Per porre le basi della costruzione di una nuova soggettività dei comunisti e della sinistra d'alternativa, fondata sui tre elementi che continuiamo a ritenere fondativi di questo progetto: autonomia teorica e d'iniziativa, alternativa di società in termini anti-capitalistici e opposizione allo stato di cose presenti.
lunedì 30 dicembre 2024
ARMI E INDUSTRIA
sabato 28 dicembre 2024
PIAGGIO AI TURCHI: TECNOLOGIA, GEOPOLITICA, TERRITORIO
venerdì 27 dicembre 2024
BILDEBERG 2025: IL LASCITO DELLA GUERRA
lunedì 23 dicembre 2024
ITALO CALVINO E IL SORPASSO DEL '76
mercoledì 18 dicembre 2024
SAVONA CAPITALE DELLE CULTURA 2027 E FUTURISMO
SOLIDARIETA' AI LAVORATORI DEL PORTO DI GENOVA
martedì 17 dicembre 2024
L'IDENTITA' DELLA DESTRA
lunedì 16 dicembre 2024
QUALITA'DELLA VITA: LA PROVINCIA DI SAVONA AL 69° POSTO (perdute 10 posizioni tra il 2023 e il 2024)
QUALITA' DELLA VITA: LA PROVINCIA DI SAVONA AL 69° POSTO (perdute 10 posizioni tra il 2023 e il 2024) di Franco Astengo
Puntuali ad ogni fine d'anno sono arrivate le classifiche della qualità della vita nelle provincie italiane stilata dal "Sole 24 ore" sulla base di una valutazione di alcuni parametri.
La provincia di Savona si è classificata al 69° posto perdendo 10 posizioni rispetto al 2023, risultato ottenuto attraverso questi passaggi di valutazione:
Ricchezza e consumi 56° posto, Lavoro 94° posto, Giustizia e Sicurezza 91° posto, Demografia e società 92° posto, Ambiente e servizi 71° posto, Cultura e tempo libero 18° posto.
Concentriamo la nostra attenzione al riguardo della classifica riguardante la qualità del lavoro nella Provincia di Savona: novantaquattresimo posto perdendo tra il 2023 e il 2024 trentaquattro posizioni piazzandosi all'ultimo posto della Province del Nord (La Spezia al 61° posto guadagnando 24 posizioni, Imperia al 40° posto guadagnando 37 posizioni, Genova 18° posto guadagnando diciotto posizioni in una classifica generale che, per quel che riguarda il lavoro vedo confermata al primo posto la provincia di Milano).
Un pesante 94° posto per la nostra provincia che va combinato con il 92° posto della classifica demografica: dove la provincia di Savona perde 26 posizioni ed è penultima nel Nord precedendo soltanto la provincia di Biella (Imperia si piazza una posizione al di sopra 91° posto perdendo 22 posizioni, La Spezia è 76a cedendo 25 posti, Genova al 62° posto perdendo 26 posizioni, in un quadro complessivo di declino che coinvolge tutta la Liguria in una classifica che vede al primo posto Bolzano davanti a Monza - Brianza).
Una situazione che si combina con la 94a posizione nella presenza di start up innovative (classifica che vede Trieste al primo posto, Genova al 10°, Imperia all'80° e La Spezia addirittura al 105° posto in una Liguria dove l'innovazione appare quasi completamente concentrata nel capoluogo).
Capoluogo genovese però in difficoltà nell'export (67° posto) con Savona al 63° , La Spezia al 70°, Imperia al 79°, in una classifica ancora appannaggio del "piccolo è bello" anni '90 con Ascoli e Arezzo.
Evidentemente non appare sufficiente il 14° posto nelle presenze turistiche per sollevare il quadro economico della provincia di Savona che viene superata in questa classifica da La Spezia ma sopravanza Imperia e Genova (una valutazione che può essere giudicata di carattere quantitativo e non qualitativo perché considera il numero di presenze dilatato dai croceristi).
