lunedì 30 dicembre 2024

ARMI E INDUSTRIA

ARMI E INDUSTRIA di Franco Astengo All'interno di un quadro complessivo di costante calo di produttività nel settore manifatturiero verifichiamo l'evidenziarsi di una torsione rivolta all'incremento dell'industria bellica e, nello specifico, di cessione di aziende verso proprietà di Paesi impegnati - direttamente o indirettamente - negli scenari di guerra in atto in situazioni nevralgiche dello scacchiere internazionale (Ucraina, Medio Oriente, Africa): è il caso della cessione di Piaggio Aerospace ai turchi , legati direttamente alla geopolitica del governo Erdogan, e costruttori principalmente di mezzi aerei (droni, aerei senza pilota) destinati a svolgere compiti offensivi. La Liguria con Villanova d'Albenga, Genova, La Spezia si trova in primo piano rispetto a questo tipo di situazione che potrebbe presentare anche rischi proprio sul piano più specificatamente militare. E' il caso di riflettere un attimo sulla situazione dell'industria militare in Italia. Leonardo, la maggiore impresa militare italiana con oltre il 70% del settore, è ormai una multinazionale integrata alle compagnie Usa, dedita all’export (75% dei ricavi), al centro di complessi reticoli azionari. Fa affari d’oro, ma detiene una quota relativamente bassa dell’occupazione manifatturiera italiana. La prima cosa che balza agli occhi è, infatti, il grado di concentrazione del fatturato dell’industria militare in poche aziende e la posizione dominante di Leonardo (ex Finmeccanica) in campo aeronautico, elettronico e degli armamenti terrestri, e di Fincantieri nella costruzione navale. Si tratta di due grandi imprese multinazionali (13° e 46° posto nella classifica SIPRI delle prime 100 aziende per fatturato militare) in cui lo Stato ha mantenuto una quota di controllo. I loro ricavi nelle produzioni militari (2022) raggiungono i 15,3 miliardi di dollari Usa, pari al 12% del giro d’affari del settore in Europa e a circa il 2,6% di quello mondiale. In Italia, concentrano insieme intorno all’80% del fatturato dell’industria militare. Una parte importante di questo fatturato è realizzato all’estero: per Leonardo in Usa, Regno Unito, Polonia e Israele, per Fincantieri in Usa. Leonardo a livello globale ha 51.391 occupati (2022) distribuiti il 63% in Italia, il 15% nel Regno Unito, il 14% negli Usa, lo 0,5% in Israele e il 2,5% nel resto del mondo. Il gruppo è attualmente organizzato su otto aree di attività: elettronica, elicotteri, aerei, cyber & security, spazio, droni, aero-strutture, automazione. Ha una posizione di forza internazionale nel comparto elicotteri e nell’elettronica per la difesa; mentre in campo aeronautico opera principalmente come sub-fornitore di primo livello per i grandi produttori di aerei militari degli Stati Uniti. Il gruppo è ancora attivo nella produzione di armamenti navali e terrestri (ex-Oto Melara e consorzio con Iveco DV) e nel comparto navale subacqueo (ex-Wass).  Fincantieri ha mantenuto la continuità con la storica azienda a partecipazione statale con il controllo dei maggiori cantieri navali del Paese. È la maggiore impresa occidentale di costruzioni navali, ha una forte attività nelle navi da crociera, ma tra il 2022 e il 2023 ha aumentato la quota di produzioni di navi da guerra dal 20 al 36% del fatturato totale, con 2.820 milioni di dollari di fatturato militare nel 2022, arrivando al 46° posto nella classifica SIPRI delle 100 maggiori imprese militari.  Un settore in espansione internazionale è quello delle attività subacquee e, in questo ambito, Fincantieri è parte con Leonardo del polo nazionale guidato dalla Marina Militare Italiana a Spezia. Il settore della subacquea non significa solo sommergibili, ma anche esplorazione dei fondali e monitoraggio-sicurezza dei cavidotti e delle infrastrutture energetiche e di telecomunicazione sottomarine. Questo spiega l' acquisizione della Remazel Engineering, un’azienda ingegneristica con esperienza nei gasdotti e oleodotti sottomarini. Le scelte di politica industriale dei diversi governi e le strategie produttive di Leonardo e degli altri protagonisti del settore hanno portato a più alte quotazioni di Borsa e a maggiori dividendi per gli azionisti, ma fanno delle produzioni militari un “cattivo affare” per l’economia e l’occupazione in Italia. In Italia come in Europa, un allargamento del “complesso militare industriale” non fa che alimentare il riarmo e i rischi di estensione dei conflitti, mentre il governo di destra oscilla privo di un qualsiasi riferimento di politica estera che non sia quello di un richiamato antistorico ad una sorta di "interventismo di ritorno" contrabbandato come interesse nazionale. In questo senso il passaggio di Piaggio Aerospace ai turchi di Baykar non fa che alimentare legittime preoccupazioni: vocazione bellica, finanziarizzazione, interessi azioni intrecciati a quelli geopolitici potrebbero rappresentare un ulteriore punto di sviluppo di crisi industriale nella rinuncia a una capacità di riconversione e questo avviene mentre ulteriori produzioni strategiche stanno abbandonando il Paese come nel caso di Portovesme, dove si producono principalmente zinco e piombo. Su tutto questo fin qui descritto continua a stagliarsi l'ombra fosca del nucleare.

sabato 28 dicembre 2024

PIAGGIO AI TURCHI: TECNOLOGIA, GEOPOLITICA, TERRITORIO

PIAGGIO AI TURCHI: TECNOLOGIA, GEOPOLITICA, TERRITORIO di Franco Astengo (Associazione "Il Rosso non è il Nero"). Piaggio Aerospace passa sotto il controllo del gruppo turco Baykar specializzato nello sviluppo e costruzione di droni militari autonomi. Dopo sei anni di amministrazione straordinaria ieri il Ministero (di cui ci rifiutiamo di trascrivere la denominazione "delle imprese e del made in Italy") ha autorizzato la cessione di tutte la attività del gruppo Aerospace a Baykar, azienda presieduta da Seculk Bayraktar, genero di Erodgan, di cui fu testimone di nozze Silvio Berlusconi. Premesso che - come scrive oggi il Corriere della Sera - Baykar, fondata nel 1984, ha reso la Turchia un attore centrale nell'industria dei droni militari, capace di conquistare due terzi del mercato mondiale anche grazie ai controlli meno severi sull'export : rispetto ai paesi occidentali e agli altri membri della NATO (nel cui ambito la Turchia dispone del secondo esercito per dimensioni e armamento subito alle spalle di quello USA) il governo di Ankara, infatti, pone meno restrizioni normative etiche e finanziarie agli acquirenti delle armi prodotte sul suo territorio. Si pongono così alla nostra attenzione almeno tre questioni dirimenti: 1) La vocazione bellica. I droni da guerra Tita sono venduti a 33 paesi, fra cui Nigeria, Etiopia e Qatar e recentemente è stato stipulato un accordo con l'Arabia Saudita per un importo da 3 miliardi di dollari. I droni Tita costano meno dei rivali occidentali e si sono rivelati molto efficaci sul campo di battaglia, impiegati - ad esempio - dall'Azerbaigian nella seconda guerra del Nagorno - Karabah contro l'Armenia, dall'Ucraina nella guerra in corso e dallo stesso esercito turco e dai suoi alleati nelle guerre civili di Siria e Libia. In sostanza Baykar rappresenta uno strumento della politica internazionale della Turchia che - in questo momento - ha tutto l'interesse a tenere in bilico la situazione nell'area nevralgica medio-orientale e africana anche per ragioni di carattere commerciale; 2) La questione tecnologica. Andranno verificate le prime dichiarazioni dei dirigenti turchi sul "preservare l'identità storica di Piaggio". Non è questione semplicemente di richiedere - come stanno facendo i sindacati - chiarezza sugli eventuali piani industriali. Il punto risiede sullo sviluppo della capacità tecnologica dello stabilimento Aerospece in rapporto al tipo di produzione che sarà sviluppato: ristrutturazione delle linee, sedi di elaborazione dello sviluppo tecnologico. Sono questi i nodi del tipo di sviluppo produttivo che si intende perseguire da cui dipendono - ovviamente - i livelli occupazionali. Senza contare come si presenti un problema di indotto e di eventuale adattamento; 3) Il tema territoriale. Non si ha notizia di intervento, in questa delicata trattativa, da parte della Regione Liguria. Va ricordato che lo stabilimento Piaggio Aerospace di Villanova d'Albenga assieme ad Alston di Vado Ligure (trazione ferroviaria) risulta essere uno degli ultimi baluardi della presenza industriale nella provincia di Savona, la più anziana d'Italia, 69° posto nella classifica della vivibilità stilata del "Sole 24 ore" e 94a rispetto al tema del lavoro. Appare fin troppo evidente che siamo ad un delicatissimo passaggio nella stessa prospettiva economica e produttiva della provincia di Savona: un passaggio che (considerati anche i ritardi accumulati con la debolezza dimostrata dal progetto di crisi industriale complessa che ha lasciato in sospeso il tema della reindustrializzazione della Val Bormida e del Vadese) potrebbe anche rappresentare un momento di definitiva cesura in una prospettiva di recupero industriale necessario per far sì che la provincia di Savona non sprofondi definitivamente in logiche di servizio speculativo, corporativo, di "lavoro povero".

