IL RATTO D’EUROPA E IL DEFICIT DEMOCRATICO di Franco Astengo
Comunque andrà a finire il negoziato brussellese
,oggi ancora in corso sul presunto piano europeo di “Recovery
Fund”, si sono dimostrate due cose:
1) lo sfilacciamento dell’idea
stessa di Unione Europea;
2) Uno sfilacciamento dovuto non
solo e non tanto dal tipo di impostazione che all’UE è stata data
(giustamente criticata da più parti anche in senso internazionalista
e non certo sovranista) ma all’assenza di un sistema politico
europeo: PPE e PSE risultano loro stessi frantumati come entità
politiche nei rivoli più diversi.
Per riflettere al meglio su questi punti sarà
bene ricordare egualmente due altre questioni:
1) L’idea dell’Europa così come
questa fu concretizzata, a partire dalla CECA (1951) e con i passaggi
successivi fino al trattato di Roma (1957) non era quella
“socialista” nata a Ventotene dalle menti illuminate di Spinelli,
Rossi, Colorni e Ursula Hirschmann, ma quella , fuori dalla mitologia
del Piano Marshall, difensiva, anti – sovietica, parallela alla
NATO, integratrice anche militarmente della Germania nella sua parte
occidentale (ricordiamo il fallimento della CED) : questa mia
interpretazione sarà giudicata come schematica e richiamante la
logica della “guerra fredda”( difatti all’epoca si espresse la
forte ostilità dei Partiti Comunisti italiano e francese), ma
ritengo si tratti di un dato di cui tener conto sul piano storico per
i suoi riflessi che, a lungo, sul terreno dell’impostazione
culturale e politica sono stati mantenuti nel prosieguo della
costruzione dell’impalcatura europea anche nel momento in cui
avvennero passaggi a governi “diversi” nei principali paesi
fondatori ( Germania, Francia);
2) Il secondo passaggio è quello
riguardante la caduta del Muro e la sindrome da “estensione” di
un solo modello: quello della “fine della storia”. In quel
momento l’idea dell’allargamento dell’Unione ad Est (avvenuta
nel 2004) era vista come la definitiva e agognata apertura al modello
del consumismo occidentale di nuovi, grandi mercati. Si
sottovalutarono tutte le difficoltà in essere e in itinere come poi
si sarebbero ben palesate in una evidente situazione di colossale
abbaglio (fu in questo quadro che tra l’altro nacque l’euro, la
cui entrata in vigore è costata un duro prezzo di impoverimento
generale per le classi medie e lavoratrici italiane, in particolare
quelle a reddito fisso).
Nel frattempo falliva l’ipotesi di Costituzione
Europea (per la contrarietà di Francia e Olanda). L’approvazione
di una Costituzione Europea avrebbe rappresentato il solo fattore
possibile per varare comuni politiche pubbliche e fornire al
Parlamento Europeo poteri costituenti in un’ottica federalista che,
diciamoci la verità, non è mai stata presa in considerazione.
Il sovranismo dunque arriva da lontano.
Al di là dell’evaporazione del
disegno europeista, comunque si concluda la spartizione dei miliardi
del Recovery Fund, e oltrepassando anche la fase del progressivo
inasprimento dell’emergenza sanitaria e dei suoi relativi
strascichi economici e sociali, il quadro globale sta registrando
una crisi del “ciclo atlantico” (che pure, in Italia, forze molto
consistenti desidererebbero riattivare nel suo pieno splendore di
rapporto privilegiato con gli USA), un rafforzamento a dimensione
egemonica della presenza commerciale della Cina (anche in Italia si
sta guardando alla “via della seta”) di fortissimo rafforzamento
militare della Russia (rafforzamento che fa crescere la vocazione
“imperiale”), della presenza di pericolosissimi teatri di guerra
nei quali l’Unione non riesce ad esprimere una propria incisiva
presenza (si pensi alla spartizione della Libia tra Turchia e
Russia).
L’incapacità di affrontare il tema della guerra
inoltre sta alla base della questione, del tutto dirimente, dei
migranti, e inoltre è dovuta alla guerra e al progressivo
deperimento di ruolo delle organizzazioni internazionali la crescita
di aree di sottosviluppo che causa l’assenza in grandi zone del
mondo delle condizioni minime di vivibilità: zone del mondo soggette
a meccanismi di spartizione del proprio minimo spazio vitale a causa
di fondamentali presenze minerarie e di approvvigionamento energetico
contese tra le grandi potenze in una evidente visione neo-coloniale.