La provincia di Savona si piazza al 60° posto per laureati tra i 25 e i 39 anni superando Imperia relegata al 103° posto (con un evidente problema di "fuga dei cervelli" che comunque ci accomuna ) mentre in questa particolare classifica La Spezia si colloca al 49° posto e Genova al 17°.
Sui temi ambientali la provincia di Savona (ancora senza rigassificatore) si colloca al 61° posto precedendo al Nord Bergamo (vincitrice della classifica assoluta) Piacenza, Reggio Emilia, Sondrio, Treviso, Bolzano, Asti, Rovigo, Cuneo, Alessandria, Lodi, Pordenone, Imperia : in una graduatoria dove la divisione Nord/Sud non pare valere come in altre e dove si può notare la cattiva classifica di province dedite al turismo montano come Bolzano e Sondrio.
Bassissima posizione per la provincia di Savona al riguardo delle pensioni di vecchiaia al 102° posto (quindi non in corrispondenza con l'indicatore demografico) in una graduatoria dominata da Napoli e dalle province del Sud (la prima in classifica per quel che riguarda il Nord è Rimini al 40° posto).
Ricchezza e consumi in provincia di Savona se la passano meglio del lavoro: 56° posto, con 6 posizioni di guadagno, migliore provincia della Liguria con La Spezia 62a (-3), Genova 65a (-10), Imperia 77a (+1). Un indicatore negativo perché mostra un accrescimento della rendita che nella città capoluogo si presenta come un tema atavico di ricchezza depositata nelle banche (senza investimenti) e di multi proprietà immobiliari (fenomeno anche questo antico ma che adesso può essere collegato alla scoperta di un certo numero di B&B abusivi).
In sostanza la fotografia di un'economia corporativa con settori parassitari e decremento demografico questa la provincia che ha dato un forte contributo alla vittoria della destra nelle recenti elezioni regionali (da ricordare che nella scarsità delle presenze industriali la provincia di Savona è comunque al 57° posto nelle ore di CIG autorizzate, quindi all'incirca alla metà della graduatoria nazionale).
Nelle classifiche del Sole 24 ore mancano sanità e infrastrutture (nella classifica delle disuguaglianze la provincia di Savona si colloca con il divario più netto tra ricchi e poveri rispetto a Imperia e La Spezia, mentre Genova si piazza tra le grandi città dove la concentrazione di ricchezza in alto si sta evidenziando maggiormente e aumenta il divario sociale.
Insomma: un quadro sostanzialmente negativo soprattutto per via dell'evidente deficit di produzione manifatturiera sul quale però i livelli di governo regionali e provinciali non sembrano riflettere più di tanto.
sabato 14 dicembre 2024
IL COMUNE DI SAVONA E LA PARTECIPAZIONE
IL COMUNE DI SAVONA E LA PARTECIPAZIONE di Franco Astengo
Nella giornata di venerdì 13 dicembre l'Aula Magna del Campus Universitario di Legino ha ospitato una giornata di intenso lavoro organizzato dal Comune di Savona sul tema della partecipazione.
All'incontro hanno partecipato docenti dell'Università di Genova (Pirni, Raffini, Timo) e di Siena (Isernia) oltre agli assessori alla partecipazione dei comuni di Varese e Cuneo che hanno portato le esperienze in corso nelle loro città.
Nel corso dei lavori gli assessori Viaggi e Branca hanno presentato ( e messa in discussione) una bozza di regolamento allo scopo di fornire una base legittimante le diverse esperienze in corso nei quartieri della Città: sono state individuate 7 zone nelle quali dovrebbero insediarsi altrettanti comitati territoriali dai quali scaturiranno un direttivo e 2 coordinatori di una attività definita pro-attiva di solidarietà, volontariato, supporto all'emergenza in una funzione di "sentinella" sul territorio.
Un dibattito molto partecipato che ha ruotato attorno ad una sollecitazione espressa dal sindaco Marco Russo nel suo saluto d'apertura dal sindaco circa la necessità di analizzare e di tener conto della "complessità sociale".
