lunedì 27 giugno 2022

26 GIUGNO: NUMERI DAI BALLOTTAGGI

 

26 giugno :NUMERI DAI BALLOTTAGGI di Franco Astengo


Le prime annotazioni che possono essere ricavate dalla lettura dei numeri emersi dai ballottaggi per i 13 comuni capoluogo impegnati nelle elezioni comunali del 26 giugno possono essere riassunte nella raccomandazione , per poter esprimere giudizi sulle tendenze espresse dall'elettorato, di leggere attentamente le cifre.

In questi casi non ci può limitare al solo conteggio dei comuni conquistati o perduti ma è necessario andare a fondo nell'esame di ciò che è realmente accaduto: naturalmente questo lavoro è del tutto parziale essendo stato elaborato immeditamente dopo la chiusura degli scrutini esaminando soltanto alcuni aspetti dell'esito delle urne.

Alcune indicazioni di carattere generale però si possono già individuare.

Nei 13 comuni capoluogo dove si sono svolte le votazioni di secondo turno non avendo 15 giorni fa nessuno dei candidati sindaci superato il 50% dei voti avevano diritto al voto 1.074.837 elettrici ed elettori.

Nel primo turno erano state deposte nelle urne 559.780 voti validi; nel secondo turno il numero dei voti validi è sceso a 429.007 : ciò significa che l'effettivo tasso di astensione tra le due tornate è salito del 23,34% (comprensivo delle schede bianche e delle schede nulle). Il totale della partecipazione al voto nel secondo turno si è quindi collocato al di sotto del 40%, 39,91% per la precisione. Ed è questo il dato sul quale bisognerebbe puntare direttamente l'attenzione.

Per essere più precisi rispetto all'entità del fenomeno (sempre riferendoci ai 13 comuni capoluogo) deve essere fatto notare che al termine del primo turno per i candidati sindaci esclusi dal ballottaggio si erano espressi 142.768 suffragi: di questi soltanto 8.197 sono stati utilizzati per esprimere il sostegno ad uno dei candidati nel turno successivo.

Su 26 candidati al secondo turno 8 hanno peggiorato la performance realizzata nella precedente tornata: ciò nonostante si sono verificati 4 sorpassi (Como, Lucca, Monza, Catanzaro: uno a favore di un candidato civico; uno di un candidato centro-sinistra e cinque stelle; uno di un candidato di centro-sinistra e uno di centro destra) a conferma del permanere di una tendenza alla volatilità nonostante la ristrettezza dei numeri disponibili.

Esaminiamo allora i dati complessivi per i 13 comuni capoluogo:


Candidature di centro - sinistra: al primo turno 165.476 voti, al secondo turno 179.425 con un incremento di 13.949 suffragi.

Candidature di centro - sinistra comprendenti il M5S: al primo turno 51.869 voti, al secondo 55.693 con un incremento di 3.824 voti.

Candidature di centro - destra (considerata tale quella di Sboarina a Verona escludendo quella di Tosi) : al primo turno 160.332 voti; al secondo 183.600 con una crescita di 23.268 suffragi.

Candidature civiche: al primo turno 28.897 voti al secondo 20.227 con un decremento di 8.670 voti.

Candidatura Lega con Forza Italia : primo turno 15.666 secondo turno 19.062.


I casi specifici di maggiore interesse nell'analisi dei voti tra il primo e il secondo turno sono rappresentati da Como, Verona e Catanzaro.

A Como si è verificato il sorpasso da parte della candidatura civica Rapinese passata da 8.443 voti a 14.067 mentre la candidatura Minghetti espressione del centro.sinistra è scesa da 12.173 voti a 11.345.

A Verona l'attesa era per il comportamento degli elettori della candidatura Tosi che nel primo turno aveva raccolto 25.843 suffragi rompendo il fronte del centro destra rappresentato dal sindaco uscente Sboarina arrivato al ballottaggio con 35.404 voti al secondo posto dietro il candidato del centro-sinistra Tommasi con 43.106 voti. Al secondo turno Sboarina ha incrementato il proprio numero di voti da 35.404 a 43.730 , mentre il neo- sindaco Tommasi è salito a 50.118 voti. Si può quindi valutare che se almeno un terzo delle elettrici e degli elettori di Tosi hanno votato Sboarina al ballottaggio un certo numero di suffragi della stessa provenienza si sia fermato sulla candidatura Tommasi.

Molto rilevante il sorpasso realizzato a Catanzaro dalla candidatura Fiorita (espressione del centro-sinistra e del movimento 5 stelle) che al primo turno aveva ottenuto 14.966 voti risultato la seconda alle spalle della candidatura Donato espressione del centro destra con 20.768 voti. Situazione completamente ribaltata al ballottaggio con Fiorita eletto sindaco con 17.823 voti e Donato sceso a 12.778 per un caso di volatilità che sembra essere davvero " di scuola".

In conclusione per quel che ha riguardato i 13 comuni capoluogo nei quali si è svolto il turno di ballottaggio il 26 giugno si può affermare:

1) l'ulteriore crescita dell'astensione: i voti validi, alla fine, hanno rappresentato una percentuale inferiore al 40% dell'intero corpo elettorale;

2) è stato utilizzato soltanto il 5,74% dei voti attribuiti al primo turno ai candidati esclusi e disponibili per il secondo turno , a conferma dell'esistenza di un fenomeno non secondario di volatilità elettorale anche tra due turni della stessa elezione;

3) le candidature di centro - sinistra hanno avuto un incremento tra i due turni passando dal 15,39% al 16,69% sul totale del corpo elettorale (e non dei soli voti validi); le candidature del centro -sinistra con il movimento 5 stelle sono salite dal 4,82% al 5,18%; centro - destra da 12,99 a 15,89%; la candidatura Lega - Forza Italia di Parma dal 1,45% al 1,77%.

4) Muovendosi sul terreno della pura curiosità statistica si può dunque affermare che il "campo largo" nel ballottaggio del 26 giugno abbia ottenuto il 21,87% dell'intero corpo elettorale dei 13 comuni capoluogo e il centro - destra il 17,66% in un quadro complessivo segnato da un'astensione (comprensiva di bianche e nulle) del 60.09%.

sabato 25 giugno 2022

SINISTRA AL 25 GIUGNO

 

SINISTRA


"Nei paesi occidentali si fa strada una politica nuova che chiede scelte molto più coraggiose per l'ambiente e la giustizia sociale" (Emanuele Felice, "Domani", 25 giugno).

Sia consentita una annotazione che potrebbe rappresentare anche un appello.

Per realizzare, in Italia in vista delle elezioni politiche, una presenza tale da sostenere questa ipotesi (nell'articolo si citano Sanders, Corby, Melenchon, le sinistre spagnole e portoghesi, le tendenze emergenti in Latinoamerica) sarebbe necessario affrontare rapidamente tre punti:

1) la valutazione circa la necessità di realizzare una presenza parlamentare per la sinistra collocata fuori dal "perimetro Draghi".

2) l'esistenza di una consapevolezza che l'obiettivo di una presenza parlamentare della sinistra posta al di fuori del "perimetro Draghi" (salvo la necessità di accordi tecnici per i collegi uninominali) potrà essere perseguito soltanto in assenza di "sbavature" a sinistra e nell'area ecologista. Si deve valutare come debba trattarsi di un discorso semplicisticamente "unitario" sviluppato per assolvere una sorta di "dovere politico", ma la pre-condizione per poter aprire una discorso minimamente credibile sul piano elettorale.

3) La prospettiva di definire accordi di governo potrà essere valutata in seguito all'esito elettorale e dei rapporti di forza che ne saranno derivati anche all'interno di un possibile schieramento di centro - sinistra.

Grazie per l'attenzione

Franco Astengo


venerdì 24 giugno 2022

DA "IDEE PER IL MONDO NUOVO"

 

DA "IDEE PER IL MONDO NUOVO" di Franco Astengo

Il numero di Critica Marxista dedicato ai 100 anni dalla nascita di Enrico Berlinguer (2022 marzo - giugno) si apre con un davvero rilevante intervento di Aldo Tortorella dal titolo - appunto - "Idee per un mondo nuovo".

Nel testo si rileva un passaggio " un programma di cui Berlinguer pensava che potesse essere strumento l'austerità intesa come riequilibrio nella distribuzione della ricchezza e come prevalenza dei consumi pubblici (istruzione, sanità, riassetto territoriale,ecc)".

La questione dell'austerità così come quella della "dimensione" dello Stato (evidente nello scontro fermezza/trattativa al momento del rapimento Moro) deve necessariamente rappresentare il fulcro della riflessione su quella fase.

Sorge però un interrogativo: l'avanzamento di quella proposta avvenuta in un convegno degli intellettuali (teatro Eliseo gennaio 1977) resto incagliato nella "questione dei tempi"?