venerdì 27 dicembre 2024

BILDEBERG 2025: IL LASCITO DELLA GUERRA

BILDEBERG 2025: IL LASCITO DELLA GUERRA di Franco Astengo Riprendiamo dal sito dell'Huffington Post: Jens Stoltenberg, ex segretario generale della Nato, diventa il co-presidente del Club Bilderberg. Sostituisce l'economista olandese e consigliere di Goldman Sachs Victor Halberstadt, scomparso pochi mesi fa. La notizia,  segnala più di altre i tempi di guerra e di tensione che vive il mondo. Dopo dieci anni vissuti alla guida dell'Alleanza Atlantica, in precedenza primo ministro della Norvegia, Stoltenberg sarà anche da febbraio il presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, altro importante simposio su difesa e diplomazia. Ricordiamo di che cosa si tratta per chi avesse eventualmente smarrito memoria: Dal 1954 e una sola volta all'anno, un gruppo ristretto di persone si ritrova per decidere segretamente il futuro politico ed economico dell'umanità. Nessun giornalista ha mai avuto accesso alle riunioni che fino a poco tempo fa si sono svolte presso l'Hotel Bilderberg, in una piccola cittadina olandese.  Molti partecipanti al gruppo Bilderberg sono capi di Stato, ministri del tesoro e altri politici dell'Unione Europea ma prevalentemente i membri sono esponenti di spicco dell'alta finanza europea e anglo-americana . Gli organizzatori della conferenza, tuttavia, spiegano questa loro scelta con l'esigenza di garantire ai partecipanti maggior libertà di esprimere la propria opinione senza la preoccupazione che le loro parole possano essere travisate dai media . Questa nomina sottolinea il vero lasciato di questo 2024: E' cambiato il concetto di “guerra” dal punto di vista della concezione della “modernità” e della possibilità di giustificare storicamente, e anche dal punto di vista filosofico, l’evento bellico. La fase che stiamo attraversando appare proprio quella del superamento del ruolo degli USA a disporre da soli dello “ius ad bellum”: in questo periodo la guerra è rientrata in circolazione come moneta sonante del pagamento dell’azione politica anche nell’area europea, sia a livelli sub-statuali (quella definita come “terrorismo”) intrecciati a livelli sovra-statuali (appunto il già citato “scontro di civiltà”). In questo quadro, contraddistinto proprio dall’unicità di presenza di una sola superpotenza, quella statunitense e a fronte della già ricordata palese obsolescenza del sistema di legalità internazionale fondato sull’ONU, si era ricorsi ad un uso “normalizzante” della guerra: quella “asimmetrica” contro il cosiddetto terrorismo, quella “umanitaria” che oltrepassava il principio di non ingerenza; quella “preventiva” che andava oltre il divieto della guerra d’aggressione, fino alla guerra “per la democrazia” che si fondava sull’ipotesi che vi fossero nessi cogenti fra la qualità interna di un ordine politico e la sua propensione alla guerra, e che in un mondo democratizzato” all’occidentale” le guerre sarebbero state impossibili. Dal cappello dell’apprendista stregone di questi concetti sono sorti, non tanto improvvisi, mostri dalle diverse teste: sono ormai saltati quei principi che la teoria e la filosofia politica avevano ricercato per creare le condizioni e le modalità di una possibile “guerra giusta” (un ideale inseguito fin dalla prima filosofia cristiana in Agostino e poi nella Scolastica da Tommaso): limiti dell’ingerenza in difesa dei diritti umani; proporzione degli atti di guerra rispetto alle offese da riparare; problema della liceità delle armi di distruzione di massa. La scienza politica aveva affrontato, da parte sua, il problema attraverso i metodi e le categorie dell’idealismo e del realismo, attraverso le nozioni di equilibrio e di egemonia. Oggi tutta questa impalcatura teorica e ideologica sembra saltata e siamo alla guerra globale dove è saltata la distinzione fra guerra e terrorismo, tra civili e militari, nella legittimazione evidente della "pulizia etnica". La scena internazionale appare così percorsa da innumerevoli conflitti di vario livello e diversa intensità, con base su sfondi apparenti anche diversi da quelli di tipo economico come quelli religiosi o identitari. Quale migliore occasione allora per “ripristinare l’ordine” per via bellica da parte di chi intende affermare un nuovo multipolarismo concepito in modo tale da usarne i meccanismi per puntare al recupero del bipolarismo presentandosi come il propugnatore di un diverso equilibrio rispetto a quello imperniato su di una sola superpotenza? Potrebbe esser questo il tema all’ordine del giorno nei prossimi mesi, attorno al quale riflettere soprattutto da parte di chi sa benissimo che non è proprio il caso di cadere nella trappola dello “scontro di civiltà” e che la logica dominante rimane quella dello sfruttamento dell’uomo e del pianeta e che in gioco c’è proprio la libertà di poter disporre a proprio piacimento della facoltà di sfruttare al massimo dell’intensità senza tener conto della necessità di un equilibrio riguardante la presenza (ormai a rischio) del genere umano sul pianeta.