Una complessità che nell'analisi dei partecipanti tende a scontrarsi con una vera e propria disconnessione nel rapporto cittadini /istituzioni che ha la sua dimostrazione più evidente nella crescita dell'astensione elettorale ormai arrivata quasi stabilmente a toccare la soglia del 50% degli aventi diritto (nel comune di Savona si è passati dal 65,61% in occasione delle politiche 2022 al 46,72% delle regionali 2024).
E' stato fatto rilevare come una strutturazione degli istituti partecipativi deve essere considerata come una offerta di strumenti e non un fine da raggiungere perseguendo il coinvolgimento di responsabilità che Max Weber ha definito come un "agire socialmente orientato".
Appare quindi necessario un livello di coinvolgimento che faccia considerare di sé di essere parte di un gruppo di riferimento, un attore collettivo.
Servirà insieme farsi portatori di interessi ma anche di valori e di visione per affrontare anche attraverso una dinamica "dal basso" i grandi nodi della società moderna: il rapporto tra la politica e la sfera tecnica in una idea di composizione della complessità intesa come punto di riconnessione strutturale con la società civile lasciando però libera la declinazione di questo ritrovato rapporto.
I processi decisionali democratici dipendono dalla vitalità dei corpi collettivi.
Non bastano risposte semplici a problemi complessi perchè si rischia lo scivolamento nel populismo con relativa delegittimazione e frammentazione della sfera pubblica.
La partecipazione intesa quindi come forma di relazione nel conflitto che dovrebbe essere considerata naturale in una società complessa.
Nella modernità vediamo diverse forme del conflitto stesso: le controversie sul terreno tecnico/scientifico, quelle territoriali/ambientali, quelle di carattere etico e valoriale e quelle trasversali sul concetto di verità.
Allora si tratta di portare le persone più vicine al livello della deliberazione che oggettivamente compone e scompone lo scontro attraverso una capacità di intermediazione che consenta di supera indifferenza, scetticismo, passività.
Un processo democratico che veda gli amministratori protagonisti della democrazia rappresentativa al confronto di un'idea di rivitalizzazione socializzante della classe politica.
L'attore collettivo ha l'obbligo di rafforzare la relazione tra struttura politica e cittadini intendendo la democrazia partecipativa quale cultura del coinvolgimento.
Le funzioni principali di una struttura di partecipazione possono così essere riassunte: socializzazione, decisionalità, raccolta dei bisogni.
In sostanza: traduzione del volontarismo e del sapere diffuso da porre in relazione a una struttura politica capace di presentare a chi amministra quella articolazione insieme sociale e politica che deve essere esaltata e non schiacciata come invece si sta intendendo in questo momento in settori maggioritari nel sistema politico italiano.
venerdì 13 dicembre 2024
GRAMSCI A SAVONA
GRAMSCI A SAVONA di Franco Astengo
In una Sala Rossa gremita di pubblico Antonio Gramsci è tornato a Savona dopo averla frequentata nel marzo del 1921 quando si trovò nella nostra Città a fondare il comitato regionale dell'appena costruito Partito Comunista d'Italia.
Il grande pensatore sardo è tornato grazie all'opera di Angelo D'Orsi che nel pomeriggio dell'11 dicembre ha presentato una monumentale biografia gramsciana, alla quale il professore dell'Università di Torino ha dedicato anni di ricerche e studi riuscendo, alla fine, a redigere un'opera di sistematizzazione quasi completa del Gramsci uomo, politico, pensatore.
L'occasione è stata sicuramente utile per conoscere la temperie di quel tempo, il "contesto" e il contenuto del messaggio politico e filosofico di Gramsci quasi completamente elaborato dietro le sbarre del carcere fascista.
