venerdì 31 luglio 2020

CONVEGNO 30 LUGLIO

UN PROGRAMMA COMUNE PER IL COMPRENSORIO SAVONESE E LA VALBORMIDA di Franco Astengo
sintesi degli interventi nel convegno “Savona e l’Isolamento Politico e Sociale” svolto il 30 luglio presso la Società Generale di Via San Lorenzo (g.c.) e organizzata dal gruppo “Quelli della Rebagliati – Il Rosso non è il nero”. Nel corso del convegno è stato presentato il progetto elaborato da Giorgio Ajassa e Dario Zucchelli al riguardo delle infrastrutture ferroviarie tra Savona e il Piemonte.


“Un programma che comprenda punti comuni per il comprensorio savonese e la Val Bormida” questa la proposta più significativa avanzata da Sergio Tortarolo in conclusione del convegno “Savona e l’isolamento politico e sociale”.
Richiamo alla comprensorialità svolto anche da Bruno Marengo nel pronunciare, in apertura dei lavori, un ricordo di Angelo Carossino, sindaco di Savona dal 1960 al 1966 scomparso nei giorni scorsi. In quel periodo infatti iniziò l’elaborazione del PRIS, strumento di programmazione economica e urbanistica che in seguito promosse per molto tempo una fase di sviluppo dell’intera area centrale del savonese.
Una proposta, quella della comprensorialità attraverso la quale può essere realizzato quell’innalzamento di qualità programmatica, quella visione di “pensiero lungo” richiesto da Franco Astengo nell’introduzione ai lavori, presieduti da Franca Ferrando.
Lo scopo indicato nella relazione è stato quello di riuscire a concretizzare al meglio la richiesta di apertura di un nuovo ciclo per la città di Savona nel senso di una rottura non episodica sia rispetto all’attuale amministrazione (giudicata “priva di vocazione”) sia con il passato del primo decennio del XXI secolo allorquando fu completato lo scambio deindustrializzazione / speculazione edilizio. Uno scambio che non solo ha abbruttito la Città e avviato un processo di vero e proprio spopolamento ma l’ha privata anche di un’identità riconoscibile: è stato nel corso del primo decennio del 2000 che va cercato “il colpevole” come richiesto nel suo intervento da Mimmo Lombezzi.
Le due scadenze elettorali, quella immediata per l’elezione del Presidente e del Consiglio Regionale della Liguria e quella prevista per il 2021 per l’elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale di Savona rappresenteranno due tappe fondamentali per delineare una svolta.
Il dibattito ha ruotato attorno alla presentazione del progetto riguardante le infrastrutture ferroviarie necessarie al savonese per uscire dall’isolamento.
Il progetto è stato presentato con ampi riferimenti alla realtà regionale e di tutto il Nord – Ovest da parte dei suoi estensori Dario Zucchelli e Giorgio Ajassa suscitando il più vivo interesse da parte dei presenti.
Un progetto direttamente connesso con la questione del lavoro che in questo modo ha assunto, nella proposizione di gran parte degli interventi, una vero e proprio recupero di “centralità” dopo un lungo periodo nel quale le istituzioni lo avevano relegato in secondo piano agitando strumentalmente il conflitto con l’ambiente come ha segnalato nel suo intervento Livio Di Tullio.
Sulla questione infrastrutturale in una chiave riferita all’intero nord – ovest è intervenuto anche Maina, esponente di “Noi per Savona”.
L’altro argomento che ha polarizzato la parte centrale del confronto è stato quello della costruzione di un’offerta politica adeguata per avviare, partendo dalle elezioni del 2021, quel già richiamato“nuovo ciclo” per Savona.
Sergio Acquilino ha proposto una larga alleanza a sinistra che Marco Russo ha definito come “Patto”: entrambi comunque hanno insistito sul concetto di una “larga” concentrazione di soggetti posta in relazione a precisi punti programmatici, larga concentrazione di forze sollecitata anche dall’intervento di Rita Caviglia; a questo proposito Gabriella Branca ha portato l’esempio della costruzione della candidatura Sansa in Regione e sottolineato la natura sperimentale dell’accordo con il Movimento 5 Stelle.
Sul tema della costruzione di un accordo politico è intervenuto anche Livio Di Tullio accennando alla formazione di un “movimento civico”.
Marco Russo inoltre ha toccato diversi aspetti dell’isolamento di cui soffre Savona, citando tra questi anche il sociale nella cui caduta di espressione pubblica si è riscontrata la solitudine delle persone, in particolare di quelle in maggiore difficoltà com’è stato dimostrato nel periodo del lockdown.
Altro punto sviluppato in diversi interventi quello del decentramento.
Il tema del decentramento è stato ripreso anche nelle conclusioni da Sergio Tortarolo che ha usato la formula del “rinnovo della Città a partire dalle periferie”. Periferie nella quali andrà costruito un “gruppo dirigente diffuso” capace di diffondere socialità e solidarietà.
Sui temi dell’attualità delle condizione dell’amministrazione savonese e sull’incapacità dell’attuale giunta di affrontare i problemi concreti della città si sono soffermati la capogruppo del PD Elisa di Padova e quello di Rete a Sinistra Marco Ravera.
Sono intervenuti anche Antonio Vallarino sulla questione della proprietà cinese della Piattaforma Maersk e Dilvo Vannoni sull’auspicio formulato da “Savona antifascista” di tornare ad un “Comune antifascista”.
Nella sostanza il dibattito sviluppato nel corso del convegno ha dimostrato una forte possibilità di concretizzazione di istanze di superamento dell’isolamento di cui soffre Savona grazie alle proposte contenute nel progetto di Ajassa e Zucchelli e una richiesta di ritorno alla dimensione comprensoriale e di decentramento cittadino come sostenuto da Sergio Tortarolo e Bruno Marengo.
Si sono così poste le premesse per un prosieguo del confronto sul tema più proprio della formazione di una adeguata “offerta politica” , tema presente nei diversi aspetti degli interventi di Marco Russo, Livio Di Tullio, Sergio Acquilino.

mercoledì 29 luglio 2020

EMERGENZA

EMERGENZA di Franco Astengo
Sarebbe stato semplice disattendere le obiezioni di limitazione della democrazia costituzionale che il governo sta ricevendo circa il prolungamento dello stato di emergenza sanitaria.
Poi che l’esercizio della democrazia sia reclamato da forze razziste ed eredi del neofascismo repubblichino è un altro paio di maniche: deriva dall’insufficienza delle forze di governo tutte ripiegate sulla governabilità e pervase da una malsana necessità di personalizzazione della politica.
Questa discussione , fin dall’inizio, sarebbe uscita dall’ambiguità se all’origine, fosse stato adottato un atto del Parlamento al momento della proclamazione dello stato di emergenzo.
Un atto approvato dal Parlamento che poteva essere costituito da un articolato legislativo nel quale fissare :
a) i termini concreti di agibilità concesso al Governo nello straordinario momento contingente,
b) le modalità delle necessari espressione di trasparenza nei rapporti con la comunità scientifica. Trasparenza che, sotto questo aspetto, è clamorosamente mancata in un bailamme di deteriore esercizio di protagonismo;
c)la necessità di un periodico riferimento alle Camere sul modificarsi dello stato di cose presenti, d)la regolamentazione nell’utilizzo – in via straordinaria – dei mezzi di comunicazione pubblica per rivolgersi al Paese (radio e TV). Riferimento al Parlamento e non semplice “informativa”.
e) una definizione precisa degli atti da compiere con la necessaria distinzione riservata agli atti riguardanti l’emergenza sanitaria e quella economico – sociale.
Un lavoro, quello dell’elaborazione di un articolato legislativo da redigersi in termini di necessaria flessibilità d’esposizione ma chiaro e legittimante “a priori” dell’esercizio della funzione di governo delle condizioni di straordinarietà ricordando come una fase come quella che stiamo vivendo è sicuramente particolare, anche rispetto allo stesso stato di guerra.

La legge 400/88 indica dettagliatamente le attribuzioni del Consiglio dei Ministri.
Il Governo può esercitare la funzione legislativa in due ipotesi previste e disciplinate in modo tassativo dalla Costituzione quando:
  1. il Parlamento stesso conferisce al Governo - con un'apposita legge di delega, secondo principi e criteri predeterminati e per un tempo definito - il compito di provvedere ad emanare decreti legislativi aventi forza di legge;
  2. può adottare, autonomamente e sotto la sua responsabilità, decreti-legge per fronteggiare situazioni impreviste e che richiedono un intervento legislativo immediato. In questo caso, il Parlamento si riserva, nei sessanta giorni successivi, di convertire in legge, anche con modifiche, il decreto. In caso contrario, il decreto legge decade.
Nella straordinarietà della situazione l’emanazione da parte del Parlamento di una sorta di “legge – quadro” del tipo di quella che si è cercato di descrivere in questa sede avrebbe consentito poi a tutti gli altri atti assunti via via di rispettare l’insieme del quadro dettato dalla norma costituzionale.
E’ necessario sventare ogni tentazione di esercizio di una “Costituzione Materiale” di stampo presidenzialista che il Paese ha rifiutato due volte, nel 2006 e nel 2016, con due voti popolari a larga maggioranza che confermarono la vocazione parlamentare della Repubblica come stabilito dai Padri Costituenti.



martedì 28 luglio 2020

CONFERMA 30 LUGLIO

Scusandoci vivamente per il disturbo rinnoviamo a tutti l’invito al convegno organizzato dal gruppo “Quelli della Rebagliati – Il rosso non è il nero” per il prossimo 30 luglio alle ore 17,30 presso la sala della SMS “La Generale” di via San Lorenzo (g.c.) , naturalmente rispettando tutti gli accorgimenti dovuto alla situazione sanitaria.
Il tema del convegno “Savona, l’isolamento economico e sociale” sarà affrontato in apertura dei lavori, dopo una breve introduzione di carattere generale, attraverso la presentazione di un progetto riguardante le infrastrutture necessarie proprio per affrontare il tema dell’isolamento, producendo così nuove possibilità e occasioni di sviluppo produttivo e lavoro.
Il progetto è a cura di Giorgio Ajassa e Dario Zucchelli, cui va il nostro preventivo ringraziamento.
Al termine della presentazione sarà aperto un dibattito aperto al termine del quale sarà fornito a cura del nostro gruppo un tentativo di risposta nel segno dell’ indirizzo e della proposta aperta, com’è nello scopo del nostro lavoro teso a fornire un contributo di merito al riguardo dei problemi.
Il nostro obiettivo è quello di far sì che l’esito del convegno risulti, sul piano politico e progettuale, particolarmente impegnativo rispetto alla prospettiva di costruire una forte innovazione nella prospettiva politica, economica, sociale della nostra città e del suo comprensorio.
Grazie per l’attenzione
p.Il gruppo (quelli della Rebagliati – il rosso non è il nero”
Dilvo Vannoni, Franca Ferrando, Bruno Marengo, Sergio Tortarolo, Maria Teresa Carbone, Maria Rita Zanella, Antonio Vallarino, Dario Zucchelli, Sergio Acquilino, Franco Astengo

RISPOSTA NUMERO DEI PARLAMENTARI

L’articolo di Gian Giacomo Migone e la lettera di Adriana Re pubblicati dal Manifesto, meritano una replica immediata, collocata all’altezza della qualità di argomentazioni da essi addotte che richiedono il massimo di considerazione.
Di seguito una possibile estrema sintesi ringraziando per l’attenzione:

La riduzione del numero dei parlamentari, il monocameralismo oppure la differenziazione del bicameralismo paritario con altre modifiche della legge elettorale hanno storicamente fatto parte dei programmi istituzionali della sinistra comunista, sia della commissione problemi dello Stato del PCI, sia del CRS diretto a suo tempo da Pietro Ingrao, anche dello stesso PdUP e della Sinistra Indipendente (si ricordi la relazione Milani – Pasquino alla Commissione Bicamerale Bozzi del 1985, proprio sul tema della legge elettorale).
In quei progetti si sommavano diversi elementi(anche tecnici) che puntavano a garantire la piena espressione della volontà dell’elettorato, la rappresentatività istituzionale delle forze in campo, la formazione di governi coerenti con la capacità programmatica delle forze disponibili.
Contrapposizione vi fu con la “grande riforma” craxiana perché orientata verso il presidenzialismo, l’accentramento nell’esecutivo, il cosiddetto “decisionismo”.
In seguito tutto questo patrimonio fu azzerato e si procedette per colpi di riforma elettorale (considerata come la panacea di tutti i mali) perseguendo un duplice scopo : “accompagnare” in negativo il mutamento di natura dei partiti da soggetto di massa a personalistici “catch all party”; considerare la “governabilità” come la frontiera esaustiva dell’agire politico(tanto è vero che il PCI fu sciolto all’insegna dello “sblocco del sistema politico”)
Nacque a quel punto, beninteso fin dal “Mattarellum” il meccanismo di “nomina” dei parlamentari da parte non tanto delle segreterie dei partiti ma da parte delle cordate che si stavano spartendo il potere al loro interno oppure da parte del “padrone” nella logica del “partito – azienda”.
Nel frattempo diminuiva esponenzialmente la partecipazione politica ( e quella elettorale) e si aprivano le porte a fenomeni di vera e propria degenerazione: prima l’egoismo razzista della Lega al quale fu sacrificato il titolo V della Costituzione, poi l’antipolitica di basso profilo etico – politico del movimento 5 stelle.
Intanto i diversi sistemi elettorali affinavano il meccanismo della nomina in luogo dell’elezione al punto da provocare, da parte di giuristi illuminati, i ricorsi alla Corte Costituzionale che in ben due occasioni provvedeva in materia con sonore bocciature, unico caso nella dimensione europea.
In questo quadro è intervenuta la proposta di riduzione nel numero dei parlamentari, proposta in chiave meramente propagandistica adducendo il motivo dei costi troppo esorbitanti “da tagliare”. Una motivazione quest’ultima che, oltre al profilo di bassa macelleria, ha evidentemente assunto una veste “punitiva” nei riguardi della rappresentatività. La rappresentatività collettivamente organizzata delle opzioni politiche è sempre stata e rimane il vero bersaglio di queste operazioni.
Operazioni di riduzione della democrazia che puntano ad aprire le porte ad un inasprimento della personalizzazione della politica e quindi condurre al presidenzialismo, in modifica della Costituzione: già tante volte soggetta ad attacchi, per due volte respinti con il voto popolare.
Grazie Franco Astengo





lunedì 27 luglio 2020

QUESTIONE MORALE, CONFLITTO, POTERE

QUESTIONE MORALE, CONFLITTO, POTERE di Franco Astengo
Il direttore della “Stampa” Massimo Giannini ha affrontato ieri 27 luglio, in un editoriale, il tema della nuova qualità della “questione morale” ricordando il trentanovesimo anniversario della celebre intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari da Enrico Berlinguer nel corso della quale il segretario del PCI affrontava il tema della degenerazione morale del sistema dei partiti esprimendosi, in un fondamentale passaggio in questo modo: “«I partiti di oggi non fanno più politica. Sono soprattutto macchine di potere e di clientela, scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, senza perseguire il bene comune... I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai... Molti italiani si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più...».
Se si rilegge quell’intervista confrontandoci con l’articolo di Giannini si ravvedono prima di tutto i temi della complessità che oggi la “questione morale” presenta: ad esempio nel testo viene prestata particolare attenzione al tema del ruolo della magistratura che sempre, non solo sotto questo fondamentale aspetto specifico della “questione morale” ma anche dal punto di vista più propriamente legislativo , ha svolto un ruolo di supplenza rispetto ai vuoti presenti nel sistema politico.
Per rafforzare questo discorso pensiamo alla funzione svolta dalla Corte Costituzionale in materia elettorale in un’opera di vera e propria sostituzione legislativa ( in verità sotto questo aspetto si è mossa molto, negli ultimi anni, anche la Presidenza della Repubblica).
E’ necessaria un premessa: dall’intervista rilasciata da Berlinguer a oggi sono mutati alcuni punti fondamentali sia al riguardo della “finalità generale” espressa dall’agire politico, sia nell’insieme della strutturazione delle relazioni sociali.
Vale la pena allora ricordare che la diversità tra l’allora e l’oggi si sta esprimendo proprio nelle motivazioni generali di fondo che muovono l’azione politica: una differenza che si colloca tra “finalità universalistiche” ed espressione di “single issue” . E’ anche necessario rammentare come gli alfabeti politici del secolo scorso fossero materia ardua. Venivano frequentati a lungo, prima di imbracciarli. Cattolici, laici, libertari e comunisti camminavano con lentezza dentro le parole della politica imparando a trasformarle in azioni. Prima nei quartieri, poi nei comuni poi nei vasti collegi elettorali. Fino al teatro della politica nazionale che era selezionato al netto degli scandali, delle trame e della corruzione che pure esisteva, intendiamoci bene. Era un lavoro, quello dell’esercizio dell’azione politica che impegnava la giovinezza, le passioni, l’esperienza. Era apprendistato prima che comando.
Queste affermazioni non debbono suscitare semplicemente la (legittima) nostalgia per il passato ma anche sollecitare una proposta di riflessione per l’oggi e soprattutto per il futuro.
Nell’oggi emerge una domanda: che fine ha fatto il progetto di estensione verso il basso del meccanismo del potere tramite il livellamento sociale che si pensava il web avrebbe finito con il produrre all’insegna dell’ “uno vale uno”?
L”uno vale uno” sembra ridotto ormai a veicolo per il conseguimento di unico obiettivo “il potere” (di uno scranno, di una toga, di una divisa).
 In tempi non sospetti per definire questa situazione ci era capitato di elaborare la formula dell’ “individualismo competitivo”.
La competizione individualistica sta, infatti, non soltanto alla base della costruzione delle nuove formazioni politiche,ma anche dell’insieme della costruzione della rete delle relazioni e degli scontri di potere nell’insieme della società (per restare ai temi affrontati nel citato articolo di Giannini, pensiamo alle correnti nella magistratura). Torno all’analisi delle nuove formazioni politiche non più formate da militanti collegati attraverso un collettivo, ma da singoli che intrecciano “cordate” (cerchi e/o gigli magici) finalizzate a spingere personaggi singoli verso l’acquisizione di posizioni di, più o meno, presunto potere.
Sotto questo aspetto va ripresa una ricerca , partendo da una domanda “E’ questa di oggi la politica con l’individualismo competitivo come forme dominante?” oppure era politica quella del ‘900 dei grandi partiti di massa e della “fatica dell’appartenenza”?
Per rispondere efficacemente occorre ritornare alla sostanza delle cose che riguardano l’umana coesistenza, quando questa assume l’aspetto consapevole di un’identità collettiva.
Una identità collettiva che deve essere considerata tanto dal punto di vista del Potere, quando dal punto di vista del Conflitto.
In questo suo duplice aspetto di Potere e di Conflitto la politica è pensabile come un’Essenza, rintracciabile attraverso la risoluzione di alcune questioni:
1) Qual è l’origine della collettività e quali i suoi fondamenti di legittimità?
2) Quale rapporto c’è tra l’energia originaria delle forme politiche e le loro realtà istituzionali?
3) Quali sono i soggetti dell’azione del potere politico, cioè chi agisce, chi comanda che cosa a chi?
4) E questo comando come avviene, con quali limiti, a quali fini?
5) Quali sono i confini dell’ordine politico, come e da chi sono individuati, chi includono e chi escludono?
Le concrete risposte a queste domande possono arrivare soltanto attraverso una riflessione sulle forme storiche della politica e sono determinate soltanto dalle modalità con cui le categorie che abbiamo fin qui indicato, conflitto, ordine, potere, forma, legittimità, sono di volta, in volta organizzate praticamente e pensate teoricamente. Non si può sfuggire a questo livello di analisi semplificando tutto all’interno di una sola categoria: quella del potere. Della politica, infatti, fa parte anche il modo con cui essa viene discorsivamente mediata e criticata dai suoi soggetti e dai suoi attori: la politica è una pratica che deve essere sempre un’elaborazione intellettuale e valutativa. Le “armi della critica” rimangono fondamentali, non alienabili. E’ il caso di ripetere la nostra domanda: ciò che accade, da molti anni, all’interno del sistema politico italiano può essere considerato “politica” oppure semplicemente lotta per un potere indefinito, al di fuori da qualsiasi riferimento sistemico a valori, progetti, programmi? Insomma: si è cercato e si cerca di esercitare il potere al di fuori da qualsiasi possibile visione del mondo esaltando, proprio nello specifico del “caso italiano”, l’antica categoria del “trasformismo”. Dal nostro punto di vista la domanda è retorica e la risposta scontata: non ravvediamo tracce di politica nell’agire sulla base dell’individualismo competitivo. Tanto più che va aggiunta una considerazione: nonostante che si tenti, come sta accadendo o forse è già accaduto, di ridurre così la politica a “simulacro del comando” non sarà possibile cancellare l’idea del conflitto sociale. Così ridotto l’esercizio del potere inteso come frutto dell’affermazione individualistica sarà sempre arbitrario ed eccederà sempre la norma: in questo modo la “questione morale” sarà sempre direttamente connessa con l’arbitrarietà e l’eccesso. Il punto di fondo dell’interrogativo che si intende porre in questa occasione rimane allora quello del come, attraverso i meccanismi della democrazia, si possa riuscire a limitare l’eccesso del potere rispetto alla norma e portare il conflitto dentro la politica.
 Sicuramente come dimostrano le vicende attuali interne al sistema politico italiano non ci si riuscirà limitandoci a un’espressione dell’angoscia di sé con l’obiettivo rivolto a provocare una lotta destinata soltanto a determinare l’esclusione degli “altri” in nome della propria solitaria “affermazione di potere”.
Si tratta della grande questione che riguarda la possibilità dell’”inclusione collettiva” attraverso l’espressione dell’intermediazione politica svolta in funzione della rappresentanza sociale: un tema che nel ‘900 si affrontò nello scontro tra totalitarismi e organizzazione democratica fondata sui partiti di massa e che oggi, toccato con mano che “la storia non è finita”, dovrà essere ripreso in termini nuovi sui quali però non pare essere ancora partita una adeguata riflessione.

sabato 25 luglio 2020

DAL 25 LUGLIO ALLA COSTITUZIONE






DAL 25 LUGLIO ALLA COSTITUZIONE di Franco Astengo Un ricordo del 25 Luglio 1943 non può essere riservato semplicemente alla narrazione dei fatti che portarono alla caduta del fascismo, attraverso quella che generalmente viene ricordata come “una congiura di palazzo”.
Appare importante, proprio in questa fase di vero e proprio “sfrangiamento” del nostro sistema politico, valutare anche i fatti di quel giorno fatidico alla luce di quanto accaduto nei successivi fondamentali passaggi dell’8 Settembre 1943 e del 25 Aprile 1945 sotto l’aspetto del dibattito e delle relative scelte che si svilupparono e furono adottate in funzione della costruzione/ricostruzione della democrazia in Italia.
Processo di costruzione/ricostruzione della democrazia in Italia che trovò poi nell’Assemblea Costituente la sua sede d’espressione fino al varo del testo costituzionale.
Il testo della Costituzione del ‘48 resta ancora oggi il punto di riferimento fondamentale attorno al quale stringersi per difendere e affermare la nostra democrazia.
La democrazia moderna non è una forma spontanea di organizzazione della società, ma il frutto di una conquista lenta e difficile.
In Italia dopo il fascismo le difficoltà della ricostruzione democratica si innestarono di su un processo storico che, già, prima del fascismo appariva fragile e incerto.
Non si deve perciò immaginare la rinascita democratica in Italia, nel secondo dopoguerra, come liberazione di un corpo estraneo o come ritorno a una scontata fisiologia democratica.
Per entrare in questa prospettiva critica è necessario accennare ad alcuni fra i tanti elementi della eredità del passato che condizionarono la rinascita democratica: un’incertezza, anzitutto, nella classe politica antifascista, sulla stessa idea di democrazia legata alle diverse premesse ideologiche e alla diverse letture della storia del Paese; una ancor più profonda incertezza su quello che potremmo definire uno statuto democratico dei partiti politici; infine il complesso e contraddittorio vissuto degli italiani nel corso del ventennio.
Rientrarono in scena i partiti politici che, fino a quel momento, avevano vissuto tra esilio e lotta interna le vicende di una difficile sopravvivenza, ma non erano disposti a ripartire dal passato, al di là delle polemiche sulla consistenza del fascismo, dell’antifascismo e dell’afascismo.
La fase di riorganizzazione impedì ai partiti di avere influenza sugli avvenimenti che portarono al colpo di Stato del 25 Luglio.
Il ruolo dei partiti risultò, invece, assolutamente decisivo subito dopo l’8 Settembre, e per questo fatto il loro processo di ricostituzione va considerato fondamentale per lo sviluppo dei fatti storici dell’epoca e per affermare, senza alcun dubbio, dove andasse a collocarsi la continuità dell’unità nazionale, rispetto alla successiva formazione della Repubblica Sociale Italiana.
La trasformazione del comitato dei partiti antifascisti in Comitato di Liberazione Nazionale, avvenuta fin dal 9 Settembre a Roma, collocò subito la Resistenza come secondo Risorgimento approvando fin dal giorno 10 Settembre una mozione che costituiva un punto fermo di grande importanza politica.
Vi si legge: “Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare a Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di Liberazione Nazionale per chiamare gli italiani alla lotta di Resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che gli spetta nel consesso delle nazioni libere”.
La democrazia italiana che rinasceva dopo il fascismo riprendeva un cammino interrotto proprio dallo stesso fascismo e si presentava, quindi, in linea di continuità con lo Stato Liberale o ci si sarebbe dovuti avviare verso una strada del tutto nuova? Il fascismo aveva segnato una totale rottura rispetto alla storia precedente o non aveva nella storia dello stato liberale le sue radici?
Si svilupparono, nel corso della fase storica cui ci stiamo riferendo, risposte diverse: la posizione liberale, rappresentata da Benedetto Croce e quella azionista, che si opposero tra di loro ma, per certi aspetti, finirono entrambe con il rimanere interne a una stessa concezione della politica che era quella degli eredi del Risorgimento nelle sue due componenti: la moderata e la democratica.
Si manifestò così un doppio cleavage fra le forze politiche italiane; vi si trovava, certo, una discriminante sul tema della libertà e del suo rapporto con la democrazia e sui contenuti della democrazia stessa, se solo formali o anche sostanziali; ma vi trovava anche un’altra e più profonda  contrapposizione che riguardava, per così, dire i “protagonisti” della democrazia e il ruolo, rispettivamente, dei gruppi di élite legati alla tradizione del Risorgimento e dei partiti che rappresentavano le realtà popolari.
Il problema della democrazia si intrecciava, subito all’indomani del 25 Luglio, con quello dei soggetti politici della democrazia e sul ruolo dei partiti.
La continuità dello Stato fu confermata sulla base degli accordi di Salerno e un mutamento degli equilibri istituzionali e politici fu rinviato a una volontà popolare espressa in libere elezioni.
In quel dibattito si era confrontata, in sostanza, la proposta azionista di una guida giacobina della ricostruzione democratica con quella di una continuità formale entro la quale i partiti popolari avrebbero potuto esprimere le loro future potenzialità.
In definitiva i partiti popolari assunsero un ruolo centrale nella ricostruzione democratica senza che di questa decisa innovazione non vi fosse neppure esplicita coscienza.
I partiti si sarebbero affermati in ragione di una necessità storica più forte di qualsiasi consapevolezza critica, attraverso la stagione delle grandi formazioni di massa, capaci di condurre ,attraverso un forte radicamento sociale, un lavoro capillare di insediamento della democrazia nel Paese: la scelta del “Partito Nuovo” compiuta da Togliatti fu, in questo senso, del tutto fondamentale per la conformazione dell’intero sistema.
Si tratta di un altro elemento dell’eredità del passato sul quale giova riflettere.
Nell’assoluta centralità del ruolo avuto dalla Resistenza nella costruzione del nuovo processo democratico italiano, soprattutto sul piano morale, non si può dimenticare quanto le radici della democrazia, non solo a livello di idee e di cultura politica della classi dirigenti, ma anche della sensibilità popolare fossero fragili e incerte.
Già Federico Chabod ,nelle sue lezioni alla Sorbona nel 1950, aveva posto in luce l’esistenza di “tre Italie” i cui confini erano stati segnati dallo svolgimento delle operazioni militari: al Sud, al Centro e al Nord.
Ebbene, fu con questa Italia, con le sue contraddizioni e le sue arretratezze, che la rinascita democratica, avviata il 25 luglio 1943, dovette misurarsi.
Il problema per l’Italia, al momento della rinascita democratica era dunque quello di saldare antifascismo e democrazia.
Era un problema culturale ma anche e soprattutto un problema politico, che investiva in profondità come si è visto tutte le forze rappresentative delle realtà popolari e che non poteva essere risolto se non nel quadro della collaborazione nata dalla lotta stessa contro il fascismo.
Nessuna comprensione e valutazione storica del processo di ricostruzione democratica è possibile se non si tiene conto del punto di partenza e dell’ eredità del passato.




venerdì 24 luglio 2020

PARLAMENTO E COSTITUZIONE EUROPEA

PARLAMENTO E COSTITUZIONE EUROPEA di Franco Astengo
Il Manifesto di oggi 24 luglio ospita due articoli di Alfonso Gianni e Luciana Castellina che, almeno a mio modesto giudizio, sollevano una questione analoga pur trattando di argomenti molto diversi (forse però nemmeno tanto).
Alfonso Gianni ( “Superata l’austerity la battaglia è appena iniziata”) ad un certo punto scrive, a proposito dell’accordo sul Recovery Fund: “La governance della ricostruzione posta nelle mani delle istituzioni europee e non di accordi e strumenti intergovernativi”.
Luciana Castellina (inserto “Il nostro green deal”, titolo “Lavoro per la natura”): “E’ accaduto che nel frattempo, seppur con tanti limiti, da Bruxelles è uscito un accordo che segna una svolta nella storia europea: per la prima volta si è incrinato il tremendo principio ispiratore dei trattati, il famoso “no bail out”..”
Si tratta di due interventi che meriterebbero una discussione ampia in una sede opportuna, ma nel caso di questa nota mi limito ad una sola osservazione.
Se giudichiamo positivo, o almeno significante un passo avanti, l’esito dell’accordo di Bruxelles almeno sul piano delle dinamiche istituzionali perché, allora, non riprendere il discorso su ruolo e funzioni del Parlamento Europeo: ruolo e funzioni determinate dal trattato di Lisbona nel 2009, quindi più di dieci anni fa?
Si tratterebbe di avanzare una proposta di avanzamento nei poteri dell’Assise Continentale in un quadro di iniziativa di democratizzazione istituzionale.
Una proposta quella riguardante il grado di rappresentatività politica e potestà ordinativa del Parlamento Europeo che potrebbe rappresentare un punto distintivo di una sinistra che ha bisogno di essere ricostruita e resa sempre più adeguata alla complessità delle sfide che ci attendono.
Inoltre, una proposta riguardante il Parlamento, assumerebbe anche il significato di porre al centro dell’attenzione il tema proprio della democrazia rappresentativa.
Nel quadro di una profonda difficoltà del modello liberaldemocratico la rappresentatività delle istituzioni elettive è oggi messa fortemente in discussione a vantaggio di modelli oligarchico – personalistici (compresi quelli delle “task – force” o delle “cabine di regia”) dei quali tra l’altro si nutrono direttamente le pericolose opzioni sovraniste circolanti con grande forza e pericolosità in questa fase così complicata. Un discorso sul Parlamento Europeo trascinerebbe con sé anche l’argomento della Costituzione Europea in un ragionamento complessivo che potrebbe riportare al centro il tema della democrazia nell’Unione .
Un tema quello della posizione delle assemblee elettive all’interno dei sistemi politici ormai da tempo trascurato e che potrebbe rappresentare, come cercavo di argomentare poco sopra, un punto distintivo nella ricerca di ricostruzione di una identità e di una presenza politica della sinistra in quella necessaria dimensione sovranazionale urgentemente richiesta dal modificarsi della qualità di estensione delle moderne contraddizioni sociali.

giovedì 23 luglio 2020

FORSE C'E' UN GIUDICE A BERLINO

FORSE C’E’ UN GIUDICE A BERLINO
Forse c’è un giudice a Berlino.
Adesso sarà importante vigilare che siano i verbali originali e non manipolazioni ex-post ad arrivare ad essere resi pubblici.
Ancora una volta, nel silenzio acquiescente del Parlamento, la magistratura si sostituisce alla politica per far luce su di uno dei periodi più oscuri nella storia della Repubblica.
Qualsiasi cosa emerga la secretazione di questi documenti corrispondeva ai timori di violazione delle regole della democrazia tante volte denunciate in questi mesi e che debbono rappresentare il punto di fondo di una iniziativa tendente a impedire lo scivolamento della nostra Repubblica in una forma di governo anti-costituzionale.
Soprattutto verificheremo se sarà stato giustificato l’uso dei dpcm anche intorno agli argomenti di carattere economico e sociale annunciati indebitamente dal Presidente del Consiglio solitario in presenza alla TV e sui social.
Andrà anche sventato ogni tentativo di non corrispondere alla precisa indicazione contenuta nella sentenza del TAR.

Ecco la notizia:

Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dai giuristi della Fondazione Einaudi avverso il diniego di accesso agli atti, opposto dal Governo sui verbali del comitato tecnico scientifico, posti a base dei Dpcm emessi durante il lockdown, di cui avevano chiesto copia. Gli avvocati della Fondazione (Todero, Pruiti Ciarello e Palumbo) avevano chiesto che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte rendesse disponibili i verbali del comitato tecnico scientifico. In tali Dpcm, le misure restrittive di diritti e libertà di rango costituzionale, imposte agli italiani - si legge in una nota -, risulterebbero motivate sulla scorta delle valutazioni operate dal Comitato Tecnico Scientifico.
I verbali che contengono quelle valutazioni, nonostante siano riportate in tutti i Dpcm come motivazione e giustificazione di quegli atti, non sono mai stati pubblicati dal Presidente del Consiglio dei Ministri. I tre giuristi hanno così “ritenuto necessario chiedere la copia di quei verbali, attraverso l’accesso generalizzato agli atti amministrativi, al fine di consentire agli italiani di conoscere le vere motivazioni per le quali, durante l’epidemia da Covid-19 sono stati costretti in casa, anche in quelle regioni o in quei territori dove non si sono registrati casi di infezione ma il Governo, e per esso il Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, si è rifiutato di consegnare quei verbali”.
Gli avvocati, spiega la nota della Fondazione Einaudi, hanno quindi costituito un comitato promuovendo il ricorso al TAR del Lazio contro il provvedimento con il quale era stato negato l’accesso agli atti. Il provvedimento del tribunale amministrativo, “che aderisce completamente alle tesi dei ricorrenti”, sottolineano nella nota, “ha stabilito che l’accesso a quei verbali del comitato tecnico scientifico va consentito poiché “se l’ordinamento giuridico riconosce, ormai, la più ampia trasparenza alla conoscibilità anche di tutti gli atti presupposti all’adozione di provvedimenti individuali o atti caratterizzati da un ben minore impatto sociale, a maggior ragione deve essere consentito l’accesso ad atti, come i verbali in esame, che indicando i presupposti fattuali per l’adozione dei descritti Dpcm, si connotano per un particolare impatto sociale, sui territori e sulla collettività”.
Gli avvocati hanno sostenuto che la conoscenza di quei verbali deve essere garantita a tutti i cittadini, perché necessaria all’esercizio dell’ordinario controllo politico-democratico. Il TAR, aderendo a quanto richiesto, ha stabilito che l’accesso agli atti richiesto dai ricorrenti “oltre a favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche, ha anche la finalità di promuovere, come nel caso in esame, la partecipazione al dibattito pubblico”. “Siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto - dichiarano gli avvocati Todero, Pruiti Ciarello e Palumbo - perché adesso possiamo, come cittadini italiani, conoscere le motivazioni in base alle quali il Presidente del Consiglio ha così fortemente compresso i diritti costituzionali di milioni di persone. Non appena il Governo ci consegnerà quei documenti, li renderemo pubblici, perché in una matura democrazia liberale i cittadini hanno il diritto di conoscere gli atti dei loro governanti e il diritto/dovere di giudicarli politicamente. Solo chi ha paura del giudizio dei cittadini si può opporre a che questi siamo informati e consapevoli”, concludono.

DEMOCRAZIA

DEMOCRAZIA di Franco Astengo


Nell’esprimere preventivamente le mie scuse per il disturbo mi permetto di rivolgere ad alcuni esponenti della sinistra italiana una serie di interrogativi rispetto alla particolare fase politica che stiamo attraversando e i cui termini concreti sono noti a tutti.
Evito così di descriverli ulteriormente per non annoiare.
Mi sono così permesso di elaborare due punti, sullo stato della democrazia in Europa e in Italia, attraverso una ricostruzione sommaria e magari giudicata dai più come confusa.
Il solo scopo di questo lavoro, come dei tanti che mi è capitato di produrre in questi mesi è quello di suscitare un minimo di riflessione da svilupparsi anche attorno ad un nodo che un tempo Marco Revelli aveva individuato titolando un suo testo “Le due destre”.
Una riflessione da sviluppare nell’ambito dell’elaborazione di un necessario progetto di ricostruzione a sinistra (come stiamo cercando di portare avanti con il “Dialogo Gramsci – Matteotti”) senza alcuna concessione a una sorta di rinnovato massimalismo e senza alcuna vocazione di estraneità dalle dinamiche del quadro politico istituzionale .
Personalmente sono ben cosciente dei pericoli che derivano dalla presenza, in Italia, di una destra estrema non semplicemente sovranista ma di stampo razzista, non identificabile semplicemente con i gruppi dichiaratamente filo – nazifascisti. Insidie gravi si celano nel rinnovato nazionalismo e nella vicinanza con i regimi di “democrazia illiberale” sorti nell’Est Europeo e accettati all’interno dell’Unione.
Pur tuttavia mi pare di dover osservare:
1) Non mi pare che la trattativa svoltasi in questi giorni a Bruxelles si sia conclusa con una vittoria dell’Europa. Al di là della massa monetaria messa in moto (ne verificheremo nel tempo effettività della consistenza , esiti concreti nell’utilizzo da parte di tutti, impatto sul bilancio europeo) si è trattato di una sede dove si è verificata una forte contrapposizione di difesa di interessi nazionali se non nazionalistici (anche elettorali come nel caso precipuo dell’Olanda) e conclusasi con un semplice “appeseament” sotto la regia dell’egemonia berlinese. Appaiono ormai completamente scomparsi dal dibattito, ad esempio, i temi riguardanti il ruolo del Parlamento, ormai fermo al trattato di Lisbona del 2009 e senza alcuna speranza apparente per una possibile ridiscussione rivolta ad un progetto di ampliamento dei compiti di rappresentanza democratica. Così come non si rievoca neppure più il fallimento (codificato nel 2003 se non ricordo male) del progetto di Costituzione Europea. Intanto hanno completamente perso peso le dimensioni sovranazionali dei partiti, in ispecie a sinistra dove il ruolo del Partito Socialista Europeo e quello di Sinistra Europea appare, nella migliore delle ipotesi, quanto mai ridotto. Per quel che riguarda il Partito Socialista Europeo quello che si può definire un secco ridimensionamento la causa è stata dovuta alla caduta avvenuta proprio a livello di partiti nazionali: il Partito Socialista Francese ridotto ai minimi storici, e la gloriosa SPD del tutto subalterna all’interno della “grosse koalition”. Eppure Costituzione Europea, Parlamento Europeo, partiti transnazionali (anche oltre l’antico concetto di Internazionale, altrettanto glorioso come l’SPD) potrebbero rappresentare concetti di vero riferimento per la riapertura di un processo serio di confronto sul piano di un europeismo democratico e socialista, capace anche di contrastare tendenze nazionalistiche e populiste che continuano ad albergare anche nelle parti apparentemente vincitrici in questa fase sia nella rappresentanza italiana sia di altri paesi;
2) Lo stato della democrazia in Italia. Fatta salva l’extrema ratio rappresentata dai ricorsi elaborato dal compagno Besostri sembra compiuto l’obbrobrio dell’accorpamento della data del referendum confermativo con la data di svolgimento delle elezioni regionali e comunali. Così, nel silenzio dei più, si compirà un passo fondamentale nella strada del massacro del Parlamento Italiano, quello il cui ruolo e i cui compiti furono delineati dall’Assemblea Costituente. Massacro che avverrà su due piani: quello della rappresentanza politica (per la quale vale il discorso già fatto sul declino dei partiti) e quello della rappresentanza territoriale, ridotta al minimo con all’interno una distribuzione iniqua posta al di fuori dal dettato costituzionale e con il deliberato compito di allontanare i cittadini dalle fonti istituzionali dell’agire politico. Del resto, in passato, avevamo lamentato una torsione “presidenzialista” nella sorta di “Costituzione Materiale” costruita al tempo del berlusconismo imperante. Adesso questa “Costituzione materiale” di stampo chiaramente presidenzialista ha raggiunto una sua strutturata codificazione nel periodo del lockdown attraverso l’utilizzo smodato dei dpcm e la derubricazione delle Camere i cui componenti sono stati ridotti (come adesso anche il consiglio dei Ministri) ad ascoltatrici/ascoltatori di “informative” senza possibilità di interlocuzione concreta, con la negazione della possibilità di presentazione di risoluzioni da sottoporre al voto. In questo modo si sono tenute assieme emergenze diverse, quella sanitaria, quella economica, quella sociale senza alcuna distinzione tutte assieme sottoposte all’imperio della Presidenza del Consiglio, assurta surrettiziamente al compito di Cancellierato senza alcuna modificazioni costituzionale e senza alcuna investitura elettorale. Tra l’altro senza questa distinzione per materie , svolta con l’approvazione del Parlamento, una ulteriore proroga dello stato d’emergenza dovrà trovare una ferma opposizione soprattutto a sinistra. Questo discorso vale naturalmente per l’utilizzo delle “task force”,nella fase di distribuzione dei “doni” ricevuti dalla Befana Europea . Task force che dovrebbe essere costruita con il varo di una struttura che dovrebbe avere al suo centro il ruolo della Presidenza del Consiglio e di alcune alte burocrazie ministeriali, tagliando fuori non solo il Parlamento ma anche il Governo nella sua veste di sede collegiale della rappresentanza politica. Si profila una sorta di regime burocratico che a qualcuno ha giustamente fatto venire in mente l’Uomo Senza Qualità di Musil e la sua “Azione Parallela”: un monumento al decadentismo di estrazione dal nichilismo derivato dalla filosofia di Nietzsche. Si era già parlato di salazarismo ai tempi del governo Monti e in effetti si tratta di un paragone che potrebbe ritornare d’attualità in questo frangente.
Per sintetizzare si profila una sorta di “democrazia soffocante” imperniata su di una sorta di Lord Protettore con il Parlamento ridotto a sede di mera ratifica (un “parlamento lungo”, senza scadenze e verifiche come accadde nella rivoluzione inglese del XVII secolo) e una Presidenza della Repubblica prorogabile come già capitò con Napolitano.
Una tendenza di “democrazia soffocante” parallela a regimi a partito unico, ad egemonia di una coalizione dominante, a dittatura militare che accomuna XI, Putin, Trump, la guida spirituale dell’Iran, Erdogan, Al Sisi, Orban, Duda e che sembra attirare molto anche in Occidente non soltanto le forze sovraniste con, tanto per precisare al meglio, un PD assolutamente subalterno perché sorto su di una “single issue”, quella tanto per semplificare “governista” ad ogni costo.

martedì 21 luglio 2020

CRISTO FRA I MURATORI

CRISTO FRA I MURATORI di Franco Astengo

Una giornata tragica davvero, quella di ieri 20 luglio, segnata in Italia da ben tre morti sul lavoro tra Roma e Vado Ligure: una giornata che si inserisce in un corollario di vittime che rappresenta quasi lo sgranare quotidiano di un rosario del sacrificio.
Viene voglia di collegare questi drammatici eventi con l’annuale ricordo della strage di Marcinelle avvenuta l’8 agosto 1956.
Un appuntamento con la memoria quello di Marcinelle che .in questo 2020 segnato dall’ansia del ritrovare la vita, si presenta ancora sulla strada della testimonianza di ciò che si può ancora ben definire martirio.
La nostra mente è tornata così a tante altre tragedie di questa natura, figlie dei tempi e dei modi di uno sfruttamento eternamente intensivo nella logica del profitto più vorace.
C’è un film “Cristo tra i muratori” del 1949 che riassume questa costante sempre rinnovata evidenza dello sfruttamento e del sacrificio e che potrebbe rappresentarla ancora adesso in questa presunta “modernità”.
Tratto dal romanzo Crist in Concrete di Pietro Di Donato, che ha cercato di coniugare, non senza difficoltà ideali cristiani e prospettive marxiste, il film venne concluso in Inghilterra, a causa degli ostacoli creati al registra per supposte “attività antiamericane”, e racconta la misera vita di Geremia, un muratore italiano nella New York degli anni venti. L’incisiva recitazione degli attori e l’ambientazione sobria sono in forte sintonia con le poetiche del neorealismo e ne fanno quasi un archetipo della narrazione del dramma del lavoro strappato in cambio del rischio della vita.
Arriviamo così alla memoria di Marcinelle.
L’8 agosto di 58 anni fa, 262 minatori, tra i quali 136 italiani, morirono nelle miniere di carbone a Charleroi, in Belgio, a causa di un incendio. Ricordarli oggi significa trovare nel quotidiano le ragioni che ci fanno ancora cercare una nostra civiltà diversa da questa nella quale che il morire per lavorare fa ancora parte della più stretta attualità. Abbiamo ancora davanti agli occhi una foto dove l’ingresso della miniera di Marcinelle assomiglia tanto all’ingresso di un lager e il pensiero corre immediatamente all”Arbeit macht frei”.
Da Marcinelle, 8 agosto 1956, a Vigna Murata e a Vado Ligure 2020, si dimostra ancora per intero la veridicità dell’analisi marxiana: i morti, i sacrificati all’idea del profitto ,in quel tempo come adesso, soltanto soltanto degli sfruttati portati all’estremo sacrificio. Nella modernità di oggi tutto questo non è finito: pensiamo alle lavoratrici e ai lavoratori esposti , in tutto il mondo, al contagio della pandemia soltanto per ragioni di accumulo di mero profitto. Nel loro dramma si ascolta il respiro del mondo, si misura l’idea di uno sviluppo capitalistico globale che intensifica lo sfruttamento, scuote le relazioni tra le potenze, modifica i rapporti di forza tra le classi, spinge i padroni a schiacciare i proletari. Nell’Occidente sviluppato e maturo emergono tratti di vero e proprio “ritorno all’indietro” alle condizioni sociali della prima rivoluzione industriale, quelli descritti dalle pagine di Dickens o di Zola. Aumenta la pressione sulla condizione operaia in Europa come in America, il Sud del mondo viene usato per esasperare la concorrenza e costruire le condizioni dell’esercito di riserva, si sviluppa la politica imperialista contro i salari. Non si possono coltivare illusioni localiste, nazionaliste, protezioniste: la sola strategia per ricostruire, in Occidente come altrove è quella di una visione internazionalista rappresentativa di tutti gli sfruttati. La memoria di Marcinelle, momento storico esemplare nell’idea della ferocia dello sfruttamento, si lega strettamente a ciò che sta accadendo attorno a noi a Roma come a Vado come altrove e può servire a segnare l’indispensabile costanza della memoria richiamandoci all’altrettanto indispensabile costanza dell’impegno.

lunedì 20 luglio 2020

IL RATTO D'EUROPA E IL DEFICIT DEMOCRATICO di Franco Astengo

IL RATTO D’EUROPA E IL DEFICIT DEMOCRATICO di Franco Astengo


Comunque andrà a finire il negoziato brussellese ,oggi ancora in corso sul presunto piano europeo di “Recovery Fund”, si sono dimostrate due cose:
1) lo sfilacciamento dell’idea stessa di Unione Europea;
2) Uno sfilacciamento dovuto non solo e non tanto dal tipo di impostazione che all’UE è stata data (giustamente criticata da più parti anche in senso internazionalista e non certo sovranista) ma all’assenza di un sistema politico europeo: PPE e PSE risultano loro stessi frantumati come entità politiche nei rivoli più diversi.
Per riflettere al meglio su questi punti sarà bene ricordare egualmente due altre questioni:
1) L’idea dell’Europa così come questa fu concretizzata, a partire dalla CECA (1951) e con i passaggi successivi fino al trattato di Roma (1957) non era quella “socialista” nata a Ventotene dalle menti illuminate di Spinelli, Rossi, Colorni e Ursula Hirschmann, ma quella , fuori dalla mitologia del Piano Marshall, difensiva, anti – sovietica, parallela alla NATO, integratrice anche militarmente della Germania nella sua parte occidentale (ricordiamo il fallimento della CED) : questa mia interpretazione sarà giudicata come schematica e richiamante la logica della “guerra fredda”( difatti all’epoca si espresse la forte ostilità dei Partiti Comunisti italiano e francese), ma ritengo si tratti di un dato di cui tener conto sul piano storico per i suoi riflessi che, a lungo, sul terreno dell’impostazione culturale e politica sono stati mantenuti nel prosieguo della costruzione dell’impalcatura europea anche nel momento in cui avvennero passaggi a governi “diversi” nei principali paesi fondatori ( Germania, Francia);
2) Il secondo passaggio è quello riguardante la caduta del Muro e la sindrome da “estensione” di un solo modello: quello della “fine della storia”. In quel momento l’idea dell’allargamento dell’Unione ad Est (avvenuta nel 2004) era vista come la definitiva e agognata apertura al modello del consumismo occidentale di nuovi, grandi mercati. Si sottovalutarono tutte le difficoltà in essere e in itinere come poi si sarebbero ben palesate in una evidente situazione di colossale abbaglio (fu in questo quadro che tra l’altro nacque l’euro, la cui entrata in vigore è costata un duro prezzo di impoverimento generale per le classi medie e lavoratrici italiane, in particolare quelle a reddito fisso).
Nel frattempo falliva l’ipotesi di Costituzione Europea (per la contrarietà di Francia e Olanda). L’approvazione di una Costituzione Europea avrebbe rappresentato il solo fattore possibile per varare comuni politiche pubbliche e fornire al Parlamento Europeo poteri costituenti in un’ottica federalista che, diciamoci la verità, non è mai stata presa in considerazione.
Il sovranismo dunque arriva da lontano.
Al di là dell’evaporazione del disegno europeista, comunque si concluda la spartizione dei miliardi del Recovery Fund, e oltrepassando anche la fase del progressivo inasprimento dell’emergenza sanitaria e dei suoi relativi strascichi economici e sociali, il quadro globale sta registrando una crisi del “ciclo atlantico” (che pure, in Italia, forze molto consistenti desidererebbero riattivare nel suo pieno splendore di rapporto privilegiato con gli USA), un rafforzamento a dimensione egemonica della presenza commerciale della Cina (anche in Italia si sta guardando alla “via della seta”) di fortissimo rafforzamento militare della Russia (rafforzamento che fa crescere la vocazione “imperiale”), della presenza di pericolosissimi teatri di guerra nei quali l’Unione non riesce ad esprimere una propria incisiva presenza (si pensi alla spartizione della Libia tra Turchia e Russia).
L’incapacità di affrontare il tema della guerra inoltre sta alla base della questione, del tutto dirimente, dei migranti, e inoltre è dovuta alla guerra e al progressivo deperimento di ruolo delle organizzazioni internazionali la crescita di aree di sottosviluppo che causa l’assenza in grandi zone del mondo delle condizioni minime di vivibilità: zone del mondo soggette a meccanismi di spartizione del proprio minimo spazio vitale a causa di fondamentali presenze minerarie e di approvvigionamento energetico contese tra le grandi potenze in una evidente visione neo-coloniale.
Il tema rimane quello della possibilità di visione di un diverso modello di sviluppo da quello enormemente vorace di risorse e di territorio che ha caratterizzato il ‘900: secolo dal quale non siamo ancora usciti, nonostante l’illusione di progresso fornitoci dall’esplosione tecnologica.
Ho esposto confusamente ma sta in questo quadro una possibilità di rivisitazione di una identità politica di sinistra progressista e internazionalista sulla quale sarebbe pure necessario cominciare a riflettere.
Nelle conclusioni del suo fondamentale “Capitale e Ideologia” Thomas Piketty propone di affrontare la crisi che la sinistra sta attraversando di fronte all’aumento delle disuguaglianze attraverso un’originale elaborazione.
La proposta dell’economista francese è di partire da un progetto che presenti elementi di visione per un socialismo partecipativo e internazionalista.
Un progetto che prefigura una democrazia transnazionale su scala più ampia di quella europea.
Democrazia transnazionale oggi fondata su alcuni punti distintivi:
1) norme sulla tassazione dei profitti
2) regole per introdurre la libera circolazione delle persone
3) mutualizzazione dei finanziamenti nei servizi pubblici (con introduzione di elementi di fiscalità comune)
Lo scenario complessivo sarebbe quello di carattere cooperativo, in un nuovo quadro giuridico.
Secondo “Capitale e ideologia” andrebbe riformulato il passo del Manifesto del 1848 là dove si recita: “ La storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta di classe”.
Piketty nel suo testo corregge: “ La storia di ogni società è stata fino ad oggi solo la storia delle ideologie e della ricerca di giustizia”.
Obiettivo dichiarato di “Capitale e ideologia” sul piano politico: “Un movimento per un socialismo democratico di lotta alla disuguaglianza e di profonda trasformazione del sistema legale, sociale, fiscale”.
Appare fin troppo evidente come, pur nell’espressione di queste brevissime note, la ricostruzione di una sinistra (compresa quella socialdemocratica di Bernstein e della seconda internazionale) può essere portata avanti soltanto comprendendo appieno come le contraddizioni emergenti risultino allargate a un insieme di “fratture” (il cui catalogo andrebbe aggiornato rapidamente) a partire dall’ apparentemente insuperabile doppia condizione di sfruttamento nella diversità di genere e l’evidente conflitto tra condizione del territorio e sviluppo tecnico, scientifico, della produzione di merci.
Insieme di “fratture” non riconducibili esaustivamente alla sola “questione ecologica”.
Sotto quest’aspetto va ricordato il tema del rapporto tra politica e tecnica al riguardo del quale correnti filosofiche considerano ormai come avvenuta la riunificazione tra scienze, tecnica e politica all’interno dell’acquisita egemonia della tecnica e relativa delega all’algoritmo.
La sinistra è così chiamata al compito di ritrovare i termini della ribellione collettiva verso l’idea della “fine della storia”, della semplificazione delle contraddizioni sociali, della tecnica come espressione diretta dell’azione politica e, nella sostanza, del predominio dell’io come soggetto esaustivo dell’essere.
Io che si esprime ormai esclusivamente attraverso il web nella convinzione di esercitare il proprio diritto di parola nel quadro dell’idea dell’ “uno vale uno” esercitante la democrazia diretta.
Soltanto attraverso un recupero del rifiuto dell’idea di “fine della storia” che si potrà ricominciare a ragionare anche su temi come forma di governo, rappresentanza istituzionale, struttura dello Stato , sostanza della funzione extra – istituzionale della rappresentanza politica.
Temi sui quali si è accumulato un grande ritardo nella convinzione di una insuperabilità del modello liberaldemocratico.
Una presunzione di insuperabilità elaborata quando invece il sistema stava via via assumendo forme diverse di accentramento, separatezza, recupero di meccanismi di concentrazione del potere per via gerarchica, stabilendo così il formarsi/affermarsi di nuove oligarchie.
Si è trattato di fenomeni di “accentramento del potere” che vanno combattuti apertamente.
E’ necessario quindi ripensare al tema europeo in termini di “deficit democratico”.
Riflettere intorno alle questioni di carattere generale in una dimensione di questo tipo dovrebbe essere il compito di quegli intellettuali che non intendono ridurre il loro ruolo a quello di “maitre a penser” del potere e il tema dell’evidente fallimento europeo dovrebbe rappresentare un punto prioritario di questo lavoro, per il quale occorrerebbe una sede di dimensione collettiva caratterizzata da una precisa dimensione politica.

domenica 19 luglio 2020

SINISTRA E OPPOSIZIONE

SINISTRA E OPPOSIZIONE di Franco Astengo
Tra “Tangentopoli” e “Caduta del Muro di Berlino” si dipana una lunga intervista rilasciata da Achille Occhetto a Walter Veltroni e pubblicata il 19 luglio dal “Corriere della Sera”.
Tralascio l’analisi di tutto il testo che ripercorre la fase tormentata dello scioglimento del PCI e dell’implosione del sistema dei partiti e mi soffermo soltanto sull’ultima domanda e relativa risposta.
Il tema è introdotto così da Veltroni: “All’inizio del ‘90 tu dicesti al PSI : “dateci un segnale, venite con noi all’opposizione e costruiamo le condizioni per l’alternativa”. Quale fu la risposta?
Riporto parzialmente la risposta di Occhetto: “In un incontro con Craxi parlammo sinceramente dell’odio che ormai c’era tra i popoli socialista e comunista. Io gli dissi” C’è una sola via per superare questa ruggine profonda che non è tra noi, ma nelle basi dei partiti: facciamo una comune esperienza di lotta all’opposizione e costruiamo l’alternativa al sistema di potere democristiano.” Lui non si scandalizzò, prese un foglietto e scrisse delle cifre “Guarda la somma dei partiti di sinistra, non ci sono i numeri”.
Riprendo anche la parte conclusiva della risposta di Occhetto: “Lui (Craxi n.d.r.) si fermò ancora stette in silenzio e poi mi disse “Forse hai ragione”. Poi indicò attorno a sé con la matita e concluse “Però questi che mi stanno intorno, se vado anche solo un giorno all’opposizione mi fanno fuori”.
Di quella fase che mi vide personalmente particolarmente attivo anche sul piano nazionale conservo un ricordo che giudico ancora abbastanza lucido e non mi pare di rammentare che il tema di un passaggio del PSI all’opposizione assieme alla “Cosa” fosse mai stato posto con chiarezza all’ordine del giorno e discusso in sede pubblica.
Se su questo punto dell’opposizione comune si fosse sviluppato un confronto di merito certe posizioni si sarebbero potute modificare e una proposta del genere avrebbe potuto ottenere ampio spazio ma ormai questa è materia da storia controfattuale.
La memoria però mi suggerisce come l’argomento maggiormente sottolineato da parte dei sostenitori della svolta e dei propugnatori di una “sinistra diffusa” che poi alla fine si rivelò abbastanza inconsistente fosse quello dello “sblocco del sistema politico”: intendendo cioè come la via dello scioglimento del PCI risultasse la più breve per arrivare a una qualche combinazione di governo comprendente i suoi eredi sempre emarginati dalla “conventio ad excludendum”.
Era il governo e non l’opposizione comune l’obiettivo dei più (aprrovanti anche strumentalmente la proposta di liquidazione del PCI) e fu proprio il rapporto con il PSI (o meglio tra il PSI e Tangentopoli) a costringere al fallimento il primo tentativo con le dimissioni di alcuni ministri già nominati (Barbera, Luigi Berlinguer, Rutelli in rappresentanza dei Verdi) proprio nel giorno dell’ultimo discorso di Craxi alla Camera, nel corso del quale il segretario socialista sviluppò un’ipotesi di chiamata generalizzata di correo in Tangentopoli per l’intero sistema dei partiti.
Non era però questo il punto che intendevo toccare nell’occasione.
Mi sono ripromesso ,infatti, di proporre un sicuramente improprio paragone con l’oggi.
Ci troviamo, infatti, in Parlamento e soprattutto fuori con un residuo di sinistra numericamente marginale.
Una sinistra divisa in diversi soggetti, una parte dei quali sta appoggiando il governo addirittura interpretando all’interno dell’esecutivo un ruolo rilevatosi di particolarissima delicatezza, come quello relativo al Ministero della Sanità.
Un governo venuto fuori attraverso una operazione trasformistica di dimensioni politiche e morali del tutto inusitate che, nel suo partito centrale di maggioranza relativa il M5S, nel passaggio tra la destra e altra parte dello schieramento (non oso definire il PD “sinistra”) ha addirittura conservato nelle stesse persone fisiche la Presidenza del Consiglio e il Ministero di Grazia e Giustizia.
IL M5S come già ho avuto occasione di ribadire più volte, dopo essere nato sull’onda dell’antipolitica, ha assunto stando al governo la condizione di essere artefice di un “capitalismo politico populista” di linea berlusconiana.
Un “capitalismo di relazione” (faccio cose vedo gente) basato sullo scambio “politico – elettorale” accarezzante le aree sociali del “ventre molle” assistenzialista e corporativo del Paese.
Ribadisco anche che tutti siamo ben coscienti della presenza minacciosa di una destra razzista, sovranista, opposta ai valori della Costituzione antifascista e della piena evidente necessità di contrastare fino in fondo questa pericolosissima deriva reazionaria.
Purtuttavia, dichiarato necessario il superamento di divisioni ancora esistenti ma assolutamente antistoriche, a sinistra la strada dell’opposizione in funzione della costruzione di un’alternativa appare come la più coerente con un progetto di ricongiunzione e di ricostruzione di soggettività.
Il primo atto da compiere, per quel poco che può contare in Parlamento ma per quel tanto che può rappresentare per la presenza della sinistra nel Paese,è quello di riuscire a proporre una netta demarcazione tra l’emergenza sanitaria e il piano istituzionale di limitazione della democrazia così come questa è venuta avanti nei mesi del lockdown e successivi con la sequela di DPCM, il salto del Parlamento, la visione “solitaria” e sostanzialmente autocratica del Presidente del Consiglio. L’opposizione alla proroga dello stato di emergenza sul piano istituzionale deve risultare assolutamente netta e senza sconti.
Il secondo punto di intesa comune dovrebbe riguardare l’opposizione verso l’atto fortemente antidemocratico e anticostituzionale compiuto dal governo con l’accorpamento nella data delle elezioni regionali, comunali e del referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari.
Successivamente all’opposizione sul tema della data si dovrà discutere di un’intesa che porti, anche sul piano politico e non soltanto culturale, a una campagna referendaria a favore del “NO” al progetto di riduzione della democrazia parlamentare.
Questi fatti costituiscono gli elementi che rendnono necessaria e urgente la riflessione sulla possibile presenza di una sinistra in Italia, orientata in funzione di difesa democratico – costituzionale e di proposta di alternativa.
Prima ancora però l’opposizione deve essere rivolta verso l’affermazione del segretario del PD Zingaretti circa la “strutturalità” di un nuovo centro – sinistra imperniato sull’alleanza PD – M5S.
Non mi dilungo sulla natura del MoVImento ma farne componente essenziale di uno schieramento imperniato su di una idea di centro democratico e di sinistra progressista è fatto talmente strumentale sul piano della realtà dei contenuti politici e dei riferimenti sociali da rendere necessaria l’elaborazione di una proposta di visione alternativa che è necessario principi dalla collocazione di opposizione costituzionale nel Parlamento e nel Paese.
Una proposta di alleanza organica tra PD e M5S appare, in ogni caso segnata da un tale dato di strumentalità e di opportunismo da richiedere come urgente l’elaborazione di un progetto alternativo nei suoi riferimenti progettuali, programmatici, di identità sociale.
Progetto alternativa al riguardo del quale potrebbe emergere uno spazio politico più ampio di quello che in questo momento riescono ad occupare i diversi soggetti sul piano elettorale e istituzionale.
La necessità di ricostruzione unitaria a sinistra appare poi quanto mai urgente per ragioni poste sul piano internazionale e ancor più rispetto allo specifico quadro europeo ma non è il caso adesso di appesantire ulteriormente questo intervento che intendo mantenere raccolto attorno alla proposta di costruzione di un soggetto rappresentativo della sinistra posto in una funzione di opposizione per l’alternativa nell’attualità del quadro politico italiano.
Trent’anni fa la possibilità di una comune opposizione portata avanti dalla “Cosa” e dal PSI non fu discussa e venne credo accantonata in fretta anche da parte dei massimi dirigenti dei due partiti.
Oggi,in condizioni completamente diverse da allora, il tema dell’opposizione e della collocazione della sinistra, si ripropone con grande forza in una condizione di vera crisi economica e democratica.
Non mi pare sarebbe utile mettere da parte in fretta una proposta di “opposizione per l’alternativa” anche da parte di chi finora ha seguito la traccia della “governabilità” quale sola e unica espressione possibile dell’azione politica.

sabato 18 luglio 2020

URGENTE LA SINISTRA

URGENTE LA SINISTRA di Franco Astengo


La necessità di un superamento di divisioni ormai antistoriche e la ricostituzione unitaria di forze a sinistra all’interno di una forma politica definita appare urgente in ragione di almeno tre questioni, del tutto contingenti, ma che stanno assumendo un valore di fondo nella modificazione in atto nel sistema politico italiano:
1) La possibilità che l’attuale rappresentanza al governo della sinistra approvi la proroga dello stato di emergenza, senza riuscire a proporre una netta distinzione tra l’emergenza sanitaria e il piano istituzionale di limitazione della democrazia così come questa è venuta avanti nei mesi del lockdown e successivi con la sequela di DPCM, il salto del Parlamento, la visione “solitaria” e sostanzialmente autocratica del Presidente del Consiglio. L’opposizione alla proroga dello stato di emergenza sul piano istituzionale deve risultare assolutamente netta e senza sconti;
2) l’affermazione del segretario del PD Zingaretti circa la “strutturalità” di un nuovo centro – sinistra imperniato sull’alleanza PD – M5S. Non mi dilungo sulla natura del MoVImento ma farne componente essenziale di uno schieramento imperniato su di una idea di centro democratico e di sinistra progressista è fatto talmente strumentale sul piano della realtà dei contenuti politici e dei riferimenti sociali da rendere necessaria una proposta di visione alternativa. Il M5S è semplicemente portatore di una piena espressione di filosofia politica che può essere riassunta come “tutto e il contrario di tutto, uno, nessuno, centomila, né di destra né di sinistra, non ci sono più le mezze stagioni”.
Quindi in sintesi con il M5S abbiamo davanti un “capitalismo politico populista”, basato sullo scambio “politico – elettorale” accarezzante le aree sociali del “ventre molle” assistenzialista e corporativo del Paese.
3) L’atto fortemente antidemocratico e anticostituzionale compiuto dal governo con l’accorpamento nella data delle elezioni regionali, comunali e del referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari costituisce l’ulteriore elemento che rende necessaria e urgente la riflessione sulla possibile presenza della sinistra in Italia, orientata in funzione di difesa democratico – costituzionale e di proposta di alternativa.
Credo che tutti siamo ben coscienti della presenza minacciosa di una destra razzista, sovranista, opposta ai valori della Costituzione antifascista e della necessità di contrastarla fino in fondo.
Purtuttavia la situazione in atto richiede uno sforzo immediato di presenza in forma autonoma di una sinistra d’alternativa costituzionale, svincolata da quegli schemi assolutamente negativi che si stanno presentando provenienti anche dall’area di governo sul piano della dinamica politica e sociale .Schemi che vanno superati proprio partendo dall’espressione del “NO” nel referendum confermativo.