lunedì 30 dicembre 2019

L'ANNO DEL TRASFORMISMO


L’ANNO DEL TRASFORMISMO di Franco Astengo
L’anno del trasformismo e non l’anno delle “Sardine”: questa la scelta (probabilmente controcorrente) per definire questo 2019 che se ne sta andando.
O meglio la “miseria del trasformismo” se ci riferiamo alle tante piccinerie che agitano oltre misura il sistema politico italiano: trasformismo inteso come conservazione di grandi e piccole porzioni di potere.
I riferimenti riguardanti l’esercizio del trasformismo in questo 2019 risultano chiari ed evidenti:
1)       Resta un esempio classico il passaggio di governo avvenuto nei giorni tumultuosi (almeno a giudizio dei media) del Ferragosto. Ancora una volta il trasformismo è rimasto lo strumento “classico” a rappresentare quasi un punto identitario nel sistema politico italiano. Beninteso, a partire dal connubio Cavour – Rattazzi realizzato nel Parlamento Subalpino fino all’ultima operazione giallo – rosa del Conte 2 le finalità del trasformismo di volta in volta d’occasione, possono anche risultare nobili e utili a sventare pericoli maggiori. Resta però il dato costante della manovra di palazzo che finisce oggettivamente a indebolire la credibilità del sistema soprattutto nel livello di giudizio generale circa la coerenza del ceto politico alimentando sempre e comunque il qualunquismo, altro male storico della società italiana a partire dalle sue classi dirigenti (il gramsciano “sovversivismo delle classi dirigenti”);
2)      Ancor più gravi, dal punto di vista dell’indebolimento del sistema, le molteplicità di scissioni che hanno caratterizzato questo 2019 sotto l’aspetto della vita parlamentare: scissioni che, in alcuni casi, si sono nuovamente avventurate sul terreno dell’impropria esaltazione di concetti personalistici seguendo modelli, tra l’altro, abbastanza tramontati nella visione dell’opinione pubblica;
3)      Si può sicuramente giudicare come un’operazione trasformistica di rilevanti dimensioni il mutamento di finalità e di denominazione della Lega passata dalla posizione separatista a quella nazionalista con vocazione sovranista. Data la necessità di ridurre la vecchia Lega Nord a una sorta di “bad company” attraverso la quale far finta di saldare i debiti accumulati con una precedente sciagurata gestione (del resto anche reiterata nel passato più recente) il passaggio al nazionalismo appare quanto mai strumentale e opportunistico al punto tale da consentirci di definire – appunto – l’intera operazione come trasformismo di basso profilo.
Tutti ricordano le tante scissioni del passato, a sinistra come a destra, ma non può non essere segnalato l’abbassamento radicale nei diversi “oggetti del contendere”.
Le scissioni si verificano a livello parlamentare, senza alcuna verifica nel territorio, sfruttando seggi parlamentari ottenuti soltanto attraverso l’automatismo della posizione in lista.
Ci troviamo ormai, in buona parte delle occasioni di questo tipo, nel pieno della soddisfazione dell’ipertrofia dell’ego.
Un sistema quello italiano all’interno del quale si notano profili bassi, ripicche sterili, incapacità di visione.
Tutto questo tramestio, fin qui descritto molto schematicamente, è oggettivamente fattore di conservazione allontanando dalla possibilità di definire obiettivi di cambiamento.
Servirebbe definire un traguardo di livello “sistemico” (come quello che fu fissato nell’Assemblea Costituente) andando oltre le differenze progettuali, programmatiche e anche di visione personale: essere all’altezza del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo.
Limitandoci al piccolo del sistema politico italiano (senza dimenticare il quadro europeo e quello più ampio a dimensione planetaria) l’occasione da cogliere dovrebbe essere quella di entrare davvero nella logica del cambiamento d’epoca rivedendo schemi e modelli e soprattutto valutando come l’esercizio della politica oggi sia ormai ridotto a mero esercizio comunicativo.
Il ritorno dell’esercizio politico a fatto di cultura e pensiero potrebbe rappresentare un traguardo di natura costituente attraverso cui ridefinire la natura di una visione “accettata” della democrazia.
Dal punto di vista di questo intervento la preoccupazione maggiore riguarda stato e condizione della sinistra principiando, sotto quest’aspetto, dalla necessità di coltivare e mantenere una “memoria storica”.
Il compito che spetta alla sinistra oggi deve essere quello di tradurre la memoria in una nuova identità per quanto possibile unificante rispetto alle divisioni del passato.
Un’identità da definire attraverso un’effettiva capacità di afferrare e affrontare la complessità di contraddizioni che la modernità ci sta presentando.
 Il nostro compito primario rimane quello di un’offerta di alternativa concreta al dominio della miseria della logica di scambio che adesso è contrabbandata come esercizio dell’agire politico.
L’alternativa allo stato di cose presenti dovrebbe rappresentare il livello di elaborazione e di proposta da raggiungere: un livello per il quale potrebbe ancora valere la pena di impegnarci per recuperare visione di senso e dimensione di partecipazione e di presenza.
Al di sotto non si può andare e non è proprio il caso di arrenderci al mercantilismo dell’oggi per l’oggi e all’idea dell’eterno presente.
 Appare assente infine una seria valutazione di quanto il trasformismo abbia pesato e stia incidendo sulla credibilità e sulla solidità del sistema.
Un sistema democratico la cui fragilità nel rapporto sociale dovrebbe rappresentare la prima preoccupazione per tutti i soggetti politici.

