’area geografica addirittura circonvicina? Il risultato del Meclemburgo si basa sulla frattura che interessa tutte le Vandee d’Europa: i migranti. Il risultato di Berlino sortisce dalla nuova frontiera della modernità: quella del vivibilità urbana, come è già stato nel caso di New York. Il tema della vivibilità urbana che sembra ormai racchiudere all’interno delle mura delle metropoli l’insieme delle contraddizioni post-materialiste e l’intreccio con la già definita marxiana contraddizioni principale. Verificheremo nelle prossime tornate elettorali che riguarderanno i principali paesi europei, Italia inclusa, lo sviluppo di questo fenomeno di un inedito contrasto tra conservazione e progresso. Forse la frontiera da perseguire è quella della sovranazionalità e dello spazio politico europeo da affrontare nella valorizzazione della territorialità recuperando il livello della decisionalità democratica. Un progetto tutto da valutare nel dettaglio ma l’obiettivo che rimane indispensabile conseguire rimane quello di un’ autonomia di un modello sociale europeo che misuri concretamente questo contrasto città-campagna e/o centro-periferia inteso come “contraddizione stridente” da considerare come “ non laterale” nella valutazione del nuovo conflitto sociale (e geopolitico) in corso.

venerdì 18 settembre 2026

AREA INDUSTRIALE DI CRISI COMPLESSA: RIFINANZIAMENTO SENZA PROGETTO

AREA INDUSTRIALE DI CRISI COMPLESSA: RIFINANZIAMENTO SENZA PROGETTO di Franco Astengo (Associazione “Il Rosso non è il Nero”) “La giunta regionale della Liguria ha approvato il nuovo accordo di programma per l’attuazione del Progetto di Riconversione e Riqualificazione Industriale dell’area di crisi industriale complessa savonese, confermando l’impegno delle istituzioni per il rilancio del tessuto produttivo e occupazionale del territorio. Il nuovo accordo mette complessivamente a disposizione 47,5 milioni di euro, di cui 37,5 milioni stanziati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e 10 milioni di euro di risorse regionali a valere sul PR FESR 2021-2027.” Preso atto della decisione (e conosciute anche le linee di intervento) non possiamo che ribadire le preoccupazioni espresse fin dall’avvio di questa operazione (2016). Insistiamo anche perché manca un bilancio preciso di quanto è stato realizzato in rapporto agli investimenti fatti. In ogni caso questi i principali rilievi critici chiedendo alle forze politiche e sindacali di intervenire nel merito di un dibattito che sarà necessario impostare al più presto: 1) Come premessa va ricordata la necessità di rivedere il criterio fondamentale delle aree interessante geograficamente all’area per la quale proponiamo una diversa intitolazione: “Vertenza industria nella provincia di Savona”; 2) Una revisione dell’entità territoriale permetterebbe di ridiscutere subitola collocazione strategica degli stabilimenti liguri di Piaggio dopo l'accordo tra Leonardo e Baykar che ha allargato il campo dopo l'acquisizione di Piaggio. La situazione Piaggio rimane quella fondamentale per la prospettiva industriale nella nostra provincia. Alla vigilia delle ferie i sindacati avevano lanciato l’allarme per problemi di management, direzione operativa, tecnologia, linee produttive e questioni di carattere geopolitico (riferimento in tutti i campi di intervento del governo italiano di questa destra populista, corporativa , soprattutto preoccupata di estendere le maglie del proprio potere clientelare). In ogni caso: l'accordo Baykar - Leonardo che ha seguito l'acquisizione di Piaggio Aerospace da parte dell'industria militare turca va nuovamente monitorato fino in fondo. Al centro di questa possibile analisi (aggiungiamo ancora adesso) si situa la questione tecnologico-strategica. Si sarebbero dovute verificare e analizzare subito le prime dichiarazioni dei dirigenti turchi sul "preservare l'identità storica di Piaggio" soprattutto- appunto - alla luce del successivo accordo Baykar-Leonardo. 