La proposta fu infatti lanciata nel momento di maggior impatto della mediazione politicista seguita al risultato elettorale del giugno '76 (al momento del citato convegno era operante il "governo delle astensioni") ma non fu ripresa almeno nella dimensione che indica Tortorella nel suo intervento, nel momento in cui, finita l'esperienza della solidarietà nazionale (traduzione politica concreta del compromesso storico?) si reclamava una "diversità" comunista (specifica del comunismo italiano) rispetto al sistema dei partiti: una diversità proclamata senza essere accompagnata da una proposta politica diversa da una definizione di generica "alternativa" priva però di adeguati interlocutori politici.

Forse perchè il limite vero del PCI in quel periodo fu rappresentato dall'impossibilità ( o dall'incapacità) di aprire sul serio un dibattito interno sui fondamentali?


giovedì 23 giugno 2022

NEUTRALITA', DISARMO, NON ALLINEAMENTO DELL'UNIONE EUROPEA ALLA NATO

 

NEUTRALITÀ', DISARMO, NON ALLINEAMENTO DELL'UNIONE EUROPEA ALLA NATO di Franco Astengo



"Da Ovest a Est la transizione egemonica mondiale" questo titolo riassume un articolo di Alfonso Gianni ( "Il Manifesto" 23 giugno) nel quale l'autore pone in evidenza il nodo di fondo dell'attuale situazione internazionale caratterizzata, apparentemente, dall'invasione russa dell'Ucraina che in realtà nasconde la classica "guerra per procura".

Prendendo le mosse da una valutazione riguardante la conclusione del "secolo americano", nel testo dell'articolo appena citato, si analizzano sia lo scenario che prevede "un ritorno a un relativo equilibrio tra molteplici centri di potere" sia la prospettiva di una contesa non ancora militare ma di tipo economico - politico per una transizione egemonica da Ovest a Est.

Si aggiunge però che quando nella storia mondiale si sono verificati processi geo-economico-politici di questa natura, legati alle diverse fasi dello sviluppo capitalistico, questi passaggi sono avvenuti in conseguenza di grandi scontri bellici.

Nell'articolo si sottolineano altri due punti:

a) la guerra russo-ucraina può essere vista come un tratto di questo percorso ("particolarmente infelice perché posto su di uno sciagurato piano inclinato");

2) La presenza di armamenti nucleari in dotazione alle grandi potenze dovrebbe renderci coscienti che passare attraverso la guerra per cambiare gli assetti geopolitici del mondo può portare a una comune distruzione.

Nel quadro del processo di de-globalizzazione in atto da tempo il rischio è quello del riformarsi di una logica dei blocchi.

Quella logica dei blocchi che se nel corso degli anni'50-'60 determinò l'equilibrio del terrore sulla base del quale l'olocausto fu evitato adesso in assenza di soggetti "terzi" che all'epoca operarono attivamente, "non allineati", de-colonizzazione, paesi in via di sviluppo, potrebbe portare, per effetto "trascinamento", alla soluzione estrema.

Nel testo in questione allo scopo di superare questa fase di estremo pericolo e aprire un periodo di transizione si indica la strada di un multipolarismo garantito da organismi internazionali profondamente riformati.

Serve allora una proposta immediata sulla quale lavorare anche in termini di mobilitazione politica: rifiutato lo schieramento in blocchi il punto di partenza per una grande iniziativa politica dovrebbe essere quello dell'individuazione dell'Europa quale spazio politico e, di conseguenza, proporre come temi in discussione quelli della neutralità e del disarmo, della non coincidenza tra NATO e UE, dell’esercizio della democrazia rappresentativa all’interno della istituzioni europee: la sinistra italiana dovrebbe essere chiamata a riflettere su questi elementi anche per poter presentare una propria politica estera coerentemente autonoma e provvista di una qualche visione per il futuro dando un senso di prospettiva per l'istanza pacifista.

mercoledì 22 giugno 2022

IL ROSSO NON E' IL NERO: WELFARE SOSPESO TRA PASSATO E FUTURO

 

WELFARE SOSPESO TRA PASSATO E FUTURO

(Resoconto della conferenza tenuta dal prof. Marco Doria e organizzata dall'Associazione "Il Rosso non è il Nero"e dall'Associazione Musicale Rossini)


Cosa è rimasto della visione universalistica del welfare e quale prospettiva per un futuro contrassegnato dalla difficoltà dell'organizzazione politica e da un mutamento antropologico della società?

Attorno a questo interrogativo hanno ruotato i temi sollevati dal prof. Marco Doria, già sindaco di Genova, nel corso della conferenza - dibattito organizzata lunedì 21 giugno dall'Associazione "Il Rosso non è il Nero" e dall'Associazione Musicale Rossini presso la sala "Stella Maris".

Analizzate le origini dello stato sociale inteso come forma di assicurazione per i lavoratori nella fase di formazione degli Stati Nazionali e dell'organizzazione del movimento operaio il prof. Doria ha analizzato il passaggio alla visione "universalistica" realizzata nell'immediato post - seconda guerra mondiale in Gran Bretagna (Rapporto Beveridge) in Svezia e in altri paesi fra i quali l'Italia dove, oltre ai temi riguardanti la disoccupazione e la sicurezza sul lavoro aveva assunto una fondamentale importanza negli anni delal ricostruzione il tema della casa (piano INA-CASA).

La positiva fase economica nel corso dei cosiddetti "trenta gloriosi" dal 1945 al 1975 consentì all'intervento sociale dello stato di assumere quella dimensione "totale" definita - appunto - universalistica che condusse a scelte fondamentali come quella del servizio sanitario nazionale e al sistema pensionistico fondato sull'aggancio alle retribuzioni in luogo del semplice accumulo contributivo.

All'inizio degli anni'80, in coincidenza con la presidenza Reagan negli USA e il governo Tachter in UK, si verificò un attacco ideologico alle conquiste realizzate dal welfare ( attacco portato avanti sul piano teorico attraverso l'espressione delle teorie dei cosiddetti "Chicago-Boys" di Friedman): attacco ideologico che ha fatto leva sull'aumento delle spese (dovuto a un allargamento della platea di riferimento, soprattutto in ragione della crescita delle aspettative di vita) e del conseguente inasprimento fiscale.

La ricetta presentata dalla destra prevedeva il convincimento dell'opinione pubblica della maggiore efficienza ed efficacia del welfare offerto dal privato in luogo dello stato sociale pubblico.

In aggiunta l'evoluzione tecnologica nell'industria e nei servizi ha provocato fenomeni di disoccupazione di massa che, in determinati casi, hanno assunto una dimensione strutturale.

L'aumento della spesa sanitaria e di quella pensionistica, lo sfumarsi dell'obiettivo della piena occupazione (il riferimento della relazione del prof.Doria è stato incentrato soprattutto sui paesi occidentali, senza dimenticare la sorta di "contrappeso" esercitato dal modello sovietico) hanno reso la condizione dell'esercizio del welfare sempre più complesso tenuto conto anche che si è dovuto fare i conti con uno spostamento nella condizione materiale dove si è passati da una concezione "collettiva" (soprattutto laddove erano presenti forti nuclei operai organizzati) e una sorta di egemonia dell'individualismo, realizzata attraverso l'affermarsi della società dei consumi.

A questo punto emergono tre questioni fondamentali:

a) è necessario fare i conti con una fetta di disoccupazione permanente da cui nasce il tema dell'inclusione sociale da realizzarsi con strumenti del tipo del reddito di cittadinanza ( un tema non sempre collegabile, come si è cercato di fare in Italia, con quello del lavoro);

b) la necessità di razionalizzazione di un modello di stato sociale che è rimasto socialmente ramificato ma in una forma assolutamente confusa causando anche disparità di trattamento e vere e proprie ingiustizie sociali;

c) la questione del finanziamento.

In conclusione sono stati analizzati, anche nel corso del dibattito, due punti fondamentali:

1) il ruolo dello Stato nel determinare un diverso modello di sviluppo (tenuto conto anche di temi che nel dibattito non è stato possibile approfondire come quello ambientale); tema che l'emergenza sanitaria ha reso ancora più urgente e inasprito dalla condizione di guerra (aumento spese militari, ecc)

2) l' equità dell'imposizione fiscale ( una citazione è stata riservata al punto riguardante la patrimoniale) come tema distintivo per la sinistra.

PRESIDENZA ARS: UNITA' A SINISTRA

 

Care compagne e cari compagni,

in esito alla riunione di questa mattina, 22 giugno,scusandomi per il disturbo mi permetto di far rilevare un punto che ritengo nodale nella prospettiva del dibattito politico della prossina fase.

Proprio in vista del discorso elettorale che fuori da infingimenti sarà indispensabile affrontare diventerà necessario interrogare su 2 punti i soggetti che saranno ritenuti utili alla nostra interlocuzione :

1) la valutazione circa la necessità di realizzare una presenza parlamentare per la sinistra collocata fuori dal "perimetro Draghi". Si tratta di capire e questa possibilità di presenza parlamentare autonoma viene giudicata o meno come indispensabile oppure si pensa tranquillamente a infilarsi nelle pieghe di un accordo con il PD;

2) l'esistenza di una consapevolezza che l'obiettivo di una presenza parlamentare della sinistra posta al di fuori del "perimetro Draghi" (salvo la necessità di accordi tecnici per i collegi uninominali) potrà essere perseguito soltanto in assenza di "sbavature" a sinistra e nell'area ecologista (ferma restando la non biodegradabilità delle liste di Rizzo e Ferrando). Si deve giudicare se non si tratta di un discorso semplicisticamente "unitario" sviluppato per assolvere una sorta di "dovere politico", ma la pre-condizione per poter aprire una discorso minimamente credibile sul piano elettorale.

A quel punto nell'eventuale risposta positiva ai 2 quesiti potrà aprirsi il confronto sui punti di tematizzazione progettuale e programmatica.

Se non assolviamo a questo compito di verifica delle condizioni di partenza proprio sul terreno specifico dell'eventuale presentazione alle elezioni non avremo corrisposto ad alcun compito utile sul piano della condizione politica della sinistra in Italia.

Poi naturalmente sulla base delle risposte al riguardo dei temi progettuali e programmatici si potrà elaborare una risposta più complessa al tema.

Ricordo, infine, che se si giudica importante una presenza istituzionale della sinistra i tempi per realizzarla sono molto ristretti: diciamo che per l'inizio dell'autunno il quadro di massima dovrebbe essere definito (contenuti, questione finanziaria, presenze territoriali, candidature di spicco).

Scusatemi la franchezza e il tono che potrà apparire ultimativo ma credo siamo di fronte per diversi motivi a una possibilità concreta , pur in una situazione di difficoltà oggettiva causata prima di tutto della sciagurata riduzione nel numero dei parlamentari. Riduzione che, come credo siamo tutti ben consapevoli si tradurrà, alla fine, in una diminuzione secca della rappresentatività politica e territoriale (altro punto delicato quello della rappresentanza territoriale, sul quale al momento non apro il discorso).

Scusatemi ancora

Franco Astengo

lunedì 20 giugno 2022

FRANCIA: PROPORZIONALIZZAZIONE E VOLATILITA'

 

FRANCIA: PROPORZIONALIZZAZIONE E VOLATILITA' di Franco Astengo


Non è la formula elettorale che costruisce la governabilità ma la forza dei soggetti politici che reggono il sistema: questa antica lezione ha dettato ancora una volta la sua legge nell'occasione del secondo turno delle elezioni legislative francesi del 19 giugno.

E' caduta anche l'illusione , da molti coltivata in Italia, di un effetto salvifico del doppio turno.

L'esito francese, propiziato da una crescita della volatilità elettorale dovuta alla caduta del voto di appartenenza posta in relazione con una complessità sociale ormai al limite dello sfaldamento, sembra stabilire una tendenza alla proporzionalizzazione, come del resto sta accadendo in Italia al momento dell'esaurimento della fase contraddistinta dall'antipolitica fatta governo che ha prodotto l'esito di una estesa passivizzazione sociale oltre a una crescita esponenziale della povertà.

All'interno di un quadro complessivo di crescita nell'espressione di voti validi nel secondo turno dai 20.164.615 del 2017 ai 20.747.470 del 2022 i numeri fondamentali da analizzare sembrano essere questi:

Nel 2022 l'ENS al secondo turno ha raccolto 8.002.419 voti per 244 seggi pagando ogni seggio 32.796 voti; nel 2017 En Marche aveva ottenuto 7.826.245 voti per 308 seggi pagando 25.409 voti per ogni seggio.

Nel 2022 il Rassemblement National ha raccolto 3.589.465 voti per 89 seggi pagati 40.331 voti ciascuno; nel 2017 il Front Nationale con un 1.580.569 aveva conquistato 8 seggi ( 197.571 cadauno).

Nel 2022 NUPES ha avuto 6.556.198 voti per 127 seggi (51.623 media): nel 2017 France Insoumise 883.573 voti per 17 seggi; Partito Socialista 1.685.677 voti per 30 seggi; Ecologisti 23.197 voti 1 seggio (gli Ecologisti al primo turno nel 2017 avevano raccolto 973.527 voti); Partito Comunista 217.833 voti per 10 seggi (al primo turno il PCF con 615.487 voti). Nell'insieme delle forze che nel 2022 si sono riunite in NUPES nel 2017 si erano raccolti al secondo turno 2.810.280 voti per 58 seggi ( 48.453 voti a seggio). Tra le 4 formazioni del 2017 e NUPES nel 2022, al secondo turno sono stati guadagnati 3.745. 918 voti per un utile in seggi di 69 unità. Da considerare a parte i 22 seggi conquistati nel 2022 da candidati di "diversa sinistra" dissidenti PS e PCF.

Gli ex-gollisti nel 2022 hanno avuto 1.447. 838 voti per 61 seggi pagati 23.735 voti ciascuno. Nel 2017 Les Republicains erano arrivati a 4.040.203 voti al secondo turno conquistando 112 collegi ( 36.073 ciascuno).

E' evidente che nel meccanismo elettorale francese a doppio turno conta molto la "spalmatura" territoriale delle qualificazioni al secondo turno.

Nella sostanza le 4 maggiori forze politiche nel 2022 hanno raccolto complessivamente 19.595.920 voti pari al 94,44% dei voti validi espressi rispetto ai 16.257.297 voti ottenuti nel 2017 (comprensivi dei voti di PS,PCF, Eco confluiti in NUPES) pari all'80,62% dei voti validi: la concentrazione nelle prime 4 formazioni politiche è dunque salita del 13,82% (effetto anche della riunificazione a sinistra) ma è la diversità nella distribuzione dei seggi che dimostra l'inefficacia della formula elettorale pur costruita a suo tempo per garantire la governabilità.

Nel 1981 al momento dell'elezione di Mitterand il Partito Socialista ottenne la maggioranza assoluta con 283 seggi dei quali 48 al primo turno, mentre i gollisti ne ebbero 83 dei quali 50 conquistati al primo turno; i centristi dell'UDF ebbero 66 seggi, 48 al primo turno; il PCF 44 seggi, 7 al primo turno: la maggioranza assoluta in seggi corrispose per il PS a sfiorare la maggioranza assoluta in voti al secondo turno con il 49,28% non lontano dal 57.99% dei seggi conquistati.

Torniamo allora al secondo turno del 2022: il discorso della tendenza alla proporzionalizzazione risalta se esaminiamo il passaggio dei seggi da un partito all'altro tra il 2017 e il 2022.

Nel 2017 En Marche ha totalizzato 308 seggi (2 al primo turno); nel 2022 ENS 245 (1 al primo turno) con un calo di 63 seggi. In percentuale sul totale dei voti ottenuti i 308 seggi del 2017 rappresentavano il 53,37% mentre i 245 seggi acquisiti nel 2022 significano il 42,46% del plenum dell'Assemblea con un calo del 10,91%.

Nel 2017 il Front National aveva 8 seggi pari all'1,38% (con una percentuale di voti del 13,20% al primo turno e dell'8,70% al secondo); nel 2022 Rassemblement National è salito a 86 seggi pari al 14,90% (con percentuale di voti del 18,68% al primo turno e del 17,30 al secondo turno: facendo segnare così un'importante correzione all'indice di distorsione).

Nel 2017 le forze di sinistra che hanno dato vita nel 2022 a NUPES avevano raccolto complessivamente 58 seggi pari al 10,05% dell'Assemblea; nel 2022 i seggi sono stati 131 ( 4 al primo turno) con una percentuale del 22,70% (con il 31,60% dei voti)

Gli ex-gollisti nel 2017 avevano avuto 112 seggi pari al 19,41% del plenum assembleare; nel 2022 sono scesi a 61 seggi con il 10,57% (percentuale di voti 6,98%).

In conclusione le 4 maggiori forze politiche hanno avuto, nel secondo turno il 94,44% dei voti espressi sommando il 91,16% dei seggi e riducendo fortemente l'indice di distorsione proporzionale del voto: ENS 42,46% dei seggi per il 38,57% dei voti al secondo turno (2017: 53,37% dei seggi per il 43,06% dei voti a En Marche); Rassemblement National 14,90% dei seggi per 17,30% dei voti al secondo turno ( 2017: Front National 1,38% dei seggi e 8,70% dei voti al secondo turno); NUPES 22,70% dei seggi con il 31,60% dei voti (2017 a forze divise: 10,05% dei seggi con l'11,87% dei voti); ex-gollisti 10,57% dei seggi con il 6,98% dei voti (2017: 19,41% dei seggi 22,23% dei voti).

L'ENS ha avuto un indice di distorsione favorevole del 3,90% ; il Rassemblement National indice negativo dell'1.16% ; NUPES indice negativo dell'8,90% ; gli ex.gollisti favorevole al 3,59%.

Nel 2017 questo dato si configurava nella seguente dimensione: En Marche favorevole al 10,31%; Front National negativo al 7,32%; le forze che poi hanno dato vita a NUPES negativo per l'1,82%; ex-gollisti negativo al 2,82%.

Questi i movimenti dei seggi per le altre forze politiche: nel 2017 Modem (Bayerou) 42 seggi ; UDI 17 seggi; Diversi di destra 6 seggi; Diversi di sinistra 11 seggi: Regionalisti 5; 2022: Diversi di sinistra 22, Regionalisti 10, Diversi di Centro 4, UDI 3, Diversi di Destra 10, altri 2

2022: 51 seggi "diversi" pari all'8,83% dell'Assemblea con percentuale di voto al 5,52% e un indice di distorsione favorevole pari al 3,31%.

Nel 2022 l'indice di distorsione complessivo risulta del 20,86 % nel 2017 era stato del 25,58 %, nel lontano 1981 era stato del 27,25% : differenze che segnalano appunto la tendenza del sistema a proporzionalizzarsi riducendosi la distorsione nel rapporto voti/seggi e quindi riducendo la torsione maggioritaria.

Adottando una formula elettorale proporzionale con sbarramento al 4% il risultato del 2022 al primo turno avrebbe prodotto questa traduzione in seggi : NUPES 175, ENS 176, ex-gollisti 70, Reconquite 28, Rassemblement National 128. NUPES più 44, ENS meno 69, ex-gollisti più 9. Reconquite più 28 (ci sono 10 seggi per diversa destra, 1 seggio per estrema destra, 1 seggio sovranista), Rassemblement National più 39. 51 seggi sono andati a forze che non avrebbero superato la soglia di sbarramento.







domenica 19 giugno 2022

DIFFICOLTA' DELLA RAPPRESENTANZA E DISARTICOLAZIONE DEL DISSENSO

 

DIFFICOLTA' DELLA RAPPRESENTANZA E DISARTICOLAZIONE DEL DISSENSO di Franco Astengo

La parabola seguita dal Movimento 5 stelle merita una riflessione particolare.

Una riflessione da sviluppare con specifica attenzione mentre si profila la possibile chiusura di questa esperienza almeno così come l'abbiamo conosciuta in questi tormentati 10 anni di presenza parlamentare, tra alti e bassi, rotture e ricomposizioni, trasformismi di diverso tipo.

E' evidente che i soggetti che verranno fuori dalle convulsioni di queste ore non potranno essere definiti attraverso un diretto richiamo alla storia del movimento proprio perchè lo scopo dichiarato in partenza appare fallito e inesistente all'interno del complesso panorama del sistema politico italiano.

Quello del M5S ha rappresentato fin dall'inizio un enorme equivoco di massa che ha funzionato elettoralmente pur nell'evidenza della sua inconsistenza teorica e politica (inconsistenza non denunciata dalla maggioranza degli analisti politici buona parte dei quali ormai ridotti a corifei di qualsiasi tipo di ricerca del consenso a basso prezzo).

Un equivoco di massa quello rappresentato dal M5S frainteso al punto che il PD ha creduto di costruirvi sopra l'asse portante di una alleanza che invece così configurata si colloca al di fuori di un minimo di analisi della realtà politica.

Semplifico al massimo: il M5S al di là della demagogia di facciata esercitata dal suo fondatore attraverso richiami plebiscitari rivolti alla folla, era nato immaginando uno sviluppo dell'azione politica attraverso il web (che non si è realizzata almeno nelle dimensioni sperate) coltivando l'obiettivo di riarticolare attraverso l'esercizio della democrazia diretta la complessità di espressione del consenso/dissenso tipica di una società in piena fase di scomposizione individualistica.

Ha prevalso invece un esercizio anche piuttosto rozzo ma favorito dalle circostanze storiche dell’autonomia del politico estesa fino al punto di non contemplare più la considerazione del meccanismo di adesione o di rifiuto da parte del pubblico.

In realtà attorno a questa vicenda abbiamo fin qui visto l’emergere di due fenomeni:

1) Per un certo periodo il M5S ha saputo interpretato al meglio il meccanismo della “democrazia recitativa” da quando questa forma di agire politico si è imposta sulla scena per il tramite dei fenomeni emersi nel corso degli ultimi 30 anni: dalla fine cioè di quella che Scoppola aveva definito “Repubblica dei Partiti”;

2) L'impatto complessivo di questa capacità di tenere la scena ( apparentemente più adatta alla post - modernità di quella utilizzata da chi aveva puntato sul "partito - azienda" e sul "partito personale" soggetti pur pienamente compartecipi dei danni inferti alla credibilità del sistema) sul sistema politico italiano (tra disaffezione, volatilità, scomparsa del concetto di appartenenza, mutamento strutturale dell'organizzazione politica) è stato quello dell'emergere di una vera e propria disarticolazione nelle espressioni sia di consenso, sia di dissenso portate avanti da minoranze in un quadro di complessiva passivizzazione sociale.

La passivizzazione sociale, il presentarsi di un’enorme “zona grigia” pare rappresentare il fenomeno saliente di questa fase: masse indistinte che attendono la promessa di provvedimenti calati dall’alto, indifferenti al prender parte alla formazione di maggioranze e minoranze.

Per converso gli elementi di attivizzazione sociale hanno assunto la caratteristica di una reciproca disarticolazione tra il consenso e il dissenso, senza assumere più la dimensione di una iniziativa politica e tirandosi fuori da qualsiasi riferimento di rappresentanza.

Nella prospettiva sarà proprio il nodo di fondo resterà proprio quello della capacità di rappresentanza dell'intero sistema.

Sistema la cui fragilità rischia di condurci verso soluzioni di sostanziale "inutilità" delle diverse espressioni di aggregazione anche parziale, con l'esito di una crescita della passivizzazione e di sostanziale inutilità per la costruzione e organizzazione dell'opinione politica.

Governo Berlusconi 1994, 2001-2006, 2008-2011; centro sinistra 1996-2001, 2006 - 2008 con 3 presidenti del consiglio; solidarietà nazionale parziale 2013 - 2018 con 3 presidenti del consiglio del PD e scissione di Forza Italia;tecnici 1995-1996, 2011 - 2013, 2021 in avanti; governo 5 -stelle Lega 2018-2019; governo 5 stelle - centro sinistra 2019-2021, l'esito del trentennio può allora essere così riassunto:

1) verticale perdita di capacità di rappresentanza;

2) impoverimento generale con crescita esponenziale delle disuguaglianze sociali non analizzabili semplicemente attraverso le differenze di reddito ma determinate da una articolazione di fattori richiamabili ben oltre la cassica "teoria delle fratture".







martedì 14 giugno 2022

AMMINISTRATIVE 2022: APPROSSIMATIVI SPUNTI D'ANALISI

 

AMMINISTRATIVE 2022: APPROSSIMATIVI SPUNTI DI ANALISI di Franco Astengo


Premessa:

E' molto complesso pensare di poter realizzare un'analisi compiuta di comparazione dei dati emersi dall'esito della consultazione elettorale amministrativa svoltasi il 12 giugno.

Molti fattori indicano una necessaria cautela a formulare ipotesi di spostamento nei voti, di riferimento sociale del voto stesso, di attribuzione di peso nelle scelte sia a temi di carattere locale (che avrebbero dovuto risultare prevalenti nell'esame da parte dell'opinione pubblica) sia circa i temi di carattere generale, al momento di grandissima portata come quelli relativi alla guerra e all'emergenza sanitaria che sicuramente hanno inciso sull'orientamento elettorale suddiviso come sempre tra voto di appartenenza, voto d'opinione e voto di scambio.

Al momento è' ragionevole quindi limitarsi ad alcuni spunti sui quali "progettare" ipotesi analitiche più compiute:

1) Partecipazione al voto. Il tema del calo partecipazione al voto può ben essere valutato sulla base dell'arco di tempo intercorso tra le elezioni politiche del 2018 e le attuali amministrative. I dati qui riferiti riguardano i 26 comuni capoluogo, geograficamente disposti in tutte le zone del Paese. Nell'occasione delle elezioni politiche 2018 risultavano aventi diritto in questi 26 capoluoghi 2.893.512 elettrici ed elettori; i voti validi furono 1.962.475 pari al 67.82%; il 12 giugno gli iscritte e gli iscritti nelle liste sono stati 3.026.154 (la differenza è dovuto alla diversa modalità di voto per i residenti all'estero) e i voti validi 1.391.435 pari al 45,98% con una flessione, nei quattro anni del 21,84%. Di conseguenza si può rispondere all'obiezione circa la diversità degli obiettivi del voto e quindi della maggiore o minore attenzione a seconda dei casi con una affermazione molto precisa: il calo della partecipazione elettorale sta aumentando di intensità sia a livello territoriale, sia a livello di condizione sociale, sia per fasce d'età. Si tratta di un costante calo verticale che le residue forze politiche sembrano non avvertire.

2) Presenza delle liste. L'estrema varietà nella partecipazione delle liste alla competizione elettorale ci ha costretto a svolgere una operazione di sfoltimento e raggruppamento nella raccolta dei dati.

Sono state prese in considerazione: il PD, il Movimento 5 stelle pur presente con il proprio simbolo in 18 capoluoghi su 26, Europa Verde (11 liste su 26 con il proprio simbolo), sono state raggruppate le liste di sinistra sia nel caso di presentazione dell'ambito del centro - sinistra sia nel caso di presentazione autonoma comprese le varie liste "coraggiose" ecosocialiste o giù di lì, le liste civiche di centro - sinistra legate direttamente ai candidati - sindaci escludendone altre di non facile collocazione ancorché presenti nell'alleanza, le liste di Centro collegate a Italia Viva e Azione (18 presenze su 26), Fratelli d'Italia, Forza Italia, Lega (comprese le liste denominate Prima l'Italia), l'UDC ( 12 presenze su 26), le liste civiche di centro - destra collegate direttamente ai candidati - sindaci, l'area dell'Italexit e no vax (15 presenze su 26).

In sostanza sono stati tenuti in conto 986.672 voti validi e esclusi da questa disamina statistica 404.763 voti espressi validamente per liste di difficile collocazione politica.

3) Raggruppamento per aree politiche. Da questo punto di vista il centro-destra mantiene la maggioranza assommando 487.775 voti tra Fratelli d'Italia, Forza Italia, Lega, UDC, civiche di centro destra; il centro - sinistra si ferma a 427.880 voti comprendendo PD, M5S, Verdi, sinistra (in questo caso sono stati sommati anche i voti delle liste di sinistra appoggiate a candidati - sindaci fuori dalle coalizioni come a Genova), civiche di centro sinistra. La frana del M5S non avrebbe consentito di superare il centro - destra anche nel caso delle liste di centro con riferimento ad Azione e Italia Viva (che del resto, in alcuni casi, hanno appoggiato il candidato di centro destra: quest'area infatti ha assommato nei 26 capoluoghi 56.373 voti. Di conseguenza l'eventuale "campo largo" di Letta si sarebbe fermato a 484.254 rendendo ancora 3.251 voti al centro destra. Soltanto a titolo indicativo rammentiamo le cifre assolute ottenute dagli schieramenti nelle politiche 2018 ( naturalmente in una situazione politica completamente diversa): PD - M5S- Sinistra 1.081.447, centro - destra 770.983, centro (si considera centro più Europa) 84.711, sinistra (poi posta fuori dal "perimetro" Draghi 22.359.

4) Infine a, a puro titolo indicativo le cifre totali per ogni singolo soggetto (tra parentesi sempre il dato - non comparabile - del 2018). Riferimento, va ancora ricordato, i 26 capoluoghi nei quali si è votato per i candidati sindaci il 12 giugno: PD 198.615 (358.797); M5S 33.653 (598.216) Sinistra 64.994 (Leu 124.414, Pap-PRC 22.359), Verdi 10.268, Liste di Centro 56.373 (più Europa 84.711)

Fratelli d'Italia 135.233 (80.342), Forza Italia 74.830 (277.087) Lega 67.855 (390.488). UDC 36.884 (23.066). Si ricordano ancora i voti raccoti dalle liste civiche legate ai candidati sindaci: sul centro - sinistra 120.350, sul centro - destra 172.883.

lunedì 13 giugno 2022

BALLOTTAGGIO IN FRANCIA

 



Care compagne e cari compagni, mi permetto trasmettervi un quadro di massima (potrebbe verificarsi qualche spostamento) delle candidature portate da NUPES al ballottaggio


La sinistra francese porterà 199 candidature in prima posizione al ballottaggio rispetto ai candidati avversari: ci saranno 4 triangolari (Dordogna - Lot - Lot Garonne - Tarn). I triangolari sono stati falcidiati dalla elevata astensione (com'è noto al secondo turno possono accedere oltre ai due candidati meglio classificati anche quelli che hanno superato il 12,5% del totale degli aventi diritto al voto nel collegio). In 2 casi nel collegio di Sein - St Denis sono arrivati al secondo turno dissidenti del PCF,: in una occasione il ballottaggio sarà con il candidato "ufficiale" del PCF appartenente all'allenza di NAPUS, nell'altro caso lo scontro sarà con un candidato di France Insoumise. Inoltre in un collegio del Gers sarà in testa un dissidente del PS che affronterà un competitore dell'Ensamble macroniana.

La suddivisione delle candidatura dell'alleanza di sinistra - ecologista (NUPES) nei ballottaggi risulta così determinata:


Candidato di NUPES al primo posto:


France Insoumise 122 candidature

Partito Socialista 31 candidature

Alleanza Verdi (EELV) 19 candidature

PCF 16 candidature

Generation ecologiste 9 candidature oltre a 2 candidature per ECO e Tavini.

I candidati del partito socialista dovranno affrontare 24 candidati dell'Esemble macroniana, 5 candidati del Rassemblement lepeniano e 2 candidati ex-gollisti.

I candidati del PCF avranno di fronte 9 candidati dell'ENS 6 lepenisti e 1 ex-gollista.


Le candidature di NUPES che andranno al ballottaggio al secondo posto risultano così suddivise:

France Insoumise 98

Partito Socialista 22

EELV 32

Generation ecologiste 4 più 1 candidatura di Ecol

PCF 19.

In questo caso i candidati del PS si troveranno davanti 15 macroniani, 1 ex-gollista, 6 del Rassemblement National mentre quelli del PCF avranno di fronte 12 ENS, 6 RN, 2 LR.


Le analisi più accreditate attribuiscono a NUPES l'acquisizione di circa 180 seggi all'Assemblea Nazionale.

Mi auguro che questo lavoro risulti utile per comprendere meglio sia l'esito del primo turno, sia la prospettiva del ballottaggio.


L'Ensemble macroniana porterà al secondo turno 203 candidature piazzate al primo posto nel proprio collegio. Eguale posizione hanno conseguito 110 candidature del Rassemblement National, 7 Regionaliste, 2 del centro, 42 dei Repubblicani ex-gollisti, 8 della destra e 2 dell'estrema destra.

Grazie per l'attenzione

Franco Astengo

NUMERI DALLA FRANCIA

 

NUMERI DALLA FRANCIA di Franco Astengo


E' evidente che una valutazione compiuta sull'esito delle elezioni legislative francesi svoltesi il 12 giugno potrà essere compiuta soltanto in base dell'esito del secondo turno di ballottaggio che si svolgerà in quasi tutti i collegi.

Per intanto potrà essere utile al fine di sviluppare un minimo di riflessione analitica l'esposizione di alcuni dati generali rilevati nel momento in cui sono definitivi i risultati per il 99% delle sezioni elettorali.

Prima di tutto deve essere rilevata la grande differenza nella partecipazione al voto che intercorre tra le elezioni presidenziali e quelle legislative.

Al primo turno delle recenti elezioni presidenziali che, alla fine, hanno riconfermato Emanuel Macron i voti validi sono stati 35.132.947 scesi al secondo turno a 32.077.401: le elezioni legislative hanno fatto fin qui registrare, a scrutinio pressoché ultimato, un totale di voti validi di 23.172.728


(circa dieci milioni di voti in meno rispetto alle presidenziali): un dato in leggero calo anche rispetto alle legislative (primo turno) del 2017 , 5 anni fa, quando si espressero 22.654.164 voti validi.

In questo quadro il risultato di NUPES può sicuramente essere considerato di grande rilievo: con 5.812.947 voti il rassemblement de la gauche recupera quasi per intero tutti i voti raccolti nel 2017 da France Insoumise, Partito Socialista, Ecologisti e PCF (in totale 5.872.313 nel 2017) mentre va ricordato che nelle presidenziali del 2022 i candidati del PS e del PCF sono arrivati a circa un modesto 1.500.000 di voti.

Netta flessione per il partito del Presidente Macron : superata En Marche che nel 2017 aveva ottenuto 6.391.269 voti il nuovo "Ensemble" Majoritè presidential è sceso a 5.823.057 unità con una perdita di circa 500.000 voti.

In crescita il Rassemblement National di Marine Le Pen: 2017 (Fronte National) 2.990.554 cresciuti nel 2022 fino a 4.243.853.

Nettamente sconfitti gli eredi del gollismo: Le Republicans perdono circa 1.200.000 voti ( da 3.573.427 a 2.363.837). Modesto il risultato di Reconqueste di Zemmour fermo a 958.995 voti (alle presidenziali lo stesso Zemmour aveva raccolto 2.485.226 voti).

Ora tutta l'attenzione si sposta sul turno di ballottaggio: l'Esemble avrà in lizza 200 candidati, NUPES 195, RN 110, la Gauche fuori dall'alleanza 9, Regionalisti 7,Centristi 2, ex-gollisti 42, 8 candidati di destra e 2 di estrema destra.

Il gioco dei collegi favorirà probabilmente l'Ensamble ma il risultato francese andrà analizzato con grande attenzione soprattutto a sinistra.

domenica 12 giugno 2022

1975-1976-1978: APOGEO E DECLINO DEL SISTEMA DEI PARTITI

 

1975 - 1976 - 1978: APOGEO E DECLINO DEL SISTEMA DEI PARTITI di Franco Astengo


In diverse occasioni per il sistema politico italiano il mese di giugno ha rappresentato momenti di appuntamento elettorale dall'esito "critico" , come nel caso del 7 giugno 1953 quando fu respinto il progetto democristiano di legge elettorale con premio di maggioranza o il 10 giugno 1979 allorquando si votò per la prima volta per i rappresentanti dell'Italia al Parlamento Europeo facendo registrare una evidente incrinatura nella partecipazione al voto (già segnalata nei referendum del giugno 1978) che fino ad allora aveva registrato in ogni pur diverso frangente elettorale lo stesso intensissimo dato di presenza alle urne.

E' stato nell'arco di dodici mesi tra il giugno 1975 e il giugno 1976 che si consumò il momento storico della massima espansione del sistema dei partiti nella versione egemone del "partito a integrazione di massa" e dell'inizio dell'irreversibile declino dello stesso modello: declino che poi, concomitanti diverse cause, avrebbe portato nel giro di un quindicennio ad un drastico mutamento nella struttura politica del nostro paese: mutamento poi suffragato dalla trasformazione della formula elettorale sia al riguardo delle elezioni amministrative (con l'elezione diretta del Sindaco) sia rispetto le elezioni politiche con l'adozione di un sistema misto a liste bloccate (per il 75% fondato su collegi uninominali e per il 25% in quota proporzionale).

15 giugno 1975 - 20 giugno 1976: due date da segnare con un circolo rosso nella nostra memoria.

15 giugno 1975: si svolgono le elezioni nelle 15 regioni a statuto ordinario, nelle province e nella gran parte dei comuni (allora le "sfasature" nelle date di scadenza dei diversi Consigli erano molto rare).

Elettrici ed elettori erano chiamati per la seconda volta alle urne per le elezioni regionali (la prima occasione era stata quella del 7 giugno 1970).

Si trattò di un vero e proprio terremoto: non a caso l'Unità titolò (e a ragione) "L'Italia è cambiata davvero".

Il PCI fece registrare un'avanzata impetuosa : con una partecipazione al voto superiore al 90% i comunisti conquistarono la maggioranza in Piemonte (33,91%), Liguria (38.70%), Emilia Romagna (48,39%), Toscana (46.47%), Umbria (46.13%), Marche (36,88%), Lazio (33,52%), oltre a risultati eclatanti in tutte le principali città sia del centro - nord sia al Sud (mancavano all'appello Genova e Roma dove le elezioni comunali si sarebbero svolte nel 1976).

Vale la pena ricordare, almeno sommariamente, il quadro dell'epoca: il PCI aveva avanzato, tramite l'elaborazione del suo segretario Enrico Berlinguer, la proposta di "compromesso storico" che partiva dalla constatazione che, nel quadro della rigida divisione in blocchi attorno alle due superpotenze, le sinistre non potessero governare con il 51% ma servisse una base di consenso molto più ampia realizzabile appunto soltanto attraverso un'operazione di compromesso realizzata dalle grandi forze di natura popolare.

La DC, principale interlocutrice della proposta, aveva risposto nella vaghezza morotea della "terza fase" mentre, proprio all'indomani del voto del 15 giugno 1975, la borghesia italiana ne aveva invece riaffermato in maniera molto pesante, da destra, la funzione "pivotale".

In quel 15 giugno il PCI aveva raccolto i frutti non tanto della proposta di compromesso storico ma soprattutto di un lungo processo di modernizzazione della società italiana, avviato con il "boom economico" e la formazione dei governi di centro - sinistra: processo di modernizzazione che aveva suscitato pesanti reazioni esplicitatesi con l'affermazione del terrorismo stragista e golpista di matrice fascista e alimentato dai servizi segreti e contrastato, da sinistra, da impazienze rivoluzionarie che avevano anche dato origine a fenomeni di lotta armata coinvolgenti anche settori legati a una visione pauperistica dell'impegno sociale cattolico.

Quel processo di avanzamento politico e sociale delle grandi masse aveva trovato due punti di saldatura: quello dell'esponenziale crescita del peso sindacale confederale all'interno di una struttura economica ancora imperniata sulle grandi concentrazioni industriali in particolare a Partecipazione Statale e nel settore manifatturiero di beni di consumo (con l'egemonia dell'auto) con un grande peso della speculazione edilizia e quello della nuova stagione dei diritti sociali che aveva trovato un vero e proprio "momento magico" il 13 maggio 1974 con l'esito del referendum che approvava la legge sul divorzio, passata qualche anno prima in Parlamento. L'esito elettorale del 13 maggio 1974 era stato ottenuto principalmente per il distacco di parte delle masse cattoliche affrancate dalle indicazioni della Chiesa e, di conseguenza, della DC.

L'esito del 15 giugno 1975 fornì però un'altra indicazione che risultò in allora considerata secondaria: nelle grandi città, allo scopo di arrivare a formare giunte di sinistra per le quali il PSI (che alle elezioni regionali e comunali aveva conservato una quota rilevante di voti) manteneva un'opzione privilegiata superando il cosiddetto "preambolo Forlani", si verificarono spostamenti verso sinistra da parte di settori dell'area socialdemocratica e perfino liberale: accadde a Torino e a Milano oltre in altri comuni di grande importanza e sarebbe poi accaduto a Genova l'anno successivo. Anche a Napoli si formò, per la prima volta, una giunta di sinistra.

Questi due elementi: lo smottamento dell'area cattolica con la crescita di un forte movimento di dissenso e i fermenti nell'area laica non causarono alcuna flessione dall'impostazione egemonica portata da avanti dal PCI con il compromesso storico e dalla DC sulla base dell'unità politica dei cattolici e della diga anticomunista (anzi, dal punto di vista della diga anticomunista, ampi settori del padronato e della rendita rafforzarono, come vedremo, la loro convinzione di sostegno al partito democristiano).

L'esito, inevitabile, del risultato elettorale del 15 giugno 1975 fu rappresentato dalle elezioni legislative generali anticipate: "il casus belli" fu dovuto ad un articolo del segretario socialista De Martino pubblicato sull'Avanti il 31 dicembre 1975, con il quale si dichiarava il rifiuto dei socialisti a partecipare, in futuro, ad un governo che non comprendesse il PCI (in quel momento era in carica il governo Moro - La Malfa imperniato sull'alleanza tra DC e PRI poi sostituito a febbraio 1976 da un altro governo Moro ma composto da un monocolore democristiano in una fase di vuoto del centro - sinistra organico).

L'articolo di De Martino aveva però rappresentato soltanto una sorta di "escamotage": in realtà era evidente come fosse dominante il tema del deficit di rappresentanza del Parlamento rispetto al Paese ben evidenziato, appunto, dall'esito delle elezioni regionali amministrative.

Si arrivò così al voto anticipato, fissato al 20 giugno 1976 senza che nessuna delle principali forze politiche delineasse un'alternativa al quadro fissato, da un lato dal "compromesso storico" e dall'altro delle necessità di far fronte attorno alla DC come "diga anticomunista" (una posizione questa emblematizzata dalla frase di un intellettuale inorganico come Indro Montanelli che, dalle colonne del "Giornale" proclamò: "Turatevi il naso e votate DC").

Il risultato di quella tornata elettorale rappresentò il massimo dell'estensione del sistema dei partiti nella storia repubblicana e l'esaltazione dello schema del "bipolarismo imperfetto" coniato a suo tempo da Giorgio Galli.

Rileggere i dati, a distanza di tanti anni e nella situazione attuale, fa ancora impressione: la partecipazione al voto raggiunse il 93,39%, su di un totale di 36.707.578 voti validi la DC ne totalizzò 14.209.519 e il PCI 12.614.650 per un totale di 26.824.159 ( con una percentuale del 66,35% sul totale degli aventi diritto che assommava a 40.426.658 unità e del 73,07% sul totale dei voti validi).

Il PSI si fermò a 3.540. 309 mentre i partiti laici risultarono prosciugati dall'appello montanelliano (2.700.000 voti circa tra PSDI, PRI, PLI con quest'ultimo ridotto ai limiti del quorum). Unico segnale in controtendenza rispetto al blocco della situazione il superamento della soglia minima per la presenza in Parlamento del cartello di Democrazia Proletaria (comprendente i principali gruppi residui della ventata sessantottesca e del dissenso comunista: Pdup, AO, MLS, Lotta Continua) e del Partito Radicale arrivato per un soffio alla meta dei 4 seggi.

Nelle settimane successive il dibattito risultò soffocato dalla prospettiva dell'incontro tra DC e PCI. A differenza del 1975 non si raccolsero segnali d'alternativa, anzi dall'area laico - socialista partì in allora un movimento verso quel terzaforzismo che alla fine sarebbe sfociato nel pentapartito: fu allora che il sistema dei partiti a integrazione di massa cominciò ad incrinarsi mentre l'idea del "governo della sinistra" presentata (con forti differenziazioni interne) dal Pdup all'interno del cartello di DP risultò elaborata in misura del tutto insufficiente. L'esito di quella stagione fu un monocolore democristiano guidato da Andreotti con alle spalle l'ombra pesante della massoneria segreta e con l'astensione di tutti gli altri partiti, tranne il MSI (che aveva mantenuto una quota superiore ai 2 milioni di voti e che sarebbe stato poi sottoposto a una duplice pressione: golpista e stragista da destra e andreottiana per un ingresso nell'area di governo che avrebbe poi provocato l'effimera scissione di Democrazia Nazionale), DP e PR.

Ben prima del rapimento e dell'uccisione di Moro il "compromesso storico" era stato così declinato in una forma spuria di "solidarietà nazionale" al di là della quale non si intravedeva alcuna ipotesi alternativa: si inaugurò la politica economica dei "due tempi" adottata dal sindacato con la cosiddetta "Linea dell'EUR" e anche verso il fermento portato avanti dagli Enti Locali il governo rispose con un decreto di austerità firmato dal ministro Stammati (iscritto alla P2).

Sicuramente furono realizzati alcuni importanti punti di riforma: equo canone, servizio sanitario nazionale, legge 285 sulla disoccupazione, la legge 194 sull'aborto che registrò il formarsi di una maggioranza di sinistra e laica convergendo PSI, PLI, PSDI, PCI, PRI, PR e Pdup ma si trattò di un episodio isolato, pur molto importante senza che si prefigurasse una possibile ipotesi di governo alternativo.

E' nota a tutti la situazione che si verificò al momento del rapimento Moro, avvenuto in un momento di particolare irrigidimento della situazione internazionale: il PCI e il PSI si apprestavano a entrare nella maggioranza che sosteneva il monocolore Andreotti superando il quadro delle "astensioni" ma la DC aveva già replicato conservando intatto il quadro dei ministri in carica senza fornire alcun segnale di apertura; al momento della strage di via Fani il PCI stava per dichiarare il proprio distacco dalla maggioranza ma il precipitare della situazione costrinse i dirigenti comunisti e quelli socialisti a votare la fiducia.

Il sistema imperniato sui grandi partiti di massa si era però già incrinato al di là dell'esito drammatico dei 55 giorni che seguirono , corso dei quali si determinò una "faglia" politica di grande importanza per gli anni a venire: quella tra "fermezza" e "trattativa" attraverso la quale il nuovo segretario del PSI Craxi introdusse una dinamica sistemica affatto diversa da quella precedente.

A ricostruire un disegno di equilibrio non servì neppure l'elezione di Pertini, principale riferimento morale del "partito della fermezza", a Presidente della Repubblica.

Concludo con alcune cifre che dimostrarono subito che quella crisi verticale era iniziata e procedeva spedita.

L'11 giugno 1978 si svolsero due referendum abrogativi, promossi dal PR, riguardanti le leggi speciali di ordine pubblico varate a suo tempo dal ministro repubblicano della giustizia Oronzo Reale e la legge sul finanziamento pubblico dei partiti approvata nel 1974 per fronteggiare lo scandalo dei petroli scoperto dai "pretori d'assalto" di Genova (Sansa, Almerighi, Brusco) e voluta soprattutto dal segretario repubblicano La Malfa.

Per entrambi i quesiti la stragrande maggioranza delle forze politiche aveva chiesto a elettrici ed elettori di votare NO allo scopo di mantenere inalterato il quadro legislativo esistente.

Prima di tutto si registrò un forte calo nell'afflusso alle urne : andarono al voto poco meno di 33.500.000 unità, con una flessione di circa 7.000.000 di elettrici ed elettori rispetto al 20 giugno 1976 con una percentuale complessiva dell'81,19%. Si tenga conto che nell'occasione del referendum sul divorzio del 1974 la percentuale dei votanti era stata dell'87,72%.

In secondo luogo si registrò una fortissima disaffezione rispetto all'indicazione del voto data dai maggiori partiti.

Nel computo dei voti riguardanti il referendum sulle leggi di ordine pubblico ben 7.400.619 votanti si pronunciarono per l'abrogazione della legge mentre soltanto il cartello di DP e il PR si erano pronunciati in quella direzione (cioè più o meno 1.000.000 di voti raccolti il 20 giugno 1976).

Ancor più netto il presentarsi di una vasta area contraria al finanziamento pubblico per il quale era favorevole l'intera area della maggioranza salvo il PLI: la legge si salvò a stento perché ben 13,691.900 elettrici ed elettori si pronunciarono per la sua abolizione.

Segnali di crisi del sistema si erano già avuti nel corso di alcune tornate amministrative svolte tra il 1977 e il 1978 (celebre quella di Castellamare di Stabia: l'esito di quelle elezioni amministrative determinò il coniarsi del termine giornalistico "sindrome di Castellamare" per indicare, con preciso riferimento al PCI, l'espandersi nel partito di una quasi rassegnata convinzione negativa circa l'esito elettorale della fase di solidarietà nazionale: nel caso, infatti, sembrava essersi davvero esaurita una "spinta propulsiva").

Si era avviata così la fase del disincanto che presto si sarebbe trasformata in "antipolitica" nel corso della cui fase di espansione si svilupparono via via i fenomeni della personalizzazione, della crescita esponenziale della volatilità elettorale, della perdita di peso del voto di appartenenza, della crisi dei partiti a integrazione di massa trasformati dapprima in "partiti pigliatutto" poi in partiti "azienda" o "personali" fino all'approdo alla democrazia recitativa all'interno delle cui coordinate ci stiamo trovando in una fase di superamento del concetto di rappresentanza politica e di costante slittamento del potere istituzionale dal Parlamento (inopinatamente ridotto anche nel numero dei suoi componenti) all'esecutivo e al condizionamento del peso delle lobbies mentre si è radicalmente modificato il fenomeno della cessione di sovranità dello "Stato - Nazione".

Al frantumarsi della società in isole corporative e nell'egemonia assunta dal fenomeno dell'individualismo competitivo i nuovi partiti usciti dallo scioglimento delle vecchie soggettività politiche hanno risposto con un adeguamento di tipo populista esaltando operazioni pericolose per la democrazia come quelle rappresentate dalla riforma costituzionale per fortuna bocciata dal corpo elettorale il 4 dicembre 2016 e quelle delle vere e proprie "avventure dell'effimero" rappresentate dalla meteore M5S e Lega nella versione Salvini .

Il fenomeno del populismo senza principi ha attraversato e sta ancora attraversando l'intero arco istituzionale.

Naturalmente al formarsi di questo stato di cose hanno concorso una molteplicità di fattori che in questa sede l'economia del discorso non ci consente di analizzare in profondità e che, comunque, sono stati e sono oggetto di studi approfonditi espressi in una quantità di pubblicazioni cui si può utilmente rimandare.

Lo scopo di questa nota era soltanto quella di ricordare la ricorrenza ciclica di quei mesi di giugno: quello del 1975, del 1976 e anche quello del 1978.

Un arco di tempo in cui si consumò la storia dell'egemonia dei grandi partiti di massa che in Italia aveva avviato il suo percorso con la fase post-resistenziale (durante la quale era stata stritolata, con la sconfitta del Partito d'Azione, l'idea di una forma politica "d'opinione" che avrebbe potuto essere espressa da quella che poi sarebbe stata definita "borghesia riflessiva" e che in quel momento fu risucchiata a destra dalla retorica anticomunista) e l'esito delle elezioni per l'Assemblea costituente del 2 giugno 1946, quando i tre grandi partiti (DC, PSIUP, PCI) avevano raggiunto oltre il 70% dei voti validi, mentre la partecipazione aveva sfiorato il 90% (89,08%) dimostrando un fortissimo radicamento sociale che poi il PCI avrebbe condotto a suo vantaggio nel riequilibrio tra i due partiti verificatosi con la formazione del Fronte Popolare sconfitto dalla DC il 18 aprile 1948.





venerdì 10 giugno 2022

I CENTO ANNI DI GINA LAGORIO: GARZANTI PUBBLICA NUOVAMENTE "APPROSSIMATO PER DIFETTO"

 

I CENTO ANNI DI GINA LAGORIO: GARZANTI PUBBLICA NUOVAMENTE "APPROSSIMATO PER DIFETTO" di Franco Astengo


In occasione dei cento anni dalla nascita dell'autrice le pagine culturali del "Corriere della Sera" dedicano oggi, 10 giugno, ampio spazio alla riedizione del romanzo "Approssimato per Difetto".

Un fatto culturale di grande rilievo sul piano nazionale ma che deve interessare da vicino Savona perché Gina Lagorio, nata a Bra, ha vissuto (e insegnato) per lunghi anni nella nostra Città, arrivando anche a rappresentarla in Parlamento eletta nel 1987 nella lista del PCI come indipendente.

Il romanzo che Garzanti riedita arricchito dalla prefazione di Edith Bruck è particolarmente collegato con la realtà della nostra terra e con la vita vissuta di Gina Lagorio: vi si narra infatti della malattia del marito Emilio Lagorio.

Lagorio era stato uno dei protagonisti della Resistenza nel Savonese e, successivamente, uno dei principali esponenti del Partito Comunista a Savona , assessore nella giunta della Liberazione guidata da Andrea Aglietto.

Lagorio morì giovane, nel 1964, colpito da un male incurabile e il romanzo racconta della sua malattia: Gina Lagorio, nel testo, si impadronisce della voce di Emilio smarrito, impotente, tra la rabbia e il dolore che teneva dentro di sè.

Edith Bruck fa ancora rilevare come quel cognome, Lagorio, Gina non lo avesse più abbandonato sia per firmare i suoi libri sia nel portare avanti suo impegno culturale ad un certo punto intrecciato con il politico.

Bruck conclude così: "La ripubblicazione di questo libro è un atto dovuto a un'autrice pluripremiata e troppo presto dimenticata, nei confronti della quale tutti noi forse siamo in debito".

Ecco: Savona, le sue istituzioni, il suo mondo culturale, dovrebbe assumere queste parole e fare in modo che Gina ed Emilio Lagorio non siano obiliati dalla memoria storica della nostra Città, come del resto sarebbe giusto fare per altri protagionisti della nostra memoria collettiva.

martedì 7 giugno 2022

SAVONA - ATA: COMPRENSORIALITA' E AZIONE DI GOVERNO

 

SAVONA- ATA :COMPRENSORIALITA' E AZIONE DI GOVERNO di Franco Astengo ("Il rosso non è il Nero")


Resta in stand-by la gara per l’affidamento del servizio di igiene urbana di Savona. Come annunciato a marzo, infatti, questa mattina Sat ed Iren (arrivate terze nella graduatoria della gara svoltasi qualche mese fa) hanno presentato ricorso e hanno chiesto la sospensiva della gara, bloccando così l’affidamento alla “prima classificata” e cioè Egea, Docks Lanterna e Idealservice.

Così si allungano i tempi per la costituzione della New.Co che dovrebbe sostituire ATA dopo la disastrosa gestione degli ultimi anni, mettendo in difficoltà il progetto della nuova Amministrazione del Comune di Savona di rendere finalmente il servizio di raccolta rifiuti modernamente efficiente e all'altezza delle esigenze di una città capoluogo.

Però non è questo, pur importantissimo, il punto che intendevamo sollevare nell'occasione: ci troviamo difatti dentro a una questione non ristretta ad un confronto di carattere industriale tra diverse cordate di impresa.

La questione della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti è tema delicatissimo di governo del territorio e come tale dovrebbe essere affrontato come "questione di sistema" a livello di governo d'area vasta.

Non è pensabile, infatti, che ciascheduno sul territorio faccia da sé rendendo prioritarie specifiche convenienze (da tenere in conto l'articolazione delle strutture necessarie per rendere adeguato il servizio): occorre individuare una sede nella quale l'amministrazione pubblica nel suo insieme possa compiere le proprie valutazioni e addivenire a scelte conseguenti.

Nel frattempo abbiamo assistito a una complessiva riduzione di capacità di governo da parte dell'Amministrazione Provinciale, attraverso la quale avrebbero potuto emergere soluzioni coerenti riferite all'area vasta.

Il tema diventa allora quello della comprensorialità che nel caso di Savona significa poter affrontare al meglio questioni vitali concernenti il territorio come quelle dei servizi, delle infrastrutture, dell'utilizzo delle aree, dello sviluppo economico, della portualità.

Occorre non separare le diverse partite ma trovare la sede per riunificarle in un luogo di confronto strutturato, di dialogo costante verificato democraticamente, di progettualità condivisa.

Tra l'altro l'area del Savonese non può essere considerata semplicemente quella costiera ma deve necessariamente comprendere l'entroterra e, in ispecie, la Valbormida punto strategico di approdo per la questione di uno sviluppo della rete delle infrastrutture che rimane quella decisiva per far uscire il nostro territorio dall'isolamento.

Ripetiamo: la questione del ricorso di SAT -IREN rispetto alla vicenda della raccolta e smaltimento dei rifiuti della Città di Savona non può essere derubricata a semplice scontro di natura industriale tra aziende (?) diverse e in concorrenza tra di loro.


lunedì 6 giugno 2022

PARTITI

 

PARTITI di Franco Astengo


In un articolo di Nadia Urbinati ("Domani" 5 giugno) è stata ripresa la teoria del "Partito Pigliatutto" descritta molti anni fa da Otto Kirchhmeier ( poi declinata da Gianfranco Pasquino in "Pigliatutti").

L'obiettivo dell'autrice era quello, nell'occasione, di ammonire il PD a non costruire in vista delle prossime amministrative diversi sistemi di alleanza nelle varie città non coerenti tra loro al fine di costruire una qualsiasi e comunque "ipotesi di governo".

Non bisogna vincere, sostiene la politologa della Columbia, ma ottenere un successo nell'interesse dalla città generatore di effetti durevoli.

E aggiunge "Ammesso che sia realistico voler vincere occorrerebbe pensare a vincere con il consenso largo di tutti gli elettori del proprio bacino ideale invece di pescare ovunque, anche a destra".

L'articolo è interessante perché finalmente si torna a discutere della natura del fine della costruzione partitica dopo che per molti anni ci si è limitati a constatarne il declino sia dal punto di vista della capacità istituzionale e amministrativa sia sotto l'aspetto del radicamento e della rappresentanza sociale.

A questo proposito sono state via via coniate diverse definizioni: dal "partito azienda" al "partito professionale - elettorale" fino al "partito liquido". Definizioni cresciute assieme ai concetti di personalizzazione della politica, di "democrazia del popolo", di "democrazia recitativa".

Proviamo allora a ritornare su alcuni punti di analisi che possono consentirci di riprendere il discorso sui partiti: un discorso tanto più importante che adesso da più parti si sta cercando di riattualizzare il sistema elettorale proporzionale.

A suo tempo, nello specifico del "caso italiano" il passaggio dal sistema elettorale proporzionale utilizzato tra il 1958 e il 1992 (modificato soltanto con l'introduzione della preferenza unica) al "Misto, maggioritario/proporzionale con scorporo" (il cosiddetto "Mattarellum utilizzato tra il 1993 e il 2006) avvenne attraverso una ordalia referendaria giudicata salvifica e non fu certo pensato in funzione di una modifica della struttura dei soggetti politici.

Successivamente abbiamo vissuto la stagione dei sistemi elettorali dichiarati incostituzionali dalla Corte .

Si è anche verificato il paradosso di una bocciatura in corso d'opera, senza che la formula fosse ancora stata sperimentata sul campo (il cosiddetto "Italikum") mentre il sistema attuale presenta, sotto il profilo della legittimità, diversi punti molto discutibili che potrebbero essere presto oggetto di esame presso la già citata Corte Costituzionale.

In questa sede non è il caso di ricostruire tutti i passaggi (molteplici e complessi) attraverso i quali si è arrivati alla determinazione dell'assetto attuale dell'offerta politico - elettorale ; scomposizione e ricomposizione delle coalizioni, scissioni e riaggregazioni; mutamenti nella strategia delle alleanze. Sommovimenti in gran parte individualistici o di piccolo gruppo che nel corso della XVIII legislatura che sta per concludersi ,come ha ben dimostrato la triste parabola del Movimento 5 stelle, hanno raggiunto tratti di "trasformismo" a livelli mai raggiunti nella pur ricca storia, da questo punto di vista, della democrazia italiana.

L'aspetto più importante di trasformazione del sistema che si è però realizzato, nel corso di questi anni, intorno al tema della struttura dei partiti politici è stato quello del superamento del modello basato sulla "identità - appartenenza" che poteva essere descritto così sommariamente: un partito attento alla rappresentanza di una quota frazionale ma ben delimitata della società.

Nel frattempo sono falliti i tentativi di modifica costituzionale e si sta pericolosamente affermando un'idea di una forma di governo addirittura indipendente dall'esito elettorale.

Quale unica soluzione possibile rispetto alla debolezza strutturale del sistema risulterebbe quasi automatico , infatti, il prosieguo delle maggioranze di "larga intesa" riferite al cosiddetto "uomo forte"

Da altre parti si spinge verso il modello presidenziale inteso quale vero e proprio punto di saldatura nel processo di riduzione del rapporto tra complessità sociale e rappresentanza democratica quasi momento di sublimazione del grande equivoco generato dalla proposta di "democrazia diretta" che sfocerebbe, alla fine, in una riduzione della rappresentanza politica (già sottoposta a vincolo dalla riduzione del numero dei parlamentari) e di una minore agibilità del confronto politico - sociale.

Pur in un quadro di complessità sociale e crescita sul piano elettorale di fenomeni come quelli dell'astensione e della (esagerata) volatilità un soggetto di sinistra che intenda riproporre i temi di fondo di una vocazione di "democrazia repubblicana"avrebbe l'obbligo di allontanarsi dallo schema del "partito - elettorale" recuperando invece un rapporto stretto con la propria area sociale di riferimento (nel caso quella parte di Paese che difende l'identità costituzionale fondata sulla centralità del Parlamento e quei settori particolarmente colpiti dall'inflazione e dalla precarietà del lavoro, comprendendo bene anche l'arretramento della cosiddetta "transizione ecologica") ed elevando così il proprio tasso di identificazione "sociale" pur tenendo conto della configurazione "pasticciata" dell'insieme del sistema.

Sarebbe utile allora, fin dalla prossima tornata elettorale che si potesse ricercare la rappresentatività istituzionale per una capacità di articolazione di una progettualità all'altezza delle contraddizioni emergenti con al centro una proposta di organizzazione dell'agire politico posta sul terreno della promozione di un riequilibrio tra concetto di governabilità e concetto di rappresentanza.