sabato 28 dicembre 2019

NOTA PER IL SEMINARIO "GRAMSCI - MATTEOTTI"


NOTA PER ILSEMINARIO "GRAMSCI - MATTEOTTI" di Franco Astengo
Il “Dialogo Gramsci – Matteotti – Manifesto politico per un nuovo ordine economico e sociale” ha compiuto il primo passo realizzando con successo un seminario svoltosi il 28 dicembre a Genova presso il Circolo Calogero – Capitini.
Il dibattito, molto partecipato, ha visto susseguirsi una serie di impegnati interventi che, interloquendo con la relazione introduttiva e il documento preparatorio, hanno posto complessi elementi di merito.
Sono state posti in luce anche temi sui quali sono emerse contraddizioni ed esigenze di approfondimento.
Al di là delle diverse provenienze di carattere ideologico e politico sono però emersi due punti di assoluta concordanza:
1) Sono da considerarsi superate quelle divisioni storiche in particolare tra comunisti e socialisti che per lungo tempo sono state giudicate come fondamentalmente divisive;
2) A sinistra il tema deve essere quello della “ricostruzione” e non di un semplice “rinnovamento”.
Debbono quindi essere avviati ulteriori elementi di confronto a vari livelli in modo da far emergere “diversità unificanti” nel comune riconoscimento della qualità delle fratture sociali in atto.
In questo modo potrà essere consentito l’avvio di elaborazione per un progetto di alternativa basato su di un programma che consenta a complesse presenze di sensibilità culturali, politiche e sociali di riprendere una tensione di riconoscimento comune.
Questo lavoro va svolto con un ampio respiro internazionalista, riconoscendo immediatamente gli esistenti pericoli al riguardo della pace nel mondo e scegliendo proprio l’opzione internazionalista come metodo decisivo per proporre un itinerario dei democratizzazione dell’Europa.
I punti sui quali avviare la riflessione possono essere così riassunti:
a) ritorno ad una concezione della politica come cultura in luogo del concetto semplificatorio di politica come semplice immagine e semplice comunicazione;
b) deve essere offerto un luogo di elaborazione politica nel quale affrontare il tema della ricollocazione delle fratture sociali superando l’intreccio tra “materialiste” e “post – materialiste” comprendendo come la classica “contraddizione principale” debba essere collegata in modo diverso dal passato con le nuove contraddizioni, da quella ambientale e quella di genere a quella dell’utilizzo del territorio e delle risorse;
c) il tema della democrazia deve essere considerato assolutamente prioritario, Preso atto che, a suo tempo, non è stata fornita una risposta politica al voto referendario del dicembre 2016, si pongono alcune questioni: il tema della legge elettorale per la quale nell’idea dell’equilibrio tra rappresentanza e governabilità si privilegia da parte nostra la scelta di una formula proporzionale ritenuta anche la più adatta a rilanciare la centralità del Parlamento; quello del valore della democrazia repubblicana considerata quale elemento di continuità con l’opera dell’Assemblea Costituente rifiutando etichette fasulle come quella di “Seconda o addirittura Terza Repubblica”; l’apertura di un fronte di discussione sul tema delle Regioni e degli Enti Locali.
Sotto questo aspetto sono alle porte importanti scadenze referendarie; nella consapevolezza della difficoltà di esprimere coerenza al riguardo delle nostre posizioni sul piano istituzionale deve essere confermato un impegno, nell’eventualità di occasioni di scontro referendario, attorno a scelte che sicuramente potranno essere giudicate impopolari e difficili da sostenere ma che debbono essere comunque portate avanti.
In più interventi sono stati sottolineati i pericoli di involuzione autoritaria che stanno emergendo all’interno di un sistema politico fragile come quello italiano.
La fragilità del sistema è necessario sia oggetto di particolare attenzione e riflessione da parte di tutti gli osservatori e attori presenti sulla scena politica.
In sostanza l’esito del seminario ci indica la possibilità di assumere una veste di coordinamento politico indicandoci due modalità di intervento:
1) quella dell’apertura di un dialogo tra tutti i soggetti esistenti a sinistra sia sul piano più propriamente politico sia su quello culturale , Un dialogo che deve essere svolto a partire da un confronto con alcune importanti associazioni che si rifanno proprio al patrimonio storico del comunismo italiano, del socialismo e del liberalsocialismo.
2) l’avvio di una serie di iniziative pubbliche là dove potrà essere possibile tenendo presente la proposta di svolgere a Roma un seminario di riflessione del tipo di quello svolto – appunto – a Genova.
Il nostro compito può essere identificato come momento avanzato di collegamento tra politica e cultura nell’ottica di una ricostruzione della presenza sociale, politica, istituzionale della sinistra italiana nel solco delle sue grandi tradizioni di riferimento sociale, di innovazione programmatica, di autonomia nelle scelte politiche.
Nel rispetto delle diverse provenienze intendiamo proclamare però il superamento di quegli elementi che, nella storia segnarono divisioni .
Non intendiamo limitarci ad un qualche recinto a sinistra, sia di governo, sia di opposizione richiamando la necessità del dilaogo e del confronto non certo in dimensione minimalista ma fondato su saldi elementi di identità e di autonomia che hanno segnato la nostra storia.
Va esaltata la prospettiva di un ritorno ad un lavoro comune, nel quale beninteso la ricostruzione di una soggettività non può certo essere considerata come parte secondaria.