3) Torniamo sul tema territoriale. Va ricordato che lo stabilimento Piaggio Aerospace di Villanova d'Albenga assieme ad Alston di Vado Ligure (trazione ferroviaria) risulta essere uno degli ultimi baluardi della presenza industriale nella provincia di Savona. La provincia di Savona risulta essere la più anziana d'Italia, 69° posto nella classifica della vivibilità stilata del "Sole 24 ore" e 94a rispetto al tema del lavoro. Appare fin troppo evidente che siamo ad un delicatissimo passaggio nella stessa prospettiva economica e produttiva della provincia di Savona: un passaggio che (considerati anche i ritardi accumulati con la debolezza dimostrata dal progetto di crisi industriale complessa che ha lasciato in sospeso il tema della reindustrializzazione della Val Bormida e del Vadese) potrebbe anche rappresentare un momento di definitiva cesura in una prospettiva di recupero industriale necessario per far sì che la provincia di Savona non sprofondi definitivamente in logiche di servizio speculativo, corporativo, di "lavoro povero". In conclusione sul piano più generale:  le scelte di politica industriale del governo e le strategie produttive di Leonardo e degli altri protagonisti del settore hanno senz'altro portato a più alte quotazioni di Borsa e a maggiori dividendi per gli azionisti, ma fanno delle produzioni militari un “cattivo affare” per l’economia e l’occupazione in Italia. In Italia come in Europa, un allargamento del “complesso militare industriale” non fa che alimentare il riarmo e i rischi di estensione dei conflitti. Tutto questo sta avvenendo mentre il governo di destra vacilla ormai privo di qualsiasi riferimento in politica estera .Vocazione bellica, finanziarizzazione, interessi azionari intrecciati a quelli geopolitici potrebbero rappresentare un ulteriore punto di sviluppo di crisi industriale nella rinuncia a una capacità di complessiva riconversione e questo si verifica mentre ulteriori produzioni strategiche stanno abbandonando il Paese come nel caso di Portovesme, dove si producono principalmente zinco e piombo, quindi materiali indispensabili all'industria militare. Su tutto quanto quello fin qui descritto continua intanto a stagliarsi l'ombra fosca del nucleare. 4) Si rilancia ancora una volta in questa sede la proposta di una "vertenza industria" per la provincia di Savona. Istituzioni e sindacati avevano aderito a suo tempo all’iniziativa di proclamazione, per alcuni comuni della provincia in particolare Vado Ligure e Val Bormida, di “area industriale di crisi complessa”. Il sistema “Invitalia” ha mostrato, in assenza di un piano industriale preciso, tutte le lacune che già si erano evidenziate nell’azione di questa agenzia statale in altre parti d’Italia e altrettanto debole si è mostrato lo schema clientelare seguito dalla Regione Liguria e confermato nell’occasione dell’attuale rifinanziamento. Una funzione clientelare tanto più svolta in una situazione di forte deficit infrastrutturale mai affrontato seriamente. 5) Cancellata colpevolmente la presenza industriale a Savona Città dallo scambio deindustrializzazione /cementificazione edilizia che ha visto nel corso degli anni protagoniste le amministrazioni comunali di centro – sinistra e di centro – destra i soggetti rappresentativi dei corpi intermedi, le forze economiche (la Città nel frattempo perdeva la banca, la camera di commercio, l'autorità portuale). L’attuale amministrazione civico-democratico- progressista della quale si auspica la conferma nella tornata elettorale del 2027 è chiamata a sviluppare proprio questi temi nel senso del non considerare conclusa l' "area progettuale" con il completamento del disegno di ridefinizione urbanistica della Città. La ridefinizione urbanistica di Savona dovrà essere inserita in un disegno complessivo di progettualità che dovrà avere come elemento di indicazione strategica la costruzione di un indispensabile disegno di comprensorialità posto prima di tutto a livello istituzionale e avendo come riferimento le questioni economico-industriale, il porto, la sanità, la dimensione comprensoriale : progetto su cui ritorneremo in una successiva parte di questo intervento. Il nodo più intricato del rapporto lavoro/territorio nell’area vadese e in quella della Val Bormida è stato rappresentato dal rapporto lavoro/ambiente emblematizzato da due vertenze storiche: quella ACNA durata decenni e diventata “caso europeo” e quella Tirreno Power. Assieme alla (altrettanto colpevole) dismissione di Ferrania dovuta alla miopia di quella dirigenza industriale in una fase di radicale trasformazione tecnologica del settore, le vicende ACNA e Tirreno Power hanno posto in evidenza il tema delle aree dismesse e del loro necessario riutilizzo e bonifica. evidente della trascuratezza (per usare un eufemismo) che le istituzioni a partire dalla Regione hanno dimostrato nel corso degli anni per, l’industria in provincia di Savona. 