lunedì 23 dicembre 2024

ITALO CALVINO E IL SORPASSO DEL '76

ITALO CALVINO E IL SORPASSO DEL '76 di Franco Astengo Con quasi cinquant'anni di ritardo Mondadori ha pubblicato "Il sorpasso" di Italo Calvino: testo dedicato all'analisi dell'esito delle elezioni del 1976, quelle del "bipartitismo imperfetto" (copyright Giorgio Galli) con la DC al 38% e il PCI al 34% o giù di lì. Il testo era stato commissionato allo scrittore cubano-sanremasco dal Bob Silvers della "New York Rewiew of Books" e avrebbe dovuto rappresentare un punto di spiegazione rivolto al pubblico americano dell'esito elettorale e della complessità (non facilmente intellegibile negli USA) del sistema politico italiano. Silvers giudicò il testo troppo analitico dal punto di vista tecnico e chiese a Calvino di revisionare il testo, cosa che Calvino non fece e così quel testo è rimasto nel cassetto fino ai nostri giorni. Sulle colonne del "Manifesto" (inserto Alias di domenica 22 dicembre) se ne è occupato Jacopo Parodi con una accurata recensione; era il momento del compromesso storico e come fa notare appunto Parodi, Calvino non era più iscritto al PCI dal 1957 (dal famoso articolo "La grande bonaccia delle Antille" pubblicato da Rinascita e riferito all'esito delle vicende ungheresi del '56 sul quadro politico italiano) ma sostanzialmente aderiva alla "soluzione dialogica" di Berlinguer nel rifiuto del governare con l'eventuale 51% di una ipotetica alleanza a sinistra e di offrire invece un accordo di governo alla Democrazia Cristiana (proprio il già citato "Compromesso storico"). Quella soluzione alla fine nel suo esito concreto: governo delle astensioni, rapimento Moro, deluse Calvino che pur esprimendo fiducia nella democrazia, nelle elezioni del 1979 si pronunciò per la scheda bianca. Oggi Mondadori riprende quel testo, lo pubblica con una introduzione di Sabino Cassese: una pubblicazione che si realizza in un momento di crisi della democrazia non semplicemente a livello italiano dove il rischio del ritorno al fascismo e alla supremazia di minoranze aggressive appare concreto in un clima politico - culturale (e del costume corrente) che appare, almeno in Italia, molto simile a quello della repubblica di Weimar. Eppure vale la pena tornare su quelle lontane elezioni del 20 giugno 1976 cercando anche di scavare maggiormente nell'analisi storica di quanto non possa consentire la pubblicazione del testo di Calvino. Questo supplemento d'analisi si rende necessario al fine di riconoscere che quell'esito determinò il primo punto della crisi di quel sistema dei partiti che aveva retto l'Italia dalla Liberazione in avanti. Il tema infatti non era quello che Calvino affronta del "sorpasso" ma quello del "sistema bloccato" e del peso del confronto tra i blocchi sul piano internazionale. Verifichiamo allora alcune cifre. In quel 20 giugno 1976: Gli aventi diritto al voto iscritti nelle liste elettorali assommavano a 40.426.658 unità (non esisteva ancora la possibilità del voto all'estero). I partecipanti che si recarono ai seggi furono: 37.755.090 pari al 93,39% (la percentuale dei votanti si manteneva costante al di sopra del 90% a partire dalla elezioni per la prima legislatura il 18 aprile del 1948). I voti ritenuti validi assommarono a : 36.707.578, con 596.541 schede bianche e 1.047.512 schede nulle. I due più grandi partiti di massa, la DC e il PCI ottennero rispettivamente 14.209.519 voti lo scudo crociato e 12.614.650 voti i comunisti per un totale di 26.824.169 voti pari al 73,08% sul totale dei voti validi e al 66,35% sul totale degli aventi diritto. Se alla DC e al PCI aggiungiamo i 3.540.309 voti totalizzati dal PSI (risultato giudicato molto deludente che determinò un vero e proprio cataclisma all'interno del partito con l'avvento di Craxi alla segreteria) registriamo che i 3 grandi partiti di massa disponevano di 30.364. 478 voti pari all'82,71% dei voti validi e al 75,11% del totale degli iscritti. Un risultato che poteva davvero far pensare all'egemonia incontrastata di quella che Pietro Scoppola avrebbe poi definito "La Repubblica dei Partiti". Per arrivare a quel risultato le due formazioni maggiori si erano trovate in situazioni completamente difformi. Il PCI aveva conseguito un eccezionale risultato nelle amministrative del 15 giugno 1975 ,grazie al quale aveva esteso la propria capacità di governo locale in situazioni nelle quali tradizionalmente si era sempre trovato in minoranza e in particolare nelle grandi città: Torino, Roma, Napoli. Un risultato quello del 20 giugno 1976 per il PCI frutto di un'ondata "lunga" di forte pressione sociale per un rinnovamento del Paese che aveva avuto al suo centro le lotte sindacali dell'autunno caldo del 1969, il progredire dell'estensione dei diritti dei lavoratori(fino al punto unico di scala mobile) e di quelli sociali, la grande vittoria nel referendum sul divorzio che aveva segnato il momento fondamentale nella modernizzazione anche culturale del Paese, il procedere di una forma di distensione nella logica dei blocchi a livello internazionale (però in arretramento in quel giugno '76), la sconfitta degli USA in Vietnam, la fine delle dittature fasciste nella penisola iberica, la decolonizzazione in Africa segnata in particolare dalla liberazione dell'Algeria. Vietnam e Algeria: fatti che avevano fatto segnare, nelle nuove generazioni, una crescita importante di un sentimento internazionalista. Il PCI era stato in grado, considerato il suo radicamento nelle fabbriche e nei territori, di capitalizzare questo forte movimento progressista senza assumerne l'avanguardia e riuscendo anche a marginalizzare, almeno sul piano elettorale, il complesso dei gruppi formatisi alla sua sinistra che, in quel 20 giugno, avevano formato il cartello elettorale di Democrazia Proletaria arrestatosi ai 555.890 voti pari all'1,5%. Una situazione che in condizioni estreme avrebbe poi avuto conseguenze non secondarie nella stagione del terrorismo sia al riguardo della "zona grigia" presente nell'intellettualità e nelle fabbriche, sia dal punto di vista della "prima linea" militante (e ancora sugli orientamenti mobilitanti di quello che poi sarebbe stato definito "movimento del '77"). La DC aveva invece attraversato l'inizio degli anni'70 in una fase di declino: aggredita a destra dal MSI (rivolta di Reggio Calabria), assunta una funzione da "legge e ordine" dopo l'attentato di Piazza Fontana, scivolata nel primo governo Andreotti appoggiato dal PLI, verificato l'esaurimento della prima formula di centro sinistra (alle elezioni del 1976 si andò sulla base di un articolo apparso sull'Avanti e firmato dal segretario socialista De Martino nel quale si affermava come il PSI non avrebbe più partecipato a governi senza i comunisti) la DC aveva subito una dura sconfitta nel referendum sul divorzio nel quale si era allineata con la parte cattolica più retriva e con i neo-fascisti. Sostituito Fanfani con Zaccagnini alla segreteria e Moro alla presidenza, nell'occasione delle elezioni del 20 giugno la DC aveva usufruito di importanti appoggi da destra (Montanelli "turatevi il naso e votate DC", la "maggioranza silenziosa" di Degli Occhi e Rossi di Montelera, Comunione e Liberazione che nel 1976 elesse il suo primo deputato Mazzarino De Petro in Liguria) recuperando il tonfo delle amministrative soltanto attraverso il prosciugamento degli alleati centristi e in particolare del PLI, rientrato in parlamento per un soffio (quorum per 400 voti a Torino). Insomma: per essere precisi nella ricostruzione, alla vigilia del 20 giugno nella DC non appariva delineata quella linea di "terza fase" in seguito attribuita a Moro quasi come marcia d'avvicinamento verso il PCI. Anzi, al 20 giugno la DC era arrivata con professioni di moderatismo e parole d'ordine anticomuniste. Il risultato del 20 giugno aveva così segnato quella situazione di "bipartitismo imperfetto" coniata da Giorgio Galli: una DC di centro - destra e un PCI egemone a sinistra, con "l'imperfetto" a significare l'impossibilità di una alternanza. Impossibilità dovuta a un cumulo di ragioni tra le quali non esaustiva quella riferita alla situazione internazionale e alla logica dei blocchi perché presente anche una motivazione di assenza di progetto d'alternativa da parte del PCI. Il PCI era fermo alla logica dell'arco costituzionale espressione diretta della linea del "compromesso storico" elaborato dal segretario Berlinguer nella convinzione dell'impossibilità (e del rischio democratico) di un governo delle sinistre al 51%; linea del resto condivisa anche all'interno del PSI anche se non completamente ( ma nel PSI, dopo il già ricordato articolo di De Martino, il fuoco covava sotto la cenere some si sarebbe visto con l'elezione di Craxi alla segreteria nell'immediato post -elezioni) e contestata all'interno del PCI soltanto da Longo e Terracini e a sinistra dal Pdup-Manifesto. Si determinò così una situazione di sostanziale immobilismo, con la DC che mantenne un ruolo pivotale pur non disponendo più di una maggioranza centrista. Una DC collocata al centro di un sistema che non avrebbe saputo alla fine produrre altro che un monocolore del partito di maggioranza relativa sostenuto dall'astensione della gran parte del Parlamento (Andreotti ter, alla Camera 258 favorevoli, 44 contrari dei quali 33 fascisti come scrisse il Manifesto, 303 astenuti). Il PCI non mosse nulla sul piano della mobilitazione popolare, anzi la forza sindacale in quel momento che era ancora di fortissima capacità di mobilitazione sociale si rivolse alla fine contro la soluzione di governo. Ben prima della tragica fase contrassegnata dal rapimento e dall'uccisione di Aldo Moro si può ben affermare che si fosse già avviato un principio di distacco del quadro politico da parti del Paese (in particolare del mondo del lavoro) che avevano fornito un formidabile apporto al consolidarsi di un sistema fondato sui partiti di massa . La classe operaia pensava, nella sua grande maggioranza, che il sistema dei partiti avrebbe favorito quella profonda modificazione dello stato di cose in atto che stava nelle aspirazioni più alte di grandi masse di donne e uomini. La "politica" aveva toccato proprio il 20 giugno 1976 il punto più alto nella sua credibilità, autorevolezza, consenso diffuso: dall'esito di quelle elezioni iniziò invece un declino del sistema nel suo complesso (nonostante che il governo delle astensioni avesse comunque impresso un'innegabile spinta riformista: dall'equo canone, al sistema sanitario nazionale) che trovò poi il suo primo punto di caduta, nel post - rapimento Moro, con l'esito del referendum dell'11 giugno 1978 su"legge Reale" e legge sul finanziamento pubblico ai partiti: esito in cui si ravvisò una forte disaffezione dell'elettorato rispetto alle indicazioni di voto fornite dalle formazioni maggiori (in particolare sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti). Alle elezioni anticipate del 1979 l'afflusso al voto registrò un calo del 3% conservando a stento una quota superiore al 90%: la somma dei due maggiori partiti assommò a 25.700.000 voti, con un calo del PCI di quasi un milione e mezzo di voti (1.475.419) e un balzo dei radicali, in quel momento caratterizzati come partito anti- sistema, di 800.000 voti. L'esito di quel lontano 20 giugno 1976 può oggi essere sintetizzato come quello di un avvio di un declino del sistema fondato sui partiti di massa . Un declino che si sarebbe rivelato nella sostanza irreversibile fino all'esplosione definitiva avvenuta all'inizio degli anni'90 a causa dei fenomeni concomitanti e convergenti di Tangentopoli, della caduta del Muro di Berlino, della firma del trattato di Maastricht. Un declino, in quel momento giugno '76, non avvertito a livello sistemico. I grandi partiti ignorarono che si stava affermando una "logica della governabilità" e si stava profondamente modificando il quadro delle relazioni sociali ed emergevano nuovi fenomeni di costume. Così si manifestavano tendenze individualistiche e di ripresa di fattori provocanti la crescita delle disuguaglianze, in controtendenza con quanto era avvenuto negli anni '60 - '70. Ci si avviava così alla drammatica "festa" degli anni'80: quelli dei cancelli della Fiat e della "Milano da bere".

mercoledì 18 dicembre 2024

SAVONA CAPITALE DELLE CULTURA 2027 E FUTURISMO

SAVONA CAPITALE DELLA CULTURA 2027 E FUTURISMO di Franco Astengo Roma, Galleria d'arte moderna e contemporanea: è in corso in questi giorni la mostra sul futurismo che viene considerata il perno su cui dovrebbe girare l'asse di una ipotetica egemonia culturale da sinistra verso destra. Nello stesso tempo di esposizione della mostra, presso il MIC sarà avviato l'iter di proclamazione della Città Capitale della cultura per il 2027: Savona si è candidata a tale ruolo e sarà il caso di ricordare perché esista un nesso diretto tra mostra sul futurismo e candidatura di Savona. Il futurismo è stato un movimento culturale controverso apparso all'inizio del '900 attraverso un Manifesto firmato da intellettuali di diversa ispirazione e pubblicato dal quotidiano conservatore parigino "Le Figaro" e di cui era il principale esponente Filippo Tomaso Marinetti personaggio eclettico che in effetti ebbe stretti contatti con il fascismo fino ad aderire, poco prima della sua morte, alla Repubblica di Salò. La "cifra portante" del futurismo era rappresentata dall'impatto diretto della cultura con la modernità identificata con la velocità e la guerra segnalata come "sola igiene del mondo" fornendo di conseguenza un contributo all'interventismo nella prima guerra mondiale e a imprese come quella fiumana: un quadro sostanziale di adesione all'arditismo e al sindacalismo rivoluzionario di Michele Bianchi e Alceste De Ambris (altri protagonisti della scena politica e culturale a Savona negli anno'10), tanto per semplificare. La riflessione più importante che il futurismo ha portato avanti rimane quella del rapporto con la scienza e la tecnologia: uno spunto che rimane certamente di grandissima attualità. L'adesione al futurismo coinvolse molte delle giovani leve di artisti, tra cui numerosi pittori; il maggior protagonista fu Umberto Boccioni al quale si affiancarono, insieme ad altri, Giacomo Balla, Gino Severini, Luigi Russolo, Carlo Carrà, Fortunato Depero. Fin qui però ci siamo limitati ad una esposizione poco meno che scolastica: in realtà il punto sul quale soffermarci è quello riferito proprio al tema, oggi molto di moda, dell'egemonia culturale. A destra infatti si è considerato il futurismo proprio patrimonio esclusivo soggetto ad una sorta di "damnatio memoriae" da parte della sinistra dominante nel dopoguerra nel campo delle arti, della letteratura, dell'editoria, del teatro e del cinema in virtù dell'esercizio dell'organicità dell'intellettuale di derivazione gramsciana : ma Antonio Gramsci coltivava un pensiero d'avanguardia libero, laico e antidogmatico. Dai suoi scritti traluce un'idea di cultura, intesa come l'espressione più profonda della realtà umana, di pari passo con il suo interesse per l'arte come linguaggio universale e per la ricerca di forme innovative capaci di esprimere progetti rivoluzionari. Un quadro del tutto diverso da una adesione acritica al "realismo socialista" imposto all'arte nel periodo staliniano. E stato proprio partendo da una interpretazione profonda del pensiero gramsciano che proprio a Savona tra gli anni '70 -'80 partì un progetto di rivalutazione dell'arte futurista sfidando anche con coraggio pregiudizi culturali che apparivano ormai come incistiti nelle abitudini culturali dell'èlite. Una Savona che non poteva dimenticare la presenza, tra gli altri, di Lucio Fontana e Arturo Martini. Vale la pena ricordare la figura protagonista di questa importante operazione: Stelio Rescio, gallerista animatore del "Il Brandale" centro culturale d'avanguardia e protagonista anche della vita politica non soltanto a livello locale, la figura più importante espressa dal gruppo del "Manifesto" in Città, già responsabile culturale della federazione del PCI. Stelio Rescio ebbe la capacità di proporre anche a livello istituzionale la prospettiva futurista considerandola parte di una prospettiva di modernità di cui il suo centro culturale era portatore (pensiamo alle mostre sulla poesia visiva e sui "dattilografismi"). Il suo messaggio fu raccolto e l'assessorato alla Cultura del Comune di Savona, retto in precedenza da Dante Luciano e in seguito da Sergio Tortarolo, realizzò importanti mostre sul tema da Acquaviva a Ferrero Gussago. Si dovettero superare momenti di tensione e di intenso dibattito, poi alla fine il dato di acquisizione del futurismo all'interno della storia culturale della nostra terra fu accettato e valorizzato: come del resto accadde alla ricostruzione del fumetto nel periodo fascista portata avanti da Giovanni Burzio in compagnia - ancora - di Stelio Rescio. Una impostazione antidogmatica ha accompagnato per un lungo tratto la vita culturale di parte della sinistra savonese :una impostazione portata avanti in un Città fortemente operaia, ma capace di valorizzare "Il libro di latta" di Farfa, altro capolavoro di visione futurista. E' il caso di ricordare questo percorso nel momento in cui ci si propone, come Città e provincia, di assumere un ruolo di riferimento di dimensione nazionale e sovranazionale: un portato che può essere definito come "storico" ma che deve essere fatto vivere nel presente. L'egemonia deve stare nel "fatto" culturale e non certo nell'appartenenza di parte, collocandosi sempre dalla parte del futuro.