martedì 24 dicembre 2019

RESISTENZA


RESISTENZA di Franco Astengo
“Storia della Resistenza” di Flores e Franzinelli edito da Laterza, uscito in questi giorni: un testo su cui riflettere in particolare sul suo elemento distintivo di fondo : di collocarsi oltre il fondamentale lavoro di Pavone d’inizio anni ‘90 .
Nel libro di Pavone (saggio sulla moralità della Resistenza) s’individuavano 3 livelli di Resistenza: quella della Liberazione nazionale, quella del riscatto sociale e quella della guerra civile.
Il lavoro di Flores e Franzinelli è percorso, invece, da un filo rosso: quello di considerare come guerra civile la fase compresa tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 .
Una guerra civile percorsa da una categoria di fondo, quella della “non legittimità” nell’origine del potere statuale del fascismo e quindi dalla necessità “storica” del combattere quel potere distinguendo tra Nazione (Patria) e Stato.
Il ventennio era stato così percorso da una lotta antifascista sicuramente minoritaria nei numeri e i cui protagonisti anch’essi divisi nelle opzioni ideali proprio secondo lo schema poi usato da Pavone.
Al momento dello scoppio della guerra era entrata in scena, nella coscienza di molti, la categoria del “tradimento”: tra grandi tormenti ideali infatti l’antifascismo italiano era stato percorso dalla convinzione che fosse necessaria la sconfitta militare per eliminare il fascismo.
I comunisti(e anche gli azionisti, mi pare) non nutrirono dubbi al proposito (alcuni, pur nel dramma, tirarono un sospiro di sollievo quando iniziò l’operazione Barbarossa) ma in altri settori dell’antifascismo sicuramente il problema si pose.
La questione del “tradimento” entrò potentemente nel dibattito dell’epoca alla data dell’8 settembre: la “fedeltà” era posta su tre piani, quella della continuità antifascista per chi l’avesse conservata con coerenza durante il ventennio, quella del mantenere il giuramento al Re (nonostante la fellonia della fuga), quella di stare dalla parte della “Nazione (Patria) ” che era stata e tornava ad essere quella fascista.
Una generazione intera si trovò di fronte ad un vero e proprio “spartiacque morale” e dopo vent’anni di fascismo ci fu chi trovò intelligenza e coraggio per compiere una scelta che poteva anche essere considerata come contraria alla Patria.
Esaminando i vari aspetti riguardanti le scelte e le opere resistenziali Flores e Franzinelli affrontano questo quadro con grande vigore: anche i punti che, sotto l’aspetto di una certa agiografia possono essere considerati come “scomodi”sono valutati tenendo sempre ben conto l’elemento della reciprocità dell’accusa di aver tradito lanciata da entrambe le parti in lotta.
L’appoggio all’invasione tedesca è la ragione per la quale la Repubblica di Salò non può essere considerata parte della continuità dello Stato: aver intuito questo elemento contribuendo al riconoscimento del governo Badoglio come governo legittimo nella linea di prosecuzione dell’identità statuale è stato il grande merito del CLN (o almeno della maggioranza dei suoi componenti) e della “svolta” togliattiana.
La scelta del riconoscimento del governo Badoglio e la formazione della Resistenza consentirono una rilegittimazione dello Stato assolutamente decisiva per l’avvenire, anche se la legittimazione della Patria fu conquistata soltanto al momento della Liberazione delle grandi città del Nord da parte dei partigiani
Non si tratta di una distinzione capziosa: il 25 aprile Stato e Patria si ricongiunsero ponendo le basi per la formazione di una democrazia posta al di fuori da un binario di mera prosecuzione con quello che era stato l’antico Stato liberale frutto dell’incompleto Risorgimento (come ben intuito da Gramsci nei “Quaderni”).
L’esito del 25 aprile consentì di ricostruire la democrazia e arrivare nel giro di pochi mesi a libere elezioni nel marzo – aprile 1946 quelle amministrative, il 2 giugno elezioni per l’assemblea costituente e referendum istituzionale.
Le contraddizioni non mancarono e il testo di Flores e Franzinelli ne esamina alcune particolarmente significative ma rimane il dato prevalente di uno Stato ricongiunto alla Nazione (Patria) che poteva ben essere considerato, a questo punto, come sorto dalla Resistenza.
A questo punto però sorge una domanda rivolta nel senso di approfondire il concetto di rilegittimazione dello Stato.
La Repubblica è nata solo dalla Resistenza, sciogliendo il nodo del “tradimento” oppure anche dalla crisi del tipo di “Stato – Nazione” (Patria) costruito dal fascismo?
La crisi del fascismo colpì più la nazione (Patria) che lo Stato di cui molto fu conservato: l’Italia è stata com’è ben noto, zona di frontiera tra il blocco occidentale e quello orientale, ed è stata attraversata al suo interno da una sorta d’invisibile confine che ne ha condizionato lo sviluppo democratico addirittura dividendo il sistema politico in due sottosistemi: l’arco costituzionale e l’arco di governo al riguardo del quale vigeva la “conventio ad excludendum” rivolta agli opposti estremismi anche se PCI e MSI furono di volta in volta associati alla maggioranza (Governo Tambroni 1960, governo Andreotti 1978).
Il tipo di democrazia repubblicana disegnato dalla Costituzione fu pensato come adatto a quel tipo di situazione mentre al momento della caduta del Muro si era ritenuto che ormai si potesse superare quel tipo di assetto e riunificare il sistema politico “sbloccandolo”.
Invece il tema della rilegittimazione dello Stato e la differenza tra il concetto di Stato e quello di Patria erano ancora d’attualità e non risolvibile in una prospettiva sovranazionale come molti avevano ritenuto potesse essere possibile.
Oggi si può dire che tutto sommato è ancora valido il tipo di mediazione raggiunto dai grandi partiti di massa prima tra l’8 settembre e il 25 aprile e poi tra il 25 aprile 1945 e il 18 aprile 1948.
Una mediazione tutto sommato ancora valida perché la Repubblica è quella nata dalla Resistenza riunificando con grande difficoltà e molte incertezze Stato e Nazione (Patria).
La sparizione dei partiti che avevano realizzato, essenzialmente attraverso il lavoro della Costituente, quel momento unitario non ha lasciato comunque nessuna nuova possibilità di legittimazione per un’eventuale “Seconda Repubblica” che si era pensato di fondare modificando il sistema elettorale e aderendo al processo di presunta unificazione europea sull’onda dell’euforia del grande equivoco della “fine della storia”.
La Resistenza come fatto fondativo e costituente invece non ha avuto eredi stati e l’eterna transizione che è seguita all’89 ne è ancora testimonianza.
Tentare di modificare quest’assetto primario magari cambiando la Costituzione ha via via causato una fragilità del sistema che dovrebbe rappresentare l’immediata preoccupazione di un ceto politico sempre più in difficoltà nella sua capacità di esprimere assieme identità per i diversi soggetti e valori riunificanti che rendano Stato e Nazione (Patria) credibili agli occhi delle nuove generazioni.

lunedì 23 dicembre 2019

ALTERNATIVA E RIFORMISMO

ALTERNATIVA E RIFORMISMO di Franco Astengo
Documento preparatorio per il seminario per il quale si rinnova l’invito:
sabato 28/12/2019 con inizio ore 10,30 sede del Circolo Capitini Calogero Vico Sant'Antonio 5/3A – GENOVA (traversa Palazzo Reale - Via Balbi) SEMINARIO " IN NOME DELLA COSTITUZIONE DIALOGO GRAMSCI-MATTEOTTI: Manifesto politico per un nuovo ordine economico e sociale" "su iniziativa di FRANCO ASTENGO E FELICE BESOSTRI "per info: e mail: luigi@fasce.it/cell. 3391904417.

Mi rivolgo alle compagne e compagni che si presume siano interessati a una fase di ricostruzione della sinistra anche come proposto dal “Dialogo Gramsci /Matteotti” che avvierà il suo percorso con il seminario di Genova di cui all’invito sovraesposto.
  Seguiranno senz’altro altri appuntamenti nei primi mesi del 2020.
Attraverso diversi documenti preparatori abbiamo cercato di porre alcuni temi all’ordine del giorno: in quest’occasione aggiungo uno spunto di riflessione che mi pare degno di essere preso in considerazione.
Prendo spunto da un passaggio tratto dal testo di Umberto Gentiloni Silveri “Storia dell’Italia contemporanea 1943 – 2019” uscito recentemente per “Il Mulino”.
Vi si legge, infatti, a proposito del “primo” centro sinistra, richiamando la celebre “Nota aggiuntiva al Bilancio” di Ugo La Malfa (1961):
“…Un punto che non si consolida, non riesce a intaccare resistenze e conservatorismi. Poche settimane dopo , la nazionalizzazione dell’energia elettrica sembra un esito immediato del confronto che attraversa le forze politiche. Ma gli effetti a uscire dalle emergenze allungando lo sguardo oltre la sopravvivenza di un incerto quadro politico non avrà grandi fortune. Una ferita profonda che non sarà facile rimarginare. Il peso di un riformismo debole, fugace, incoerente. O se spostassimo la prospettiva e il punto di osservazione, l’incapacità delle classi dirigenti di far fronte a emergenze e interventi che vanno all’ordine del giorno, diventano urgenti e necessari, ma non abbandonano la sfera degli auspici o delle buone intenzioni più o meno condivise. Così facendo le debolezze del centrosinistra assumono un duplice significato che rafforza la centralità di una lunga stagione nel cammino della Repubblica. Il primo dato investe il rapporto contradditorio tra società e politica,ha inizio una silenziosa separazione, una divaricazione che si tramuterà nel corso del tempo in un’incomunicabilità o in un conflitto manifesto. Le speranze di trasformazione rimasero deluse e inespresse e quindi iniziarono a sedimentare rimorsi, aspirazioni impossibili, distanze crescenti tra sogni e realtà. In secondo luogo, i riflessi di lungo corso del riformismo mancato, dell’incapacità di intervenire sui progetti in cantiere, sugli interventi concreti che avrebbero dato a una stagione così laboriosamente preparata uno spessore più significativo”.
Un passaggio molto significativo perché vi s’individua, fin dal primo centro sinistra, una debolezza dell’ipotesi riformista che ha sempre accompagnato la storia del nostro Paese.
Debolezza che ha causato fin dagli anni’60 quello scollamento tra società e istituzioni via via progressivamente allargatosi in presenza del fenomeno definito (già in quei tempi) da Maranini come “partitocrazia”.
Tralascio i successivi passaggi che tutti i miei interlocutori ben conoscono a partire dal “blocco “ del sistema causato dalla contrapposizione bipolare nel mondo e via via gli altri fenomeni che in coda alla globalizzazione ci hanno portato alla situazione attuale.
Una situazione di estrema debolezza sistemica, come si cercherà di analizzare ad affrontare propositivamente nel corso del seminario di cui all’invito.
In quest’occasione mi permetto un solo richiamo posto proprio in relazione al testo sopra riportato: qualunque discussione si voglia impostare sul tema della ricostruzione della sinistra si dovrà tener conto di due fattori:
1)      La priorità assoluta che assume in questa fase il tema della “ debolezza sistemica” del “caso italiano”. Una debolezza che potrà essere affrontata soltanto il recupero di un’offerta di autonoma soggettività da parte della sinistra: autonomia sul piano ideale, culturale, politico da mettere in gioco sul piano di una proposta complessiva di una sinistra innovativa ma capace di richiamarsi ai punti più alti della sua storia:
2)      L’autonomia della sinistra dovrà essere rivolta alla costruzione di un progetto di alternativa(non trascurando il discorso delle alleanze) all’interno di un perimetro ben definito: quello del tipo di democrazia repubblicana dettato dalla Costituzione.
Pensare di metterci in moto sul piano politico per obiettivi diversi magari schiacciati sul politicismo immediato sarebbe inutile e smentirebbe quel richiamo alla preveggenza analitica che sta in quel messaggio che intendiamo lanciare richiamandoci al lascito politico di figure come quelle di Gramsci e Matteotti.