giovedì 29 novembre 2018

COSTITUZIONE E SICUREZZA


COSTITUZIONE E SICUREZZA di Franco Astengo
“Con l'approvazione del decreto sicurezza si stravolge di fatto la costituzione e l'Italia entra nell'incubo dell'apartheid giuridico. È davvero incredibile che sia accaduto un fatto simile, che sia stato sferrato un colpo così pesante al diritto di asilo, all'accoglienza, all'integrazione". Lo dice Carla Nespolo, presidente nazionale dell'Anpi.”
Con questa dichiarazione di Carla Nespolo l’ANPI si pone ancora una volta come barriera in difesa della Costituzione Repubblicana.
Si tratta di un intervento molto importante che apre sicuramente una stagione di battaglia politica dopo che, nei due anni che sono intercorsi dall’esito del referendum del 4 dicembre 2016, sono apparsi sotto traccia due punti fondamentali:
a)    La prospettiva di un attacco diretto alla prima parte della Costituzione, quella riguardante i diritti e i doveri dei cittadini. Quest’attacco era stato annunciato da più parti, in particolare a partire dal momento in cui la Lega aveva assunto posizioni di governo. Adesso questa possibilità si concretizza ed è necessario farvi i conti fino in fondo. Fermo restando che anche la deformazione della seconda parte, prevista dal progetto del PD respinto proprio dal referendum già citato, toccando l’ordinamento dello Stato inficiava  il rispetto di articoli fondamentali della prima parte, in particolare all’articolo 3;
b)    La necessità per la sinistra di trarre, dall’esito referendario del 2016, conclusioni più direttamente politiche anche sul piano della propria strutturazione di soggettività. Questo non è stato fatto lasciando milioni di elettrici e di elettori privi di un riferimento certo, in grado di produrre alternativa sul terreno della difesa della democrazia repubblicana e della saldatura tra questa e i principi di eguaglianza e di fuoriuscita dal regime di sfruttamento che una sinistra che si dichiari d’alternativa è chiamata a perseguire.
Il decreto cosiddetto “sicurezza” convertito in Legge dal Parlamento ha riproposto per intero il tema della difesa costituzionale proprio nella dimensione dell’attacco alla prima parte della nostra Carta fondamentale.
In questa sede si evidenzia un solo punto tra quelli contenuti nel decreto appena tramutato in legge:
“Viene cancellato il permesso di soggiorno per motivi umanitari (articolo 1), che aveva la durata di due anni e consentiva l'accesso al lavoro, al servizio sanitario nazionale, all'assistenza sociale e all'edilizia residenziale. Al suo posto vengono introdotti permessi per "protezione speciale" (un anno), "per calamità naturale nel Paese di origine" (sei mesi), "per condizioni di salute gravi" (un anno), "per atti di particolare valore civile" e "per casi speciali" (vittime di violenza grave o sfruttamento lavorativo).”

Il tema dell’asilo, pur presentando profili di drammatica attualità, trova un referente normativo primario ed esplicito all’art. 10 della nostra Carta Costituzionale e, segnatamente, delle disposizioni di cui al secondo e terzo comma, laddove è statuito espressamente che “La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
L’enunciazione in termini così puntuali dell’istituto in questione, infatti, si radica storicamente nell’esperienza vissuta durante il ventennio fascista dai Costituenti, molti dei quali avevano dovuto intraprendere personalmente la dura via dell’esilio ed erano pertanto ben determinati, al momento di redigere la nuova Carta costituzionale democratica, a prospettare una forma di accoglienza in Italia per quegli stranieri che avessero patito nel loro paese di origine una situazione di illibertà. In più occasioni è stata la stessa Corte Costituzionale ad affermare come lo stesso sia da annoverare tra i diritti inalienabili della persona umana e non a caso la sede prescelta è quella propria dei “diritti fondamentali” su cui si regge il nostro ordinamento.
Il governo italiano sta lanciando, inoltre un nuovo segnale di chiusura al mondo sul tema delle migrazioni che non può essere sottovalutato anche sotto il profilo costituzionale.
 Nella giornata di mercoledì 28 novembre, infatti, il ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha annunciato che, contrariamente a quanto sostenuto negli ultimi due anni, l’Italia non sottoscriverà il Global Compact for Migration, un documento redatto dalle Nazioni Unite in collaborazione con i Paesi maggiormente coinvolti nel fenomeno migratorio. A rafforzare questa scelta, il governo ha reso noto che non parteciperà alla conferenza intergovernativa sulle migrazioni che avrà luogo a Marrakech, in Marocco, il 10 e 11 dicembre prossimi.
Il Global Compact for Migration non è un testo vincolante, ma intende stabilire e ribadire alcuni principi nella gestione del fenomeno migratorio, dalle partenze all’accoglienza, così come richiesto da funzionari, operatori e studiosi del tema a livello globale. Non si tratta dunque di un insieme di proposte concrete, ma di uno strumento che pone 23 obiettivi, molti dei quali già integrati nel diritto internazionale, per una migrazione “sicura, ordinata e regolare” (articolo 16).
Questo secondo punto riguardante il “Global Compact for Migration” non è materia di livello costituzionale, pur tuttavia sotto questo profilo non si può nascondere la preoccupazione per un’evidente retrocessione di ruolo dell’Italia rispetto al quadro di partecipazione agli organismi internazionali in difesa della pace previsto dall’articolo 11 della Costituzione.
 Infatti: quale difesa della pace migliore si può trovare se non nel provvedere all’accoglienza da chi fugge da tremendi conflitti che provocano immani fenomeni di distruzione della stessa vita umana?
C’è sufficiente materia, insomma, per una mobilitazione forte della parte più coerente della sinistra italiana: una mobilitazione da svilupparsi ancora una volta, attorno ad un obiettivo “vitale” come quello della difesa e dell’affermazione della Costituzione Repubblicana.

mercoledì 28 novembre 2018

NOVEMBRE 1943: GLI SCIOPERI OPERAI CONTRO L'INVASIONE NAZISTA


 NOVEMBRE 1943: GLI SCIOPERI OPERAI CONTRO L’INVASIONE NAZISTA di Franco Astengo
In un’Italia ormai sul tramonto civile e morale è assolutamente il caso di ricordare la sollevazione operaia contro l’invasione nazista che ebbe inizio proprio 75 anni fa nel mese di novembre 1943, proseguendo poi per tutto il mese di dicembre quale prologo della grande agitazione del 1° marzo 1944, punto di snodo cruciale della partecipazione di massa alle vicende della Resistenza.
Nel novembre ‘43 iniziarono quindi i grandi scioperi operai che portarono a una grande destabilizzazione del regime giunto oramai alle strette.
Le rivendicazioni degli operai, tutti antifascisti, furono tra le più importanti: la retribuzione dei periodi d’interruzione forzata dal lavoro, la fine del regime militare di produzione, la possibilità di non lavorare durante i bombardamenti e l’immediata liberazione di tutti i prigionieri politici.
Le risposte del regime fascista e degli invasori nazisti furono durissime e devastanti per la loro molteplice crudeltà.
Nei soli mesi autunnali del ’43 furono più di una decina gli operai giustiziati dalla polizia politica fascista, e dalle SS e gli operai di diversi reparti delle fabbriche del Nord - Ovest furono deportati in Germania nei campi di lavoro.
Da ricordare come, dopo lo sciopero del 1° marzo 1944, le deportazioni fossero avviate invece nei campi di sterminio, principalmente Mauthausen partendo dal fatidico binario 21 della Stazione Centrale di Milano dal quale prendevano il via anche i treni che portavano al martirio gli ebrei rastrellati.
In quell’autunno del ’43 in buona parte delle fabbriche si era già diviso un certo numero quadri sia del PCI clandestino, del CLNAI, e dei comitati clandestini sindacali.
L’antifascismo e la lotta all’occupazione nazista erano così diventate il nucleo centrale delle ragioni che portarono agli scioperi operai.
 Si può ben affermare che da quel momento la lotta al regime fu caratterizzata da un forte protagonismo operaio.
Il primo sciopero fu proclamato il 2 novembre alla Breda di Milano, il 18 dello stesso mese toccò alla FIAT a Torino e da lì Resistenza e lotta di classe si propagarono, come binomio inscindibile, per tutto il triangolo industriale fino a estendersi verso la fine di dicembre al nord – est, da Marghera ai cantieri di Monfalcone.
In realtà gli scioperi di novembre ’43 seguivano quelli del marzo dello stesso anno, momento fondamentale di grande impatto sulla via della disfatta del regime fascista.
L’esplodere e la diffusione su tutta la classe operaia della lotta partigiana, non sarebbe stato possibile senza una presa di coscienza di forza e di prospettive degli operai.
 Sia nelle grandi che nelle piccole officine furono messi in pratica i sabotaggi della produzione.
E’ indicativo in questo senso ricordare come circolasse nelle fabbriche una sorta di "libretto rosso del partigiano” che raccoglie le istruzioni per un sabotaggio, su larga scala e di massa, del sistema produttivo italiano, avendo come obiettivo la conservazione dei macchinari pensando alla ripresa del dopo guerra.
Dal punto di vista della difesa dei macchinari e delle infrastrutture, successivamente nei giorni convulsi della Liberazione, la classe operaia scrisse pagine di vero e proprio eroismo.
Il tema della presa di coscienza da parte della maggioranza degli appartenenti alla classe operaia delle grandi fabbriche è tema cruciale da sottolineare ancora oggi: anzi ancor di più nel momento in cui, come adesso, spariti i grandi partiti di massa pare prevalere all’interno di una società sfibrata uno spontaneismo apparentemente ribellistico inquinato dall’uso dei mezzi di comunicazione di massa e dei social.
Eppure fu la capacità di prendere coscienza la leva fondamentale perché l’antifascismo non si risolvesse in una semplice ribellione ma provocasse, per il tramite dell’organizzazione politica, una presenza e una costanza di iniziativa che, nelle città, rappresentò il punto di saldatura con l’azione di montagna permettendo così che il 25 aprile l’epilogo della tragedia si svolgesse con la liberazione di Genova, Milano, Torino e la formazione immediata dei diversi livelli di governo e l’assunzione delle piene potestà istituzionali da parte dei CLN che nominò subito i sindaci e i prefetti.
Senza la lotta nelle fabbriche questo fatto fondamentale della liberazione delle Città e della loro immediata capacità di autogoverno senza subire il commissariamento da parte degli alleati non sarebbe avvenuto.
Ecco di seguito quello che fu il calendario degli scioperi negli ultimi due mesi del 1943:
- 15 - 22 novembre 1943 sciopero di tutte le officine metallurgiche di Torino;
- 23. novembre - sciopero generale a Genova;
- 27. novembre - sciopero dei tranvieri di Genova;
- 1. dicembre - nuovo sciopero delle officine metallurgiche di Torino;
- 10. dicembre - sciopero generale nel Biellese, nella Valsesia e nella Val d’Ossola
- 13-21. dicembre - sciopero generale nelle officine di Milano;
- 20. dicembre - nuovo sciopero generale nella Valsesia e nel Biellese;
- 16-20. dicembre - sciopero generale a Genova;
- 20-23. dicembre - sciopero a Savona, Vado Ligure e in tutta la zona industriale della Val Bormida;
- 23. dicembre - sciopero nei cantieri di Monfalcone, nelle officine di Padova e Porto Marghera;
 Come post - scriptum deve essere inoltre ricordato come a Savona, proprio nei giorni degli scioperi operai si svolsero tragici fatti che debbono essere commemorati anch’essi ricordandoli come una delle pagine più sanguinose vissute in questo lembo di Liguria Occidentale.
 La sera del 23 dicembre 1943, un ordigno fu lanciato nella Trattoria della Stazione in via XX settembre a Savona all'indirizzo dello squadrista Bonetto che rimase ferito e causò la morte di altre sette persone, fra cui un ufficiale tedesco.
I fascisti avrebbero voluto disporre un'immediata rappresaglia ma i tedeschi preferirono usare metodi diversi.
 Il 24 e 25 dicembre, infatti, c'erano parecchi prigionieri politici che affollavano le carceri di Sant'Agostino, le camere di sicurezza della Questura, le celle dei Carabinieri e della Milizia.
 L'avvocato Cristoforo Astengo fu ricondotto subito a Savona dalle carceri di Marassi a Genova, mentre a Finalmarina il collega avvocato Renato Wuillermin, fu arrestato durante la messa.
 La notte di Natale e il mattino dopo, nella Federazione savonese i capi fascisti si riunirono per decidere i “provvedimenti da adottare”.
Erano quasi le ore 5 del 27 dicembre, quando sette arrestati furono prelevati dal carcere di S. Agostino e portati con un cellulare della Questura, nella caserma della Milizia di Corso Ricci, in cui si tenne di nuovo una "seduta straordinaria" di un sedicente Tribunale militare.
 La condanna disposta fu pena di morte mediante fucilazione con esecuzione immediata. Un'ora dopo i prigionieri furono condotti al forte della Madonna degli Angeli, dove si trovavano ad attenderli un plotone di esecuzione formato da 40 repubblichini, comandati da Bruno Messa.
I morti furono:
Cristoforo Astengo, avvocato, di anni 58;
Renato Wuillermin, avvocato, di anni 47;
Carlo Rebagliati, falegname, di anni 47;
Arturo Giacosa, operaio, di anni 38;
Amelio Bolognesi, soldato, di anni 31;
Francesco Calcagno, agricoltore, di anni 26;
Aniello Savarese, soldato, di anni 21.
Per Astengo, Calcagno e Rebagliati fu necessario il colpo di grazia.

lunedì 26 novembre 2018

RIFLESSIONI SUL CASO PIAGGIO


RIFLESSIONI SUL CASO PIAGGIO di Franco Astengo
Questa nota è stata redatta mentre, oggi 26 novembre 2018, sta per avviarsi una manifestazione dei lavoratori Piaggio nel centro di Savona.
Lo scopo è quello di sottolineare un punto del tutto fondamentale: in vista del nuovo incontro presso il Ministero previsto per il 7 dicembre prossimo, è necessario impostare una trattativa che non riguardi semplicemente (com’è comunque indispensabile) l’acquisizione immediate delle commesse riguardanti i droni militari oppure una possibile nuova composizione societaria (come del resto sarebbe auspicabile).
La questione che deve essere posta sul tappeto è quella della continuità produttiva, delle scelte di fondo che in questo senso debbono essere operate, tra civile e militare, e dell’adeguamento delle tecnologie in relazione alla forza di competitività di cui l’azienda deve disporre per confrontarsi sui mercati al più alto livello possibile.
Non è facile superare l’emotività che provocano le notizie sul fronte “Piaggio” quando il pensiero corre, prima di tutto, ai 1.200 posti di lavoro e alle famiglie degli operai e successivamente alla nostra disastrata Provincia ormai pressoché priva di attività produttive operanti su larga scala e su di un piano elevato di utilizzo della tecnologia e dell’intelligenza produttiva.
Pur tuttavia è necessario cercare di entrare nel merito di questa vicenda per individuare alcuni punti che rappresentano le “questioni – chiave” sulle quali si è avvitata la possibilità di conservare e far progredire il polo industriale nemmeno tanto tempo fa trasferito dalla sede storica di Finale a Villanova d’Albenga con la propria acquisita dal fondo degli Emirati Arabi Uniti, quale esempio dei due fenomeni dominanti nel primo decennio degli anni ‘2000: globalizzazione e speculazione finanziaria.
I fattori di riflessione da proporre sono questi:
1)      Nel “caso Piaggio” entrano direttamente in conflitto le priorità che le forze politiche hanno individuato nel loro contratto di governo e la relazione tra i contenuti di questo contratto e il tema del lavoro. Le risorse a disposizione per le commesse di tipo militare sono state, infatti, dirottate, almeno nominalmente, al fondo per il cosiddetto”reddito di cittadinanza” e, nello specifico, al tentativo di adeguamento e modernizzazione dei sempre cosiddetti centri per l’impiego. Quale sarà la destinazione finale di questi finanziamenti rimane ancora, del resto tutta da stabilire, considerato che l’iter parlamentare della legge non è ancora partito. Quel che è certo è il fatto che siamo di fronte ad un palese contrasto tra lavoro e reddito di cittadinanza con risorse sottratte al primo;
2)      In secondo luogo, rispetto alla fabbricazione dell’aereo a pilotaggio remoto (drone) di tipo P.2HH, emergono problemi riguardanti la prospettiva di utilizzo del mezzo stesso. La vicenda si trascina ormai da molto tempo ma è possibile affermare che l’Aeronautica Militare abbia posto resistenze all’acquisizione del velivolo, resistenze condivise da Leonardo, indicato come possibile partner assieme a CdP nel nuovo assetto societario di cui vagheggia il governo e che è stato fatto oggetto di riferimento dal direttore generale del MISE nel corso dell’incontro “da nulla di fatto” svoltosi a Roma qualche giorno fa. L’Aeronautica Militare considererebbe il mezzo già superato prima ancora dell’avvio del suo utilizzo. Nell’affrontare questo difficile passaggio occorrerebbe grande chiarezza nel valutare il grado di qualità tecnologica che lo stabilimento di Villanova è in grado di esprimere. Il tema dell’innovazione tecnologica e dei centri direzionali è tema costante nella nostra Provincia ed è stato a causa di evidenti deficit in questa direzione. E’ stato attorno a questo punto che via via si sono perdute le maggiori unità produttive in diversi settori, cedendo anche al rapporto tra ambiente e lavoro che in casi lontani ma clamorosi come quello dell’ACNA e più recenti come nella situazione di Tirreno Power hanno depauperato il nostro patrimonio industriale.
3)      Tornando alla vicenda Piaggio è evidente come emerga con grande evidenza un problema di management sia sul terreno della programmazione economica e di bilancio (vedi accumulo del deficit) sia nel campo dell’adeguamento tecnologico. Sotto quest’aspetto ci sarebbe da valutare ciò che è avvenuto nel passaggio dal civile al militare: un tema di grande delicatezza sotto diversi profili anche sotto l’aspetto etico.
4)      Adesso si dice che “l’amministrazione controllata non è una liquidazione” e che si apre “una fase di transizione”. Se davvero si arriverà a una proposta di espressione di una nuova società sarà bene da parte del complesso dei soggetti istituzionali e sindacale tener conto dei punti che così sommariamente si è cercato di riassumere anche in questa sede. Il tema del possibile intervento pubblico non può prescindere dall’essere affrontato avendo come prioritaria la qualità della tecnologia allo scopo di mantenere l’azienda competitiva sul mercato internazionale, in quadro di ovvia compatibilità dei conti. Altrimenti ci troveremmo nel pieno di quell’avventura propagandistica che appare essere un po’ come la “cifra” distintiva di questa compagine di governo.

domenica 25 novembre 2018

A SETTE ANNI DALLA SCOMPARSA DI LUCIO MAGRI:IL GENOMA GRAMSCI


 A SETTE ANNI DALLA SCOMPARSA DI LUCIO MAGRI: IL GENOMA GRAMSCI
Il prossimo 28 novembre ricorre il settimo anniversario dalla scomparsa di Lucio Magri.
Mi permetto di auspicare che questa data sia ricordata adeguatamente da quanto rimane della sinistra italiana, e in particolare da parte del “Manifesto".
Un ricordo rivolto non tanto e non solo alla persona ma al contributo dato, per sua importante iniziativa e capacità di riflessione, da un’area politica che nel corso degli anni si è impegnata a fondo per fornire caratteri e prospettiva alla nostra storia.
Accenno a un solo passaggio nell’opera di Lucio.
Mi riferisco all’individuazione di quel “genoma Gramsci” che Magri così lucidamente ha definito nel suo “sarto di Ulm” avanzando la proposta di tornare a raggiungere un grado di autonomia teorica che oggi manca, ponendosi proprio sul piano del riferimento alla storia del movimento operaio e comunista.
Nulla, però, nell’individuazione di questo passaggio fondamentale e nella relativa proposta politica deve essere lasciato all’emozione del momento, alla semplicistica volontà dell’apparire e meno che mai all’idea di compiere delle scelte e avanzare delle proposte sulla base dei sondaggi e degli umori correnti.
Il legame vero delle proposte politiche con la realtà del radicamento sociale deve verificarsi per il tramite dell’elaborazione collettiva da parte del soggetto politico, del partito.
Partito cui dovrebbe toccare ancora il duplice compito: da un lato di ricezione della realtà sociale e dei bisogni delle masse, dall’altra di formazione nel senso di esercizio di una vera e propria “pedagogia della classe”.
E’ stata questa la lezione che deriva dall’assunzione piena del cosiddetto “genoma Gramsci” che proprio Lucio ha ricordato con grande chiarezza ed espressione di spessore culturale nel suo “sarto di Ulm”.
Stiamo attraversando un momento nel quale la questione non è quella di “suscitare la rivolta” bensì di organizzarla e di fornirle uno sbocco politico.
In questo senso la “lezione magriana” appare quanto mai valida e da ricordare.