SOLIDARIETA' AI LAVORATORI DEL PORTO DI GENOVA

SOLIDARIETÀ' AI LAVORATORI DEL PORTO DI GENOVA L'associazione "Il Rosso non è il Nero" di Savona esprime la propria piena solidarietà ed adesione allo sciopero indetto dai lavoratori del Porto di Genova e attualmente in corso. Intorno alle 3.00 della mattina di mercoledì 18 dicembre 2024 è avvenuto un incidente mortale nel terminal Psa Pra’ del porto di Genova. Dalle prime informazioni emerge che un portuale della Culmv di 52 anni stava controllando la chiusura di un container tra due trattori portuali, quando uno dei due lo ha investito. Il conducente di un altro trattore è stato sbalzato dall’abitacolo ed è ricoverato in ospedale, ma non è in pericolo di vita. L’esatta dinamica dell’incidente non è ancora chiara e la Procura di Genova ha avviato un’indagine. I Ancora una volta si muore per lavorare : si tratta di un fatto inaccettabile in un quadro generale di indifferenza (salvo i reiterati appelli del Presidente della Repubblica), di intensificazione dello sfruttamento a tutti i livelli, di una condizione di arretramento dei diritti nel mondo del lavoro e in generale nel quadro sociale in Italia e fuori d'Italia. Sarebbe necessaria una immediata inversione di rotta, ma senza la capacità dei lavoratori di mostrare la propria decisa opposizione sarà difficile arrivare a risultati concreti di modificazione dello stato di cose in atto: obiettivo per il quale la nostra Associazione continua a misurarsi con questa difficile realtà.

martedì 17 dicembre 2024

L'IDENTITA' DELLA DESTRA

L'IDENTITÀ' DELLA DESTRA di Franco Astengo All'interno di un quadro generale segnato da una forte aggressività istituzionale, da un atteggiamento bellicista sul piano delle relazioni esterne, da progetti di revisione costituzionale che se attuati minerebbero il rapporto tra prima e seconda parte della nostra Carta fondamentale generando un sistema di democratura tale da superare il modello della democrazia pattizia stabilito nel 1947 tra socialisti, comunisti, cattolici popolari e liberali storici o di nuova generazione, la destra italiana dal 2022 sta governando il Paese puntando anche, per la sua parte legata storicamente ad idee del '900 totalitario, a realizzare un'egemonia culturale. I decreti varati da questo governo sul terreno della sicurezza, dei migranti, dei diritti civili, del rapporto con i soggetti fragili sembrano caratterizzati da vera cattiveria stracciando quel che restava del garantismo penale, della democrazia costituzionale e dello stato di diritto. Le forze democratico - progressiste e della sinistra si debbono interrogare su questi punti e sviluppare un'analisi che porti a conseguenze politiche: può essere costruita in conseguenza una strategia di alleanza che conduca a realizzare un progetto di alternativa tenendo conto della situazione economica, sociale, culturale del Paese e delle stesse prospettive europee? Se si ritiene che nelle condizioni descritte sia sufficiente puntare a un bipolarismo "temperato" allora ci si può accontentare di una alleanza elettorale (anche a scartamento ridotto come fu nel settembre 2022) che magari perda le elezioni e costruisca dall'opposizione una possibilità di alternanza che maturerebbe però all'interno di un sistema già fortemente modificato. Se invece si pensa che allo stato delle cose vigenti sia necessaria una vera alternativa di sistema partendo dal ripristino costituzionale allora sarebbe il caso di approfondire e di lavorare per un progetto diverso di ben altra consistenza morale e politica. L'interrogativo sembra valido perché manca un'analisi sull'identità di questa destra prescindendo anche dai rami discendenti dal fascismo che pure vi sono presenti e dalle forme egoistiche di rifiuto dell'altro mutuate dalla filosofia dell'individualismo competitivo che fa parte del DNA della Lega. Sembrerebbe necessario lavorare su questo punto muovendosi nel senso gramsciano di una conoscenza non superficiale dell'avversario come invece si sta verificando in questa dimensione politica segnata dal fenomeno della "democrazia recitativa" che coinvolge anche forze che potrebbero/dovrebbero far parte di uno schieramento/soggetto alternativo.

lunedì 16 dicembre 2024

QUALITA'DELLA VITA: LA PROVINCIA DI SAVONA AL 69° POSTO (perdute 10 posizioni tra il 2023 e il 2024)

 

QUALITA' DELLA VITA: LA PROVINCIA DI SAVONA AL 69° POSTO (perdute 10 posizioni tra il 2023 e il 2024) di Franco Astengo


Puntuali ad ogni fine d'anno sono arrivate le classifiche della qualità della vita nelle provincie italiane stilata dal "Sole 24 ore" sulla base di una valutazione di alcuni parametri.


La provincia di Savona si è classificata al 69° posto perdendo 10 posizioni rispetto al 2023, risultato ottenuto attraverso questi passaggi di valutazione:


Ricchezza e consumi 56° posto, Lavoro 94° posto, Giustizia e Sicurezza 91° posto, Demografia e società 92° posto, Ambiente e servizi 71° posto, Cultura e tempo libero 18° posto.


Concentriamo la nostra attenzione al riguardo della classifica riguardante la qualità del lavoro nella Provincia di Savona: novantaquattresimo posto perdendo tra il 2023 e il 2024 trentaquattro posizioni piazzandosi all'ultimo posto della Province del Nord (La Spezia al 61° posto guadagnando 24 posizioni, Imperia al 40° posto guadagnando 37 posizioni, Genova 18° posto guadagnando diciotto posizioni in una classifica generale che, per quel che riguarda il lavoro vedo confermata al primo posto la provincia di Milano).

Un pesante 94° posto per la nostra provincia che va combinato con il 92° posto della classifica demografica: dove la provincia di Savona perde 26 posizioni ed è penultima nel Nord precedendo soltanto la provincia di Biella (Imperia si piazza una posizione al di sopra 91° posto perdendo 22 posizioni, La Spezia è 76a cedendo 25 posti, Genova al 62° posto perdendo 26 posizioni, in un quadro complessivo di declino che coinvolge tutta la Liguria in una classifica che vede al primo posto Bolzano davanti a Monza - Brianza).

Una situazione che si combina con la 94a posizione nella presenza di start up innovative (classifica che vede Trieste al primo posto, Genova al 10°, Imperia all'80° e La Spezia addirittura al 105° posto in una Liguria dove l'innovazione appare quasi completamente concentrata nel capoluogo).

Capoluogo genovese però in difficoltà nell'export (67° posto) con Savona al 63° , La Spezia al 70°, Imperia al 79°, in una classifica ancora appannaggio del "piccolo è bello" anni '90 con Ascoli e Arezzo.

Evidentemente non appare sufficiente il 14° posto nelle presenze turistiche per sollevare il quadro economico della provincia di Savona che viene superata in questa classifica da La Spezia ma sopravanza Imperia e Genova (una valutazione che può essere giudicata di carattere quantitativo e non qualitativo perché considera il numero di presenze dilatato dai croceristi).

La provincia di Savona si piazza al 60° posto per laureati tra i 25 e i 39 anni superando Imperia relegata al 103° posto (con un evidente problema di "fuga dei cervelli" che comunque ci accomuna ) mentre in questa particolare classifica La Spezia si colloca al 49° posto e Genova al 17°.

Sui temi ambientali la provincia di Savona (ancora senza rigassificatore) si colloca al 61° posto precedendo al Nord Bergamo (vincitrice della classifica assoluta) Piacenza, Reggio Emilia, Sondrio, Treviso, Bolzano, Asti, Rovigo, Cuneo, Alessandria, Lodi, Pordenone, Imperia : in una graduatoria dove la divisione Nord/Sud non pare valere come in altre e dove si può notare la cattiva classifica di province dedite al turismo montano come Bolzano e Sondrio.

Bassissima posizione per la provincia di Savona al riguardo delle pensioni di vecchiaia al 102° posto (quindi non in corrispondenza con l'indicatore demografico) in una graduatoria dominata da Napoli e dalle province del Sud (la prima in classifica per quel che riguarda il Nord è Rimini al 40° posto).

Ricchezza e consumi in provincia di Savona se la passano meglio del lavoro: 56° posto, con 6 posizioni di guadagno, migliore provincia della Liguria con La Spezia 62a (-3), Genova 65a (-10), Imperia 77a (+1). Un indicatore negativo perché mostra un accrescimento della rendita che nella città capoluogo si presenta come un tema atavico di ricchezza depositata nelle banche (senza investimenti) e di multi proprietà immobiliari (fenomeno anche questo antico ma che adesso può essere collegato alla scoperta di un certo numero di B&B abusivi).

In sostanza la fotografia di un'economia corporativa con settori parassitari e decremento demografico questa la provincia che ha dato un forte contributo alla vittoria della destra nelle recenti elezioni regionali (da ricordare che nella scarsità delle presenze industriali la provincia di Savona è comunque al 57° posto nelle ore di CIG autorizzate, quindi all'incirca alla metà della graduatoria nazionale).

Nelle classifiche del Sole 24 ore mancano sanità e infrastrutture (nella classifica delle disuguaglianze la provincia di Savona si colloca con il divario più netto tra ricchi e poveri rispetto a Imperia e La Spezia, mentre Genova si piazza tra le grandi città dove la concentrazione di ricchezza in alto si sta evidenziando maggiormente e aumenta il divario sociale.

