giovedì 16 luglio 2020

UN MOVIMENTO PER IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO

Care compagne e cari compagni,

Mi rivolgo a un numero limitato fra voi che avete seguito le iniziative sviluppate, soprattutto su iniziativa dei compagni Besostri e Fasce, attorno all’idea del “Dialogo Gramsci – Matteotti”.
Per quanto accaduto nel corso di questi ultimi mesi mi permetto di ritenere come sia necessario un salto di qualità posto sul piano dell’organizzazione politica.
Premetto che la mia lunga esperienza mi fa tener presente tutte le difficoltà del caso e che mi esprimo al di fuori da una ricerca deterministica dettata soltanto dall’ottimismo della volontà, ma tenendo ben conto della complessità delle questioni che abbiamo di fronte.
Ritengo, infatti, che per riuscire a svolgere quel compito di “ricostruzione” e di “riaggregazione” che ci eravamo posti qualche mese or sono, oggi sia necessario partire assumendo una veste politico – organizzativa meglio definita.
Una dimensione dalla quale potrà essere possibile interpellare con maggior efficacia tutti gli interlocutori necessari.
Non propongo certamente la fondazione di un partito bensì di un “movimento politico” che si muova sulla frontiera della partecipazione diretta e della ricerca culturale assumendo nel proprio progetto lo sviluppo di iniziative a dimensione nazionale.
Per discuterne ed eventualmente deliberare credo sarebbe necessario convocare un’assemblea cui partecipino quanti hanno seguito più da vicino il nostro lavoro.
Le tappe potrebbero essere due:
1) un’assemblea costituiva da tenersi in settembre, magari a Milano;
2) un seminario di presentazione ad ottobre a Roma con interlocutori scelti opportunamente.
Mi auguro di poterne discutere serenamente presto: sinceramente la scadenza del 2021 a Livorno mi pare lontana e non adeguata alle esigenze del momento, anche se sarà necessario prepararla con cura ma partendo da una posizione diversa sul piano politico – organizzativa.
Ecco di seguito un testo diciamo così, con una certa presunzione, “orientativo” all’interno del quale hanno ampio spazio le tesi contenute in “Capitale e ideologia”.
Grazie a tutti per l’attenzione
Franco Astengo

UN MOVIMENTO POLITICO PER IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO di Franco Astengo


PREMESSA: IL DIALOGO GRAMSCI – MATTEOTTI
Nei mesi scorsi, in precedenza al lockdown, con compagne e compagni di diversa estrazione ideale e politica nella storia della sinistra italiana avevamo lanciato una proposta di riflessione incentrata su di un dialogo ideale denominato “Gramsci – Matteotti”.
Oggi, a fronte delle esigenze che si stanno presentando sulla scena politica appare necessario declinare molto più concretamente questa ipotesi trasformandola in una proposta di “Movimento Politico” che, partendo da una dimensione di “Sinistra Costituzionale”, appare urgente e necessario impostare nello specifico del sistema politico italiano traguardando anche la possibilità di fornire un modesto contributo alla definizione di un Socialismo del XXI secolo.
In questo senso è risultata molto utile, quasi fondamentale, la lettura del testo di Thomas Piketty “Capitale e ideologia”.
Lettura di cui si darà conto anche nel contesto di questo lavoro con qualche citazione.
Partiamo però ritornando sulle finalità generali che ci eravamo impegnati ad enucleare nel progetto di “Dialogo Gramsci – Matteotti”.
Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria ricostruzione.
Alcuni punti fermi di una tale ricostruzione sono stati ben individuati e costituiscono i presupposti fondamentali della possibile ripresa:
  1. L’inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al fallimento;
  2. la necessità di richiamarsi ad un patrimonio storico e culturale valido sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti antiche divisioni. Di qui l’impegno ad evitare d’ora in avanti ogni ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc., ecc.;
  3. è ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi) l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e “fratture” fondamentali, incrociandole però con le nuove contraddizioni imposte dal presente. Se da una parte infatti non basta più da sola l’antica “contraddizione principale” fra capitale e lavoro, certo non si può neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro strettamente legata al modo di produzione, o una strategia dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani: materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e diritto. Le faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare dentro una strategia complessiva di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo, occorre cambiarlo”;
  4. Strettamente connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica, finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi dall’aprire ad un’epoca di “noia democratica”, ad un mondo pacificato all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra infinita” ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o “democrazia recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare messo pericolosamente in discussione

