mercoledì 1 luglio 2020

LUGLIO '60: UNA VITTORIA PER LA DEMOCRAZIA. E ADESSO?

LUGLIO ‘60: UNA VITTORIA PER LA DEMOCRAZIA. E ADESSO? Di Franco Astengo
A sessant’anni di distanza i fatti di Luglio ‘60 possono essere ancora raccontati come una vittoria della democrazia, sottolineando come prima cosa il fatto che,in allora, si verificò l’entrata in scena di una nuova generazione.
Una generazione, quella nata a cavallo degli anni della seconda guerra mondiale, che poi sarebbe stata protagonista di una fase di grande sviluppo e di crescita politica del nostro Paese.
In quei giorni di un’ estate nella quale tutti sembravano aspettare soltanto l’inizio delle Olimpiadi romane, si registrò un reciproco riconoscersi tra i protagonisti della Resistenza e le leve che la Resistenza non l’avevano vissuta ma erano cresciuti nel clima, nel racconto, nella frequentazione quasi “fisica” di quel periodo.
Questo riconoscimento reciproco si verificò soprattutto a Genova e questo avvenne, in larga, per la grande forza morale e politica che erano in grado di esprimere i portuali e gli operai delle grandi fabbriche e la loro grande capacità di costruirsi un livello altissimo di rappresentanza attraverso i grandi partiti di massa della sinistra.
Erano operai anche i caduti di Reggio Emilia e tutti iscritti al Partito Comunista.
Si può affermare che la grande dimostrazione di coscienza politica che le masse seppero dimostrare in quel frangente si determinò in conclusione di un ciclo storico aperto dalla lotta partigiana e portato avanti per tutti gli anni’50 dalle lotte operaie e contadine che furono segnate da una feroce repressione poliziesca, da Portella della Ginestra a Melissa, da Montescaglioso a Modena.
Una repressione padronale e poliziesca scatenata verso la domanda di lavoro, di dignità, di eguaglianza che saliva con forza da quelle classi , degli operai e dei contadini,che stavano sostenendo con grandi sacrifici la ricostruzione del Paese dopo le distruzioni subite durante la guerra fascista e l’occupazione nazista.
In seguito ci si interrogò ponendosi il dilemma “ Ultimi fuochi della Resistenza o primi vagiti del ‘68 ?”.
Oggi, invece, nel raccontare quei fatti che non debbono essere mai dimenticati pena l’oblio definitivo della nostra memoria storica, ci si deve interrogare su qual’è la condizione vera della nostra democrazia.
Usciamo dalla coercizione obbligata del lockdown rischiando il definitivo annullamento di ogni “spazio pubblico”.
Gli unici spazi pubblici consentiti e affollati sembrano essere quelli della “movida” e delle “vacanze” mentre si rimpiange l’affollamento indiscriminato degli stadi.
Soprattutto appare svuotato di ogni senso e funzione il Parlamento: così si annulla lo “spazio pubblico” mentre sparisce il “dibattito politico”.
Quale altra logica se non quella dello svuotamento di senso del Parlamento si intende esprimere ponendo al vertice delle riforme possibili il taglio nel numero dei parlamentari?
Passo dopo passo viene portato avanti un progetto che non è solo di attacco alle istituzioni rappresentative, ma di vera e propria cancellazione della politica, magari puntando all’elezione diretta dell’esecutivo come punto di sublimazione definitiva del concetto di governabilità come momento esaustivo dell’agire pubblico.
Questa situazione è il frutto di trent’anni di sistemi elettorali fondati sul “maggioritario” e le liste bloccate con gli eletti decisi in partenza a tavolino, sulla distruzione dei partiti politici e dei corpi intermedi, di feroce gestione del ciclo da parte del neo-capitalismo globalizzato in un vero e proprio delirio di finanziarizzazione.
Trent’anni in conclusione dei quali le condizioni materiali di vita dei ceti popolari, il complesso dei diritti sociali, il mondo del lavoro hanno subito colpi tremendi e le vicende dell’emergenza sanitaria hanno segnato il presentarsi di una vera e propria difficoltà di esercizio della democrazia costituzionale.
L’esempio del Luglio ’60 allora non dovrà essere, in questa occasione, un semplice richiamo al passato ma un modello di presa di coscienza collettiva cui richiamarsi.
Occorre creare le condizioni per una forte tensione sociale cui collegare una altrettanto decisa prospettiva politica.
In queste condizioni Il “NO” al taglio indiscriminato della democrazia attraverso la riduzione del numero dei parlamentari così come è stato proposto diventa un atto politico che ci accosta alla memoria di quella capacità che sessant’anni or sono fu dimostrata da quanti espressero con chiarezza il loro “ribellarsi è giusto” pronunciato in nome della democrazia repubblicana intesa come espressione diretta dell’antifascismo.
Occorre ritrovare la capacità di proporre un’alternativa consapevoli del fatto che, anche adesso, prima di tutto è in gioco la democrazia.
Raccontare a sessant’anni di distanza le vicende di quel luglio in cui si verificò la caduta in piazza di un governo appoggiato dai fascisti può servire ad aprire una riflessione su ciò che oggi sta accadendo attorno a noi in questo quadro di disfacimento sociale, di allargamento della zona grigia dell’indifferenza in un paese nel quale antipolitica, individualismo, corporativismo, assistenzialismo appaiono dominanti in un insieme di deficit di cultura e di impegno politico.

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