Insomma: un quadro sostanzialmente negativo soprattutto per via dell'evidente deficit di produzione manifatturiera sul quale però i livelli di governo regionali e provinciali non sembrano riflettere più di tanto.











sabato 14 dicembre 2024

IL COMUNE DI SAVONA E LA PARTECIPAZIONE

 

IL COMUNE DI SAVONA E LA PARTECIPAZIONE di Franco Astengo


Nella giornata di venerdì 13 dicembre l'Aula Magna del Campus Universitario di Legino ha ospitato una giornata di intenso lavoro organizzato dal Comune di Savona sul tema della partecipazione.

All'incontro hanno partecipato docenti dell'Università di Genova (Pirni, Raffini, Timo) e di Siena (Isernia) oltre agli assessori alla partecipazione dei comuni di Varese e Cuneo che hanno portato le esperienze in corso nelle loro città.

Nel corso dei lavori gli assessori Viaggi e Branca hanno presentato ( e messa in discussione) una bozza di regolamento allo scopo di fornire una base legittimante le diverse esperienze in corso nei quartieri della Città: sono state individuate 7 zone nelle quali dovrebbero insediarsi altrettanti comitati territoriali dai quali scaturiranno un direttivo e 2 coordinatori di una attività definita pro-attiva di solidarietà, volontariato, supporto all'emergenza in una funzione di "sentinella" sul territorio.

Un dibattito molto partecipato che ha ruotato attorno ad una sollecitazione espressa dal sindaco Marco Russo nel suo saluto d'apertura dal sindaco circa la necessità di analizzare e di tener conto della "complessità sociale".

Una complessità che nell'analisi dei partecipanti tende a scontrarsi con una vera e propria disconnessione nel rapporto cittadini /istituzioni che ha la sua dimostrazione più evidente nella crescita dell'astensione elettorale ormai arrivata quasi stabilmente a toccare la soglia del 50% degli aventi diritto (nel comune di Savona si è passati dal 65,61% in occasione delle politiche 2022 al 46,72% delle regionali 2024).

E' stato fatto rilevare come una strutturazione degli istituti partecipativi deve essere considerata come una offerta di strumenti e non un fine da raggiungere perseguendo il coinvolgimento di responsabilità che Max Weber ha definito come un "agire socialmente orientato".

Appare quindi necessario un livello di coinvolgimento che faccia considerare di sé di essere parte di un gruppo di riferimento, un attore collettivo.

Servirà insieme farsi portatori di interessi ma anche di valori e di visione per affrontare anche attraverso una dinamica "dal basso" i grandi nodi della società moderna: il rapporto tra la politica e la sfera tecnica in una idea di composizione della complessità intesa come punto di riconnessione strutturale con la società civile lasciando però libera la declinazione di questo ritrovato rapporto.

I processi decisionali democratici dipendono dalla vitalità dei corpi collettivi.

Non bastano risposte semplici a problemi complessi perchè si rischia lo scivolamento nel populismo con relativa delegittimazione e frammentazione della sfera pubblica.

La partecipazione intesa quindi come forma di relazione nel conflitto che dovrebbe essere considerata naturale in una società complessa.

Nella modernità vediamo diverse forme del conflitto stesso: le controversie sul terreno tecnico/scientifico, quelle territoriali/ambientali, quelle di carattere etico e valoriale e quelle trasversali sul concetto di verità.

Allora si tratta di portare le persone più vicine al livello della deliberazione che oggettivamente compone e scompone lo scontro attraverso una capacità di intermediazione che consenta di supera indifferenza, scetticismo, passività.

Un processo democratico che veda gli amministratori protagonisti della democrazia rappresentativa al confronto di un'idea di rivitalizzazione socializzante della classe politica.

L'attore collettivo ha l'obbligo di rafforzare la relazione tra struttura politica e cittadini intendendo la democrazia partecipativa quale cultura del coinvolgimento.

Le funzioni principali di una struttura di partecipazione possono così essere riassunte: socializzazione, decisionalità, raccolta dei bisogni.

In sostanza: traduzione del volontarismo e del sapere diffuso da porre in relazione a una struttura politica capace di presentare a chi amministra quella articolazione insieme sociale e politica che deve essere esaltata e non schiacciata come invece si sta intendendo in questo momento in settori maggioritari nel sistema politico italiano.

venerdì 13 dicembre 2024

GRAMSCI A SAVONA

 

GRAMSCI A SAVONA di Franco Astengo


In una Sala Rossa gremita di pubblico Antonio Gramsci è tornato a Savona dopo averla frequentata nel marzo del 1921 quando si trovò nella nostra Città a fondare il comitato regionale dell'appena costruito Partito Comunista d'Italia.

Il grande pensatore sardo è tornato grazie all'opera di Angelo D'Orsi che nel pomeriggio dell'11 dicembre ha presentato una monumentale biografia gramsciana, alla quale il professore dell'Università di Torino ha dedicato anni di ricerche e studi riuscendo, alla fine, a redigere un'opera di sistematizzazione quasi completa del Gramsci uomo, politico, pensatore.

L'occasione è stata sicuramente utile per conoscere la temperie di quel tempo, il "contesto" e il contenuto del messaggio politico e filosofico di Gramsci quasi completamente elaborato dietro le sbarre del carcere fascista.

In quegli anni di ferro e di fuoco la vita di Gramsci è scorsa - come ha ricordato D'Orsi - con un "ritmo del pensiero in movimento": nella capacità di prendere atto di una sconfitta epocale segnata dall'avvento della dittatura e dalla persecuzione degli oppositori l'allora segretario del Partito Comunista d'Italia trovò la forza mentale di apprendere le ragioni della vittoria dell'avversario (esemplare sotto questo aspetto l'estensione del "quaderno speciale" su "Americanismo e Fordismo") e farne la base di una nuova categoria del pensiero rivoluzionario: quella derivante dalla consapevolezza che la rivoluzione non è un atto e che, nella considerazione della fase storica, non era possibile considerarla come un assalto frontale.

Nel buio di una cella si stava così costruendo un laboratorio di pensiero per la modernità e nasceva l'originalità del comunismo italiano, cui poi Togliatti avrebbe dato la forma del "partito nuovo".

Come ha ben evidenziato, nell'occasione, il filosofo Piergiorgio Bianchi si mostrò fondamentale in allora il nesso tra politica e cultura, un nesso inteso come fattore concreto, non astratto, nell'idea che la politica non potesse essere ridotta al governo dell'esistente; governo che doveva essere esercitato in funzione di una espressione di egemonia da parte di un moderno Principe inteso come il frutto di un blocco storico nel quale si ritrovavano i soggetti sociali del cambiamento, gli operai e i contadini, in particolare del Sud, considerati per la prima volta protagonisti di una fase storica.

I "Quaderni del Carcere" (preceduti nella pubblicazione dalle "Lettera dal Carcere costituirono così gli strumenti per una vera e propria ricostruzione della teoria marxista.

Togliatti seppe utilizzare al meglio questo bagaglio (di cui erano già palesi i prodromi nelle testi presentate al congresso di Lione del 1926, quando fu sconfitta l'ala massimalista - astensionista di Bordiga e presentata un'analisi - in quel momento quasi inedita - relativa alla pericolosità del fascismo dei cui cenni Gramsci aveva già presagito fin dal 1921) costruendo il partito di massa sulla base di un'autonomia teorica del marxismo italiano capace di internazionalismo e di visione nazionale assieme attraverso una originale genealogia da Vico passando a De Sanctis, Bertrando Spaventa, Labriola, Croce fino a Gramsci.

Gramsci, nonostante i tentativi della destra di accapararsene parte del pensiero, rimane un pensatore marxista capace di definire una "filosofia della prassi" in grado di mettere in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornire la piattaforma per l'elaborazione strategica del "partito nuovo", aprire il solco teorico su cui basare la "via italiana al socialismo" tesa alla costruzione della democrazia progressiva.

Un'opera che, nel clima ideologico della guerra fredda, permise di difendere la continuità della cultura democratica progressista italiana, conquistando una generazione di intellettuali di cultura laica, storicista e umanistica.

