domenica 5 luglio 2020

FERMEZZA E TRATTATIVA

FERMEZZA E TRATTATIVA di Franco Astengo
Walter Veltroni ha dedicato al “caso Moro” due importanti interviste apparse nei giorni scorsi sul “Corriere della Sera”, l’una rilasciata da Claudio Signorile e l’altra da Beppe Pisanu.
Uno dei temi di fondo che Veltroni affronta in questo suo lavoro è quello riguardante lo scontro che ci fu allora tra “linea della fermezza” e “linea della trattativa” .
Uno scontro che caratterizzò la fase più propriamente politica di quella drammatica vicenda.
Mi permetto una sola osservazione che rivolgo a quanti all’epoca erano impegnati, a diversi livelli, sul fronte politico ricoprendo ruoli o semplicemente militando nei partiti.
Non dispongo dell’autorità e della capacità culturale di intervenire nel merito delle tante sfaccettature che presentò quella storia: molte delle quali risultano ancor oggi irrisolte, in particolare sul terreno vincolo esterno/vincolo interno.
Mi limito a sottoporre alla vostra attenzione un solo punto d’analisi che ancor oggi mi pare rappresenti un interrogativo.
A mio giudizio lo scontro tra “linea della fermezza” e “linea della trattativa” rappresentò una faglia del tutto esiziale per lo sviluppo della storia della sinistra italiana e dell’intero sistema politico.
Una frattura che attraversò il sistema da lì fino all’implosione verificatasi, come tutti ricordiamo, all’inizio degli anni’90.
Lo scontro tra “fermezza” e trattativa” rappresentò il punto d’avvio del vero scollamento tra sistema dei partiti e opinione pubblica.
Uno scollamento poi evidenziatosi con Tangentopoli nella fase successiva che portò allo scompaginamento dell’assetto fondato sui grandi soggetti politici strutturati ad integrazione di massa.
Però il primo segnale in questo senso, si verificò pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Moro con il referendum sul finanziamento pubblico dei partiti (11 giugno 1978) dove l’indicazione favorevole al mantenimento della legge era sostenuta dai partiti rappresentanti del 93% dell’elettorato raccolse soltanto il 56,4%.
Un segnale che non fu assolutamente acquisito e analizzato mentre prevalse l’idea dell’inscalfibilità comunque del sistema; del resto nello stesso giorno anche l’altro quesito passato dalle urne e relativo alle leggi sull’ordine pubblico fornì un esito di forte differenziazione tra le indicazioni dei partiti e il voto espresso dall’elettorato.
Nel secondo caso dunque, quello sulle leggi riguardanti l’ordine pubblica la misura del divario risultò più contenuta rispetto a quella espressasi sul primo quesito riguardante il finanziamento pubblico dei partiti ma fu egualmente importante, passando dal 96% potenziale al 72% effettivo.
Torniamo però al periodo del rapimento Moro:
L’impostazione della “linea della trattativa” da parte del PSI, o meglio della segreteria Craxi nel PSI, rappresentò, infatti, uno dei passaggi concreti dell’affermazione di autonomia che il partito socialista intendeva portare avanti nell’idea del “riequilibrio a sinistra”.
Affermazione di autonomia che poi si sarebbe evidenziata meglio con la pubblicazione, nell’estate successiva, del famoso “Vangelo Socialista”.
La fase politica culminata con il rapimento Moro si era avviata, almeno a mio giudizio, a partire dall’esito dello sciopero generale del luglio ‘60 che provocò la caduta del governo Tambroni monocolore democristiano appoggiato dall’MSI e il conseguente successivo avvio del centro – sinistra.
L’esito di quello sciopero generale del luglio’60 risultò positivo anche perché proprio dall’interno della DC si aprì finalmente un varco per quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che fu definito, in quel momento, delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”.
