L’incontro avvenuto a Palazzo Chigi tra il Presidente del Consiglio e un privato cittadino arrivato lì a spiegare le beghe di corrente nel suo partito ha rappresentato il punto più alto nella storia della rappresentazione dell’opacità del potere nella storia della Repubblica.
Intendiamoci bene: chi scrive ha ben presente davanti alla propria memoria tutti i passaggi di un Paese di confine tra le forze della guerra fredda, con una presenza molto rilevante della capacità di penetrazione della criminalità organizzata e dei rapporti tra questa e la politica arrivati fino al punto di diversi passaggi di trattativa con lo Stato, la forza (segreta) della repressione anti – operaia, il terrorismo d’ogni presunto colore, ecc,ecc.
In Italia il potere, nel corso di questo dopoguerra e nella transizione infinita del sistema seguita al dileguarsi della struttura dei partiti, si è sempre mosso sull’orlo della deriva autoritaria e il “tintinnar di sciabole” è risultata componente fondamentale del procedere della nostra storia più recente.
Esisteva però un contropotere molto forte ed era rappresentato dalla presenza istituzionale a tutti i livelli, al centro come in periferia, della rappresentanza politica delle forze del movimento operaio oltre ad altri soggetti sinceramente democratici e costituzionali.
Inoltre si muovevano, alla base del Paese, corpi intermedi e movimenti capaci di tenere diritta, sia pure con grande fatica e a prezzo di enormi sacrifici, la barra della democrazia.
Abbiamo avuto così risposte di massa nei momenti più drammatici.
Momenti nei quali la logica del potere sembrava sfuggire alla dialettica democratica.
Soprattutto ha sempre retto il ruolo del Parlamento, nonostante limiti e difetti: il Parlamento bicamerale, beninteso, nell’interezza della sua capacità di rappresentanza territoriale e politica resa ben concreta da un sistema elettorale proporzionale e da un rapporto con l’esecutivo delineato, diversamente da oggi, in termini costituzionali.
E’ necessario essere chiari e diretti: il quadro di impoverimento etico e politico delle rappresentanze istituzionali della Repubblica è in atto da tempo con l’adozione del maggioritario e di leggi elettorali reiteratamente giudicate incostituzionali, lo sbilanciamento del legislativo verso l’esecutivo, la supplenza esercitata dal giudiziario, l’avvento del “padre di tutti i populismi” quello berlusconiano, lo sdoganamento dei fascisti che tutto ha significato meno che di un allineamento a un regime di “normalità democratica” da realizzarsi attraverso il “bipolarismo temperato” (ne vediamo bene i segni oggi con la Lega “partito nazionale”, la riesumazione dei Fratelli d’Italia, la presenza evidente di rigurgiti totalitari nel M5S), l’imperfetto meccanismo di accesso alla “sovranazionalità” europea.
E’ necessario far notare ancora come la visione antidemocratica portata avanti dalla Lega risulti in una qualche misura di tipo “classico”, quella legata, per così dire, allo schema dell’ aula sorda e grigia.
La visione portata avanti dal M5S , ben esplicitata proprio nell’incontro di ieri appena sopra ricordato, è invece ben più sofisticata, partita dall’idea di definitivo annullamento del Parlamento da “aprire come una scatola di tonno .
Una visione che merita una lettura assai approfondita.
L’obiettivo nello svolgere questo tipo analisi dovrebbe essere quello di attrezzarci al meglio sul piano teorico: sicuramente, sotto quest’aspetto il concetto e la conseguente percezione esterna del potere sono mutati nella valutazione di larga parte dell’opinione pubblica, almeno in Occidente.
Un elemento sul quale, con ogni probabilità, il fattore globalizzazione ha inciso in maniera inferiore rispetto ad altre tematiche come, invece, quelle riguardanti la finanziarizzazione dell’economia, la standardizzazione dei meccanismi comunicativi, l’apertura ai flussi di migrazione: tutti fenomeni che nell’ultimo ventennio hanno registrato un forte incremento nel loro peso specifico sulla realtà politica, economica, sociale.
Nello sviluppo del pensiero umano il concetto di potere è sempre stato suddiviso in “comparti” (per così dire).
Su queste basi era maturato il concetto fondamentale di separazione dei poteri (Locke, Montesquieu, Sieyès) destinata a diventare il cardine dello Stato di diritto.
Ed è questo il punto di contestazione che viene esercitato attraverso l’interpretazione della “democrazia del pubblico” degenerata in “democrazia recitativa” e usata attraverso l’arma impersonale del web.
La nostra Costituzione tiene rigido il principio della separazione dei poteri: tra potere legislativo e potere esecutivo da un lato, e tra potere giudiziario e potere legislativo dall’altro.
Su questi basi aveva preso corpo quell’idea della Centralità del Parlamento, che sovraintende – tra l’altro – all’intero impianto istituzionale previsto dalla Costituzione Italiana del 1948.
Oggi, non soltanto in Italia, questo schema si sta rapidamente modificando.
Lo Stato legislativo ha ormai lasciato il posto allo Stato governativo che produce una sorta di “inflazione normativa” nella forma di decreti e decisioni particolaristiche (è sufficiente esaminare il lavoro del Parlamento Italiano nel corso degli ultimi trent’anni).
Nello stesso tempo la Magistratura ha svolto sempre di più funzioni di supplenza al riguardo della determinazione degli equilibri politici e degli stessi orientamenti legislativi, intervenendo oltre ai temi già citati addirittura su temi di diretta pertinenza al riguardo delle fonti stesse di legittimazione delle sedi legislative: si pensi al tema della legge elettorale.
Inoltre i confini del potere politico appaiono confusi rispetto a quelli del potere economico: su questo punto è avvenuto, sempre per restare nell’ambito dell’Occidente e ancor più in specifico del “caso italiano”, una surrettizia (e non completata) “cessione di sovranità” .
Uno spunto di riflessione ulteriore può essere suggerito, a questo punto, da un aggiornamento d’analisi al riguardo della teoria della “microfisica del potere” elaborata a suo tempo da Michel Foucault per rispondere proprio all’evidenziarsi di quella “confusione tra i poteri” cui si è appena accennato.
“Microfisica del potere” può essere definita quella esercitata dal presidente del consiglio nel periodo del lockdown attraverso l’utilizzo dei dpcm: utilizzo che adesso viene riproposto come strumento di “semplificazione” del tratto di esercizio del potere esecutivo.
Si tratta di un punto sul quale l’analisi non si è ancora soffermata abbastanza a fondo e che vale la pena riprendere all’interno di una riflessione dettata dall’attualità di questi giorni.
Una riflessione sulla folle corsa che la modernità impone alla ricerca di un verticismo assoluto nella detenzione del potere, nell’assolutismo dell’io come essere esaustivo della finalità umana come punto di ricerca dell’assolutismo politico.
Emerge un contrasto evidente, si sente uno stridore terribile proprio tra questa ricerca della verticalità del potere assoluto e l’orizzontalità piatta dello scorrere della vita umana.
Sorge però a questo proposito una domanda cruciale: come potrà costituirsi, nel concreto, questo potere sovraordinato?
Una possibile risposta può venire proprio dall’analisi dell’attualità del caso italiano.
La risposta può venire dalla finzione, dalla messa in scena di un potere esclusivamente immaginario esercitato in via personale da un attore capace di interpretare il flusso degli strumenti mediatici (orientati, tra l’altro, sempre più verso il consumo individuale di notizie e di fittizi rapporti sociali e di trasmissione di idee).
Una nuova concezione del potere: “di finzione” sul piano del pubblico e “privato” nella concezione, ormai apparentemente egemone, dell’individualismo quale sola fonte di rapporto verso gli altri.
La rappresentanza potrà essere esercitata soltanto attraverso la mediazione di gruppi di pressione e lobbies: quasi un ritorno alla Camera delle corporazioni.
Su questa base si sta sviluppando la crisi della democrazia occidentale e si ridefinisce proprio il concetto di potere, inteso come esercizio di un vertice individualisticamente assoluto.
Intanto si tratta di capire come, nella sua apparente semplicità nella risposta in bilico tra un “sì” e un “no”, il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari assuma proprio il significato dell’essere pro o contro il meccanismo della finzione individualistico /corporativa.
L’essere “pro” assume il significato dell’approvare la definizione di un potere assoluto dell’individuo inteso come potere esercitato attraverso il “plebiscito da click” determinato dall’influenza esercitata appunto dai gruppi di varia pressione.
Infine non si può che esprimere l’auspicio che da un qualche angolo del Parlamento arrivi una voce che richiami il presidente del consiglio a dare spiegazioni dell’incontro con quel privato cittadino e soprattutto del significato politico che il mondo dell’informazione e della politica ha voluto attribuire proprio a quell’incontro del privato che incontra il “pubblico” e del “pubblico” che si esprime in una forma di individualità nell’esercizio di un potere tragicamente indistinto e confuso.
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