Oggi Gramsci è studiato in tutto il mondo ma poco ricercato in Italia: un frutto avvelenato questo derivante dalla crisi profonda della sinistra che nell'occasione della presentazione della biografia scritta da D'Orsi si è cercato di affrontare anche a Savona.

giovedì 12 dicembre 2024

INCANCELLABILE MEMORIA: PIAZZA FONTANA

 

INCANCELLABILE MEMORIA: PIAZZA FONTANA di Franco Astengo

A poche settimane dalla morte di Licia Pinelli, dolorosa testimone e vittima di quei giorni bui non si può dimenticare : 12 Dicembre 1969, strage di Piazza Fontana (senza dimenticare un altro attentato a Roma, al Vittoriano, questo fortunatamente senza spargimento di sangue): si inaugura in Italia la “strategia della tensione”.

Nel frattempo, nel correre degli anni sono cambiate profondamente le cose attorno a noi ed oggi costatiamo, dolorosamente, che sul piano sociale, economico, soprattutto politico stiamo tornando indietro: a condizioni materiali di vita, nella possibilità di esercizio dei diritti, nella capacità di rappresentanza politica che avremmo creduto superate per sempre.



Ricordare oggi Piazza della Fontana deve significare, quindi,  mettere assieme, la testimonianza della nostra ricerca della verità e la nostra volontà di impegnarci, e lottare ancora per invertire la rotta non rinunciando all’idea di una società da ricostruire pezzo per pezzo, pietra su pietra, secondo gli ideali dell’eguaglianza , della solidarietà sociale, dell’internazionalismo.



In quel momento nessuno, o pochissimi, la riconosce: si segue la pista anarchica, Pino Pinelli viene “suicidato” da un balcone della questura di Milano, Pietro Valpreda arrestato.



Il Presidente Saragat plaude alla “cattura del mostro” ed il suo telegramma di felicitazione al Capo della Polizia è letto, al Telegiornale (senza uno e senza due, in quel momento) dal solito, ineffabile Bruno Vespa.



Si tratta del primo atto di una lunga striscia di sangue, di una serie di attentati fascisti che costelleranno la storia d'Italia degli anni'70-'80.



Ricordiamo la cupezza di quei giorni, la folla milanese che si stringe attorno alle bare delle vittime, i pochi giornalisti coraggioso, Camilla Cederna, Bruno Ambrosi, che cercano ostinatamente la verità, l'impegno del Comitato Antifascista milanese.



Soprattutto pensiamo al grande mobilitazione studentesca e operaia in atto in quegli anni: un lungo '68 che arrivò fino all'autunno caldo dell'anno successivo, appunto il 1969, grazie alla saldatura delle lotte tra operai e studenti.



Lotte che reclamavano non soltanto un diverso tenore di vita, il diritto allo studio e al lavoro, ma un'idea diversa di società democratica, di prospettiva per il futuro.



I fascisti (senza il neo) diretta progenie dell'attuale destra di governo che lavorarono per attuare quelle stragi intendevano fermare quel movimento, spezzare quella spinta, ricacciarci tutti indietro.



Seguirono poi anni difficili, nel corso dei quali imparammo quanto fosse difficile scoprire la verità, in mezzo a tentativi di colpi di stato, servizi segreti al “servizio” dell'eversione, coperture politiche ad altissimo livello.



Non abbiamo smesso però di cercarla quella verità ed ancor oggi, levando alto il nostro richiamo alla memoria, ci rivolgiamo a tutti i democratici: quel giorno fu spezzato un filo, svoltò un punto importante della storia d'Italia.






martedì 10 dicembre 2024

VENTO DELL'EST E VENTO DELL'OVEST

 

VENTO DELL'EST E VENTO DELL'OVEST di Franco Astengo


Vento dell'Est e Vento dell'Ovest stanno soffiando assieme nelle vele delle "democrature" mettendo in discussione le liberal-democrazie europee che si trovano in deficit di rappresentanza e di capacità decisionale.

Un momento di grande delicatezza per gli equilibri mondiali e di affermazione di sistemi che negano la separazione dei poteri classicamente intesa nello sviluppo della dottrina che aveva avuto origine da Montesquieu e dalla sua "L'esprit de lois".

Ci troviamo così nella necessità di difendere l'equilibrio costituzionale in una fase nella quale appare necessario ricostruire un pensiero al riguardo del cambiamento avvenuto nel concetto di potere.

Proviamo ad andare per ordine:

La concentrazione dello sviluppo tecnologico in funzione quasi esclusiva della comunicazione mediatica, collettiva e individuale, ha portato a uno spostamento nella percezione di quello che può essere definito “immaginario del pubblico” incidendo fortemente sui meccanismi di accumulazione del consenso e di conseguenza di espressione del potere che si realizza così  – appunto – attraverso l’immagine, al di là del campo di riferimento sia questo la politica, l’economia, lo spettacolo.

Così lo Stato legislativo ha ormai lasciato il posto allo Stato governativo che produce una sorta di “inflazione normativa” nella forma di decreti e decisioni particolaristiche (è sufficiente esaminare il lavoro del Parlamento Italiano nel corso degli ultimi trent’anni).

Nello stesso tempo la Magistratura ha svolto sempre di più funzioni di supplenza al riguardo della determinazione degli equilibri politici e degli stessi orientamenti legislativi, intervenendo addirittura  su temi di diretta pertinenza al riguardo delle fonti stesse di legittimazione delle sedi legislative: si pensi, in Italia, al tema della legge elettorale.

Inoltre i confini del potere politico appaiono confusi rispetto a quelli del potere economico: su questo punto è avvenuto, sempre per restare nell’ambito dell’Occidente e ancor più in specifico del “caso italiano”, una surrettizia (e non  completata) “cessione di sovranità” verso le istituzioni monetarie e finanziarie dell’Unione Europea (queste, tra l’altro, prive di una legittimazione politica complessiva che è proprietà soltanto del Parlamento Europeo, provvisto però di una capacità d’incidenza concreta molto limitata).

Uno spunto di riflessione ulteriore può essere suggerito, a questo punto, da un aggiornamento d’analisi al riguardo della teoria della “microfisica del potere” elaborata  a suo tempo da Michel Foucault per rispondere proprio all’evidenziarsi di quella “confusione tra i poteri” cui si è appena accennato.

La teoria del filosofo francese considera il potere come una risorsa che circola attraverso un’organizzazione reticolare.

Il potere non si concentra più al vertice ma si disperde nella società attraverso gli individui: è la tesi della “inflazione del potere” cui Luhmann risponde considerandola come fonte dell’ingovernabilità con la teoria della riduzione del rapporto tra politica e società, e di conseguenza con una  sorta di ritorno a forme “decisionistiche” di tipo quasi assolutiste

La presa d’atto, in sostanza, della necessità di un potere sovraordinato rispetto al venir meno di confini netti tra potere economico, politico, ideologico, tra poteri costituenti e poteri costituiti oppure ancora tra esecutivo, legislativo, giudiziario.

Sorge però a questo proposito una domanda cruciale: come potrà costituirsi, nel concreto, questo potere sovraordinato?

Una possibile risposta può venire proprio dall’analisi dell’attualità del caso italiano. Siamo di fronte infatti ad un esercizio del potere che avviene nella finzione di una messa in scena interpretata da un attore/attrice capace di interpretare il flusso degli strumenti mediatici (orientati, tra l’altro, sempre più verso il consumo individuale di notizie e di fittizi rapporti sociali e di trasmissione di idee).

Una finzione, quella attuata prima da Berlusconi poi da Renzi e adesso da Giorgia Meloni (sul modello Trump /Orban), sulla quale l’opinione pubblica si adagia avendo introiettato sul piano culturale l’idea della governabilità quale sola sponda possibile per l’esercizio della funzione politica e ricevendo in cambio il “via libera” a una sorta di “anarchismo diffuso” sul piano sociale esplicitato nell’assenza di regole e nel ritorno alla possibilità di esercitare una sorta di “potere privato” su chi si incontra sulla nostra strada in posizione subalterna.

Una nuova concezione del potere : “di finzione” sul piano del pubblico e “privato” nella concezione, ormai apparentemente egemone, dell’individualismo quale sola fonte di rapporto verso gli altri.

In queste condizioni non serve neppure più la concentrazione elettorale su di un soggetto esercitante potere monocratico (difatti il progetto di premierato elettivo appare abbastanza negletto).

