LUGLIO
‘60: UNA VITTORIA PER LA DEMOCRAZIA. E ADESSO? Di Franco Astengo
A
sessant’anni di distanza i fatti di Luglio ‘60 possono essere
ancora raccontati come una vittoria della democrazia, sottolineando
come prima cosa il fatto che,in allora, si verificò l’entrata in
scena di una nuova generazione.
Una
generazione, quella nata a cavallo degli anni della seconda guerra
mondiale, che poi sarebbe stata protagonista di una fase di grande
sviluppo e di crescita politica del nostro Paese.
In
quei giorni di un’ estate nella quale tutti sembravano aspettare
soltanto l’inizio delle Olimpiadi romane, si registrò un reciproco
riconoscersi tra i protagonisti della Resistenza e le leve che la
Resistenza non l’avevano vissuta ma erano cresciuti nel clima, nel
racconto, nella frequentazione quasi “fisica” di quel periodo.
Questo
riconoscimento reciproco si verificò soprattutto a Genova e questo
avvenne, in larga, per la grande forza morale e politica che erano in
grado di esprimere i portuali e gli operai delle grandi fabbriche e
la loro grande capacità di costruirsi un livello altissimo di
rappresentanza attraverso i grandi partiti di massa della sinistra.
Erano
operai anche i caduti di Reggio Emilia e tutti iscritti al Partito
Comunista.
Si
può affermare che la grande dimostrazione di coscienza politica che
le masse seppero dimostrare in quel frangente si determinò in
conclusione di un ciclo storico aperto dalla lotta partigiana e
portato avanti per tutti gli anni’50 dalle lotte operaie e
contadine che furono segnate da una feroce repressione poliziesca, da
Portella della Ginestra a Melissa, da Montescaglioso a Modena.
Una
repressione padronale e poliziesca scatenata verso la domanda di
lavoro, di dignità, di eguaglianza che saliva con forza da quelle
classi , degli operai e dei contadini,che stavano sostenendo con
grandi sacrifici la ricostruzione del Paese dopo le distruzioni
subite durante la guerra fascista e l’occupazione nazista.
In
seguito ci si interrogò ponendosi il dilemma “ Ultimi fuochi della
Resistenza o primi vagiti del ‘68 ?”.
Oggi,
invece, nel raccontare quei fatti che non debbono essere mai
dimenticati pena l’oblio definitivo della nostra memoria storica,
ci si deve interrogare su qual’è la condizione vera della nostra
democrazia.
Usciamo
dalla coercizione obbligata del lockdown rischiando il definitivo
annullamento di ogni “spazio pubblico”.
Gli
unici spazi pubblici consentiti e affollati sembrano essere quelli
della “movida” e delle “vacanze” mentre si rimpiange
l’affollamento indiscriminato degli stadi.
Soprattutto
appare svuotato di ogni senso e funzione il Parlamento: così si
annulla lo “spazio pubblico” mentre sparisce il “dibattito
politico”.
Quale
altra logica se non quella dello svuotamento di senso del Parlamento
si intende esprimere ponendo al vertice delle riforme possibili il
taglio nel numero dei parlamentari?
Passo
dopo passo viene portato avanti un progetto che non è solo di
attacco alle istituzioni rappresentative, ma di vera e propria
cancellazione della politica, magari puntando all’elezione diretta
dell’esecutivo come punto di sublimazione definitiva del concetto
di governabilità come momento esaustivo dell’agire pubblico.
Questa
situazione è il
frutto di trent’anni di sistemi elettorali fondati sul
“maggioritario” e le liste bloccate con gli eletti decisi in
partenza a tavolino, sulla distruzione dei partiti politici e dei
corpi intermedi, di feroce gestione del ciclo da parte del
neo-capitalismo globalizzato in un vero e proprio delirio di
finanziarizzazione.
Trent’anni
in conclusione dei
quali
le condizioni materiali di vita dei ceti popolari, il complesso dei
diritti sociali, il mondo del lavoro hanno subito colpi tremendi e
le vicende dell’emergenza sanitaria hanno segnato il
presentarsi
di una vera e propria difficoltà di
esercizio
della democrazia costituzionale.
L’esempio
del Luglio ’60 allora non dovrà essere, in questa occasione, un
semplice richiamo al passato ma un modello di presa di coscienza
collettiva cui richiamarsi.
Occorre
creare le condizioni per una forte tensione sociale cui collegare una
altrettanto decisa prospettiva politica.
In
queste condizioni Il “NO” al taglio indiscriminato della
democrazia attraverso la riduzione del numero dei parlamentari così
come è stato proposto diventa un atto politico che ci accosta alla
memoria di quella capacità che sessant’anni or sono fu dimostrata
da quanti espressero con chiarezza il loro “ribellarsi è giusto”
pronunciato in nome della democrazia repubblicana intesa come
espressione diretta dell’antifascismo.
Occorre
ritrovare la capacità di proporre un’alternativa consapevoli del
fatto che, anche adesso, prima di tutto è in gioco la democrazia.
Raccontare
a sessant’anni di distanza le vicende di quel luglio in cui si
verificò la caduta in piazza di un governo appoggiato dai fascisti
può servire ad aprire una riflessione su ciò che oggi sta accadendo
attorno a noi in questo quadro di disfacimento sociale, di
allargamento della zona grigia dell’indifferenza in un paese nel
quale antipolitica, individualismo, corporativismo, assistenzialismo
appaiono dominanti in un insieme di deficit di cultura e di impegno
politico.
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