Il tema rimane quello della possibilità di
visione di un diverso modello di sviluppo da quello enormemente
vorace di risorse e di territorio che ha caratterizzato il ‘900:
secolo dal quale non siamo ancora usciti, nonostante l’illusione di
progresso fornitoci dall’esplosione tecnologica.
Ho esposto confusamente ma sta in questo quadro
una possibilità di rivisitazione di una identità politica di
sinistra progressista e internazionalista sulla quale sarebbe pure
necessario cominciare a riflettere.
Nelle
conclusioni del suo fondamentale “Capitale e Ideologia” Thomas
Piketty propone di affrontare la crisi che la sinistra sta
attraversando di fronte all’aumento delle disuguaglianze attraverso
un’originale elaborazione.
La
proposta
dell’economista francese è di partire da un progetto che presenti
elementi di visione per un socialismo partecipativo e
internazionalista.
Un progetto che prefigura una democrazia
transnazionale su scala più ampia di quella europea.
Democrazia transnazionale oggi fondata su alcuni
punti distintivi:
1) norme sulla
tassazione dei profitti
2) regole per
introdurre la libera circolazione delle persone
3) mutualizzazione
dei finanziamenti nei servizi pubblici (con introduzione di elementi
di fiscalità comune)
Lo scenario complessivo sarebbe quello di
carattere cooperativo, in un nuovo quadro giuridico.
Secondo “Capitale e ideologia” andrebbe
riformulato il passo del Manifesto del 1848 là dove si recita: “
La storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della
lotta di classe”.
Piketty nel suo testo corregge: “ La storia di
ogni società è stata fino ad oggi solo la storia delle ideologie e
della ricerca di giustizia”.
Obiettivo dichiarato di “Capitale e ideologia”
sul piano politico: “Un movimento per un socialismo democratico di
lotta alla disuguaglianza e di profonda trasformazione del sistema
legale, sociale, fiscale”.
Appare fin troppo evidente come, pur
nell’espressione di queste brevissime note, la ricostruzione di una
sinistra (compresa quella socialdemocratica di Bernstein e della
seconda internazionale) può essere portata avanti soltanto
comprendendo
appieno come le contraddizioni emergenti risultino allargate a un
insieme di “fratture” (il cui catalogo andrebbe aggiornato
rapidamente) a partire dall’ apparentemente insuperabile doppia
condizione di sfruttamento nella diversità di genere e l’evidente
conflitto tra condizione del territorio e sviluppo tecnico,
scientifico, della produzione di merci.
Insieme
di “fratture” non riconducibili esaustivamente alla sola
“questione ecologica”.
Sotto quest’aspetto va ricordato il tema del
rapporto tra politica e tecnica al riguardo del quale correnti
filosofiche considerano ormai come avvenuta la riunificazione tra
scienze, tecnica e politica all’interno dell’acquisita egemonia
della tecnica e relativa delega all’algoritmo.
La sinistra è così chiamata al compito di
ritrovare i termini della ribellione collettiva verso l’idea della
“fine della storia”, della semplificazione delle contraddizioni
sociali, della tecnica come espressione diretta dell’azione
politica e, nella sostanza, del predominio dell’io come soggetto
esaustivo dell’essere.
Io che si esprime ormai esclusivamente attraverso
il web nella convinzione di esercitare il proprio diritto di parola
nel quadro dell’idea dell’ “uno vale uno” esercitante la
democrazia diretta.
Soltanto attraverso un recupero del rifiuto
dell’idea di “fine della storia” che si potrà ricominciare a
ragionare anche su temi come forma di governo, rappresentanza
istituzionale, struttura dello Stato , sostanza della funzione extra
– istituzionale della rappresentanza politica.
Temi sui quali si è accumulato un grande ritardo
nella convinzione di una insuperabilità del modello
liberaldemocratico.
Una presunzione di insuperabilità elaborata
quando invece il sistema stava via via assumendo forme diverse di
accentramento, separatezza, recupero di meccanismi di concentrazione
del potere per via gerarchica, stabilendo così il
formarsi/affermarsi di nuove oligarchie.
Si è trattato di fenomeni di “accentramento del
potere” che vanno combattuti apertamente.
E’ necessario quindi ripensare al tema europeo
in termini di “deficit democratico”.
Riflettere intorno alle questioni di carattere
generale in una dimensione di questo tipo dovrebbe essere il compito
di quegli intellettuali che non intendono ridurre il loro ruolo a
quello di “maitre a penser” del potere e il tema dell’evidente
fallimento europeo dovrebbe rappresentare un punto prioritario di
questo lavoro, per il quale occorrerebbe una sede di dimensione
collettiva caratterizzata da una precisa dimensione politica.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie