Care compagne e cari compagni,
Mi rivolgo
a un numero limitato fra voi che avete seguito le iniziative
sviluppate, soprattutto su iniziativa dei compagni Besostri e Fasce,
attorno all’idea del “Dialogo Gramsci – Matteotti”.
Per quanto
accaduto nel corso di questi ultimi mesi mi permetto di ritenere come
sia necessario un salto di qualità posto sul piano
dell’organizzazione politica.
Premetto
che la mia lunga esperienza mi fa tener presente tutte le difficoltà
del caso e che mi esprimo al di fuori da una ricerca deterministica
dettata soltanto dall’ottimismo della volontà, ma tenendo ben
conto della complessità delle questioni che abbiamo di fronte.
Ritengo,
infatti, che per riuscire a svolgere quel compito di “ricostruzione”
e di “riaggregazione” che ci eravamo posti qualche mese or sono,
oggi sia necessario partire assumendo una veste politico –
organizzativa meglio definita.
Una
dimensione dalla quale potrà essere possibile interpellare con
maggior efficacia tutti gli interlocutori necessari.
Non
propongo certamente la fondazione di un partito bensì di un
“movimento politico” che si muova sulla frontiera della
partecipazione diretta e della ricerca culturale assumendo nel
proprio progetto lo sviluppo di iniziative a dimensione nazionale.
Per
discuterne ed eventualmente deliberare credo sarebbe necessario
convocare un’assemblea cui partecipino quanti hanno seguito più da
vicino il nostro lavoro.
Le tappe
potrebbero essere due:
1)
un’assemblea costituiva da tenersi in settembre, magari a Milano;
2) un
seminario di presentazione ad ottobre a Roma con interlocutori scelti
opportunamente.
Mi auguro
di poterne discutere serenamente presto: sinceramente la scadenza del
2021 a Livorno mi pare lontana e non adeguata alle esigenze del
momento, anche se sarà necessario prepararla con cura ma partendo da
una posizione diversa sul piano politico – organizzativa.
Ecco di
seguito un testo diciamo così, con una certa presunzione,
“orientativo” all’interno del quale hanno ampio spazio le tesi
contenute in “Capitale e ideologia”.
Grazie a
tutti per l’attenzione
Franco
Astengo
UN MOVIMENTO POLITICO PER IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO di Franco Astengo
PREMESSA: IL DIALOGO GRAMSCI –
MATTEOTTI
Nei
mesi scorsi, in precedenza al lockdown, con compagne e compagni di
diversa estrazione ideale e politica nella storia della sinistra
italiana avevamo lanciato una proposta di riflessione incentrata su
di un dialogo ideale denominato “Gramsci – Matteotti”.
Oggi, a fronte delle esigenze che si stanno
presentando sulla scena politica appare necessario declinare molto
più concretamente questa ipotesi trasformandola in una proposta di
“Movimento Politico” che, partendo da una dimensione di “Sinistra
Costituzionale”, appare urgente e necessario impostare nello
specifico del sistema politico italiano traguardando anche la
possibilità di fornire un modesto contributo alla definizione di un
Socialismo del XXI secolo.
In questo senso è risultata molto utile, quasi
fondamentale, la lettura del testo di Thomas Piketty “Capitale e
ideologia”.
Lettura di cui si darà conto anche nel contesto
di questo lavoro con qualche citazione.
Partiamo però ritornando sulle finalità generali
che ci eravamo impegnati ad enucleare nel progetto di “Dialogo
Gramsci – Matteotti”.
Da molto tempo la
sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria
ricostruzione.
Alcuni punti fermi
di una tale ricostruzione sono stati ben individuati e costituiscono
i presupposti fondamentali della possibile ripresa:
- L’inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al fallimento;
- la necessità di richiamarsi ad un patrimonio storico e culturale valido sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti antiche divisioni. Di qui l’impegno ad evitare d’ora in avanti ogni ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc., ecc.;
- è ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi) l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e “fratture” fondamentali, incrociandole però con le nuove contraddizioni imposte dal presente. Se da una parte infatti non basta più da sola l’antica “contraddizione principale” fra capitale e lavoro, certo non si può neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro strettamente legata al modo di produzione, o una strategia dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani: materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e diritto. Le faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare dentro una strategia complessiva di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo, occorre cambiarlo”;
- Strettamente connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica, finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi dall’aprire ad un’epoca di “noia democratica”, ad un mondo pacificato all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra infinita” ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o “democrazia recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare messo pericolosamente in discussione
- della crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche alcune pulsioni che pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche, a quelle imperialiste, al ritorno di fantasmi quali il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo ovviamente deve essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta infatti elementi di emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione, così come si era presentato alla fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del 2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane quello di un rilancio concreto dell’internazionalismo e della prefigurazione di un modello economico e sociale alternativo a quello neoliberista di cui la Costituzione Repubblicana continua a fornirci un modello probante;
CAPITALE
E IDEOLOGIA
Su queste
basi di fondo è possibile sviluppare una lettura del testo di
Piketty, “Capitale e Ideologia”, rivolgendo la nostra attenzione
agli elementi che vi sono contenuti di costruzione di un socialismo
del XXI secolo.
Il punto
di partenza è quello della crisi della globalizzazione e del
fallimento delle ideologie basate sul liberalismo e il nazionalismo.
La
proposta contenuta in “Capitale e Ideologia” è quella della
ricerca di una via originale basata sulla formazione di un
movimento socialdemocratico il cui obiettivo deve essere
rappresentato dalla riduzione delle disuguaglianze.
Questa
ipotesi non può che essere collegata a un ripensamento relativo al
periodo della grande trasformazione avvenuta nella prima metà del XX
secolo.
Tra il
1914 e il 1945 la struttura delle disuguaglianze globali, sia
all’interno dei paesi, sia a livello internazionale, ha subito
senz’altro la trasformazione più rapida e profonda mai osservata
nella storia dei regimi di disuguaglianza.
Nel 1914,
alla vigilia della guerra, la prosperità del sistema di proprietà
privata sembrava assoluta e inalterabile esattamente come quella del
sistema coloniale.
Poco più
di trent’anni dopo, nel 1945, la proprietà privata scompare nel
sistema comunista (assurto al potere prima in URSS e più tardi in
Cina e nell’Europa Orientale) e perde gran parte del suo potere
anche in paesi rimasti nominalmente capitalisti, ma che in realtà
stavano trasformandosi in società socialdemocratiche, con
combinazioni varie di nazionalizzazioni, sistemi pubblici di
istruzione e di assistenza sanitaria e imposte fortemente progressive
sugli alti redditi e i grandi patrimoni.
Il
dominio dei grandi stati europei era stato nel frattempo sostituito
da una competizione ideologica a livello globale tra comunismo e
capitalismo, capeggiata da due potenze statali di dimensioni
continentali:l’URSS e gli USA.
La
critica al capitalismo privato era iniziata fin dalla metà del XIX
secolo, prima di trasformarsi in opinione maggioritaria sulla scia
dei conflitti mondiali, della Rivoluzione bolscevica e della
depressione degli anni’30 del 900.
Dopo
simili traumi non era più possibile continuare a credere
nell’ideologia che aveva prevalso fino al 1914, basta sulla quasi
sacralizzazione della proprietà privata e su una fede assoluta nei
vantaggi di una concorrenza generalizzata tra individui e Stati.
Per tutti
questi motivi, le forze politiche del momento dovettero proporre
nuove strade in particolare le nuove forme di socialdemocrazia e di
socialismo in Europa e il New Deal negli Stati Uniti.
Va poi
aggiunto che questa deconcentrazione della proprietà (e di
conseguenza dei redditi che ne derivarono) è il principale motivo
che spiega la riduzione delle disuguaglianze di reddito nell’Europa
del XX secolo.
Tra il
1950 e il 1980 le società socialdemocratiche sono entrate in crisi
perché, nonostante i numerosi successi, la socialdemocrazia non è
stata in grado di affrontare in modo soddisfacente l’aumento delle
disuguaglianze, non avendo saputo rinnovare e approfondire le proprie
riflessioni e il proprio programma d’azione sulla proprietà,
l’istruzione, le imposte e soprattutto la questione del superamento
dello “Stato – Nazione” e della regolamentazione dell’economia
su scala mondiale.
Nel
contempo si è verificato un fortissimo assalto dovuto alla
controffensiva dell’avversario a partire dalla messa in campo
dell’ideologia neo liberista e dalla sperimentazione dei modelli
della cosiddetta “scuola di Chicago” cominciando dal golpe cileno
del 1973 e dall’avvento al potere di Reagan negli USA e di Margaret
Tatcher nel Regno Unito.
Il mondo
attuale è la diretta conseguenza delle grandi trasformazioni
politico – ideologiche che hanno segnato l’evoluzione dei regimi
basati sulla disuguaglianza nel corso del XX secolo.
La fine
del comunismo , nella forma del tentativo di inveramento statuale
fondato sui fraintendimenti dell’etica marxiana sviluppatisi nel
corso del ‘900, ha provocato una diffusa frustrazione di fronte
all’impossibilità di istituire un’economia giusta.
Quel
sentimento di frustrazione che all’inizio del XXI secolo sta
alimentando un’involuzione identitaria/sovranista/populista che è
necessario superare.
In
sintesi, è chiaro come stia emergendo una nuova forma di
proprietarismo, anche se le differenze rispetto al regime ideologico
dominante nel XIX secolo sono numerose e, nella sua complessità,
l’attuale regime è più complesso e fragile di quanto possa
apparire.
La
caratteristica più ovvia dell’attuale regime basato sulle
disuguaglianze che contraddistingue a livello globale l’inizio del
XXI secolo è che tutte le società del pianeta sono ora collegate
tra loro da una molteplicità senza precedenti di relazioni.
La
crescita travolgente della mobilità interna e soprattutto la
distribuzione istantanea di testi, immagini, e suoni di tutti i
luoghi del pianeta grazie alle tecnologie informatiche hanno portato
a forme di scambio e di interdipendenza culturale, socioeconomica e
politico – ideologica mai conosciuta in precedenza nella storia
dell’umanità.
Sviluppi
che hanno luogo in un contesto di forte crescita demografica
associata a un generale ampio riequilibrio.
L’interconnessione
del mondo non impedisce comunque una grande varietà di regimi
sociopolitici basati sulla disuguaglianza.
In questo
quadro il crollo del sistema politico fondato sulla dialettica destra
– sinistra e la disaffezione delle classi popolari si spiegano con
il fatto che i partiti e i movimenti politici non hanno saputo
rinnovare la propria piattaforma ideologica e programmatica in modo
da adeguarla alle nuove sfide socioeconomiche emerse nel corso
dell’ultimo mezzo secolo, riconducibili soprattutto alla diffuso
dell’istruzione e alla globalizzazione economica.
LA
PROPOSTA DI “CAPITALE E IDEOLOGIA”
In questo
quadro interviene la proposta elaborata in “Capitale e ideologia”
Proposta
che presenta elementi di un socialismo partecipativo e
internazionalista nel XXI secolo.
Si
prefigura una democrazia transnazionale su scala più ampia di quella
europea fondata su alcuni punti distintivi:
1) norme sulla tassazione
dei profitti
2) regole per introdurre la
libera circolazione delle persone
3) mutualizzazione dei
finanziamenti nei servizi pubblici (con introduzione di elementi di
fiscalità comune)
Lo
scenario complessivo sarebbe quello di carattere cooperativo, in un
nuovo quadro giuridico.
Secondo
“Capitale e ideologia” andrebbe riformulato il passo del
Manifesto del 1848 là dove si recita: “ La storia di ogni società
è stata fino a oggi solo la storia della lotta di classe”.
Piketty
nel suo testo corregge: “ La storia di ogni società è stata fino
ad oggi solo la storia delle ideologie e della ricerca di giustizia”.
Obiettivo
dichiarato di “Capitale e ideologia” sul piano politico: “Un
movimento per un socialismo democratico di lotta alla disuguaglianza
e di profonda trasformazione del sistema legale, sociale, fiscale”.
Proprio
la storia della lotta alle disuguaglianze nel XX secolo ci indica
come risulti necessario ancora approfondire il programma indicato in
“Capitale e Ideologia” muovendosi nell’individuare il nuovo
terreno possibile per una “incisività strutturale”.
IL
MOVIMENTO POLITICO
E’
necessario che la ricerca si indirizzi su di una ipotesi di vera e
propria 3a via da ripensare attorno ad alcuni principi –
cardine che possono essere indicati in una nuova identità della
lotta di classe.
Per
questo motivo il “Dialogo Gramsci – Matteotti” va fatto uscire
dalla dimensione della ricerca culturale e trasformato in movimento
politico.
Movimento
politico che, alla base delle argomentazioni che lo sostengono, deve
aprirsi alla possibilità di elaborazione per un socialismo capace di
combattere l’estensione delle contraddizioni classiche
nell’intreccio con quelle post – moderne presentando un progetto
di radicale alternativa al dominio dell’esistente.
E’
questo lo scopo delineato attraverso l’esposizione di un progetto
di “Socialismo della finitudine” da intrecciare,
nell’elaborazione del progetto, con quanto proposto da “Capitale
e Ideologia”.
IL
SOCIALISMO DELLA “FINITUDINE”
Siamo
nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di
rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata, a
partire dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del
capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati
e nei partiti di massa.
E’
questo , della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma,
il senso di una proposta d’analisi che mi permetto di definire
come del “socialismo della finitudine”.
“Socialismo
della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità,
rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di
tempo,di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale
motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le
magnifiche sorti e progressive”.
Il
primo punto di programma di una aggregazione politica così
teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato
dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco
spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo
di accumulazione dominante.
Una
progettazione e una programmazione che non potrà essere che
governata dal “pubblico”.
In
questi giorni sono stati evocati, sia pure impropriamente, i modelli
usati al termine della seconda guerra mondiale, il Piano Beveridge e
quello Marshall (due strumenti, beninteso, affatto diversi tra loro
anche dal punto di vista degli obiettivi politici che attraverso di
essi si intendevano perseguire).
Viviamo
tempi completamente diversi da allora e quegli strumenti non possono
essere presi ad esempio, ma la mole complessiva dello spostamento di
risorse dal privato al pubblico e l’assoluta necessità di una
lotta serrata alle disuguaglianze può ben essere indicata come
quantitativamente riferita a quei modelli.
La
lotta all’allargamento dei meccanismi di sfruttamento nella
dimensione di classe è l’altro punto che va posto all’ordine del
giorno: un allargamento delle logiche e delle pratiche di
sfruttamento che è insieme di quantità e di qualità al punto tale
da provocare una rovesciamento di alcuni dei nostri tradizionali
fondamenti d’analisi.
Si
ravvede, inoltre, un’altra differenza fondamentale: nel periodo in
cui furono lanciati il Piano Beveridge e quello Marshall il mondo si
trovava nella fase di una nuova aggregazione politica attraverso
l’idea delle Nazioni Unite; nel periodo , sicuramente convulso ma
aperto a grandi speranze, della decolonizzazione e nell’avvio della
“guerra fredda”.
Oggi
l’emergenza sanitaria sconvolge l’assetto consolidato in un
momento in cui si stava attraversando una forte difficoltà per
quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito
come “globalizzazione” con l’ingresso nel novero delle grandi
potenze di nuovi attori politici portatori di diversi sistemi di
governo della politica e dell’economia, a partire dalla Cina.
Tutti
elementi di cui tener conto con grande attenzione.
Gli
altri decisivi temi di fondo possono essere riassunti in tre punti:
1) La
democrazia. Una questione sulla quale è necessario dimostrarsi
estremamente chiari nelle nostre espressioni. In precedenza
all’esplosione dell’emergenza sanitaria la democrazia liberale
appariva già in forte difficoltà con il riapparire, anche nel cuore
dell’Europa di tensioni autoritarie e sovraniste innestatesi sul
fallimento dell’Europa di Maastricht e dintorni. Il rischio di oggi
è che l’adozione da parte dei paesi di tutto il mondo di misure
sempre più stringenti per contenere l’epidemia, rafforzando la
sorveglianza digitale e introducendo limitazioni alla mobilità e
alla libertà di espressione. Queste restrizioni potrebbero
sopravvivere anche dopo l’emergenza che, tra l’altro, il governo
italiano sembra intenzionato a prorogare nel tempo per meri motivi di
opportunismo. Si tratta di un rischio che non dobbiamo correre e che,
nel caso di elaborazione di una proposta politica socialista che
contenga la consapevolezza della finitudine nelle possibilità umane
appare prioritario affermare il principio dell’esercizio di una
democrazia fondata sulla rappresentanza sociale. Una democrazia
ancora basata sulla tripartizione dei poteri, sulla centralità delle
assemblee elettive, sulla libertà della comunicazione . Divisione
dei poteri, ruolo dei Parlamenti, libertà di espressione pubblica
rappresentano i tre elementi fondativi di una possibile e auspicabile
elaborazione di progetto di aggregazione e strutturazione politica.
La dimensione di questo soggetto non potrà che essere quella
nazionale con una forte tensione a costruire livelli di riferimento
sovranazionali utilizzando l’antica tensione internazionalista e la
vocazione pacifista;
2) quella
del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo
e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del
genere umano (l’elaborazione di un modello che potrebbe essere
definito di una “società sobria”);
3) quella della capacità
cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità
di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale.
IL RILANCIO DEL
NOSTRO PROGETTO
Il
rilancio del progetto riguardante il “Dialogo Gramsci Matteotti”
e la sua trasformazione in Movimento Politico di Sinistra
Costituzionale potrebbe avvenire su queste basi, sia pure
semplicemente indicative e del tutto incomplete , chiamando non
appena possibile tutti i soggetti politici e culturali presenti nel
frammentato arcipelago della sinistra italiana a confrontarsi su idee
riguardanti una realtà futura della quale non riusciamo ancora a
intravedere i contorni.
La
formazione di una soggettività sufficientemente compiuta nei termini
fin qui indicati non potrà che agevolare questo necessario progetto
di confronto facendolo uscire dal rischio di informalità che il
susseguirsi di qualche convegno potrebbe alla fine fargli correre.
Una
realtà futura al riguardo della quale però le opzioni di lotta allo
sfruttamento, di affermazione dell’ uguaglianza, di solidarietà
nella democrazia pluralista dovranno obbligatoriamente trovare
cittadinanza ed espressione sul piano di una dimensione di
soggettività politica capace di adeguarsi a prospettive di un domani
quanto mai incerto per tutte le generazioni.
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