In quegli anni di ferro e di fuoco la vita di Gramsci è scorsa - come ha ricordato D'Orsi - con un "ritmo del pensiero in movimento": nella capacità di prendere atto di una sconfitta epocale segnata dall'avvento della dittatura e dalla persecuzione degli oppositori l'allora segretario del Partito Comunista d'Italia trovò la forza mentale di apprendere le ragioni della vittoria dell'avversario (esemplare sotto questo aspetto l'estensione del "quaderno speciale" su "Americanismo e Fordismo") e farne la base di una nuova categoria del pensiero rivoluzionario: quella derivante dalla consapevolezza che la rivoluzione non è un atto e che, nella considerazione della fase storica, non era possibile considerarla come un assalto frontale.
Nel buio di una cella si stava così costruendo un laboratorio di pensiero per la modernità e nasceva l'originalità del comunismo italiano, cui poi Togliatti avrebbe dato la forma del "partito nuovo".
Come ha ben evidenziato, nell'occasione, il filosofo Piergiorgio Bianchi si mostrò fondamentale in allora il nesso tra politica e cultura, un nesso inteso come fattore concreto, non astratto, nell'idea che la politica non potesse essere ridotta al governo dell'esistente; governo che doveva essere esercitato in funzione di una espressione di egemonia da parte di un moderno Principe inteso come il frutto di un blocco storico nel quale si ritrovavano i soggetti sociali del cambiamento, gli operai e i contadini, in particolare del Sud, considerati per la prima volta protagonisti di una fase storica.
I "Quaderni del Carcere" (preceduti nella pubblicazione dalle "Lettera dal Carcere costituirono così gli strumenti per una vera e propria ricostruzione della teoria marxista.
Togliatti seppe utilizzare al meglio questo bagaglio (di cui erano già palesi i prodromi nelle testi presentate al congresso di Lione del 1926, quando fu sconfitta l'ala massimalista - astensionista di Bordiga e presentata un'analisi - in quel momento quasi inedita - relativa alla pericolosità del fascismo dei cui cenni Gramsci aveva già presagito fin dal 1921) costruendo il partito di massa sulla base di un'autonomia teorica del marxismo italiano capace di internazionalismo e di visione nazionale assieme attraverso una originale genealogia da Vico passando a De Sanctis, Bertrando Spaventa, Labriola, Croce fino a Gramsci.
Gramsci, nonostante i tentativi della destra di accapararsene parte del pensiero, rimane un pensatore marxista capace di definire una "filosofia della prassi" in grado di mettere in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornire la piattaforma per l'elaborazione strategica del "partito nuovo", aprire il solco teorico su cui basare la "via italiana al socialismo" tesa alla costruzione della democrazia progressiva.
Un'opera che, nel clima ideologico della guerra fredda, permise di difendere la continuità della cultura democratica progressista italiana, conquistando una generazione di intellettuali di cultura laica, storicista e umanistica.
Oggi Gramsci è studiato in tutto il mondo ma poco ricercato in Italia: un frutto avvelenato questo derivante dalla crisi profonda della sinistra che nell'occasione della presentazione della biografia scritta da D'Orsi si è cercato di affrontare anche a Savona.
giovedì 12 dicembre 2024
INCANCELLABILE MEMORIA: PIAZZA FONTANA
INCANCELLABILE MEMORIA: PIAZZA FONTANA di Franco Astengo
A poche settimane dalla morte di Licia Pinelli, dolorosa testimone e vittima di quei giorni bui non si può dimenticare : 12 Dicembre 1969, strage di Piazza Fontana (senza dimenticare un altro attentato a Roma, al Vittoriano, questo fortunatamente senza spargimento di sangue): si inaugura in Italia la “strategia della tensione”.
Nel frattempo, nel correre degli anni sono cambiate profondamente le cose attorno a noi ed oggi costatiamo, dolorosamente, che sul piano sociale, economico, soprattutto politico stiamo tornando indietro: a condizioni materiali di vita, nella possibilità di esercizio dei diritti, nella capacità di rappresentanza politica che avremmo creduto superate per sempre.