Sono nati così fenomeni molto significativi che hanno dimostrato una crescita esponenziale del concetto di “personalizzazione” spinto quasi al limite del “divismo”, nel trionfo dell’apparire in luogo dell’essere e di una nuova forza dell’effimero nel nascondere la realtà complessa del potere reale.

Forse vale la pena riflettere al meglio su questi elementi di novità al fine di comprendere davvero ciò che sta accadendo attorno a noi.



sabato 7 dicembre 2024

CASSA INTEGRAZIONE ALLA BITRON: ANCORA SULLA CRISI INDUSTRIALE DEL SAVONESE

 

CASSA INTEGRAZIONE ALLA BITRON: ANCORA SULLA CRISI INDUSTRIALE NEL SAVONESE di Franco Astengo


Arriva anche in provincia di Savona l'effetto di gravissima crisi in atto nel settore automobilistico (che adesso chissà perché si chiama "automotive") dell'Europa Occidentale.

Una crisi dovuta essenzialmente a un complessivo ritardo tecnologico e a una politica di trasformazione finanziaria del complesso industriale: così lo stabilimento Bitron che si occupa di elettromeccanica (erede per li rami dell'antica e gloriosa Scarpa e Magnano) elargisce come regalo di Natale la cassa integrazione per 280 operai.

La provincia di Savona è di nuovo colpita nella sua residua struttura industriale a causa della marginalità delle imprese costrette in una funzione sussidiaria: com'è nel caso della SANAC e della Learh.

E' il caso allora di ribadire schematicamente alcuni punti:

 Cancellata colpevolmente la presenza industriale a Savona Città dallo scambio deindustrializzazione /speculazione edilizia il nodo più intricato del rapporto lavoro/territorio nell’area vadese e in quella della Val Bormida è stato rappresentato dal rapporto lavoro/ambiente emblematizzato da due vertenze storiche: quella ACNA durata decenni e diventata “caso europeo” e quella Tirreno Power. Assieme alla (altrettanto colpevole) dismissione di Ferrania dovuta alla miopia di quella dirigenza industriale in una fase di radicale trasformazione tecnologica del settore, le vicende ACNA e Tirreno Power hanno posto in evidenza il tema delle aree dismesse e del loro necessario riutilizzo e bonifica.

Il caso clamoroso rimane quello dell’ACNA.

Con questo intervento si trascurano, per ragioni di spazio, una serie di considerazioni che pure dovrebbero essere svolte al proposito di diversi argomenti (invecchiamento della popolazione, migrazione, fuga dei cervelli, importante presenza di piccola industria e artigianato).

Lo scopo di questo testo è soltanto quello di riavviare una discussione sui nodi di fondo: senza una presenza industriale adeguata, anche e soprattutto dal punto di vista della qualità tecnologica, non sarà possibile alcun rilancio: i servizi fuggono (logicamente) e il turismo è di secondo, se non di terz’ordine gestito corporativamente e in dimensione meramente speculativa (anche elettoralistica come abbiamo visto nelle recenti elezioni regionali) e in ogni caso settore sempre e comunque complementare in una situazione come la nostra e più in generale, siamo vicini, ma non siamo la Costa Azzurra (sul cui territorio comunque non sono rose e fiori) con forti sospetti di riciclaggio da parte di insediamenti di tipo mafioso.

L’idea sarebbe quella di riflettere su di una “vertenza industria” da supportare con un’adeguata capacità di programmazione, individuando settori e aree d’insediamento e sollevando il tema - decisivo - dell'isolamento del nostro territorio sul piano infrastrutturale stradale e ferroviario: isolamento da rompere lavorando soprattutto in funzione del rapporto tra la provincia di Savona e il Nord Ovest.

E' necessario ancora aprire un discorso riguardante l'area industriale di crisi complessa: fin dall'inizio (lo avevamo segnalato al momento dell'emanazione del decreto nel 2016) è mancata la comprensione dello strumento economico complessivo di riconversione del modello di sviluppo territoriale. La faccenda non ha funzionato (nonostante i proclami elettoralistici) perchè come è già stato segnalato da situazioni analoghe ci si è legati ad accordi di governance dove, ci venga scusato il gioco di parole, non si è mai governato. In particolare la Val Bormida è rimasta oggetto dell’intervento di crisi, come oggetto d’intervento su fondi e politiche d’immediata emergenza. Ma dove, alla lunga, i soggetti forti sono risultati altri, come la sinergia Regione -Invitalia, e dove i fondi reali appaiono fortemente vincolati dalle politiche del governo, senza che comparisse una qualche progettualità a livello locale.





venerdì 6 dicembre 2024

CENSIS 2024: IL NAZONALISMO SENZA NAZIONE

 

CENSIS 2024: IL NAZIONALISM0 SENZA NAZIONE di Franco Astengo

Di seguito si troverà una sintesi giornalistica delle principali proposizioni emerse dal rapporto del Censis 2024 presentato oggi 6 dicembre.

In precedenza siano consentite poche righe dettata da un'analisi personale:

1) il Censis ha fotografato un'Italia dove la politica, l'azione pubblica, il senso del collettivo ha ormai raggiunto il minimo storico almeno dal secondo dopoguerra in poi;

2) L'analisi di questa sintesi che presentiamo adesso ci dimostra che la passività sociale viene intesa e sfruttata come varco perché si apra il fianco a qualche avventura pericolosa, considerato anche il vento che spira per il mondo;

3) Dovrebbe essere fondamentale il recupero di alcuni concetti-base che tra l'altro stanno dentro per intero alla Costituzione Repubblicana nell'idea dell'uguaglianza, di una democrazia rappresentativa, di una partecipazione popolare al governo del Paese;

4) Alla frantumazione corrisponde quindi l'acquiescenza di massa nell'omologazione della perdita di valori che si verifica mentre si sta smarrendo il senso del "pubblico" in settori decisivi come il lavoro (in un Paese privo di struttura e di politica industriale) la scuola e la sanità che dovrebbero essere considerati non semplicemente come elementi del "welfare" ma come fattori fondamentali della coesione sociale;

5) questo governo punta su di un antistorico nazionalismo senza nazione puntando tutto sulla paura. L'idea di una Europa democratica sembra ormai smarrita dentro a una crisi profonda delle relazioni internazionali;

6) Tutti questi elementi giustificano ampiamente la tanto criticata affermazione sulla "rivolta sociale". Abbiamo bisogno urgente di una gramsciana "rivoluzione intellettuale e morale" tale da funzionare come presa di coscienza collettiva.


Ecco la sintesi come ce la stanno offrendo le principali fonti di stampa in queste ore:


"Si galleggia e ci si crogiola in una "sindrome italiana" che ci intrappola perché non si arretra e non si cresce. La fotografia del Rapporto Censis 2024 restituisce una stasi che nasconde anche opportunità, slanci che sarebbero dietro l'angolo. Sempre che si decida di non galleggiare, appunto, nel tradizionale problema solving all'italiana che, scrivono ancora quelli del Censis, non basta più. «Ci flettiamo come legni storti e ci rialziamo dopo ogni inciampo, senza ammutinamenti. Ma la spinta propulsiva verso l’accrescimento del benessere si è smorzata», si legge nel rapporto 2024 in cui si dice che negli ultimi vent’anni (2003-2023) ci si e impoveriti perché il reddito disponibile lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%. E nell’ultimo decennio (tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024) anche la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%.

In un flash: c'è più lavoro ma meno Pil, il settore del turismo è molto vivace mentre l'industria soffre nonostante l'aumento netto della produttività, manca personale in diverse realtà e il welfare è ipotecato.

Tutto questo succede mentre c'è un nuovo scenario mondiale e un nuovo scenario tecnologico «nei quali le barche non salgono e non scendono più tutte con la stessa marea». I ottengo men, i dimenticati che scontano la deindustrializzazione, non sono solo nel Midwest, l'ottimismo autentico, dell'era della globalizzazione arrivate ormai al capolinea. L'Italia sta attraversando profonde trasformazioni che, avverte il Censis, rischiamo di non padroneggiare al meglio. Soprattutto se si sceglie il galleggiamento senza meta di «sempre meno famiglie e imprese che competono», e che mano a mano saranno «sempre meno abili al galleggiamento». Ecco perché la fotografia del Censis assume i contorni di una trappola se si considera che l’85,5% degli italiani è ormai convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale."