Per porre le basi della costruzione di una nuova soggettività dei comunisti e della sinistra d'alternativa, fondata sui tre elementi che continuiamo a ritenere fondativi di questo progetto: autonomia teorica e d'iniziativa, alternativa di società in termini anti-capitalistici e opposizione allo stato di cose presenti.
venerdì 30 gennaio 2026
TRA ETICA E ESTETICA: LO SMARRIMENTO DELLA POLITICA
TRA ETICA E ESTETICA:LO SMARRIMENTO DELLA POLITICA di Franco Astengo
La presentazione del numero di "Critica Marxista" dedicato ad Aldo Tortorella, svolta ieri 29 gennaio a Genova, non ha fornito semplicemente un'occasione di incontro tra personalità politiche che hanno attraversato le temperie del '900 in particolare sulla frontiera del PCI e neppure ha costituito soltanto l'occasione per ascoltare relazioni brillanti ed impegnate (Roberto Speciale, Mattia Gambilonghi, Marco Doria, Vincenzo Vita) .
Relazioni misurate ad esplorare soprattutto l'insieme del (disastrato) rapporto tra politica e cultura; quella connessione che aveva rappresentato la "stella polare" dell'agire politico di Tortorella come dell'insieme di una intera generazione di dirigenti e militanti della sinistra italiana.
Se vogliamo inquadrare seriamente il senso complessivo del dibattito svolto allora dobbiamo usare la categoria dello "smarrimento della politica" ed entrare nel merito dello sforzo compiuto per ricercare le cause profonde: cause profonde la cui analisi potrebbe rappresentare un vero contributo per una ricostruzione di senso che appare difficile ma necessaria ed urgente.
Abbiamo registrato, infatti, lo scompaginarsi di tutte le categorie e di ogni individuazione di “frattura sociale”, in un affastellarsi di contraddizioni al riguardo delle quali è mancata una capacità di lettura e di proposta politica.
In Italia, lo scioglimento dei grandi partiti di massa su cui si era appoggiata la fase della ricostruzione post – bellica, ha reso particolarmente accentuato il divario tra esercizio dell’autonomia del politico ed evolversi delle dinamiche sociali.
A questa considerazione si può aggiungere che, nel tempo, è mancato il rimprovero più severo che poteva essere rivolto ai protagonisti di quei "fraintendimenti dell'etica marxiana" che avevano dato origine agli inveramenti statuali del '900: quello del tradimento dell'Utopia.
Dimenticando che U-topos significa “luogo che non c’è”. Se non c’è, però è soltanto perché non lo si è trovato e, dunque, bisognerebbe continuare a cercarlo, senza far sfoggio di ottimismo ma anche al di fuori dal ripiegamento da un pessimismo passivo.
Forse è il caso di esaminare più a fondo la materialità del crollo di molte parti dell’ “involucro politico” dentro al quale abbiamo vissuto le nostre esistenze di militanti.
“L’agire politico”, ben oltre le regole dettate dalla politologia ufficiale,si è infatti trasformato in un confronto ristretto tra l’etica e l’estetica.
Da un lato oggi, almeno nel dilaniato Occidente capitalistico, appare, infatti, egemone il rapporto tra l’estetica e la politica.
L’estetica intesa come “visibilità” del fenomeno politico portato nella dimensione pubblica.
Una “forma del politico” laddove anche la più stridente contraddizione rimane “sovrastruttura” e il pubblico può essere oggetto soltanto di un processo di una gigantesca “rivoluzione passiva".
Un’estetica il cui obiettivo è quello dell’ anestetizzazione del “dolore sociale”.
Una “anestetizzazione del dolore sociale” mantenuta, nel caso di reazioni impreviste, attraverso la repressione immediata delle eventuali insorgenze (individuali e collettive).
Il confronto, però, a questo punto non può davvero che avvenire tra l’estetica e l’etica: l’etica intesa come il termine che designa le regole della condotta umana relativamente alla sfera del dovere, di ciò che è giusto/lecito fare, contrapposto a ciò che è ingiusto e/o illecito.
E’ soltanto attraverso il filtro dell’etica che può essere consentito di guardare alla politica attraverso un costante confronto critico.
La nostra tradizione ci dice , però, che i rapporti tra etica e politica non possono essere soltanto necessariamente conflittuali, perché l’etica può ricevere una incarnazione teorica nello Stato (Hegel) o nella classe oggettivamente rivoluzionaria (Marx): nelle forme, cioè, che apparivano allora mature del divenire storico.
Come abbiamo visto l’esito del ‘900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è stato risolto.
Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del “governo” poiché proprio l’esito del ‘900 ha posto il problema di verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali degli altri).
Estensione dei diritti nel senso di allargamento delle libertà o ricerca dell'uguaglianza nel nome dell'Utopia? Proprio attorno a questo interrogativo conserviamo il lascito più pregnante che ci ha lasciato proprio Aldo Tortorella.
Le risposte non possono star dentro al vecchio recinto della ricerca sulla priorità delle contraddizioni ma nella ripresa del confronto tra etica ed estetica.
Ricostruire, perché è il caso di ricostruire, l’idea dell’etica pubblica intesa come idea portante dell’esistenza di criteri morali cui dovrebbe ispirarsi l’azione pubblica, l’agire politico,quella “democrazia pubblica” che riguarda la conduzione della vita dei cittadini.
Una riconnessione , in sostanza, che deve avvenire tra principi ispiratori e pratica corrente: ciò che oggi sembra proprio essere venuto a mancare anche nelle stesse proposizioni di una filosofia politica unicamente legata all’estetica che ci appare non solo egemone ma addirittura dominante in una notte nella quale “tutte le vacche sembrano nere” anche perché attorno a noi spirano venti di guerra.
domenica 25 gennaio 2026
NO ALL'ICE POLIZIA RAZZISTA
NO ALL'ICE POLIZIA RAZZISTA DI Franco Astengo
Non è vero quello che sostiene il ministro Piantedosi sulla sicurezza degli atleti nelle prossime Olimpiadi Invernali che va data libertà ai diversi stati di provvedervi utilizzando i propri organi di sicurezza.
Bisogna saper dire "NO" e fare di questo "NO" una vera e propria campagna politica al riguardo della presenza degli agenti dell'ICE statunitense sul suolo italiano.
Come dimostrano i violenti fatti che stanno accadendo non solo a Minneapolis l'ICE è un organismo di insicurezza, che ha come missione l'espressione di un razzismo che ha comunque sempre fatto parte delle "stimmate" poliziesche made in USA.
Importazione del razzismo, altro che esportazione della democrazia.
Ciò avviene perché la democratica America, così come tante altre parti del mondo, è considerata come un “regime” da quella che mi permetto di considerare come la sua minoranza più importante.
Un”regime del razzismo”.
Razzismo come sfruttamento, razzismo come crescita dalla disuguaglianza, razzismo come esclusione politica, razzismo come estrema marginalizzazione sociale.
Un “regime del razzismo” diverso dal “regime razzista” apparentemente sconfitto nel caso dell’apartheid sudafricana.
Una apartheid che continua però nella forma feroce delle disuguaglianze sociali.
Una apartheid accentuata nella sua violenza dalla repressione di marca trumpiana.
Qui si apre ancora il discorso dell’intreccio delle fratture da realizzare attorno a quella eterna dello sfruttamento.
Sul razzismo però si apre un interrogativo: può essere considerato sfruttamento oppure “condizione umana”?
La riflessione si può ampliare all’insieme delle democrazie mature che tengono dentro il loro “ubi consistam” tante forme di razzismo, compresa quella della differenza di genere.
Anche la differenza di genere può essere considerata “condizione umana”?
Fin qui banalità ma veramente ci troviamo dentro a un fluire della storia nel corso della quale si erge a regime il dominio della differenza più forte che decide di farsi riconoscere quale “totus” escludendo gli altri ed evocando la propria insindacabile supremazia, per via del colore della pelle o dell’essere maschio piuttosto che femmina.
Flavio Baroncelli (che megli USA aveva insegnato) scrisse qualche anno fa, proprio durante un suo soggiorno USA per ragioni di cura prima di lasciarci prematuramente “il Razzismo è una gaffe”: credo che quel titolo debba essere idealmente corretto con “Il Razzismo ormai è un Regime”.
Un Regime oppressivo e totalitario perché fenomeno espressione di un modo d’essere prima ancora che fatto culturale e politico .
sabato 24 gennaio 2026
SONO MANCATI FERNANDO MURIALDO E CLAUDIO TAGLIAVINI
SONO MANCATI FERNANDO MURIALDO E CLAUDIO TAGLIAVINI
La comunità della "sinistra storica" savonese ha subito, in poche ore, due lutti importanti: ci hanno lasciato Fernando Murialdo e Claudio Tagliavini.
Murialdo, di estrazione cattolica, insegnante di lettere, finissimo poeta era arrivato alla politica con l'ondata di partecipazione dei primi anni'70 contrassegnata nella nostra Città dall'esperienza dei consigli di quartiere, precedente a quella istituzionlizzata delle Circoscrizioni.
Murialdo era presidente del consiglio di quartiere di Oltreletimbro nel corso della "prova del fuoco" per la democrazia savonese rappresentata dalla vigilamza antifascista nel periodo drammatico degli attenti dinamitardi dell'inverno 74–75.
Murialdo aveva poi aderito alla Sinistra Indipendente, il gruppo organizzato da Giovanni Burzio uscito dal PSI osteggiando la maggioritaria linea teardiana: la Sinistra Indipendente era rappresentata da un gruppo di intellettuali dal grande rigore morale che fece valere il proprio peso nel difficile frangente della "questione morale" degli anni'80. Murialdo fu eletto al Consiglio Comunale assieme all'avv. Carlo Trivelloni vero protagonista di quell'epoca con i suoi scritti (ricordiamo la relazione sulla P2) e i suoi interventi. Murialdo e Trivelloni si distinsero nell'appoggio al monocolore PCI nato dopo l'arresto del boss piduista Teardo: Murialdo fu poi confermato in consiglio per la tornata amministrativa 1985-1990 e anche in questo caso si trovò ad affrontare un'altra crisi provocata dai socialisti che avevano abbandonato la giunta guidata da Bruno Marengo: il suo voto e quello dei consiglieri del PRI consentì di concludere la tornata amministrativa realizzando opere importanti come la ristrutturazione della fortezza del Priamar.
Claudio Tagliavini era stato nel calcio savonese un ottimo difensore con Gloria e Villetta: politicamente cresciuto nella FGCI aveva poi ricoperto importanti incarichi nel PCI, fra i quali quello di segretario della sezione "Libero Briganti" del quartiere di Villapiana, rappresentante del quartiere operaio più significativo della nostra Città, il quartiere della "Scarpa e Magnano" una fabbrica davvero politicamente di élite, dai cui quadri provennero due sindaci: "Drin" Aglietto e Amilcare Lunardelli.
Claudio era stato poi eletto consigliere nella II circoscrizione: era rimasto un convinto "comunista italiano" sorto alla politica con Togliatti e maturato con la segreteria di Enrico Berlinguer. Si era opposto alla svolta occhettiana non tanto in nome di un rigorismo antistorico ma perché vedeva smarriti i caposaldi del radicamento sociale del partito e su questo interveniva spesso: aveva aderito con entusiasmo alla proposta del "Rosso non è il Nero" ritrovandovi - sue parole - quello spirito di analisi critica che gli sembrava smarrito nelle formazioni politiche. Fino a quando le condizioni di salute gli lo avevano permesso non aveva mancato di farci avere il suo contributo di esperienza, saggezza politica, presenza assidua.
La sua compagna di vita e di militanza Maria Rita Zanella (una delle prime donne segretarie di sezione del PCI savonese) ricorda che l'estremo saluto per Claudio si svolgerà nella sala della Cremazione del cimitero di Zinola lunedì 26 p.v. alle ore 15.
Franco Astengo
giovedì 22 gennaio 2026
FUNIVIE: IL DISPREGIO PER IL LAVORO
FUNIVIE: IL DISPREGIO PER IL LAVORO di Franco Astengo
La notizia è quella del ritrovamento nei boschi tra Savona e la Val Bormida di 15 cassonetti della funivia Savona - San Giuseppe trovati a terra nell'incuria più totale verso quello che è stato uno dei pezzi più importanti della trasportistica per via aerea a livello europeo.
La funivia Savona - San Giuseppe è stata e poteva continuare ad essere non solo un monumento di ingegneria (non ne ricostruiamo qui la storia per ragioni di economia del discorso) ma una delle principali fonti di ricchezza del nostro porto.
La caduta di due piloni avvenuta nel novembre 2019 a causa di un fortunale di acqua e vento ne ha causato la pratica dismissione, favorendo il trasporto su gomma inquinante e pericoloso : i lavoratori addetti all'impianto sono stati abbandonati e le ipotesi di recupero e di ripristino oggetto di schermaglie varbali senza frutto tra Regione e Ministero con i sindacati vanamente protesi a cercare di far comprendere l'importanza del caso e la necessità di investire ancora per il recupero dell'impianto.
Una vera e propria sagra verbale che si sta concludendo con una necessaria presa d'atto della trascuratezza con cui le istituzioni trattano l'idea che il lavoro debba essere ancora l'asse portante della vita della nostra Comunità.
Il lavoro vivo viene invece disprezzato e questa incuria che prelude all'abbandono totale è la dimostrazione di questo disprezzo: il tutto sacrificato all'interesse di qualcuno (nel frattempo al porto di Savona si sono verificati importanti movimenti societari, acquisizione di rami d'impresa, ecc,ecc).
Un ulteriore segno di arretramento, di tentativo di mettere in un canto le nostre realtà produttive (l'idea poi di collocare un retroporto in Val Bormida relegandola ad area di servizio è davvero un segno di miopia e di incapacità da parte della Regione Liguria) che deve essere respinto in toto dalle istituzioni savonesi, dai sindacati, dalla cittadinanza del comprensorio: comprensorio che, ripetiamo per l'ennesima volta, deve comprendere il comune capoluogo, quelli circonvincini e quelli della Valle Bormida stabilendo assieme le coordinate per una ripresa di sviluppo fondata sulla produzione e sul lavoro.
Abbiamo bisogno di una crescita nell'innovazione tecnologica, di essere all'altezza delle sfide future, di sviluppo non colonizzato: l'abbandono della funivia, il privilegio del trasporto su gomma, l'arretratezza nella quale sono tenuti gli snodi ferroviari vitali per Savona e il suo comprensorio sono segnali negativi tra i quali quello dei 15 cassonetti caduti e abbandonati ci ha particolarmente colpito.
mercoledì 21 gennaio 2026
DEMOCRAZIA PARLAMENTARE
DEMOCRAZIA PARLAMENTARE di Franco Astengo
"C'è poco da difendere, la democrazia va ricostruita": il Manifesto (21 gennaio) titola così un articolo di Filippo Barbera che presenta il convegno di Genova organizzato tra il 23 e il 25 gennaio dal "Forum Disuguaglianze e Diversità sotto l'insegna "Democrazia alla prova".
L'obiettivo, almeno secondo l'autore dell'articolo è quello della "possibilità di affrancarsi dal quadro rassicurante ma asfittico degli ideali astratti da difendere, dei valori perduti da restaurare e della partecipazione che non c'è più".
Più avanti si aggiunge "continuare a invocare più democrazia senza ricostruire le condizioni materiali e gli equilibri di potere che la rendono possibile è come prescrivere ginnastica a chi ha perso l'uso delle gambe".
Nella comune preoccupazione per le difficoltà delle democrazia e condividendo l'idea della ricostruzione delle condizioni materiali non è però possibile avviare una riflessione senza verificare un punto fondamentale che è quello di un saldo ancoraggio al concetto di democrazia parlamentare. Concetto di democrazia parlamentare espresso nella Costituzione: voto personale e segreto, fiducia al governo da parte di entrambi i rami del Parlamento, elezione parlamentare della massima carica dello Stato, rappresentanza politica realizzata attraverso un'adeguata formula elettorale prevalente su di un concetto astratto e forzato di "governabilità",riequilibrio della funzione legislativa rovesciando il "trend" legato alla decretazione d'urgenza.
Attraverso una evidente e progressiva distorsione della funzione parlamentare sta infatti venendo a compimento un processo iniziato da lungo tempo, almeno dagli anni ’80 del XX secolo allorquando il tema della “governabilità” è stato assunto come centrale rispetto a un modificarsi nelle finalità di fondo dell’agire politico – istituzionale.
Un processo nel corso del quale si era cercato di stabilire progressivamente i termini di una “costituzione materiale” di stampo sostanzialmente presidenzialista.
Una sorta di semipresidenzialismo era stato addirittura previsto nella riforma costituzionale elaborata dalla Bicamerale nel 1997 ma non era presente – ad esempio – nella riforma bocciata dall’elettorato nel 2016: successivamente è sbocciata da destra l'idea del premierato.
La salvaguardia dell’istituto parlamentare rimane il punto di fondo dell’affermazione (e non della semplice difesa) della democrazia.
Dobbiamo tornare a richiamare in maniera compiuta ruolo e funzioni del Parlamento.
Non possiamo limitarci a reclamare una visione giuridico – amministrativa all’interno della quale è venuta ormai a mancare l’enunciazione relativa al ruolo di rappresentanza politica che nel Parlamento deve essere esercitata all’interno della dialettica tra le forze politiche e non necessariamente ristretta al rapporto maggioranza – opposizione (pensiamo, al proposito come esempio, il tema della politica estera che oggi va agita in un quadro di tensioni belliche e di stravolgimento di equilibri planetari, non certo partendo da vocazioni sovraniste).
Anche questa è materia di natura costituzionale.
Deve essere ricordata ancora una volta la visione di centralità del Parlamento sul piano del confronto politico insita nell’idea fondativa della democrazia repubblicana emersa nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente.
Una visione della democrazia repubblicana insita soprattutto nell’azione dei tre grandi partiti di massa, democristiano, socialista e comunista che esercitarono in quella sede una funzione egemonica contrapponendosi sia all’idea liberale di un sostanziale “ritorno allo Statuto” e della considerazione del “fascismo come parentesi” sia all’idea azionista di una democrazia maggioritaria di stampo britannico.
E’ necessario richiamare questi elementi quando si discute di democrazia e di ruolo e funzioni del Parlamento: in particolare in una fase come questa dove stanno lasciando uno strascico evidente quelle forti tensioni verso la disintermediazione in funzione della cosiddetta “democrazia diretta” (in tempi di web) e di disarticolazione del tessuto unitario.
Sarà necessario avanzare una proposta di formula elettorale attraverso la quale puntare a una connessione tra territorialità e rappresentanza politica.
In conclusione sarebbe il caso di ricordare ancora le funzioni fondamentali assegnate al Parlamento dalla Costituzione e che via via sono andate perdute:
Riassumendo possiamo così reinterpretare le cinque funzioni fondamentali del Parlamento:
1) La funzione d’indirizzo politico, inteso come determinazione dei grandi obiettivi della politica nazionale e alla scelta degli strumenti per conseguirli, in specificazione dell’attualizzazione e dell’opposizione – dai diversi punti di vista – del programma di governo;
2) La funzione legislativa, comprensiva dei procedimenti legislativi cosiddetti “duali” che richiedono cioè la compartecipazione necessaria del Governo o di altri soggetti dotati di potestà normativa;
3) La funzione di controllo, definita come una verifica dell’attività di un soggetto politico in grado di attivare una possibile attività sanzionatoria;
4) La funzione di garanzia costituzionale, da interpretarsi come concorso delle Camere alla salvaguardia della legittimità costituzionale nella vita politica del Paese;
5) La funzione di coordinamento delle Autonomie, sempre più complessa da attuare in un sistema che, nelle sedi di raccordo esistenti sia a livello internazionale che infranazionale tende a privilegiare il dialogo tra esecutivi.
lunedì 19 gennaio 2026
L'ONU PERSONALE DI TRUMP
L'ONU PERSONALE DI TRUMP di Franco Astengo
Forse in maniera inopportuna ma mi permetto egualmente di sollevare un tema che mi pare fortemente sottovalutato.
Si tratta di questo: nella crisi degli organismi sovranazionali e in particolare dell'ONU, in una fase di scontro frontale all'insegna della "logica dei blocchi" il presidente USA sta cercando di utilizzare il cosiddetto "Board di pace" per Gaza allo scopo di costruire un sovraorganismo raccolto non tanto attorno agli Stati Uniti ma soprattutto misurato sulla sua persona in quanto indicato come presidente a vita.
L'invito di farne parte è stato rivolto a 60 governi del mondo; il mantenimento della tessera in via permanente si potrà ottenere con un pagamento da un miliardo di dollari; il rinnovo del board avverrà ogni tre anni; l'obiettivo sarà quello di "non esportare la democrazia" in aree di conflitto ma di "promuovere la stabilità a una governance affidabile".
Tutti questi elementi paiono prefigure un nuovo organismo sovranazionale che ponga l'ONU fuori gioco promuovendo un assetto di "parte".
Un organismo sovranazionale magari contrapposto ad altri in modo da segnare una suddivisione in blocchi.
La suddivisione in blocchi non regolata da "organismi terzi" (niente Consiglio di Sicurezza e diritto di vero) pare davvero essere l'obiettivo dell'amministrazione statunitense per cercare legittimità per le proprie iniziative di espansione anche territoriale.
Il medio Oriente rappresenterà il primo banco di prova del Board e proprio per questo paesi come Turchia, Qatar e Egitto non potranno evitare di esserci: questo fatto pone due questioni importanti, la prima quella del coinvolgimento di questi paesi nelle fasi successiva dell'operazione, la seconda quella del rapporto con Israele che rimane comunque il punto nodale dell'equilibrio nell'area partendo dal principio che il governo di Tel Aviv considera Gaza e Cisgiordania "affare interno". Non secondaria risulterà anche la posizione di alcuni dei paesi aderenti ai BRICS, in particolare sempre dell'area mediorientale molto legati al tema "petrolio" (tanto per semplificare).
Quindi sarà sul piano più generale che l'estensione di presenza del Board all'insieme del quadro di relazioni internazionali dovrà misurarsi: una sorta di nuova "Internazionale" sovranista (Millei e Orban hanno già annunciato la loro adesione) in un contesto di nuova dimensione delle sfere di influenza e di trasformazione degli assetti politici raccolti attorno al dominio di autocrazie fondate sulla sopraffazione da parte di ricchezze di dimensioni smisurate?
Di conseguenza la ricchezza (complessivamente intesa) considerata quale elemento fondativo di suddivisione gerarchica nell'esercizio del dominio e la possibilità di espressione di una politica di potenza rimarrebbe l'unica frontiera possibile.
Così per noi sorgerebbero altre due questioni molto complesse e strettamente legate fra di loro: NATO e Unione Europea.
Sono finiti i tempi nei quali ci si poteva permettere il lusso di scandire "Fuori dalla NATO" e propugnare "Fuori dall'Europa". Appare evidente che è necessaria una nuova strutturazione degli equilibri anche e soprattutto sul piano europeo laddove emerge una necessità di definizione di linea rispetto agli stravolgimenti in corso.
Prioritariamente va tenuto conto che al di sopra di questo gioco apparentemente di scacchi, sovrasta il tema fondamentale della guerra.
In questo contesto che sicuramente qui è stato analizzato in maniera a dir poco lacunosa la sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo. Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquescenza ai meccanismi capitalistici di finanziarizzazione dell’economia e di conseguenza della guerra.
Nella situazione attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa appunto come “spazio politico”, affidando alla questione della pace la necessaria centralità.
La questione europea necessita di un ripensamento al riguardo di determinate posizioni assunte anche nel recente passato. Debbono essere elaborati elementi di progettualità alternativa posti sia sul terreno della strutturazione politica, sia al riguardo della prospettiva economica e sociale e soprattutto della pace. Non è sufficiente pensare alla green economy e ai possibili relativi modelli di vita: le fasi di transizione si stanno presentando diverse e complesse, difficili da intrecciare .
Occorre elaborare un posizione della sinistra nel determinare una proposta politica rispetto al progetto trumpiano. Abbiamo davanti grandi difficoltà : dobbiamo essere capaci di ripensare i temi dello sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi economici, culturali, sociali, ambientali e collegarli all'interno di un praticabile schema geopolitico.
Deve essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico ed i soggetti rappresentativi della sinistra europea avrebbero il dovere di trovare adeguate sedi di confronto.
sabato 17 gennaio 2026
REFERENDUM: UN "NO" RIFORMISTA NON CONSERVATORE
Mi permetto di proporre ai soggetti di cultura politica con i quali nei mesi scorsi abbiamo realizzato su diversi temi importanti iniziative un testo sul quale aprire un confronto in occasione del referendum. Magari l'obiettivo potrebbe essere quello di un documento comune, ma forse è presto per traguardare conclusioni.
REFERENDUM: UN "NO" RIFORMISTA NON CONSERVATORE di Franco Astengo
La prossima scadenza referendaria prevista per il 22-23 marzo 2026 non riguarderà semplicemente il titolo dei provvedimenti di carattere costituzionale riguardanti l'ordinamento della Giustizia assunti dal governo e al riguardo dei quali elettrici ed elettori dovranno esprimere consenso o dissenso.
Il tema politico di fondo riguarderà infatti il principio dello Stato diritto.
Sarà necessario analizzare le declinazioni ed evoluzioni di questo principio: di conseguenza il sistema politico, quello giudiziario, quello della libertà dei media e altre questioni istituzionali relative al bilanciamento dei poteri dovranno trovarsi al centro del confronto elettorale.
Al di là delle considerazioni più strettamente tecniche sarà necessario far comprendere fino in fondo come i temi dell'efficienza, della qualità, dell'indipendenza dei sistemi giudiziari risultino fattori fondamentali nella convivenza democratica.
Una seria analisi della situazione dello Stato di diritto in Italia ci fa notare i principali punti critici riguardanti il ruolo dell'informazione affrontato, della magistratura (compresa quella contabile) , la condizione di libertà associativa e politica (decreto sicurezza), il quadro anticorruzione (con specifico riferimento al reato di abuso d'ufficio), il bilanciamento dei poteri. Questo insieme di valutazioni ci indicano, sostanzialmente, un arretramento dello Stato di diritto disegnato dalla nostra Costituzione. Sarà questo il punto nevralgico da affrontare con il referendum. Un referendum da non ridurre semplicemente a fatto tecnico e neppure da trasferire interamente sul piano politico immediato con una idea plebiscitaria sia da parte del governo, sia da parte dell'opposizione.
Per questi motivi il nostro "NO" dovrà essere un "NO" riformista e non certo conservatore:
Si tratterà dunque di porre per intero il tema dell'affermazione costituzionale, portando avanti anche un progetto rivolto in questa direzione.
Ad esempio: 1) completare il sistema digitale di gestione delle cause nelle sedi penali e nelle procure; adottare la proposta legislativa pendente in materia di conflitti di interessi 2) intensificare l'impegno per adottare norme complessive sul lobbying per l'istituzione di un registro operativo delle attività dei rappresentanti di interessi, compresa un'impronta legislativa; 3) intensificare l'impegno per affrontare efficacemente e rapidamente la pratica di incanalare le donazioni attraverso fondazioni e associazioni politiche e introdurre un registro elettronico unico perle informazioni sul finanziamento dei partiti e delle campagne; 4) portare avanti l'attività legislativa in corso affinché siano in vigore disposizioni o meccanismi che assicurino un finanziamento dei media del servizio pubblico adeguato all’adempimento della loro missione di servizio pubblico e per garantirne l'indipendenza; 5) portare avanti il processo legislativo in corso del progetto di riforma sulla diffamazione e sulla protezione del segreto professionale e delle fonti giornalistiche, evitando ogni rischio di incidenza negativa sulla libertà di stampa e tenendo conto delle norme europee in materia di protezione dei giornalisti; 6) intensificare le iniziative per costituire un'istituzione nazionale per i diritti umani tenendo conto dei principi di Parigi delle Nazioni Unite.
Il tema più delicato che sarà necessario affrontare riguarda il bilanciamento dei poteri e lo spostamento verso il concetto di governabilità degli assi di riferimento complessivo del sistema politico.
Il tema della governabilità ha attraversato il dibattito politico, in particolare in Italia, per quasi trent’anni partendo dall’invocazione al “decisionismo” e l’avanzarsi, all’epoca, di una proposta di “Grande Riforma” incentrata, sul piano istituzionale, sulla preminenza della figura del Presidente del Consiglio (si è parlato a lungo di “cancellierato”).
Progressivamente è cresciuta la decretazione d'urgenza e lo svilimento del ruolo del Parlamento: processo che ha trovato il suo punto di riferimento nella riduzione del numero dei parlamentari, fattore di riduzione secca nella rappresentatività politica e territoriale.
Un dibattito scivolato poi, pericolosamente, considerato il peso assunto dal fenomeno della personalizzazione della politica, sul nodo del "premierato" cavallo di battaglia della destra di governo.
L'occasione referendaria allora può tornare utile per tenere assieme il discorso sulla ripartizione dei poteri e sulla governabilità.
Sorge così anche un discorso riguardante la ricerca di nuove forme – autoritative – di governo ed emerge anche una necessità di distinzione non semplicemente lessicale tra “governance”, espressione di un potere articolato sul territorio per rispondere, spezzettando le diverse problematiche, in maniera sostanzialmente neo-corporativa ai bisogni espressi dai ceti sociali più forti e “governament” utilizzato per normalizzare le dinamiche sociali più fortemente conflittuali, attraverso l’espressione di un potere centrale fortemente concentrato e posto, attraverso opportuni tecnicismi che dovrebbero includere anche la legge elettorale, al riparo da confronti giudicati inopportuni.
Non ci sono risposte in termini di allargamento democratico, di ruolo delle istituzioni rappresentative, di presenza dei soggetti intermedi (partiti, sindacati), la cui funzione nel frattempo è stata ridotta al solo rango di selezionatori del personale di governo, provvisti di denaro ed elargitori di “incentivi selettivi” e non certo di soggetti propositori della rappresentanza politica e sociale.
Si sono così smarrite le coordinate di fondo dell’appartenenza sociale e del legame diretto tra questa e l’appartenenza politica, si è perso il ruolo di sede di confronto dialettico da parte del Parlamento e l’idea di “governo” come esecutivo è via, via evaporata fino a ricomparire il fantasma della stabilità: una sorta di “Pax romana” della politica coltivando l'obiettivo di trasformare le contese elettorali in semplici plebisciti di accumulazione del consenso.
giovedì 15 gennaio 2026
L'ESIGENZA DI UNA RIFLESSIONE
L'ESIGENZA DI UNA RIFLESSIONE di Franco Astengo
Siamo ostinati tanto quanto chi si sente "ostinatamente unitario" e torniamo a chiedere una riflessione comune delle forze di sinistra presenti in Italia: si tratta di lavorare su di un punto fondamentale, quello relativo al deficit di offerta politica ormai presente da tempo e che impedisce un assetto del sistema nel quale si misurino forze in effettiva competizione tra schieramenti che non possono limitarsi al compitino dell'alternanza e del "bipolarismo temperato". Ci troviamo in tempi di radicalità delle trasformazioni e questo la destra,fuori e dentro l'Italia, lo ha compreso benissimo e sta conducendo il gioco.
1) uno schema rivolto al quadro internazionale:
Ucraina, Gaza, Venezuela, Iran fronti diversi attraversati da un unico segno: quello del passaggio d'epoca, del "ridimensionamento" della caoslandia uscita dalla fase del post muro di Berlino, dalla disullusione della caducità della "fine della storia", dalla contrapposizione di civiltà regolata da un solo "gendarme" del mondo, dalle torri gemelle, dalla crisi verticale del neoliberismo che ha fatto gli scatoloni con la Lehman&Brothers.
Le discutibili cadute o future cadute di regimi per certi versi discutibili che sono avvenute e/o avverranno in forme altrettanto discutibili si verificano in uno scenario che potrebbe essere così riassunto: la ceduta di passo del contrasto tra autocrazie e regimi liberali verso l'egemonia della grandi autocrazie produttrici di politica imperiale e -sostanzialmente - di spartizione dei grandi asset energetici e geo politici.
Rimane da capire come avverrà la spartizione: un conflitto globale o un assestamento di modelli tra imperi a livello geopolitico?
Conterà ancora qualcosa chi possiede l'atomica e - forse - il passaggio decisivo è quello riguardante la Groenlandia.
In tutto questo ambaradan comunque manca un soggetto: l'Europa.
Ed è anche assente quello che dovrebbe essere un protagonista politico: l'idea socialista di una difesa democratica capace di partire dall'Occidente e di investire i soggetti politici delle aree più sensibili del mondo in fiamme (forse l'area socialista democratica negli USA appare la più avvertita in questo senso).
Va schematizzata un'adeguata analisi al fine avviare una traccia di ripresa di identità per le residue forze della sinistra (costrette dalla storia a richiamarsi necessariamente alla sinistra europea occidentale dei “30 gloriosi”)
2) il quadro interno:
Il combinato disposto tra riforma della magistratura (compresa quella contabile: un tema delicatissimo) e decreti sicurezza; le aspirazioni all'elezione diretta; il trattamento riservato all'informazione ci dicono quale indirizzo ha assunto il governo della destra: quello delle autocrazie illiberali.
Le opposizioni italiane debbono ancora capire cosa faranno da grandi e l'alternativa deve partire da un partito pivotale che viaggi sul 30% dei voti portando alcune idee particolarmente chiare su politica estera, economia, riequilibrio sociale, welfare Su tratta di un tema sul quale è già capitato di intervenire : la questione europea necessita di un ripensamento al riguardo di determinate posizioni assunte anche nel recente passato. Debbono essere elaborati elementi di progettualità alternativa posti sia sul terreno della strutturazione politica, sia al riguardo della prospettiva economica e sociale e soprattutto della pace. Non è sufficiente pensare alla green economy e ai possibili relativi modelli di vita: le fasi di transizione sono diverse e complesse, difficili da intrecciare. Abbiamo davanti grandi difficoltà : dobbiamo essere capaci di ripensare i temi dello sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi economici, culturali, sociali, ambientali proponendo il superamento del legame esclusivo alla logica del profitto. Deve essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico corrispondente però ad una adeguata soggettività politica.
3) una proposta di ripartenza
il punto di ripartenza potrebbe essere costituito da un’opposizione alla logica della guerra il cui senso potrebbe essere riassunto nell’indicazione di una “Zimmerwald del XXI secolo”. Un incontro tra forze diverse nel corso del quale porre le questioni fondamentali affrontando anche il tema del deficit di democrazia che affligge la vita politica del Continente e del mondo intero. In conclusione: così si potrebbe tentare, elaborando alcuni principi fondativi desunti da precise proposte politiche, di definire una identità di sinistra democratica e socialista (della quale si vedono forze ben presente nello stesso panorama politico USA) da strutturare in vista delle prossime decisive scadenze sia sul piano interno (che conta, eccome: se consideriamo che al governo in Italia ci sono gli alfieri di Trump) e soprattutto sul terreno internazionale.
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mercoledì 7 gennaio 2026
ANCORA SULLA FRAGILITA' DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO
ANCORA SULLA FRAGILITA' DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO di Franco Astengo
Una brillante analisi firmata da Lorenzo Castellani ("Domani" 6 gennaio) sulle dinamiche in atto nel sistema politico italiano si concludeva richiamandone le "fragilità strutturali": avevamo già affrontato il tema in un intervento (scusando l'autocitazione) "La grande bonaccia delle Antille" prendendo spunto da una ricerca curata dall'IPSOS sullo stesso argomento che indicava, nella sostanza, una situazione di stallo e di continua perdita di contatto tra sistema politico e società civile.
Una perdita di contatto non testimoniata appieno dal costante calo nella partecipazione elettorale che pure rappresenta un indicatore specifico di rilievo.
L'analisi di Castellani vi accenna ed è il caso di ritornare su alcuni punti:
1) Il sistema è logorato da un gioco "a sottrazione" fra le diverse forze politiche. Una dinamica "in discesa" che si sta esercitando su di un campo sociale sempre più ristretto in una dimensione chiaramente di conservazione autoreferenziale;
2) Abbiamo davanti scadenze fondamentali a partire dal referendum sulla magistratura che dovrà essere innalzato a livello di referendum sulla costituzione. Il referendum si svolgerà presumibilmente all'interno di un quadro internazionale di grande difficoltà al riguardo del quale la sinistra europea fin qui è apparsa del tutto subalterna alle incertezze che guidano l'operato dei governi e della Commissione. Intanto si accentuano le tendenze ad un riarmo guidato dalle priorità imposte dalla Germania su proprie linee di sviluppo dell'industria bellica. Sul piano interno il referendum rappresenterà il punto di snodo obbligato per le elezioni 2027 e così dovrà essere considerato pur ponendo in campo tutta l'attenzione necessaria sui contenuti che dovranno essere espressi nella ricerca di proposta di chiarezza per la scelta del corpo elettorale in occasione del referendum stesso;
3) l'analisi citata in apertura accenna ad un logoramento del centro-destra che potrebbe verificarsi nella riduzione di margine "tra promessa e gestione ordinaria"da parte del governo: una erosione di credibilità lenta ma che potrebbe rappresentare il punto di partenza per un avvio di riequilibrio politico;
4) Per avviare questo non impossibile punto di riequilibrio è necessario (e su questo mi permetto di insistere anche rischiando di annoiare) modificare profondamente il tipo di intermediazione arrivando alla formazione di una soggettività adeguata a ricostruire l'offerta politica: perché (ed è questo un punto di analisi sul quale riflettere) è il deficit di offerta politica che provoca quella che è stata definita come "perdita di contatto";
5) Non si tratta semplicemente di andare avanti con "l'ostinazione unitaria" così come definisce la sua linea la segretaria del PD. La modificazione dell'offerta deve essere molto più profonda: da questo punto di vista non mi dilungo (si potrebbe esporre una vera e propria letteratura di merito) ma mi limito a presentare in forma assolutamente semplificata un solo aspetto d'analisi. La questione di fondo è quella di comprendere appieno la radicalità delle contraddizioni in atto sia al riguardo del quadro internazionale che reclama scelte nette , sia sul piano economico - sociale più ravvicinato oltre al delicato campo istituzionale laddove alla difesa della Costituzione Repubblicana va collegata un'azione molto più decisa rispetto alla modifica della formula elettorale evitando ogni accentuazione (perdente) di una schema bipartitico personalizzato.
6) Rimarrebbe da discutere la forma politica da proporre in campo non riducendoci a una semplice coalizione di "diversi" anche contrastanti ma pensando alla costruzione di un soggetto davvero "pivotale" rivolto all'intero sistema e non soltanto a una parte: forse servirebbe un seminario comune sul tema con una partecipazione allargata a sinistra e comprendente anche soggetti non direttamente partitici ma operativi sul piano della ricerca politica con un coinvolgimento diretto.
lunedì 5 gennaio 2026
DUE PUNTI DI DISCUSSIONE: DIRITTO INTERNAZIONALE E SPAZIO POLITICO EUROPEO
DUE PUNTI DI DISCUSSIONE: DIRITTO INTERNAZIONALE E SPAZIO POLITICO EUROPEO
Franco Astengo
Torno a rivolgermi alle associazioni di cultura politica che, in tempi recenti, hanno risposto ad appelli rivolti ai temi più scottanti e complicati dell’agenda politica a livello nazionale e internazionale. Appare evidente la delicatezza di una situazione al riguardo della quale appare indispensabile l’avvio di una riflessione comune da parte delle forze politiche della sinistra: riflessione che porti ad una adeguatezza anche rispetto alle stesse forme della soggettività necessaria per fronteggiare la drammaticità di questo stato di cose. Mi permetto di proporre due temi di riflessione e di avanzare un invito per una vera e propria mobilitazione di dibattito e di ricerca.
Il testo che segue rappresenta soltanto un modesto spunto d’avvio al quale mi auguro seguiranno momenti molto più impegnati e approfonditi (anche la stessa campagna elettorale referendaria dovrebbe rappresentare un’occasione di crescita ponendo il tema della qualità della democrazia al primo posto quale “involucro globale” rispetto ai pur fondamentali punti specifici in discussione con il voto).
I fatti che stanno accadendo a livello mondiale, almeno a partire dal 2022 e fortemente accelerati proprio in queste ore nella loro incidenza globale, costringono a schematizzare l’analisi al fine avviare una traccia di ripresa di identità per le residue forze della sinistra (costrette dalla storia a richiamarsi necessariamente alla sinistra europea occidentale dei “30 gloriosi”).
Identità da ricercarsi primo di tutto a livello sovranazionale.
Mi permetto allora di mettere in discussione due punti:
1) Il diritto internazionale come necessario elemento di discrimine rispetto alla destra (”l’intervento legittimo perché difensivo” richiamato dal governo italiano). Momento di partenza la Carta delle Nazioni Unite entrata in vigore il 24 ottobre 1945, quella, tanto per intenderci del “Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole,a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altri fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti..”
Potrà apparire riduttivo nel tempo di questi distruttivi frangenti e dell’imporsi di feroci autocrazie che sorgono anche laddove si credeva si trovassero le fonti delle libertà democratica (leggendo Alexis de Tocqueville) ma lo sviluppo di un movimento democratico e socialista e di una relativa rappresentanza politica fondato su questi principi basilari appare assolutamente necessario;
2) Lo spazio politico europeo sul quale intervenire sempre poggiando su una forza politica di dimensione internazionalista. Su tratta di un tema sul quale è già capitato di intervenire : la questione europea necessita di un ripensamento al riguardo di determinate posizioni assunte anche nel recente passato. Debbono essere elaborati elementi di progettualità alternativa posti sia sul terreno della strutturazione politica, sia al riguardo della prospettiva economica e sociale e soprattutto della pace. Non è sufficiente pensare alla green economy e ai possibili relativi modelli di vita: le fasi di transizione sono diverse e complesse, difficili da intrecciare. Abbiamo davanti grandi difficoltà : dobbiamo essere capaci di ripensare i temi dello sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi economici, culturali, sociali, ambientali proponendo il superamento del legame esclusivo alla logica del profitto. Deve essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico corrispondente però ad una adeguata soggettività politica. il punto di ripartenza potrebbe essere costituito da un’opposizione alla logica della guerra il cui senso potrebbe essere riassunto nell’indicazione di una “Zimmerwald del XXI secolo”. Un incontro tra forze diverse nel corso del quale porre le questioni fondamentali affrontando anche il tema del deficit di democrazia che affligge la vita politica del Continente e del mondo intero.
In conclusione:
così si potrebbe tentare, elaborando alcuni principi fondativi desunti da precise proposte politiche, di definire una identità di sinistra democratica e socialista (della quale si vedono forze ben presente nello stesso panorama politico USA) da strutturare in vista delle prossime decisive scadenze sia sul piano interno (che conta, eccome: se consideriamo che al governo in Italia ci sono gli alfieri di Trump) e soprattutto sul terreno internazionale.
Il confronto evocato in questo testo potrebbe essere avviato attraverso una sorta di “autoconvocazione” che potrebbe essere realizzata online: pertanto l’invito è rivolto a chi dispone di questa capacità tecnologica a farsene promotore.
sabato 3 gennaio 2026
PIRATERIA
Ricordato in premessa che qualsiasi valutazione riguardante la vicenda USA/Venezuela deve essere incentrata sulla capacità di produzione petrolifera dello stato venezuelano è necessario che le sinistre, italiane e europee, trovino il coraggio di superare la polemica del filo-questo e filo-quello proclamando con coraggio che l'attacco USA e la cattura di Maduro rappresentano atti di pirateria internazionale senza se e senza ma.
E' necessario l'intervento delle Nazioni Unite, va assicurata l'incolumità del presidente venezuelano, deve essere sollecitata l'Unione Europea ad assumere una posizione coerente con il diritto internazionale.
Le forze politiche vanno fortemente sollecitate in questa direzione e deve essere sottolineato il pericolo crescente di una situazione internazionale nella quale i pericoli di guerra globale che si evidenziano con l'apertura di più fronti al riguardo dei quali gli USA stanno assumendo un atteggiamento sempre più aggressivo sul piano militare.
L'Italia ha l'obbligo di condannare questo atto di guerra non dichiarata come in tutti gli altri casi analoghi senza distinzioni di sorta e di indirizzare la propria politica estera verso atti conseguenti al dettato costituzionale imposto dall'art.11.
Franco Astengo