giovedì 31 marzo 2022

IL ROSSO NON E' IL NERO PER IL DECENTRAMENTO: REGOLAMENTO PER I REFERENDUM, GRUPPO DI LAVORO, AUDIZIONE CONSILIARE

 

IL ROSSO NON E’ IL NERO,PER IL DECENTRAMENTO: REGOLAMENTO PER I REFERENDUM, GRUPPO DI LAVORO, AUDIZIONE CONSILIARE


L’assemblea dell’Associazione “Il Rosso non è il Nero” dedicata al decentramento cittadino si è svolta mercoledì 30 marzo presso la SMS “Generale” assumendo, in conclusione, alcuni precisi impegni di iniziativa da portare avanti nelle prossime settimane.

Nella sua relazione introduttiva l’assessore Maria Gabriella Branca ha illustrato l’andamento degli incontri fin qui svolti dalla Giunta nei diversi quartieri.

Incontri svolti allo scopo di stabilire un rapporto diretto con gli abitanti e una migliore conoscenza delle questioni che maggiormente interessano la popolazione.

In una situazione complessiva di articolazione delle problematiche tra zona e zona della Città (molto diverse le situazioni specifiche: tra i quartieri della costa e quelli dell’entroterra, ad esempio) sono emerse disponibilità di impegno e richieste di partecipazione sia da parte di soggetti associativi, sia di singole persone.

Rimane ancora da risolvere (ma non lo fu neppure compiutamente nel passaggio “storico” dai consigli di quartiere alle circoscrizioni avvenuto in tempi di grande mobilitazione sociale e politica) il tema fondamentale del rapporto tra partecipazione, incidenza “diretta” dei cittadini sulle scelte, capacità amministrativa: come è stato ben sottolineato nel corso del dibattito si tratta di tre livelli che dovranno essere fecondamente connessi se si intende realizzare un armonioso impegno amministrativo tale da coinvolgere tutta la Città sia nei progetti, sia nella quotidianità delle incombenze di manutenzione e decoro.

Il lavoro sul regolamento dei beni comuni che la giunta sta approntando appare come un primo passo che va però indirizzato al meglio in una prospettiva di continuità e di costante presa di responsabilità collettiva.

In conclusione l’assemblea ha deciso di avviare tre iniziative nella prospettiva di arrivare a tempi rapidi a contribuire all’elaborazione di un progetto di strutturazione di forme stabili di decentramento che non siano quelle di semplice intermediazione tra la popolazione e l’amministrazione cittadina: una dimensione superiore, in sostanza, a quella di una esposizione periodica di “cahiers de doleànces” esposta in forma episodica di semplice “spot”.

In sintesi:

1) Appare urgente la rielaborazione di un regolamento per lo svolgimento di referendum consultivi (il referendum è strumento da maneggiare con cura ma potrebbe rappresentare uno strumento utile di affiancamento e indirizzo della decisionalità che deve comunque rimanere istanza della Giunta e del Consiglio Comunale);

2) La formazione, all’interno dell’Associazione “Il Rosso non è il Nero” di un gruppo di lavoro con lo scopo di elaborare una proposta di decentramento che tenga conto delle esigenze di intervento diretto dal “basso” e assieme di rappresentanza politica;

3) Investire il Consiglio Comunale di questo tema di grande importanza ,sul quale la lista “Sinistra per Savona” aveva realizzato un momento fondamentale della campagna elettorale. In questo senso l’Associazione chiederà, nei prossimi giorni, attraverso una sua rappresentanza di essere ascoltata dalla Prima Commissione Consiliare, che si occupa di Affari Istituzionali. Una iniziativa che corrisponde anche all’intendimento di valorizzazione del Consiglio che rimane un’altra delle priorità della nostra iniziativa politica.

mercoledì 30 marzo 2022

ELEZIONI: UNA ZIMMERWALD ITALIANA

 

ELEZIONI: UNA ZIMMERWALD ITALIANA di Franco Astengo


Mi rivolgo ad alcuni esponenti di quella che può essere definita “sinistra fuori dal perimetro Draghi” al semplice scopo di ricordare alcuni punti che mi paiono di assoluta attualità (ed anche urgenza) e meritevoli di una discussione:

1) Indipendentemente dall’esito delle schermaglie in atto nel sistema politico italiano la data delle elezioni legislative generali si sta comunque avvicinando a grandi passi;

2) La gran parte di attori e comprimari che intendono essere presenti in quella circostanza si stanno già muovendo a colpi di propaganda utilizzando il tema della guerra ( e/o della pace) in maniera del tutto strumentale: così è per il M5S che ponendo il tema delle spese militari si augura di recuperare una parte dell’anima movimentista facendo dimenticare i disastri dei quali questo sedicente Movimento è stato assoluto autore nel corso di questa XVIII legislatura; così è per Fratelli d’Italia che solletica, per contro, un’anima militarista che potrebbe anche percorrere il Paese considerato tono e contenuti della gran parte dell’informazione e delle immagini che sono state diffuse alimentando una sorta di “spirito bellicista” da salotto (persiste nel Paese una sorta di latente dannunzianesimo); così è per Draghi che intende elevarsi, sfruttando l’atlantismo come vera e propria arma di censura, alla condizione di chiedere la propria riconferma al di là di quello che potrà essere l’esito elettorale e arrivare a mutare non solo “de facto” la forma di governo in una torsione presidenzialista;

3) A sinistra più o meno tutto tace mentre il confronto bellico ha spostato i termini del confronto politico. Soprattutto pare abbandonata la possibilità di offrire ai vagiti di risveglio del movimento pacifista una qualche “sponda”, Sponda dalla quale porre con chiarezza il tema della rappresentanza politica necessaria per conseguire un’adeguata rappresentanza parlamentare nella prossima legislatura, con le Camere proditoriamente ridotte nel numero dei componenti;

4) E’ necessario declinare il tema della pace in una forma unitaria facendo in modo che possa trattarsi del “focus” di una possibile progettazione alternativa da far vivere in campagna elettorale e oltre, partendo dalla necessità di sostenere come non possa essere più intesa la pace come semplice intervallo tra le guerre;

5) Sotto questo aspetto è necessario affrontare alcuni punti che potrebbero risultare dirimenti: a) L’elaborazione di un quadro complessivo di impianto progettuale fondato su di una idea di “Sinistra Costituzionale” in modo da tener ferma la forma della democrazia repubblicana come indicato nella Carta Fondamentale del’48; b) il rapporto tra spese militari, transizione ecologica, transizione digitale, PNRR (rapporto che il procedere bellico sta sicuramente alterando rispetto ai punti di partenza di qualche mese fa);

c) La richiesta di piena applicazione dell’articolo 11 della Costituzione (come di altre parti della nostra Carta Fondamentale) nella necessità di una espressione compiutamente pacifista della “Sinistra Costituzionale”;

d) come è stato sottolineato con grande forza nel corso del seminario “ARS/CRS” del 29 marzo diventa assolutamente centrale il tema dell’informazione (di cui fa parte integrante anche l’utilizzo dei social e l’intera macchina della propaganda) in un momento in cui i media mainstream violano tranquillamente i canoni minimi di deontologia professionale, in Russia, in Ucraina, negli USA ma anche in Italia;

e) l’idea dell’Europa come spazio politico lavorando per trasformarne la struttura istituzionale e la collocazione come semplice avamposto dell’atlantismo partendo dal punto di principio della crisi della globalizzazione e del ritorno alla geopolitica;


Mi auguro si possa giungere rapidamente a un incontro tra tutti i soggetti potenzialmente interessati al fine di poter avviare un confronto serio su di una adeguata prospettiva politica.

Servirebbe una (modesta) riattualizzazione di una Zimmerwald italiana del XXI secolo.

sabato 26 marzo 2022

LA VISIONE DEL PARLAMENTO

 

LA VISIONE DEL PARLAMENTO di Franco Astengo 

“Dalla democrazia parlamentare al (semi) presidenzialismo”: in Italia la modifica della forma di governo sta proseguendo ormai da molto tempo e, dopo vari tentativi falliti, sta accelerando grazie all’avvento di governi guidati in forma extra-parlamentare e la modifica di ruolo e funzioni della Presidenza della Repubblica ben evidenziato dall’andamento delle votazioni presidenziali, sia nel 2013 sia nel 2021.

Molte le concause del fenomeno, prima fra tutte lo svilimento del Parlamento (nel frattempo demagogicamente ridotto nel numero dei componenti, anche grazie a una conferma da parte del corpo elettorale in un referendum condotto effettivamente con un grado molto intenso di volgarità populistica); svilimento della funzioni Parlamentari dovuto, in gran parte, da una legge elettorale sostanzialmente “fabbrica” di nominati; nominati privi di alcuna base di formazione e aggregazione del consenso; e dal mutamento strutturale nella funzione dei partiti passati celermente dalla condizione di “catch all party” a soggetti di supporto alla “democrazia recitativa” sviluppata in esclusiva funzione del potere.

Non a caso la prima vittima è stata il dibattito politico ormai ridotto, come scrive Nadia Urbinati, a “mostrarsi più concentrato a soddisfare il piacere gladiatorio dei suoi organizzatori e protagonisti che a comprendere quel che sta avvenendo e a orientare l’opinione pubblica”.

Adesso in conclusione della XVIII legislatura siamo ad punto in cui la posizione dell’Italia rispetto al conflitto armato scoppiato in Europa per via dell’invasione russa dell’Ucraina è stata assunta per via decretale senza che, in effetti, alla Camera e al Senato si siano discusse cause e ragioni dell’evento bellico e ci si sia confrontati sulla politica estera, nel frattempo assunta “ad interim” dal presidente del Consiglio “tecnico” che la esercita attraverso una personale presenze nei consessi internazionali e nei propri contatti bilaterali.

Intanto si fa il conto dell’insieme dei provvedimenti che sono rimasti fermi alla Camere, per alcuni dei quali è prevedibile una risoluzione dell’iter legislativo attraverso un frettoloso voto di fiducia (sarà così per la riforma del CSM), oppure un rinvio “sine die” (regolamenti parlamentari, cannabis, DDL Zan, tanto per fare degli esempi).

Però in ballo ci sono delle vere e proprie emergenze:

1) L’aumento delle spese militari (misura del tutto irragionevole che stanno assumendo Paesi Europei che dovrebbero lavorare per la pace in via diplomatica) produrrà, alla fine, uno spostamento nei termini concreti dell’attuazione del Recovery Fund ideato per fronteggiare la crisi derivante dall’emergenza sanitaria e che in Italia si vorrebbe attuare attraverso il PNRR;

2) Di conseguenza si verificherà quello che, semplicisticamente, può essere definito “arretramento” rispetto alle due grandi transizioni, quella ecologica e quella digitale (potrebbe trattarsi anche di un’opportunità ma per economia di discorso in questa occasione ci si limita all’enunciazione del solo titolo);

3) Del tutto dimenticata la modifica della legge elettorale. Un punto davvero prioritario se sul serio si volesse intendere una restituzione della potestà di scelta dei parlamentari ad elettrici ed elettori. Tra l’altro sulle “liste bloccate” in vigore dal 1994 (corte o lunghe a seconda dei casi) si stanno preparando ulteriori ricorsi alla Corte Costituzionale che, come già accaduto in occasione della legge del 2005 e poi di quell’Italikum di marca renziana mai entrato in vigore, potrebbero avere effetto deflagrante.

A pochi mesi dallo scioglimento della legislatura se si intendesse compiere un passo verso il recupero di un ruolo parlamentare risulterebbe allora importante l’elaborazione di una mozione di carattere generale da presentare alle Camere che, complessivamente, contenesse un indirizzo al governo sui temi appena enunciati.

Si tratterebbe di una sorta di tentativo di recupero del dibattito, dimostrando una “visione complessiva” delle Camere per ostruire la strada a questo possibile – deleterio – passaggio già pericolosamente in corso di trasformazione nella forma di governo.

mercoledì 23 marzo 2022

IMPOVERIMENTO

 

IMPOVERIMENTO di Franco Astengo


Lavoratori dipendenti e artigiani, freelance, insegnanti e pensionati stanno varcando la frontiera della povertà.

E’ la seconda ondata nel giro di un paio d’anni dopo la terribile stretta imposta dall’emergenza sanitaria: questa volta la causa risiede nel combinato disposto tra aumento dell’energia e le risultanze (drammatiche) dell’invasione russa dell’Ucraina.

Ci stiamo dirigendo verso l’aumento delle spese militari proprio mentre cresce il fenomeno della povertà energetica, cioè l’impossibilità per tante/i di procurarsi un paniere minimo di beni e servizi energetici.

Una condizione che negli USA è riassunta nell’espressione “eat or heat”, mangiare o scaldarsi.

Secondo l’osservatorio italiano sulla povertà energetica (Oipe) già nel 2020 il fenomeno riguardava l’8,8% delle famiglie.

La percentuale sale al 16% se si considera anche la difficoltà di raffreddare la propria abitazione nei mesi più caldi, che a causa del riscaldamento globale sarà un problema ancora più diffuso.

Da tre anni l’Osservatorio ribadisce che le agevolazioni per la transizione energetica, per esempio il 110 per cento e gli incentivi alla rottamazione delle auto, per come sono strutturate sono ingiuste perché favoriscono i più ricchi, creando ulteriore disuguaglianza.

Lo conferma il CRESME secondo cui più del 60% di chi percepisce un reddito superiore ai 40mila euro ha sfruttato un bonus per l’efficientamento energetico, mentre chi ha salari inferiori ai 30mila euro l’anno solo in un caso su quattro può avere piccoli sgravi fiscali che non superano i 500 euro.

Secondo l’Oipe nel 2022 il consumo di elettricità dovrebbe contrarsi del 5% rispetto al 2018, mentre quello di gas scenderà del 7% : a spegnere luci e caloriferi saranno ovviamente le famiglie più povere che avranno comunque rincari a doppia cifra.

Nel 2020 più di due milioni di famiglie italiane, il 7,7% del totale, si trovava in condizioni di povertà assoluta.

Un’inflazione al 4% porterebbe la percentuale di famiglia in povertà assoluta all’8,8%, con punte di oltre il 10% al sud.

Nel complesso i nuclei familiari in difficoltà aumenterebbero di 276.000 unità, per lo più famiglie composte da tre o più persone.

Se la guerra in Ucraina dovesse proseguire a lungo e i prezzi dovessero aumentare ancora, l’inflazione potrebbe arrivare al 6%, portando le famiglie in povertà assoluta al 9%.

Tutto questo accade in quadro complessivo di calo della produzione industriale ( - 0,8% a gennaio 2022; - 0,3% a febbraio 2022), in un Paese come l’Italia dove la struttura delle aziende rimane insufficiente e risulta molto forte il peso di settori “volatili” e legati alla congiuntura : ad esempio turismo 13%.

La guerra in Ucraina fa tracollare le aspettative economiche quasi ai minimi pandemici,.e permangono le difficoltà create dai colli di bottiglia presenti nella catena delle forniture e le preoccupazioni per la salita dei prezzi.

Fa sentire il proprio peso anche la sparizione del welfare sostituito dai bonus e dai redditi di cittadinanza e d’emergenza la cui elargizione ha già messo in luce tutte le difficoltà di un mercato del lavoro frammentato che produce precarietà e incertezze, mentre ci si batte contro delocalizzazioni e licenziamenti in massa per via SMS.

Da ricordare ancora che il già citato aumento delle spese militari si rifletterà sull’arretramento negli investimenti pubblici al riguardo della transizione ecologica e di quella digitale, mentre appare incerto il quadro delle aspettative (eccessive?) al riguardo del PNRR che dovrebbe tradurre in Italia il piano del Recovery Fund.

Qualunque possa essere la sorte del governo in carica le elezioni politiche sono ormai ad un passo, meno di 12 mesi: se la sinistra intende ragionare su di una possibile presenza capace di riflettere politicamente questo insieme di difficoltà sociali affrontandole progettualmente il tempo ormai sta quasi per scadere (oltre ovviamente alla linea di discrimine tra la pace e la guerra: oggetto fondamentale del prossimo contendere).

martedì 22 marzo 2022

MATURITA' = TRASFORMISMO

 

MATURITÀ’ = TRASFORMISMO di Franco Astengo


Gli esponenti del M5S che hanno votato in Parlamento l’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL hanno argomentato la loro decisione con il refrain (molto di moda di questi tempi da quelle parti) della raggiunta “maturità” del movimento ( o meglio dei suoi parlamentari, nella logica più piena del concetto di autonomia del politico).

Questa questione della “maturità” richiede un approfondimento di riflessione: qual’è in realtà il significato reale di una affermazione del genere enunciata proprio nel momento in cui ci si accoda al consueto “bellicismo governativo”?

In premessa a un qualche approfondimento emergono alcuni interrogativi: a) se adesso quegli esponenti del M5S giudicano loro stessi “maturi” ciò significa che nel momento in cui si sono presentati al voto si giudicavano evidentemente “immaturi”. Difficile distinguere la concretezza della fase di passaggio da una condizione all’altra, salvo che nello specifico si consideri la raggiunta maturità nell’adeguamento all’incoerenza e al trasformismo imperanti nel sistema politico, prima del Regno di Sardegna (connubio Cavour / Rattazzi) e poi del Regno d’Italia e della Repubblica. Diciamo che “maturità=trasformismo” potrebbe rappresentare la formula magica di definizione per questi personaggi; b) se una buona parte dell’elettorato italiano (oltre il 30%) vota soggetti che si autovalutano come “immaturi” la patente di immaturità va consegnata anche ad elettrici ed elettori, che difatti nel giro di pochi anni hanno consegnato veri e propri plebisciti a personaggi diversissimi tra loro. Una “evanescenza” elettorale verificatasi ,saltato il tappo sia del voto di appartenenza sia di quello d’opinione, lasciando spazio a un “voto di scambio di massa” con riferimento alla personalizzazione (80 euro, reddito di cittadinanza, respingimento dei migranti). Operazione non riuscita a Berlusconi (ricordate “meno tasse per totti”) perché sul suo cammino si trovavano ancora forze politiche sufficientemente strutturate. Il passaggio da PDS e Margherita a PD (votato esclusivamente al governo come fine esaustivo dell’agire politico) è risultato, alla fine, del tutto esiziale per l’intero sistema politico.

L’estetizzante dannunzianesimo che ha fatto la fortuna del M5S ( di dannunzian-futuristi,in realtà, si sta trovando traccia anche in situazioni ben più drammatiche) si è sviluppato sull’onda echeggiante il “me ne frego” e ha toccato il culmine con lo sciagurato referendum sul taglio del numero dei parlamentari: vero e proprio simbolo dell’avversione alla democrazia rappresentativa.

Si tralascia in questa sede un dettagliato racconto delle vicende di questi ultimi tre anni (governo giallo – verde, governo – giallo rosso) ricordando soltanto l’acconciarsi (opportunistico?) all’attuale esecutivo presieduto da uno dei massimi protagonisti di quella élite finanziaria europea che il M5S all’epoca dell’immaturità aveva avversato fino in fondo, al punto da accostarsi ai “gilet gialli” francesi.

La vicenda politica italiana non può essere completamente affogata dentro la necessaria solidarietà all’invaso popolo ucraino e il dibattito lasciato esclusivamente al chiacchiericcio dei nuovi strateghi della geopolitica.

C’è materiale abbondante su cui riflettere per coloro che pensano ad una alleanza organica in un quadro democratico-progressista-costituzionale con ciò che resta del M5S : salvo muoversi in un quadro di utilitaristico calcolo elettorale, ma anche in questo deprecabile caso i conti dovranno essere fatti con l’oste, secondo un vecchio motto della saggezza popolare.


giovedì 17 marzo 2022

RIARMO E SPAZIO EUROPEO DI DIFESA

 

RIARMO E SPAZIO EUROPEO DI DIFESA

di Franco Astengo


La prima risposta concreta all’invasione dell’Ucraina è stata quella della proposta di riarmo della Germania, intenzionata a portare le spese militari al 2% del PIL.

Analogo intendimento è stato espresso dall’Italia le cui forze armate, in determinati settori, appaiono tecnologicamente piuttosto arretrate, specialmente se il quadro strategico complessivo dovesse davvero dirigersi verso una aggiornata riedizione della guerra fredda e della logica dei blocchi.

Allora si possono tentare alcune considerazioni affrettate a approssimative:

1) Sicuramente si verificherà uno spostamento di risorse arretrando da subito a favore dei processi di riarmo il procedere delle due grandi transizioni quella ecologica (verso la quale si profila un combinato: crisi energetica/esigenze militari) e quella digitale. Questo fatto inciderà, a livello europeo, sul Recovery Fund che l’Italia sta faticosamente tentando di tradurre nel PNRR. Situazione internazionale e spostamento di risorse interne incideranno sicuramente anche su altre filiere produttive prima fra tutte quella agroalimentare (ricordate il Pertini del “si svuotino gli arsenali e si riempano i granai”: la storia del rapporto burro/cannoni è sempre stata strettamente correlata);

2) Sullo slancio del riarmo della Germania si sta tentando da più parti di rilanciare l’ipotesi del cosiddetto “esercito europeo”. Attorno a questa idea sorgono questioni molto complesse, prima fra tutte quella riguardante il controllo politico di questo ipotetico nucleo di forza armata in una situazione nella quale l’UE continua a soffrire di un forte “deficit democratico”. Sorgerebbe anche un problema non facilmente risolvibile di equilibrio tra la costruzione di questa ipotetica “difesa europea” e il mantenimento degli eserciti nazionali (tenuto conto anche della presenza nell'Unione di diversi Paesi governati da "democrature").

3) L’idea della necessità di accelerare la corsa al riarmo si tradurrà probabilmente in una crescita di profitti per i giganti del settore con relativa concentrazione di profitti e di intelligenza tecnologica.

In un suo rapporto l’ “European network against arms trade” (anticipato da “Domani”) fa notare come i giganti dell’industria bellica di Francia, Germania, Italia, Spagna trattengono il 70% dei fondi UE del settore e coordinano il 68% dei progetti.

Il fondo per la difesa europea 2021-2027 ha una dotazione di 8 miliardi ( i primi programmi a partire dal 2009, trattato di Lisbona, non arrivavano al miliardo) “per ricerca e sviluppo di prodotti militari”.

Il report di Enaat su “come l’UE sta alimentando una corsa agli armamenti” prende in esame i progetti pilota: 90 milioni dell’ azione preparatoria per la ricerca sulla difesa (Padr) e il mezzo miliardo del programma per lo sviluppo industriale della difesa (Edidp).

I principali beneficiari sono Leonardo (23,6 milioni) la spagnola Indra (22,8) e la francese Safran (22,3). Se si considerano anche le aziende sussidiarie, Leonardo, Thales (francese) e la multinazionale Airbus ricevono altre cifre molto importanti: Leonardo 29 milioni.

Il sistema è fatto per favorire pochi colossi privati raggrumando anche la proprietà intellettuale: lo spazio di difesa europea nasce quindi in una situazione di deficit democratico e di concentrazione di risorse economiche e di “know-how”.

Ci troviamo in una situazione di pieno rispetto della tradizione storica dell’opacità che ha sempre riguardato il complesso del “militare” e delle logiche di guerra da sempre gestite da soggetti e in dimensioni ai margini della democrazia.

mercoledì 16 marzo 2022

UNA GUERRA DA DISCUTERE

 

UNA GUERRA DA DISCUTERE ( Franco Astengo)

"Nella corrosione delle democrazie liberali si trovano gli elementi dell'aggressività delle autocrazie. Il modello di economia e di società venuto fuori dalla crisi del 2008 e dal tramonto della globalizzazione può trovare, alla fine, come punto di rottura la guerra, e l'Europa si trova priva di rappresentanza politica".

Sia pure in una forma semplificatoria e arbitraria può essere così sintetizzato il senso del dibattito svolto il 15 marzo su iniziativa di chi scrive questa nota, da Sergio Acquilino e Sergio Tortarolo.

Una discussione alla quale hanno contribuito interventi sviluppati da diversi punti di vista in una pluralità di opinioni accomunate dalla volontà intellettuale e politica di costruire informazione e coscienza nell'opinione pubblica in un momento in cui sembrano prevalere le tendenze belliciste e di schieramento alimentate da una informazione e/o disinformazione.

L'informazione/disinformazione sta davvero rappresentando il punto debole di una società complessa in assenza di adeguati soggetti.

Una società ormai in larghissima parte priva di riferimenti politici.

In sostanza il senso del dibattito è stato quello di un tentativo di elaborazione di un contributo utile per fronteggiare il disorientamento che aleggia nel dibattito pubblico.

Non sono sufficienti le pur meritorie iniziative per la pace e le indispensabili opere di solidarietà che si stanno sviluppando da più parti: appare in grave ritardo la politica intesa non come fatto ideologico o meramente amministrativo ma come fattore di aggregazione sociale e costruzione, nel profondo del tessuto sociale, di opinioni condivise.

La guerra rimane sempre l’espressione di una “violenza per il potere” che non prolunga la politica con altri mezzi, ma si sovrappone per soffocarla.

La nostra espressione d'intenti non può comunque che partire da alcuni punti fermi:

1) la Russia non è l’URSS, in termini geopolitici e di ascendenze statuali. Va quindi sgombrato il campo con decisione a riferimenti di quel tipo (Armata Rossa, rivoluzione contro i bolscevichi e amenità del genere);

2) l’attuale governo russo è un governo di estrema destra illiberale e autoritario i cui riferimenti in Italia sono stati, prima, Forza Italia e più specificatamente Silvio Berlusconi (parte di quella che è stata definita "l'Internazionale Trumpista") e successivamente non soltanto la Lega ma l’intero governo giallo – verde comprendente, magna pars, quel M5S che adesso si vorrebbe facesse parte di un “campo largo” di centro – sinistra e cui principali esponenti si sono prontamente trasformati da entusiasti sottoscrittori della "via della seta" a interlocutori dei gilet gialli francesi e, adesso, in atlantisti di nuovo conio nell'evocazione di Adenauer, Schumann e De Gasperi.

Inoltre la possibilità di un compromesso deve necessariamente assumere piena consapevolezza di un punto: la situazione strategica impone una realistica considerazione sul fatto che gli obiettivi del governo ucraino non possono coincidere – in questo momento – con una concreta soluzione di pace tale da allontanare lo spettro di un conflitto globale.

Assieme ai promotori sono intervenuti nella discussione: Elio Ferraris, Antonio Vallarino, Stefano Bosio, Livio Di Tullio, Alberto Delfino, Vito D'Ambrosio, Donatella Ramello, Fulvio De Lucis.

In apertura è stato letto un messaggio sul tema della Pace e dei diritti umani trasmesso da Marco Anselmo (tra i primi obiettori di coscienza a Savona) : testo frutto, a suo tempo, di un dialogo con il compianto don Silvio Delbuono.





martedì 15 marzo 2022

A QUESTO PUNTO

 

A QUESTO PUNTO di Franco Astengo


Riepilogo per un dibattito:


1) Piena necessità di rafforzamento per tutte le concrete espressioni di solidarietà verso il popolo ucraino, colpito da una invasione totalmente ingiustificata e pieno appoggio per quella opposizione russa che si batte, pagando altissimi prezzi, contro l’autocrazia governante;

2) Il movimento europeo per la pace ha bisogno di riprendere il filo di una propria identità partendo da un punto fermo : la guerra rimane sempre l’espressione di una “violenza per il potere” che non prolunga la politica con altri mezzi, ma si sovrappone per soffocarla.

E’ attraverso una riflessione di questo tipo che si può tornare a dare un indirizzo all’idea pacifista.

Il senso della guerra non è cambiato nel tempo: sono mutate le condizioni materiali dell’agire bellico per l’evoluzione della tecnologia fino a includere aspetti che in precedenza non sussistevano: primo fra tutti l’essere in prima linea delle cosiddette “popolazioni civili” (fino all’aviazione era possibile stare lontani dal fronte) e adesso la guerra cibernetica.

3) Su questa base di fondo è necessario nello specifico assumere piena consapevolezza di un punto: la situazione strategica impone una realistica considerazione sul fatto che gli obiettivi del governo ucraino non possono coincidere – in questo momento – con una concreta soluzione di pace, allontanando lo spettro di un conflitto globale. E’ necessario, infatti, incidere con serie argomentazioni in modo critico sulle rispettive posizioni, uscendo dalla spirale del sì e del no. Questo sarebbe il compito delle diplomazie ma è anche il compito di chi dovrebbe essere chiamato all’elaborazione di una piattaforma per il movimento per la pace.

4) In sintesi: 1) armistizio e ritiro delle truppe; 2) apertura del negoziato tra le parti con la mediazione del Consiglio di Sicurezza 3) primo obiettivo: la neutralità dell’area 4) visione complessiva di un quadro di sicurezza globale nel tentativo di impedire il riproporsi di una logica dei blocchi fondata sull’equilibrio del terrore.

5) per quel che riguarda Italia (ed Europa) avremo di fronte due elementi che sposteranno i riferimenti socio-economici così come sono stati anche elaborati nel corso dell’emergenza sanitaria: a) il riarmo della Germania porterà ad un aumento complessivo delle spese militari; b) questo fatto inciderà sulle dinamiche legate alle due grandi transizioni in atto, quella ecologica e quella digitale e sulla strutturazione del Recovery Fund (che in Italia si sta tentando di tradurre nel PNRR) con conseguenti modificazioni sia sul piano economico e della produzione industriale sia con il facilmente prevedibile allargamento delle disuguaglianze sociali.

6) Inoltre si individuano già termini di “emergenza” all’interno della crisi evidente delle democrazie liberali e quindi di ulteriori passi in avanti di inasprimento di quella sorta di limitata “democrazia governante” che in Italia è stata già in diverse occasioni tradotta ambiguamente nei cosiddetti "governi tecnici", con ulteriore riduzione dei margini di agibilità del dibattito politico e della rappresentanza politica e istituzionale.

7) Questo quadro negativo procede sul filo della propaganda unilaterale e della disinformazione per cui sarà bene concludere fissando due punti fermi di precisazione di fondo: la Russia non è l’URSS, in termini geopolitici e di ascendenze statuali. Va quindi sgombrato il campo con decisione a riferimenti di quel tipo (Armata Rossa, rivoluzione contro i bolscevichi e amenità del genere); l’attuale governo russo è un governo di estrema destra illiberale e autoritario i cui riferimenti in Italia sono stati, prima, Forza Italia e più specificatamente Silvio Berlusconi e successivamente non soltanto la Lega ma l’intero governo giallo – verde comprendente, magna pars, quel M5S che adesso si vorrebbe facesse parte di un “campo largo” di centro – sinistra e cui principali esponenti si sono prontamente trasformati da entusiasti sottoscrittori della "via della seta" a interlocutori dei gilet gialli francesi e, adesso, in atlantisti di nuovo conio nell'evocazione di Adenauer, Schumann e De Gasperi. Non va dimenticato infine, l’appoggio portato dal governo russo a Trump ma questo discorso ci condurrebbe lontano nell’analisi della politica estera che, quando capita di governare, elaborano i “liberal” del partito democratico statunitense e il "new Labour" britannico.


venerdì 11 marzo 2022

UCRAINA: I SENSI DI COLPA CHE ALEGGIANO SUL NOSTRO PENSIERO

 

UCRAINA: I SENSI DI COLPA CHE ALEGGIANO SUL NOSTRO PENSIERO di Franco Astengo

Esiste ancora la possibilità di condannare la guerra come “orrore in sé”? Nazionalismo e imperialismo sono ancora termini di attualità nel nostro lessico? Nella tragedia ucraina sicuramente il dibattito in corso nella residuale sinistra italiana non costituisce il punto di maggiore interesse.

Eppure, come sempre è accaduto in analoghi frangenti (sia pure di diversa natura), rimangono nodi da risolvere che pure rappresentano questioni poste in profondità nello sviluppo del pensiero e nella capacità di determinare opinioni, presenza, impegno.

Allora vale ancora la pena di soffermarcisi un attimo.

In questa difficoltà di confronto si colloca, infatti, anche l’addio al “Manifesto” di un pacifista come Manlio Dinucci e del dialogo intessuto, nell’occasione, con Tommaso Di Francesco: il “casus belli” ( che ha causato il danno collaterale dell’abbandono di Dinucci dal giornale) riguarda il giudizio di un articolo denunciato, dalla direzione del giornale, come “ambiguo” nei riguardi di una possibile “legittimazione oggettiva della guerra russa”.

Il tema spinoso, come spiega del resto Di Francesco, è quello del “limite” nella spiegazione delle origini del conflitto, delle complicità che si intrecciano attorno ad esso, oltre che l’individuazione della responsabilità occidentali”.

Tutto ciò si connette con un altro passaggio della discussione in corso a sinistra: quello insorto tra l’ANPI e i contenuti espressi in un articolo di Luigi Manconi al riguardo della distribuzione di armi alla resistenza ucraina che Manconi paragona (del tutto impropriamente) ai “lanci” eseguiti dagli Alleati verso le formazioni partigiane durante la seconda guerra mondiale.

Su questo argomento nello stesso numero del Manifesto ( 11 marzo) interviene Sandro Portelli che conclude “Abbiamo troppo interiorizzato una mentalità agonistica e non dialogica: sì green pass o no green pass, o servi di Putin o servi della Nato, o di qua o di là e che si sta di là è un nemico immorale. Siamo tutti convinti che l’aggressione deve finire e si deve raggiungere un compromesso. Discutiamo e litighiamo fra noi sui mezzi per arrivarci ma non dimentichiamo ciò che unisce e rende possibile parlarsi. E ascoltarsi”.

Rispetto a questo tipo di argomentazioni commentatori benpensanti hanno trovato anche il riecheggiare dell’antico “né con lo Stato, né con le BR.

Mi sono permesso di prendere spunto da questi due episodi, ripeto di dimensione infinitesimalmente ridotta rispetto all’entità della tragedia, al fine di sollevare alcuni spunti di riflessione:

1) L’assenza di una iniziativa politica per la pace deriva dalla riduzione della politica a “governo”;

2) La complessità delle contraddizioni in atto renderebbe necessaria una rielaborazione non escatologica della “morale” e l’idea di una politica non ridotta sempre e comunque all’arte del possibile.

Una sorta di ritorno alla “Critica della ragion pratica” con la possibilità di esprimere una legge morale che ci consenta di guardare ancora all’Utopia andando oltre ai tanti sensi di colpa che aleggiano sul nostro pensiero.

lunedì 7 marzo 2022

TESTO BASE PER INVITO STELLA MARIS, ARS E MANIFESTO 7 MARZO 2022

 

Care compagne e cari compagni.

queste poche righe per sollecitare un ruolo del "Manifesto" di preparazione e organizzazione di un confronto aperto in sede propria tra le forze politiche presenti, con i sindacati e l'associazionismo, alla manifestazione del 5 marzo.

A mio modestissimo parere la situazione si sta negativamente evolvendo verso la possibilità concreta di un conflitto che potrebbe risultare di dimensioni globali e preludere ad una guerra mondiale "intera", anziché "a pezzi" come denunciato da tempo da Papa Bergoglio.

E' questa la vera questione in ballo nei prossimi giorni, ben oltre l'entità e gli esiti della proditoria e inaccettabile invasione dell'Ucraina.

Una situazione nella quale sembra possibile paventare che l'esito bellico sia stato posto come obiettivo "preventivo" a quei nuovi equilibri da "logica dei blocchi" che si pensava potessero assestarsi in una nuovo "equilibrio del terrore".

Un "equilibrio del terrore" del tipo di quello che avevamo vissuto nel XX secolo.

La geopolitica è tornata a prevalere sulla globalizzazione del pensiero unico in una crisi profonda di vocazione e di capacità di rappresentanza della democrazia liberale.

In questo frangente anche il pacifismo occidentale appare insufficiente nella sua capacità di porre le questioni e di anticipare coordinate di riferimento.

"Il Manifesto" con la sua storia e l'attualità della sua autorevolezza potrebbe guidare una riflessione più approfondita utile a stabilire, almeno nella sinistra italiana e nel movimento pacifista, alcuni punti sui quali sviluppare utilmente l'azione politica fuori dal emotività e dai richiami "morali" alla forzatura di uno schieramento.

Perdonatemi l'intrusione e grazie

Franco Astengo

domenica 6 marzo 2022

SPAZIO POLITICO

 

SPAZIO POLITICO di Franco Astengo


Non è sufficiente la richiesta di uno spazio politico per il pacifismo: lo ha dimostrato la complessità di emergenze che chiedevano ascolto e rappresentanza nella manifestazione di Roma svoltasi sabato scorso 5 marzo.

L'emergenza sanitaria ci aveva fatto reclamare, a suo tempo, un cambio di paradigma da parte della capacità di espressione della progettualità e della presenza politica della sinistra (senso del limite, società sobria): il combinato disposto con la guerra ci costringe a reiterare la richiesta di una riflessione comune per alzare il tiro dal nostro tran-tran.

Pacifismo ed ecologia, con la digitalizzazione, rappresentano le grandi transizioni nella modernità ma rischiano di essere brutalmente cacciate indietro in un vortice di arretramento epocale.

Non basta l' invocazione a definire un perimetro entro il quale far vivere una proposta di alternativa di sistema.

Serve definire un quadro complessivo nel quale l'insieme di queste emergenze come i frutti dell'imporsi della chiamata alle armi come la crisi energetica, la ripresa dell'inflazione, l'attacco al mondo del lavoro e della condizione dei ceti più deboli .

Si impone per tutto ciò una stretta connessione con la difesa della democrazia repubblicana rappresentativa, il pieno sviluppo del confronto pubblico e della libertà d'informazione, la centralità del parlamento quale effettivo luogo del dibattito pubblico.

Non dobbiamo cedere al dominio di quell'epistemocrazia su cui si basa non tanto semplicisticamente una idea astratta di dominio della tecnica sulla politica ma l'oscurità di un potere che ha preso la via della guerra come autenticazione di un dominio semplificatore del conflitto.

E' necessario definire,nell'irreversibilità del giudizio di immoralità della guerra, l'esigenza di una rappresentanza politica della complessità che deriva direttamente dalle esigenze che derivano da questo drammatico ma straordinario momento storico.


venerdì 4 marzo 2022

GUERRE: PURTROPPO NON C'E' SOLTANTO L'UCRAINA

 

GUERRE: PURTROPPO NON C'E' SOLTANTO L'UCRAINA di Franco Astengo


A corredo e rafforzamento della manifestazione per la Pace prevista a Roma per domani 5 marzo organizzata dalla Rete Italiana per la Pace è bene ricordare che il conflitto sorto dall'aggressione russa all'Ucraina non è isolato nel mondo: tante altre sono le guerre in corso, alcune da molto tempo al punto da poter essere dichiarate endemiche.

Al centro della nostra iniziativa è quindi necessario si collochi un ideale universale di Pace e che attivamente si operi in quel senso.


Andando per ordine:


Il massacro in Siria

In Asia il conflitto più pericoloso, di cui si parla davvero poco, è quello in Siria. 333 persone sono state uccise solo a febbraio nella guerra civile in corso da circa 11 anni. Lo riferisce l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, secondo cui nel bilancio si contano 161 vittime civili, di cui 34 tra bambini e adolescenti e 11 donne.

Le vittime tra militari e miliziani sono 172, per lo più miliziani islamici del Daesh, membri delle Forze democratiche siriane (Sdf, a guida curda), militari governativi e combattenti anti-regime. L’Osservatorio denota anche un aumento dei bombardamenti nella «de-escalation zone» che si estende tra la periferia di Aleppo e il governatorato di Lattakia e che ha visto oltre 1.400 missili caduti su obiettivi civili e militari (Avvenire, 2 marzo).

Le altre guerre in Asia

Nel resto dell’Asia i fronti di guerra sono: Afghanistan (Talebani hanno preso il potere ad Agosto 2021), Birmania-Myanmar (guerra contro i gruppi ribelli), Filippine (guerra contro i militanti islamici), Pakistan (guerra contro i militanti islamici), Thailandia (colpo di Stato dell’esercito Maggio 2014).

Nel Medio Oriente focus sui conflitti in Iraq (guerra contro i militanti islamici dello Stato Islamico), Israele con l'oppressione del popolo palestinese e scontri nella striscia di Gaza, Yemen (guerra contro e tra i militanti islamici).

La battaglia in Camerun

In Africa, giorno dopo giorno, sta diventando sempre più seria la situazione in Camerun. Nella regione anglofona (a sudovest e nordovest del Camerun) sono all’ordine del giorno gli scontri fra le forze armate dello Stato centrale, francofono, e quelle separatiste, che combattono per l’indipendenza della regione. Una situazione conosciuta come Crisi Anglofona, o Guerra dell’Ambazonia, così come gli indipendentisti hanno ribattezzato il territorio che ospita il 20% della popolazione camerunese, di retaggio britannico.

Le altre guerre in Africa

In Africa sono in guerra 31 Stati. I punti più caldi sono in Burkina Faso (scontri tra etnici), Egitto (guerra contro militanti islamici ramo Stato Islamico), Libia (guerra civile in corso) dove i nostri bellimbusti della diplomazia dell'UE e italiana qualche mese fa pensavano di celebrare presunte e improbabili "libere elezioni", Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli) dove i francesi si sono spostati in Niger lasciando il posto ai "contractor" russi della Wagner, Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), Nigeria (guerra contro i militanti islamici), Repubblica Centrafricana (spesso avvengono scontri armati tra musulmani e cristiani), Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli). 

RESOCONTO 3 MARZO 2022

 

Il convegno "Dal voto all'amministrazione", organizzato dal "Patto per Savona" svoltosi ieri sera 3 marzo, con al centro un intervento del sindaco Marco Russo ha fornito un esito complessivamente positivo, sia in termini di partecipazione sia rispetto all'interesse sollevato nel corso del dibattito.

L'elemento fondante della discussione è stato fornito, appunto, dall'intervento introduttivo di Russo che ha delineato un asse di collegamento e continuità tra il progetto rappresentato dall'Agenda, l'andamento della campagna elettorale (analizzato molto compiutamente), l'avvio dell'attività amministrativa e la visione per il futuro da perseguire sia in termini di concretizzazione del lavoro di sindaco, giunta e consiglio.

Un asse su cui muoversi in termini di consolidamento (e ulteriore diffusione) in Città di quella presenza di qualità democratica che ha consentito la presentazione di una larga coalizione articolata civicamente e politicamente in una forma che ha sicuramente intercettato un diffuso consenso.

Rimane ben presente a tutti (ed è emerso con chiarezza nella discussione) il peso di un "ritardo" politico generale che riguarda l'intero sistema politico italiano.

Un ritardo che si traduce (come è accaduto anche nella nostra Città nell'occasione dell'ultimo turno elettorale) in una astensione dotata di numeri molto rilevanti e in una diffusione di sfiducia che deve essere recuperata.

Sono state però fatte notare due cose: a) l'analisi del livello di consenso raggiunto dalla candidatura di Marco Russo - in particolare tra il 1° e il 2° turno - consente di poter affermare che non si è trattato di un successo "in discesa" ma effettivamente realizzato su di una base fortemente rappresentativa della Città e con un effettivo scambio a favore rispetto al voto espresso al 1° turno per il candidato del centro destra ( tra una tornata e l'altra oltre 800 elettrici ed elettori hanno cambiato candidato dirigendo la loro espressione di voto su Russo). Così si è resa - tra l'altro - del tutto ininfluente la presenza del M5S rimasto isolato in una posizione oppositiva del tutto sterile; b) nell'ambito del centro - sinistra si è notata una "forza della convinzione" che ha attraversato quote rilevanti di elettorato fornendo così anche una potenzialità significativa per i successivi appuntamenti.

Il risultato però rimane "fragile" soprattutto dal punto di analisi riguardante i soggetti politici e come tale va considerato con estrema attenzione.

In definitiva emergono alcune questioni collocate oltre l'adeguamento dell'attività amministrativa e di governo che rimane comunque l'effettiva chiave di volta per una trasformazione della Città nel senso di una fuoriuscita dall'isolamento e dal declino che ne avevano caratterizzato la vita negli anni precedenti:

1 L'azione politica non può alimentarsi soltanto di scadenze elettorali. Appare indispensabile la rielaborazione in Città di una pratica politica diffusa, di una crescita culturale nel senso della riappropriazione del senso civico, di una funzione di vera e propria "pedagogia politica" che dovrà essere esercitata da tutti i soggetti in campo;

2) Le scadenze elettorali però non possono essere dimenticate e a breve sarà necessario pensare al quadro che ci si offrirà con le elezioni politiche: la riduzione del numero dei parlamentari renderà molto complessa la possibilità di tenere assieme rappresentanza politica e territoriale. A questo proposito si impone l'avvio di una riflessione nella dimensione della coalizione che ha saputo sostenere positivamente lo scontro nelle elezioni comunali 2021. Senza alcuna pretesa di rappresentare improbabili "modelli" (come da qualche parte si è superficialmente detto e scritto) l'esperienza compiuta deve essere sviluppata e fatta pesare anche in altre sedi non riducendosi a mero sostegno di un pur fondamentale fatto amministrativo.

Franco Astengo

giovedì 3 marzo 2022

TRA MORALE E POLITICA LA PACE COME SOLA SINTESI POSSIBILE

 

TRA MORALE E POLITICA LA PACE COME SOLA SINTESI POSSIBILE di Franco Astengo


In questo momento è davvero angosciante cercare di riflettere sul senso profondo della guerra come chiamata alle armi senza rispondere fino in fondo alle domande sulla logica della morale e sulla profondità della politica.

Tanto più si sente l'angoscia quando ci si trova ristretti dentro l'ondata di una informazione a senso unico che cerca di condizionare in maniera totalitaria una espressione di opinione e una possibilità di scelta che non sia semplicemente quella di un "campo".

E' assente dalla riflessione la costruzione di una identità collettiva da considerarsi tanto dal punto di vista del Potere, quando dal punto di vista del Conflitto.
In questo suo duplice aspetto di Potere e di Conflitto la politica è pensabile come un’Essenza, rintracciabile attraverso la risoluzione di alcune questioni:

1) Qual è l’origine della collettività e quali i suoi fondamenti di legittimità?

2) Quale rapporto c’è tra l’energia originaria delle forme politiche e le loro realtà istituzionali?

3) Quali sono i soggetti dell’azione del potere politico, cioè chi agisce, chi comanda che cosa a chi?

4) E questo comando come avviene, con quali limiti, a quali fini?

5) Quali sono i confini dell’ordine politico, come e da chi sono individuati, chi includono e chi escludono?

Le concrete risposte a queste domande possono arrivare soltanto attraverso una riflessione sulle forme storiche della politica e sono determinate soltanto dalle modalità con cui le categorie che abbiamo fin qui indicato, conflitto, ordine, potere, forma, legittimità, sono di volta, in volta organizzate praticamente e pensate teoricamente.

Non si può sfuggire a questo livello di analisi semplificando tutto all’interno di una sola categoria: quella del potere, da cui discende la scelta estrema della guerra.

Della politica, infatti, fa parte anche il modo con cui essa viene discorsivamente mediata e criticata dai suoi soggetti e dai suoi attori: la politica è una pratica che deve essere sempre un’elaborazione intellettuale e valutativa.

Le “armi della critica” rimangono fondamentali, non alienabili.

E’ il caso di ripetere la nostra domanda: ciò che sta accadendo può essere considerato “politica” che prosegue con le armi della guerra,oppure semplicemente lotta per un potere indefinito, al di fuori da qualsiasi riferimento sistemico a valori, progetti, programmi, visione del mondo?

Dal nostro punto di vista la domanda è retorica e la risposta scontata: adesso, in questa folle rincorsa non ravvediamo tracce di politica .

Tanto più che va aggiunta una considerazione: nonostante che si tenti, come sta accadendo o forse è già accaduto, di ridurre così la politica a “simulacro del comando” non sarà possibile cancellare l’idea del conflitto.

Così ridotto l’esercizio del potere inteso come autoreferenzialità permanente sarà sempre arbitrario ed eccederà sempre la norma: in questo modo la “questione morale” sarà sempre direttamente connessa con l’arbitrarietà e l’eccesso.

Il punto di fondo dell’interrogativo che si intende porre in questa occasione rimane allora quello del come, attraverso i meccanismi della democrazia, si possa riuscire a limitare l’eccesso del potere rispetto alla norma e portare finalmente la politica dentro il conflitto che dovrebbe rappresentare l'obiettivo di queste ore.
Un tema che nel ‘900 si affrontò nello scontro tra totalitarismi e organizzazione democratica e che oggi, toccato con mano che “la storia non è finita”, dovrà essere ripreso in termini nuovi sui quali però non pare essere ancora partita una adeguata riflessione.

Respingendo qualsiasi valutazione di neutralismo da anime belle e costretti quindi a lottare dentro un improprio conflitto tra morale e politica la sola via possibile è quella di proclamare la pace come valore assoluto, sola sintesi possibile tra morale e politica.


mercoledì 2 marzo 2022

UN RICORDO DELL'AVVOCATO LUZZATI

 

UN RICORDO DELL’AVVOCATO LUZZATI di Franco Astengo

L’Ordine degli avvocati di Savona con una iniziativa davvero meritoria di recupero della memoria storica ricorderà il prossimo 4 marzo l’avvocato Vittorio Luzzati, specchiata figura di antifascista e di socialista autonomista, protagonista del “processo di Savona” intentato a Parri, Rosselli, Pertini per la fuga di Turati in Francia, poi a lungo vice-sindaco della Città con Aglietto, Lunardelli, Urbani.

Tutti questi passaggi saranno sicuramente ricordati al meglio nell’occasione cui si faceva cenno all’inizio.

In questo caso però si intende spostare l’attenzione su di un passaggio solitamente poco ricordato della vita politica dell’avv. Luzzati (e di altri).

Si è già fatto cenno alla posizione politica di socialista autonomista tenuta dall’avv.Luzzati durante la sua militanza all’interno del movimento socialista nel dopoguerra: una posizione di equilibrio e di legame con le proprie radici (era stato eletto per la prima volta in Consiglio Comunale nel 1914) che lo aveva tenuto lontano sia dalla scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini (gennaio 1947) sia dalle pulsioni fusioniste con il PCI che pure avevano attraversato il mondo socialista all’epoca del Fronte Popolare (elezioni del 1948).

Nel 1964, all’età di 89 anni, l’avv.Luzzati aderì ,invece, alla formazione dello PSIUP.

Lo PSIUP rappresentò quell’ala della sinistra socialista che aveva rifiutato la formazione di un governo organico con la DC .

Governo organico di centro – sinistra che si era realizzato, dopo tormentate vicende, nel dicembre 1963 sotto la presidenza di Aldo Moro e la vice-presidenza di Pietro Nenni.

Si trattò di un gesto politico, quello compiuto dall’avv. Luzzati, che in Città assunse un grande significato quale segno ulteriore della grande coerenza e dell’integrità intellettuale del personaggio e come testimonianza della sua incrollabile fede nel socialismo.

Da lì derivava un conseguente giudizio sull’impossibilità di un esito positivo del connubio di governo con la Democrazia Cristiana.

Lo PSIUP nacque al momento del voto di fiducia al governo Moro – Nenni: 23 parlamentari socialisti votarono contro e riassunsero l’insegna sotto la quale il partito socialista aveva partecipato alla Resistenza e ai governi di solidarietà antifascista tra il 1944 e il 1947: una sigla frutto dell’intesa tra il vecchio PSI tenuto in vita durante il fascismo da Nenni e Saragat nell’esilio e da Sandro Pertini e altri militanti nelle galere del regime e il Movimento di Unità Proletaria creato dopo la caduta del fascismo da Lelio Basso, altra figura che meriterebbe a Savona (era nato a Varazze) un ricordo particolare dopo quelli che qualche anno fa pure gli erano stati dedicati.

Il nuovo PSIUP, eletto segretario Tullio Vecchietti e vice-segretario Dario Valori, era un partito composto da almeno tre anime (una divisione che alla fine risultò esiziale) tra chi seguiva la vecchia tradizione socialista come appunto l’avvocato Luzzati, un’ala “fusionista” con il PCI (su posizioni rivelatesi alla fine filosovietiche, i cosiddetti “carristi”) e una corrente sindacalista – movimentista, molto sensibile alle tensioni giovanili che animavano in quell’epoca la società italiana nei prodromi del’68 (pensiamo ai fatti di piazza Statuto a Torino nel 1962) in un intreccio operai – studenti; corrente guidata da un intellettuale di spicco come Vittorio Foa che, in seguito rifiutò la confluenza nel PCI dopo le elezioni del 1972, formando con il gruppo del Manifesto ( Rivista dal 1969 al 1971, poi quotidiano) il PdUP. Rimase nel PSI l’altra corrente di sinistra, quella lombardiana, nella convinzione di poter esprimere al governo le proprie elaborazioni soprattutto rivolte alla programmazione economica: una ipotesi poi frustrata dal “tintinnar di sciabole” del luglio 1964.

A Savona la scissione dello PSIUP rappresentò un fatto politicamente molto significativo e anche incidente sul piano dei numeri elettorali.

Aderirono intellettuali di alto livello come Beppe Racca, poi segretario provinciale del Partito e Dante Luciano, assessore alla cultura al Comune di Savona con i sindaci Zanelli e Scardaoni, esponenti del mondo delle cooperative con Sergio Cerrato, anche lui amministratore comunale, sindacalisti come il segretario della FIOM Ferrari oltre a un gruppo di operai, particolarmente nutrito e combattivo, soprattutto alla Scarpa e Magnano, alla Servettaz e all’ILVA.

Nel ponente poi lo PSIUP ebbe esponenti di punta eleggendo un deputato, l’avvocato Stefano Carrara Sotour, un consigliere provinciale De Vincenzi a Pietra Ligure e l’indimenticabile Dino Grollero a sindaco di Alassio.

Lo PSIUP ottenne un rilevante successo alle elezioni del 1968 con oltre un milione e mezzo di voti ed eleggendo 24 deputati: però l’ipotesi di una forza autonoma alla sinistra del PSI e in dialogo non subalterno con il PCI si spezzò nell’agosto di quell’anno con l’invasione di Praga da parte dei carri armati del Patto di Varsavia: una parte del partito tenne una posizione ambigua, quasi di sostegno (addirittura in contrasto con la posizione della segreteria del PCI) e l’altra parte (appunto in sintonia con il gruppo del Manifesto in quel momento ancora interno al partito comunista) condannò senza appello l’invasione.

L’avvocato Luzzati morì nell’ottobre dello stesso anno: la storia dello PSIUP proseguì poi con altre vicende che non è il caso di rievocare in questa sede nel dettaglio.

Nel ricordo che l’Ordine degli Avvocati di Savona sta dedicando alla sua figura anche questo passaggio trova un suo spazio, per il valore della dimostrazione di coerenza personale e per quanto significò nella storia politica della sinistra nella nostra Città.


martedì 1 marzo 2022

REGIONE LIGURIA: UNA POLITICA ECONOMICA CORPORATIVA E PRIVA DI VISIONE

 

REGIONE LIGURIA: UNA POLITICA ECONOMICA CORPORATIVA E PRIVA DI VISIONE di Franco Astengo


Lo scorso 23 febbraio si è svolto a Genova il convegno“Tra Capitale e Debito: opportunità e aspettative per la finanza delle imprese”, organizzato da Regione Liguria in collaborazione con Ligurcapital al palazzo della Borsa di Genova.


In occasione di questo convegno il presidente della Regione Toti e l’assessore allo sviluppo Benveduti hanno così commentato dopo aver ricordato che, nel triennio, sono stati elargiti 24 milioni per sostegno all’imprenditoria regionale : “È stato fatto un grande lavoro nei mesi della pandemia per cercare di dare un sostegno alle specificità e alle fragilità delle imprese liguri – commenta il presidente di Regione Liguria Giovanni Toti – Gli interventi sul capitale e per agevolare l’accesso al credito, insieme alle misure governative, hanno aiutato le piccole e piccolissime imprese, che sono l’ossatura dello sviluppo produttivo ligure, a superare un momento difficile. Oggi, ancora più di ieri, bisogna stare al loro fianco per aiutarle a ripartire a correre veloce, come testimoniano i trend di crescita dei settori dell’export, dei porti, dell’artigianato e del turismo”.

Una sintetica analisi rispetto a queste posizioni della Giunta Regionale:

La Linea di Ligurcapital, rivendicata dalla Regione, costituisce sicuramente un punto di riferimento di sollievo per un certo numero di imprese ma rimane ancorata a due limiti di fondo:

a) si rivolge essenzialmente al mondo delle microimprese in una situazione come quella ligure dove .- appunto – la dimensione delle imprese è elemento di freno allo sviluppo (come del resto la questione demografica e quella dell’integrazione degli immigrati, in ritardo e realizzata parzialmente a livelli professionali troppo bassi).

Il tema è stato sviluppato anche nel capitolo 2 dell’inchiesta (raccolta in volume) di Repubblica “Facciamo economia” (in edicola dal 28 febbraio) laddove si descrive “I motivi di questo declino dell’economia ligure sono chiaramente molteplici, vengono da lontano e sono stati spesso discussi: l’invecchiamento della popolazione, la crisi delle partecipazioni statali, l’isolamento infrastrutturale, la gestione non ottimale delle infrastrutture esistenti, una cultura della rendita troppo diffusa”.

A questa analisi si deve aggiungere come individuazione di punti critici : il mancato scioglimento del nodo su “Genova Città  Regione”; la corporativizzazione dell’economia di determinati ambiti (turistico e balneari per esempio); il ritardo nella bonifica e nel recupero di aree industriali dismesse, in ispecie in Val Bormida come retaggio dell’antico, mai dimenticato e sopito conflitto lavoro/ambiente; l’assenza di una visione riguardante la complessità degli assetti economico – produttivi non soltanto a livello regionale ma anche e soprattutto dell’insieme del Nord Ovest e dei relativi riferimenti europei.


Nell’esigenza complessiva di una maggiore capacità di programmazione emergono due questioni fondamentali: 1) un processo di re-industrializzazione fondato sull’innovazione tecnologica;

2) un recupero sul piano infrastrutturale che non si limiti a Genova (terzo valico, Gronda) e al Ponente nel senso del (contestato) raddoppio ferroviario Finale – Andora.


E’ necessario, in un quadro di necessario riferimento alla sostenibilità ambientale investire prioritariamente sul gap rappresentato dalla carenza infrastrutturale (decisiva anche per la portualità, tema che qui non si affronta per semplice economia del discorso).

Ad esempio :

a) collegamento ferroviario e autostradale del porto di Vado Ligure; b) aumento di capacità delle linee ferroviarie Savona – Torino e Savona – Alessandria

c) bretella autostradale da Albenga verso l’autostrada Savona – Torino con un piano di cura della viabilità capace di superare le difficoltà in atto.


Tutto questo per semplificare una situazione che meriterebbe maggiore complessità di valutazione, ribadendo come giudizio della politica portata avanti dalla Regione il corto respiro e aggiungendo la necessità di un confronto serrato sull’elaborazione che gli Enti Locali stanno portando avanti in relazione al PNRR, al riguardo del quale è fin qui mancata l’individuazione di una sede di effettivo confronto tra Governo, Regione, sistema degli Enti Locali.