FERMEZZA E
TRATTATIVA di Franco Astengo
Walter
Veltroni ha dedicato al “caso Moro” due importanti interviste
apparse nei giorni scorsi sul “Corriere della Sera”, l’una
rilasciata da Claudio Signorile e l’altra da Beppe Pisanu.
Uno
dei temi di fondo che Veltroni affronta in questo suo lavoro è
quello riguardante lo scontro che ci fu allora tra “linea della
fermezza” e “linea della trattativa” .
Uno
scontro che caratterizzò la fase più propriamente politica di
quella drammatica vicenda.
Mi
permetto una sola osservazione che rivolgo a quanti all’epoca erano
impegnati, a diversi livelli, sul fronte politico ricoprendo ruoli o
semplicemente militando nei partiti.
Non
dispongo dell’autorità e della capacità culturale di intervenire
nel merito delle tante sfaccettature che presentò quella storia:
molte delle quali risultano ancor oggi irrisolte, in particolare sul
terreno vincolo esterno/vincolo interno.
Mi
limito a sottoporre alla vostra attenzione un solo punto d’analisi
che ancor oggi mi pare rappresenti un interrogativo.
A
mio giudizio lo scontro tra “linea della fermezza” e “linea
della trattativa” rappresentò una faglia del tutto esiziale per lo
sviluppo della storia della sinistra italiana e dell’intero sistema
politico.
Una
frattura che attraversò il sistema
da lì fino all’implosione verificatasi,
come tutti ricordiamo, all’inizio degli anni’90.
Lo
scontro tra “fermezza” e trattativa” rappresentò il punto
d’avvio del vero scollamento tra sistema dei partiti e opinione
pubblica.
Uno
scollamento poi evidenziatosi con Tangentopoli nella fase successiva
che portò allo scompaginamento dell’assetto fondato sui grandi
soggetti politici strutturati ad integrazione di massa.
Però
il primo segnale in questo senso, si verificò pochi giorni dopo il
ritrovamento del corpo di Moro con il referendum sul finanziamento
pubblico dei partiti (11 giugno 1978) dove l’indicazione favorevole
al mantenimento della legge era sostenuta dai partiti rappresentanti
del 93% dell’elettorato raccolse soltanto il 56,4%.
Un
segnale che non fu assolutamente acquisito e analizzato mentre
prevalse l’idea dell’inscalfibilità comunque del sistema; del
resto nello stesso giorno anche l’altro quesito passato dalle urne
e relativo alle leggi sull’ordine pubblico fornì un esito di forte
differenziazione tra le indicazioni dei partiti e il voto espresso
dall’elettorato.
Nel
secondo caso dunque, quello sulle leggi riguardanti l’ordine
pubblica la misura del divario risultò più contenuta rispetto a
quella espressasi sul primo quesito riguardante il finanziamento
pubblico dei partiti ma fu egualmente importante, passando dal 96%
potenziale al 72% effettivo.
Torniamo
però al periodo del rapimento Moro:
L’impostazione
della “linea della trattativa” da parte del PSI, o meglio della
segreteria Craxi nel PSI, rappresentò, infatti, uno dei passaggi
concreti dell’affermazione di autonomia che il partito socialista
intendeva portare avanti nell’idea del “riequilibrio a sinistra”.
Affermazione
di autonomia che poi si sarebbe evidenziata meglio con la
pubblicazione, nell’estate successiva, del famoso “Vangelo
Socialista”.
La
fase politica culminata con il rapimento Moro si
era avviata,
almeno a
mio giudizio, a
partire
dall’esito dello sciopero generale del luglio ‘60 che
provocò
la
caduta del governo Tambroni monocolore
democristiano
appoggiato
dall’MSI
e il
conseguente successivo
avvio del centro – sinistra.
L’esito
di quello sciopero generale del luglio’60 risultò positivo anche
perché proprio dall’interno della DC si aprì finalmente un varco
per
quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento
Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito
positivo una soluzione diversa: quella che fu definito, in
quel momento,
delle “convergenze parallele” e, successivamente, del
centrosinistra “organico”.
Nel
PCI in quel momento si aprì un confronto tra la necessità di
sostenere, in un qualche modo, un capitalismo italiano ritenuto
“straccione” appoggiando di fatto il centro - sinistra e una
visione diversa che vedeva le potenzialità egemoniche di un capitale
fortemente modernizzato al riguardo del quale andava proposta
un’alternativa radicale: quel dibattito nel PCI, eliminato il
gruppo del “Manifesto”, si assestò sul “compromesso storico”
declinato poi in basso verso la “solidarietà nazionale” dopo
l’esito di sostanziale stallo politico delle elezioni del 1976.
“Solidarietà nazionale” ridotta poi dagli eventi a mero
strumento di difesa dello “status quo” nei giorni terribili del
rapimento Moro e dell’esplosione terroristica.
Uno
“status quo” incentrato sull’inevitabilità della centralità
democristiana .
Un’analisi
questa dell’inevitabilità e della conseguente insuperabilità
della centralità democristiana nel sistema politico italiano che fu
la ragione vera dell’adozione della “linea della fermezza”
portata avanti come unica soluzione realisticamente possibile in quei
giorni tormentati (non dimentichiamo che sia Moro, sia le BR chiesero
proprio alla DC un “gesto risolutivo”).
Tutto
questo avvenne mentre sulla democrazia italiana volteggiavano gli
avvoltoi della P2 e in parallelo si moltiplicavano le ingerenze
sovranazionali in un momento di ripresa della logica dei blocchi poi
culminata nella vicenda dell’installazione dei missili a Comiso
(almeno per quel che riguardava lo scenario tattico italiano).
Oggi,
possiamo meglio valutare l'esito complessivo del ventennio ‘60 -
‘80: le contraddizioni che vi emersero, il rattrappirsi progressivo
della realtà riformatrice( a partire dal "tintinnar di
sciabole" dell'estate 1964, fino alla disgraziata stagione del
terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana),
l'assunzione, in particolare da parte del PSI ,via, via, di una
vocazione "governista" sfociata nel decisionismo craxiano e
poi nel CAF, nello sviluppo abnorme della partitocrazia (con il
contributo di un complessivo "consociativismo" allargato
all'intero arco parlamentare) e, infine, nella "questione
morale" che segnò, all'inizio degli anni'90, lo sconquasso
definitivo del quadro di governo assieme alla caduta del muro di
Berlino e alla stipula del trattato di Maastricht.
Ebbene,
proprio nella situazione creatasi al momento dello scioglimento della
“Repubblica dei Partiti”, l'implosione della DC consentì di
verificare il dato di credibilità di certe analisi che all’epoca
del luglio ‘60 erano apparse elitarie e conseguentemente
minoritarie: le masse DC, la gran parte dell'elettorato
democristiano, in quel momento di trasformazione del sistema
trovarono, infatti, sede politica e dirigenti in cui affidarsi in
Alleanza Nazionale (l'ex-MSI diventato ormai vero e proprio soggetto
di massa) e in Forza Italia (diventato subito il maggior partito
italiano, dal punto di vista dei risultati elettorali).
La
rottura attuata a metà degli anni ‘70 da parte dell’elettorato
della DC più dichiaratamente progressista , con l’espressione del
dissenso cattolico, la scelta “socialista” delle ACLI, le
tensioni (minoritarie) verso l’unità sindacale espresse da settori
della CISL e in coincidenza con il referendum sul divorzio non
risultò decisiva nel senso di una trasformazione profonda
dell’assetto del sistema politico.
Una
trasformazione nemmeno tentata per via dell’assenza di una
soggettività dell’alternativa.
Gli
anni’70 avevano registrato grandi passi in avanti sul piano dei
diritti civili e delle condizioni di lavoro (in questo secondo caso
grazie alla stagione dell’unità sindacale) ma in nessun momento fu
prospettata una radicale inversione di tendenza sul piano politico e
la DC mantenne la sua funzione pivotale, poggiando su di una massa
interclassista comunque interprete di una “maggioranza silenziosa”.
Una
“maggioranza silenziosa” molto più ampia di quella messa in
piazza da De Carolis e anche da quella espressa dalla “marcia dei
quarantamila” di Arisio che, al tempo dei 35 giorni della FIAT,
causò lo sconquasso del sindacato prima ancora del decreto di San
Valentino (1984) e dell’avvio della grande querelle sulla scala
mobile e della sconfitta del PCI nel referendum del 1985.
Una
“maggioranza silenziosa” quella raccolta in gran parte attorno
alla DC espressione di una visione di arretratezza borghese. che al
momento decisivo rappresentò il collante per far sì che lo scudo
crociato raccogliesse a destra il proprio massimo potenziale ( già
Montanelli al momento delle elezioni del 1976 aveva invitato:
“turatevi il naso e votate DC”).
Tutto
questo ancora oggi induce a pensare come non risultasse errata una
analisi della DC intesa in gran parte come vera espressione della
destra italiana.
Un’analisi
di tipo “azionista” e/o socialista di sinistra e corrente anche
in settori della “nuova sinistra (uniti sì ma contro la DC)
formulata fin dall’inizio degli anni’60 : certo poteva essere
considerata schematica, ma non al punto da non essere mai presa in
considerazione e considerata esclusivamente votata al minoritarismo.
L’azione
del PSI all’interno del centro sinistra fu comunque limitata anche
da proprie ragioni interne: dalla scissione socialproletaria,
all’evidente natura di allineamento moderato assunta dal tentativo
di fusione socialdemocratica.
Questo
punto che mi sono permesso di definire come di “allineamento
moderato” del tentativo di fusione socialdemocratica svolto nel
‘66 non è stato, almeno a mio giudizio, sufficientemente esplorato
sul piano dell’analisi storico – politica avendo quasi tutti gli
osservatori sbrigativamente assegnato le cause del suo fallimento
quasi completamente all’esito negativo delle elezioni del 1968.
Invece
l’analisi relativa alla natura della DC e del suo radicamento
sociale contraria al motto degasperiano “La DC un partito di
centro, che guarda a sinistra”, conteneva una sua parte di verità
che aveva mantenuto una sua validità ancora all’inizio degli
anni’90, se pensiamo alla “diga anticomunista” reclamata da
Berlusconi nella campagna elettorale del ‘94 .
Nel
corso della campagna elettorale del 1994 fu anche sdoganato il MSI
grazie all’abile stratagemma della “doppia alleanza”: diciamo
che la demarcazione dell’arco costituzionale fissata proprio con i
fatti del Luglio ‘60 cessò di essere valida nel momento in cui fu
adottata, per la prima volta, una quota (75%) di formula elettorale
maggioritaria.
Inoltre
la parte maggioritaria dell’insediamento “bianco” al Nord (più
o meno corrispondente al territorio dell’antica Repubblica Veneta,
comprese Bergamo e Brescia) fin dal 1992 era passato dalla DC alla
Lega.
Da
parte della sinistra non aver considerato fino in fondo la natura
irriducibilmente moderata della parte prevalente della DC al nord
come al sud, rese impossibile proporre un’alternativa che
necessariamente avrebbe dovuto prevedere la rottura della stessa DC e
la disponibilità del PCI.
La
disponibilità del PCI non ci fu mai, salvo in parte nella fase
conclusiva della segreteria Berlinguer, perché il gruppo dirigente
comunista considerava fin dalla svolta di Salerno e poi dalla caduta
del governo Parri del “vento del Nord” l’accordo con “tutta”
la DC la sola strada possibile per corrispondere alla natura profonda
della società italiana e così convivere con quella “conventio ad
excludendum” imposta dall’appartenenza all’Italia al blocco
militare atlantico.
Nella
fase centrale degli anni’70, a fronte di una imponente spinta
sociale messa per la prima volta in evidenza proprio dai fatti del
luglio ‘60 , il PCI restò fermo sul “compromesso storico” e
sulla “terza fase” morotea e il PSI sull’idea del ritorno al
centro – sinistra quale sola espressione possibile della propria
autonomia.
Un’autonomia
quella del PSI ricercata appunto, almeno a mio avviso, durante il
rapimento Moro attraverso appunto l’espressione della “linea
della trattativa” .
La
linea della trattativa poteva permettere l’evidenza di una
distinzione sulla quale basare una parte di futura identità anche in
collegamento con istanze radical – libertarie in quel momento
presenti in maniera organica nel sistema politico italiano.
Il
precipitare degli eventi impedì il prosieguo di entrambe le
strategie in atto, quella del “compromesso storico” ridotto
tatticamente alla “solidarietà nazionale” e quella di una
visione alternativa dell’autonomia socialista.
A
un anno di distanza dagli
eventi legati ai 55 giorni del rapimento Moro, rotta la solidarietà
nazionale,
si svolsero elezioni anticipate che dimostrarono quanto il PCI avesse
sofferto
l’applicazione concreta della propria linea e il PSI non fosse
avanzato
in base alla sua propria.
I
risultati delle elezioni del 3 giugno 1979
dimostrarono
invece
come per
la prima volta nel
dopoguerra
fosse
cresciuta
la disaffezione .
Infatti
la
partecipazione al voto era
diminuita
in un sol colpo del
4%
e in tempi di egemonia assoluta dei partiti quel
segnale non fu nuovamente raccolto
e
si tornò così semplicisticamente
al
centro sinistra e, successivamente, al pentapartito e al CAF.
Sul
piano dell’ esercizio dell’autonomia del politico la divisione
tra “fermezza” e “trattativa” aveva così segnato una lunga
stagione della politica italiana contrassegnata da una forte
contrapposizione a sinistra.
Una
contrapposizione a sinistra
che
aveva prodotto non soltanto una rottura tra i due partiti, quello
socialista e quello comunista, ma spezzato il rapporto complessivo
tra
società e mondo politico fornendo
spazio ad
una latente insofferenza
verso il sistema dei partiti .
Quella
disaffezione era
stata causata
da un sistema i cui attori erano apparsi rigidamente bloccati nella
loro separatezza , incapaci di offrire una dialettica positiva,
molto prima dell’esplosione di Tangentopoli.
Si
era così
aperta
la strada che avrebbe condotto diretta
al populismo reclamato
dal “ventre molle” di un Paese in buona parte votato al
paternalismo assistenziale democristiano, del quale, dopo la caduta
della DC,
avrebbe
saputo
farsi interprete prima di
tutti Berlusconi
(lo ha
ricordato
Massimo Mauro in suo importante articolo apparso su “Repubblica”)
.
Successivamente
si
sarebbero aperte le porte all’esasperazione causata
dall’impoverimento generale e dalla caduta di status del ceto medio
avvenuta in una condizione nella quale lo stile di vita di gran parte
del Paese appariva ormai impostato sulla base dell’individualismo
competitivo e consumistico.
Un’esasperazione
di cui avrebbe saputo farsi interprete
Beppe
Grillo attraverso
il superamento
dell’idea
“anti – partito” trasformata
tout court
in “anti – politica”.
Grillo
però, mentre metteva in moto la sua rutilante campagna “anti –
casta”
aveva
omesso di spiegare, agli ignari
italiani, come
l’espressione dell’ anti
politica significasse
semplicemente sapersi
muovere
sul terreno dell’autonomia del potere prescindendo
dalle
dinamiche democratiche ormai
considerate
come un fastidioso orpello e
adoperate
soltanto come mezzo e non certo intese come fine.
Così
quella
che era stata
la “Repubblica dei partiti” dopo
essersi inoltrata in una
una lunghissima fase di transizione non poteva
raggiungere
un suo qualche punto di assestamento.
Oggi,
infatti,
il sistema politico italiano
sta attraversando una fase nel corso della quale i suoi
principali soggetti sembrano molto semplicemente esprimersi soltanto
attraverso l’autonomia “del potere”.
Un’autonomia
del potere che si presenta
come una
forma di vero e proprio dominio su di una società sfibrata che, al
di là del lockdown, sembra poggiarsi soltanto sull’individualismo,
le corporazioni, la voglia di gratuita assistenza.
In
questa situazione una maggioranza si è ormai convinta di poter fare
a meno della mediazione politica, dello stesso Parlamento e invoca
“l’uomo forte”.
La
gestione del governo durante la drammatica fase dell’emergenza
sanitaria ha ancora di più esaltato questa pericolosa vocazione.
Sul
terreno
“dell’autonomia del potere” oggi
ci si sta bruciando alle spalle i vascelli più importanti
sui quali ha navigato per decenni la democrazia
italiana: quelli formati
dalla Costituzione Repubblicana che rimane il vero bersaglio di
questa pericolosa demagogia populista.
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