  1. della crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche alcune pulsioni che pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche, a quelle imperialiste, al ritorno di fantasmi quali il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo ovviamente deve essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta infatti elementi di emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione, così come si era presentato alla fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del 2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane quello di un rilancio concreto dell’internazionalismo e della prefigurazione di un modello economico e sociale alternativo a quello neoliberista di cui la Costituzione Repubblicana continua a fornirci un modello probante;

CAPITALE E IDEOLOGIA

Su queste basi di fondo è possibile sviluppare una lettura del testo di Piketty, “Capitale e Ideologia”, rivolgendo la nostra attenzione agli elementi che vi sono contenuti di costruzione di un socialismo del XXI secolo.
Il punto di partenza è quello della crisi della globalizzazione e del fallimento delle ideologie basate sul liberalismo e il nazionalismo.
La proposta contenuta in “Capitale e Ideologia” è quella della ricerca di una via originale basata sulla formazione di un movimento socialdemocratico il cui obiettivo deve essere rappresentato dalla riduzione delle disuguaglianze.
Questa ipotesi non può che essere collegata a un ripensamento relativo al periodo della grande trasformazione avvenuta nella prima metà del XX secolo.
Tra il 1914 e il 1945 la struttura delle disuguaglianze globali, sia all’interno dei paesi, sia a livello internazionale, ha subito senz’altro la trasformazione più rapida e profonda mai osservata nella storia dei regimi di disuguaglianza.
Nel 1914, alla vigilia della guerra, la prosperità del sistema di proprietà privata sembrava assoluta e inalterabile esattamente come quella del sistema coloniale.
Poco più di trent’anni dopo, nel 1945, la proprietà privata scompare nel sistema comunista (assurto al potere prima in URSS e più tardi in Cina e nell’Europa Orientale) e perde gran parte del suo potere anche in paesi rimasti nominalmente capitalisti, ma che in realtà stavano trasformandosi in società socialdemocratiche, con combinazioni varie di nazionalizzazioni, sistemi pubblici di istruzione e di assistenza sanitaria e imposte fortemente progressive sugli alti redditi e i grandi patrimoni.
Il dominio dei grandi stati europei era stato nel frattempo sostituito da una competizione ideologica a livello globale tra comunismo e capitalismo, capeggiata da due potenze statali di dimensioni continentali:l’URSS e gli USA.
La critica al capitalismo privato era iniziata fin dalla metà del XIX secolo, prima di trasformarsi in opinione maggioritaria sulla scia dei conflitti mondiali, della Rivoluzione bolscevica e della depressione degli anni’30 del 900.
Dopo simili traumi non era più possibile continuare a credere nell’ideologia che aveva prevalso fino al 1914, basta sulla quasi sacralizzazione della proprietà privata e su una fede assoluta nei vantaggi di una concorrenza generalizzata tra individui e Stati.
Per tutti questi motivi, le forze politiche del momento dovettero proporre nuove strade in particolare le nuove forme di socialdemocrazia e di socialismo in Europa e il New Deal negli Stati Uniti.
Va poi aggiunto che questa deconcentrazione della proprietà (e di conseguenza dei redditi che ne derivarono) è il principale motivo che spiega la riduzione delle disuguaglianze di reddito nell’Europa del XX secolo.
Tra il 1950 e il 1980 le società socialdemocratiche sono entrate in crisi perché, nonostante i numerosi successi, la socialdemocrazia non è stata in grado di affrontare in modo soddisfacente l’aumento delle disuguaglianze, non avendo saputo rinnovare e approfondire le proprie riflessioni e il proprio programma d’azione sulla proprietà, l’istruzione, le imposte e soprattutto la questione del superamento dello “Stato – Nazione” e della regolamentazione dell’economia su scala mondiale.
Nel contempo si è verificato un fortissimo assalto dovuto alla controffensiva dell’avversario a partire dalla messa in campo dell’ideologia neo liberista e dalla sperimentazione dei modelli della cosiddetta “scuola di Chicago” cominciando dal golpe cileno del 1973 e dall’avvento al potere di Reagan negli USA e di Margaret Tatcher nel Regno Unito.
Il mondo attuale è la diretta conseguenza delle grandi trasformazioni politico – ideologiche che hanno segnato l’evoluzione dei regimi basati sulla disuguaglianza nel corso del XX secolo.
La fine del comunismo , nella forma del tentativo di inveramento statuale fondato sui fraintendimenti dell’etica marxiana sviluppatisi nel corso del ‘900, ha provocato una diffusa frustrazione di fronte all’impossibilità di istituire un’economia giusta.
Quel sentimento di frustrazione che all’inizio del XXI secolo sta alimentando un’involuzione identitaria/sovranista/populista che è necessario superare.
In sintesi, è chiaro come stia emergendo una nuova forma di proprietarismo, anche se le differenze rispetto al regime ideologico dominante nel XIX secolo sono numerose e, nella sua complessità, l’attuale regime è più complesso e fragile di quanto possa apparire.
La caratteristica più ovvia dell’attuale regime basato sulle disuguaglianze che contraddistingue a livello globale l’inizio del XXI secolo è che tutte le società del pianeta sono ora collegate tra loro da una molteplicità senza precedenti di relazioni.
La crescita travolgente della mobilità interna e soprattutto la distribuzione istantanea di testi, immagini, e suoni di tutti i luoghi del pianeta grazie alle tecnologie informatiche hanno portato a forme di scambio e di interdipendenza culturale, socioeconomica e politico – ideologica mai conosciuta in precedenza nella storia dell’umanità.
Sviluppi che hanno luogo in un contesto di forte crescita demografica associata a un generale ampio riequilibrio.
L’interconnessione del mondo non impedisce comunque una grande varietà di regimi sociopolitici basati sulla disuguaglianza.
In questo quadro il crollo del sistema politico fondato sulla dialettica destra – sinistra e la disaffezione delle classi popolari si spiegano con il fatto che i partiti e i movimenti politici non hanno saputo rinnovare la propria piattaforma ideologica e programmatica in modo da adeguarla alle nuove sfide socioeconomiche emerse nel corso dell’ultimo mezzo secolo, riconducibili soprattutto alla diffuso dell’istruzione e alla globalizzazione economica.
LA PROPOSTA DI “CAPITALE E IDEOLOGIA”
In questo quadro interviene la proposta elaborata in “Capitale e ideologia”
Proposta che presenta elementi di un socialismo partecipativo e internazionalista nel XXI secolo.
Si prefigura una democrazia transnazionale su scala più ampia di quella europea fondata su alcuni punti distintivi:
1) norme sulla tassazione dei profitti
2) regole per introdurre la libera circolazione delle persone
3) mutualizzazione dei finanziamenti nei servizi pubblici (con introduzione di elementi di fiscalità comune)
Lo scenario complessivo sarebbe quello di carattere cooperativo, in un nuovo quadro giuridico.
Secondo “Capitale e ideologia” andrebbe riformulato il passo del Manifesto del 1848 là dove si recita: “ La storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta di classe”.
Piketty nel suo testo corregge: “ La storia di ogni società è stata fino ad oggi solo la storia delle ideologie e della ricerca di giustizia”.
Obiettivo dichiarato di “Capitale e ideologia” sul piano politico: “Un movimento per un socialismo democratico di lotta alla disuguaglianza e di profonda trasformazione del sistema legale, sociale, fiscale”.
Proprio la storia della lotta alle disuguaglianze nel XX secolo ci indica come risulti necessario ancora approfondire il programma indicato in “Capitale e Ideologia” muovendosi nell’individuare il nuovo terreno possibile per una “incisività strutturale”.
IL MOVIMENTO POLITICO
E’ necessario che la ricerca si indirizzi su di una ipotesi di vera e propria 3a via da ripensare attorno ad alcuni principi – cardine che possono essere indicati in una nuova identità della lotta di classe.
Per questo motivo il “Dialogo Gramsci – Matteotti” va fatto uscire dalla dimensione della ricerca culturale e trasformato in movimento politico.
Movimento politico che, alla base delle argomentazioni che lo sostengono, deve aprirsi alla possibilità di elaborazione per un socialismo capace di combattere l’estensione delle contraddizioni classiche nell’intreccio con quelle post – moderne presentando un progetto di radicale alternativa al dominio dell’esistente.
E’ questo lo scopo delineato attraverso l’esposizione di un progetto di “Socialismo della finitudine” da intrecciare, nell’elaborazione del progetto, con quanto proposto da “Capitale e Ideologia”.
IL SOCIALISMO DELLA “FINITUDINE”
Siamo nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata, a partire dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei partiti di massa.
E’ questo , della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di una proposta d’analisi che mi permetto di definire come del “socialismo della finitudine”.
“Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo,di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”.
Il primo punto di programma di una aggregazione politica così teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante.
Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico”.
