PENSIERO DEBOLE E PENSIERO FORTE
di Franco Astengo (questo intervento è propedeutico al seminario di cui si
unisce invito:
sabato
28/12/2019 con inizio ore 10,30 sede del
Circolo Capitini Calogero Vico Sant'Antonio 5/3A – GENOVA (traversa Palazzo Reale - Via Balbi) SEMINARIO " IN NOME DELLA
COSTITUZIONE DIALOGO GRAMSCI-MATTEOTTI: Manifesto politico per un nuovo ordine
economico e sociale" "su iniziativa di FRANCO ASTENGO E FELICE
BESOSTRI "per info: e
mail: luigi@fasce.it/cell. 3391904417.
Le accuse di “passatismo” e di “residualità” hanno colpito, nel corso di
questi ultimi anni, i sostenitori di una “qualità dell’agire politico” basata
su di un’idea di rapporto con le concrete contraddizioni sociali, privilegiando
un corretto intreccio tra rappresentatività e governabilità, basando l’azione
sulla capacità organizzativa di partiti
fondati sul radicamento di massa, l’agire collettivo, la democrazia interna,
prediligendo un sistema elettorale proporzionale e un’idea “redistributiva”
delle politiche pubbliche basata sull’intervento pubblico in economia e il
“welfare state” di tipo universalistico.
Tutte idee che vengono da lontano, appartengono alla storia e alla
tradizione della sinistra europea (ricordiamoci sempre del livello europeo,
facendo attenzione però a non fare dell’eurocentrismo una sorta di feticcio)
nel quadro di un pensiero “forte” di stampo occidentale.
Idee sulla base delle quali andrebbe proposta la ricostruzione di una
soggettività politica che superi arcaiche divisioni a sinistra, com’è nell’intento
dell’apertura di confronto che si propone con il “Dialogo Gramsci /Matteotti”.
A guardare le dinamiche che
percorrono il sistema politico italiano sia nei luoghi del potere sia in
improvvisati raduni di piazza la modernità sembra, invece, essere incarnata da
una sorta di “Razionalismo astratto”.
I risultati concreti paiono non
interessare, li si mistifica sotto il velo di una propaganda anche grossolana
in presenza di movimenti e di soggetti
politici costruiti esclusivamente in funzione del meccanismo dell’“individualismo
competitivo”.
Così sono stati distrutti i corpi intermedi e il governo, al di là dei
colori di riferimento, sta svolgendo, in sostanza, une funzione di tipo
neo-corporativo.
Poco si riflette su di un percorso compiuto dall’insieme delle forze
politiche nel pensiero teorico, partendo dal rapporto stilato da Francois
Lyotard nel 1979 per conto dell’Unesco (“La condizione postmoderna”), laddove
si sosteneva come fossero giunte al capolinea le metanarrazioni che nella
modernità avevano cercato di dare un senso unitario alla realtà: l’illuminismo,
l’idealismo, il marxismo.
Jurgen Habermas si accorse subito della china che avrebbero preso le cose
e avanzò una critica serrata al “pensiero debole” individuandone gli obiettivi
che erano quelli della superficialità culturale e del disarmo etico.
Quanto abbia pesato il prevalere di questo “pensiero debole” post-moderno
sulla realtà politica, in particolare all’interno del “caso italiano” è sotto
gli occhi di tutti e non vale la pena di soffermarsi più di tanto.
Anche a sinistra, però, il “pensiero debole” ha sfondato sulla qualità
dell’agire politico dei soggetti apparentemente schierati da quella parte
all’interno del sistema politico italiano, dando origine, sia a un tipo
d’ibridazione della soggettività che appare del tutto paralizzante sul piano
pratico, come dimostra la scelta fatta del governo assieme al M5S.
Movimento 5 stelle che rappresentano l’espressione compiuta di un
“relativismo politico” appoggiato proprio sul “pensiero debole” (non a caso con
un ricasco sull’idea della “decrescita felice”
Il “relativismo politico” fondato sul “pensiero debole” è il punto di
comunanza tra M5S e “sardine”.
Non a caso le “sardine” sono
appoggiate da un lato da forze residuali di settori del cattolicesimo
democratico e dall’altro – neppure troppo paradossalmente – da fautori del
pensiero sulle “moltitudini” e da movimentisti ex-Lotta Continua.
Dal nostro punto di vista si tratta, allora, di individuare prima di
tutto in una ripresa del “pensiero forte” un filone di razionalità concreta e
di realismo storicista.
Proprio che da lì si dovrebbe
ripartire quando si pensa al “ricominciamo” a sinistra.
La prima
proposta che, si può avanzare sul piano teorico, è quella del passaggio dal
"pensiero debole" al "pensiero forte".
Serve una nuova concezione dell'ideologia, da cui non scaturisca né una teoria della dittatura, né una teoria contrattualistica della democrazia, ritornando all'idea che la politica non debba avere come "oggetto" soltanto il potere.
Un’ideologia che proponga, invece, una critica della concezione della politica quale mera sfera della mediazione e della rappresentatività con un’interpretazione attiva del rapporto tra struttura e sovrastruttura .
Un rapporto,quello tra struttura e sovrastruttura profondamente
modificatosi, in questi ultimi tempi, soprattutto a causa dell'innovazione
tecnologica sul terreno della velocizzazione dell'informazione e, di
conseguenza, di profondo cambiamento dell'antico meccanismo della
globalizzazione economica, culturale, sociale.
Il
cambiamento nel meccanismo della globalizzazione e l’entrata in scena di nuovi
attori sul piano mondiale ha così provocato la reazione isolazionista fondata
sul rifiuto della cessione di sovranità da parte dello “Stato Nazione” e la
(stupida) riaffermazione identitaria.
Deve essere
introdotta, a questo proposito, una nuova concezione della soggettività
"non presupposta ma posta; non individuale ma collettiva", puntando
alla costruzione di un "blocco storico", da realizzarsi proprio
attraverso le categorie d'uso della politica (dizione riunificata, a livello
europeo, delle tre versioni anglosassoni di policy, politcs, polity), allo
scopo di esprimere l'unità di un processo storico reale, quale soluzione non
speculativa del rapporto d’implicazione tra economia, politica e storia
realizzando così il momento egemonico della volontà politica.
Un filone
colpevolmente trascurato nell’itinerario teorico e politico della sinistra
italiana fin dalla fine degli anni ’80 e che, invece, proprio in questa fase
vale la pena di riprendere appieno.
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