martedì 28 luglio 2020

RISPOSTA NUMERO DEI PARLAMENTARI

L’articolo di Gian Giacomo Migone e la lettera di Adriana Re pubblicati dal Manifesto, meritano una replica immediata, collocata all’altezza della qualità di argomentazioni da essi addotte che richiedono il massimo di considerazione.
Di seguito una possibile estrema sintesi ringraziando per l’attenzione:

La riduzione del numero dei parlamentari, il monocameralismo oppure la differenziazione del bicameralismo paritario con altre modifiche della legge elettorale hanno storicamente fatto parte dei programmi istituzionali della sinistra comunista, sia della commissione problemi dello Stato del PCI, sia del CRS diretto a suo tempo da Pietro Ingrao, anche dello stesso PdUP e della Sinistra Indipendente (si ricordi la relazione Milani – Pasquino alla Commissione Bicamerale Bozzi del 1985, proprio sul tema della legge elettorale).
In quei progetti si sommavano diversi elementi(anche tecnici) che puntavano a garantire la piena espressione della volontà dell’elettorato, la rappresentatività istituzionale delle forze in campo, la formazione di governi coerenti con la capacità programmatica delle forze disponibili.
Contrapposizione vi fu con la “grande riforma” craxiana perché orientata verso il presidenzialismo, l’accentramento nell’esecutivo, il cosiddetto “decisionismo”.
In seguito tutto questo patrimonio fu azzerato e si procedette per colpi di riforma elettorale (considerata come la panacea di tutti i mali) perseguendo un duplice scopo : “accompagnare” in negativo il mutamento di natura dei partiti da soggetto di massa a personalistici “catch all party”; considerare la “governabilità” come la frontiera esaustiva dell’agire politico(tanto è vero che il PCI fu sciolto all’insegna dello “sblocco del sistema politico”)
Nacque a quel punto, beninteso fin dal “Mattarellum” il meccanismo di “nomina” dei parlamentari da parte non tanto delle segreterie dei partiti ma da parte delle cordate che si stavano spartendo il potere al loro interno oppure da parte del “padrone” nella logica del “partito – azienda”.
Nel frattempo diminuiva esponenzialmente la partecipazione politica ( e quella elettorale) e si aprivano le porte a fenomeni di vera e propria degenerazione: prima l’egoismo razzista della Lega al quale fu sacrificato il titolo V della Costituzione, poi l’antipolitica di basso profilo etico – politico del movimento 5 stelle.
Intanto i diversi sistemi elettorali affinavano il meccanismo della nomina in luogo dell’elezione al punto da provocare, da parte di giuristi illuminati, i ricorsi alla Corte Costituzionale che in ben due occasioni provvedeva in materia con sonore bocciature, unico caso nella dimensione europea.
In questo quadro è intervenuta la proposta di riduzione nel numero dei parlamentari, proposta in chiave meramente propagandistica adducendo il motivo dei costi troppo esorbitanti “da tagliare”. Una motivazione quest’ultima che, oltre al profilo di bassa macelleria, ha evidentemente assunto una veste “punitiva” nei riguardi della rappresentatività. La rappresentatività collettivamente organizzata delle opzioni politiche è sempre stata e rimane il vero bersaglio di queste operazioni.
Operazioni di riduzione della democrazia che puntano ad aprire le porte ad un inasprimento della personalizzazione della politica e quindi condurre al presidenzialismo, in modifica della Costituzione: già tante volte soggetta ad attacchi, per due volte respinti con il voto popolare.
Grazie Franco Astengo





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