In questi giorni sono stati evocati, sia pure impropriamente, i modelli usati al termine della seconda guerra mondiale, il Piano Beveridge e quello Marshall (due strumenti, beninteso, affatto diversi tra loro anche dal punto di vista degli obiettivi politici che attraverso di essi si intendevano perseguire).
Viviamo tempi completamente diversi da allora e quegli strumenti non possono essere presi ad esempio, ma la mole complessiva dello spostamento di risorse dal privato al pubblico e l’assoluta necessità di una lotta serrata alle disuguaglianze può ben essere indicata come quantitativamente riferita a quei modelli.
La lotta all’allargamento dei meccanismi di sfruttamento nella dimensione di classe è l’altro punto che va posto all’ordine del giorno: un allargamento delle logiche e delle pratiche di sfruttamento che è insieme di quantità e di qualità al punto tale da provocare una rovesciamento di alcuni dei nostri tradizionali fondamenti d’analisi.
Si ravvede, inoltre, un’altra differenza fondamentale: nel periodo in cui furono lanciati il Piano Beveridge e quello Marshall il mondo si trovava nella fase di una nuova aggregazione politica attraverso l’idea delle Nazioni Unite; nel periodo , sicuramente convulso ma aperto a grandi speranze, della decolonizzazione e nell’avvio della “guerra fredda”.
Oggi l’emergenza sanitaria sconvolge l’assetto consolidato in un momento in cui si stava attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come “globalizzazione” con l’ingresso nel novero delle grandi potenze di nuovi attori politici portatori di diversi sistemi di governo della politica e dell’economia, a partire dalla Cina.
Tutti elementi di cui tener conto con grande attenzione.
Gli altri decisivi temi di fondo possono essere riassunti in tre punti:
1) La democrazia. Una questione sulla quale è necessario dimostrarsi estremamente chiari nelle nostre espressioni. In precedenza all’esplosione dell’emergenza sanitaria la democrazia liberale appariva già in forte difficoltà con il riapparire, anche nel cuore dell’Europa di tensioni autoritarie e sovraniste innestatesi sul fallimento dell’Europa di Maastricht e dintorni. Il rischio di oggi è che l’adozione da parte dei paesi di tutto il mondo di misure sempre più stringenti per contenere l’epidemia, rafforzando la sorveglianza digitale e introducendo limitazioni alla mobilità e alla libertà di espressione. Queste restrizioni potrebbero sopravvivere anche dopo l’emergenza che, tra l’altro, il governo italiano sembra intenzionato a prorogare nel tempo per meri motivi di opportunismo. Si tratta di un rischio che non dobbiamo correre e che, nel caso di elaborazione di una proposta politica socialista che contenga la consapevolezza della finitudine nelle possibilità umane appare prioritario affermare il principio dell’esercizio di una democrazia fondata sulla rappresentanza sociale. Una democrazia ancora basata sulla tripartizione dei poteri, sulla centralità delle assemblee elettive, sulla libertà della comunicazione . Divisione dei poteri, ruolo dei Parlamenti, libertà di espressione pubblica rappresentano i tre elementi fondativi di una possibile e auspicabile elaborazione di progetto di aggregazione e strutturazione politica. La dimensione di questo soggetto non potrà che essere quella nazionale con una forte tensione a costruire livelli di riferimento sovranazionali utilizzando l’antica tensione internazionalista e la vocazione pacifista;
2) quella del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del genere umano (l’elaborazione di un modello che potrebbe essere definito di una “società sobria”);
3) quella della capacità cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale.
IL RILANCIO DEL NOSTRO PROGETTO
Il rilancio del progetto riguardante il “Dialogo Gramsci Matteotti” e la sua trasformazione in Movimento Politico di Sinistra Costituzionale potrebbe avvenire su queste basi, sia pure semplicemente indicative e del tutto incomplete , chiamando non appena possibile tutti i soggetti politici e culturali presenti nel frammentato arcipelago della sinistra italiana a confrontarsi su idee riguardanti una realtà futura della quale non riusciamo ancora a intravedere i contorni.
La formazione di una soggettività sufficientemente compiuta nei termini fin qui indicati non potrà che agevolare questo necessario progetto di confronto facendolo uscire dal rischio di informalità che il susseguirsi di qualche convegno potrebbe alla fine fargli correre.
Una realtà futura al riguardo della quale però le opzioni di lotta allo sfruttamento, di affermazione dell’ uguaglianza, di solidarietà nella democrazia pluralista dovranno obbligatoriamente trovare cittadinanza ed espressione sul piano di una dimensione di soggettività politica capace di adeguarsi a prospettive di un domani quanto mai incerto per tutte le generazioni.

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