LA POLITICA A SESSANT’ANNI DAL GATTOPARDO di Franco Astengo
Il “Gattopardo”, grande romanzo storico di Tomasi di
Lampedusa, ha compiuto sessant’anni.
Una ricorrenza caduta più o meno nell’indifferenza generale,
salvo qualche levata di scudi in particolare da parte del nipote (da segnalare
una meritevole iniziativa del Circolo Pirandello animato dai siciliani
trapiantati a Savona: detto per inciso e per rendere onore al merito).
Il mondo politico italiano avrebbe dovuto però ricordare
quel passaggio che non fu soltanto letterario e cinematografico come
verificatosi nel grande film di Visconti con Burt Lancaster, Claudia Cardinale
e Alain Delon.
Nello scorrere della vicenda del “Gattopardo” infatti, si
rinviene l’istituzionalizzazione dell’essenza di quanto ha mosso e muove, nella
più stretta attualità, il nostro sistema politico.
Ben oltre il “trasformismo” (per la gran parte prodotto
italiano come vedremo brevemente) è proprio il “gattopardismo” (neologismo
fortunatissimo all’epoca e in seguito) a definire formalmente questo procedere
sempre largamente presente nelle dinamiche del nostro sistema.
Questa la definizione esatta del termine, presa di peso
dall’Enciclopedia Treccani.
“Nel linguaggio
letterario. e giornalistico, l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del
ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a una nuova
situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o
fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria
classe. Il termine, così come la concezione e la prassi che con esso vengono
espresse, è fondato sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare
perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene
citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo si
legge testualmente in questa forma «Se vogliamo che tutto rimanga com’è,
bisogna che tutto cambi» (chi pronuncia la frase non è però il principe di
Salina ma suo nipote Tancredi).”.
Se si riflette ci si accorge, nell’attualità, di situarsi
ben oltre il “trasformismo” classico, che qualcuno recentemente intendeva
combattere modificando l’articolo 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue
funzioni senza vincolo di mandato”.
Niente di più sbagliato considerando che la proposta
arrivava proprio dal fondatore di quel movimento che ha fatto molta strada in
campo elettorale erigendo una sorta di monumento nazionale al “voto di scambio”
attraverso la promessa di un reddito di cittadinanza indiscriminato per tutti.
Movimento che arrivato al governo per questa via adesso si
trova alle prese appunto con la necessità di esercitare non tanto e non solo il
trasformismo (già fatto: si era partiti con l’idea “mai alleanze con qualcuno”
e si è arrivati al governo con l’estrema destra) ma proprio il “gattopardismo”
e l’adattamento all’esistente che deve proprio rappresentare ragione di vita o
di morte.
Trasformismo che aveva avuto origine fin dalle manovre
intestine tra i partiti durante la Rivoluzione Francese (il Marais) e poi si
era caratterizzato come punto di distinzione del sistema politico italiano
attraverso due fondamentali passaggi storici: nel 1852 il “connubio”
cavouriano; il governo Depretis nel 1876; i passaggi dal rifiuto della guerra
all’interventismo fino a diventare vera e propria “forma di governo” nella
lunga fase di centralità democristiana, nel corso del secondo dopoguerra del ‘900.
Oggi siamo dunque a un salto di qualità: è il “gattopardismo”
che diventa esso stesso forma di governo, in un gran clangore di tamburi e nel
rumoreggiare di folle insieme osannanti ai nuovi capi e allo stesso tempo
rancorose nella difesa dei propri privilegi corporativi.
Così ci sono tornate alla mente le pagine sul plebiscito
siciliano del 1860: il richiamo al “Gattopardo” irresistibile così come la
necessità di una seria comparazione con il presente.
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