6) La questione della comprensorialità appare come quella decisiva da sottoporre al dibattito. Abbiamo definito come l’ampiezza territoriale del comprensorio savonese debba superare quella che, a suo tempo, fu delineata nel PRIS. Occorre allargare il quadro soprattutto verso la Valbormida per far sì che l’insieme delle questioni economiche e delle presenze produttive siano determinate appunto a un livello non soltanto sovracomunale ma anche ultracircondariale. Dalla comprensorialità possono derivare: a) l’uscita dall’isolamento affrontando il tema delle infrastrutture, dell’utilizzo delle aree industriali dismesse, dell’ambiente; b) l'affrontamento del tema dell’area industriale di crisi complessa . Va proposto un ruolo pivotale per il Comune capoluogo. Nel discorso riguardante l’area di crisi complessa vanno visti due punti assolutamente decisivi: quello del ritorno alla presenza di realtà produttive fortemente misurate sull’innovazione tecnologica e su di una forte capacità di espressione di know-how e quello della sostenibilità ambientale; c) il rapporto con la portualità, che passa attraverso l'espressione del massimo di capacità di espressione produttiva per le strutture esistenti ponendo anche la piattaforma di Vado Ligure nelle migliori condizioni operative (ferrovie, autostrada), la non limitazione dell'antica darsena all'attività delle crociere, il ripristino della funivia Savona - San Giuseppe; d) Rispetto al tema della comprensorialità è il caso di chiedere conto del ruolo dell’Amministrazione Provinciale che non può essere, avendo mantenuto il rango costituzionale ancorché con elezione di secondo grado, in una posizione assolutamente marginale sia rispetto al coordinamento delle istituzioni sia nella programmazione del territorio; e) l'elaborazione sui temi dei raccordi ferroviari (in particolare verso il Piemonte come sbocco per la logistica del Nord-Ovest) della viabilità (in primis il discorso sull'Aurelia Bis)mentre rispetto al sistema di relazioni verso Ponente andrebbe ripensato un discorso di “autostrade del mare” in collegamento stabile con Marsiglia in un discorso complessivo di indirizzo dei traffici. Così come va aperta una riflessione sul ruolo della piccola industria e soprattutto dell’artigianato nella sua complessità di espressione di valore f) Restano sullo sfondo i temi del trasporto pubblico, dello smaltimento dei rifiuti con al centro il discorso sull'allocazione del termovalorizzatore che non può rappresentare (come già per il rigassificatore nella rada di Vado) un ulteriore elemento di disagio servile per il nostro territorio (anche in questo caso oltre le pur sacrosante ragioni di difesa ambientale). Questioni strategiche che non possono essere affrontate in una dimensione territorialmente ristretta e seguendo negative logiche privatistiche; 7) Con questo intervento si trascurano, per ragioni di spazio, una serie di considerazioni che pure dovrebbero essere svolte al proposito di diversi argomenti (invecchiamento della popolazione, migrazione, fuga dei cervelli, importante presenza di piccola industria , artigianato, agricoltura, turismo: tutti elementi economicamente fondamentali ma che contribuiscono anche a disegnare un quadro di divisione territoriale, economica, sociale e anche politica dell'area savonese tra settore centrale (Città, hinterland,Val Bormida) e Ponente. Senza dimenticare il punto riguardante la sanità considerato sia sul piano della incipiente privatizzazione fenomeno che sta negando la possibilità di cura in tempi ragionevoli all'intera popolazione e in particolare a quella anziana numericamente prevalente. In tema di sanità non possono essere dimenticati risvolti della politica regionale fortemente negativi sia in termini di accentramento "genovacentrico" sia di alimentazione di una competizione "interna" tra le diverse strutture della provincia di Savona che in questo momento vedono nell’occhio del ciclone l’Ospedale San Paolo di Savona 8) Lo scopo di questo testo è quello di riavviare una discussione sui nodi di fondo: senza una presenza industriale adeguata, anche e soprattutto dal punto di vista della qualità tecnologica, non sarà possibile alcun rilancio e la vicenda Piaggio ci illustra ancora una volta tutte le difficoltà che abbiamo di fronte: i servizi fuggono e il turismo è di secondo, se non di terz’ordine (in una quadro di forte vocazione conservatrice e corporativa come dimostra la vicenda dei Bagni Marini) e in ogni caso settore sempre e comunque complementare in una situazione come la nostra e più in generale: siamo vicini ma non siamo la Costa Azzurra (sul cui territorio comunque non sono rose e fiori). Torniamo allora al punto di partenza: L’idea sarebbe quella di riflettere su di una “vertenza industria” da supportare con un’adeguata capacità di programmazione, individuando settori e aree d’insediamento in un discorso compiuto sul piano della progettualità, della fattibilità, dei riferimenti tecnologici.