Nel PCI in quel momento si aprì un confronto tra la necessità di sostenere, in un qualche modo, un capitalismo italiano ritenuto “straccione” appoggiando di fatto il centro - sinistra e una visione diversa che vedeva le potenzialità egemoniche di un capitale fortemente modernizzato al riguardo del quale andava proposta un’alternativa radicale: quel dibattito nel PCI, eliminato il gruppo del “Manifesto”, si assestò sul “compromesso storico” declinato poi in basso verso la “solidarietà nazionale” dopo l’esito di sostanziale stallo politico delle elezioni del 1976. “Solidarietà nazionale” ridotta poi dagli eventi a mero strumento di difesa dello “status quo” nei giorni terribili del rapimento Moro e dell’esplosione terroristica.
Uno “status quo” incentrato sull’inevitabilità della centralità democristiana .
Un’analisi questa dell’inevitabilità e della conseguente insuperabilità della centralità democristiana nel sistema politico italiano che fu la ragione vera dell’adozione della “linea della fermezza” portata avanti come unica soluzione realisticamente possibile in quei giorni tormentati (non dimentichiamo che sia Moro, sia le BR chiesero proprio alla DC un “gesto risolutivo”).
Tutto questo avvenne mentre sulla democrazia italiana volteggiavano gli avvoltoi della P2 e in parallelo si moltiplicavano le ingerenze sovranazionali in un momento di ripresa della logica dei blocchi poi culminata nella vicenda dell’installazione dei missili a Comiso (almeno per quel che riguardava lo scenario tattico italiano).
Oggi, possiamo meglio valutare l'esito complessivo del ventennio ‘60 - ‘80: le contraddizioni che vi emersero, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice( a partire dal "tintinnar di sciabole" dell'estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l'assunzione, in particolare da parte del PSI ,via, via, di una vocazione "governista" sfociata nel decisionismo craxiano e poi nel CAF, nello sviluppo abnorme della partitocrazia (con il contributo di un complessivo "consociativismo" allargato all'intero arco parlamentare) e, infine, nella "questione morale" che segnò, all'inizio degli anni'90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo assieme alla caduta del muro di Berlino e alla stipula del trattato di Maastricht.
Ebbene, proprio nella situazione creatasi al momento dello scioglimento della “Repubblica dei Partiti”, l'implosione della DC consentì di verificare il dato di credibilità di certe analisi che all’epoca del luglio ‘60 erano apparse elitarie e conseguentemente minoritarie: le masse DC, la gran parte dell'elettorato democristiano, in quel momento di trasformazione del sistema trovarono, infatti, sede politica e dirigenti in cui affidarsi in Alleanza Nazionale (l'ex-MSI diventato ormai vero e proprio soggetto di massa) e in Forza Italia (diventato subito il maggior partito italiano, dal punto di vista dei risultati elettorali).
La rottura attuata a metà degli anni ‘70 da parte dell’elettorato della DC più dichiaratamente progressista , con l’espressione del dissenso cattolico, la scelta “socialista” delle ACLI, le tensioni (minoritarie) verso l’unità sindacale espresse da settori della CISL e in coincidenza con il referendum sul divorzio non risultò decisiva nel senso di una trasformazione profonda dell’assetto del sistema politico.
Una trasformazione nemmeno tentata per via dell’assenza di una soggettività dell’alternativa.
Gli anni’70 avevano registrato grandi passi in avanti sul piano dei diritti civili e delle condizioni di lavoro (in questo secondo caso grazie alla stagione dell’unità sindacale) ma in nessun momento fu prospettata una radicale inversione di tendenza sul piano politico e la DC mantenne la sua funzione pivotale, poggiando su di una massa interclassista comunque interprete di una “maggioranza silenziosa”.
Una “maggioranza silenziosa” molto più ampia di quella messa in piazza da De Carolis e anche da quella espressa dalla “marcia dei quarantamila” di Arisio che, al tempo dei 35 giorni della FIAT, causò lo sconquasso del sindacato prima ancora del decreto di San Valentino (1984) e dell’avvio della grande querelle sulla scala mobile e della sconfitta del PCI nel referendum del 1985.
Una “maggioranza silenziosa” quella raccolta in gran parte attorno alla DC espressione di una visione di arretratezza borghese. che al momento decisivo rappresentò il collante per far sì che lo scudo crociato raccogliesse a destra il proprio massimo potenziale ( già Montanelli al momento delle elezioni del 1976 aveva invitato: “turatevi il naso e votate DC”).
Tutto questo ancora oggi induce a pensare come non risultasse errata una analisi della DC intesa in gran parte come vera espressione della destra italiana.
Un’analisi di tipo “azionista” e/o socialista di sinistra e corrente anche in settori della “nuova sinistra (uniti sì ma contro la DC) formulata fin dall’inizio degli anni’60 : certo poteva essere considerata schematica, ma non al punto da non essere mai presa in considerazione e considerata esclusivamente votata al minoritarismo.
L’azione del PSI all’interno del centro sinistra fu comunque limitata anche da proprie ragioni interne: dalla scissione socialproletaria, all’evidente natura di allineamento moderato assunta dal tentativo di fusione socialdemocratica.
Questo punto che mi sono permesso di definire come di “allineamento moderato” del tentativo di fusione socialdemocratica svolto nel ‘66 non è stato, almeno a mio giudizio, sufficientemente esplorato sul piano dell’analisi storico – politica avendo quasi tutti gli osservatori sbrigativamente assegnato le cause del suo fallimento quasi completamente all’esito negativo delle elezioni del 1968.
Invece l’analisi relativa alla natura della DC e del suo radicamento sociale contraria al motto degasperiano “La DC un partito di centro, che guarda a sinistra”, conteneva una sua parte di verità che aveva mantenuto una sua validità ancora all’inizio degli anni’90, se pensiamo alla “diga anticomunista” reclamata da Berlusconi nella campagna elettorale del ‘94 .
Nel corso della campagna elettorale del 1994 fu anche sdoganato il MSI grazie all’abile stratagemma della “doppia alleanza”: diciamo che la demarcazione dell’arco costituzionale fissata proprio con i fatti del Luglio ‘60 cessò di essere valida nel momento in cui fu adottata, per la prima volta, una quota (75%) di formula elettorale maggioritaria.
Inoltre la parte maggioritaria dell’insediamento “bianco” al Nord (più o meno corrispondente al territorio dell’antica Repubblica Veneta, comprese Bergamo e Brescia) fin dal 1992 era passato dalla DC alla Lega.
Da parte della sinistra non aver considerato fino in fondo la natura irriducibilmente moderata della parte prevalente della DC al nord come al sud, rese impossibile proporre un’alternativa che necessariamente avrebbe dovuto prevedere la rottura della stessa DC e la disponibilità del PCI.
La disponibilità del PCI non ci fu mai, salvo in parte nella fase conclusiva della segreteria Berlinguer, perché il gruppo dirigente comunista considerava fin dalla svolta di Salerno e poi dalla caduta del governo Parri del “vento del Nord” l’accordo con “tutta” la DC la sola strada possibile per corrispondere alla natura profonda della società italiana e così convivere con quella “conventio ad excludendum” imposta dall’appartenenza all’Italia al blocco militare atlantico.
Nella fase centrale degli anni’70, a fronte di una imponente spinta sociale messa per la prima volta in evidenza proprio dai fatti del luglio ‘60 , il PCI restò fermo sul “compromesso storico” e sulla “terza fase” morotea e il PSI sull’idea del ritorno al centro – sinistra quale sola espressione possibile della propria autonomia.
Un’autonomia quella del PSI ricercata appunto, almeno a mio avviso, durante il rapimento Moro attraverso appunto l’espressione della “linea della trattativa” .
La linea della trattativa poteva permettere l’evidenza di una distinzione sulla quale basare una parte di futura identità anche in collegamento con istanze radical – libertarie in quel momento presenti in maniera organica nel sistema politico italiano.
Il precipitare degli eventi impedì il prosieguo di entrambe le strategie in atto, quella del “compromesso storico” ridotto tatticamente alla “solidarietà nazionale” e quella di una visione alternativa dell’autonomia socialista.
A un anno di distanza dagli eventi legati ai 55 giorni del rapimento Moro, rotta la solidarietà nazionale, si svolsero elezioni anticipate che dimostrarono quanto il PCI avesse sofferto l’applicazione concreta della propria linea e il PSI non fosse avanzato in base alla sua propria.
I risultati delle elezioni del 3 giugno 1979 dimostrarono invece come per la prima volta nel dopoguerra fosse cresciuta la disaffezione .
Infatti la partecipazione al voto era diminuita in un sol colpo del 4% e in tempi di egemonia assoluta dei partiti quel segnale non fu nuovamente raccolto e si tornò così semplicisticamente al centro sinistra e, successivamente, al pentapartito e al CAF.
Sul piano dell’ esercizio dell’autonomia del politico la divisione tra “fermezza” e “trattativa” aveva così segnato una lunga stagione della politica italiana contrassegnata da una forte contrapposizione a sinistra.
Una contrapposizione a sinistra che aveva prodotto non soltanto una rottura tra i due partiti, quello socialista e quello comunista, ma spezzato il rapporto complessivo tra società e mondo politico fornendo spazio ad una latente insofferenza verso il sistema dei partiti .
Quella disaffezione era stata causata da un sistema i cui attori erano apparsi rigidamente bloccati nella loro separatezza , incapaci di offrire una dialettica positiva, molto prima dell’esplosione di Tangentopoli.
Si era così aperta la strada che avrebbe condotto diretta al populismo reclamato dal “ventre molle” di un Paese in buona parte votato al paternalismo assistenziale democristiano, del quale, dopo la caduta della DC, avrebbe saputo farsi interprete prima di tutti Berlusconi (lo ha ricordato Massimo Mauro in suo importante articolo apparso su “Repubblica”) .
Successivamente si sarebbero aperte le porte all’esasperazione causata dall’impoverimento generale e dalla caduta di status del ceto medio avvenuta in una condizione nella quale lo stile di vita di gran parte del Paese appariva ormai impostato sulla base dell’individualismo competitivo e consumistico.
Un’esasperazione di cui avrebbe saputo farsi interprete Beppe Grillo attraverso il superamento dell’idea “anti – partito” trasformata tout court in “anti – politica”.
Grillo però, mentre metteva in moto la sua rutilante campagna “anti – casta” aveva omesso di spiegare, agli ignari italiani, come l’espressione dell’ anti politica significasse semplicemente sapersi muovere sul terreno dell’autonomia del potere prescindendo dalle dinamiche democratiche ormai considerate come un fastidioso orpello e adoperate soltanto come mezzo e non certo intese come fine.
Così quella che era stata la “Repubblica dei partiti” dopo essersi inoltrata in una una lunghissima fase di transizione non poteva raggiungere un suo qualche punto di assestamento.
Oggi, infatti, il sistema politico italiano sta attraversando una fase nel corso della quale i suoi principali soggetti sembrano molto semplicemente esprimersi soltanto attraverso l’autonomia “del potere”.
Un’autonomia del potere che si presenta come una forma di vero e proprio dominio su di una società sfibrata che, al di là del lockdown, sembra poggiarsi soltanto sull’individualismo, le corporazioni, la voglia di gratuita assistenza.
In questa situazione una maggioranza si è ormai convinta di poter fare a meno della mediazione politica, dello stesso Parlamento e invoca “l’uomo forte”.
La gestione del governo durante la drammatica fase dell’emergenza sanitaria ha ancora di più esaltato questa pericolosa vocazione.
Sul terreno “dell’autonomia del potere” oggi ci si sta bruciando alle spalle i vascelli più importanti sui quali ha navigato per decenni la democrazia italiana: quelli formati dalla Costituzione Repubblicana che rimane il vero bersaglio di questa pericolosa demagogia populista.






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