Ricordare oggi Piazza della Fontana deve significare, quindi, mettere assieme, la testimonianza della nostra ricerca della verità e la nostra volontà di impegnarci, e lottare ancora per invertire la rotta non rinunciando all’idea di una società da ricostruire pezzo per pezzo, pietra su pietra, secondo gli ideali dell’eguaglianza , della solidarietà sociale, dell’internazionalismo.
In quel momento nessuno, o pochissimi, la riconosce: si segue la pista anarchica, Pino Pinelli viene “suicidato” da un balcone della questura di Milano, Pietro Valpreda arrestato.
Il Presidente Saragat plaude alla “cattura del mostro” ed il suo telegramma di felicitazione al Capo della Polizia è letto, al Telegiornale (senza uno e senza due, in quel momento) dal solito, ineffabile Bruno Vespa.
Si tratta del primo atto di una lunga striscia di sangue, di una serie di attentati fascisti che costelleranno la storia d'Italia degli anni'70-'80.
Ricordiamo la cupezza di quei giorni, la folla milanese che si stringe attorno alle bare delle vittime, i pochi giornalisti coraggioso, Camilla Cederna, Bruno Ambrosi, che cercano ostinatamente la verità, l'impegno del Comitato Antifascista milanese.
Soprattutto pensiamo al grande mobilitazione studentesca e operaia in atto in quegli anni: un lungo '68 che arrivò fino all'autunno caldo dell'anno successivo, appunto il 1969, grazie alla saldatura delle lotte tra operai e studenti.
Lotte che reclamavano non soltanto un diverso tenore di vita, il diritto allo studio e al lavoro, ma un'idea diversa di società democratica, di prospettiva per il futuro.
I fascisti (senza il neo) diretta progenie dell'attuale destra di governo che lavorarono per attuare quelle stragi intendevano fermare quel movimento, spezzare quella spinta, ricacciarci tutti indietro.
Seguirono poi anni difficili, nel corso dei quali imparammo quanto fosse difficile scoprire la verità, in mezzo a tentativi di colpi di stato, servizi segreti al “servizio” dell'eversione, coperture politiche ad altissimo livello.
Non abbiamo smesso però di cercarla quella verità ed ancor oggi, levando alto il nostro richiamo alla memoria, ci rivolgiamo a tutti i democratici: quel giorno fu spezzato un filo, svoltò un punto importante della storia d'Italia.
martedì 10 dicembre 2024
VENTO DELL'EST E VENTO DELL'OVEST
VENTO DELL'EST E VENTO DELL'OVEST di Franco Astengo
Vento dell'Est e Vento dell'Ovest stanno soffiando assieme nelle vele delle "democrature" mettendo in discussione le liberal-democrazie europee che si trovano in deficit di rappresentanza e di capacità decisionale.
Un momento di grande delicatezza per gli equilibri mondiali e di affermazione di sistemi che negano la separazione dei poteri classicamente intesa nello sviluppo della dottrina che aveva avuto origine da Montesquieu e dalla sua "L'esprit de lois".
Ci troviamo così nella necessità di difendere l'equilibrio costituzionale in una fase nella quale appare necessario ricostruire un pensiero al riguardo del cambiamento avvenuto nel concetto di potere.
Proviamo ad andare per ordine:
La concentrazione dello sviluppo tecnologico in funzione quasi esclusiva della comunicazione mediatica, collettiva e individuale, ha portato a uno spostamento nella percezione di quello che può essere definito “immaginario del pubblico” incidendo fortemente sui meccanismi di accumulazione del consenso e di conseguenza di espressione del potere che si realizza così – appunto – attraverso l’immagine, al di là del campo di riferimento sia questo la politica, l’economia, lo spettacolo.
Così lo Stato legislativo ha ormai lasciato il posto allo Stato governativo che produce una sorta di “inflazione normativa” nella forma di decreti e decisioni particolaristiche (è sufficiente esaminare il lavoro del Parlamento Italiano nel corso degli ultimi trent’anni).
Nello stesso tempo la Magistratura ha svolto sempre di più funzioni di supplenza al riguardo della determinazione degli equilibri politici e degli stessi orientamenti legislativi, intervenendo addirittura su temi di diretta pertinenza al riguardo delle fonti stesse di legittimazione delle sedi legislative: si pensi, in Italia, al tema della legge elettorale.
Inoltre i confini del potere politico appaiono confusi rispetto a quelli del potere economico: su questo punto è avvenuto, sempre per restare nell’ambito dell’Occidente e ancor più in specifico del “caso italiano”, una surrettizia (e non completata) “cessione di sovranità” verso le istituzioni monetarie e finanziarie dell’Unione Europea (queste, tra l’altro, prive di una legittimazione politica complessiva che è proprietà soltanto del Parlamento Europeo, provvisto però di una capacità d’incidenza concreta molto limitata).
Uno spunto di riflessione ulteriore può essere suggerito, a questo punto, da un aggiornamento d’analisi al riguardo della teoria della “microfisica del potere” elaborata a suo tempo da Michel Foucault per rispondere proprio all’evidenziarsi di quella “confusione tra i poteri” cui si è appena accennato.
La teoria del filosofo francese considera il potere come una risorsa che circola attraverso un’organizzazione reticolare.
Il potere non si concentra più al vertice ma si disperde nella società attraverso gli individui: è la tesi della “inflazione del potere” cui Luhmann risponde considerandola come fonte dell’ingovernabilità con la teoria della riduzione del rapporto tra politica e società, e di conseguenza con una sorta di ritorno a forme “decisionistiche” di tipo quasi assolutiste
La presa d’atto, in sostanza, della necessità di un potere sovraordinato rispetto al venir meno di confini netti tra potere economico, politico, ideologico, tra poteri costituenti e poteri costituiti oppure ancora tra esecutivo, legislativo, giudiziario.
Sorge però a questo proposito una domanda cruciale: come potrà costituirsi, nel concreto, questo potere sovraordinato?
Una possibile risposta può venire proprio dall’analisi dell’attualità del caso italiano. Siamo di fronte infatti ad un esercizio del potere che avviene nella finzione di una messa in scena interpretata da un attore/attrice capace di interpretare il flusso degli strumenti mediatici (orientati, tra l’altro, sempre più verso il consumo individuale di notizie e di fittizi rapporti sociali e di trasmissione di idee).
Una finzione, quella attuata prima da Berlusconi poi da Renzi e adesso da Giorgia Meloni (sul modello Trump /Orban), sulla quale l’opinione pubblica si adagia avendo introiettato sul piano culturale l’idea della governabilità quale sola sponda possibile per l’esercizio della funzione politica e ricevendo in cambio il “via libera” a una sorta di “anarchismo diffuso” sul piano sociale esplicitato nell’assenza di regole e nel ritorno alla possibilità di esercitare una sorta di “potere privato” su chi si incontra sulla nostra strada in posizione subalterna.
Una nuova concezione del potere : “di finzione” sul piano del pubblico e “privato” nella concezione, ormai apparentemente egemone, dell’individualismo quale sola fonte di rapporto verso gli altri.
In queste condizioni non serve neppure più la concentrazione elettorale su di un soggetto esercitante potere monocratico (difatti il progetto di premierato elettivo appare abbastanza negletto).
Sono nati così fenomeni molto significativi che hanno dimostrato una crescita esponenziale del concetto di “personalizzazione” spinto quasi al limite del “divismo”, nel trionfo dell’apparire in luogo dell’essere e di una nuova forza dell’effimero nel nascondere la realtà complessa del potere reale.
Forse vale la pena riflettere al meglio su questi elementi di novità al fine di comprendere davvero ciò che sta accadendo attorno a noi.
sabato 7 dicembre 2024
CASSA INTEGRAZIONE ALLA BITRON: ANCORA SULLA CRISI INDUSTRIALE DEL SAVONESE
CASSA INTEGRAZIONE ALLA BITRON: ANCORA SULLA CRISI INDUSTRIALE NEL SAVONESE di Franco Astengo
Arriva anche in provincia di Savona l'effetto di gravissima crisi in atto nel settore automobilistico (che adesso chissà perché si chiama "automotive") dell'Europa Occidentale.
Una crisi dovuta essenzialmente a un complessivo ritardo tecnologico e a una politica di trasformazione finanziaria del complesso industriale: così lo stabilimento Bitron che si occupa di elettromeccanica (erede per li rami dell'antica e gloriosa Scarpa e Magnano) elargisce come regalo di Natale la cassa integrazione per 280 operai.
La provincia di Savona è di nuovo colpita nella sua residua struttura industriale a causa della marginalità delle imprese costrette in una funzione sussidiaria: com'è nel caso della SANAC e della Learh.
E' il caso allora di ribadire schematicamente alcuni punti:
Cancellata colpevolmente la presenza industriale a Savona Città dallo scambio deindustrializzazione /speculazione edilizia il nodo più intricato del rapporto lavoro/territorio nell’area vadese e in quella della Val Bormida è stato rappresentato dal rapporto lavoro/ambiente emblematizzato da due vertenze storiche: quella ACNA durata decenni e diventata “caso europeo” e quella Tirreno Power. Assieme alla (altrettanto colpevole) dismissione di Ferrania dovuta alla miopia di quella dirigenza industriale in una fase di radicale trasformazione tecnologica del settore, le vicende ACNA e Tirreno Power hanno posto in evidenza il tema delle aree dismesse e del loro necessario riutilizzo e bonifica.
Il caso clamoroso rimane quello dell’ACNA.
Con questo intervento si trascurano, per ragioni di spazio, una serie di considerazioni che pure dovrebbero essere svolte al proposito di diversi argomenti (invecchiamento della popolazione, migrazione, fuga dei cervelli, importante presenza di piccola industria e artigianato).
Lo scopo di questo testo è soltanto quello di riavviare una discussione sui nodi di fondo: senza una presenza industriale adeguata, anche e soprattutto dal punto di vista della qualità tecnologica, non sarà possibile alcun rilancio: i servizi fuggono (logicamente) e il turismo è di secondo, se non di terz’ordine gestito corporativamente e in dimensione meramente speculativa (anche elettoralistica come abbiamo visto nelle recenti elezioni regionali) e in ogni caso settore sempre e comunque complementare in una situazione come la nostra e più in generale, siamo vicini, ma non siamo la Costa Azzurra (sul cui territorio comunque non sono rose e fiori) con forti sospetti di riciclaggio da parte di insediamenti di tipo mafioso.
L’idea sarebbe quella di riflettere su di una “vertenza industria” da supportare con un’adeguata capacità di programmazione, individuando settori e aree d’insediamento e sollevando il tema - decisivo - dell'isolamento del nostro territorio sul piano infrastrutturale stradale e ferroviario: isolamento da rompere lavorando soprattutto in funzione del rapporto tra la provincia di Savona e il Nord Ovest.
E' necessario ancora aprire un discorso riguardante l'area industriale di crisi complessa: fin dall'inizio (lo avevamo segnalato al momento dell'emanazione del decreto nel 2016) è mancata la comprensione dello strumento economico complessivo di riconversione del modello di sviluppo territoriale. La faccenda non ha funzionato (nonostante i proclami elettoralistici) perchè come è già stato segnalato da situazioni analoghe ci si è legati ad accordi di governance dove, ci venga scusato il gioco di parole, non si è mai governato. In particolare la Val Bormida è rimasta oggetto dell’intervento di crisi, come oggetto d’intervento su fondi e politiche d’immediata emergenza. Ma dove, alla lunga, i soggetti forti sono risultati altri, come la sinergia Regione -Invitalia, e dove i fondi reali appaiono fortemente vincolati dalle politiche del governo, senza che comparisse una qualche progettualità a livello locale.
venerdì 6 dicembre 2024
CENSIS 2024: IL NAZONALISMO SENZA NAZIONE
CENSIS 2024: IL NAZIONALISM0 SENZA NAZIONE di Franco Astengo
Di seguito si troverà una sintesi giornalistica delle principali proposizioni emerse dal rapporto del Censis 2024 presentato oggi 6 dicembre.
In precedenza siano consentite poche righe dettata da un'analisi personale:
1) il Censis ha fotografato un'Italia dove la politica, l'azione pubblica, il senso del collettivo ha ormai raggiunto il minimo storico almeno dal secondo dopoguerra in poi;
2) L'analisi di questa sintesi che presentiamo adesso ci dimostra che la passività sociale viene intesa e sfruttata come varco perché si apra il fianco a qualche avventura pericolosa, considerato anche il vento che spira per il mondo;
3) Dovrebbe essere fondamentale il recupero di alcuni concetti-base che tra l'altro stanno dentro per intero alla Costituzione Repubblicana nell'idea dell'uguaglianza, di una democrazia rappresentativa, di una partecipazione popolare al governo del Paese;
4) Alla frantumazione corrisponde quindi l'acquiescenza di massa nell'omologazione della perdita di valori che si verifica mentre si sta smarrendo il senso del "pubblico" in settori decisivi come il lavoro (in un Paese privo di struttura e di politica industriale) la scuola e la sanità che dovrebbero essere considerati non semplicemente come elementi del "welfare" ma come fattori fondamentali della coesione sociale;
5) questo governo punta su di un antistorico nazionalismo senza nazione puntando tutto sulla paura. L'idea di una Europa democratica sembra ormai smarrita dentro a una crisi profonda delle relazioni internazionali;
6) Tutti questi elementi giustificano ampiamente la tanto criticata affermazione sulla "rivolta sociale". Abbiamo bisogno urgente di una gramsciana "rivoluzione intellettuale e morale" tale da funzionare come presa di coscienza collettiva.
Ecco la sintesi come ce la stanno offrendo le principali fonti di stampa in queste ore:
"Si galleggia e ci si crogiola in una "sindrome italiana" che ci intrappola perché non si arretra e non si cresce. La fotografia del Rapporto Censis 2024 restituisce una stasi che nasconde anche opportunità, slanci che sarebbero dietro l'angolo. Sempre che si decida di non galleggiare, appunto, nel tradizionale problema solving all'italiana che, scrivono ancora quelli del Censis, non basta più. «Ci flettiamo come legni storti e ci rialziamo dopo ogni inciampo, senza ammutinamenti. Ma la spinta propulsiva verso l’accrescimento del benessere si è smorzata», si legge nel rapporto 2024 in cui si dice che negli ultimi vent’anni (2003-2023) ci si e impoveriti perché il reddito disponibile lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%. E nell’ultimo decennio (tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024) anche la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%.
In un flash: c'è più lavoro ma meno Pil, il settore del turismo è molto vivace mentre l'industria soffre nonostante l'aumento netto della produttività, manca personale in diverse realtà e il welfare è ipotecato.
Tutto questo succede mentre c'è un nuovo scenario mondiale e un nuovo scenario tecnologico «nei quali le barche non salgono e non scendono più tutte con la stessa marea». I ottengo men, i dimenticati che scontano la deindustrializzazione, non sono solo nel Midwest, l'ottimismo autentico, dell'era della globalizzazione arrivate ormai al capolinea. L'Italia sta attraversando profonde trasformazioni che, avverte il Censis, rischiamo di non padroneggiare al meglio. Soprattutto se si sceglie il galleggiamento senza meta di «sempre meno famiglie e imprese che competono», e che mano a mano saranno «sempre meno abili al galleggiamento». Ecco perché la fotografia del Censis assume i contorni di una trappola se si considera che l’85,5% degli italiani è ormai convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale."